venerdì 15 maggio 2015

CHE BRUTTO ESEMPIO DÀ UN PROF, SE BOICOTTA IL TEST [“Il Corriere Fiorentino”, 15 maggio 2015]

Sono giorni brutti per la scuola, comunque la si metta e chiunque alla fine riesca a vincere la partita tra sindacati dei docenti e governo. Continua a leggere.

giovedì 14 maggio 2015

LA TESTIMONIANZA DI UN GENITORE SULL'INVALSI TAROCCATO E SULL’INTIMIDAZIONE DI UN’ ALLIEVA

Marcello Dei, il sociologo che ha dedicato alla scuola buona parte delle sue ricerche ed è noto per il libro RAGAZZI SI COPIA. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane, ci ha inviato lo scambio di lettere con un genitore a proposito dello svolgimento dei test Invalsi in una scuola elementare, che pubblichiamo nelle parti essenziali, opportunamente modificate per non rendere riconoscibili i protagonisti. Riprendiamo quindi il tema, già trattato nei giorni scorsi, dell’assenza nella scuola italiana di qualsiasi riflessione sull’etica professionale, i cui principi fondamentali non dovrebbero mai essere sacrificati neppure alla più motivata delle battaglie, anche perché non mancano i mezzi per farsi sentire, come ha dimostrato lo sciopero del 5 maggio. Di particolare rilievo è il punto della responsabilità educativa, anche attraverso i comportamenti, nei confronti degli allievi. Ma sarebbe forse sufficiente prendere sul serio l’articolo 54 di quella Costituzione che in tanti sbandierano di voler difendere a ogni costo. Dice: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Continua a leggere.

