domenica 15 luglio 2018

LA LEZIONE SBAGLIATA. Esami di Stato e imbrogli


Con la conclusione degli esami di Stato i dati che cominciano ad arrivare da ogni parte d’Italia sembrano confermare le abituali altissime percentuali di promossi che, almeno in parte, non corrispondono però un’effettiva sufficienza della preparazione.
Non si tratta naturalmente di rivendicare un incondizionato aumento delle bocciature, né di essere nostalgici dei tempi che furono, nei quali, peraltro, la scuola non mancava di pecche gravi e inaccettabili. Senza contare poi che un alto tasso di bocciature non è ovviamente di per sé conferma di un buon sistema scolastico. Ma per essere veramente lo strumento per eccellenza per la conservazione e la promozione del sistema democratico, la scuola deve essere tuttavia innanzitutto seria. E sugli esami di Stato qualche dubbio è lecito. Lo confermano i racconti di chi ha fatto parte delle commissioni di esame e perfino quelli di alcuni studenti che l’esame lo hanno appena sostenuto.
In occasione degli scrutini finali sono diffuse da tempo pessime abitudini. Alcuni docenti si ritrovano, in privato, per «aggiustare» tra di loro i voti di alcuni ragazzi, in modo da evitare che in sede di scrutinio, quello ufficiale, non siano ammessi agli esami. E spesso accade che all’interno degli scrutini la grandissima parte del tempo sia dedicata a cercare tutte le strade e tutte le strategie possibili per «salvare» e ammettere alcuni studenti che hanno un quadro delle materie davvero lontano dal giustificare un’ammissione all’esame. Così se gran parte del tempo lo si dedica a premiare chi non se lo merita, è naturale che non ne rimanga per valorizzare chi, invece, ha lavorato con maggior responsabilità e al quale spesso non viene elargito alcun «riconoscimento».
Non mancano, in sede di esame, quei docenti che comunicano ai propri allievi gli argomenti della terza prova, la più impegnativa e la meno premiante sul piano dei risultati, che non a caso sarà abolita dal prossimo anno. E può anche accadere che i ragazzi siano informati su alcuni argomenti da affrontare nel colloquio.
Durante gli scritti, poi, capita spesso che gli insegnanti evitino di proposito di controllare cosa succede in aula, cioè se si copia da appunti, dai cellulari o dai compagni (come del resto avviene in molti concorsi pubblici). C’è infine chi diffonde traduzioni e soluzioni di problemi.
Probabilmente questi insegnanti non sono consapevoli di come tali comportamenti, professionalmente indecenti, non servano affatto a creare nei loro confronti stima e affetto da parte degli studenti, come invece quasi certamente pensano accada. È invece gravissimo il danno che provocano negli studenti seri e responsabili, anche di altre classi e di altre scuole, che vedono legittimato l’imbroglio o, nel migliore dei casi, avvertono la delusione di vedere come anche il mondo scolastico sia palestra di ingiustizia e come poco paghi fare il proprio dovere e agire con onestà. Una bella educazione alla legalità. Comportamenti del genere, che dovrebbero essere severamente perseguiti sul piano disciplinare, sono dovuti a una forma di corruzione morale assai diffusa nel Paese, che fa del cosiddetto buonismo il proprio criterio di condotta e una comoda alternativa al principio di responsabilità. Naturalmente, al pari degli scorsi decenni, neanche una parola da parte delle autorità, in primis il ministro, sulla necessità che durante gli esami si debbano innanzitutto rispettare le regole e che ciascuno debba corrispondere ai propri compiti in maniera leale. Alla fine, allo stesso modo degli altri anni, i maturandi sono stati sommersi da frasi rassicuranti e consolatorie, come se gli esami non avessero alcun legame con la preparazione alla vita adulta e l’etica pubblica fosse un significativo e consolidato patrimonio della Nazione.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 15 luglio 2018)

venerdì 6 luglio 2018

MA ERA PROPRIO DEL TUTTO SBAGLIATA LA CHIAMATA DIRETTA?

Sui social, e non solo, docenti e sindacati scuola festeggiano l'accordo con il nuovo ministro della Pubblica istruzione con cui si abolisce la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei presidi. Entro certi limiti, questo istituto rappresentava una delle poche misure sensate contenute nella Legge 107. Anche se si trattava di un provvedimento alquanto raffazzonato, la novità c'era e poteva essere nel tempo molto utile. Cosa non andava e cosa poteva servire in quella norma? Prima di tutto, non erano state previsti efficaci controlli e forme di valutazione per “incentivare i presidi ad assumere gli insegnanti migliori invece che i loro protetti”, come ha scritto Andrea Ichino. In secondo luogo, non sarebbe stato opportuno estendere la chiamata diretta a tutti i docenti, come prevedeva la 107 dopo una prima fase in cui era riservata all’organico funzionale. Questo in considerazione della particolare tutela della libertà di insegnamento prevista nel nostro sistema (concorso pubblico e stabilità del posto di lavoro), a cui però si possono fare motivate eccezioni per esigenze specifiche; in altre parole, per costruire un organico d’istituto davvero funzionale. Ed è a questo scopo che la “chiamata diretta” prometteva di essere molto utile. Tant’è vero che fin dal primo anno della sua applicazione la stragrande maggioranza dei dirigenti abbandonò perfino i luoghi di vacanza per rintracciare i docenti disponibili a trasferirsi nella loro scuola, impegnandosi, come la legge prevedeva, a restarvi per almeno tre anni. Purtroppo alla fine gli unici, o quasi, ad accettare il contratto, furono gli insegnanti che avevano perso la cattedra e non quelli che sarebbero serviti ad arricchire e potenziare l'offerta formativa. Forti di un allenamento quotidiano al fare di ogni necessità virtù, sia i presidi che i loro collaboratori, senza perdersi d'animo, nella gran parte dei casi riuscirono a dare comunque un senso alla presenza di questi nuovi docenti, ai quali si chiedeva non solo di fare supplenze, ma anche di mettere a disposizione dei ragazzi e dei nuovi colleghi le loro particolari competenze.
L'entusiasmo di molti presidi rispetto a questa novità non nasceva infatti, come da molte voci sindacali si sostiene per giustificare la scelta del nuovo Ministro, dal potersi sentire dei "capetti" pronti a chissà quali nefandezze e arbìtri contro gli indifesi docenti, ma proprio dal percepire la possibilità che, malgrado le approssimazioni contenute nella 107, si potesse finalmente realizzare il famoso organico funzionale. Chi, come il sottoscritto, lavorava nella scuola già dagli anni settanta non ha dimenticato che si trattava di una rivendicazione della sinistra, anche sindacale, di allora. Come darle torto? Finalmente ogni scuola avrebbe potuto contare su docenti, tenuti a rimanervi per alcuni anni, in grado di arricchire l'offerta formativa a seconda del contesto (o territorio, come allora usava dire), in cui si trovava: per esempio, potendo disporre di un numero maggiore di docenti di italiano in relazione alla presenza di molti studenti stranieri.
Certo, il meccanismo era da perfezionare. Ma quello che per i sindacati ha contato, invece, è la necessità di tutelare innanzitutto l' “autonomia” e la “dignità” degli insegnanti messa a rischio, secondo loro, dall' autoritarismo dei Presidi. E sui social si legge anche che la chiamata diretta dei docenti avrebbe potuto permettere al dirigente di utilizzarli per il proprio tornaconto e per rafforzare il proprio potere. I rischi esistono ma, come ha sottolineato Ichino, si tratta di trovare i modi per evitare abusi, non di buttare il bambino con l’acqua sporca.
In realtà con la completa abolizione di questa possibilità i sindacati della scuola, in collaborazione col Ministero, si portano a casa quella che dal loro punto di vista è una bella vittoria: essere cioè riusciti, ancora una volta, a eliminare il rischio che valorizzando il merito la classe docente possa dividersi e perdere quella compattezza che rende tanto potenti, anche sul piano economico, le sue rappresentanze.
Un’ultima considerazione. Quale che sia il metodo di assegnazione alle scuole degli insegnanti e dei dirigenti, un sistema scolastico dovrebbe garantire non solo che non ci siano “capetti” e “raccomandati”, ma soprattutto che TUTTI, nessuno escluso, siano in grado di svolgere i loro compiti. Lo si fa con una severa selezione iniziale e con l’allontanamento di chi non è all’altezza. Ma di garantire questo elementare diritto degli studenti i sindacati non parlano.
Valerio Vagnoli

