lunedì 15 agosto 2022

MACCHÉ “DOCENTE ESPERTO”, ECCO COME UN “MINISTRO ESPERTO” DOVREBBE AIUTARE LE SCUOLE

L’improvviso concepimento ministeriale del “docente esperto”, che dovrebbe venire al mondo solo nel 2032 dopo una gestazione di nove anni, è stato a ragione stigmatizzato sulCorriere Fiorentino” da Gaspare Polizzi (vedi post del 10 agosto sulla nostra pagina facebook). Se può essere utile proporre qualche ulteriore considerazione, è perché con questa “strana invenzione” il ministero dimostra ancora una volta di non sapere di cosa la scuola italiana ha veramente bisogno per quanto riguarda i docenti. Per prima cosa, di una rigorosa selezione all’ingresso dei corsi universitari che preparano all’insegnamento. Solo chi ha già una solida preparazione culturale di base, forti motivazioni e sufficienti attitudini dovrebbe poter iniziare il percorso formativo. È questo anche un modo (come dimostra l’esperienza finlandese) di rendere attraente l’insegnamento per i giovani più dotati, più ancora dei pur necessari aumenti di stipendio. Nel frattempo, bisogna avere il coraggio di garantire che nessuna classe abbia a che fare con insegnanti inadeguati; che sono una minoranza (piccola, anche se non si sa quanto), ma possono causare danni irreparabili. Fino a oggi non si è voluto fare nulla in proposito, a parte rari casi. Quanto alla cosiddetta “carriera” (meglio parlare di nuovi ruoli della funzione docente), si tratta di assicurare alle singole scuole – che sul piano organizzativo oggi arrancano tra superlavoro dei presidi e semi-volontariato di collaboratori non sempre preparati – un esperto staff di docenti che aiutino il dirigente a risolvere i tanti problemi che un istituto deve oggi affrontare: aggiornamento (compreso l’essenziale confronto tra colleghi), orientamento, orari, servizi agli studenti, rapporti con i genitori e con le istituzioni, inserimento dei nuovi docenti. La creazione dell’insegnante “esperto”, anche senza i tempi biblici prospettati, non risolve nessuno di questi pressanti problemi. C’è quindi da sperare in un rapido ripensamento del Ministro.

Giorgio Ragazzini

venerdì 15 aprile 2022

L'ORDALIA DEI QUIZ NEI CONCORSI A CATTEDRE

Negli ultimi giorni hanno trovato spazio tra le drammatiche notizie sulla guerra alcuni articoli sui concorsi a cattedre per la scuola secondaria, che si stanno svolgendo in queste settimane, con oltre 430.000 iscritti per 33.000 posti. Si ripropone in questi interventi un dibattito tutt'altro che nuovo su un problema che nel nostro paese sembra irrisolvibile e che comunque è a tutt'oggi irrisolto: quello di avere una stabile e rigorosa modalità di selezione  degli insegnanti. Di quella attuale, essenzialmente basata su una prova a quiz, è difficile trovare dei convinti sostenitori, ma ci sono comunque valutazioni diverse. 

Su “IlSussidiario.net” Pierluigi Castagneto ne riassume le caratteristiche, con un giudizio decisamente critico: "La formula di 50 quesiti in 100 minuti [...] è una vera e propria gara contro il tempo. Perché 50 quiz a risposta multipla (quattro) di cui 40 sulla disciplina, 5 in inglese (livello B2) e 5 in Informatica, a cui vengono attribuiti 2 punti per le risposte giuste e 0 per quelle errate e quelle non date, non sembra un metodo adatto a valutare i docenti."

Diverso il punto di vista di Antonio Gurrado che su Il Foglio scrive: " È l'eterno ritorno dell'uguale. A ogni tornata di concorso pubblico per la selezione degli insegnanti di ruolo, puntuale cade la pioggia di articoli sulle recriminazioni dei respinti [...] Gli insegnanti intervistati da Repubblica parlano di quiz in stile Amadeus, di inaccettabile nozionismo, di selezione più ingiusta che per sorteggio." Il problema per Gurrado è dunque l'allergia italiana alla selezione, in qualunque forma venga attuata. Il che in linea generale è innegabile, basta pensare alla scarsissima popolarità del termine "meritocrazia" nel nostro paese. Se non che lo stesso Gurrado deve convenire che " certo, un concorso con domande a risposta multipla è uno strumento troppo superficiale per valutare le capacità di un insegnante, è un'ordalia a capocchia che rischia di bocciare in prima istanza candidati ideali ... ".

Il punto è che quelli che hanno fallito il test, cioè non hanno raggiunto i 70 punti necessari per accedere all'orale, sono più del 90% dei candidati. Che la scuola "indulgente" e pseudo-inclusiva degli ultimi decenni abbia finito per sfornare anche un gran numero di candidati insegnanti privi dei requisiti minimi per questo delicatissimo mestiere è un fatto, e una forte selezione è inevitabile (e anche auspicabile). Tuttavia di fronte a una simile percentuale di bocciati è lecito chiedersi se lo strumento dei quiz, almeno così come sono stati concepiti e proposti in questa occasione, sia o meno in grado di fornire un risultato credibile e equo. E questo al di là degli esempi di quesiti bizzarri o ipernozionistici o comunque inappropriati di cui si viene a conoscenza. A meno che lo scopo fosse, come si può sospettare, proprio quello di ammettere agli esami orali un numero ritenuto gestibile di candidati. In ogni modo così si rischia "di perdere i bravi o di far entrare gli scarti" come dice Mauro Piras, del Gruppo Condorcet. Non che i quiz a risposta multipla siano di per sé da escludere, se ben calibrati in rapporto all'obbiettivo della verifica. Ad esempio potrebbero essere utili per una pre-selezione in base al possesso di requisiti minimi per accedere al concorso vero e proprio.

Ma, come detto all'inizio, il problema è avere finalmente un convincente percorso di selezione e di formazione degli insegnanti, che sia insieme efficiente e rigoroso, si tratti di concorsi o di altre modalità di accesso al lavoro di insegnante (nel sistema finlandese, ad esempio, c'è una forte selezione all'ingresso del percorso formativo universitario).  Efficiente significa anche essere uno strumento ordinario, con cadenza annuale o al più biennale, in modo  da evitare che si accumulino negli anni queste ingestibili adunate e nello stesso tempo consentire una selezione credibile di insegnanti preparati e motivati.

