giovedì 21 settembre 2017

CELLULARI: VOGLIAMO INCENTIVARE UNA DIPENDENZA IN CRESCITA?

Provate a digitare su Google “Miur prevenzione dipendenze”: vi verrà fornito un nutrito elenco di riferimenti a iniziative in corso o a progetti in cui è implicato il ministero dell’Istruzione, accanto ad altri del Ministero della Salute, della Polizia di Stato o delle Regioni. E non si tratta solo delle varie droghe illegali, di alcol o di tabagismo, ma anche di “prevenzione di tutte le forme di dipendenza” compresa la ludopatia e in genere le “dipendenze comportamentali”.
In occasione della recentissima intesa fra la Presidenza del Consiglio e il Miur sulla prevenzione dell’abuso di alcol e delle tossicodipendenze, si è ripetuto ancora una volta che “partire dall’educazione nelle scuole è fondamentale”. Ma paradossalmente è proprio nella scuola che si andrà a incentivare una dipendenza in forte crescita fra i giovani, quella dal cellulare, dopo la decisione della ministra Fedeli di sdoganarli come strumento didattico. A sconsigliare di darle seguito, questo argomento si aggiunge ai molti già evocati: la disponibilità dello smartphone distoglie dalla necessaria attenzione, aumenta la tentazione di copiare da internet, favorisce gli scherzi e il bullismo. Per di più, sostituendo uno strumento privato a quelli che la scuola stessa potrebbe fornire, fomenterebbe “la peggiore competizione tra gli studenti, e giocoforza tra le loro famiglie, a chi si compra l'oggetto più nuovo”, come ha scritto Adolfo Scotto di Luzio. Che aggiunge: Lo smartphone in classe preclude ai giovani l'esperienza della scuola come reale scoperta di quello che non si conosce e come incontro con l'estraneo culturale. [...] Educando viceversa i giovani a ritrovare in classe ciò che già conoscono fin troppo bene fuori, li si addestra nella logica dell'uguale e della ripetizione del noto”.
Esistono diverse conferme scientifiche di una già notevole diffusione di questa nuova dipendenza. Una viene da uno studio molto serio realizzato dalla Scuola di psicoterapia “Erich Fromm”e presentato di recente a Firenze, secondo il quale l’attrazione per lo smartphone sta diventando per molti una fonte di stress e di ansia, con sintomi come il bisogno di essere continuamente raggiungibili, la paura di esaurire la carica, la “vibrazione fantasma”, cioè la sensazione errata che l’apparecchio stia vibrando, fino al tremore, alla tachicardia, agli attacchi di panico. Nelle persone con bassa autostima e difficoltà relazionali, l’uso del cellulare favorisce la chiusura in sé stessi e la paura di essere rifiutati. Una ricerca britannica attesta che il 60% dei giovani tra i 18 e 29 anni va a letto con lo smartphone. Si parla ormai di “nomofobia”, (no mobile + fobia), cioè la paura di restare senza questo vero e proprio talismano.
Anche senza conoscere la letteratura scientifica, se vogliamo proteggere almeno i giovanissimi dal diventare schiavi del telefonino, oltre che metterli in guardia dal fumo, dall’alcol, dalle droghe, dai disturbi alimentari e dal bullismo, la messa al bando degli smartphone dalle aule scolastiche dovrebbe apparire come una misura necessaria e di buonsenso.  
Dal canto suo la ministra Fedeli assicura che non si tratterà “di smartphone come dispositivo a gestione individuale mentre ci sono le lezioni”, ma di uso regolato sotto la responsabilità dei docenti. Intenzione in astratto rassicurante, se si potesse garantire una pratica saltuaria di “uso consapevole della tecnologia”, accompagnata dall’obbligo tassativo di tenere l’apparecchio spento nello zaino per il resto del tempo. Ma quanto è diffuso e quanto incoraggiato nella scuola italiana (a iniziare dal ministero) il rigore necessario per assicurare un simile equilibrio? Siamo purtroppo vicini allo zero assoluto. Bisogna quindi insistere perché non sia assestato un colpo definitivo alla possibilità di lavorare in classe con l’indispensabile concentrazione. Del resto, numerosi manager e programmatori di Microsoft, Apple, Google e di altre aziende della new economy da Seattle a Cupertino, incluso Steve Jobs, hanno scelto e scelgono per i loro figli scuole in cui anche il computer è rigorosamente bandito. Vogliamo proprio essere più “digitali” di loro?
Giorgio Ragazzini

Aderisci all' iniziativa “No al cellulare in classe – Scrivi un rigo alla Ministra: segreteria.particolare.ministro@istruzione.it

lunedì 18 settembre 2017

PROMEMORIA: LA LETTERA APERTA AL MINISTRO GIANNINI DEL LUGLIO 2016: “NO AL CELLULARE IN CLASSE”

La sottoscrissero oltre duemila fra insegnanti e dirigenti (per la precisione 2066, tra cui anche alcuni cittadini non docenti interessati alla serietà della scuola).
Tra i firmatari la scrittrice Paola Mastrocola, il linguista Luca Serianni,  Giovanni Belardelli, storico e editorialista del “Corriere della Sera”, Adolfo Scotto Di Luzio, storico della pedagogia, il politologoVittorio Emanuele Parsi, il filosofo Remo Bodei. lo storico della letteratura Giulio Ferroni.

“Gentile Ministro,
nei giorni scorsi il sottosegretario Faraone ha annunciato che sarà abolito il divieto di usare il cellulare il classe, una misura del ministro Fioroni, che giustamente si preoccupava di evitare motivi di distrazione e di disturbo. Un divieto che oggi è più che mai attuale data la diffusione tra i ragazzi degli smartphone, tanto più attraenti dei cellulari di allora. Tutti abbiamo avuto modo di constatare quanto essi possano monopolizzare la loro attenzione; e non c’è alcuna seria motivazione didattica o educativa per un cambio di rotta che costituirebbe un forte incentivo alla distrazione e all’uso improprio di questi strumenti (copiare, giocare, praticare il bullismo via internet, schernire un docente). D’altra parte, per l’uso didattico dell’informatica, è bene usare eventualmente strumenti assai più indicati come i tablet e le Lim.
Riteniamo quindi indispensabile che il vigente divieto venga mantenuto (e rispettato) nell’interesse degli stessi studenti e del lavoro degli insegnanti”. 
Tra i firmatari segnaliamo (in ordine alfabetico)
ADOLFO SCOTTO DI LUZIO, docente di storia della pedagogia;
ADRIANO PROSPERI, docente di  storia moderna  collaboratore di “Repubblica”;
AMEDEO QUONDAM, docente emerito di letteratura italiana; 
EMILIO PASQUINI, docente emerito di letteratura italiana; 
GIORGIO ALLULLI, dirigente dell’ Isfol, esperto di formazione professionale;
GIOVANNI BELARDELLI, storico e editorialista del “Corriere della Sera”;
GIULIO FERRONI, docente di letteratura italiana;
LORENZO STRIK LIEVERS, docente di didattica della storia, già senatore della Repubblica;
LUCA SERIANNI, linguista e accademico dei Lincei;
MARCELLO DEI, docente di sociologia e autore di Ragazzi si copia. A lezione di imbroglio nella scuola italiana;
MICHELE ZAPPELLA, docente di neuropsichiatria infantile;
PAOLA MASTROCOLA, insegnante, scrittrice e collaboratrice del “Sole24Ore”;
PAOLA TONNA, coordinatrice dell’Apef (Associazione Professionale Europea Formazione)
PAOLO CARETTI, docente di diritto costituzionale;
PAOLO PADOIN, già Prefetto di Firenze;
PIER VINCENZO ULERI, docente di Scienza della politica;
REMO BODEI, docente di filosofia all'University of California, Los Angeles (UCLA);
RENZA BERTUZZI, Responsabile di redazione di “Professione Docente”, organo della Gilda degli insegnanti;
RINO DI MEGLIO, coordinatore nazionale della Gilda degli insegnanti;
ROBERTO TRIPODI, presidente dell’Associazione Scuole Autonome della Sicilia;
VITTORIO EMANUELE PARSI, politologo e editorialista del “Sole24Ore”.