martedì 3 luglio 2018

ISTRUZIONE PROFESSIONALE, TUTTI GLI ERRORI DI UNA CATTIVA RIFORMA


La revisione degli istituti professionali darà la luce a corsi di studio peggiorativi, aumentando la dispersione.
 “ilsussidiario.net”, 12 giugno 2018
La revisione degli istituti professionali è già stata oggetto di un mio recente intervento sul Sussidiario, in cui sottolineavo che vi erano stati confermati i due principali fattori della loro crisi: l'abnorme numero di materie e la grave insufficienza delle ore di laboratorio. Da allora, nonostante le proteste delle varie associazioni interessate, poco è cambiato. L'unica vera novità consiste nell'aver portato a sei le compresenze obbligatorie fra materie di indirizzo. Tuttavia a tre mesi dall'avvio del nuovo anno scolastico e con le problematiche legate alla formalizzazione degli organici in alcuni indirizzi non si sa ancora quali saranno queste materie. Ma anche per gli altri è probabile che alla fine una delle due dovrà essere scelta tra quelle che abbondano di docenti soprannumerari (come diritto, musica, discipline artistiche e altre), anche se non sono specifiche degli indirizzi, purché servano in qualche modo a far lavorare con qualche parvenza di novità. Insomma, sarà necessario per molti dirigenti e collegi dei docenti affidarsi alla fantasia per inventare percorsi condivisi tra materie che rischiano di essere tra di loro agli antipodi.
Si sono comunque organizzati, in gran numero, riunioni e assemblee per illustrare le potenzialità della riforma. Per contrastare le altissime percentuali di insuccessi scolastici e di abbandoni, si punta soprattutto su tre strumenti. 
Il primo è la personalizzazione dei percorsi di apprendimento, di cui il decreto 61/2017 è molto netto nel sottolineare l'importanza; ma la cosa è tutt'altro che semplice da organizzare. E molta chiarezza si dovrà fare nella gestione delle quote di autonomia e di flessibilità (secondo strumento indicato) per stabilire, ciascuna scuola, come organizzare il curriculum. Infine, il decreto 61 prevede che le istituzioni scolastiche "nell'esercizio della propria autonomia organizzativa e didattica, e con riferimento al Progetto formativo individuale, possono organizzare il primo biennio in periodi didattici". Non so se sia stato scritto di proposito o no in modo così criptico, fatto sta che il ministero è all'opera per diffonderne l'interpretazione più funzionale a diminuire drasticamente la percentuale dei bocciati, e cioè l'eliminazione della valutazione degli studenti al termine del primo anno.
Ma la valanga di ripetenze nel primo biennio dipende essenzialmente, come non mi stanco di ripetere, dal fatto che i professionali hanno perso e continuano a perdere la loro identità originaria. Per riacquistarla basterebbe ispirarsi, senza andare troppo lontani, a quello che accade in certe provincie e regioni del nord Italia. E invece, quasi a voler dimostrare che il nostro sistema non si può riformare, l'apparato ministeriale contrappone, a chi lo contesta, il sistema tedesco, ovviamente non riproducibile nel nostro Paese anche perché i rispettivi sistemi economici sono diversissimi. Ma diverso non è il sistema economico del Trentino e non lo è neanche quello di altre regioni settentrionali dove la formazione professionale, sia gestita da enti pubblici che da privati, spesso eccelle e dove non è assolutamente considerata di serie inferiore rispetto agli altri indirizzi. Come se non bastasse, di recente ha messo mano al decreto 61 anche la Conferenza Stato-Regioni, per indicare modalità comuni a tutta Italia relativamente ai passaggi dal sistema dell'istruzione professionale a quello dell'istruzione e formazione professionale e viceversa. E queste modalità, regolate da una decina e più di riferimenti normativi anche europei, contribuiscono a vincolare gran parte del lavoro scolastico a una sequela di compiti burocratici d'inaudita complessità. Chi abbia voglia di scrivere un atto unico di stampo surreale si legga gli articoli 2, 7 e 8 e il capolavoro è a portata di mano. Senza contare che di per sé sarà improbo omologare tutto il sistema, in quanto l'organizzazione della formazione professionale è diversissima da regione e regione (e in alcune di esse manca ancora del tutto). E lo diventa ancora di più se pensiamo, come sopra ricordato, che ogni singola scuola può utilizzare le quote di autonomia e di flessibilità, con l'altissima probabilità di produrre percorsi formativi in gran parte difformi tra una scuola e l'altra.
Insomma, a mio parere abbiamo perso ancora una volta l'occasione per una svolta davvero coraggiosa e risolutiva, che parta dall'unificazione dei percorsi di formazione con quelli di istruzione professionale. Una decisione che tra l'altro contribuirebbe a evitare che la formazione professionale continui, soprattutto nel sud, a essere vissuta dai ragazzi e dalle loro famiglie come una sorta di ultima spiaggia, una strada da prendere dopo aver fallito in altri indirizzi e non perché si ha un'intelligenza indirizzata alla pratica. Vale inoltre la pena di ricordare alle famiglie e ai docenti delle medie impegnati nell'orientamento che un'intelligenza inclinata al fare svilupperà sempre, nel tempo, anche quella astratta; mentre raramente accade il contrario.
Infine, ritengo che sia sempre più necessario investire molto sull'alta formazione professionale. Oltre agli Its, i cui successi sono innegabili come lo sono purtroppo i costi che ne limitano il numero, mi sembra siano maturi i tempi anche per pensare a un progressivo coinvolgimento delle università nel progettare lauree brevi di alta formazione professionale.
Valerio Vagnoli

lunedì 25 giugno 2018

ALLA RICERCA DI UN MAESTRO. L’attesa per le decisioni del governo, le nuove sfide educative

