martedì 24 marzo 2015

SCUOLA E LAVORO, IL PARADOSSO DELL’ALBERGHIERO

Domenica prossima il ristorante “La Prova del 9”, espressione dell’Istituto alberghiero “Saffi”, lascerà l'attuale sede per riaprire tra circa un mese in uno spazio più grande, che richiederà, quindi, un maggior numero di collaboratori sia in sala che in cucina. Trattandosi della creazione di una scuola alberghiera, si potrebbe pensare che non ci siano problemi di sorta per assumere una ventina di ragazzi diplomati negli ultimi due-tre anni. E invece, pur cercando da mesi e pur avendo da mesi messo in bella vista sul nostro sito la richiesta, abbiamo ad oggi ottenuto a malapena tre curricula. D'altra parte, ogni anno le numerose richieste che ci pervengono dal mondo del lavoro di fornire nominativi di ragazzi da assumere nei ristoranti e nei bar restano quasi totalmente insoddisfatte. Colpa dei giovani che non hanno voglia di lavorare? In effetti, la prospettiva di un impegno serale, in particolare nel fine settimana quando gli amici escono, ha il suo peso. Ma credo che la responsabilità principale sia del nostro sistema scolastico, o meglio, del nostro sistema della formazione professionale, in particolare alberghiera, distrutta letteralmente negli ultimi decenni dai cosiddetti progressisti della pedagogia, secondo i quali la scuola deve essere quanto più possibilmente generalista. Basti pensare alla mostruosità dell'orario scolastico degli istituti alberghieri, che in prima costringe i ragazzi a misurarsi con ben sedici (avete capito bene: sedici) materie. Da un punto di vista pedagogico è un vero e proprio crimine, perpetrato nella quasi totale latitanza dello stesso mondo imprenditoriale. Il risultato è che nell'intero percorso professionale le ore di pratica sono residuali rispetto alle altre discipline, con la conseguenza che soprattutto alla fine del biennio abbiamo percentuali di bocciati indegne di un paese civile. Peraltro a ripetere o ad abbandonare la scuola a 15-16 anni spesso sono i ragazzi che hanno un vero interesse per le attività laboratoriali e pratiche. A resistere sono in gran parte gli studenti interessati ad un diploma di maturità di tipo generalista, che li destinerà verso altre professioni, ma non verso quelle per cui la società investe i suoi soldi perché vi entrino dei professionisti seri e preparati, come è avvenuto fino agli anni ottanta nella ristorazione e nell’ospitalità. Vale la pena di  ricordare che, pur essendo quella turistica una delle risorse fondamentali della nostra economia, ogni anno l'Italia continua a perdere posizioni nella classifica mondiale del settore, anche perché spesso i turisti rimangono sbalorditi dal pessimo servizio trovato in bar, ristoranti e hotel.  
Trovo assai promettente quanto contenuto nel disegno di legge governativo a proposito dell'istruzione e della formazione professionale, ma credo che questi temi debbano avere la priorità rispetto a tutto il resto del programma.
Valerio Vagnoli       (“Il Corriere Fiorentino”, 24 marzo 2015)   
In un'altra pagina dello stesso quotidiano si può leggere un servizio sul forum "Giovani, crescita e occupazione", durante il quale il governatore Rossi ha dichiarato tra l'altro che "la sinistra, per motivi ideologici, ha sempre detto che la scuola deve formare cittadini, invece deve anche formare lavoratori, non c'è da vergognarsene. È stato uno sbaglio". Si tratta di una svolta politica di notevole importanza, inimmaginabile solo qualche anno fa, quando la Toscana era in prima fila nello schieramento che si opponeva a una più precoce formazione al lavoro.

giovedì 19 marzo 2015

LO STILE EDUCATIVO PATERNO: UN RECUPERO NECESSARIO

La festa del papà può anche essere utile se induce a una riflessione sul ruolo del padre. Per esempio a partire da un bel libro del 2006, ma ancora disponibile, dello psicoterapeuta Osvaldo Poli: Cuore di papà (sottotitolo Il modo maschile di educare). Un testo importante per i genitori, ma anche per gli insegnanti e per tutti gli educatori, soprattutto in una cultura, come la nostra, maternalizzata all’eccesso, in cui cioè... Continua a leggere.

martedì 17 marzo 2015

RISPOSTA A FRANCESCO MERLO SUI DIRIGENTI SCOLASTICI

L'articolo di Francesco Merlo di sabato scorso sui maggiori poteri attribuiti ai presidi nella riforma della scuola fa pensare a certi atteggiamenti tipici di quei bulli che affrontano le vittime con il prepotente desiderio di umiliarle, per poi blandirle riconoscendo loro, alla fine, persino qualche pregio per meglio affiliarsele e renderle così succubi. Lungi da me fare il difensore d'ufficio, da preside, dei miei colleghi e di me stesso. D'altra parte, sono effettivamente indifendibili certi comportamenti truffaldini in occasione dei concorsi pubblici a dirigente scolastico. E non tutti, effettivamente, sono all'altezza del compito. Tuttavia, dell'articolo di Merlo non mi piace il superficiale tentativo di rappresentare l'intera categoria dei presidi come inadatta a gestire ora e in futuro la scuola, in quanto priva di cultura manageriale; e lo fa con toni spesso sprezzanti e caricaturali. E se un’amica preside gli confessa di essersi dovuta accontentare di tablet di terz'ordine, anziché coglierne l'ottimismo della volontà, il vero grande patrimonio del mondo scolastico con il quale si fanno spesso miracoli, Merlo lo svilisce riducendolo a macchietta, come si capisce subito dall'iniziale citazione di Totò. Se ne avesse avuto la curiosità e la volontà, avrebbe scoperto che il mestiere del preside è fatto di fatiche inaudite, che vedono gran parte di noi lavorare per 12-14 ore al giorno, mentre la domenica serve per sbrigare gli affari più delicati, quali le difese per il tribunale, le lettere di richiamo, le risposte ai genitori o agli enti locali o ancora agli organismi ministeriali, che spesso sono i primi a rendere impossibile il nostro lavoro. Lavoro che consiste nel gestire, organizzare, controllare centinaia di dipendenti, in genere un migliaio di studenti con rispettivi genitori; nel tenere i rapporti con gli enti locali, i ministeri e il mondo delle imprese; nel seguire i progetti europei e quant'altro oggi interessa la scuola, per non parlare dei problemi di comportamento che contraddistinguono molte classi, in cui si riflettono le carenze educative delle famiglie. E tocca al preside, sempre al preside, prendere contatti con i servizi sociali, con il tribunale dei minori, all'occorrenza con le forze di polizia, naturalmente facendo attenzione a non sbagliare  un nome o una virgola nelle sue relazioni, per non pagare caro, molto caro, l'errore o la svista. Merlo - e dispiace che certo giornalismo si compiaccia e si consumi quasi del tutto nell'estetica barocco-dannunziana della scrittura - non si preoccupa di sapere che un gran numero di presidi deve gestire anche due scuole con numerosi plessi e con problemi resi ancora più gravi proprio dal non avere da anni, queste scuole, un loro dirigente di ruolo. E dall'amica dirigente il giornalista avrebbe potuto sapere che molti miei colleghi si trovano a gestire e ad essere responsabili in solido di milioni di euro, di migliaia di circolari, di migliaia di voti e di centinaia di scrutini. Se molti presidi riescono a venire a capo di tutto questo, si può sostenere che non abbiano nessuna capacità “manageriale”? E un bravo giornalista dovrebbe pur dire che stipendi così bassi, con responsabilità così elevate e da veri manager, sono indecorosi, soprattutto se paragonati a quelli di altri funzionari e dirigenti pubblici, che con minor responsabilità e molte meno incombenze, guadagnano molto, ma molto di più di un qualsiasi dirigente scolastico.
Valerio Vagnoli

mercoledì 11 marzo 2015

FARAONE SULLE OCCUPAZIONI? È STATO EQUIVOCATO...