Resta da capire se sindacati e potere politico siano realmente interessati a creare le condizioni per mettersi alle spalle le sanatorie.

 Andrea Ragazzini

"ilsussidiario.net"  15 aprile 2022

venerdì 18 marzo 2022

ANCHE ADENAUER HA COPIATO.....

Ha certamente sbagliato la professoressa di un Istituto superiore del padovano che ha pubblicato sulla sua pagina facebook la foto del tema che uno studente aveva copiato da internet (voto: 1). Anche se privo del nome dell'autore, si tratta di un documento riservato e dal punto di vista educativo non mi pare un'iniziativa particolarmente appropriata. Nel merito però la professoressa non ha affatto torto a giudicare severamente il comportamento del suo allievo, che ha così stigmatizzato: "L'alunno ha 20 anni e frequenta l'ultimo anno. Tra tre mesi dovrà affrontare l'esame di Stato e successivamente cercarsi un lavoro. Ebbene: ha copiato un tema da internet. Gli errori di sintassi o grammatica hanno un valore relativo di fronte a un fatto di questa gravità. Non stiamo parlando di un adolescente fragile, ma di un adulto incapace di prendersi delle responsabilità".

Non la pensa così il pedagogista Daniele Novara, intervistato su "La Repubblica". Dopo aver duramente criticato il comportamento dell'insegnante (e fin qui, come si è detto, ci sono dei motivi per farlo), alla giornalista che gli chiede " Non è grave aver copiato da internet?", il professor Novara risponde:

"Non condivido questa impostazione giudiziaria [sic], tutti abbiamo copiato, lo ha fatto Adenauer nel tema di Italiano alla Maturità: è un modo per sottrarsi a una scuola attenta solo alle risposte esatte [sic] e che non guarda all'apprendimento. Il concetto del copiare non esiste, la scuola dovrebbe rendere accessibili tutte le fonti, e valutare come vengono usate".

Immagino che Adenauer, nell'al di là, non avrà gradito di essere evocato per questo specifico merito, ma dove si trova sarà senz'altro incline al perdono. Imperdonabile è invece questo delirante elogio del copiare, un tema di cui ci siamo più volte occupati in questo blog e di cui il sociologo Marcello Dei ha fatto una approfondita analisi nel suo libro "Ragazzi si copia, a lezione di imbroglio nelle scuole italiane". Daniele Novara, come molti altri, non sembra rendersi minimamente conto del carattere profondamente anti-educativo delle sue affermazioni. Si può davvero pensare di tirar su con queste idee dei cittadini responsabili, consapevoli dei propri diritti, ma anche dei propri doveri e non dei furbetti pronti a prendere tutte le possibili scorciatoie? Che dei ragazzi, o in preda all'ansia o consapevoli di avere studiato poco, cerchino di copiare non può stupire, ma non può essere che un insegnante (o un pedagogista) lo giustifichi o addirittura lo incoraggi come una giusta disobbedienza.

Andrea Ragazzini

sabato 12 febbraio 2022

LA TRATTATIVA

La vicenda della "trattativa Stato-Maturità", come con acume e humor è stata definita, è un'altra pagina tristemente esemplificativa dell'incapacità della scuola italiana, e in varia misura di tutti i suoi attori,  di ritrovare il senso della sua funzione culturale, educativa e civile. All'inizio del mese il Ministro Bianchi aveva finalmente preso la decisione di reintrodurre due prove scritte per l'Esame di Maturità, anche sulla spinta dei numerosi articoli e appelli che lo avevano richiesto a gran voce, fra cui quello promosso dal Gruppo di Firenze e da numerosi intellettuali nel mese di Dicembre. Una decisione molto apprezzata da chi pensava che i grandi disagi prodotti dalla pandemia non giustificassero affatto l'idea di ridurre l'Esame di Stato a una pura e semplice finzione.

È noto quello che è successo nei giorni successivi. Grandi manifestazioni degli studenti che chiedevano, per voce della Rete degli studenti medi "un elaborato scritto da presentare oralmente, preparato coi docenti, interdisciplinare e che vada oltre i programmi" (sic).

C'è stato poi l'intervento del Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione, che dovrebbe essere un organismo di alta consulenza in materia di istruzione, ma che è composto in larga misura da sindacalisti e ha pensato bene di  appoggiare, almeno in parte, le richieste degli studenti.

Infine l'incontro tra il Ministro e una delegazione studentesca. Poteva e doveva essere esclusivamente un'occasione per spiegare le scelte del Ministro e chiarire a chi non sembra averlo capito il significato e la funzione di un esame che non per caso è previsto dalla Costituzione.  Ma poi Bianchi, sembrandogli forse eccessivo passare per un iscritto al partito della scuola seria, ha prima dichiarato che tutto rimaneva come prima, poi ha riflettuto che forse era meglio dare  alla controparte l'onore delle armi e ha deciso di  portare  il credito scolastico dal 40% al 50% del punteggio. C'è chi ha parlato di un "ragionevole compromesso", ma quando fu approvata la riforma dell'esame, e fino a pochi anni fa, il credito scolastico era il 25%, una percentuale che manteneva comunque alle prove di esame  un peso prevalente, per poter essere una credibile verifica  finale del percorso scolastico, come, è bene ripeterlo, vollero i costituenti. E oltre che nel merito si tratta di  una decisione sbagliata nel metodo, perché di fatto legittima gli studenti come interlocutori in una logica di contrattazione su questioni che devono restare di esclusiva responsabilità dell'istituzione scolastica. 

In ultimo mi pare necessaria una riflessione sui comportamenti di molti studenti, certo non tutti, in questa vicenda.  Detto delle enormi responsabilità degli adulti (insegnanti, genitori, ministri, pedagogisti, politici) per il multidecennale  degrado educativo nella scuola e nella società, si deve pur dire che gli studenti candidati all'Esame di Stato sono tutti maggiorenni, dunque non più  "ragazzi", ma giovani uomini e giovani donne, che possono votare, avere la patente di guida, godere di tutti i diritti che spettano ai cittadini. Nella rivendicazione di un  esame pro-forma, perché di questo si tratta, e al di là dei molti sconclusionati slogan che si sono sentiti, hanno mostrato ben poca responsabilità e maturità e, temo, molta furbizia.