martedì 12 settembre 2017

DAL MINISTERO UNA PRIMA, SIGNIFICATIVA RISPOSTA ALL’APPELLO "DEI SEICENTO"

  COMUNICATO STAMPA
Il professor Serianni nominato consulente del Ministero per l’apprendimento della lingua italiana. Una prima, significativa risposta all’appello dei 600 professori universitari dello scorso febbraio
 Alcuni giorni fa la Ministra Fedeli ha annunciato “interventi molto importanti per rilanciare l’apprendimento della lingua italiana grazie al contributo di Luca Serianni, linguista e filologo da poco in pensione che metterà la sua vasta competenza al servizio gratuito del ministero e degli studenti”.
Come si ricorderà nel febbraio scorso oltre 600 professori universitari (poi arrivati a 770) rivolsero al Governo e al Parlamento un appello chiedendo che si prendessero con urgenza dei seri provvedimenti per combattere “il declino dell’italiano a scuola” e le gravi carenze linguistiche con cui molti studenti affrontano l’Università.
La Ministra aveva dato assicurazione che intendeva affrontare i problemi posti dall’appello e la scelta del professor Serianni va senz’altro in questa direzione, anche per l’attenzione che come linguista ha sempre avuto per la scuola e per la didattica della lingua italiana. 

mercoledì 30 agosto 2017

DOCENTI INADEGUATI: FINE DELL’IPERGARANTISMO?

Pochi giorni fa, in occasione del Meeting di CL a Rimini,“ilsussidiario.net” ha pubblicato un’ intervista a Valeria Fedeli. “Tuttoscuola”  ha rilanciato una risposta della Ministra, che, interpellata  sui “docenti inamovibili”, ha detto:  L'inamovibilità a fronte dell'incapacità non dev'essere più possibile. Poi si tratterà di vedere come fare”. È un’affermazione impegnativa, che speriamo venga seguita senza ulteriori ritardi da iniziative adeguate. Importante è anche il fatto che “Tuttoscuola” non si limiti a riportare le parole della Fedeli, ma prenda  decisamente posizione contro la classica risposta sindacale, che liquida la questione con l’argomento che “le norme ci sono” (questa volta è Rino Di Meglio della Gilda a sostenere l’inesistenza del problema). In teoria è vero – replica “Tuttoscuola” – ma esiste un’inamovibilità di fatto che è quasi insuperabile.
L’articolo di “Tuttoscuola”, senz’altro da leggere (Inamovibilità dei docenti incapaci: falso problema o questione da risolvere?), conferma in gran parte, anche se in modo sintetico, i risultati di un seminario da noi organizzato nell’aprile scorso proprio su questo argomento, di cui con l’occasione pubblichiamo la sintesi e l’allegato dossier di “casi esemplari”. Testi pensati in primo luogo per sensibilizzare la classe politica sull’annoso problema dei docenti “inadeguati” (come è più opportuno chiamarli: ci sono gli insegnanti incapaci, ma anche quelli scorretti). 
- L’articolo di “Tuttoscuola”: leggi.
- Seminario sui poteri disciplinari dei dirigenti: leggi.

domenica 27 agosto 2017

SE LA MATURITÀ VALE MENO DELL’ESAME DI GUIDA

"Corriere Fiorentino", 27 agosto 2017

In una piccola stazione di provincia qualche giorno fa mi è capitato di assistere all' incontro tra una vecchia maestra (in realtà di mezza età, ma per gli ex studenti le maestre come si sa sono sempre delle vecchie maestre) e un suo ex scolaro che, da quel che diceva, si capiva essersi diplomato a luglio. Alla richiesta della maestra su come fosse andato l’esame di Stato, il giovane ha risposto senza alcuna esitazione che era stato ben più difficile e impegnativo sostenere quello per la patente. D’altra parte questa mia testimonianza conferma pienamente quanto negli ultimi anni mi viene detto da molti ex studenti, che evidentemente sempre di meno vivono come rito di passaggio all’età adulta l’esame finale del ciclo superiore che, forse non a caso, non si chiama neanche più esame di maturità. Questo episodio mi ha fatto ulteriormente riflettere intorno alle recentissime dichiarazioni della ministra Fedeli sulla possibilità di portare a 18 anni l’obbligo scolastico. Idea che mi sembra animata da un vizio quasi atavico nei nostri ministri della Pubblica istruzione, quello di accontentarsi della forma piuttosto che pensare alla sostanza. E per la scuola di questi ultimi decenni la sostanza dovrebbe consistere innanzitutto nel darle un senso; un senso che spesso, per dirla con Vasco Rossi, purtroppo non ce l’ha, non essendo compito principale della scuola, come invece avviene attualmente, quasi solo quello di “contenere” i ragazzi senza però dare loro prospettive e progetti di vita e senza dare così al Paese fiducia nel futuro. La società odierna richiede sempre di più giovani preparati e pronti ad accettare l’impegnativa sfida con i loro coetanei di altri Paesi, che investono anch’essi nella conoscenza senza tuttavia affidarla esclusivamente alla durata, bensì alla qualità dei loro corsi di studio. Ricordo che l’obbligo scolastico fino ai 18 anni non appartiene alla stragrande maggioranza dei Paesi cosiddetti avanzati e fra questi, in Europa, ricordiamo pure la Germania, l’Inghilterra, la Francia, la Finlandia, la Spagna, l’Austria, la Svezia... Intanto ci potremmo accontentare di ricostruire un sistema scolastico in grado di portare i giovani a sentire la scuola importante, e pertanto impegnativa, quanto il percorso che porta al superamento o meno dell’esame per la patente di guida. A questo siamo ridotti. I ministri però non lo sanno; mica frequentano le piccole stazioni di provincia!
                                                                                         Valerio Vagnoli