Come recita un noto detto, l’ipocrisia è l’omaggio che la menzogna rende alla verità. Poco altro c’è da aggiungere sulla risposta data dalla sottosegretaria ai Beni culturali Francesca Barracciu (perché lei?) a un’interrogazione sull’elogio delle occupazioni del sottosegretario Faraone. Leggi il testo della risposta.

sabato 28 febbraio 2015

RELAZIONE INTRODUTTIVA ALL'INCONTRO-DIBATTITO "UNIFICARE ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE?"

Si è tenuto ieri pomeriggio a Firenze l’incontro-dibattito Unificare l’istruzione e la formazione professionale?, a cui hanno partecipato, oltre al relatore principale, il professor Michele Pellerey, il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi e l’assessore regionale all’istruzione e alla formazione Emmanuele Bobbio, tutte e due autori di ampi interventi. Pubblichiamo la relazione introduttiva di Valerio Vagnoli, membro del Gruppo di Firenze e dirigente dell’Istituto Alberghiero “Aurelio Saffi”. Leggi.

venerdì 27 febbraio 2015

LA L.I.P. SULLA SCUOLA E L’IMPUNITÀ AGLI STUDENTI SCORRETTI

Nei commenti al post precedente già si è discusso di una proposta di Legge di Iniziativa Popolare (L.I.P.) sulla scuola, che recupera in chiave antigovernativa un progetto del 2006 di ReteScuole, sostenuto allora da Rifondazione Comunista. Su temi fondamentali come l’obbligo scolastico, il primo biennio delle superiori, la formazione professionale, l’alternanza scuola-lavoro, gli organi collegiali (solo per citare i più importanti), si tratta di un compendio di quello che riteniamo – in base all’esperienza – più deleterio per la scuola. C’è però un comma dell’articolo 17 che ben sintetizza il nucleo della filosofia alla base del progetto:
“La non ammissione alla classe successiva non può essere determinata da motivi comportamentali”.
Non si vuole liquidare, quindi, solo il 5 in condotta introdotto dalla Gelmini, ma persino le precedenti modifiche di Fioroni allo Statuto degli studenti, che prevedevano l’esclusione dagli scrutini “nei casi di recidiva, di atti di violenza grave, o comunque connotati da una particolare gravità tale da ingenerare un elevato allarme sociale”. Siamo quindi nel cuore di quella pedagogia che da un lato pretende di risolvere con il convincimento e con il dialogo qualsiasi conflitto, dall’altro toglie ogni responsabilità agli allievi, in base all’assunto che, se qualcuno si comporta male, ciò è dovuto in toto all’inadeguatezza dei docenti. Cambiamo la didattica e i problemi spariranno come d’incanto. Tanto è vero che il comma già citato prosegue dicendo che l’eventuale non ammissione alla classe successiva (dovuta allo scarso profitto) “deve essere accompagnata da precise indicazioni progettuali, atte a garantire all’alunno o alunna il raggiungimento nell’anno successivo degli obiettivi prefissati”. Non “favorire”, quindi, ma proprio “garantire”. Ha ragione quindi Scotto di Luzio quando sostiene che dalla riflessione pedagogica ministeriale – come da quella di certi colleghi – è sparito da tempo il tema della volontà e delle sue manifestazioni esteriori, come l’applicazione, la costanza, la diligenza. “L’esito è concepito non come il risultato da conseguire, e dunque sempre incerto, dell’impegno di un individuo in carne e ossa, ma come lo sbocco prevedibile di un sistema ben congegnato[1].
Resta da chiedersi (retoricamente) se un ragazzo sistematicamente deresponsabilizzato nella fase della crescita potrà mai diventare un cittadino responsabile. Se avrà assorbito bene la lezione che gli è stata impartita, potrà diventare un perpetuo adolescente protestatario, sempre pronto a dare la colpa agli altri e alla società; e farà molta fatica  a trovare in se stesso la capacità di reagire alle difficoltà e a far tesoro dei propri errori per cambiare strada. (GR)

[1] Adolfo Scotto di Luzio, La scuola che vorrei, Bruno Mondadori, p. 108

venerdì 13 febbraio 2015

INCONTRO-DIBATTITO A FIRENZE: UNIFICARE ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE?

Istituti professionali "licealizzati", con laboratori sottoutilizzati e altissime percentuali di insuccesso scolastico; formazione professionale praticamente assente in molte regioni; esperienze sul campo del tutto insufficienti a integrare la preparazione teorica. A grandi linee, questo il quadro attuale dell'istruzione e della formazione professionale. Ma ha ancora senso questa netta distinzione? O non conviene progettare una loro graduale unificazione?
Mentre il governo mette a punto il progetto della "Buona scuola" sui temi dell'alternanza scuola lavoro, dell'apprendistato, dell'imprenditoria scolastica a scopo didattico, della valorizzazione dei mestieri d'arte, il convegno si propone di fare il punto della situazione. Lo faremo con l'aiuto del professor Michele Pellerey, che ha avuto un ruolo di primo piano nella riforma trentina del settore professionale, del sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi e dell'assessore all'Istruzione della Regione Toscana Emmanuele Bobbio. Dirigenti e insegnanti potranno portare il contributo della loro esperienza per rivalutare questo settore strategico della scuola italiana.

giovedì 5 febbraio 2015

I PRESIDI FIORENTINI DIVISI SULLE ISPEZIONI ANTIDROGA: C’È CHI LE RIFIUTA, MA ANCHE CHI LE CHIEDE

Nei giorni scorsi ha fatto discutere il rifiuto che un dirigente scolastico ha opposto alle ispezioni antidroga della polizia in corso nelle scuole, con l’aiuto di cani appositamente addestrati. La decisione è stata spiegata con il rischio che i ragazzi vengano spaventati e umiliati, ma anche con l’opportunità che il problema venga affrontato con il dialogo e la disponibilità all’aiuto. Oggi invece ha largo spazio nelle cronache di Firenze la notizia che un preside non solo ha chiesto lui stesso un’ispezione, ma ha poi scritto una lettera ai genitori spiegando i motivi della sua iniziativa.  
La lettera ai genitori.

sabato 31 gennaio 2015

LA SCUOLA VA MALE PERCHÉ I DOCENTI HANNO IN MEDIA 53 ANNI? UNA LETTERA AL DIRETTORE DEL “CORRIERE”

Qualche giorno fa Gian Antonio Stella ha commentato con abbondanza di confronti internazionali i dati sull’età media elevata degli insegnanti italiani. Il problema non è nuovo e risaputa ne è la causa fondamentale: i numerosi aumenti dell’età pensionabile degli ultimi vent’anni. Continua.

UN PRESIDE DICE NO ALLE ISPEZIONI ANTIDROGA: “NON UMILIARE GLI STUDENTI”

Nei giorni scorsi ha fatto notizia nelle cronache fiorentine dei quotidiani il rifiuto opposto dal dirigente scolastico di un istituto tecnico a un’ispezione antidroga della polizia. “Un ragazzo che fa uso di stupefacenti – ha argomentato – è una persona con cui mi devo confrontare, che va innanzitutto aiutata, eventualmente punita, ma non umiliata davanti ai compagni”. E ha aggiunto: “Occorre smetterla con gli atteggiamenti buonisti, ma anche evitare di trasformare le scuole in un carcere”. Valerio Vagnoli gli ha risposto sottolineando invece che i controlli della polizia nelle scuole fiorentine, in alcune delle quali sono state trovate dosi nascoste di hashish, costituiscono “un deterrente e un messaggio chiaro degli adulti ai giovani”. 
Il servizio del "Corriere Fiorentino".
La risposta di Valerio Vagnoli.

lunedì 26 gennaio 2015

DOMANDE DEI DIRIGENTI A FARAONE: MA LA RISPOSTA È NEL VENTO...