Andrea Ragazzini

domenica 30 gennaio 2022

SUPERFICIALITÀ E IDEOLOGIA SULL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO. E IL MINISTERO TACE

 

Si può diventare cuochi, meccanici, periti tecnici solo studiando la teoria? Evidentemente no. È indispensabile imparare anche attraverso la pratica. Come non si diventa pittori leggendo un trattato. Ed è per questo che esistono i laboratori, i tirocini, l’apprendistato. Eppure la scuola italiana degli ultimi decenni ha subìto la diffidenza verso “l’imparare facendo”, in nome della convinzione che solo più cultura teorica renda uguali. Di qui la “licealizzazione” degli indirizzi tecnico-professionali, causa principale, benché non unica, di un numero stratosferico di insuccessi, di abbandoni e del calo ormai decennale delle iscrizioni. Un parziale ma importante ripensamento si ebbe con la legge 107, che introdusse nell’ordinamento l’Alternanza scuola-lavoro (Asl), attraverso una collaborazione con aziende e istituzioni, per un totale di (almeno) 400 ore nei tecnici e nei professionali e di (almeno) 200 ore nei licei. Probabilmente è stata proprio l’estensione dell’ Asl ai questi ultimi, che non  preparano al lavoro ma agli studi universitari, a suscitare la maggior parte delle critiche. In questi contesti, infatti, non se ne capisce la funzionalità. Anche se fossero sempre esperienze in sé interessanti (ma spesso se ne è lamentata la futilità), questo non basta a giustificare lo sforzo organizzativo e la notevole perdita di lezioni curricolari. E in effetti le lamentele sono state frequenti fra i docenti liceali, ma nelle semplificazioni giornalistiche sembravano provenire da tutti gli indirizzi. Così il Ministro Bussetti ha pensato bene di ridurne le ore ovunque (ora vanno da 90 a 210 a seconda delle scuole), anche dove sono molto utili, purché ben organizzate e armonizzate con l’orario curricolare. Per aumentare l’effetto-cambiamento, l’alternanza è stata ribattezzata con uno degli acronimi che tanto piacciono in viale Trastevere: PTCO, che sta per Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento; così non si capisce più bene di che si tratta. Facendo poi un accenno al rischio di “apprendistato gratuito”, Bussetti ha dato fiato a chi vede nell’Alternanza una pura e semplice forma di sfruttamento generalizzato del lavoro minorile, nonostante la presenza di due tutor, uno aziendale e uno scolastico.  Si arriva così alla disgrazia di questi giorni: un diciottenne viene ucciso da una trave d’acciaio in uno stabilimento metalmeccanico in cui svolgeva non l’alternanza scuola-lavoro, ma le ore di stage (4-500) previste da alcuni corsi “duali” di formazione professionale. L’accertamento di eventuali responsabilità è ovviamente d’obbligo; ma lo sarebbe anche, per l’informazione, fornire notizie corrette e non raccogliere in prevalenza le espressioni più superficiali e ideologizzate delle proteste giovanili. “La Repubblica”, per esempio, cita l’opinione di una studentessa romana: "L'alternanza è un metodo di formazione basata sul precariato. Ci insegna la flessibilità e la schiavitù, ci introduce in un mondo del lavoro senza sicurezza, dove si rischia anche di morire, solo per strizzare l' occhio alle multinazionali”. E questo aprirebbe altre riflessioni sulla sopravvalutazione degli adolescenti come soggetti attivi del dibattito politico. Qui però basterà concludere sottolineando il silenzio del Ministero su questo episodio, diventato il pretesto per processare l’Asl (o PCTO) e chiederne l’abolizione. È la premessa di ulteriori colpi a una vera formazione professionale?

Giorgio Ragazzini

sabato 4 dicembre 2021

L' EDUCAZIONE FISICA DIVENTI POMERIDIANA PER DARE FORZA ALLO SPORT

 

Gentile Direttore,

ho letto con molto interesse l’articolo del dottor Sarti e la risposta del consigliere del Coni Sanzo a proposito della pratica sportiva dei ragazzi. Due diversi punti di osservazione, quello del pediatra/educatore e quello dell’uomo di sport. Le preoccupazioni di Paolo Sarti sono senza dubbio fondate, non solo sulla sua esperienza professionale, ma anche sulle numerosissime testimonianze che parlano di genitori tifosi scatenati dei propri figli dei quali, del tutto immemori delle proprie responsabilità educative, alimentano ambizioni il più delle volte irragionevoli e nocive per il loro equilibrio psicologico. Tuttavia è vero che una seria pratica sportiva può essere una grande risorsa per i ragazzi, in particolare per gli adolescenti, anche, come scrive lo stesso Sanzo, sul piano educativo: imparare il rispetto di regole e avversari; coltivare una passione e comprendere che per raggiungere dei traguardi, grandi o piccoli, servono impegno e fatica; imparare a fare i conti con i propri limiti. Tutte acquisizioni fondamentali anche per gli altri ambiti di vita dei giovani, inclusa la scuola. Che potrebbe essere a sua volta il luogo più appropriato per guidare tutti i ragazzi (in particolare quelli delle superiori) a una pratica dello sport il meno possibile esposta ai rischi di cui scrive Sarti. Le due ore di Educazione fisica hanno però da questo punto di vista degli evidenti limiti. A Firenze come in tante città italiane, molti istituti con sede in centro spesso non dispongono neppure di una palestra degna di questo nome e sono costretti a trasferirsi in altre sedi. Le ore sono incastonate nell’orario mattutino e si può immaginare quanto tempo possa essere realmente dedicato all’esercizio sportivo. La possibilità di fare una doccia, salvo eccezioni, è inesistente. Per di più, negli ultimi anni agli insegnanti di Educazione fisica sono state spesso affidate varie altre «educazioni», dalla lotta alle droghe al patentino, assai poco pertinenti al loro specifico ambito disciplinare, a discapito della vera e propria attività sportiva. Io credo quindi che si dovrebbe valutare la possibilità che l’Educazione fisica diventi una attività curricolare pomeridiana, anche con un maggior numero di ore per la pratica sportiva, pur riservandone alcune ad aspetti teorici. Si tratterebbe certamente di un cambiamento di non poco conto, con vari problemi da affrontare come la disponibilità di attrezzature sportive (ma potrebbe essere l’occasione per realizzarne di nuove), o le difficoltà per gli studenti fuori sede. Ma si potrebbe iniziare con delle sperimentazioni.