Il tempo della scuola è per la maggior parte dei ragazzi lentissimo, quasi quanto quello della lunga durata della storia, secondo le note categorie del tempo storico di Fernand Braudel.
Per i docenti, almeno per quelli bravi, è invece velocissimo, al pari di quello dei pensionati che, per non misurarlo, abbandonano spesso nei comodini i loro antichi orologi. In questo periodo molti insegnanti, proprio come gli anziani che fanno il bilancio della loro esistenza, saranno tormentati dal rimorso di non aver svolto tutto il programma o di aver saltato argomenti che forse, col senno di poi (il senno è sempre «di poi», come ci insegnano Ariosto e Cervantes), andavano invece privilegiati. Così è la scuola, la vera scuola: mai dominata dalle certezze e mai in grado di lasciare in pace le coscienze di chi ci lavora, perché insegnare non è uno scherzo! Oltre a dare contenuti allo spirito dei ragazzi, dobbiamo infatti aiutarli al formarsi una coscienza, però rispettandola e insegnando loro a rispettare quella degli altri. Sarebbe bellissimo se questo aiuto fosse garantito a tutti. Invece, non è così, perché non tutti i docenti hanno consapevolezza e sufficiente preparazione da poterlo garantire ai loro allievi. E questa consapevolezza è da decenni venuta meno anche a buona parte della classe dirigente, che non ha voluto mai realmente occuparsi della reale funzione che la scuola dovrebbe avere. Forse prevale il timore di andare incontro alle contestazioni dei sindacati o degli studenti, probabilmente insopportabili a quei politici che preferiscono vivacchiare alla meno peggio anziché governare. Per di più una buona parte dei pedagogisti e della burocrazia ministeriale perde la testa per tutto ciò che è contemporaneità, educazioni, nuovismo, sperimentazioni e non si accorge che la scuola sta perdendo di valore e di significato, soprattutto grazie al suo consumarsi in una didattica che faccia notizia e desti scalpore. E sta altresì trascurando la costruzione dell’identità nazionale, lasciandola oramai a qualche canale televisivo e a qualche, sempre più raro, evento sportivo di successo. Per l’immediato futuro restiamo in attesa di quanto deciderà il Ministro dell’istruzione. Nel «contratto» (cioè nel programma) di governo ci sono molte ovvietà e poche proposte precise. Si vuole «superare» la Buona scuola, ma speriamo che della abborracciata riforma dei passati governi non vengano abolite, ma solo corrette, le non molte novità positive come l’alternanza scuola lavoro, la chiamata diretta dell’organico potenziato o l’intenzione di valorizzare le esigenze e le proposte dei docenti nell’aggiornamento professionale. Che fine farà poi il proposito della ministra Fedeli di affrontare il problema degli insegnanti inadeguati? Peraltro le politiche scolastiche sono spesso penalizzate anche dall’essere date in gestione a un apparato di funzionari per i quali dovrebbe essere obbligatorio ogni tanto un anno sabbatico nelle aule scolastiche, per rendersi conto di quanto siano incomprensibili i loro atti e le loro circolari (anche una ventina al giorno) e di cosa siano diventate da tempo molte scuole. Non quelle dove vanno a studiare i loro figli, ma quelle di periferia, i percorsi accidentati di certi tecnici e professionali, questi ultimi definitivamente snaturati con la recente revisione degli ordinamenti. Tuttavia, come scriveva mio padre dalla guerra, bisogna sperare di tornare e di ripartire con ottimismo confidando in uomini di ben altra moralità, come è giusto augurare ai ragazzi che a settembre torneranno a scuola di trovare sulla loro strada dei bravi docenti che abbiano anch’essi una precisa consapevolezza morale di quello che sarà il loro futuro. Perché di bravi, malgrado tutto, ce ne sono e sono loro a mandare avanti la baracca (con certi edifici scolastici del nostro sud il termine è quanto mai appropriato). E per coloro che fortunatamente li incontreranno, l’anno nuovo sarà senz’altro bellissimo, perché un vero maestro se lo porteranno dietro per tutta la vita, anche se non avessero più l’occasione di rivederlo, neppure su una panchina, senza orologio, intento a rallentare il tempo che invece fugge; anche per i ragazzi, malgrado non se ne rendano conto, anche per i ragazzi. Speriamo che lo abbiano presente coloro che metteranno ora mano al destino della nostra scuola.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 16 giugno 2018)

martedì 19 giugno 2018

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE DIECI PROPOSTE DI GALLI DELLA LOGGIA