Venerdì scorso una trentina di dirigenti scolastici hanno avuto l'occasione d'incontrare in una scuola pratese l'on Faraone, colui che in realtà, pur senza averne per ora l'incarico, è  di fatto l'attuale facente funzioni di ministro dell'istruzione.
Malgrado l'incontro fosse aperto a tutti i dirigenti toscani, ed in particolare a quelli delle provincie di Prato, Firenze e Pistoia, la presenza è risultata molto scarsa; forse perché sono tante, e a ragione, le loro rivendicazioni, dato che per moltissimi aspetti vivono condizioni lavorative, stipendiali e umane insostenibili.
Con il mio intervento mi sono permesso di informare direttamente il sottosegretario-ministro di quanto avessi trovato gravi e poco responsabili alcune sue dichiarazioni in merito alla “valorizzazione” degli studenti che occupano le scuole, in quanto, secondo lui, queste esperienze rappresentano a volte momenti di formazione più stimolanti e ricche  delle stesse lezioni. Ultimamente lo stesso sottosegretario ha addirittura annunciato che un rappresentante degli studenti farà parte della commissione a cui spetta decidere sull’ immissione in ruolo dei neo-docenti alla fine dell'anno di prova.
Ho fatto inoltre presente che in via di principio non sono contrario a un questionario di fine anno, com'egli stesso propone, che permetta ai ragazzi di esprimersi sul lavoro fatto dai loro docenti. Occorre tuttavia inserire proposte del genere in un contesto molto più articolato, specificandone le finalità e i limiti. Insomma, occorre evitare che debbano essere interpretate come strumenti di controllo del lavoro dei docenti anziché un’occasione di confronto reciproco di fine anno che serva a migliorare il futuro rapporto didattico. Senza queste premesse c'è il timore che questi provvedimenti possano incoraggiare nei ragazzi un atteggiamento di contrapposizione: da una parte una classe docente refrattaria ai cambiamenti, dall'altra gli allievi, vittime di un sistema scolastico  e di insegnanti inadeguati.
Faraone, nella sua risposta agli interventi, ha fatto solo un breve riferimento alla mia critica della sua sciagurata considerazione sulle occupazioni, ignorando quant'altro avevo detto nel mio intervento. Lo ha fatto con una certa aria di sufficienza e con l'invito a leggermi tutto l'articolo in cui si era lasciato andare a queste riflessioni, compresa la parte finale in cui si esaltava anche il ruolo delle autogestioni.
Nessun dialogo serio, dunque, ma la risposta sfuggente di un politico che si sa muovere tra slogan e provocazioni ad effetto in grado di colpire l’opinione pubblica, di far parlare di sé, di raccogliere facili consensi. È di questo che hanno bisogno i giovani? (VV)

mercoledì 21 gennaio 2015

LA DERIVA DEMAGOGICA NEL GOVERNO DELLA SCUOLA. DOPO LA LODE DELLE OCCUPAZIONI, FARAONE INSEDIA GLI STUDENTI NEI NUCLEI DI VALUTAZIONE

Il sottosegretario Faraone si muove da tempo come ministro de facto, e purtroppo lo fa doppiando in demagogia  i predecessori, che pure si erano distinti per ricerca della popolarità a buon mercato. La notizia è che dal prossimo anno scolastico gli studenti compileranno un questionario in cui, stando alle anticipazioni di “Repubblica”, diranno la loro sulla puntualità dei docenti, sulla loro capacità espositiva e sull’efficacia dell’insegnamento. È anche possibile che sia contemplata una voce “suggerimenti”. Nel secondo ciclo, inoltre, uno studente eletto verrà inserito nel nucleo di valutazione interno, con diritto di voto nel caso della valutazione alla fine dell’anno di prova (non previsto invece per gli aumenti premiali di stipendio). Che nella valutazione della scuola e dei docenti i pareri degli allievi possano essere uno degli elementi da prendere in considerazione, anche se con le dovute cautele e purché vengano espressi su aspetti che sono in grado di apprezzare, lo abbiamo sempre affermato. Qui però siamo di fronte a un’operazione inquinata dalla demagogia sia nei contenuti, sia nei modi con cui è presentata. Una cosa infatti è ascoltare anche gli studenti, altro è chiamarli a far parte di un organismo tecnico-professionale quale il nucleo di valutazione, in quanto ovviamente privi della necessaria preparazione per assolvere un compito tanto delicato; e peraltro già si tratterebbe, anche senza questa enormità, di un organismo esclusivamente interno che fa disinvoltamente a meno dell’apporto fondamentale di un servizio ispettivo adeguato. Quanto alle tre questioni indicate nel questionario, passi per la puntualità (che comunque dovrebbe essere controllata dal dirigente e dai suoi collaboratori) e per la chiarezza espositiva; ma l’efficacia didattica, che è argomento complesso, non è certo tema da porre a uno studente, potenzialmente interessato a scaricare sui docenti i suoi ritardi nell’apprendimento.Sui possibili "suggerimenti" ai propri insegnanti meglio sorvolare...
Neppure accettabili sono le motivazioni e i toni con cui il sottosegretario giustifica la novità. Dopo il panegirico degli occupanti di qualche tempo fa, dichiara infatti : “Abbiamo deciso di chiudere la fase del paternalismo dei benpensanti e mettere i giovani davvero al centro della scuola, la loro partecipazione alle decisioni che li riguardano deve diventare strutturale”. Forse Faraone considera paternalistico vedere i ragazzi come persone in via di formazione, che non  si possono mettere sullo stesso piano dei docenti e del dirigente di una scuola. Come mai allora non sono i malati a valutare i medici, né gli imputati i giudici? Forse è quello che ha visto (o ha voluto vedere) nelle scuole che lo ha convinto: “Negli studenti che ho incontrato ho visto la classe dirigente di domani: ragazzi con le idee chiare, di prospettiva, pragmatici e determinati. Non sono minus habens, non sono immaturi. E a scuola si decide della loro vita”. Di fronte a una retorica del genere, che fa da base, con qualche supponenza, alle riforme annunciate, anche per i più allergici alla dietrologia è impossibile non pensare che si tratti soprattutto di recuperare al governo il consenso di quei giovani che ne dicevano peste e corna nelle mobilitazioni autunnali contro la “Buona Scuola” (in cui tra l’altro non c’era traccia di studenti valutatori e neppure nel questionario on line). Guarda caso il giorno dopo “La Repubblica” titola: Gli studenti applaudono Faraone: dateci potere. E c’è da temere che ben presto si cominci a parlare di voto ai sedicenni. (GR)