 Andrea Ragazzini   -   “Corriere Fiorentino”, 4 dicembre 2021

 

LETTERA APERTA AL MINISTRO BIANCHI SUGLI ESAMI DI MATURITÀ


   Gentile Ministro Bianchi,

a quanto abbiamo letto, Lei sarebbe orientato a riproporre un esame di maturità senza gli scritti come lo scorso anno, quando molti degli stessi studenti, interpellati dai giornali, l’hanno giudicato più o meno una burletta.  

Nonostante i problemi causati dalla pandemia, per far svolgere gli scritti in sicurezza a fine anno molte aule sono libere per ospitare piccoli gruppi di candidati. E che l'esame debba essere una verifica seria e impegnativa è nell’interesse di tutti. In quello dei ragazzi – per cui deve costituire anche una porta di ingresso nell’età adulta – perché li spinge a esercitarsi e a studiare, anche affrontando quel tanto di ansia che conferma l’importanza di questo passaggio. Solo così potranno uscirne con soddisfazione. È nell’interesse della collettività, alla quale è doveroso garantire che alla promozione corrisponda una reale preparazione. Infine la scuola, che delle promozioni si assume la responsabilità, riacquisterebbe un po’ di quella credibilità che ha perso proprio scegliendo la via dell’indulgenza a compenso della sua frequente inadeguatezza nel formare culturalmente e umanamente le nuove generazioni.

Non si tratta quindi solo della reintroduzione delle prove scritte, per molte ragioni indispensabile (insieme alla garanzia che non si copi e non si faccia copiare, come accade massicciamente ogni anno); ma di trasmettere agli studenti il messaggio di serietà e di autorevolezza che in fondo si aspettano da parte degli adulti.  

Grazie per la Sua attenzione. 

Roberta De Monticelli, già Professore ordinario di Filosofia della Persona, Università Vita Salute San Raffaele

Adriano Prosperi, Professore Emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale di Pisa

Alberto Giovanni Biuso, Professore Ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Catania

Alessandro Barbero, Docente Ordinario di Storia medievale, Università del Piemonte Orientale

Anna Oliverio Ferraris, Psicologa e psicoterapeuta, già Docente di Psicologia dello sviluppo, Università La Sapienza

Carla Bagnoli, Professore di Filosofia teoretica all’Università di Modena e Reggio Emilia

Carlo Cottarelli, Economista, dirige l'Osservatorio sui Conti Pubblici della Cattolica di Milano

Carlo Fusaro, Già Ordinario di Diritto pubblico comparato Università di Firenze

Chiara Frugoni, già Docente di Storia Medievale e della Chiesa presso l’Università di Pisa

Donatella Di Cesare, Docente Ordinario di Filosofia teoretica, Università di Roma La Sapienza

Elsa Fornero, Docente di Economia  Università di Torino,  Ministro del Lavoro nel Governo Monti

Enrica Lisciani-Petrini, Professore Ordinario di Filosofia Teoretica, Università di Salerno

Ferdinando Luigi Marcolungo, Docente Ordinario di Filosofia teoretica, Università di Verona

Francesco Perfetti, Già Docente ordinario di Storia contemporanea, Università LUISS Guido Carli di Roma

Fulco Lanchester, Docente ordinario di Diritto Costituzionale e Comparato, Università La Sapienza, Roma

Giacomo Poggi, Professore Onorario di Fisica generale, Università di Firenze

Giovanni Belardelli,  Professore Ordinario di Storia delle dottrine politiche Università di Perugia

Giovanni Orsina, Docente Associato di Storia Comparata dei Sistemi Politici Europe, Università LUISS di Roma

Giulio Ferroni, Professore Emerito di Letteratura italiana Università di Roma La Sapienza -

Giuseppe Nicoletti, Docente Ordinario di Letteratura Italiana, Università di Firenze

Gustavo Zagrebelsky, Giurista e accademico, Presidente Emerito della Corte Costituzionale

Lorenzo Strik Lievers, Già Docente di Didattica della Storia presso l’Università di Milano Bicocca

Marco Santambrogio, Docente di Sistemi di Elaborazione dell’Informazione presso il Politecnico di Milano

Maria Cristina Grisolia, Professore Ordinario di Diritto Costituzionale, Università di Firenze

Maurizio Dardano, Accademico della Crusca e docente emerito di Storia della lingua, Università Roma Tre

Nicla Vassallo, Professore ordinario di Filosofia teoretica nell’Università di Genova

Paolo Crepet, Psichiatra, sociologo e saggista

Renato Mannheimer, Sociologo e Accademico, Esperto di sondaggi demoscopici, partener di Eumetra Monterosa

Renza Bertuzzi, Docente nelle scuole superiori, dirige “Professione Docente”, organo della Gilda degli Insegnanti

Rino Di Meglio, Coordinatore Nazionale della Gilda degli Insegnanti

Roberta Lanfredini, Professore Ordinario di Filosofia teoretica nell’Università di Firenze

Roberto Tripodi, Responsabile Formazione dell’Associazione Scuole Autonome della Sicilia

Stefano Poggi, Docente Ordinario di Storia della Filosofia presso l'Università di Firenze

giovedì 2 dicembre 2021

UN BUON CITTADINO DEVE SAPER LEGGERE E SCRIVERE

 …Pinocchio, con il suo Abbecedario nuovo sotto il braccio prese la strada e strada facendo discorreva tra sé: “Oggi, alla scuola, voglio subito imparare a leggere; domani poi imparerò a scrivere e domani l’altro imparerò a fare di conto…”               Collodi, Le Avventure di Pinocchio  

Carlo Lorenzini in una caricatura di Angiolo Tricca del 1875

 A S.E. il Ministro Coppino… È appunto per questi e per molti altri motivi, che sarebbe bene gridare fin d’ora: rispettiamo gli analfabeti! L’analfabeta, con una splendida similitudine, venne paragonato a un candido foglio, vergine e puro da ogni macchia d’inchiostro e da ogni lettera dell’alfabeto: sicché dunque, a conti fatti, l’Italia può vantarsi presentemente di possedere diciassette milioni di fogli candidi come la neve. Signor Ministro! Un po’ di carità per tutte queste risme di carta bianca!” Così scriveva Carlo Lorenzini, detto Collodi, nell’ottobre1877 in una lettera di protesta al ministro della Pubblica Istruzione Michele Coppino, reo di aver promosso la legge, approvata dalla Camera il 15 luglio 1877, con cui l’istruzione elementare diventò obbligatoria e gratuita dai 6 ai 9 anni.