Il 5 giugno scorso, Ernesto Galli della Loggia ha indirizzato al nuovo ministro dell’Istruzione Bussetti una lettera con le seguenti dieci proposte, che vale la pena di commentare una per una.
1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico  non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo.
La proposta suona molto più come un’utile provocazione, che come indicazione da prendere alla lettera. Che debba essere recuperata una “limpida chiarezza” sulla necessaria asimmetria del rapporto tra insegnante e allievo, cioè tra chi sa e chi non sa, non c’è il minimo dubbio. Mi pare però, anche per aver insegnato con e senza pedana, che in concreto quei 20 centimetri circa in più abbiano una forza simbolica modesta nella percezione degli allievi, a differenza del gesto di alzarsi tutti insieme in segno di rispetto all’arrivo dell’insegnante, (proposta numero 2).  
2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.
Insieme alla proposta precedente, il rilancio di questo semplice ed efficace gesto di buona educazione ha attivato in automatico in alcuni commentatori i fantasmi dell’autoritarismo e del ritorno a un passato di sadismo pedagogico. Scrive  il preside fiorentino Ludovico Arte: “Fra l’altro, Galli della Loggia suggerisce l’obbligo per legge di alzarsi in piedi all’ingresso dei docenti. Stupisce che non abbia rispolverato anche le bacchettate sulle dita e gli studenti in ginocchio sui ceci”. L’ispettore Emanuele Contu ne trae spunto sul “Sussidiario” per attaccare il feticcio della “didattica trasmissiva”, contro cui si accanisce da tempo anche Luigi Berlinguer: “Il punto è che da tempo abbiamo superato una visione dell'insegnamento come operazione trasmissiva e del docente come depositario di una sapienza predicatoria, da inculcare dall'alto del pulpito nelle menti rigorosamente passive di un popolino che si ammaestra con l'antica liturgia della bella lezione frontale”. Come si vede, i due pareri sono accomunati dalla volontà di squalificare l’interlocutore attraverso una caricatura delle sue posizioni (in barba alla retorica dell’ altro e del diverso) e dalla mancata consapevolezza della grave crisi del rapporto docente-allievi. Sarebbe infine interessante sapere quanto la pratica è già diffusa, ma nella mia ultima scuola avevamo inserito la norma nel regolamento di istituto con il pieno accordo di tutti.
3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.
È stupefacente che dopo decenni di occupazioni manchi nello Statuto degli studenti e in molti regolamenti di disciplina un qualche accenno al fenomeno. Più che parlare genericamente di occupazioni, è comunque preferibile indicare il divieto di alcuni comportamenti collegati, da sanzionare severamente sul piano della condotta, senza ovviamente escludere la denuncia per quelli che costituiscono anche reato:
- entrare nella scuola forzando porte o finestre;
- impedire l'ingresso al personale della scuola o ad altri studenti; 
- interrompere o impedire lo svolgimento dell'attività didattica;
- rimanere senza permesso nell'edificio scolastico al di fuori delle ore di lezione o di altre attività programmate o autorizzate dal dirigente scolastico;
- non partecipare alle lezioni pur essendo all'interno dell'edificio scolastico.
Per l’aggiornamento dei regolamenti interni, abbiamo messo a punto negli anni scorsi un vademecum, poi diffuso via internet, che nella premessa distingue le “autogestioni”, in genere ottenute sotto la minaccia - più o meno velata - dell’occupazione, dalle giornate di attività culturali organizzate per tempo dagli studenti con la collaborazione dei docenti (https://bit.ly/2JBc5rb).
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
Del sistema degli “organi collegiali” istituito nel 1974 sono ormai tutti scontenti, anche perché spesso ci vuole del bello e del buono per trovare chi è disposto a farne parte. Ma sono anche il  frutto di un’idea di partecipazione in cui si confondono poteri e responsabilità differenti. Le decisioni di carattere tecnico-professionale non dovrebbero essere materia di cogestione, invece gli studenti (nelle scuole superiori) e i genitori sono membri del consiglio d’istituto in posizione più meno paritetica rispetto al preside e ai docenti; e per di più il presidente è un genitore. Gli studenti e le loro famiglie potrebbero essere meglio garantiti da ampi poteri e diritti di conoscenza, critica, proposta, consultazione, assemblea; e magari da un istituto di “difesa civica” esterno alla scuola. Sarebbe bene, quindi, riformarli in questo senso. Peraltro la proposta di Galli della Loggia deriva forse di più dal noto fenomeno dei genitori sindacalisti dei figli, molto più numerosi dei loro rappresentanti, che in non pochi casi diventano aggressori dei docenti. In questo caso bisognerebbe sempre denunciare il teppista o la teppista di turno, ricordandosi che chiunque “offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni è punito con la reclusione fino a tre anni”. E sarebbe dovere del Ministero assicurare all’offeso il rimborso delle spese legali e processuali.
5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.
Le riunioni possono essere utili o inutili. E anche quelle utili possono pesare a professionisti oberati di compiti extra-didattici. In una scuola debitamente sburocratizzata, in cui agli insegnanti fosse riservato solo l’insegnamento e le necessarie pertinenze, tra le quali il fondamentale scambio di idee e di esperienze tra docenti, le riunioni, entro limiti ragionevoli, servirebbero. Altrimenti ha ragione Galli Della Loggia.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?
In un paese ipersindacalizzato come il nostro si è subito obbiettato che in questo modo si cancellano posti di lavoro e si sfrutta il lavoro minorile. Ma così si evita il giudizio sulla validità educativa della proposta e si preclude una riflessione su come attuarla. In questa logica, d'altra parte, anche la collaborazione dei figli ai lavori domestici dovrebbe essere interdetta in quanto danneggia le colf. Non è però pensabile far venire un’ora prima gli allievi. Basterebbe una modalità più minimale, per esempio trattenersi a turno dieci - quindici minuti per pulire la propria classe.
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).
Ci sono ormai evidenze irrefutabili sui danni che i cellulari a scuola possono provocare o intensificare: distrazione continua rispetto al lavoro, utilizzo per copiare, facilitazione del “cyberbullismo” contro compagni e insegnanti, rafforzamento della dipendenza. Eppure si continua a parlare con faciloneria di educazione a un loro uso “responsabile”. E l’educazione a non usarli per un po’?
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi: «Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!»
L’idea di tenere aperte le scuole per tutta una serie di attività – dai compiti a casa al recupero, dall’educazione degli adulti ad attività di quartiere – ha ormai alle spalle diversi anni di storia e di variazioni sul tema. Probabilmente è più utile nei quartieri disagiati, dove bambini e ragazzi hanno poche occasioni di socializzazione e di svago; e in questo senso bisognerebbe aggiungere all’offerta anche la palestra. In altre zone della città molti giovani hanno ormai troppi impegni pomeridiani (sport, danza, musica) per essere attratti dalla biblioteca o dalla cineteca. Escluderei quindi l’obbligo, mentre sarebbe auspicabile il sostegno ministeriale alle scuole in cui l’apertura pomeridiana è veramente utile.
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.
Personalmente sarei d’accordo sull’obbligo di limitare le gite all’Italia o per lo meno su una loro decisa incentivazione. Difficile però farne una norma generale sull’istruzione, a scapito dell’autonomia delle scuole.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.
In genere (non sempre) le singole sedi sono intitolate a personaggi illustri. Sono gli istituti comprensivi che a volte assumono il nome del quartiere, della strada o del paese. Non credo però che qualcuno dica di frequentare l’Istituto comprensivo Calenzano (comune vicino a Firenze), ma “la Rodari”, “la Collodi” o un’altra delle sedi che formano l’istituto. Dove questo non è, si segua senz’altro questa proposta. Sarebbe altrettanto importante far conoscere qualcosa dei personaggi a cui sono dedicate le scuole. E già che ci siamo, evitiamo di esporre bandiere sporche e stracciate... (GR)