sabato 5 agosto 2017

IL LAVORO MANUALE PICCONATO DA SINISTRA

“Corriere Fiorentino”, 5 agosto 2017
L’estate è per i cosiddetti Neet, cioè per un quinto dei nostri giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano né lavorano, una stagione più terribile delle altre perché proprio nei mesi estivi il senso di fallimento si acuisce. Il problema non è solo italiano ma in pochi altri Paesi al mondo è grave come da noi.
Sulle ragioni di questa drammatica situazione molto si è scritto e si continuerà a scrivere perché la percentuale dei nostri ragazzi che vivono nel limbo dei Neet è, in Europa, seconda solo alla Turchia. Non mi soffermo sulle cause, tra cui la crisi economica o la pesantezza delle tasse che rendono spesso impossibile alle imprese assumere dei ragazzi, ai quali peraltro andrà anche insegnato il lavoro, dato che una sciagurata politica scolastica ha pressoché liquidato la formazione professionale e tecnica. Mi preme invece mettere in evidenza altre responsabilità che sono alla base di queste scelte formative, cavallo di battaglia della sinistra tradizionale che con il ministro Berlinguer picconò la «vecchia» scuola facendo alla fine diventare quella superiore un prolungamento della media. Si asseriva, con la sicurezza tipica dell’ideologia piuttosto che con la capacità di preparare il futuro senza cancellare il meglio del passato, che i giovani avevano bisogno non di specializzazioni, ma di «teste ben fatte», che solo una scuola licealizzata avrebbe saputo forgiare. Come se fino ad allora i laboratori artigiani e le scuole tecniche e professionali avessero formato sudditi acritici e indolenti! Insomma, il nuovo sistema scolastico voleva inculcare nella gente, riuscendovi in pieno, l’idea che il lavoro manuale era destinato ai perdenti e che il modello vincente era quello liceale. Insieme a tutto ciò proliferarono nuovi indirizzi universitari scollegati spesso dal mondo del lavoro e collocati anche nelle cittadine di provincia, togliendo così a molti giovani anche l’importantissima esperienza di misurarsi con realtà nuove, senza le mediazioni e le protezioni familiari. Protezioni che in Italia più che in altre Paesi tendono a imprigionare i figli piuttosto che renderli finalmente autonomi. Si lanciò poi la demagogica parola d’ordine del «diritto al successo formativo» cancellando paralellamente quello al lavoro. Insomma, tutto ha contribuito a deresponsabilizzare i nostri ragazzi, i cui genitori, a differenza di quanto accade in molti Paesi europei, spesso continuano ad accudirli e a garantire loro la paghetta fin oltre i trent’anni. Occorre dirlo con forza: per certi lavori i posti ci sono e c’erano anche in passato quando venivano ricoperti dagli extracomunitari o dai pensionati. Ricordo la rabbia di amici e parenti che negli anni novanta non riuscivano a trovare potatori di ulivi e viti, benché i nostri istituti agrari pullulassero di studenti preparati per farlo. Intanto questi amici e parenti hanno insegnato ai loro operai albanesi a potare e ora questi lo fanno con la sapienza e il rispetto che le piante impongono. Accade anche che ristoranti, pasticcerie e trattorie richiedano da tempo inutilmente agli istituti alberghieri giovani disponibili a impiegarsi e ciò forse non accadrebbe se i professionali si proponessero, come accadeva in passato, quali indirizzi fortemente orientati alle attività pratiche. Mi sembra che il disastro culturale che ha bandito il lavoro manuale dal futuro dei nostri giovani sia ampiamente confermato anche dalle critiche che si continuano a fare contro l’alternanza scuola-lavoro: cioè contro la misura più opportuna e incisiva che abbia mai caratterizzato la nostra scuola negli ultimi decenni. Per ora l’unica misura che può aiutarci a rinnovarla e nello stesso tempo a rinnovare le mentalità dei tanti, a proposito del lavoro manuale, imbevute di preconcetti e luoghi comuni.

Valerio Vagnoli

domenica 30 luglio 2017

PERCHÉ SI STUDIA QUELLO CHE SI STUDIA

“Perché leggiamo ancora la Commedia nell’anno 2017?” A questa domanda Claudio Giunta, concludendo un recente articolo-recensione sul “Sole 24 Ore” a proposito dell’attualità o meno di Dante, propone “una risposta molto più pedestre” di quelle ipotizzate nelle righe precedenti. Che è questa: “Perché così hanno deciso centocinquant’anni fa coloro che hanno scritto i programmi della scuola italiana postunitaria” (su questo saggiamente seguiti, aggiunge, dalle attuali Indicazioni nazionali per il curricolo scolastico). Risposta che me ne ha ricordata un’altra, quella che detti a una mia allieva di seconda media che mi aveva chiesto “Ma a che serve studiare la storia?” Al che tagliai corto dicendo (immagino con un sorrisetto ironico): “A essere promossi in terza media”. Come quasi tutte quelle dello stesso tipo, la sua non era infatti una vera domanda, voleva in realtà dire “la storia non mi piace” (e forse, come conseguenza, non serve a nulla...). Dunque, prenderla alla lettera e lanciarsi in una perorazione della fondamentale funzione di farci-conoscere-il-passato-per-comprendere-il-presente-e-progettare-il-futuro sarebbe stato inutile. Un alunno interessato a una materia non sente il bisogno di sapere a cosa serve, così come un bambino che ascolta rapito una fiaba non chiede il motivo per cui gliela raccontiamo. L’insegnante, quindi, oltre a fare il possibile per interessare i suoi studenti, dovrà però combattere l’idea – figlia di un’educazione preoccupata di accontentare sempre e comunque i figli – che la scuola sia simile a un self service in cui si mangia solo ciò che ci piace, per di più evitando di assaggiare ogni tanto qualcosa di nuovo. Negli sport fatti seriamente l’allenatore impone ai suoi ragazzi esercizi faticosi, però essenziali per una pratica che dia poi soddisfazione. Così la scuola non può (non dovrebbe) fare a meno di esigere un impegno costante in tutte le discipline, attraenti o meno che siano per ciascun allievo. “Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali,” ammonì Barak Obama nel suo grande discorso del 2009 agli studenti, mettendo in evidenza la responsabilità di ciascuno di loro rispetto alla propria formazione.
Ma c’è di più: tutte e due le risposte apparentemente “pedestri” alle domande sull’attualità di Dante e sull’utilità di studiare la storia sottintendono la considerazione dovuta al patrimonio culturale della nazione, come selezionato e aggiornato nel corso del tempo. Un patrimonio, dunque, non intangibile, e anzi inclusivo (è un tratto specifico della cultura occidentale) della capacità di revisione critica delle idee ricevute; ma non va neppure incoraggiata nei ragazzi la pretesa di mettere in discussione quello che la scuola “consegna” alle nuove generazioni. Ogni insegnante è in un certo senso, per conto della collettività, il garante dell’importanza di ciò che insegna. Più ne sarà convinto, più sarà convincente e autorevole per i suoi allievi.
Giorgio Ragazzini

venerdì 14 luglio 2017

L’ANTIFASCISMO? MEGLIO IMPARARLO DA UN VECCHIO POETA

“Corriere Fiorentino”, 12 luglio 2017
Caro direttore,
confesso che rispetto alla proposta di Emanuele Fiano di punire tutti coloro che fanno propaganda fascista ho idee poco chiare. Da sempre antifascista, nipote e cugino di persone massacrate dai nazifascisti, figlio di antifascisti i cui nonni materni nascosero per mesi nella loro abitazione dell’alto Casentino una coppia di anziani ebrei fiorentini, non riesco proprio ad appassionarmi alle polemiche di questi giorni e soprattutto non riesco a farmi un’idea chiara e definitiva su cosa sia più o meno giusto fare. Tuttavia ne scrivo perché rispetto ai temi legati alle dittature, di qualunque colore esse siano, non si può, avrebbe detto mio padre, accantonare il discorso. Anche perché il rischio che seppur sotto altre vesti le dittature a volte ritornino è sempre reale e inoltre è bene ricordare che nel mondo ce ne sono ancora e anche di assai crudeli. Eppure la proposta Fiano non mi convince fino in fondo e penso che rispetto a ideologie così nefaste e sempre minacciose come quelle nazifasciste e comuniste, le risposte debbano essere altre che non quella di creare il nuovo reato di «propaganda di regime». La prima di queste risposte dovrebbe essere quella di impedire la deriva civile di una nazione e di tenerne alta la coscienza recuperando, per dirla con Leopardi, quell’ “onesto e retto conversar cittadino” che pochi esaltano e altrettanto pochi auspicano quale modello da perseguire: non certamente parte del Parlamento o dei politici habitué dei talk show. Troppo degrado intorno a noi e troppo volgo blandito da un vasto ceto politico, parte del quale sembra anche avere paura a misurarsi con lui rendendolo così sempre più potente ed elettore di altrettanto volgo. Forse solo la scuola e poco altro ci potrebbe salvare, se la scuola saprà tuttavia regalare ai ragazzi maestri in grado di creare in loro quelle tensioni civili e morali che solo i veri maestri sono in grado di offrire. Ma ci sono per fortuna, seppur poche, altre risorse. Il bel film di Francesco Bruni, Tutto quello che vuoi, ci offre uno spunto che non possiamo assolutamente tralasciare. Come capita nel film ad alcuni giovani disperati ed emarginati che finalmente crescono e maturano il senso di responsabilità attraverso l’incontro con un vecchio poeta, occorre che anche al di fuori della scuola i giovani possano avere la fortuna d’incontrare adulti e anziani in grado di raccontare qualche squarcio della loro vita e che magari siano ancora in grado di rappresentare valori e aspettative che i giovani, seppur ignorandolo, bramano di sapere. Ma quasi nessuno, anche all’interno delle famiglie, si preoccupa di far loro questo regalo.
Valerio Vagnoli