La lettera rivela lo spirito irriverente e goliardico di uno scrittore noto per i suoi trascorsi libertari e bohémien nella Firenze dei Lorena, pur avendo studiato nel prestigioso liceo religioso degli Scolopi insieme a Giosuè Carducci, Diego Martelli e Telemaco Signorini; e che da patriota aveva combattuto a Curtatone e Montanara nel 1848 e poi partecipato alla seconda guerra d’Indipendenza del 1859.

 

Michele Coppino

Per capire quel momento storico va però ricordata l’urgenza per il giovane stato italiano, formatosi nel 1861, di creare un’identità nazionale tramite una lingua, una cultura, un’educazione per un popolo di ben 17 milioni di analfabeti, come ricordava lo stesso Collodi. La legge Coppino rispondeva a questa esigenza. Si creò, conseguentemente una grande domanda di libri di testo, che gli editori italiani cominciarono a soddisfare. E proprio in quegli anni Collodi, contraddicendo le sue provocatorie affermazioni contro la scolarizzazione di massa, iniziò a dedicarsi alla letteratura per infanzia e in particolare scrisse dei racconti con finalità pedagogiche, creando la figura di Giannettino, che spiegava ai bambini l’Abbaco, la Geografia e nozioni di economia e scienza della nuova Italia. Se negli anni del Risorgimento il laico Lorenzini aveva fatto, sia pure in forma ironica da par suo, sorprendenti affermazioni elitarie sull’alfabetizzazione di massa, era scontato invece che la Chiesa cattolica, che fino ad allora aveva avuto il monopolio dell’istruzione per i più abbienti, facesse inizialmente resistenza alla nascita di una scuola elementare pubblica e gratuita per tutti, dove imparare a leggere, scrivere e far di conto.

Dalla legge Coppino in poi, durante la Monarchia e poi con la Repubblica, si è sviluppato invece un processo virtuoso di riforme scolastiche, che ha promosso l’alfabetizzazione del popolo italiano, portando l’obbligo scolastico progressivamente ai gradi superiori dell’istruzione, di modo che la scuola potesse così garantire la formazione di tutti e la selezione dei migliori nell’ambito di un sistema didattico in cui avessero pari valore le lezioni e le verifiche dell’apprendimento. Questo processo di riforme nel suo cammino ha incontrato resistenze e difficoltà nella sua attuazione, senza però che alcun politico o intellettuale, e tantomeno la Chiesa, ponessero in discussione il valore fondante dell’istruzione pubblica italiana, almeno fino alla riforma della media unica nel 1962.

Con il Sessantotto i giovani contestatori nell’università e nelle medie superiori videro nella scuola, in un’ottica radicale e ideologica, uno strumento di selezione di classe. Furono quindi criticati i canoni tradizionali della cultura e della pratica didattica, anche attraverso l’organizzazione di corsi alternativi e spesso con la promozione generalizzata attraverso i voti “politici”. Anche se poi il movimento di contestazione ebbe termine, nella sua parte più politicizzata rimasero vivi anche negli anni successivi alcuni principi e valori nel campo della didattica, rafforzati dall’arrivo di nuove concezioni pedagogiche nella scuola italiana. Le quali sostenevano (e sostengono) che il compito della scuola non è tanto quello di trasmettere conoscenze o mere nozioni, ma di far sì che gli studenti acquisiscano “competenze trasversali”, utili anche orientarsi nel mondo del lavoro, a scapito degli insegnamenti disciplinari, di cui si riducono ore e contenuti; e soprattutto non devono subire mortificazioni psicologiche con voti negativi e bocciature.

Questo ha comportato che gli studenti conoscano sempre meno la loro lingua madre, che cioè non sappiano più né leggere né scrivere correttamente, al punto che attualmente le università sono costrette a istituire corsi recupero di italiano. Paradossalmente lo conferma il testo zoppicante di una petizione che ha raggiunto le 40.000 firme, in cui “gli studenti maturandi chiedono l’eliminazione delle prove scritte agli esami di maturità del 2022, poiché trovano ingiusto e infruttuoso andare a sostenere degli esami scritti in quanto pleonastici, i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le loro capacità”. Se pure si possono capire, dato il clima buonista che vige nella scuola attualmente e la permanenza di residui sessantottini, la protesta e l’irresponsabilità dei giovani firmatari (che per inciso costituiscono una piccola minoranza), non è giustificabile l’indulgenza nei loro confronti da parte dei rappresentanti delle istituzioni scolastiche, in primis il ministro in carica Patrizio Bianchi, immemore dei comportamenti seri e responsabili dei suoi predecessori.

Nicola Coppino, Gaetano De Sanctis, Giovanni Gentile, Aldo Moro, citando alcuni ministri della Pubblica Istruzione in tempi diversi nella storia del Nostro Paese, avevano svolto con spirito di servizio il loro compito di rappresentanti dello Stato, in quanto erano consapevoli che la nazione affida alla scuola il mandato sociale di formare buoni cittadini, dotati di competenze culturali e professionali, che sappiano leggere e scrivere bene, siano rispettosi delle leggi dello Stato e abbiano un forte senso di appartenenza alla comunità nazionale.