mercoledì 6 maggio 2015

SUI POTERI DEI PRÈSIDI: CHIAMATA E VALUTAZIONE DEI DOCENTI

Per capire che cosa è in gioco quando si parla di poteri dei dirigenti scolastici bisogna partire da una caratteristica fondante dell’istruzione pubblica, e cioè la sua neutralità ideologica. Ciò significa  che non vi si può né privilegiare né discriminare alcuna tendenza religiosa, politica, culturale. In altre parole, è essenziale che la scuola pubblica non sia di parte. Questo si realizza necessariamente attraverso la libertà di insegnamento, cioè di pensiero e di metodo, di ciascun insegnante, un po’ come la funzione della giustizia si realizza attraverso l’indipendenza del giudice, condizione ineliminabile della sua imparzialità. Tra le principali garanzie di questa libertà, come dell’indipendenza del giudice, ci sono adeguate modalità di reclutamento (concorso pubblico) e la stabilità del posto di lavoro. Stabilità che la riforma non garantisce. Com’è noto, infatti, è prevista l’istituzione di albi territoriali formati dai nuovi assunti e dai docenti che faranno domanda di trasferimento. Tra questi i presidi potranno scegliere gli insegnanti a cui proporre un contratto triennale rinnovabile; e dunque anche non rinnovabile. È vero che il docente non verrà licenziato, verrà però rispedito negli albi territoriali, oltretutto accompagnato dallo stigma del mancato rinnovo. Per tornare all’analogia con i giudici, si sa che questi possono essere trasferiti solo su loro richiesta o in seguito a provvedimenti disciplinari. È facile immaginare quale condizionamento il timore di questa eventualità potrà esercitare sui suoi rapporti con il dirigente in termini di libertà di espressione nell’ambito degli organi collegiali, di disponibilità a partecipare o meno ai progetti della scuola o a uniformarsi a impostazioni metodologiche maggioritarie, che magari scoraggino fortemente le insufficienze gravi, le ripetenze o le sanzioni disciplinari. Non si può invece escludere la possibilità di avvalersi, per necessità specifiche che non si possono soddisfare con le risorse interne, di personale a tempo indeterminato in aggiunta, e non in sostituzione, di chi riveste la vera e propria funzione docente. 
Sarebbe infine l’ora di rendere possibile l’allontanamento in tempi brevi dalle classi degli insegnanti palesemente non all’altezza del loro ruolo, cosa attualmente molto difficile. Eppure dovrebbe essere pacifico il sacrosanto diritto degli allievi di avere docenti adeguati e di non subire per anni gravi danni alla propria crescita culturale. I colleghi in seria difficoltà, invece, non devono essere lasciati a se stessi, né colpevolizzati, ma aiutati in modo efficace e tempestivo.
Un altro potere contestato del dirigente è quello di valutare da solo i docenti, soprattutto in relazione agli annunciati premi stipendiali  per “i migliori”. Anche alcuni presidi hanno proposto che in questo ruolo il dirigente debba essere affiancato da una commissione, possibilmente integrata (organico permettendo) da un ispettore. Purtroppo il rimedio che si annuncia è peggiore del male: se ne occuperà un comitato formato dal dirigente, da due docenti e, ahimè, da due genitori (nel primo ciclo; nelle superiori da un genitore e da uno studente). Siamo perfettamente nel solco di quell’idea demagogica di “partecipazione” che va avanti da un trentennio e che non accenna a tramontare. Solo nella scuola ci si fa beffe della qualificazione tecnico-professionale che dovrebbe legittimare chi riveste certi ruoli. Per il momento almeno, gli utenti non sono stati inseriti negli organi di valutazione delle aziende sanitarie, figuriamoci poi in quelli della magistratura (il che non significa che i pareri di studenti e genitori non debbano figurare tra gli elementi da prendere in considerazione, soprattutto in relazione alla correttezza professionale).
Detto questo, dare più soldi a un certo numero di insegnanti valutati come migliori, ammesso che si possa farlo senza troppa arbitrarietà, difficilmente migliorerà le loro prestazioni, già remunerate dalle soddisfazioni professionali, mentre può demotivare molti bravi insegnanti, anche perché si domanderanno perché chi lavora poco o male continui a essere retribuito come loro. Il primo merito da riconoscere è infatti quello della grande maggioranza dei docenti seri e impegnati. Paradossalmente, invece, l’impostazione premiale si risolverà facilmente in ulteriore perdita di motivazioni del corpo docente e peggiorerà il clima interno.
Quanto alla cosiddetta “carriera”, chi ha il desiderio e l’accertata capacità di contribuire al funzionamento della scuola in ruoli di coordinamento o di progettazione deve invece essere retribuito adeguatamente per il lavoro in più oppure esonerato parzialmente dall’insegnamento. Che almeno una parte di questi insegnanti siano scelti dai dirigenti non sembra francamente illogico. 
Infine, gli scatti di anzianità non possono essere residuali, come sembra attualmente previsto; non devono però essere assegnati a tutti indistintamente, ma solo a chi ha lavorato senza demerito, cioè con merito; ed è sicuramente la maggioranza. La stessa distinzione dovrebbe valere anche per l’assegnazione del punteggio nelle graduatorie, fino a oggi quasi del tutto impermeabili ad altri criteri che noi siano il passare del tempo. (GR)

giovedì 30 aprile 2015

QUANDO CI SI SCORDA DI ESSERE INSEGNANTI

Nei giorni scorsi, alla festa bolognese del Pd, la ministra Giannini e Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, sono state contestate da una cinquantina di docenti, genitori e studenti, che, nonostante la ricerca di dialogo testimoniata dalla Puglisi, hanno alla fine costretto le due a rinunciare all’incontro. Un caso palmare di intolleranza e di violazione del fondamentale diritto di espressione? Continua a leggere.

martedì 28 aprile 2015

OMBRE E LUCI DELLA RIFORMA. INTERVISTA A VALERIO VAGNOLI

La contestazione alla ministra Giannini, gli aspetti negativi e quelli positivi della riforma in una breve intervista a Valerio Vagnoli. Leggi.