domenica 9 luglio 2017

RISPOSTA A “TUTTOSCUOLA” SU DON MILANI E L’ABOLIZIONE DELLE BOCCIATURE

Caro direttore,
“Tuttoscuola” si rammarica che dal decreto sulla valutazione sia stato tolto il divieto di bocciare nella primaria, inizialmente presente. E, adottando toni e categorie della Lettera a una professoressa, chiosa: “I nostri parlamentari hanno preferito mantenere la distinzione tra i Gianni e i Pierini, figli dei ricchi, colti e urbanizzati, anziché applicare il principio costituzionale di uguaglianza dei cittadini”.
A parte il fatto che è stata la ministra Fedeli a opporsi su questo punto, è difficile capire i motivi per cui sarebbe essenziale impedire per legge un esito che rappresenta lo 0,4% del totale. A differenza di 50-60 anni fa, sono decisioni eccezionalissime, da prendere all’unanimità e da motivare ampiamente. Sarebbe semmai utile un’indagine sulle ragioni che hanno mosso dei consigli di interclasse, certo non a cuor leggero, a bocciare un alunno.
È naturale che “Tuttoscuola” si appoggi in questo campo all’autorità di don Milani: “Durante l’obbligo scolastico non si può bocciare, si diceva a Barbiana, ma si devono rimuovere gli ostacoli che si frappongono alla piena fruizione del diritto allo studio”. “Durante” sì; ma alla fine? A pagina 56 della Lettera si trova un passaggio che non viene mai citato. Rivolgendosi a un’immaginaria insegnante di scuola media, i ragazzi di Barbiana dicono che nella scuola dell’obbligo bisogna portare tutti in terza. Ma aggiungono: “È all’esame di licenza che può sfogare i suoi istinti di selezionatrice. Non avremmo più nulla da ridire. Anzi se il ragazzo non sa ancora scrivere farà bene a bocciarlo.” Stando così le cose, sarà pur lecito discutere se e quando sia meglio, nell’interesse del ragazzo, aspettare la terza media o fermarsi prima in caso di gravi carenze.
Anche l’Ocse, prosegue “Tuttoscuola”, “ritiene che la bocciatura come strumento didattico sia costoso ed inefficace. Quanto costa alla collettività un ripetente?” Ma forse dovremmo anche chiederci quanto costano alla collettività le ben più frequenti promozioni immeritate.
In alternativa alla bocciatura, “Tuttoscuola” rilancia poi la personalizzazione dell’apprendimento. Se però una didattica è davvero efficace e in grado di colmare le lacune di chi è indietro, perché si dovrebbe temere la possibilità di bocciare?
Il fatto è che da tempo immemorabile la volontà, la serietà, l’impegno sono stati cancellati dalla pedagogia, sicché il raggiungimento del “successo formativo” è diventato responsabilità esclusiva di una scuola “che non sa motivare”. I ragazzi “svogliati” di un tempo ora hanno un Bisogno Educativo Speciale. Da un estremo all’altro. Ma un bambino, un ragazzo non sono materia plasmabile a piacere, sono soggetti più o meno o per niente collaborativi. E si dovrebbe abituarli all’idea che il successo scolastico dipende anche da loro.
Un altro ingrediente di cui non si parla mai (tanto meno lo fanno i ministri dell’istruzione) è la disciplina. Eppure a Barbiana era ferrea: La vita era dura anche lassù: disciplina e scenate da far perdere la voglia di tornare. [...] Per i casi estremi si usa anche la frusta”. E l’Ocse stessa ne ha sottolineato la grande influenza sul livello degli apprendimenti e il positivo impatto sul clima della classe e sull’umore degli allievi[1]. Ci sarebbe quindi da fare una severa autocritica per il lassismo che è stato tollerato e incoraggiato negli ultimi decenni, con l’effetto di buttare al vento una quantità enorme di tempo scuola (quanto ci costa?).
Tra i comportamenti più gravi c’è il copiare a man bassa durante gli esami e le verifiche in classe. “Tuttoscuola” individua la causa nella “cultura selettiva rimasta nei docenti”, che spingerebbe a cercare “scorciatoie per arrivare rapidamente al traguardo” (in altre parole: se non si bocciasse, sarebbe meno utile copiare). Ma la realtà è ben diversa: come ha dimostrato Marcello Dei nel libro Ragazzi si copia - A lezione di imbroglio nella scuola italiana, lo si fa perché il copiare non è abbastanza stigmatizzato e tanto meno punito; e perché non pochi colleghi chiudono occhi e orecchi, quando non si rendono complici attivi dell’imbroglio. Altro che mentalità selettiva: è la sagra del buonismo che si infischia del merito e della perdita di credibilità del sistema scolastico. Don Milani certo non immaginava che gli esami di oggi sarebbero stati spesso simili a quelli auspicati – ma solo per i ragazzi di Barbiana – in chiusura della Lettera a una professoressa. A pagina 111 infatti si legge che alle superiori la selezione è doverosa (“Qui si costruiscono cittadini specializzati al servizio degli altri. Si vogliono sicuri.”). Ma a pagina 139 la musica cambia:
 “Ci sarà bene in qualche istituto magistrale qualcuno che ci scriverà: «Cari ragazzi, quelli di voi che vogliono essere maestri venite a dar gli esami quaggiù. Ho un gruppo di colleghi pronti a chiudere due occhi per voi»”.

Un saluto cordiale,
Giorgio Ragazzini

[1] Analisi dei dati PISA 2012, focus 4 e 32.

domenica 2 luglio 2017

«RIMPIANGERÒ LE SFIDE AI RAGAZZI, NON QUESTA SCUOLA SENZA QUALITÀ»

“Corriere Fiorentino”, 2 luglio 2017

Valerio Vagnoli, per sei anni preside dell’alberghiero Saffi, andrà in pensione a settembre dopo 43 anni passati nella scuola 

In 43 anni nel mondo della scuola Valerio Vagnoli ha insegnato dalle elementari alle superiori, dai licei illustri agli istituti di periferia, anche in carcere e in riformatorio. Ha iniziato dal doposcuola in piccoli borghi di campagna e ha concluso la carriera da preside. Ora va in pensione, «appena in tempo, per rimpiangere di non averlo fatto».
Preside, perché questa decisione?
«Sono stanco: la scuola è sempre più vittima di burocrazia insostenibile, come è insostenibile il peso sulle spalle dei dirigenti».
Cosa le mancherà? 
«Mi mancheranno i rapporti con gli studenti, il progettare insieme, vedere i loro miglioramenti, ma anche gli scontri, il richiamarli alle loro responsabilità. Mi mancheranno gli insegnanti, categoria sempre più bistrattata. Non mi mancheranno invece la burocrazia ministeriale e la demagogia che vuole che la carriera dei dirigenti sia condizionata dal successo dei loro allievi: le promozioni aumenteranno ma si abbasserà la qualità».
Lei, che fa parte anche del gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità, è sempre stato molto esigente e rigoroso nel rispetto di regole e legge.
«La scuola deve educare alla responsabilità, alla lealtà e alla collaborazione con gli altri, oltre a dare a tutti le migliori opportunità formative. Con i ragazzi sono sempre stato diretto. Hanno trovato la mia porta sempre aperta, ma hanno anche avuto modo d’incontrare una persona che ha cercato di metterli di fronte alle loro responsabilità. Questo mio modo di intendere il ruolo di preside risponde a un’esigenza morale fondamentale: il ruolo imparziale di chi controlla che siano rispettate le regole e punisce chi le viola».
È stato intransigente anche nei confronti degli insegnanti.
«Ho utilizzato ciò che rientra negli strumenti del dirigente per colpire il demerito. Non è ammissibile che ci siano insegnanti incapaci e impreparati: per fortuna sono la minoranza, ma fanno danni».
Com’era la scuola di quarantatré anni fa?
«Dava aspettative, si pensava che potesse riscattare la vita e se non cambiava il destino era comunque un passo avanti rispetto alla formazione dei genitori».
E oggi?
«Questa aspettativa non c’è più, non c’è più entusiasmo. Si è persa la sacralità: certo, gli insegnanti devono rispondere alle famiglie e agli studenti, ma non possono certo essere ricattati dalla società».
Al Saffi è stato preside per dei anni. Quale eredità lascia?
«I progetti di cui vado più orgoglioso sono il ristorante della scuola gestito dai ragazzi e la fondazione La Prova del Nove. Mi sono concentrato sulla formazione professionale, un settore distrutto dalle riforme. La scommessa più bella vinta è stato il manifesto a favore della formazione professionale sottoscritto da 85 colleghi. All’inizio fummo fortemente osteggiati, ma oggi la Regione sta rivedendo la vecchia visione e sperimentando la formazione professionale a quattordici anni. Inoltre ho sempre preteso una scuola esigente e forse anche questo ha contribuito a dimezzare i bocciati, aumentando gli iscritti».
I ragazzi che escono dalla scuola sono preparati?
«Una parte della scuola funziona, perché per fortuna ci sono ancora addetti ai lavori che ci mettono l’anima».
Ivana Zuliani