venerdì 9 gennaio 2015

LA RESPONSABILITÀ VERSO IL MONDO: LE RADICI DELL’EDUCAZIONE SECONDO HANNAH ARENDT

“I genitori non si limitano a chiamare i figli alla vita facendoli nascere, ma allo stesso tempo li introducono in un mondo. Con l’educazione si assumono la responsabilità nei due ambiti, a livello dell’esistenza e della crescita del bambino e a livello della continuazione del mondo. […] La responsabilità della crescita del bambino è in certo senso contraria al mondo: il bambino deve essere protetto con cure speciali, perché non lo tocchi nessuna delle facoltà distruttive del mondo. Ma anche il mondo deve essere protetto per non essere devastato e distrutto dall’ondata di novità che esplode con ogni nuova generazione”[1]. Anche negli anni ’50 in cui furono scritte queste riflessioni ci voleva la mente libera di Hanna Arendt per ricordarci senza perifrasi e addolcimenti che l’educazione, oggi identificata quasi senza residui con le esigenze di ogni singolo nuovo individuo, serve anche a tutelare il mondo in cui viviamo. Questa capacità di rendere evidente la pura e semplice verità ricorda il bambino a cui Andersen fa esclamare che l’imperatore è nudo. Solo che lì gli spettatori vedevano bene che il sovrano non aveva niente addosso anche se temevano di parlare, mentre oggi sembra che la fascinazione esercitata da quel “bene scarso” che sono diventati i bambini, unita all’influenza delle teorie pedagogiche puerocentriche che hanno disorientato gli educatori, faccia sì che l’importanza di crescere degli individui responsabili verso quello che li circonda sia quasi sparita, se non nella teoria, almeno nella pratica. In altre parole si parla volentieri di legalità, di ambiente, di beni comuni, ma si dimentica che solo un costante allenamento al rispetto delle regole e degli altri può trasformare i piccoli umani naturalmente egocentrici in giovani adulti maturi. Ed è la scuola, aggiunge la Arendt, “l’istituzione che abbiamo inserito tra l’ambiente privato, domestico, e il mondo, con lo scopo di permettere il passaggio dalla famiglia alla società. La frequenza scolastica non è richiesta dalla famiglia, ma dallo Stato, ossia dal mondo pubblico; quindi, rispetto al bambino, la scuola rappresenta il mondo anche senza esserlo di fatto”[2]. Ma quanto l’istituzione scuola abbia difficoltà a sentirsi responsabile nei confronti del “mondo”, o almeno della collettività, lo dice la sparizione della parola “doveri” (e di quanto essa evoca) nella riflessione pedagogica, nelle norme e nelle circolari ministeriali, nelle allocuzioni agli studenti del ministro di turno, nei programmi scolastici, nei temi, nelle prove d’esame e, last but not least, nella stessa formazione iniziale e nei corsi di aggiornamento dei docenti, oltretutto privi, come categoria, di uno straccio di codice etico-deontologico. Per di più, tutti i momenti in cui, come docenti e dirigenti, ci dovremmo ricordare di assolvere a un mandato sociale (e penso soprattutto alla valutazione del profitto e a quella del comportamento) troppo spesso li viviamo come se riguardassero solo noi e l’allievo in questione, quindi con un riflesso di tipo genitoriale che esclude dal nostro campo visivo sia ogni preoccupazione di equità rispetto agli altri allievi, sia l’obbligo di certificare per conto della società gli effettivi livelli di apprendimento, pur tenendo conto dei margini di discrezionalità impliciti nel ruolo. La scuola, dunque, non può essere soltanto un servizio individuale all’utente, ma, almeno altrettanto, un’istituzione pubblica al servizio della società e del suo futuro. Infatti, “l’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi”[3]. (GR)


[1] Hannah Arendt, La crisi dell’istruzione in Tra passato e futuro, Vallecchi, 1970, p. 202.
[2] Ibidem, p. 204.
[3] Ibidem, p. 213.

lunedì 5 gennaio 2015

SENZA DOVERI NON C’È DEMOCRAZIA. IL LIBRO NECESSARIO DI LUCIANO VIOLANTE

Il titolo dell’ultimo saggio di Luciano Violante, Il dovere di avere doveri, ricalca con intenzione polemica Il diritto di avere diritti di Stefano Rodotà, in quanto considerato il testo guida di una tendenza politica e costituzionale, che, senza volerlo, di fatto può favorire sia la disgregazione individualistica della società, dato che trascura il ruolo dei doveri, sia una sorta di spoliticizzazione della democrazia, in quanto affida in misura crescente ai giudici, cioè a una tecnocrazia non elettiva, la difesa e la promozione dei diritti. È invece proprio il necessario riequilibrio tra diritti e doveri la chiave di volta di una proposta culturale e politica che sia in grado di rendere la società più coesa e i cittadini che la compongono più responsabili. Chi si occupa di formazione dei giovani dal punto di vista del merito e della responsabilità trova in questo libro così necessario un’ulteriore, argomentata conferma di quanto indispensabile sia la centralità di questi valori nell’educazione familiare e nella vita quotidiana della scuola. (GR) 
Citazioni:
L’affidamento delle scelte relative ai diritti dei cittadini alle tecnocrazie degli avvocati che sollevano questioni e dei magistrati che su quelle questioni decidono, lasciando le istituzioni elette dai cittadini nel ruolo di comprimari, getta una luce preoccupante sulle possibili trasformazioni dello Stato costituzionale di diritto. Non a caso, con riferimento a questa situazione, si è parlato di “Giuristocrazia”.
“Una democrazia non vive solo di diritti e di giudici volenterosi. Vive anche di adempimento dei doveri, di forza morale, di rispetto delle regole, di fiducia nel futuro”.
"Già Machiavelli ci aveva ricordato che la «Repubblica delle leggi» per vivere ha bisogno dei buoni costumi dei cittadini. Ma troppo spesso i cittadini hanno ritenuto che fosse sufficiente esigere buoni costumi dai politici, trascurando i propri doveri. E non pochi politici hanno ritenuto che non fosse il caso di esigere buoni costumi dai cittadini, sperando in una loro corriva indulgenza.”
“Quando un’autorità di governo coglierà l’esigenza di ricostruire in Italia un’autorità sociale attraverso un’accentuazione della necessità dei doveri, pubblici e privati, accompagnati da propri e altrui comportamenti coerenti, si potrebbe davvero riavviare un corso nuovo caratterizzato dal prestigio della politica”.
“Parlare di un tempo dei doveri permette di disporre di una prospettiva per superare i due più gravi ostacoli alla realizzazione di un ordine civile conforme a Costituzione: la partecipazione oppositiva, che riguarda la società e il policentrismo anarchico che affligge le istituzioni. La partecipazione oppositiva è un atteggiamento largamente diffuso nella nostra società, che consiste nell’opporsi a qualunque decisione pubblica, per principio […]. Il policentrismo anarchico consiste nel groviglio di centri decisionali, autorizzativi, concessori, consultivi; nessuno ha il potere di dire la parola finale, ma tutti hanno il potere di impedire che altri la dica”.

venerdì 19 dicembre 2014

SCOTTO DI LUZIO: CHE CI FA DAVIDE FARAONE AL VERTICI MIUR?

Adolfo Scotto di Luzio insegna Storia delle istituzioni scolastiche ed educative, storia della pedagogia e letteratura per l’infanzia nell'Università di Bergamo. Il suo ultimo libro, La scuola che vorrei, è una critica serrata alla politica scolastica e alla riflessione pedagogica degli ultimi decenni, in cui sono totalmente assenti temi educativi cruciali quali l'impegno, la diligenza, il senso personale della disciplina e altri che appartengono a questo stesso versante. In questo intervento stigmatizza severamente i comportamenti del sottosegretario Davide Faraone e di chi lo ha messo e lo mantiene in quel ruolo. Leggi.

domenica 14 dicembre 2014

UN PRESIDE NON FA SCONTI, VIA DALLA SCUOLA LO STUDENTE ISTIGATO DAL PADRE A OCCUPARE

Per fortuna stanno emergendo, dalla caligine civile e morale ampiamente diffusa nella scuola italiana, alcune figure di dirigenti che non minimizzano, non esprimono comprensione né stipulano compromessi al ribasso con le minoranze di studenti che occupano le scuole pubbliche. Carlo Palmiero del Liceo Plinio è uno di questi dirigenti e va ringraziato davvero (rmps27000d@istruzione.it). Leggi la cronaca del “Corriere della Sera”.

UN INCONTRO PER RICORDARE GENNARO ORIOLO, UOMO DI SCUOLA E DI CULTURA


sabato 6 dicembre 2014

UNA PRESIDE SI RIFIUTA DI INCONTRARE IL SOTTOSEGRETARIO FARAONE


Al Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale 
per la Campania Dott.ssa Luisa Franzese
Al Ministro dell’Istruzione On. Prof.ssa Stefania Giannini 
e p. c. A tutte le scuole secondarie di secondo grado della Provincia di Napoli

Sono stata invitata a partecipare a un incontro con il Sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, on. Davide Faraone, che sarà a Napoli mercoledì prossimo, 10 dicembre, presso l’ISIS “Sannino-Petriccione”. 
Desidero esplicitare i motivi per i quali, pur ringraziando per l’invito, non parteciperò all’incontro. Continua.

giovedì 4 dicembre 2014

ALTRO CHE BUONA SCUOLA, L'ELOGIO DELLE OCCUPAZIONI È UN ALTRO PASSO VERSO UNA PESSIMA ITALIA

Il governo Renzi ha rotto con molte radicate abitudini e tradizioni della sinistra, ma quando si tratta di chiedere agli studenti più impegno e più responsabilità la rottamazione dei vecchi tabù si arresta. Un nostro intervento sul Sussidiario.net.