sabato 18 aprile 2015

È MORTO MARIO PIRANI, DIFENSORE DELLA SCUOLA SERIA

La scorsa notte è morto Mario Pirani; avrebbe compiuto novant'anni il 3 agosto. Avendo più volte collaborato con lui dal 2008 in poi in nome del comune interesse per una scuola seria e qualificata, la sua scomparsa ci rattrista particolarmente. Ha sempre dimostrato indipendenza di giudizio e la non comune capacità di valutare nel merito l'operato dei vari governi invece di basarsi su logiche di schieramento. Apprezzò in pari misura i ministri Fioroni e Gelmini per le loro iniziative tese a dare maggiore serietà alla scuola. Memorabile il suo articolo del 2001 Professori, tornate al 7 in condotta, un tema controcorrente che avrebbe ripreso più volte negli anni successivi. Fu contro l'abolizione degli esami di riparazione e contro le commissioni degli esami di Stato formate solo da membri interni. Fu il primo firmatario del nostro appello del 2008 Scuola, un partito trasversale del merito e della responsabilità, e  successivamente appoggiò le nostre campagne per la correttezza degli esami di Stato.  Lo ricorderemo con riconoscenza, stima e affetto.

Alcuni articoli di Mario Pirani:

mercoledì 8 aprile 2015

FORUM: PRESEPI, CROCIFISSI, BENEDIZIONI PASQUALI A CONFRONTO CON LA LAICITÀ DELLO STATO

Nei giorni scorsi si sono verificati episodi di tensione tra alcuni parroci che volevano benedire le scuole aula per aula e i dirigenti degli istituti che hanno negato il permesso non ritenendolo opportuno. È successo a Bologna, a Casalguidi nel Pistoiese, a Perignano in provincia di Pisa. Dato che su questi temi si polemizza ciclicamente ormai da molti anni, abbiamo pensato che possa essere utile aprire sul nostro blog una discussione civile e argomentata, prima tra di noi e poi con chi desidera farlo attraverso i commenti. Si raccomanda di non firmarsi “Anonimo”: è sufficiente cliccare sulla scelta Nome/url e firmarsi, anche con uno pseudonimo, nel campo “Nome”. Grazie. 

Valerio Vagnoli
TRADIZIONE SÌ, BENEDIZIONI NO 

Come molti sanno, varie norme di diverso rango, corroborate da alcune sentenze, impongono il crocifisso nelle aule scolastiche. In una delle mie due attuali "presidenze mi fa compagnia una croce in legno, nell’altra, in assenza del crocifisso,  un olio di mia proprietà, opera di un bravo pittore fiorentino del primo '900, che raffigura la crocifissione di Cristo. Ogni tanto mi capita di buttare un'occhiata su questi simboli che hanno fatto  e fanno parte della mia vita, più o meno intensamente a seconda degli stati d'animo, che si alimentano del mio passato e in particolare dei ricordi familiari. Perché nella croce è sintetizzata una cultura che mi appartiene e a cui debbo molte cose, a partire dalla profonda religiosità di mia madre, fatta di tante preghiere, ma anche di tanti aiuti silenziosi e disinteressati ai più  sfortunati di lei, che pure non aveva avuto una vita facile.
L’Educandato in cui sono reggente fa anche parrocchia e per questo vi abita un prete, con cui ho un rapporto di sincera amicizia, fatto anche di sconfinamenti in ambiti religiosi e teologici nei sempre più avari  ritagli di tempo. Nel periodo natalizio, senza che sia lui a invitare a farlo, alcune ragazze, con la collaborazione delle educatrici, abbelliscono un vecchio abete per farlo diventare albero di Natale. Altri costruiscono un essenziale presepe fatto di statuine storiche che da oltre un secolo, mi dicono, fanno parte della tradizione natalizia della nostra scuola. Onestamente non ci trovo niente di male e neanche mi sembra irriguardoso nei confronti di ragazze e ragazzi che provengono da altre culture e che professano anche  religioni diverse da quella cattolica. Sono infatti convinto che  scoprire certi aspetti della nostra cultura religiosa sia anche per loro un arricchimento, soprattutto quando la nostra tradizione religiosa non  è invasiva, imposta o comunque, in un modo o nell'altro, esibita o proposta come rito religioso. Capita anche, purtroppo, che per la morte di qualcuno legato alla scuola sia celebrata nella chiesetta interna alla villa una funzione religiosa. A nessuno tuttavia, a partire da Don Sergio, è mai passato per la mente di farlo in orario scolastico. Credenti e non credenti si ritrovano, in queste occasioni,  a  riflettere sul dolore e sul destino umano e non importa se qualcuno lo fa attraverso canti e  preghiere e altri attraverso un privato raccoglimento interiore. Ciò che tuttavia non potrei mai accettare, e che don Sergio sono certo non si sognerebbe mai di proporre, sarebbe la benedizione delle aule e degli studenti. Benedire le aule di una scuola pubblica non ha più niente a che fare con una tradizione religiosa e culturale, poiché quel gesto prefigura un rito, una simbologia che prepotentemente bagna, cioè segna, persone e luoghi che loro malgrado subiscono attraverso la benedizione una vera e propria funzione sacra, addirittura un surrogato del battesimo. Che dei parroci e dei genitori, come è pur avvenuto in questi giorni, rivendichino il diritto di benedire le scuole pubbliche mi sembra, appunto,  un atto di mera prepotenza, espressione di una volontà  di propaganda religiosa da cui le scuole dovrebbero rimanere immuni. 
Naturalmente gli  organi periferici del ministero sono stati  del tutto assenti di fronte a quanto è accaduto e hanno lasciato soli quei dirigenti scolastici che hanno avuto la dignità e la forza di tutelare la legalità.