Sergio Casprini 

(Editoriale pubblicato sul sito del “Comitato Fiorentino” per il Risorgimento il 1° dicembre 2021)

sabato 20 novembre 2021

NON ERA UNO SCHERZO

 Il 22 ottobre pubblicammo su facebook la petizione di un gruppo di studenti contrari a ripristinare le prove scritte negli esami di maturità. Un testo talmente pieno di errori ortografici, sintattici, logici e di improprietà di linguaggio da far pensare a uno scherzo. La petizione in un mese ha raggiunto 42.000 adesioni (relativamente poche per un bacino di oltre 2 milioni e 600 mila studenti delle superiori più i loro familiari). Ma il Ministro Bianchi, la cui "bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei", direbbe Dante, è orientato a confermare quelli che molti degli stessi studenti hanno giudicato esami burletta. La maturità "snella" viene giustificata con le difficoltà patite dai ragazzi negli ultimi due anni e con il crescere dei casi di Covid attualmente in corso; anche se dopo la fine dell’anno scolastico nelle scuole ci saranno aule vuote sufficienti a suddividere i maturandi in piccoli gruppi e si potranno tenere le finestre aperte.

I promotori della petizione potranno quindi ringraziare il Minisdro dela Publica Istruzzione.

(GR)

 

martedì 5 ottobre 2021

IL RAPPORTO DELLA FONDAZIONE AGNELLI MOSTRA I PUNTI DEBOLI DELLA SCUOLA MEDIA. MA, A BEN VEDERE, SONO GLI STESSI DI TUTTA LA SCUOLA ITALIANA

 


Secondo Freud, a 5/6 anni comincia un periodo ideale dal punto di vista dell’apprendimento. Le turbolenze della sessualità infantile entrano, per così dire, in sonno, per risvegliarsi in genere all’inizio della pubertà. I bambini sono ora in grado di concentrarsi sulla scuola e gli amici, e dimostrano grande curiosità e desiderio di imparare. Il passaggio dalla primaria alla scuola media ha sempre costituito, con l’ingresso nella preadolescenza (che a dire il vero oggi tende a essere più precoce), l’inizio di una fase che può comportare soprattutto per i maschi una crescente irrequietezza, a volte già l’esigenza di opporsi agli adulti, il desiderio di maggiore autonomia e infine l’avvento di nuovi interessi ed esigenze, come quella di uscire con gli amici dopo aver fatto in fretta e furia i compiti per casa.

Dovrebbe essere ovvio che questi cambiamenti incidono in modo notevole sul rendimento scolastico nella scuola media. In due modi: diminuiscono la motivazione, l’attenzione e la concentrazione rispetto alla primaria; ci sono più problemi di comportamento, i quali, come più volte ha sottolineato l’Ocse, danneggiano a loro volta l’apprendimento per il disturbo e la perdita di tempo che provocano. E magari hanno anche un ruolo nella maggiore tendenza degli insegnanti a chiedere il trasferimento (in una sede forse più “tranquilla”) oppure il “passaggio di ruolo”, in genere alle superiori. I cui docenti (scuole professionali a parte) spesso chiedono a quelli delle medie come fanno a resistere avendo a che fare con i ragazzi “agitati” di quell’età.

Di tutto questo, però, e della maggiore fatica di insegnare che ne deriva, di rado si tiene conto nell’analizzare i risultati della Scuola media. È anche il caso del rapporto della Fondazione Agnelli che la riguarda, di recente pubblicazione. Che aggiunge alle etichette appioppate a questo triennio – “buco nero” o “anello debole” del sistema scolastico – quella di “ventre molle”. Intendiamoci: buona parte delle osservazioni del rapporto sono del tutto condivisibili; purché, però, le si applichi a tutta la scuola italiana e non solo alla scuola media.

Una delle prime imputazioni, per esempio, è questa: Il fatto che oggi praticamente tutti gli studenti riescano a conseguire la licenza media non deve illudere, spingendoci a credere che sia indizio insieme di equità ed efficacia; è semmai una sorta di ‘condono’ alle carenze individuali per consentire il raggiungimento del titolo”. Giusto. Ma tutti gli ordini di scuola sono stati per decenni incoraggiati, consigliati e spinti a condonare le deficienze di preparazione e di disciplina. Da dove provengono i non pochi allievi che nelle prove d’ingresso in prima media denunciano serie lacune? Quante insufficienze anche gravi vengono “abbonate” in molti scrutini finali delle superiori? E perché le matricole universitarie hanno tanti problemi con l’Italiano? Tutta colpa della media? La quale, poi, non detiene certo il monopolio dei precari perché ne ha quasi il 30% invece del 25 delle superiori e il 20 circa della primaria. Non lo ha dei docenti immessi in ruolo ope legis, né di quelli avanti con gli anni: la media è intorno ai 50 anni in tutti gli ordini di scuola. Tutti poi, sia nel primo  che nel secondo ciclo, risentono della mancata selezione iniziale e dell’ insufficiente preparazione fornita loro dai corsi universitari. “In Italia – aggiunge il Rapporto – la carriera di docente è meno ambita rispetto ad altri paesi, perché la professione non gode di adeguato riconoscimento in termini di prestigio, retribuzione e carriera”. Ma anche questo vale per tutti. Giuste analisi, dunque, ma generalizzabili a “ogni ordine e grado”.

Va detto poi che l’Invalsi trae dalle sue indagini tutt’altra conclusione. Nel commento ai dati del 2018, si legge infatti che “l’affermazione, spesso ripetuta, secondo cui la scuola secondaria inferiore rappresenterebbe “l’anello debole” del sistema scolastico italiano non trova riscontro nei dati né delle prove Invalsi né delle indagini internazionali: quello che emerge, invece, è che in questo grado d’istruzione diventa manifesta la differenza di risultati tra le diverse aree dell’Italia, e in particolare tra nord e sud”. Una valutazione che verrà ribadita nel commento ai risultati dell’anno seguente.