martedì 2 dicembre 2014

FIRMA LA PETIZIONE: CHIEDIAMO LE DIMISSIONI DEL SOTTOSEGRETARIO DAVIDE FARAONE – CHE HA ELOGIATO LE OCCUPAZIONI STUDENTESCHE – PER GRAVE INADEGUATEZZA AL SUO RUOLO ISTITUZIONALE

Il testo della petizione: 
Chiediamo le dimissioni del sottosegretario Davide Faraone – che ha elogiato le occupazioni studentesche – per grave inadeguatezza al suo ruolo istituzionale 
È infatti inammissibile, anche per chi non sia affatto animato da ostilità politica pregiudiziale, che resti al suo posto di governo chi legittima le occupazioni e anzi ne esalta senza riserve il ruolo formativo, dimostrando di non rendersi conto di quello che è in gioco: educazione alla legalità, rispetto dei beni comuni, immagine della scuola pubblica, diritto allo studio.
Il suo intervento disconosce e rischia di vanificare il difficile lavoro dei docenti e in modo particolare dei dirigenti in quanto responsabili degli istituti scolastici, che hanno affrontato queste situazioni senza rinunciare al loro ruolo, quasi sempre lasciati soli da tutte le istituzioni: ministri, magistrati, forze dell’ordine.
L’on. Faraone, per di più, accompagna l’elogio delle occupazioni con frasi che svalutano l’attività didattica, definendo le occupazioni “esperienze di grande partecipazione democratica, in alcuni casi più formative di ore passate in classe”. Per molti ragazzi, aggiunge, è stata “l’esperienza più bella della propria adolescenza in quelle classi che per una volta apparivano calde e umane”. E via di questo passo, con l’immancabile offerta di “ascolto, ascolto, ascolto”. Ma ascoltare non significa compiacere.
Pazienza  se fossero, questi, solo i ricordi nostalgici di un cittadino qualsiasi. Sono invece le parole di un rappresentante delle istituzioni, che dovrebbe ricordare ai ragazzi quali sono i loro diritti, ma anche i loro doveri. Nessun cenno, nell’articolo, al fatto che la scuola è un servizio pubblico pagato dai contribuenti, e che ogni giorno di interruzione delle lezioni è un grave spreco di risorse, per non parlare dei frequenti danni agli ambienti e alle attrezzature. Tanto meno si ricorda che la scuola pubblica non appartiene né ai dirigenti, né agli insegnanti, né agli studenti, ma alla collettività; e che quindi nessuno, per nessun motivo, ha diritto di appropriarsene e di impedirne l’uso ad altri. Non ci sono dunque occupazioni buone e occupazioni cattive, ma tutte sono per molte ragioni inammissibili, oltre che screditate. Se è vero che la formazione politica è cosa seria e importante, gli studenti possono utilizzare gli spazi che hanno già a disposizione, come le assemblee mensili, e programmare insieme ai docenti, come già avviene in più di un istituto, giornate di dibattito e di approfondimento su temi di loro interesse.
In un paese devastato dall’assenza di legalità a tutti i livelli, insomma, chi ha incarichi di governo dovrebbe essere esempio di rigore e di coerenza nel rispetto delle leggi e delle istituzioni. Per questo riteniamo che il sottosegretario Faraone non possa continuare a ricoprire questo ruolo.
Per firmare la petizione clicca qui

domenica 30 novembre 2014

LA SELEZIONE NATURALE DEI MINISTRI DELL’ISTRUZIONE

Se non si riesce proprio a dare alla scuola un ministro all’altezza della situazione, non è una questione di sfortuna, è che le decisioni sui ministeri più che della competenza tengono conto degli equilibri politici tra le componenti della maggioranza e non di rado anche della sintonia politico-caratteriale fra candidati e capo del governo. Il ministero della pubblica istruzione, poi, nonostante le roboanti dichiarazioni che alla scuola riservano un po’ tutti gli esecutivi, sembra nei fatti destinato regolarmente al ruolo di tappabuchi nei puzzle governativi, sicché finiscono per sedersi su quella poltrona personaggi che la scuola l’hanno conosciuta solo da studenti. Per questo non possono che affidarsi al potente e scafatissimo apparato burocratico di viale Trastevere, vero dominus da decenni della politica scolastica. Una politica che tra le altre cose non è per niente interessata al rigore degli studi e alla serietà dei comportamenti. Mai un ministro che richiami alle proprie responsabilità gli studenti e le loro famiglie. Mai un ministro che  prenda l'iniziativa di eliminare dalla scuola i docenti impreparati o che, nonostante i ripetuti appelli, si sia mosso per evitare che gli esami di Stato si trasformino in una sagra della copiatura. In ultimo la ministra Giannini ci fa sapere, un paio di mesi fa, che le commissioni d'esame di Stato saranno composte da soli docenti interni. Dopo non poche proteste da parte del mondo scolastico, la ministra conferma che la decisione è stata rinviata  e che si sarebbe  tornati alla vecchia maniera. Tre giorni fa, invece, del tutto inaspettata, ecco riemergere, tra le pieghe di un emendamento di Forza Italia alla legge di stabilità, la scelta di abolire i commissari esterni, smentendo quanto già assicurato in prima persona dal Presidente del Consiglio. Che idea si facciano dello Stato i ragazzi che tra qualche mese sosterranno l'esame, la possiamo facilmente intuire. E possiamo ugualmente intuire quale effetto avranno le dichiarazioni alla stampa fatte ieri dalla stessa  Ministra a proposito  della devastazione di una scuola napoletana, in seguito a una occupazione. Stefania Giannini, infatti, si è limitata a condannare solo le occupazioni violente, come se occupare un edificio pubblico, anche senza provocare danni materiali, potesse considerarsi un fatterello di poco conto e immune da implicazioni penali. Come se non bastasse, la ministra ha assicurato che porterà personalmente alla scuola napoletana centomila euro per riparare i danni, o almeno parte di essi. Mica ha detto che questi soldi pubblici sono solo un anticipo, che dovrà essere poi rimborsato da chi ha fatto i danni e dagli studenti che, occupando la scuola, l’hanno esposta al rischio di invasione e devastazione. Purtroppo non c'è più tempo per ridere. Chi ha la nostra età, sa che non fu uno scherzo salvare la democrazia dalla violenza politica degli anni settanta. Oggi si tratta di salvarla da un rischio altrettanto grave, quello della deriva professionale e morale di buona parte di coloro che a tutti i livelli ci amministrano e che vede spesso nei ruoli di potere persone  inadeguate, che sembrano capitate lì per caso. A conferma, arriva proprio oggi la notizia che il ministero, per contrastare l’insuccesso e l’abbandono scolastico, starebbe studiando l’abolizione delle bocciature nel primo biennio delle superiori. Lo ha detto Angela D’Onghia, ottima imprenditrice senza alcuna esperienza di scuola rilevabile dal curriculum, argomentando che “Il biennio deve essere un periodo di inclusione, non di sbarramento”. Peccato che l’inclusione a suon di promozioni immeritate sarebbe solo una rovinosa menzogna per gli interessati e per la scuola. (GR & VV)