Andrea Ragazzini
MA LE TRADIZIONI NON SI IMPONGONO 

Quando si discuteva di abolizione o meno del Concordato la questione era di principio: può lo Stato laico e repubblicano privilegiare da molti punti di vista la religione cattolica e addirittura imporre i suoi simboli negli edifici pubblici? Poi quando sempre più numerosi bambini musulmani hanno cominciato a popolare le scuole italiane e alcuni di loro, pare, si sono presi paura per quel tale inchiodato sulla croce, spingendo i loro genitori a reclamarne la rimozione, la questione si è spostata insensibilmente sul piano della difesa delle radici o della tradizione, secondo me creando, volutamente o meno, non poca confusione. Le tradizioni infatti, dagli illuministi in poi, non si impongono, o non si dovrebbero imporre, per legge, salvo ad esempio negli stati islamici dove cristiani ed ebrei hanno ben altro di che spaventarsi che un simbolo appeso alla parete.
Personalmente sono d'accordo che la tradizione del presepe non sia da ritenere un pericolo per la laicità della scuola pubblica, a patto che non ci sia un contorno di catechesi e preghierine, ma che sia presentato in modo diciamo così oggettivo, come il ricordo di un fatto ancora importante per molti cittadini italiani e che ha avuto un certo peso nella storia del mondo. Quanto all'albero di Natale, si tratta di una tradizione che non ha le sue radici nel Cristianesimo. D'accordissimo anche sul no alle benedizioni e sul fatto che si tratta di un'esplicita pratica religiosa che coinvolge volenti o nolenti tutti gli alunni e dunque è certamente non rispettosa dei diversi orientamenti delle famiglie.A me pare innegabile però che per chi  professa un'altra religione o non è credente anche il Crocifisso imposto per legge sulle  pareti di un'aula può con la sua forza simbolica risultare profondamente invasivo di una sfera, quella delle convinzioni personali, che la Costituzione esplicitamente tutela (Art.3), quali che esse siano. 