domenica 3 giugno 2018

LA CONOSCENZA È VITA. GRAMSCI E L’IMPORTANZA DELLA CULTURA


Davvero stimolante, equilibrata e opportuna la rivisitazione della figura di Antonio Gramsci da parte di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, uscita da poche settimane con la prefazione di Marco Revelli (Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere, L'Asino d'oro edizioni). Il saggio non si sofferma soltanto sul pensiero pedagogico dell’uomo politico e dell’ intellettuale che è stato tra i più importanti del secolo scorso, ma lo analizza a tutto tondo; e gli rende anche giustizia, viste le manipolazioni e le omissioni che Gramsci ha dovuto subire proprio a opera di una parte della sinistra, che negli ultimi decenni, al contrario di quanto è accaduto in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, lo ha quasi del tutto rimosso. Per quanto concerne poi la sua pedagogia, la rimozione è stata ancora maggiore, dato che la sinistra ha scelto come suo principale riferimento in questo campo la figura di Don Milani, praticamente santificandola quando la Chiesa, almeno per ora, non ci pensa neanche.
Un intero capitolo del libro è dedicato proprio a don Milani, giustamente definito, in merito alla visione della scuola, un anti-Gramsci. E i due autori mettono meticolosamente in risalto quanto la pedagogia del priore di Barbiana abbia poco a che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito di una scuola pubblica e democratica. Basterebbe, a significare l'abissale distanza che corre tra i due, quella che è la visione gramsciana del maestro rispetto alle rigidità dogmatiche di Don Milani. Come puntualmente gli autori scrivono, sintetizzando le riflessioni di Gramsci a proposito di alcuni suoi maestri, “il vero maestro avvicina cultura e vita, rende possibili esperienze nuove e agevola il distacco dai suoi insegnamenti agli allievi disposti a seguirlo”. Tutt'altra visione del mondo e dell'educazione quella del priore; e le pagine dedicate a questo confronto lo chiariscono con molta precisione. E lo conferma, mi permetto di aggiungere, la totale e granitica devozione che tutti i suoi allievi hanno continuato ad avere nei suoi confronti, perdonandogli perfino le cinghiate e il divieto assoluto del gioco fine a se stesso, si trattasse pure di schizzarsi con l'acqua della piccola piscina che doveva servire solo a imparare a nuotare.
Ma il libro, come dicevamo all'inizio, parla di molto altro, a partire dalla formazione, spesso sofferta e faticosa, del giovane studioso sardo, che fin da piccolo è spinto da una miriade d'interessi, non escluso quello per la cultura popolare e il folclore. Temi, aggiungo, che ancora neI primissimi anni sessanta del secolo scorso trovavano un forte ostracismo all'interno del gruppo dirigente comunista, come ebbe a sperimentare lo stesso Ernesto De Martino. Naturalmente il Pci non si poteva permettere, soprattutto negli anni successivi alla guerra, di rimuovere il pensiero di Gramsci, ma lo adattò, anche censurandolo, via via alla linea ufficiale e culturale del partito, fino ad accantonarlo quasi del tutto. Gli rende invece piena giustizia questo bel saggio che appassiona e si fa leggere tutto d'un fiato per come è ben scritto, oltre che per l’indubbia grandezza del protagonista.
Valerio Vagnoli

venerdì 1 giugno 2018

A SCUOLA DI PATRIA


L’editoriale di Paolo Armaroli sui simboli dell’unità nazionale (Corriere Fiorentino del 30 maggio) mi sollecita a prendere in esame, in una questione certamente molto complessa, qualche responsabilità della scuola, che forse negli scorsi decenni ha contribuito a svalutare l’idea, oltre che la stessa parola, di Patria. Un’idea che solo da pochi anni si sta faticosamente rivalutando grazie soprattutto all’impegno del Presidente Carlo Azeglio Ciampi e in seguito anche a quello di tutti i suoi successori, compreso l’attuale Presidente, Sergio Mattarella. Non sfugge, tanto per cominciare, l’assenza pressoché totale degli studenti nelle celebrazioni delle feste nazionali, come nelle cerimonie in cui si ricordano, nei cimiteri di guerra, le migliaia e migliaia di loro quasi coetanei venuti da ogni parte del mondo a combattere e a morire per la nostra libertà. Per non parlare delle bandiere esposte, peraltro non sempre, sulla facciata delle scuole, spesso cotte dal sole e sdrucite; oppure di come siano spesso viste in maniera ostile, a volte anche dal personale educativo, le forze dell’ordine nel mondo scolastico, soprattutto se nell’esercizio delle loro funzioni. Inoltre, cosa che forse molti non sanno, da tempo i programmi scolastici (espressione, certo via via da adeguare ai tempi, del patrimonio culturale della Nazione da consegnare ai giovani) hanno lasciato il posto da anni alle Indicazioni nazionali, che in sostanza autorizzano docenti e scuole a ritagliarsi liberamente un proprio programma, qualche volta anche in modo tendenzioso o dispersivo. Indimenticabile una collega livornese, assai apprezzata allora in certi ambienti culturali e pedagogici, che per anni ha fatto leggere al posto dei Promessi Sposi le memorie di un calciatore ideologicamente impegnato ma, ahimè, dalle scarsissime abilità letterarie.
In parte anche per questo, è ormai impossibile, salvo in alcuni licei e non sempre in maniera adeguata, poter verificare gli studenti all’esame di maturità su un qualsiasi canto della Divina Commedia e riscontrare nei programmi di studio un filo conduttore basato su temi di carattere storico e civile. Lentamente, con Dante, anche il Foscolo o lo stesso Leopardi scompaiono con tutta la loro straordinaria passione civile. Per non parlare poi di Nievo, Carducci, Saba e di altri classici come Tozzi e Fenoglio, che stentano non solo a essere riconosciuti come tali, ma perfino a essere individuati dai ragazzi come narratori.
A tutto questo si aggiunga la perdita di prestigio che la scuola ha patito di fronte a gran parte dell’opinione pubblica, legata anche al fatto di venire percepita come poco esigente sia sul piano della preparazione culturale che su quello della maturità personale (senso di responsabilità, rispetto degli altri, lealtà, spirito civico). E invece abbiamo tolto l’ora di Educazione civica — da Firenze è partita la battaglia per reintrodurla come materia obbligatoria — sostituita con un numero esorbitante e crescente delle cosiddette educazioni (alla salute, all’inclusione, all’uso corretto dello smartphone, all’imprenditorialità, alla diversità...) e con un alternarsi continuo dei progetti più vari. Una miriade di progetti che hanno finito col togliere alla scuola anche la sua identità, con la conseguente perdita della propria credibilità e importanza, ma anche di quella dello Stato che essa rappresenta. Anche così si fa deperire l’idea di Patria, cioè dell’appartenenza a una comunità solidale; e senza una Patria scivola via la stessa consapevolezza di essere cittadini e piano piano, forse senza rendercene conto, si potrà arrivare a confondere, come cantava Giorgio Gaber, la condizione di libertà obbligatoria con quella della vera libertà.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 1° giugno 2018)

domenica 13 maggio 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA - Vallombrosa, la scuola, un’idea