lunedì 24 novembre 2014

IL GIUSTIFICAZIONISMO CHE UCCIDE IL DIRITTO

Sabato scorso sono apparsi sul “Corriere della Sera” due articoli in qualche modo speculari. Nel primo Giovanni Belardelli, prendendo spunto dalle occupazioni abusive di appartamenti, sintetizzava con estrema chiarezza i mali “storici” che ci hanno impedito, e continuano a farlo, d'essere una nazione e un popolo in grado di riconoscersi in una comune radice civica ed etica. Nel secondo, Piero Ostellino, partendo anche lui dallo stesso problema, stigmatizzava tra l'altro il progressivo venir meno, da parte di troppi magistrati, al rispetto della lettera delle leggi e della stessa Costituzione, col sottomettere le loro sentenze a principi ideologici e non giuridici, facendo grandi danni a quel poco di democrazia liberale che faticosamente ancora sopravvive.
Ieri Ostellino è tornato sull'argomento con un secondo articolo, ancora più incisivo, approfondendo la tendenza, di origine catto-comunista e anarcoide, a far prevalere un giustificazionismo sociale dei comportamenti illegali, una tendenza che rischia di scatenare, in chi è vittima di tale modo d'intendere la giustizia, risentimenti che potrebbero avere esiti anche drammatici. A questo proposito, Ostellino scrive che, rispetto a chi infrange la legge o ha comportamenti devianti, vi è sempre “un prete o un progressista immaginario in servizio permanente che provvede a giustificare e ad assolvere il deviante con una qualche motivazione sociale e/o politica”.
E anche la scuola ha le sue colpe per non aver saputo formare cittadini dotati di senso civico, di senso di responsabilità e del senso stesso della legalità e dello Stato. Per parte nostra non abbiamo mai mancato di stigmatizzare il diffuso giustificazionismo, analogo a quello denunciato da Ostellino, verso i comportamenti scorretti, e persino illegali, degli studenti e purtroppo anche di alcuni insegnanti.(VV)

sabato 22 novembre 2014

L'ITALIA DEL CONDONO EDUCATIVO. INTERVISTA ALLO PSICOLOGO PAOLO CREPET

Lo psicologo Paolo Crepet ha condiviso più di una nostra iniziativa, come il recente appello RIDATECI IL SILENZIO. Contro la distruzione della quiete pubblica e la musica imposta (e l'omonima pagina di facebook è uno dei modi con cui intendiamo dare continuità all' impegno su questo tema). L' intervista del febbraio di quest'anno parte dal fenomeno della movida, ma, analizzandone le cause, tra le quali primeggia la crisi dell'educazione, rintraccia numerose connessioni con altri fenomeni negativi del nostro paese. Persino gli stenti del nostro Prodotto Interno Lordo - dice Crepet - hanno radici anche nella diffusa incapacità di preparare i giovani ad affrontare la vita in modo attivo e responsabile. Video dell'intervista di Claudio Bernieri. 

martedì 18 novembre 2014

I NUOVI PROFESSORI ENTRANO IN CLASSE (ASSUNZIONI E RISCHI)

Le affermazioni del Direttore Ermini nel fondo di domenica scorsa a proposito della discussione sulla “Buona Scuola” sono pienamente condivisibili e come Gruppo di Firenze siamo stati tra i pochissimi ad aver messo in guardia, come fa  lo stesso Direttore, sui rischi che si possono correre con l’assunzione, a partire dal prossimo anno, di circa centocinquantamila docenti precari.
Che le assunzioni nella scuola italiana abbiano spesso corrisposto soprattutto ad interessi di carattere sindacale lo dimostrano da decenni numerosissimi fatti, tra cui la mancanza di volontà di superare le attuali complicatissime graduatorie del personale supplente. Un sistema del genere rappresenta una miniera d'oro per le tante sigle sindacali afferenti il mondo scolastico senza il supporto delle quali è impossibile che il precario riesca a capirci qualcosa. Nello stesso tempo è altrettanto evidente che, pur di sistemare decine e decine di migliaia di aspiranti docenti usciti da un sistema universitario dequalificato e interessato soprattutto a racimolare utenza, si finisce col trascurare gli interessi degli studenti.
Dunque, l'ingresso contemporaneo di così tanti docenti, una parte dei quali da anni lontani dalla scuola o addirittura mai entrati in una classe per aver vinto anni fa un concorso senza aver ottenuto poi la cattedra, non può non creare perplessità sulla loro adeguatezza a ricoprire quel ruolo. Come “Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità”  auspichiamo che almeno il loro anno di prova sia una cosa seria e non si limiti, come quasi sempre accade, a una mera formalità; e che per questo vengano coinvolti nel giudizio del loro operato anche gli ispettori periferici. 
Infine confermiamo una nostra ulteriore istanza: quella (finalmente) di mettere in condizione di non nuocere i docenti incapaci e neghittosi. Docenti peraltro facilmente individuabili, ma che non si possono altrettanto facilmente allontanare dall'insegnamento a causa di norme iperprotettive, che infliggono di fatto danni irreversibili agli studenti, soprattutto a quelli che provengono da famiglie che mai saranno in grado di far recuperare ai figli quello che il docente gli ha tolto. Casi non rari, purtroppo, nella scuola. Ci auguriamo quindi che le nuove assunzioni rappresentino una svolta in direzione della serietà, perché la buona scuola consiste innanzitutto nell'avere dei buoni docenti e questo è il primo sacrosanto diritto di ciascun ragazzo e di ciascun bambino.  Valerio Vagnoli

("Corriere Fiorentino, 18 novembre 2014)

giovedì 13 novembre 2014

BERLINGUER, LO STATUTO DEGLI STUDENTI E LA DISFIDA DI BARLETTA

Berlinguer junior, emanando lo Statuto delle studentesse e degli studenti, pensò di traghettare finalmente la gestione della disciplina scolastica dal pieno arbitrio dei docenti a un sistema di garanzia che tutelasse i ragazzi. Emanò così la più diseducativa delle normative, in quanto sottopose qualsiasi misura disciplinare a una procedura burocratica, che ricorda il barocco sistema penale italiano, con tanti saluti alla logica di un rapporto educativo. Continua.

martedì 11 novembre 2014

RISPETTO DELLE REGOLE E LATITANZA DELLE ISTITUZIONI IN UN EDITORIALE DEL "CORRIERE DELLA SERA"

Si può non condividere questo o quel punto, ma quella di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere di oggi (Argini infranti di una comunità) è un’analisi realistica e spietata del nostro degrado, della nostra decadenza civile e politica e delle profonde ingiustizie che colpiscono le tante persone per bene e le più svantaggiate. L’insofferenza al rispetto delle regole (ma anche al compito di farle rispettare) è un male endemico degli italiani; e autorevoli filosofi e intellettuali, a partire da Leopardi, Croce e Salvemini, ne hanno spiegato le ragioni. Un male diffuso trasversalmente a ogni livello e da lunghissima data nel ceto politico, che pur di non fare delle scelte e continuare a vivacchiare ha quasi distrutto il nostro Paese; ma non meno frequente fra la “gente comune”, al riparo della filosofia del “lo fanno tutti” o del “chi te lo fa fare” a seconda dei casi. Non è strano quindi che ancora oggi proporre una scuola del merito e della responsabilità sia un lavoro spesso improbo nonostante qualche passo avanti, e quelli che lo fanno rischiano come minimo di passare per laudatores temporis acti, come disse un illuminato ex-ministro qualche anno fa. Leggi

lunedì 10 novembre 2014

CONSULTAZIONE SULLA "BUONA SCUOLA": PARTECIPARE O NO? UN RAGIONEVOLE INCORAGGIAMENTO

Secondo noi è bene partecipare alla consultazione, in uno dei vari modi possibili. Lo scetticismo è comprensibile, ma tra il rischio che sia tutto inutile e quello di ottenere qualcosa è preferibile correre il secondo. Magari con un contributo minimale, focalizzato su uno o pochi punti del progetto.
Veniamo quindi alle istruzioni per l’uso. Una volta sul sito della “Buona scuola” (https://labuonascuola.gov.it/#home), una prima possibilità è quella di scendere fino alla scritta INVIA UN COMMENTO RAPIDO SUL PIANO, opzione per cui non è necessario registrarsi. Cliccandoci sopra, si apre infatti uno spazio in cui scrivere solo nome, cognome e indirizzo email. Sotto ci sono tre riquadri in cui scrivere quello che si pensa (massimo 1000 battute l’uno), intitolati rispettivamente Che cosa hai apprezzato del piano "La Buona Scuola"?, Che cosa critichi del piano "La Buona Scuola"? e Che cosa manca nel piano "La Buona Scuola"?
Altrimenti ci si può registrare (seconda possibilità), cosa per niente difficile, poi cliccare su COMPILA IL QUESTIONARIO e rispondere solo a una o poche domande (a cui si può sempre rispondere “Altro” e specificarlo nello spazio sotto con 140 caratteri.
Infine, in fondo al questionario (capitolo 7) ci sono nove spazi di 1000 battute l’uno per dire la vostra più ampiamente.
Per quanto riguarda i contenuti, è prioritario far cadere il sistema degli scatti stipendiali “di competenza” per due terzi dei docenti, (vedi nostro post del 2 ottobre), che a quanto si dice è già piuttosto traballante. Chi non si registra, può esprimersi in merito nel secondo riquadro  della sezione INVIA UN COMMENTO RAPIDO SUL PIANO (Che cosa critichi del piano "La Buona Scuola"?); chi si registra, può farlo andando al capitolo 2 e rispondendo alla domanda 5 (noi abbiamo risposto “Altro”, specificando più sotto:  “L'anzianità resta, dallo scatto deve essere escluso solo chi ha avuto comportamenti non professionali (se gravi va tolto dall'insegnamento)”. In alternativa, può esprimersi più ampiamente negli spazi del capitolo 7 del questionario, intitolato Commenti generali sul piano.
Chi fosse interessato a conoscere i nostri contributi, può cliccare qui.