Giorgio Ragazzini
LA QUESTIONE MALPOSTA DEL CROCIFISSO DI STATO 

La questione del crocifisso-sì-o-no sembrerebbe molto semplice da risolvere. Lo Stato deve essere neutrale rispetto alle ideologie e alle religioni. Questa condizione si definisce come “laicità dello Stato” e costituisce una garanzia sia della sua indipendenza rispetto alle Chiese, sia della loro libertà e di quella dei singoli cittadini, compresi i numerosi non credenti. 
Ovviamente neutrale non è la stessa cosa di neutro: lo Stato ha anzi una sua carta di identità ideale e organizzativa, che è la Costituzione. Per il resto, ogni cittadino deve potersi sentire al cento per cento a casa propria quando entra in un tribunale, in un ospedale, in una scuola.
In teoria dovrebbe essere superfluo sottolineare che togliere il crocifisso dai luoghi pubblici non ha nulla a che fare con l’enorme importanza storico-culturale del cristianesimo. Eppure è proprio lo scivolamento su questo terreno improprio da quello delle questioni di principio a caratterizzare le prese di posizione di chi difende i crocifissi in nome della tradizione, a cominciare dalla citatissima Natalia Ginsburg, in questi giorni rievocata con vivo apprezzamento dal governatore Enrico Rossi. In poche parole, togliere il crocifisso da scuole e tribunali equivarrebbe a rinnegare o svilire la nostra storia e le sue radici cristiane.
La tesi ha del paradossale. Viviamo in una terra in cui sono state costruite decine di migliaia di chiese e di conventi. La gran parte del nostro immenso patrimonio artistico è di soggetto religioso. Nonostante la secolarizzazione, le leggi, i costumi, i modi di pensare sono profondamente intrisi di valori cristiani. La maggior parte degli italiani si dichiara ancora credente, si sposa in chiesa, battezza i figli, gli fa fare cresima e comunione. La storia, la filosofia, la letteratura che studiamo a scuola non sono in buona parte neppure pensabili senza la presenza della Chiesa, dei movimenti religiosi e della fede cristiana diffusa ovunque. Per di più abbiamo in casa il papa, ai cui discorsi e viaggi i mezzi di comunicazione danno quotidianamente o quasi il massimo rilievo. E con tutto questo temiamo che la continuità del nostro patrimonio culturale dipenda dalla presenza del crocifisso sui muri dei locali pubblici? Suvvia. 

Sergio Casprini
IL PASSO CHE  LA CHIESA NON HA ANCORA FATTO 

A Firenze il 20 settembre ogni anno le associazioni ed i partiti di ispirazione laica e radicale si ritrovano a commemorare in Piazza dell’Unità la Breccia di Porta Pia, con discorsi e la deposizione di una corona d’alloro sul basamento dell’obelisco eretto in memoria delle battaglie risorgimentali per l’Indipendenza e l’Unità dell’Italia.
E ogni volta risuonano accenti anticlericali come se fossimo ancora ai tempi del sillabo e di Pio IX, quando da tempo la Chiesa di Roma ufficialmente riconosce i principi  democratici e repubblicani dello Stato Italiano e della sua Carta Costituzionale, senza alcun rimpianto per il passato potere temporale. D’altronde lo stesso Stato repubblicano, recependo in Costituzione i patti Lateranensi, al di là del giudizio storico e politico che se ne può dare, ha voluto riconoscere i valore e le radici del cristianesimo prima e del cattolicesimo poi come fattori costitutivi della storia del nostro Paese. Quindi sarebbe auspicabile che le prossime celebrazioni del 20 settembre vedessero assieme laici e cattolici in una condivisione della memoria storica che ha visto la nascita della nazione italiana.
Se dunque appare decisamente anacronistico insistere oggi su polemiche di sapore ottocentesco, non si può però non essere preoccupati per la presenza ancora pervasiva della Chiesa cattolica nella società civile, come se per essa la distinzione tra sfera religiosa e profana valesse solo nell’ambito politico e non nella dimensione sociale, investita anch’essa ormai da molto tempo dai processi di secolarizzazione.
In questo senso, la discussione e le polemiche sulla presenza dei crocifissi nelle scuole italiane e sulle benedizioni pasquali nelle aule scolastiche non sono in questo caso una riedizione delle battaglie massoniche e laiciste di due secoli fa, sono invece la riaffermazione di principi di libertà e di tolleranza per tutti, credenti o no, e pertanto il programma cavouriano Libera Chiesa in Libero Stato mantiene intatta ancora oggi la sua validità.

domenica 5 aprile 2015

SE LE CLASSI DIVENTANO UN RING LA SCUOLA VA K.O.