mercoledì 28 giugno 2017

COPIARE AGLI ESAMI: I SILENZI DEL MINISTERO E ALTRE CONSIDERAZIONI

Lunedì scorso il “Corriere della Sera” ha reso nota la sofferta confessione della zia di un candidato che non è riuscita a dire di no al nipote in difficoltà e ha svolto per lui il compito di italiano, poi inviato via WhatsApp. L'articolo in cui si parla della vicenda (Copioni digitali contro docenti) merita qualche considerazione. La prima: a leggerne l’incipit, sembra di trovarsi in un paese che prende sul serio la necessità di impedire gli imbrogli, tutelando così il merito. In effetti la consueta nota ministeriale (sempre la stessa da anni) avverte che è assolutamente vietato utilizzare telefoni cellulari e dispositivi di qualsiasi tipo in grado di collegarsi con l'esterno tramite connessioni wireless o reti telefoniche. Per chi violasse queste disposizioni “è prevista, secondo le norme vigenti in materia di pubblici esami, l’esclusione da tutte le prove di esame”. Già nel 2012, però, il Consiglio di Stato aveva avvertito che non poteva considerarsi vincolante tale norma applicata per analogia e che quindi ci voleva “una normativa di rango primario, che esplicitamente preveda la sanzione di cui trattasi”. E così, in base a questa e ad altre considerazioni, aveva annullato l’esclusione di una candidata colta in flagrante copiatura. Domanda: come mai in ben cinque anni il ministero non ha provveduto in questo senso, nonostante le ripetute campagne nostre e dell’Anp perché fosse garantita la correttezza degli esami?
Una seconda considerazione riguarda la totale assenza, nelle comunicazioni ministeriali, di riferimenti a eventuali sanzioni nei confronti dei docenti che, attivamente o chiudendo un occhio, si rendessero complici dei candidati scorretti. Oltre alla nostra esperienza sul campo, abbiamo nel tempo ricevuto, da decine e decine di colleghi indignati, precise testimonianze in proposito. Il fatto è che in molti casi si è smarrita persino la consapevolezza di fare qualcosa di sbagliato. Anche in questi giorni un presidente di commissione, che aveva rimproverato alcuni docenti intenti ad aiutare gli studenti, ci ha riferito lo sbalordimento di chi veniva ripreso, quasi che venisse stigmatizzata una delle opere di misericordia raccomandate dalla Chiesa cattolica.
Un’ultima annotazione. Dalle dichiarazioni di insegnanti citate in questo articolo emergono due stereotipi piuttosto diffusi quando si parla della pratica del copiare. La prima è la presunta contrapposizione tra educazione e sanzione, di cui solo la prima sarebbe di competenza della scuola: «Non siamo la polizia, dobbiamo educarli a essere onesti e a fare il proprio dovere, non a giocare a guardia e ladri»; dove l’accenno poco empatico alle forze dell’ordine conferma che siamo in presenza dell’educatore “dialogante” che rifiuta “la repressione”. Il secondo “topos” valorizza invece la bravura di chi elude i controlli: “Noi abbiamo ispezionato i banchi, controllato fogli, zaini, mani. Dopodiché complimenti a chi riesce a ottenere un suggerimento senza farsi beccare. Segno di intelligenza”. Sì, di quel tipo di "intelligenza" che potrà servire in futuro al furbo esaminando per fregare il prossimo e per eludere i suoi doveri di cittadino. (Giorgio Ragazzini)


IL SOCIOLOGO MARCELLO DEI: COPIARE, UN “PECCATO” CON MOLTI “SE” E MOLTI “MA”

A Marcello Dei, autore del volume Ragazzi, si copia. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane (Il Mulino), abbiamo chiesto un commento sull’ articolo di cui sopra. Ecco quello che ci ha detto. 

Copiare a scuola è un comportamento diffuso, persistente e radicato, che ogni anno raggiunge un picco in occasione degli esami di maturità e che nel corso del tempo mantiene una frequenza stabile, costante. Non ho prove di questa tendenza, ma nemmeno riesco a vedere dei buoni motivi per cui dovrebbe essere falsa. Le istituzioni non hanno mai fatto niente per opporvisi. Hanno sempre fatto finta di niente. Pudicamente. A memoria d’uomo nessuna direttiva ha cercato di scoraggiare l'abitudine di copiare attraverso un'azione educativa, né ha cercato in alcun modo di reprimerla. I media propongono l’argomento ciclicamente, con una cadenza da orologeria centrata sul periodo degli esami di maturità. È un tema di circostanza, di stagione, di intrattenimento, insomma: roba di nessun peso. Nell’immagine comune la copiatura è un peccato, certo, ma un peccato pieno di “se” e intercalato di “ma” e di “bisogna vedere”. Incarna la formula del “vietatino”, una ricetta etica piuttosto diffusa in questo Paese. Dire che copiare è un atto di disonestà è considerato un’esagerazione, una forma di moralismo da bacchettoni. In questa temperie le copiature non aumentano perché hanno raggiunto un punto d’equilibrio ormai storico. Perché mai dovrebbero diminuire? Per una dilatazione spontanea delle virtù civiche? Nella vita pubblica non s’intravedono molti casi di tensione etica. Chi si ricorda delle parole di Berlinguer? Per quante persone una copiatura ben temperata non fa parte, tacitamente, del proprio bagaglio culturale?