Gran bel contributo al senso di civiltà aver sollevato il problema dell’abbandono di Vallombrosa, la cui condizione non lascia spazio ad altre colpevoli omissioni tanta è l’urgenza per provare almeno a rivitalizzarla e, insieme a lei, recuperare e rivitalizzare le foreste e l’intero territorio che la circondano. Per alimentare ulteriormente il dibattito nella speranza di stimolare chi di dovere a prendersi finalmente le responsabilità che gli competono, accennerò a un progetto che anni fa mi coinvolse come prèside, anche se alla fine non fu possibile realizzarlo perché richiedeva risorse immani per una scuola. L’idea era quella di ampliare la stagione turistica di parecchi mesi e di aprire finalmente il territorio anche ai giovani. Innanzitutto dando loro la possibilità di gestire, con il coinvolgimento delle scuole d’indirizzo alberghiero e turistico, alcuni ristoranti e alberghi. Errore gravissimo sarebbe quello, come pur qualcuno suggeriva, di iniziare il recupero attraverso la gestione di una sola struttura in attesa di vedere come il tutto sarebbe andato a finire. Come sappiamo, non si riscatta un’area decaduta, a maggior ragione sul piano turistico-commerciale, riavviandovi un solo esercizio, ma facendola tutta quanta diventare in tempi quanto più possibilmente brevi, un vero punto di riferimento ispirato in linea di massima alle medesime vocazioni. Oltre alle scuole, sarebbe opportuno che anche l’Università facesse la sua parte, sia ampliando in loco le attività laboratoriali legate all’indirizzo forestale, ma soprattutto facendo di Vallombrosa, attraverso la gestione diretta dei progetti, un vero e proprio centro d’iniziative didattiche trasversali. Da lì potrebbero, per esempio, iniziare percorsi davvero straordinari attraverso la foresta con i quali mostrare a studenti di qualsiasi fascia d’età ma anche agli adulti, la sua «vita» e, speriamo, la sua ritrovata vitalità, presentate in tutte le loro dimensioni: vegetali, animali, storiche, religiose, artistiche, sociali, economiche... Infine, facendo leva anche sulle rinate strutture alberghiero-ristorative, far diventare Vallombrosa un punto di riferimento anche per il turismo scolastico. Sarebbe il luogo ideale dal quale potrebbero partire dei percorsi, per esempio legati alla figura di Dante Alighieri, in grado di raggiungere i castelli, i santuari e le pievi casentinesi ma anche i tanti borghi, chiese, monasteri e paesaggi dell’alto Valdarno che hanno pochi eguali al mondo e che il mondo senz’altro c’invidierebbe se solo li potesse conoscere. 
Qualsiasi sia il progetto di recupero, perché possa riuscire, richiede di essere ispirato e governato dalla politica, sia locale che regionale, quando questa finalmente vorrà rendersi conto che Vallombrosa senza i giovani morirà del tutto, diventando così anch’essa uno dei tanti cimiteri del nostro patrimonio artistico e culturale. Non rimane molto tempo a disposizione, anche perché per troppi anni chi doveva intervenire è probabilmente andato a fare trekking o funghi da qualche altra parte, forse anche perché passare da quelle foreste metteva e mette sempre più tristezza. Ma se i giovani tornassero a viverli quei luoghi, magari trovandovi anche qualche impianto sportivo e altri richiami per il loro tempo libero, potremmo alla fine poter dire di essere stati testimoni, chiedo venia a San Giovanni Gualberto, di un vero e proprio miracolo, che Vallombrosa e le sue foreste senz’altro meriterebbero.
Valerio Vagnoli

mercoledì 25 aprile 2018

VIOLENZA IN CLASSE, I MEA CULPA CHE QUALCUNO DEVE FARE (AL MIUR)

Il "Patto di corresponsabilità educativa fra scuola e famiglia" varato da Fioroni ha dieci anni e non è servito a nulla. Da dove ricominciare e come. 

Giorgio Ragazzini (Gruppo di Firenze) - "ilsussidiario.net", 24.4. 2018 

Nel 2007 fu introdotto dal ministro Fioroni il "Patto scuola-famiglia di corresponsabilità educativa", che doveva sancire un'alleanza in grado di garantire l'indispensabile clima di correttezza e di rispetto reciproco nelle aule scolastiche. In parole povere, la scuola si impegnava a fare di tutto per fornire un buon servizio; i genitori a leggere il regolamento di istituto e a farlo rispettare ai figli. Nelle superiori in genere si chiede anche agli studenti di condividerlo. Ebbene: in cosa si è risolta l'iniziativa nella grande maggioranza dei casi? In una frettolosa sottoscrizione del documento, previa frettolosa lettura, all'atto dell'iscrizione alla scuola.
Già il termine "patto" è sbagliato. Va bene a conclusione di una trattativa, in cui ciascuno ha concesso e ottenuto qualcosa. Ma qui si tratta, com'è ovvio, di una semplice presa d'atto delle regole che solo la scuola è legittimata dalla legge a stabilire e di cui deve assumersi tutta la responsabilità. Del resto il consiglio d'istituto, che ha il compito di approvare i regolamenti interni, comprende anche una rappresentanza dei genitori e, nelle superiori, degli studenti; ed è qui che può esserci il confronto tra le diverse componenti. 
Chiamarlo "patto", però, serve a coltivare l'illusione che una firma sia sufficiente a vincolare al rispetto di quello che c'è scritto. Serve anche a non parlare di sanzioni, perché altrimenti ce ne dovrebbero essere per tutti i contraenti, inclusa la scuola. Ma più ancora l'omissione è frutto di una pedagogia che ha espulso la punizione dal suo discorso, facendo intendere che sia l'opposto dell'educazione, negandogli cioè il carattere di strumento educativo fra gli altri, come l'esempio, l'esercizio, il richiamo. 
Quanto sia servito il patto educativo introdotto dal ministro Fioroni (che ha comunque alcuni meriti in direzione della scuola seria) lo dicono i fatti; e non solo quelli clamorosi di questi giorni e dei mesi scorsi, ma la lunga storia di fatica e di avvilimento, solo in minima parte raccontata, che tanti bravi insegnanti hanno vissuto negli ultimi decenni, privi del sostegno delle istituzioni (a cominciare spesso da quella più vicina, il dirigente) in una quotidiana battaglia per il rispetto delle regole. 
L'alleanza fra scuola e famiglia è importantissima, ma non serve certo, come ora si propone, una nuova edizione del "Patto". Va ricostruita — senza il minimo equivoco sulla distinzione dei ruoli — a partire dalla fermezza nell'esigere e nell'assicurare il massimo rispetto delle regole. Bisogna ripensare la comunicazione con i genitori a cominciare dai colloqui individuali, anche facendone oggetto di un aggiornamento dei docenti; promuovere incontri di formazione e di dialogo sulle difficoltà dei ruoli educativi; far emergere il pensiero degli studenti corretti danneggiati dall'indisciplina di alcuni compagni e quello delle famiglie che non gridano, non protestano e sono al fianco degli insegnanti, ma in silenzio. Ricordo che un sondaggio commissionato dal Gruppo di Firenze ha rilevato che due italiani su tre giudicano la scuola troppo poco severa riguardo al comportamento e considerano sbagliata la recente abolizione della bocciatura per l'insufficienza in condotta.
Detto questo, nella situazione della scuola descritta in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sarebbe un sollievo sentire un responsabile politico, magari un ministro dell'Istruzione, dire "abbiamo sbagliato" — a fare della disciplina un tabù; a tollerare e persino a lodare le occupazioni; a non fare nulla per evitare che agli esami si copi a mani basse; a non criticare sanzioni risibili come la sospensione con obbligo di frequenza; a promuovere l'uso del cellulare a scuola; ad abolire il 5 di condotta come segno che esistono limiti insuperabili. Speriamo che almeno di fronte agli episodi degli ultimi mesi qualcuno venga assalito dalla realtà.