Un articolo su La Repubblica del 2 aprile scorso a firma Corrado Zunino (Studenti contro prof così le nostre classi diventano un ring), riferisce l’ennesimo triste repertorio di insegnanti impotenti, umiliati e non di rado spediti al pronto soccorso; di genitori prepotenti schierati a difesa dell’educazione all’incivile convivenza impartita ai propri figli; di studenti di conseguenza irresponsabili e arroganti; di risposte quasi sempre del tutto inadeguate da parte dell’istituzione scolastica.
Al di sotto della sufficienza anche la presa di posizione del Ministro Giannini, all’interno di un’intervista del giorno seguente, pur ammettendo il Ministro che “il bullismo a scuola è un fenomeno allarmante” e che “si è rotto il patto educativo tra famiglia, insegnanti e studenti”. Ma la responsabilità di cambiare rotta sembra rimandarla per intero alle famiglie e mentre chiede maggior rispetto per gli insegnanti e il loro ruolo, si guarda bene dal fare un minimo di autocritica per le disastrose scelte educative che, con qualche rara eccezione, i ministri dell’Istruzione hanno promosso o avallato negli ultimi decenni. E non sembra rendersi conto che sarebbe una sua precisa responsabilità  prendere urgenti provvedimenti per combattere un così “allarmante fenomeno”. Certo non possono esserle utili le riflessioni della preside-scrittrice Mariapia Veladiano, che in sintesi suggerisce agli insegnanti “di imparare a gestire e disinnescare la crescente aggressività altrui e propria”, ma neppure accenna a regole e sanzioni. Gioverebbe invece al Ministro un’attenta lettura del libro di Luciano Violante che abbiamo commentato nel post del 5 gennaio scorso. Scrive fra l’altro Violante: “La continua rivendicazione di diritti senza alcun riferimento ai doveri, [...] aumenta l’egoismo sociale e allenta i legami di appartenenza alla comunità civile. I diritti senza doveri trasformano i desideri in pretese”. (AR)  

Articolo Zunino  
Intervista Giannini   
Commento Veladiano 

venerdì 3 aprile 2015

LA DIDATTICA "PER COMPETENZE": FALSE PREMESSE E AUTENTICI PERICOLI.

Per i suoi fautori, con l'avvento dell'insegnamento "per competenze" si supererebbe la nociva separazione tra discipline e non ci si accontenterebbe più di "accumulare conoscenze", ma si favorirebbe la capacità "di stabilire relazioni tra di esse e con il mondo"; non solo, ma si imparerebbe ad applicare ciò che si impara, elaborando soluzioni per la vita quotidiana. Ma in questo modo dell'insegnamento "tradizionale" si fornisce una falsa rappresentazione a sostegno della necessità del cambiamento e allo stesso tempo si imbocca la strada del tutto inaccettabile dell'imposizione di una didattica di Stato, per non parlare di una visione banalmente strumentale della conoscenza. Un utile contributo alla critica di questo orientamento ministeriale si può leggere sul "Sussidiario. net". Leggi.

martedì 31 marzo 2015

UNA MAMMA SCRIVE: MIO FIGLIO HA PERSO L'ENTUSIASMO PER QUESTA SCUOLA, TROPPA TEORIA E POCA PRATICA

Pubblichiamo la bella lettera che la madre di un allievo (Luca è un nome di fantasia) ha scritto al dirigente di un istituto professionale toscano. La lettera costituisce un’altra inequivocabile conferma della necessità di rivedere urgentemente il quadro orario degli attuali istituti professionali “licealizzati”, ridando molto più spazio all’apprendimento nei laboratori e potenziando l’alternanza scuola-lavoro e l’apprendistato. 