martedì 4 novembre 2014

INSEGNANTI CHE DANNO IL CATTIVO ESEMPIO: IL CELLULARE ACCESO SULLA CATTEDRA

Giorgio Israel analizza la crescente dipendenza da cellulare, che porta a essere solo a metà nelle situazioni, quasi che altrove ci fosse sempre qualcosa di più importante, con la conseguente disgregazione delle relazioni interpersonali. Succede negli incontri e nei dibattiti, ma sempre di più anche in classe. Ci sono insegnanti, infatti, che invece di spengere l'apparecchio lo tengono acceso e silenziato sulla cattedra, lo controllano, si distraggono, digitano qualche risposta. Si può allora pretendere che i ragazzi non facciano la stessa cosa? (E ancora sono poche le classi munite di tablet...) Leggi.

mercoledì 29 ottobre 2014

UN INCONTRO-DIBATTITO SULLA "BUONA SCUOLA" ORGANIZZATO DAL PD DI SCANDICCI

Il Partito Democratico di Scandicci, città di circa cinquantamila abitanti confinante con Firenze, ha organizzato per sabato 8 novembre un incontro pomeridiano nell'ambito della consultazione sul documento programmatico "La Buona Scuola". Si comincia con una tavola rotonda (La scuola oggi, la scuola domani), a cui è stato invitato anche il Gruppo di Firenze. Seguiranno sei gruppi di lavoro su diversi argomenti. Intorno alle 18 si potranno tirare le conclusioni del lavoro svolto e del dibattito. Ecco la locandina e il programma che ci sono appena arrivati. 
Gli organizzatori raccomandano a chi intende partecipare di iscriversi in precedenza, dato il numero limitato di posti, possibilmente specificando il gruppo di lavoro a cui si è più interessati (vedi programma più sotto).


giovedì 23 ottobre 2014

ESAMI DI MATURITÀ: MARCIA INDIETRO DEL GOVERNO

Ci scrive Giorgio Allulli, promotore della petizione: "Vittoria! Il Governo ha fatto marcia indietro sugli esami di maturità, merito anche della nostra petizione. Una volta tanto l'indignazione civile è servita, ed il buon senso ha prevalso. Moltissime grazie per il vostro forte sostegno a questa causa.
Giorgio Allulli".
Leggi la notizia sul "Sole24Ore".

mercoledì 22 ottobre 2014

UNA PAGINA FACEBOOK SUL TEMA “RIDATECI IL SILENZIO”

Per sviluppare l’iniziativa avviata con l’appello “RIDATECI IL SILENZIO. Contro la distruzione della quiete pubblica e la musica imposta”, firmato da oltre settecento cittadini tra i quali importanti esponenti della cultura contemporanea, abbiamo creato una pagina facebook autonoma. Continua a leggere.

martedì 21 ottobre 2014

IL MITO DELLA PRIVATIZZAZIONE DELLA SCUOLA NELLE PROTESTE DEGLI STUDENTI

L'articolo e l'intervista che segue sono state pubblicati ieri, in ordine inverso, su "Orizzonte scuola".**   
Una delle parole d’ordine che più ricorrono nelle proteste studentesche è quella contro la “privatizzazione” della scuola pubblica. È un concetto mutuato dalla sinistra più legata al passato (a volte per il tramite di qualche docente che non ha ben chiaro il suo ruolo professionale), il cui significato resta in genere piuttosto vago. Continua. 
** Il titolo di "Orizzonte Scuola" forza un po' la tesi dell'articolo e dell'intervista definendo "fondamentale" l'apporto dei privati. Tra l'altro è prevedibile, e non solo per la congiuntura sfavorevole, che non sarà affatto facile trovare aziende disposte a finanziare in modo consistente le scuole. (GR)

lunedì 13 ottobre 2014

PETIZIONE: MANTENERE I COMMISSARI ESTERNI AGLI ESAMI DI MATURITÀ

Lanciata da Giorgio Allulli dell'Isfol, esperto di formazione professionale e di valutazione, questa petizione è rivolta al Ministro Stefania Giannini e a Francesca Puglisi, responsabile del dipartimento scuola del Pd. Su questo tema ci siamo già espressi qualche giorno fa nel post intitolato Facilitare e risparmiare, così si rinnova l'esame di Stato. Speriamo davvero che siano in tanti a sostenere e a diffondere questa ragionevolissima richiesta. Una più ampia presentazione delle opinioni di Alluli si può leggere in questo articolo sul Sole24Ore.it.
Per firmare la petizione, clicca qui.

martedì 7 ottobre 2014

E SE I NUOVI ASSUNTI NON FOSSERO ALL'ALTEZZA?

Lo scorso 8 settembre su questo blog abbiamo commentato il massiccio piano di assunzioni (148.000) annunciato dal governo, con l’intenzione di risolvere una volta per tutte il problema del precariato. Pur convenendo che un provvedimento eccezionale (da “curatore fallimentare”) si rende a questo punto necessario, sostenevamo che  “qualcosa si può e si deve fare almeno per evitare che eventuali docenti inadeguati si aggiungano a quelli che già si trovano negli organici (per lo più indisturbati)”. Continua.

giovedì 2 ottobre 2014

UNA BUONA SCUOLA? Capitolo 3: Iniqui e irrazionali gli aumenti “due su tre”. Una modesta proposta sostitutiva

In sintesi, il capitolo Trattamento economico e progressione di carriera della “Buona scuola” prevede che gli scatti automatici in base all’anzianità di servizio lascino il posto a “scatti di competenza” triennali, “legati all’impegno e alla qualità del proprio lavoro”. Riservati, però, solo a due terzi del corpo docente di ogni istituto. Continua.

mercoledì 1 ottobre 2014

FACILITARE E RISPARMIARE, COSÌ SI RINNOVA L'ESAME DI STATO

“L'esame di maturità deve perdere quell'aspetto da giudizio divino, che tra l'altro lo ha fatto diventare costoso”. Così Stefania Giannini ha annunciato che dall’anno scolastico 2015-2016 l’esame di maturità sarà modificato e nuovamente affidato a una commissione di tutti membri interni. Continua.

martedì 30 settembre 2014

LA BUONA SCUOLA? QUELLA CHE NON UCCIDE GLI ISTITUTI D'ARTE

("Corriere Fiorentino", 26 settembre 2014)
Gentile Direttore,
nel documento del Governo Renzi La buona scuola il quinto capitolo, dal titolo Fondata sul lavoro, è dedicato al rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro, a partire dalla constatazione che “a fronte di un alto tasso di disoccupazione, le imprese faticano a trovare competenze chiave”, tanto nell’industria elettronica e informatica quanto in settori come quelli del mobile e dell’arredamento. Continua.