domenica 25 giugno 2017

LA RESISTENZA ALLE ASSURDITÀ. RIFLESSIONI DI FINE ANNO SCOLASTICO

Molti ricorderanno lo studente di Moncalieri multato dalla scuola perché vendeva illegalmente le merendine a prezzi più bassi di quelli del bar interno. Il fatto suscitò un certo scalpore e ci fu chi (siamo in Italia) gli riconobbe un precoce e valido spirito imprenditoriale e chi, per fortuna, vide una violazione della legge.
Pensare poi che la Fondazione Luigi Einaudi di Roma lo premiò con una borsa di studio per la sua «spiccata attitudine all’imprenditoria applicata» fa venire i brividi se si pensa all’esempio morale di Einaudi e a quanto l’Italia gli debba. Gli stessi brividi che mi provocò anni fa un sindaco del Valdarno aretino che, incontrando una delegazione di studenti a un convegno sulla legalità, li rimproverò tra il serio e il faceto perché colpevoli, a suo dire, di esser lì anziché partecipare quel giorno alla protesta nazionale del mondo della scuola contro la ministra Gelmini. A rincarare la dose fu una magistrata, comunicando alle centinaia di studenti presenti che occupare le scuole non è reato. E si trattava di un convegno sulla legalità. Tralascio il resoconto del mio successivo intervento e torno allo studente di Moncalieri, che sappiamo dai giornali essere stato bocciato. L’avvocato di famiglia ha subito trovato i colpevoli di tale insuccesso: non il suo cliente, che alla resa dei conti presentava ben 5 insufficienze, ma «quel gruppo di docenti che hanno privilegiato l’aspetto sanzionatorio rispetto a quello educativo». L’avvocato naturalmente non è uno sprovveduto. Come tanti buonisti sa benissimo che basta fare riferimento al concetto di sanzione per trovarsi in sintonia con vasta parte dell’opinione pubblica che esecra a prescindere questo termine, vissuto come inscindibile da un’ideologia autoritaria. Alla fine anche nel caso dello studente «imprenditore» la colpa sarebbe della scuola, o meglio di quegli insegnanti che non rinunciano per quieto vivere a certificare la reale preparazione dei loro studenti, senza preoccuparsi di possibili conseguenze spiacevoli. Lo sanno i tanti docenti che in questi giorni ricevono a volte offese e minacce da parte di genitori dei ragazzi che non hanno promosso. Onore dunque a chi nella scuola non si arrende, pur in assenza di sostegno dall’amministrazione, e cerca così di impedire che dilaghi il mancato rispetto di regole e merito. Principii questi che, se abbandonati, rischiano di sottomettere tutti ai prepotenti. Conoscendo la storia c’è il rischio che nulla cambi, come è nostra abitudine, finché non si toccherà il fondo. Nel frattempo lo studente di Moncalieri potrà tranquillamente diventare un imprenditore di successo.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 22 giugno 2017

lunedì 12 giugno 2017

APPELLO SUL DECLINO DELL’ITALIANO A SCUOLA: L’INCONTRO CON LA MINISTRA FEDELI

Venerdì scorso il Gruppo di Firenze è stato ricevuto dalla ministra Fedeli, che era accompagnata da tre alti dirigenti del ministero: il Capo di Gabinetto Sabrina Bono, il Capo Dipartimento per la formazione superiore e la ricerca Marco Mancini e Damiano Previtali, dirigente per la valutazione del sistema nazionale di Istruzione.  
Va sottolineato intanto il valore positivo del fatto che il ministro abbia voluto incontrare i promotori dell’appello, così riconoscendo l’importanza e la credibilità conferitegli dall’ampio sostegno in ambito accademico e dal grande interesse suscitato nell’opinione pubblica. 
La Ministra ha sostanzialmente accettato la fondatezza della denuncia, anche se ha cercato di attenuare le valutazioni negative sul funzionamento della scuola parlando di alcune esperienze positive in corso. Da questo punto di vista il dott. Previtali nel corso della riunione ha parlato di una scuola “a macchia di leopardo” sotto il profilo dei risultati.
Rispetto alle proposte concrete contenute nella lettera-appello, un’apertura è venuta da parte dello stesso dottor Previtali sull’opportunità di una semplificazione delle indicazioni nazionali del primo ciclo relative all’italiano, rivelatesi eccessivamente ambiziose, a favore di un maggiore investimento su pochi obbiettivi fondamentali. Non c’è stata invece nessuna esplicita presa di posizione sulla necessità, su cui siamo tornati a più riprese durante il colloquio, di un ruolo molto più attivo del Ministero – di sostegno, di orientamento e di controllo dei risultati. Attualmente, in nome dell’autonomia, le scuole sono quasi abbandonate a se stesse. In particolare riguardo alle verifiche periodiche di cui parla l’appello non abbiamo avuto risposte.
Abbiamo chiarito che si dovranno accertare non competenze complesse, ma quelle assolutamente imprescindibili per ogni livello di scolarità.
Una scuola, dunque, “più esigente”, come esigentissima era quella di Don Milani, di cui tanto si parla in questo periodo.
La ministra è sembrata puntare soprattutto sulla formazione dei nuovi docenti e sulle nuove tecnologie in funzione della didattica l’inserimento forte della seconda lingua, inglese, come rafforzamento dell’italiano per risolvere la crisi dell'italiano. Da questo punto di vista abbiamo sottolineato che il testo dell’appello non si è occupato volutamente di didattica, in base alla convinzione che in fondo i migliori metodi sono quelli che funzionano.
Rimaniamo convinti che, in assenza di rigorose verifiche dei risultati, tutte le migliorie di medio-lungo periodo (formazione degli insegnanti, nuovi ispettori, rinnovamento della didattica), pur necessarie, sono destinate a modificare ben poco la gravità della situazione.

giovedì 8 giugno 2017

COMPITI A CASA, L’INVOLUZIONE FRANCESE

Chissà cosa farebbe oggi Macron se avesse frequentato scuole senza compiti a casa, quali saranno quelle francesi – a meno di ripensamenti – dal prossimo 1° settembre. Eppure il neo-presidente si è detto fiero di essere un secchione. E pour cause: prima il Lycée de la Providence di Amiens gestito dai gesuiti, dal quale, per via del noto idillio con una professoressa, i genitori lo trasferiscono nel celebre Lycée Henri-IV di Parigi, da cui approda all’Università Paris Ouest Nanterre La Defense. Qui si conquista il Diplôme d’Études Approfondies, un master orientato alla ricerca. Mica si accontenta: studia ancora all’Istituto di Studi politici di Parigi, per poi concludere in gloria con la celebre École National d’Amministration (ENA), fattrice di innumerevoli uomini politici d’oltralpe. Quante inevitabili centinaia di ore avrà passato chino sui libri per giungere sulla vetta? Ebbene, proprio questo instancabile sgobbone darà il colpo di grazia allo studio domestico, intimando alle scuole, tramite il ministro Jean Michel Blanquer, di sostituirlo con quindici ore supplementari al mese in classe: se va bene, tre quarti d’ora al giorno per tutte le materie. Il tutto in nome dell’égalite: siccome non tutti hanno genitori in grado di aiutare i figli, allora i compiti si fanno a scuola. Ma babbi e mamme non dovrebbero farsi i fatti loro, lasciando ai ragazzi l’onere di cavarsela da soli? Non dovrebbero anzi spiegargli che lo studio individuale, fatto di impegno e di concentrazione, è essenziale per farsi una cultura, invece di protestare con i docenti e giustificare i figli a ogni piè sospinto?
Ecco invece un altro capolavoro della correttezza politica, uno di quei fiori all’occhiello che procurano un consenso immediato e superficiale, ma nuocciono al futuro della collettività e agli studenti che vorrebbero favorire. Così quelli più fortunati, cioè forniti di padri e madri di buonsenso, continueranno a studiare a casa, gli altri si convinceranno che lo studio è cosa che si può sbrigare in mezzora, fra una chiacchiera e l’altra con i compagni di classe e, perché no, copiandosi a vicenda gli esercizi.
Giorgio Ragazzini
L’articolo su “Il Giornale”: http://bit.ly/2rFKyyb

sabato 3 giugno 2017

LE EPIDEMIE DI DIAGNOSI NELLA SCUOLA. INTERVISTA A MICHELE ZAPPELLA

A cura di Giorgio Ragazzini

Disturbi specifici di apprendimento (DSA), iperattività, autismo, bisogni educativi speciali (BES): su questi temi abbiamo sentito il professor Michele Zappella, neuropsichiatra molto noto per le sue ricerche sull’autismo, ha dedicato a questo disturbo gran parte del suo lavoro professionale. Ha pubblicato sull’argomento anche diversi libri (tra gli altri, Il Pesce Bambino, Il Bambino nella Luna, Non vedo non sento, non parlo). Fra il 1969 e 1975 è stato uno dei promotori dell’integrazione scolastica dei bambini disabili. Di quel periodo ha parlato, insieme allo psicoterapeuta Giuseppe De Luca, nel volume L’alba dell’integrazione scolastica (2013).