giovedì 19 aprile 2018

BASTA BUONISMO, SERVE CREDIBILITÀ


“Corriere Fiorentino”, 19 aprile 2018
“Chi è che comanda, eh! Chi è che comanda?... Si inginocchi!” urla il ragazzo dell’Istituto commerciale di Lucca al suo professore, mentre c’è chi riprende la scena col telefonino (alla faccia del suo “uso didattico”). E il possessivo “suo” ha qualcosa di sinistro in questa vicenda, visto che l’allievo si rivolge al docente come fosse appunto proprio suo, cioè alle sue dipendenze e sottomesso alla sua volontà. L'episodio è forse il più grave dei molti altri di queste settimane, perché sembra non avere nulla di estemporaneo, ma sia stato quasi preparato per metterlo in scena alla prima occasione. E in una scuola seria l'occasione per dare un’insufficienza a un ragazzo non è infrequente, specie con gli allievi poco responsabili, come non deve mancare l'opportunità di richiamarlo a un comportamento rispettoso dell'insegnante e di tutta la comunità scolastica. Se questa eventualità diventa fonte di paura per i docenti per le possibili reazioni di qualche allievo, siamo davvero al collasso della funzione educativa della scuola. Temo che fatti di questo genere, che si ripetono non solo per il meccanismo dell’emulazione, ma anche, e forse soprattutto,  per la mancanza di conseguenze importanti per i colpevoli, non siano destinati a diminuire né tantomeno a cessare se non si daranno finalmente risposte forti sul piano educativo. Soprattutto sarebbe opportuno che la finissimo con i piagnistei di certa compiaciuta pedagogia del “dialogo” che ha in orrore le sanzioni e che da troppi decenni sembra dominare la politica scolastica e ha letteralmente messo le tende nella burocrazia ministeriale e fra i responsabili scuola di tutti (ma proprio tutti) i partiti. La tendenza di questi decenni è sempre stata quella di colpevolizzare i docenti, considerati sempre responsabili dei risultati negativi, anche sul piano comportamentale, dei loro studenti. “La bocciatura è sempre un fallimento della scuola”: ecco la parola d’ordine regolarmente usata di fronte all’insuccesso scolastico. Un’affermazione che, salvo casi sporadici, le organizzazioni dei docenti e dei presidi si son sempre guardati bene dal contestare. Qualunque cosa accada di negativo all'interno di una classe o al singolo allievo, la colpa per la pedagogia corrente è sempre e soltanto della scuola e la scuola, intesa come comunità di educatori, ha finito con il convincersene. Non c’è da meravigliarsi se alla fine qualcuno ne trae le conseguenze.
L'altro problema è che il buonismo, sotto cui si cela spesso il sottrarsi al proprio ruolo educativo, ha probabilmente contribuito a deresponsabilizzare non pochi docenti; i quali – dai  e dai – hanno forse concluso che il quieto vivere è preferibile alle lotte contro i mulini a vento. E i mulini a vento sono appunto i dogmi ideologici che in questo senso hanno vinto, lasciando intendere ai genitori più prepotenti e ai loro figli educati come piccoli narcisi, ignari del principio di realtà, che tutto è lecito e che la scuola non vale nulla. Come non vale nulla, aggiungo io, qualsiasi istituzione che permetta di farsi beffe di lei. Dalla mia personale esperienza posso trarre poche certezze in assoluto, ma ho pochi dubbi sul fallimento educativo di gran parte dei colleghi troppo “comprensivi”. Quei docenti, tanto per intenderci che non riescono a dare insufficienze o che rifiutano per principio di alzare la voce o di comminare sanzioni disciplinari. Eppure esse, naturalmente se appropriate, rappresenterebbero un messaggio educativo prezioso per aiutare i ragazzi irresponsabili a rendersi conto che vincere nella vita non significa imporsi con la prepotenza.  
L'emergenza mi sembra sia oltre il livello di guardia ed è davvero opportuno che i dirigenti e i docenti considerino il problema della condotta tra quelli da affrontare immediatamente nei loro collegi. Il Ministero dell’Istruzione, per parte sua, dovrebbe garantire (almeno quella!) la tutela legale dei docenti e mettere in atto tutte le misure opportune in presenza di gravi offese nei loro confronti da parte di allievi e di genitori. Ne va della dignità e della credibilità della scuola, che deve ritrovare la forza per salvaguardare il ruolo, culturale e educativo, che la collettività le assegna. E ne va anche della sua dignità, che è anche quella dell’intera società!
Valerio Vagnoli

giovedì 12 aprile 2018

LA SVOLTA MANCATA DEI PROFESSIONALI

L’annuale Rapporto dell’Istituto Toniolo sulla condizione dei nostri giovani conferma ancora una volta, rispetto a quella di altri Paesi europei, un dato davvero sconfortante.
E cioè l’alta e sempre più insostenibile percentuale dei cosiddetti Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati nello studio o nel lavoro o in percorsi formativi. In Italia si attesta al 26% rispetto alla media Ue del 15,6%. Soprattutto si conferma come questi giovani provengano in maniera pressoché totale da famiglie meno abbienti soprattutto del Sud. Il timore, direi quasi la certezza, è quello di vedere questi numeri, che corrispondono a oltre 2 milioni di giovani, crescere inesorabilmente anche nei prossimi anni.
Uno dei motivi di questo pessimismo deriva dalla recente revisione degli istituti professionali. Ci aspettavamo che il ministero finalmente ponesse almeno qualche rimedio al loro progressivo snaturamento. Invece, dopo un anno di lavoro di una commissione ad hoc, si è dovuto constatare come la situazione sia addirittura peggiorata. Ci si è limitati infatti a un intervento di pura facciata che lascia più o meno le cose come erano (troppe materie-poca pratica), salvo aggravare il carico burocratico delle singole scuole che è, oggettivamente, al limite del collasso.
La mobilità sociale, che è un caposaldo di qualsiasi società liberale e anche la miglior garanzia perché le democrazie si mantengano tali, va, per i meno abbienti, estinguendosi. Al pari, verrebbe da dire non a caso, della qualità delle nostre scuole professionali. A dimostrazione di ciò, si registra la progressiva nascita, soprattutto in alcuni indirizzi professionali, di corsi privati post-diploma, con lo scopo di formare sul serio al lavoro i tanti giovani che dopo cinque anni di scuola sono ancora lontani dal possedere le competenze necessarie per poter svolgere una professione; quando non si tratta addirittura di doverli correggere dal punto di vista del comportamento e dell’educazione. Il che rende spesso ancora più difficile e faticoso a quell’età recuperarli a un lavoro realmente qualificato, al senso di responsabilità e alla consapevolezza dei loro doveri, beninteso unita a quella dei propri diritti. Senza contare che, in mancanza di un compiuta professionalità — che comprende la necessaria maturazione umana — i ragazzi rischiano, come alternativa alla disoccupazione, di finire alle dipendenze di datori di lavoro inaffidabili e disinteressati a investire sul cosiddetto capitale umano.
Ovviamente questi corsi sono a pagamento e perciò non aperti a chi non può permetterseli. Insomma, il sistema si avvita sempre di più e gli «ultimi» saranno inesorabilmente esclusi dalla possibilità di veder cambiato in meglio il loro destino, grazie anche a scuole professionali e tecniche che da decenni sono progressivamente venute in gran parte meno alla propria vocazione. Scuole che affogano inoltre in una burocrazia oramai elefantiaca, spesso nella retorica di una pseudo-inclusione e nella necessità di dare occupazione a una miriade di precari storici, arrivati alla cattedra senza più entusiasmi e passione, che sono per la qualità della scuola elementi imprescindibili. Come è imprescindibile non rinunciare a darle un senso. Purché non sia quello del parcheggio.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 11 aprile 2018