Gentile Preside, 
scrivo questa lettera, sperando che possa porre la sua attenzione alla mia esperienza scolastica, vissuta quest’anno con mio figlio Luca, e possa apprendere veramente le difficoltà che vivono le famiglie e i propri figli in età adolescenziale, quindi già molto critica di suo. Purtroppo non tutti si nasce con la predisposizione allo studio, non siamo tutti uguali, c’è anche chi è predisposto per la pratica. Mio figlio Luca ha cominciato l’anno con molto entusiasmo, convinto della scelta scolastica che aveva fatto. Segue.

martedì 24 marzo 2015

SCUOLA E LAVORO, IL PARADOSSO DELL’ALBERGHIERO

Domenica prossima il ristorante “La Prova del 9”, espressione dell’Istituto alberghiero “Saffi”, lascerà l'attuale sede per riaprire tra circa un mese in uno spazio più grande, che richiederà, quindi, un maggior numero di collaboratori sia in sala che in cucina. Trattandosi della creazione di una scuola alberghiera, si potrebbe pensare che non ci siano problemi di sorta per assumere una ventina di ragazzi diplomati negli ultimi due-tre anni. E invece, pur cercando da mesi e pur avendo da mesi messo in bella vista sul nostro sito la richiesta, abbiamo ad oggi ottenuto a malapena tre curricula. D'altra parte, ogni anno le numerose richieste che ci pervengono dal mondo del lavoro di fornire nominativi di ragazzi da assumere nei ristoranti e nei bar restano quasi totalmente insoddisfatte. Colpa dei giovani che non hanno voglia di lavorare? In effetti, la prospettiva di un impegno serale, in particolare nel fine settimana quando gli amici escono, ha il suo peso. Ma credo che la responsabilità principale sia del nostro sistema scolastico, o meglio, del nostro sistema della formazione professionale, in particolare alberghiera, distrutta letteralmente negli ultimi decenni dai cosiddetti progressisti della pedagogia, secondo i quali la scuola deve essere quanto più possibilmente generalista. Basti pensare alla mostruosità dell'orario scolastico degli istituti alberghieri, che in prima costringe i ragazzi a misurarsi con ben sedici (avete capito bene: sedici) materie. Da un punto di vista pedagogico è un vero e proprio crimine, perpetrato nella quasi totale latitanza dello stesso mondo imprenditoriale. Il risultato è che nell'intero percorso professionale le ore di pratica sono residuali rispetto alle altre discipline, con la conseguenza che soprattutto alla fine del biennio abbiamo percentuali di bocciati indegne di un paese civile. Peraltro a ripetere o ad abbandonare la scuola a 15-16 anni spesso sono i ragazzi che hanno un vero interesse per le attività laboratoriali e pratiche. A resistere sono in gran parte gli studenti interessati ad un diploma di maturità di tipo generalista, che li destinerà verso altre professioni, ma non verso quelle per cui la società investe i suoi soldi perché vi entrino dei professionisti seri e preparati, come è avvenuto fino agli anni ottanta nella ristorazione e nell’ospitalità. Vale la pena di  ricordare che, pur essendo quella turistica una delle risorse fondamentali della nostra economia, ogni anno l'Italia continua a perdere posizioni nella classifica mondiale del settore, anche perché spesso i turisti rimangono sbalorditi dal pessimo servizio trovato in bar, ristoranti e hotel.  
Trovo assai promettente quanto contenuto nel disegno di legge governativo a proposito dell'istruzione e della formazione professionale, ma credo che questi temi debbano avere la priorità rispetto a tutto il resto del programma.
Valerio Vagnoli       (“Il Corriere Fiorentino”, 24 marzo 2015)   
In un'altra pagina dello stesso quotidiano si può leggere un servizio sul forum "Giovani, crescita e occupazione", durante il quale il governatore Rossi ha dichiarato tra l'altro che "la sinistra, per motivi ideologici, ha sempre detto che la scuola deve formare cittadini, invece deve anche formare lavoratori, non c'è da vergognarsene. È stato uno sbaglio". Si tratta di una svolta politica di notevole importanza, inimmaginabile solo qualche anno fa, quando la Toscana era in prima fila nello schieramento che si opponeva a una più precoce formazione al lavoro.