Professor Zappella, sembra che ci sia nella scuola un numero crescente di bambini e ragazzi che presentano problemi di dislessia, disgrafia, discalculia, i cosiddetti DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). È vero che sono in crescita? E quali sono le cause?
Negli anni sessanta la percentuale di dislessia nel nostro Paese era valutata attorno all’1%. Attualmente raggiunge valori del 6% e oltre, in certe situazioni sale al 10% e a valori anche maggiori. Quest’aumento in realtà dipende dal confondere problematiche diverse: accanto alla dislessia, condizione rara su base neurobiologica, spesso con una componente ereditaria, ci sono le difficoltà di lettura che sono molto più frequenti e sono collegate a fattori ambientali come situazioni socioculturali sfavorevoli, l’abitudine di guardare la tv molte ore al giorno, contesti scolastici caotici o con bullismo, insegnamento inadeguato, eccetera. Questa distinzione, purtroppo, nel nostro Paese non viene fatta quasi mai. Per tutti i casi si parla di dislessia e quasi sempre la diagnosi è affidata soprattutto a dei test. Ma le due cose richiedono differenti strategie di apprendimento, con un ruolo centrale della scuola per le difficoltà di lettura. Per queste ultime, difatti, ci sono varie modalità d’intervento di stampo prettamente scolastico, che possono essere attuate con successo in una collaborazione tra scuola e famiglia. Ciò non avviene quasi mai e i ‘dislessici’, veri e falsi, hanno tutti delle misure compensative a scuola (uso del computer e delle calcolatrici, audiolibri e altri sussidi) e poi vanno in terapia dai logopedisti. A questo proposito è bene chiarire che una diagnosi seria si fa valutando il bambino, conoscendo lui, la sua storia, quella della sua famiglia e le corrispondenti risorse educative: poi ci può essere anche il test.
Da notare che i dati Ocse-Pisa indicano sul tema della lettura un declino dell’Italia, che nel 2016 è scesa al di sotto dei valori medi con il 21% dei ragazzi che all’inizio delle scuole superiori non raggiungono i livelli minimi di competenza nel leggere. I nostri attuali livelli sono persino inferiori a Paesi di lingua inglese (Regno Unito, Irlanda, US), lingua considerata ‘opaca’, perché spesso non c’è corrispondenza tra lo scritto e come lo si legge. L’italiano, viceversa, è una lingua ‘trasparente’, cioè con una corrispondenza quasi sempre precisa tra scrittura e lettura, per cui dovrebbe essere molto più facile imparare a leggere. Quindi c’è una grave decadenza nell’apprendimento delle abilità fondamentali.
Questa vera e propria epidemia di dislessia me ne ricorda un’altra: quella che portava in classi differenziali e a volte speciali soprattutto i figli di emigranti italiani interni. A quel tempo l’etichetta comune era ‘ritardo mentale’ e uno studio fatto in Emilia aveva stabilito che i casi di questo tipo ammontavano al 15%. Oggi invece si attribuisce il ritardo mentale all’1.5% della popolazione. Anche allora la diagnosi si faceva con i test. In realtà a quel tempo i ritardati mentali su base neurobiologica erano una piccola minoranza: la grande maggioranza non erano ritardati, ma fallivano nei test perché parlavano in dialetto, conoscevano poco l’italiano e venivano da ambienti poveri dove non c’era un giornale o un libro. E il ritardo mentale portava a ruoli marginali nel lavoro. Oggi questo è vero per le capacità di lettura, scrittura e calcolo. Allora l’esclusione, cioè la mancata partecipazione di un bambino a un percorso scolastico adatto alle sue potenzialità, era sancita dall’inserimento in classi differenziali; le nuove forme di esclusione, invece, avvengono in classe insieme a tutti gli altri ragazzi, in un’ inclusione illusoria.
Potrebbe aver avuto un’incidenza sull’ “epidemia” di disgrafici e dislessici la minore attenzione che negli anni ’70 si dette alla calligrafia e all’ortografia, viste da alcuni pedagogisti come coartazione della spontaneità infantile?
Credo proprio di sì: l’evidenza dei fatti parla in questa direzione. La nostra scuola è intrisa di indicazioni tratte dal ‘donmilanismo’, per usare una felice espressione della Mastrocola, con una critica feroce ad ortografia, grammatica, matematica e soprattutto a chi studia con successo e merito, ridicolizzato nella figura di Pierino nella Lettera a una professoressa. Tutto ciò è contro i figli delle classi svantaggiate e le loro possibilità di affermarsi. Basta ricordare che fu proprio la valorizzazione del merito scolastico a consentire di realizzare il proprio talento a molti dei principali protagonisti della nostra cultura: si pensi a Cimarosa, figlio di una lavandaia e di un muratore, e allo stesso Verdi, figlio di una filatrice e di un modestissimo rivenditore di vino. Nella prospettiva sopra indicata, cara al consumismo, i ragazzi possono ben restare ignoranti e consumatori di quart’ordine. Essa va bene anche ai figli di papà, i quali, anche se scrivono da cani e non comprendono un testo complesso, possono andare avanti con le conoscenze e le risorse familiari.  
Parliamo dei bambini “iperattivi”, che, oltre ad avere difficoltà di attenzione e concentrazione, creano seri problemi agli insegnanti nella gestione della classe. Nel 1997 uscì Se mi vuoi bene dimmi di no della neuropsichiatra Giuliana Ukmar, il primo di una lunga serie che ha sottolineato l’importanza educativa di porre dei limiti. Cosa possiamo dire oggi su quanto pesano i problemi neurologici e quanto la mancanza di fermezza degli educatori?
I bambini possono essere iperattivi per diverse ragioni. Ci sono quelli che hanno un disturbo dell’attenzione con iperattività e sono di normale intelligenza. È opinione comune che una componente neurobiologica ci sia in buona parte di loro. Con questi bambini bisogna adottare strategie che da un lato limitino l’esposizione agli stimoli, come per esempio metterli al primo banco con davanti una parete senza quadri, dall’altro tengano conto del loro bisogno di muoversi. Quando ero bambino – siamo nella prima età degli anni quaranta – il compagno iperattivo era quello che veniva mandato dal bidello a portare i registri o a chiedere qualche cosa per l’insegnante: una semplice strategia pedagogica che teneva conto del suo bisogno di muoversi. Spesso l’iperattività si riduce o dissolve col crescere, per cui non è più un problema in adolescenza, mentre il disturbo dell’attenzione rimane. Viceversa, l’iperattività può essere uno degli aspetti di bambini che hanno un disturbo del neurosviluppo, specie in quelli con tratti autistici: in questo caso spesso la situazione è più complessa e richiede un intervento più articolato che può cambiare da bambino a bambino.
Poi ci sono bambini iperattivi che hanno un disturbo di eccitazione e possono aver bisogno anche di una gestione farmacologica. Negli uni e negli altri sono frequenti gli atteggiamenti oppositori che possono portare a una relazione di sfida che l’insegnante non deve raccogliere, cercando di non perdere la pazienza e di trovare delle soluzione alternative con calma e fermezza.
È importante, comunque, mettere dei limiti e definire ciò che è lecito fare e ciò che non lo è. In tutti questi casi il problema della loro gestione riguarda anche l'organizzazione strutturale della scuola. Il fatto che sia spesso organizzata solo con le classi è una limitazione e un danno per tutti i ragazzini con difficoltà.
Lei si è occupato molto a lungo e in modo approfondito dei bambini autistici. Quali sono le loro caratteristiche e come si dovrebbe affrontare questo problema in ambito scolastico?
I bambini e ragazzi con un disturbo dello spettro autistico hanno grandi difficoltà nella relazione e nella comunicazione e  delle modalità ripetitive: è un disturbo del comportamento che compare in condizioni e malattie differenti. In prevalenza sono maschi. Nei loro riguardi la scuola ha delle risorse che possono essere molto importanti. Nella scuola materna il loro primo riferimento possono essere le bambine, specialmente se un po’ più grandi, che spesso sono pronte a guidare il compagno in difficoltà, a spiegargli come fare, ad abbracciarlo e con questo a dargli sicurezza. Anche alcuni compagni sono di aiuto e riescono a ottenere risultati che l’adulto spesso non ottiene. Tutto ciò può essere arricchito dall’insegnante, favorendo per un certo tempo il rapporto a due per poi gradualmente renderlo più complesso con più compagni e attività. In seguito può guidarli ad altre attività sociali come i giochi di ruolo, le recite basate su fiabe e altro ancora. La disponibilità ad aiutare spontaneamente un compagno con disabilità è massima nei bambini piccoli e comincia a diminuire verso i dieci anni. Questo suggerisce di modificare nelle età successive le strategie scolastiche finalizzate alla costruzione di un rapporto con gli altri: per esempio, introducendo delle modalità di apprendimento congiunto in piccoli gruppi su determinati temi.
Va tenuto presente che in molti casi siamo di fronte a soggetti con un disturbo del neurosviluppo nel quale il comportamento autistico è soltanto uno degli aspetti. Oltre a questo ci può essere disabilità intellettiva di vario grado, a volte anche gravissima, disturbi del linguaggio, di coordinazione motoria, disprassia, iperattività, crisi convulsive, periodi di eccitazione psicomotoria o di depressione. Con bambini e ragazzi di questo tipo ci vuole una scuola più flessibile a partire dalla sua struttura. È importante avere una “stanza sensoriale” di rilassamento, che consenta tra l’altro di tenersi lontano dal chiasso eccessivo: molti bambini autistici sono iperacusici e ne hanno bisogno in alcune parti della giornata. È utile avere ambienti adatti a diverse esigenze (teatro, pittura, musica),utili sia per gli alunni con difficoltà di vario tipo e gravità che per tutti gli altri. La socializzazione si può svolgere anche in questi ambienti forse meglio che in classe. 
Contro questo indirizzo “flessibile” va un vecchio slogan che risale alla parte più ottusa della cultura postsessantottina: ‘Devono fare quello che fanno gli altri’. Col che si pretende che la classe sia il solo luogo di permanenza dei bambini con difficoltà, perché sarebbe lì che dovrebbero socializzare. Così può succedere che un adolescente di quindici anni con basso livello intellettivo e carenze gravi nel linguaggio espressivo si trovi ad avere un insegnante di sostegno che gli prepara la sintesi del romanzo di uno scrittore contemporaneo, in una situazione in cui il suo allievo riesce a leggerle a fatica e senza comprenderne il significato. È un modo distorto di concepire il lavoro degli insegnanti di sostegno, che li impegna nella sintesi di argomenti lontanissimi dall’interesse del ragazzo. Così non si tiene conto dei suoi interessi e bisogni, sia nell’immediato che nella prospettiva della sua crescita.
             All’opposto la scuola può correre il rischio di diventare il terreno di terapie totalizzanti. Una di questa è l’ABA, una terapia comportamentale che può essere estesa fino a 40 ore alla settimana. Uno studio svedese ha dimostrato che questa terapia fatta per 10 ore alla settimana dà gli stessi risultati di quando si protrae per 40 ore. Questi dati ci invitano a un maggiore equilibrio e a far sì che la scuola rimanga tale: eventualmente facendo propri alcuni aspetti di una terapia, ma rimanendo la sola protagonista come struttura e come figure educative. Ci dev’essere un tempo per la scuola e un tempo per la terapia, senza sovrapposizioni.
Ci sono poi bambini e ragazzi di normale intelligenza che hanno importanti difficoltà nella relazione e modalità ripetitive, ma hanno una comprensione ed espressione del linguaggio adeguata: alcuni studiosi li considerano all’interno dello spettro autistico, altri come un poco differenti e si parla in questi casi di sindrome di Asperger. Questi giovani sono ad alto rischio di diventare vittime di bullismo e vanno protetti. Hanno, viceversa, degli interessi e delle abilità particolari. Si pensi ad Alan Turing, che verosimilmente aveva questo disturbo e scoprì il linguaggio cifrato dei nazisti, dando poi un contributo importante alla realizzazione dei primi computer. Vanno quindi valorizzati nei loro punti forti, mentre non bisogna insistere sui punti deboli, evitando il rischio di umiliarli.
Il fenomeno dell’autismo è in crescita?
Per l'autismo l'epidemia delle diagnosi è clamorosa. Si pensi che negli anni sessanta, settanta e ottanta c’erano cinque studi di prevalenza fatti in diverse parti del mondo che davano lo stesso risultato: solo 4 casi su 10.000.  Oggi si va dall’ 1%  secondo il DSM, il manuale diagnostico più diffuso, al 2-3% di altri studi. L’impennata nella prevalenza è collegata in parte al fatto che vengono diagnosticate come autistiche persone di normale intelligenza, ciò che in passato avveniva più di rado, e in parte all’attribuire un significato diagnostico ad alcuni test mentali. Sotto questa etichetta, insomma, vengono in realtà fatte passare situazioni diverse che richiedono interventi più articolati e specifici.