Ai limiti di fermezza e di qualità che accomunano la scuola media agli altri segmenti della Pubblica Istruzione, aggiungerei invece una sua reale carenza specifica: quella di essere poco orientativa. Così com’è, serve bene a indirizzare verso i vari tipi di liceo, ma poco verso gli istituti tecnici e per nulla, se non come scelta residuale, a quelli professionali. C’è stato un momento, negli anni ’70, in cui c’erano due insegnanti di educazione tecnica. Si sarebbe dovuta cogliere l’occasione per farne una materia basata su laboratori che introducessero a un certo numero di mestieri fra quelli poi sviluppati negli indirizzi professionali delle superiori o, dove per fortuna funzionano bene, nei corsi di formazione professionale. L’occasione si è persa, la materia è diventata in gran parte teorica e affidata a un solo docente. Colpa, probabilmente, di quel pregiudizio negativo nei confronti della manualità che sarebbe poi stato responsabile della stolta “licealizzazione” degli indirizzi tecnico-professionali. 

Giorgio Ragazzini

“ilSussidiario.net”, 5 ottobre 2021

mercoledì 1 settembre 2021

TORNA A SUONARE LA CAMPANELLA. Ma i problemi di fondo sono da decenni gli stessi




Suona la campanella;
scopa, scopa la bidella;
viene il bidello ad aprire il portone;
viene il maestro dalla stazione;
viene la mamma, o scolaretto,
a tirarti giù dal letto…

Viene il sole nella stanza:
su, è finita la vacanza.
Metti la penna nell’astuccio,
l’assorbente nel quadernuccio,
fa la punta alla matita
e corri a scrivere la tua vita.

Scrivi bene, senza fretta
ogni giorno una paginetta.
Scrivi parole diritte e chiare:
amore, lottare, lavorare
.

Gianni Rodari, Il primo giorno di scuola

 

Tra le priorità programmatiche del governo Draghi c’era l’esigenza di tornare prima possibile alla normalità nella scuola: in termini di orari, di programmi, di esami, ma soprattutto di presenza di allievi e docenti in carne e ossa nelle classi, visti i pessimi risultati della didattica a distanza, confermati tra l’altro dai recenti dati dell’Invalsi.

Sarà possibile iniziare un regolare anno scolastico come negli anni pre-Covid, grazie a un alto numero di vaccinati tra i docenti, l’introduzione del Green Pass, le fasce d’ingresso diversificate e le mascherine per gli allievi. Resta il problema della sicurezza dei trasporti pubblici per gli studenti pendolari e delle presenza ancora in alcune regioni di scuole con classi numerose.

Il dibattito e le polemiche degli ultimi mesi sul rientro in sicurezza nelle aule e sul ritorno alla normalità della scuole hanno però nascosto i problemi che da lungo tempo caratterizzano l’istruzione in Italia. La scarsa preparazione dei nostri giovani non è dovuta solo a questi due anni di lockdown e di didattica a distanza. Nasce molto prima, da quando i fondamenti del fare scuola sono venuti meno, a partire dagli anni ’60, con il proposito delle classi dirigenti di allora, in sé corretto, di cancellare le chiusure e i privilegi classisti di cui era imbevuto l’ordinamento scolastico tradizionale. Ideologicamente, però, si è pensato che il classismo della scuola consistesse essenzialmente nei suoi contenuti e nei relativi modi di insegnamento e di apprendimento. Cioè nella cosiddetta cultura «borghese» e nel «nozionismo»; e dunque che, modificati o aboliti l’una e l’altro, cancellati il latino, il riassunto e le poesie «a memoria», sarebbe stata possibile un’istruzione finalmente per tutti. Da qui progressivamente sono stati intaccati i contenuti epistemologici di ogni disciplina, anche per la ricerca di una trasversalità tra i diversi insegnamenti, al punto che alcune materie come l’italiano e la storia, fondamentali per la formazione di una cittadinanza consapevole e della coscienza nazionale, rischiano di non essere più patrimonio comune del nostro Paese.

Inoltre, il tentativo dei politici e dei pedagogisti di quegli anni di rinnovare il tradizionale modello di istruzione con il fine democratico di annullare gli svantaggi di partenza di molti allievi ha portato di fatto a una scuola programmaticamente, ma anche illusoriamente, «inclusiva» con la proclamazione del “diritto al successo formativo”. Con l’inevitabile conseguenza di addossare alla sola scuola il conseguimento di questo successo e di far sparire il tema della volontà e dell’impegno da parte degli allievi. Si è proceduto inoltre a un graduale appiattimento dei corsi di studi, invece di dare il giusto valore alla diversità e alla ricchezza dei diversi percorsi scolastici, tanto che si è potuto imputare alla classe politica la “licealizzazione” degli istituti tecnici e professionali. Ancora nella linea di un’ illusoria “inclusione”, si è soprattutto delegittimata qualsiasi forma di selezione insieme ai suoi strumenti di valutazione del merito, al contrario di quanto chiede l’art. 34 della nostra Costituzione (I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi.)

Infine le istituzioni scolastiche, con la loro politica permissiva, hanno pervicacemente cercato il consenso dei genitori e degli studenti, dando molto più peso ai loro diritti che alle loro responsabilità, non imponendo le giuste regole dello stare a scuola e pregiudicando l’autorevolezza del corpo insegnante nello svolgimento del suo compito.

Nel lungo processo storico della formazione dello Stato italiano la classe politica risorgimentale e gli uomini di cultura, che fossero o no ministri della Pubblica Istruzione, da De Sanctis a Villari, da Croce a Gentile, da Salvemini a Gobetti hanno visto la scuola non in maniera ideologica o come terreno di avventurose sperimentazioni pedagogistiche, ma come spazio reale di emancipazione culturale e democratica e di formazione di un’autentica coscienza nazionale.

La scuola deve giustamente stare al passo con i tempi e accettare le sfide della modernità, senza però perdere il rigore culturale e i veri fini educativi insiti nel suo Dna, altrimenti si accentuerà ancora lo smarrimento delle nuove generazioni, già provate da due anni di pandemia e di confinamenti, con il rischio che i continui richiami di Draghi e di Mattarella alle responsabilità e ai doveri civici dei cittadini cadano nel vuoto soprattutto per chi è più fragile per età e per formazione.