giovedì 19 marzo 2015

LO STILE EDUCATIVO PATERNO: UN RECUPERO NECESSARIO

La festa del papà può anche essere utile se induce a una riflessione sul ruolo del padre. Per esempio a partire da un bel libro del 2006, ma ancora disponibile, dello psicoterapeuta Osvaldo Poli: Cuore di papà (sottotitolo Il modo maschile di educare). Un testo importante per i genitori, ma anche per gli insegnanti e per tutti gli educatori, soprattutto in una cultura, come la nostra, maternalizzata all’eccesso, in cui cioè... Continua a leggere.

martedì 17 marzo 2015

RISPOSTA A FRANCESCO MERLO SUI DIRIGENTI SCOLASTICI

L'articolo di Francesco Merlo di sabato scorso sui maggiori poteri attribuiti ai presidi nella riforma della scuola fa pensare a certi atteggiamenti tipici di quei bulli che affrontano le vittime con il prepotente desiderio di umiliarle, per poi blandirle riconoscendo loro, alla fine, persino qualche pregio per meglio affiliarsele e renderle così succubi. Lungi da me fare il difensore d'ufficio, da preside, dei miei colleghi e di me stesso. D'altra parte, sono effettivamente indifendibili certi comportamenti truffaldini in occasione dei concorsi pubblici a dirigente scolastico. E non tutti, effettivamente, sono all'altezza del compito. Tuttavia, dell'articolo di Merlo non mi piace il superficiale tentativo di rappresentare l'intera categoria dei presidi come inadatta a gestire ora e in futuro la scuola, in quanto priva di cultura manageriale; e lo fa con toni spesso sprezzanti e caricaturali. E se un’amica preside gli confessa di essersi dovuta accontentare di tablet di terz'ordine, anziché coglierne l'ottimismo della volontà, il vero grande patrimonio del mondo scolastico con il quale si fanno spesso miracoli, Merlo lo svilisce riducendolo a macchietta, come si capisce subito dall'iniziale citazione di Totò. Se ne avesse avuto la curiosità e la volontà, avrebbe scoperto che il mestiere del preside è fatto di fatiche inaudite, che vedono gran parte di noi lavorare per 12-14 ore al giorno, mentre la domenica serve per sbrigare gli affari più delicati, quali le difese per il tribunale, le lettere di richiamo, le risposte ai genitori o agli enti locali o ancora agli organismi ministeriali, che spesso sono i primi a rendere impossibile il nostro lavoro. Lavoro che consiste nel gestire, organizzare, controllare centinaia di dipendenti, in genere un migliaio di studenti con rispettivi genitori; nel tenere i rapporti con gli enti locali, i ministeri e il mondo delle imprese; nel seguire i progetti europei e quant'altro oggi interessa la scuola, per non parlare dei problemi di comportamento che contraddistinguono molte classi, in cui si riflettono le carenze educative delle famiglie. E tocca al preside, sempre al preside, prendere contatti con i servizi sociali, con il tribunale dei minori, all'occorrenza con le forze di polizia, naturalmente facendo attenzione a non sbagliare  un nome o una virgola nelle sue relazioni, per non pagare caro, molto caro, l'errore o la svista. Merlo - e dispiace che certo giornalismo si compiaccia e si consumi quasi del tutto nell'estetica barocco-dannunziana della scrittura - non si preoccupa di sapere che un gran numero di presidi deve gestire anche due scuole con numerosi plessi e con problemi resi ancora più gravi proprio dal non avere da anni, queste scuole, un loro dirigente di ruolo. E dall'amica dirigente il giornalista avrebbe potuto sapere che molti miei colleghi si trovano a gestire e ad essere responsabili in solido di milioni di euro, di migliaia di circolari, di migliaia di voti e di centinaia di scrutini. Se molti presidi riescono a venire a capo di tutto questo, si può sostenere che non abbiano nessuna capacità “manageriale”? E un bravo giornalista dovrebbe pur dire che stipendi così bassi, con responsabilità così elevate e da veri manager, sono indecorosi, soprattutto se paragonati a quelli di altri funzionari e dirigenti pubblici, che con minor responsabilità e molte meno incombenze, guadagnano molto, ma molto di più di un qualsiasi dirigente scolastico.
Valerio Vagnoli