L’ultimo tema su cui le chiedo un parere è la normativa sui BES, i bisogni educativi speciali. Invece di affiancare agli insegnanti  validi consulenti, come succede per in Finlandia, si è scelta ancora una volta quella che si può definire “illusione procedurale”, per cui i problemi si possono risolvere attraverso un insieme di prescrizioni, con un iter burocratico. Si varano delle linee guida, si costituisce una molteplicità di gruppi e comitati poco qualificati, infine il Consiglio di Classe, decide se fare o no il PDP, il piano didattico personalizzato. Ci risulta che tutto questo abbia dato luogo a una crescita esponenziale di certificazioni e di pressioni da parte dei genitori, forse come scorciatoia per la promozione. Risulta anche a Lei?
Risulta anche a me. In tutta apparenza l’ “illusione procedurale” è  l’impalcatura di quella sostanza di cui abbiamo parlato all’inizio, di come cioè la diagnosi di dislessia, condizione rara, venga nei fatti a coprire difficoltà di apprendimento di varia natura. Tra l’altro la molteplicità di gruppi e comitati contribuisce sciaguratamente a render nota la diagnosi a tutti, compresi i compagni di classe e i loro genitori. In questo modo la diagnosi, non importa se inesatta, diventa un’etichetta che in molti casi i ragazzi introiettano, definendosi da soli: ‘io sono un dislessico’, mentre alcuni genitori si adattano e arrivano ad apprezzare ‘le facilitazioni’ che il figlio viene ad avere. Questo è un danno grave alla stima di sé, alla forza per migliorare.  Un esperto che sia di aiuto agli insegnanti apre una prospettiva migliore: ma è anche necessario che la cultura di questo specialista sappia muoversi adeguatamente in questo campo, facendo le opportune differenze diagnostiche e riabilitative.
La cosa quindi non si deve risolvere in una scuola più facile, ma nel cercare una modalità di apprendimento che aiuti il ragazzo. Nella pratica però il concetto di bisogno educativo speciale si amplia indefinitamente, estendendosi a volte anche a dei ragazzi che hanno temporaneamente dei normali problemi familiari, esonerandoli dal normale impegno, che forse invece gli farebbe bene.
Con una normativa del genere questo rischio è alto. D’altra parte, se c’è per esempio un bambino indietro nella lettura, non è più semplice cercare in un primo tempo di aiutarlo chiedendo anche la collaborazione quotidiana dei genitori? Nel caso che le difficoltà siano più gravi, si può far intervenire successivamente un professionista. Finché questo bambino non legge e scrive come il resto della classe, per quale ragione dovrebbe essere costretto a leggere a voce alta ed umiliato davanti ai compagni?  E a un bambino con gravi difficoltà di calcolo perché non si dovrebbe dare la calcolatrice? Per fare queste semplici cose è necessaria un’etichetta? I cosiddetti bisogni educativi speciali sono un’altra  via maestra  verso una forma di esclusione prodotta in classe in mezzo agli altri: e della sua diffusione.