mercoledì 24 settembre 2014

LA CLASSE DI 42 ALLIEVI, OVVERO LA SICILIA COME METAFORA

L’incredibile vicenda del Liceo di Caltanissetta, in cui era stata formata – a norma di legge – una classe di 42 allievi, tra cui ben 4 disabili, si è per fortuna rapidamente risolta con l’intervento del Ministero, che ha dato il permesso di sdoppiarla.  Continua.

lunedì 22 settembre 2014

UNA BUONA SCUOLA? Capitolo 2: Libertà metodologica e aggiornamento dei docenti

“Dobbiamo dire con chiarezza cosa ci aspettiamo dal corpo docente in termini di conoscenze, competenze, approcci didattici e pedagogici, per assicurare uniformità degli standard su tutto il territorio nazionale e garantire uno sviluppo uniforme della professione docente”(cap. 2.1, Quali competenze per i nostri docenti).
Un’affermazione, quella sugli “approcci didattici e pedagogici”, che suona inquietante per chi ritiene essenziale la libertà metodologica, tanto più che la pretesa di decidere come tutti dovrebbero insegnare non è purtroppo nuova nei discorsi di pedagogisti e dirigenti ministeriali; anzi, si è via via reincarnata in molteplici  “buone novelle” destinate a “modernizzare” la scuola: la programmazione maniacale degli obbiettivi didattici, il morattiano “portfolio delle competenze” (presto abbandonato al suo destino), l’orientamento come chiave di volta di tutta la didattica, l’idolatria per l’informatica, l’abbandono dell’insegnamento a favore della facilitazione dell’apprendimento, per citarne solo alcune. Ma è proprio la libertà nella didattica la sola garanzia che ogni insegnante dia il meglio di sé, in quanto può scegliere l’approccio migliore a seconda dell’argomento e della classe che ha davanti, che sia però anche in armonia con le sue attitudini e il suo temperamento. In altre parole, se può insegnare nel modo che più gli si confà. Senza dubbio è essenziale conoscere diversi metodi, per averli studiati e soprattutto sperimentati durante la propria formazione iniziale e, in seguito, attraverso il confronto con i propri colleghi; altra cosa sarebbe l’imposizione di una didattica ministeriale. Quindi, “uniformità degli standard su tutto il territorio nazionale ” non può voler dire che si punta a un corpo insegnante fatto con lo stampino, ma garantire a tutti gli studenti degli insegnanti adeguati, anche se differenti per lo stile didattico. Cosa che oggi non è, essendo universalmente noto che ci dobbiamo tenere anche quelli pessimi (e spesso, aggiungiamo, irrecuperabili). E su questo “La Buona Scuola”, che molto parla di merito, non dice nulla.
Possiamo però concedere il beneficio del dubbio a Renzi&Giannini, dato che questa affermazione dirigista, tendente all’omologazione dei docenti, convive nelle stesse pagine con una linea di pensiero che riguarda l’aggiornamento e che sembra contraddirla. C’è una critica molto netta delle occasioni formative che vengono in genere proposte ai docenti, “troppo spesso frontali, poco efficaci e in genere non partecipate”, in cui raramente si incoraggia “un confronto interattivo”.  La formazione continua, inoltre, “non potrà essere calata dall’alto, ma dovrà essere definita a livello di Istituto. Inoltre dovrà fondarsi sul superamento di approcci formativi a base teorica” ma essere incentrata “sulla forma esperienziale tra colleghi”. Asserzioni non molto lontane da quanto abbiamo sostenuto in più occasioni: la base dell’aggiornamento (senza escludere altre forme e apporti) deve essere il confronto di idee e di esperienze tra colleghi con il metodo seminariale, cioè tra pari, e nascere dalle loro  reali esigenze. I metodi si devono affermare perché si rivelano efficaci, non perché vengono imposti. A queste condizioni, l’impegno etico-deontologico di aggiornarsi potrà essere percepito più come occasione per crescere (e far crescere) professionalmente e ricavare anche maggiore soddisfazione dal proprio lavoro, che come un obbligo a cui sottoporsi obtorto collo. In altre parole, se aggiornarsi è un dovere (per tutte le professioni), il problema non è il “se”, ma il “come”.
L’ambiguità delle linee-guida su questo delicatissimo punto dovrà essere sciolta. È interesse dei docenti far sentire la propria voce perché la ricchezza costituita dalla compresenza di diversi metodi e stili di insegnamento venga tutelata e non compressa in qualche forma di ortodossia.

lunedì 15 settembre 2014

PUNIRE: SADISMO O EDUCAZIONE?

Anni fa una mia preside organizzò una giornata di riflessione sul tema delle punizioni. In vista dell’ottima iniziativa furono fornite due letture propedeutiche, entrambe sul “sadismo pedagogico”. Sono passati quindici anni. Certamente l’educazione permissiva ha perso terreno, essendosi rivelata nemica di un sano sviluppo psichico. Ma ancora in troppi cervelli parole come “autorità”, “rigore” e soprattutto “punizione” (e anche la più neutra “sanzione”) suscitano sinistre associazioni: autoritarismo, fascismo, caserma, riformatorio, repressione; a meno che non si tratti di evasione fiscale, sicurezza sul lavoro, colpe dei politici e qualche altro tema socialmente e politicamente “sensibile”. In realtà nessuno pensa di basare l’educazione  e la vita civile solo sulle punizioni; anzi, possiamo dire con Beccaria che la certezza e la prontezza della pena, e non una sua particolare durezza, costituirebbero la migliore prevenzione dei cattivi comportamenti e dunque una minore necessità di punire. A questo proposito, mi sembra utile recuperare un bell'intervento di Claudio Magris che risale all’agosto del 2007: Elogio del saper punire.  (Giorgio Ragazzini)

venerdì 12 settembre 2014

LA SCUOLA RIAPRE CON LE INCOGNITE DELLA RIFORMA

(Da “La Repubblica Firenze” di oggi)
Una volta tanto la riapertura delle scuole non è giornalisticamente dominata dal caro libri e dal peso degli zainetti. Si parla molto, invece, della “Buona Scuola”, cioè dell’ambizioso progetto illustrato da Renzi. Difficile dire quanto questo inciderà sull’andamento dell’anno scolastico. Di certo se ne discuterà molto. È probabile un’impennata del numero di assemblee sindacali, soprattutto sul nodo delle retribuzioni. E già qualche minoranza studentesca annuncia una dura quanto disinformata protesta contro la presunta privatizzazione della scuola, per via dei possibili finanziamenti da parte delle aziende. C’è comunque l’intenzione di tenere “la più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, on line e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora”. Il governo non vuole cioè calare la riforma dall’alto, ma fare di tutto per raccogliere suggerimenti. Sarà una cosa seria e non una baraonda democraticistica a due condizioni. La prima è che ciascuna categoria interessata si pronunci su ciò che è di sua competenza. È fuori luogo, ad esempio, chiedere agli studenti quello che vogliono studiare, come ha detto il Presidente del Consiglio. La seconda è che non si risolva solo in riunioni, forum, invii di mail, con la pratica difficoltà di tenere conto di decine di migliaia di pareri, ma sia integrata da un’indagine più strutturata con domande precise, come i questionari che furono proposti ai cittadini sulle riforme istituzionali.
Molta la carne al fuoco. Con la maxi-assunzione di precari si spera di eliminare il precariato, ma è indispensabile che l’anno di prova sia una cosa seria e non una pura formalità come quasi sempre succede. Riconoscere il merito è fondamentale, ma è inaccettabile farlo con aumenti stipendiali periodici riservati solo a due docenti su tre in ogni scuola, a prescindere dal numero effettivo dei meritevoli. Positiva invece l’attenzione al rapporto tra scuola e lavoro, anche se le proposte sono più che altro un primo passo. Giustissimo il rilievo dato all’aggiornamento tra “pari”, cioè allo scambio sistematico di idee ed esperienze tra insegnanti. Assenti invece due temi fondamentali: il problema di come intervenire sui docenti inadeguati e la necessità di una scuola più esigente sul comportamento degli allievi. Afferma l’Ocse: “La disciplina della classe sembra avere grande influenza sul livello degli apprendimenti”.
Giorgio Ragazzini