venerdì 30 marzo 2018

LETTERA ALLA MINISTRA FEDELI SULLE RECENTI AGGRESSIONI AI DOCENTI


Gentile Ministra Fedeli,
negli ultimi mesi abbiamo letto di ripetute aggressioni ai docenti da parte degli allievi: coltellate, testate, pugni, spinte, derisioni di gruppo. Poco importa quale sia la versione corretta di quanto successo in una scuola di Alessandria: il fatto che un’insegnante, per di più con difficoltà di movimento, sia stata circondata e derisa, oltre che filmata, da un’intera classe basta e avanza per parlare di un episodio ripugnante, che in altri paesi, ammesso che potesse accadere, sarebbe costata ai colpevoli l’espulsione dalla scuola.
Ancora una volta, però, si risponde a un comportamento gravissimo con misure assolutamente inadeguate a rendere consapevoli della sua gravità sia i responsabili, sia gli altri ragazzi. È stato infatti comminato un mese di sospensione, ma – ahimè – “con obbligo di frequenza”: un’assurda consuetudine incredibilmente affermatasi negli ultimi anni in molte scuole. E non sarà certo in quel mese l'ulteriore “pena” di svuotare i cestini della carta a dare a questi ragazzi la misura di quello che hanno fatto.
Dai noi è quasi la regola che simili episodi di violenza vengano seguiti da misure disciplinari irrisorie. A questa incapacità del mondo scolastico di punire in modo esemplare si aggiunge spesso una reazione a nostro parere insufficiente dei vertici dell'amministrazione scolastica a sostegno dei docenti fatti oggetto di aggressioni sia da parte di genitori che di studenti. Sarebbe giusto, ad esempio, che il ministero si costituisse parte civile negli eventuali processi penali, qualora non siano i presidi a farlo, come pur dovrebbe accadere. 
I fatti più gravi che arrivano sui giornali si radicano tuttavia in una diffusissima mancanza di disciplina, cioè di maturità, di autocontrollo, di rispetto per gli altri. La cosa non sorprende, dato che negli ultimi decenni, per un malinteso antiautoritarismo, la fermezza nel far rispettare le regole, essenziale per la formazione dei giovani e per creare il clima sereno necessario all’apprendimento, è stata in ogni modo scoraggiata dal governo della scuola. A riprova, di recente è stato da Lei abolito il voto di condotta, insieme alla (remota) possibilità di ripetere l’anno a causa dell’indisciplina (resta in teoria possibile – ma  sottoposta a troppe condizioni – solo per reati gravissimi contro la persona). Un provvedimento a cui è contrario il 68% degli italiani (sondaggio dell’Istituto Eumetra MR). Solo silenzio, invece, da parte di tutte le forze politiche, nessuna esclusa.
È evidente la necessità di cambiare rotta senza tentennamenti. Ci auguriamo che lo faccia il prossimo governo con il sostegno dell’opposizione. Le possiamo però ancora chiedere, gentile Ministra, di invitare gli istituti scolastici a non ridicolizzare il fine educativo della sospensione dalle lezioni aggiungendovi, con qualche poco impegnativo lavoretto, l’obbligo di frequenza: misura evidentemente contradditoria e intrisa di ipocrisia, che palesemente rappresenta agli occhi degli studenti la fragilità di educatori incapaci di quella fermezza che spesso proprio i ragazzi più problematici ci chiedono. E che ci chiede la società del futuro per la quale lavoriamo e alla quale vorremmo evitare il rischio di essere dominata dai prepotenti e dai violenti, abituati a esserlo perfino dalla scuola.
Michele Zappella, neuropsichiatra infantile, Foundation for Autism Research, New York, Usa
Sergio Casprini, docente di storia dell’arte, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Andrea Ragazzini, docente di storia dell’arte, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Giorgio Ragazzini, docente di Lettere, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Valerio Vagnoli, dirigente scolastico, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

mercoledì 28 marzo 2018

I NUOVI PROFESSIONALI NASCONO VECCHI, COSÌ IL MIUR AIUTA L’ABBANDONO

In questi giorni il Miur ha reso nota la nuova struttura degli istituti professionali, le scuole che fino a qualche decennio fa costituivano uno dei punti di forza della nostra crescita economica e culturale perché insegnavano bene un mestiere di cui c'era richiesta. Purtroppo — lo denunciamo da tempo come Gruppo di Firenze — negli ultimi venticinque anni sono stati progressivamente snaturati, tagliando le ore di laboratorio, indispensabili per acquisire con la pratica la competenza professionale, e riempiendo il percorso di studio di un numero di materie assolutamente intollerabile.
La revisione licenziata dalla commissione ministeriale presenta pochissimi pregi (tra questi l'aver opportunamente aumentato il numero degli indirizzi), mentre conferma, e in parte addirittura peggiora, i difetti di cui sopra. Si è persa così l'occasione, se non di risanare, almeno di correggere la causa principale degli insuccessi e degli abbandoni (la cosiddetta "dispersione"): e cioè la grande distanza tra le aspettative di chi sceglie queste scuole e una realtà fatta di troppa teoria e di insufficiente esperienza concreta.
Non è necessaria una laurea in pedagogia per capire che una scuola strutturalmente dispersiva non può che "disperdere" i propri ragazzi. Ci voleva, quindi, il coraggio di ristrutturare l'orario a favore delle materie "professionalizzanti" e delle relative esercitazioni. E lo si doveva fare con norme nazionali valide per tutti.
Si è invece scelto una soluzione molto italiana, quella di scaricare questo compito sulle singole scuole. Le materie restano tutte, inutilmente accorpate in assi culturali, ma ciascuna scuola potrà decidere in che misura penalizzarne alcune per valorizzarne altre. Tutto ciò, però, sarà possibile solo a patto che non si determinino cambiamenti negli organici. Vale a dire che si potrà cambiare qualcosa purché gli insegnanti non perdano il posto. Pertanto sicuramente quasi nulla cambierà, come se in gioco non ci fosse il futuro dei ragazzi e del nostro Paese, ma — appunto — il nulla.
Nel tentativo di limitare la dispersione, il decreto impone, inoltre, l'adozione di una metodologia che favorisca un insegnamento sempre più personalizzato, come se nei professionali già non si concentrasse un numero elevatissimo di disabili, di ragazzi con "bisogni educativi speciali" (Bes) e di quelli con problemi, veri o presunti, di dislessia, disgrafia, discalculia: tutti allievi per i quali è da tempo obbligatoria una didattica — appunto — "personalizzata" (che, tra l'altro, in non pochi casi si risolve in un puro e semplice abbassamento del livello di preparazione).
A completare il quadro, il testo declina e parcellizza, nella solita anti-lingua ministeriale, una sfilza di competenze, abilità e conoscenze, di formule astratte ed enfatiche che dirigenti e insegnanti dei professionali non potranno, una volta di più, che rassegnarsi a subire (o a ignorare).
Valerio Vagnoli, “ilsussidiario.net”, 28 marzo 2018