 Sergio Casprini

 

Dal sito web del "Comitato Fiorentino per il Risorgimento", 1° settembre 2021

giovedì 5 agosto 2021

PILLOLE DI INVALSI 2021

 

Dei risultati delle prove  Invalsi 2021 si è molto parlato nelle scorse settimane, soprattutto perché hanno evidenziato i danni provocati ai livelli di apprendimento dalla mancanza di un rapporto "in presenza"  con gli insegnanti di larga parte della popolazione scolastica. Il rapporto dell'Invalsi mette infatti a confronto le rilevazioni del 2021 con quelle del 2019. Qualunque sia l'opinione che si ha su questo tipo di test, può comunque essere utile rivederne in una sintesi alcuni dei dati più significativi. 

Per leggere le pillole clicca qui

A cura di Andrea Ragazzini

lunedì 2 agosto 2021

ANTONELLA VIOLA : SÌ AL GREEN PASS, MA NON PER LA SCUOLA

Da alcuni giorni "La Stampa" ospita le opinioni contrapposte, favorevoli e contrarie al  Green Pass, di numerose personalità (il giornalismo esiste per questo, scrive il direttore Massimo Giannini). Giovedì scorso l'immunologa Antonella Viola, pur decisamente schierata a favore, si diceva però contraria a utilizzare il Pass per la scuola. Di seguito una nostra lettera in proposito alla Stampa.


Caro Direttore, 
ho letto sul Suo giornale il confronto di opinioni tra Carlo Freccero e Antonella Viola e sono del tutto d’accordo con quest’ultima, con una sola ma importante eccezione. Scrive la Professoressa a proposito del Green Pass: “Un luogo dove non può essere richiesto è, per esempio, la scuola, che deve restare un diritto per tutti i ragazzi, anche in fase di emergenza”. Dunque, in nome del diritto allo studio degli studenti che non intendono vaccinarsi, si può fare eccezione alla necessità di “evitare che si creino degli ampi focolai”? E soprattutto, che dire della lesione al diritto allo studio di eventuali compagni contagiati e per questo costretti a restare a casa? D’altronde già la normativa pre-Covid in materia di assenze da scuola superiori a cinque giorni richiede che il medico certifichi che uno studente è guarito e non è affetto da malattie infettive, mentre in era Covid prevede che si attesti l’avvenuta guarigione mediante tampone. A protezione dei compagni e degli insegnanti.
Un cordiale saluto,
Andrea Ragazzini

Gruppo di Firenze per la scuola
del merito e della responsabilità

martedì 20 luglio 2021

LETTERA A DRAGHI DI GIOVANNI MARIA FLICK, PIETRO ICHINO E ALTRI SULLE VACCINAZIONI A SCUOLA


 Signor Presidente,

desideriamo esprimerle la nostra profonda preoccupazione per il fatto che a tutt'oggi non sappiamo se e come si intenda garantire un inizio del prossimo anno scolastico in presenza per tutti gli studenti italiani. Anche i risultati delle prove Invalsi hanno purtroppo certificato il drammatico arretramento dei livelli di apprendimento causato dall'emergenza della pandemia in tutta la scuola italiana, in particolare nelle superiori, chiuse per più tempo negli ultimi due anni scolastici. Noi riteniamo che per sventare il rischio di un altro anno funestato dal confinamento a casa di bambini e ragazzi sia indispensabile una legge che condizioni all'avvenuta vaccinazione l'ammissione al lavoro del personale scolastico e la frequenza delle lezioni agli studenti, con la sola eccezione di coloro per i quali ci siano controindicazioni mediche.

Sappiamo delle resistenze verso questo tipo di provvedimento, tuttavia confidiamo che Lei saprà richiamare il governo e il parlamento alla necessità di assumersi questa responsabilità verso il paese e verso l'istituzione scolastica, che è così fondamentale per il futuro dell'Italia e in particolare dei suoi giovani cittadini.

Giovanni Maria Flick     Presidente Emerito della Corte Costituzionale

Pietro Ichino                   Professore Emerito di Diritto del Lavoro Università Statale di Milano

Leonardo Becchetti        Ordinario di Economia Università di Roma Tor Vergata

Giovanni Belardelli        Ordinario di Storia delle dottrine politiche Università di Perugia

Sergio Belardinelli          Ordinario di Sociologia dei processi culturali Università di Bologna

Marco Bentivogli           Già Segretario generale della FIM CISL, ora Coordinatore di Base Italia

Carlo Cottarelli              Economista, dirige l'Osservatorio sui Conti Pubblici della Cattolica di Milano

Enrico Deaglio               Giornalista e scrittore

Riccardo Del Punta         Professore Ordinario di Diritto del Lavoro Università di Firenze

Andrea Del Re               Avvocato Cassazionista, Vicepresidente Scuola Superiore della Magistratura

Roberta De Monticelli   Già Ordinario di Filosofia della Persona, Università Vita Salute San Raffaele

Giulio Ferroni                Professore Emerito di Storia della Letteratura, Università di Roma La Sapienza

Elsa Fornero                   Docente di Economia  Uni. di Torino,  già Ministro del Lavoro

Chiara Frugoni              È stata Docente di Storia medievale a Pisa, Roma Tor Vergata, Parigi

Carlo Fusaro                  Già Ordinario di Diritto pubblico comparato Università di Firenze

Silvio Garattini              Fondatore e Presidente dell'Istituto farmavologico Mario Negri

Emanuela Girardi          Presidente di Base Italia

Piero Ignazi                   Professore Ordinario di Scienza politica Università di Bologna

Enrico Morando            Presidente di LibertàEguale, Viceministro dell'Economia nel Governo Gentiloni

Mauro Magatti               Ordinario di Sociologia generale Università Cattolica di Milano

Massimo Pallini             Ordinario di Diritto del Lavoro Università Statale di Milano

Angelo Panebianco        Professore Emerito di Scienza politica Università di Bologna      

Gianfranco Pasquino     Professore Emerito di Scienza politica e Accademico dei Lincei

Francesco Perfetti          È stato Ordinario di Storia contemporanea alla LUISS di Roma

Adriano Prosperi           Professore Emerito di Storia moderna presso la Scuola Normale di Pisa

Alessandro Rosina         Professore Ordinario di Demografia Università Cattolica di Milano

Lucia Valente                 Professore Ordinario di Diritto del Lavoro Università La Sapienza          

Ü   Dalla terza riga in ordine alfabetico.

     A cura del Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità