mercoledì 22 maggio 2019

UN SINDACO EDUCATORE PER FAR CRESCERE IL SENSO CIVICO IN CITTÀ


Dovrebbe essere ovvio che il rispetto dei propri doveri da parte di ogni cittadino è essenziale per la vita di una comunità. Come scrive Luciano Violante nel suo bel libro Il dovere di avere dei doveri, «i diritti hanno bisogno dei doveri per vivere; quando si offusca la categoria dei doveri, l’unità politica si disarticola, prevale l’egoismo degli individui, la democrazia si sfalda». Com’è noto, però, i doveri sono scomparsi dal discorso pubblico.
In ambito educativo fanno capolino di rado e devono sfidare le convinzioni pedagogiche che li associano, se va bene, alle caserme. Non sorprende, quindi, che nella campagna elettorale per il rinnovo dell’amministrazione fiorentina manchi qualsiasi riferimento a quel «senso civico» la cui carenza distingue l’Italia da gran parte delle nazioni europee. I politici in genere lo considerano un tema che fa perdere consenso. Ma siamo sicuri che un richiamo al
civismo e al senso di responsabilità non sarebbe un buon investimento anche elettorale? Ci sono tanti cittadini corretti, probabilmente la maggioranza, che con i loro comportamenti assicurano a Firenze, per fare un esempio, un accettabile livello di decoro urbano. Verso questo genere di persone un Comune silenzioso sui vari doveri civici — e negligente nel punire chi sgarra — si comporta un po’ da parassita della loro correttezza. Viceversa, un sindaco che si schieri apertamente con i cittadini perbene e agisca con fermezza non può che guadagnarci in popolarità. Il livello di civismo di una comunità è anche il frutto dell’atmosfera sociale in materia di valori e comportamenti. Ogni adulto deve essere consapevole di avere una responsabilità educativa da spendere in tante circostanze. Si può scommettere, per esempio, sul carattere contagioso del fermarsi davanti alle strisce per far attraversare un pedone e, da parte del pedone, ringraziare con un gesto chi si ferma; anche così si produce il senso di appartenere a una comunità. Ma particolarmente incisiva può essere la funzione educativa delle classi dirigenti e quella del sindaco in modo particolare, soprattutto per la sua competenza sui problemi della vita quotidiana. In vista dunque delle ormai prossime elezioni, sarebbe bene che tutti i candidati sindaci (Bocci, Bundu, De Blasi, Giacomelli, Di Giulio, Lasso, Nardella, Valleri, Watte) facessero sapere cosa intendono dire e fare per: - contrastare e sanzionare chi butta per terra cartacce, scontrini, bottiglie, bicchieri e involucri vari;
- far sì che i fumatori mettano le cicche in una scatolina invece di spargerle ovunque; - sanzionare la minoranza di persone che non raccoglie le cacche dei propri cani e introdurre l’obbligo di portare con sé una bottiglietta d’acqua per lavare il punto in cui il cane ha fatto pipì, sull’esempio di diversi comuni (tra cui Alessandria, Genova, Asti);
- individuare e multare chi imbratta i muri;
- difendere senza se e senza ma la quiete pubblica e in particolare il diritto non negoziabile al riposo, moltiplicando i controlli e la presenza dei vigili, riducendo gli orari e programmando per il futuro lo spostamento della movida in zone non residenziali;
- impedire ai ciclisti di andare contromano, sui marciapiedi e nelle zone pedonali (su questo era stata annunciata «tolleranza zero», ma non si è vista).
Infine: si impegnano a fare periodicamente un resoconto delle iniziative e degli interventi su queste materie e sulle altre che riguardano la convivenza civile?
Ci vorrà tempo, ma con tenacia e fermezza un sindaco «educatore» può contribuire a cambiare mentalità e atteggiamenti, facendo meglio attecchire lo spirito civico e il rispetto delle leggi.
Giorgio Ragazzini
“Corriere Fiorentino”, 22 maggio 2019

martedì 21 maggio 2019

LA POLITICA, LA CRITICA E IL RUOLO DELLA SCUOLA


Pochi giorni fa ha suscitato scalpore la sospensione dall’insegnamento per quindici giorni di una docente palermitana che non aveva corretto il contenuto di un video elaborato da suoi studenti. Nel video tra l’altro si equiparano le leggi razziali fasciste e il decreto sicurezza del ministro Salvini e si sosteneva l’analogia tra il rastrellamento e la deportazione degli ebrei romani nel ’43 e il ricollocamento di migranti dopo lo sgombero di un Centro di accoglienza. La durezza della misura disciplinare, spropositata e paradossale, ha colpito perfino il ministro dell’interno Salvini e quello della Pubblica istruzione Bussetti e ha fatto passare in secondo piano le pur evidenti responsabilità sul piano deontologico
della docente, che non ha corretto le sciocchezze dei suoi allievi durante la preparazione del video e neppure ne ha preso le distanze a lavoro ultimato. Ieri invece analogo scalpore ha suscitato il quadro di uno studente del liceo artistico Russoli di Pisa raffigurante il volto del ministro Salvini costruito unendo tra loro centinaia di microimmagini di barconi, di donne e di uomini scomparsi o a stento sopravvissuti al viaggio nel Mediterraneo. Il lavoro, come quello degli altri studenti che avevano frequentato il corso di potenziamento di arte contemporanea, è stato esposto in una Galleria d’arte esterna alla scuola e sarà il pubblico a giudicarne il valore artistico. Intanto la sindaca di Cascina, dove il liceo ha una sua succursale, lo ha giudicato severamente sul piano politico, ritenendolo un’opera vergognosa e un vero e proprio «falso ideologico» (sic). Esattamente il contrario pensa il critico d’arte Luca Nannipieri, suo ex assessore e anch’egli leghista, che difende pienamente il lavoro dei ragazzi e del loro docente. Siamo comunque certi che non mancheranno in futuro altre discussioni e altri scontri a proposito di quanto più o meno politicamente corretto uscirà dalle scuole, anche perché il dibattito politico è spesso alla ricerca di argomenti su cui strepitare: se l’occasione si presenta, guai a lasciarsela scappare! Indipendentemente da ciò, è veramente opportuno fare tutto il possibile per evitare che le scuole diventino occasione per conflitti e che nelle aule si faccia divulgazione ideologica. La scuola pubblica è per definizione di tutti e non può tornare a essere, come spesso avveniva negli anni ‘70 e ‘80, luogo di propaganda più o meno velata. Benissimo ha fatto la preside del Russoli a vietare che il mosaico su Salvini comparisse sul sito della scuola: pur trattandosi di un lavoro artistico e in quanto tale interpretabile da ciascuno secondo la propria sensibilità, credo sia stato giusto non istituzionalizzarla come espressione di una intera comunità scolastica anziché del solo studente che l’ha pensata e creata. Rispetto ai temi inerenti la politica e ad eventuali rapporti con i politici è bene che le scuole siano prudenti ed evitino che dalle loro aule escano proclami e certezze ideologiche. Si deve però accettare, anzi auspicare, che la scuola sia il luogo per eccellenza della critica, della formazione civile e democratica soprattutto attraverso la conoscenza del passato, del mondo contemporaneo e delle diverse opinioni degli studiosi. In questo senso, solo in questo, essa ricopre il nobile ruolo di educare i giovani alla politica. Senza infine dimenticare che li dovrà accompagnare e aiutare a rendere utili e fruttuose le loro occasioni di «democrazia diretta» come le assemblee: occasioni importantissime per abituarli a essere autonomi e a occuparsi di problemi attuali. Molte volte però prevale in loro la voglia di bruciare le esperienze, anche attraverso le abitudinarie occupazioni. Ben vengano invece dei ragazzi in grado di fare bei quadri e di organizzare delle belle mostre di arte contemporanea, stimolanti e creative.
Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 21 maggio 2019

lunedì 20 maggio 2019

LIBERTÀ E DEONTOLOGIA NEL CASO DEL VIDEO DI PALERMO


È stato detto e scritto molto sul video di alcuni studenti di Palermo e sulla loro docente di storia sanzionata dall’Ufficio scolastico regionale. In prevalenza si sostiene che sono in gioco la libertà di insegnamento, la libertà di opinione e il pensiero critico.
In realtà l’episodio è segnato da un atteggiamento superficiale da parte dell'insegnante, che non ha guidato e corretto il lavoro dei suoi studenti, né se ne è dissociata ex post, nel caso che non lo conoscesse in tutti i particolari. Ne è venuto fuori un video fondato sull’omologazione tra le leggi razziali fasciste e il decreto sicurezza del ministro Salvini; e c’è persino l’equivalenza tra il rastrellamento e la deportazione degli ebrei romani nel ’43 e il ricollocamento dei migranti dopo lo sgombero di un Centro di accoglienza per i richiedenti asilo; affermazioni a dir poco imbarazzanti. Un lavoro, appunto, da ragazzi, superficiale e approssimativo come è spesso il loro lavoro se non è guidato e corretto.
Onestamente la collega ci sembra vittima soprattutto della perdurante assenza nella nostra scuola di una seria riflessione sulla deontologia professionale, che guidi gli insegnanti nelle numerose e delicate responsabilità a cui devono far fronte (e spesso si evita persino di ricordare loro quei doveri che già le leggi stabiliscono). Una responsabilità importante di un docente è quella di aiutare gli allievi a costruirsi un pensiero critico, che è l'esatto contrario della superficialità. E se non vengono aiutati in questa conquista diventeranno degli adulti presuntuosi e in realtà pronti a essere culturalmente e politicamente imboccati dal sentito dire o dalle panzane che leggono su facebook.
Molti di coloro che hanno preso le difese della docente hanno denunciato il mancato rispetto della libertà d'insegnamento. Ma le leggi della scuola fanno certamente salva la libertà dell'insegnante, purché attraverso quella si raggiungano i fini che l'intera normativa scolastica, a partire dalla Costituzione, ci impone. Pensare che ciascun docente possa fare quello che vuole (o non fare quello che deve) è una aberrazione che tuttavia resiste grazie al trionfo negli anni settanta e ottanta di una scuola fortemente politicizzata. La libertà di insegnamento come ogni libertà implica una corrispondente responsabilità e non può esonerare dal correggere le sciocchezze dei propri allievi. Né si può accettare che queste ultime siano difese in nome di un inattaccabile diritto alla libertà di opinione. La scuola non è un luogo come tanti in cui si esprimono pareri personali, ma quello in cui si impara a riflettere, discernere, contestualizzare, in modo da abituarsi a formarsi opinioni fondate e ben argomentate, che occorre correggere quando sono chiaramente insostenibili o tendenziose. Non farlo quando i propri allievi equiparano una pur contestatissima legge dei nostri tempi alle famigerate leggi razziali che portarono alla persecuzione degli ebrei e allo sterminio di migliaia di loro è gravemente sbagliato. Per di più con questo paragone si rischia di banalizzare proprio quel crimine e quella tragedia. Che qualcuno dica a questi ragazzi che le leggi razziali non avrebbero mai portato, come invece accade per il Decreto sicurezza, la firma del Presidente Mattarella.
Detto questo, non ci piace per nulla la severità della sanzione inflitta alla docente: quindici giorni di sospensione dal servizio. Una severità paradossale soprattutto se pensiamo a quanto sia solitamente latitante l'amministrazione scolastica (Usr, ma anche i Dirigenti scolastici) nei confronti di docenti che si macchiano di colpe molto, ma molto più gravi; e lo potrei dimostrare con un gran numero di esempi. L’episodio si sarebbe anche potuto risolvere con un serio e approfondito colloquio col preside e con un successivo ripensamento insieme ai ragazzi. Viene da sospettare che qualcuno abbia approfittato di quanto accaduto per portare acqua al mulino del potente di turno pensando che avrebbe gradito un intervento pesante. In ogni caso la scelta in questo senso ha finito con l'indignare, e non poco, gran parte dell'opinione pubblica. Lo hanno capito tanto il Ministro dell'istruzione quanto lo stesso Salvini, che sembrano addirittura dissociarsi dall'iniziativa presa dall'Ufficio scolastico regionale palermitano. Che si meriterebbe almeno un’ ispezione per indagare sulle attitudini e le competenze necessarie a svolgere il proprio ruolo.
Valerio Vagnoli

venerdì 10 maggio 2019

LA NOSTRA SCUOLA E L’EUROPA

 “Corriere Fiorentino”, 10 Maggio 2019
In questa scialba campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, in realtà quasi esclusivamente incentrata sui problemi di politica interna, c’è una totale indifferenza ai problemi della scuola. Il che non stupisce, visto come da tempo viene «governato» in Italia il sistema scolastico. Ma se la scuola rappresenta l’ istituzione fondamentale per la salvaguardia della lingua nazionale, della cultura e perfino dell’economia di ciascun Paese, l’Unione Europea non potrà fare passi avanti se priva di obiettivi comuni sul piano dell’istruzione. Proprio per questo nel lontano 2000 fu varata a Lisbona una vera e propria strategia per raggiungere entro il 2020 una serie di obiettivi anche in ambito scolastico. Tra questi primeggiava, vista la rapidità delle trasformazioni in tutti i settori, la necessità di un apprendimento per tutto l’arco dell’esistenza, in funzione della piena occupazione, ma anche delle competenze personali, civili e sociali fondamentali per l’acquisizione di una vera e propria «cittadinanza attiva».
Un modo intelligente di essere europei sarebbe quello di far tesoro di ciò che caratterizza in positivo ciascuna nazione. Dovremmo mostrare più attenzione verso altri Paesi in merito alla formazione e al reclutamento dei docenti. In Finlandia, tanto per fare un esempio, solo un aspirante su dieci diventa un insegnante (preparatissimo e rispettatissimo). A proposito della formazione professionale, ci si può ispirare, oltre al sistema tedesco in cui una parte della formazione tecnica e professionale si svolge in azienda, anche a quello di altri Paesi caratterizzati come il nostro da un’economia legata alle medie e piccole imprese. Per combattere l’insuccesso scolastico e rendere più equa e insieme più rigorosa la nostra scuola superiore, il Gruppo di Firenze, ispirandosi appunto all’esperienza di alcuni Paesi europei, ha proposto di basarla non più sul passaggio da una classe a quella seguente, ma sul superamento di corsi successivi nelle diverse materie. Dovremmo confrontarci con l’Europa anche sull’educazione degli adulti e l’orientamento scolastico, quest’ultimo da noi pressoché inesistente, con la conseguenza di molte scelte sbagliate, causa a loro volta di parecchie bocciature. A tale proposito mi preme ricordare come, pochi anni fa, in Toscana venne finalmente firmato un accordo tra l’Ufficio scolastico regionale, la Regione stessa, le Università e le Associazioni di categoria per mettere a regime iniziative di orientamento in tutti gli ordini di scuola.
Dopo la firma dell’accordo e dopo una iniziale formazione a tappeto dei dirigenti scolastici dell’intera regione, fu sufficiente il cambiamento di un direttore scolastico regionale perché tutto passasse nel dimenticatoio. Anche sull’inserimento nella scuola dei ragazzi stranieri c’è molto da apprendere. Praticamente tutti i paesi europei prevedono una varietà di sistemi per far imparare la lingua ai ragazzi stranieri, compresi periodi più o meno lunghi dedicati esclusivamente a questo. Noi non ce li abbiamo, perché prevale la retorica dell’inclusione in classe subito, così spesso l’inclusione diventa solo di facciata. Alcuni aspetti del Programma di Lisbona per fortuna stanno offrendo dei risultati postivi, a partire dai progetti Erasmus che incentivano la mobilità transnazionale dei giovani. Inoltre è stato adottato un sistema di condivisione e certificazione delle competenze in fatto di istruzione e formazione (compresi i diplomi universitari) spendibile in tutti i paesi della comunità. Viene inoltre effettuato un periodico monitoraggio sulle performance di ciascun paese, che vede purtroppo l’Italia in tutti questi settori all’ultimo posto in Europa. Che sia per questo che è meglio non parlarne in campagna elettorale?
Valerio Vagnoli

martedì 7 maggio 2019

PUÒ EDUCARE LA SCUOLA CHE NON PUÒ PUNIRE?


“Primo non punire” è sempre più il principale comandamento della scuola italiana, in cui il condono educativo permanente, come lo ha definito lo psicologo Paolo Crepet, fa da perfetto pendant a quelli che da decenni premiano gli evasori fiscali. Un emendamento dell’ultima ora alla legge che reintroduce l’educazione civica àbroga infatti tutte le sanzioni previste agli articoli 412 e 414 del Regio Decreto del 26 aprile 1928: ammonizione, nota sul registro, sospensione da scuola, espulsione con perdita dell’anno scolastico. Il testo definitivo non è ancora reperibile, ma, in base alla scheda illustrativa che si trova sul sito della Camera, sembra che si possa escludere, come qualcuno ha detto, l’estensione alla primaria dello Statuto degli studenti che contempla pur sempre delle sanzioni. Il chiarimento del Ministero non chiarisce affatto la nuova situazione, sostenendo che il provvedimento “non fa altro che estendere anche alla scuola primaria il Patto educativo di corresponsabilità che già oggi disciplina, in maniera dettagliata e condivisa, i diritti e doveri degli studenti delle scuole secondarie nei confronti delle istituzioni scolastiche, comprese le relative sanzioni". Meraviglia che al Ministero si ignori che le sanzioni non sono affatto contenute nel Patto educativo, ma nel regolamento di disciplina che ogni scuola secondaria elabora sulla base dello Statuto degli Studenti. Il Patto da solo lascia la scuola primaria priva di qualsiasi strumento disciplinare, in quanto consiste – stringi stringi – in una presa d’atto da parte dei genitori delle regole di comportamento che la scuola si è data e delle conseguenze del loro mancato rispetto. Del resto nella stragrande maggioranza (o totalità) dei casi l’innovazione del 2007, com’era prevedibile, si è ridotta a un adempimento formale all’atto dell’iscrizione, dunque di nessuna utilità educativa.
La verità è che si tratta di un’altra iniziativa-manifesto di una pedagogia che ignora l’abc dello sviluppo psicologico e morale e che ha così assestato colpi rovinosi alla capacità educativa della scuola. La sanzione invece (di moltissimi tipi e gradi adatti all’età e alle circostanze) è lo strumento che un educatore può utilizzare quando è evidentemente il solo modo di far presente con chiarezza il limite oltre il quale non si può andare. E tutto questo nell’interesse educativo dei bambini che si comportano male e di quelli che vedono impuniti i comportamenti arroganti e irrispettosi. Sarebbe il caso di dare voce, magari con una seria inchiesta, alle tante maestre che già da anni si sentono dire “tanto non mi puoi fare niente” perfino da alunni di prima che le hanno insultate o, bulletti in erba, hanno fatto i prepotenti con una compagna o un compagno di classe. E c’è davvero da chiedersi quale conoscenza dell’attuale scuola primaria e dei suoi allievi abbiano questi “riformatori”.
Quanto all’Educazione civica (per fortuna si è tornati al vecchio nome), il suo ritorno è opportuno, ma è illusorio pensare che la sola conoscenza delle leggi e della Costituzione, pur necessaria, possa sostituire un’educazione familiare e scolastica che alleni fin da piccoli i bambini al rispetto degli altri, al senso di responsabilità e del dovere, all’idea che la libertà non è assenza di limiti. Sarebbe come pretendere che si possa imparare a giocare a calcio studiando un manuale. E se un allenatore si rende conto che un suo giovane allievo arriva tardi, non si impegna o è insolente, fa benissimo a tenerlo in panchina a chiarirsi le idee su come ci si deve comportare. Ripetiamolo: nel suo interesse.
Giorgio Ragazzini

Sul patto educativo di corresponsabilità si può leggere anche quest’altro articolo: ttps://gruppodifirenze.blogspot.com/2018/04/violenza-in-classe-i-mea-culpa-che.html

martedì 30 aprile 2019

CAMBIARE LA DIDATTICA SI PUÒ (MA NON CON LA BUROCRAZIA)


“ilsussidiario.net”, 30 aprile 2019
 Arricchire la didattica

Fra chi oggi scrive e parla della scuola molti insistono in modo perentorio sulla necessità di abbandonare metodologie considerate vetuste per abbracciarne di nuove più in sintonia con i ragazzi di oggi. E nei decreti e nelle ordinanze ministeriali ritorna periodicamente il tentativo (illusorio) di costringere gli insegnanti a cambiare la didattica  per via burocratica, per esempio obbligandoli a riempire schede prolisse e spesso astruse, oppure abolendo i voti e sostituendoli con lettere e giudizi analitici.
Una particolare acrimonia viene riservata alla “lezione frontale”, che, oltre a venire dipinta come intrinsecamente noiosa e irrelata, viene vista dai più accaniti come testa d’ariete di un’impostazione “trasmissiva” della scuola. Aggettivo che, a essere benevoli, si comprende come rivolto alla sola modalità didattica e relazionale; a esserlo un po’ meno, sembra indicare proprio il rifiuto di trasmettere ai ragazzi il patrimonio culturale di una nazione, cioè la sua identità. Partendo dalla seconda accezione, il filosofo e insegnante liceale François-Xavier Bellamy ha scritto qualche anno fa I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere, un saggio acuto e appassionato sull’irrinunciabile compito delle società occidentali di tramandare la propria eredità culturale, contro l’idea che “ogni ragazzo possa produrre da sé il proprio sapere”.
In realtà è necessario che ogni docente, oltre a superare una selezione iniziale che ne accerti anche motivazioni e attitudini, conosca vari approcci didattici, in modo da adottare quelli più utili a seconda degli argomenti, oltre che per evitare una possibile monotonia nell’insegnamento. Come i medici non hanno una sola medicina per tutti i mali, così gli insegnanti dovrebbero disporre, oltre che di una solida conoscenza disciplinare, di una varia attrezzatura metodologica. Per questo motivo, più che di “innovazione” della didattica e, peggio ancora, di “rivoluzione”, sarebbe meglio parlare di “arricchimento" della didattica come impegno ordinario di ogni insegnante.
Del resto la libertà metodologica, che viene garantita dalla Costituzione e dalle leggi, si basa anche su solide motivazioni psicologiche, dato che lo stile con cui si insegna ha a che fare con la personalità del docente, con i suoi punti di forza, i suoi limiti, le sue capacità relazionali. In parole povere, è normale che ci siano delle preferenze individuali in fatto di metodo. E di fronte a nuove proposte didattiche deve essere libero (direi “in scienza e coscienza”) di accettarle, tralasciarle, modificarle secondo un unico criterio: quello di sentirsene potenziato. Purtroppo è frequente sentir fare la caricatura di un metodo nel caldeggiare l’adozione di un altro. In un convegno dell’anno scorso una relatrice esclamò sarcasticamente a proposito dell’interrogazione: “Come godiamo noi insegnanti quando sentiamo ripetere parola per parola quello che abbiamo detto!” E sul sito dello stesso convegno c’era anche la spiegazione del metodo della “classe rovesciata”, basata sul confronto con una lezione frontale. Quest’ultima era esemplificata da una situazione in cui, mentre il docente parla alla lavagna, c’è un allievo che scarabocchia, un altro che pensa ad altro e così via. Ma veramente qualcuno può negare che una lezione di quel tipo può essere chiara o confusa, noiosa o affascinante? Del resto anche sulla lezione frontale ci si può aggiornare per essere più efficaci.
Il confronto tra pari
A proposito della possibilità di “arricchire” il bagaglio metodologico, una possibilità trascurata dalla scuola italiana soprattutto nel livello secondario è il metodo seminariale. L’aggiornamento è considerato esclusivamente o quasi una relazione tra chi sa (l’esperto) e chi deve imparare. Il seminario, basato su un rapporto paritario tra i partecipanti, è invece tipico delle professioni. Riconoscendosi e sentendosi riconosciuti come esperti ci si arricchisce e ci si motiva vicendevolmente. Ha scritto George Bernard Shaw: “Se io e te abbiamo una mela ciascuno e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela ciascuno; ma se ognuno di noi ha un’idea e ce le scambiamo, allora abbiamo due idee ciascuno”.
È facile immaginare quante competenze, esperienze riuscite,  soluzioni inedite vanno perdute nella scuola in assenza di occasioni di confronto, mentre potrebbero essere fatte utilmente circolare attraverso un frequente scambio di idee. Il che ovviamente non impedisce di partecipare ad altre occasioni di aggiornamento in base alle proprie specifiche esigenze e curiosità. Questa modalità, oltre a tutto, faciliterebbe la formazione di quel senso di appartenenza a una comunità professionale della cui mancanza ci si lamenta spesso. Per promuovere questa pratica sarebbe utile formare come conduttori alcuni docenti per ogni scuola (basta qualche ora), mettendoli in grado di facilitare il lavoro comune e di provvedere all’organizzazione e, volendo, a una qualche forma di documentazione degli incontri. Sono peraltro competenze utilissime per rendere più efficaci anche altri tipi di riunioni scolastiche, troppo spesso caratterizzate da confusione, inconcludenza, perdita di tempo.
Giorgio Ragazzini

domenica 17 marzo 2019

LA BUONA SEMINA DELLA SCUOLA. Sulle manifestazioni di venerdì per il clima


È una gran bella notizia che centinaia di migliaia di studenti siano scesi nelle strade di decine di città, Firenze compresa, per sottolineare quanto sia grave l’emergenza climatica nel mondo e chiedere un impegno decisivo dei governanti. Emergenza che, insieme ad altri problemi ambientali, da anni fa parte degli argomenti trattati nelle scuole attraverso progetti soprattutto di natura interdisciplinare; e non a caso in futuro la si studierà in ogni grado dell’istruzione. L’ambiente e la sua tutela hanno spesso colto anche l’attenzione di molti enti locali, che finanziano progetti finalizzati a sensibilizzare i ragazzi proprio su questo fronte, tra l’altro educandoli a pensare che anche col nostro singolo esempio di buon comportamento possiamo contribuire a far sopravvivere più a lungo il Pianeta. E forse senza il prezioso lavoro degli insegnanti sul clima e l’ambiente la giornata mondiale ed europea non ci sarebbe stata o non avrebbe avuto il risalto che ha avuto. Inoltre è importante che i ragazzi si impegnino oggi per il loro domani, prima che sia troppo tardi. Tempo fa Pietro Ichino si chiedeva come mai i giovani non avessero niente da dire su politiche di spesa in deficit che, aggiungendosi ai 2.300 miliardi di debito accumulato negli scorsi decenni, aumentano il rischio che nel loro futuro non ci sia né lavoro, né assistenza, né pensione. La mobilitazione di ieri può servire a superare pigrizie e rassegnazioni.
Dal punto di vista del metodo lo «sciopero scolastico» dovrebbe però essere considerato una comprensibile eccezione e non la regola. In Italia è una pratica consolidata collocare la protesta in orario scolastico, con la tolleranza e a volte l’incoraggiamento di alcuni insegnanti e dirigenti. Ma è un’abitudine che danneggia insieme la scuola e le ragioni per cui si manifesta. È facile comprendere quanto più credibile sia una protesta per cui si sacrifichi un po’ del proprio pomeriggio; e d’altra parte non si può «cambiare il mondo» senza studiare (molto) anche come indispensabile preparazione ad iniziative di altro tenore e assolutamente mai più, mai più, di terrore.  C’è quindi da augurarsi che per il futuro i giovani possano imprimere un’importante spinta alle politiche ambientali valorizzando sia la scuola che l’impegno sociale. Vista la voglia di autonomia da qualsiasi forma di tutela ideologica avvertita con molta evidenza ieri in corteo, qualche speranza stavolta sembra davvero sussistere.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, sabato 16 marzo 2019

domenica 24 febbraio 2019

SCUOLE SUPERIORI PER CORSI DISCIPLINARI: UN CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE E LA NOSTRA RISPOSTA

Quattro docenti, due universitari e due della scuola secondaria, ci hanno inviato un' interessante riflessione sulla nostra proposta di una diversa organizzazione delle superiori. Mi pare che il senso di questo documento possa essere sintetizzato in tre punti:
1) non molti hanno compreso che lo scopo principale della proposta del Gruppo di Firenze nasce dall’intento di restituire serietà all’istruzione; questa diffusa incomprensione fa intravedere “il pericolo che la sua attuazione possa andare nel senso opposto a quello per cui era stata avanzata, verso cioè un ulteriore svuotamento dell’istruzione pubblica”;
2) secondo i quattro autori “lo sfascio della scuola attuale” non deriva, come spesso si sostiene, dai limiti imposti all’autonomia scolastica, ma dal suo “pieno successo”, per l’inevitabile concorrenza al ribasso fra gli istituti;
3) di conseguenza “nessuna iniziativa di miglioramento dell’istruzione in Italia può avere successo se prima le scuole non sono liberate dall’ansia delle iscrizioni indotta dalla riforma dell’autonomia”.
Riguardo al primo punto, secondo noi non c’è dubbio che quanto proponiamo creerebbe le condizioni per restituire maggiore credibilità alle valutazioni finali. Infatti, non solo non ci sarebbe più l’alternativa “draconiana” tra una promozione immeritata e una bocciatura nonostante i risultati positivi in alcune materie, ma semplicemente non ci sarebbe più il voto di consiglio, dato che la piena responsabilità delle valutazioni, anche di fronte ai loro allievi, sarebbe affidata ai singoli docenti. Alcuni dei quali potrebbero magari conservare nei propri corsi delle abitudini “buoniste”, ma senza più l’alibi della decisione collegiale
Quanto al secondo punto, noi pensiamo che il degrado della scuola italiana non può essere addebitato, se non in parte, all’autonomia scolastica, che è stata istituita nel 2000, ma ha radici nei decenni precedenti, a partire dagli eccessi ideologici degli anni settanta. Sono questioni su cui ci siamo molte volte soffermati: la crisi dei ruoli educativi, la svalutazione della responsabilità individuale e del rispetto delle regole, il logoramento dell’etica professionale e dell’etica pubblica. Tuttavia non c’è dubbio che l’autonomia degli istituti abbia dato il suo contributo, anche fornendo al governo della scuola, cioè al Ministero e ai suoi organi periferici, un comodo alibi per giustificare il disimpegno dai suoi compiti più importanti: l’indirizzo, la verifica, il controllo.
Venendo infine al terzo punto, siamo convinti che la riforma strutturale della secondaria superiore che proponiamo possa essere attuata indipendentemente da altri cambiamenti, sia pure importanti e necessari. Non c’è dubbio però che il buon funzionamento di qualsiasi assetto del sistema scolastico ha come indispensabile condizione una cornice di serietà e responsabilità, che oggi è sostanzialmente assente.
Andrea Ragazzini

giovedì 21 febbraio 2019

SCUOLE DIVERSE, UNITÀ A RISCHIO


Non è ancora del tutto chiaro quali cambiamenti comporterà l’attuazione dell’autonomia «differenziata» chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Ma non mancano i timori, avanzati da più parti, di disparità radicali tra le regioni, a cominciare dalle risorse disponibili. Per quello che riguarda la scuola, in attesa di sapere che esito avrà il complesso iter della riforma, è senz’altro possibile fin da ora sottolineare che deve essere in primo luogo salvaguardata, attraverso i programmi scolastici, la già indebolita identità nazionale, evitando che venga meno la condivisione di troppa parte del patrimonio culturale che ne è la base. A partire dalla stessa lingua che, specie in certe regioni, potrebbe venire emarginata a vantaggio dei dialetti. Quanto alla formazione professionale, fin dal testo originale della Costituzione si tratta di materia regionale. Il sistema trentino da anni in questo offre risultati eccellenti e certamente sia il Veneto che la Lombardia lo hanno ben studiato e giustamente cercano di applicarlo almeno in parte. È possibile che la nuova situazione consenta loro di spingersi oltre, per esempio verso la creazione di un unico contenitore in cui confluiscano una parte degli istituti professionali e la formazione, come appunto ha fatto negli anni scorsi la provincia autonoma di Trento. Non gioverebbe, come molti rivendicano, accentuare l’autonomia delle scuole, perché quello che non le fa funzionare non sono tanto le norme, quanto la mancanza di un «governo» basato su dirigenti liberati dalle troppe incombenze burocratiche e amministrative e affiancati da docenti — almeno in parte liberati dall’insegnamento — che abbiano forti competenze progettuali e organizzative. Sia chiaro, nessuno vuol santificare l’attuale sistema scolastico nazionale, per molti aspetti inadeguato e gestito per decenni sostanzialmente come ammortizzatore sociale, trascurando il rigore della selezione dei docenti. Per tanti politici l’operazione di demandare tutto alle scuole è stato un capolavoro di furbizia, uno scaricabarile di compiti prima affidati agli uffici periferici, che ha oltre tutto evitato la necessità di creare altri spazi e altre attività educative per i ragazzi e i giovani al di fuori del contesto scolastico. E i ministri, anziché occuparsi di cambiare solo le formule dell’esame di maturità, avrebbero dovuto assumere e formare ispettori che abbiano la possibilità di cacciare dirigenti e docenti incapaci e disonesti.
E ancora, come amministrare le scuole autonome se la stragrande maggioranza dei direttori amministrativi ricopre l’incarico senza averne titolo e molte volte le capacità? Infine, i poteri locali, che pur ne hanno piena responsabilità, si sono forse interessati in questi decenni di costruire scuole che si diversificassero dai principi architettonici con cui si sono costruiti i «nuovi» penitenziari? Senza responsabilità (e dunque senza controlli e valutazioni) non può esistere autonomia utile e produttiva: e basti pensare, tra i tanti fenomeni che lo dimostrano, al prosperare dei cento e lode in zone in cui i risultati delle indagini nazionali e internazionali certificano rendimenti scolastici che in negativo non hanno eguali tra i paesi Ocse. Ma da qui ad appropriarsi della gestione da parte delle regioni dell’intero sistema scuola ce ne corre, perché una scuola della nazione è indispensabile. Per molti versi c’è ancora da «fare l’Italia» e da costruire la sua scuola: di massa s’intende, che se non è di qualità serve a poco. Neanche ad aiutarci a costruire una solida unità nazionale, irraggiungibile attraverso un sistema scolastico diverso, appunto, da regione a regione.
Valerio Vagnoli
Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 16 febbraio 2019

sabato 9 febbraio 2019

RISPOSTA A “CONDORCET”: QUALI RIPETENZE AIUTANO DAVVERO GLI STUDENTI?

“Condorcet” ha commentato su “ilSussidiario.net” la proposta del Gruppo di Firenze sulla bocciatura e la ripetenza per materia. Le differenze permangono, sottolineate in questa replica
“ilSussidiario.net” 9 febbraio 2019  

Su questo giornale il gruppo “Condorcet” – autore di un progetto che punta a “realizzare una scuola veramente democratica” – ha commentato la nostra proposta di scuole superiori basate su corsi disciplinari invece che sulla tradizionale successione delle classi. La loro valutazione è più o meno questa: l’idea del Gruppo di Firenze è quasi uguale a uno dei “quattro interventi strutturali” di cui parla il documento Condorcet, ma “servono interventi che le diano una cornice e un senso”. Che sono i seguenti (cito dal loro manifesto): “1) riformare i cicli scolastici e abolire le bocciature; 2) una maggiore connessione tra scuola e società (con particolare attenzione al lavoro); 3) archiviare la logica contingente del cosiddetto “bonus merito” e adottare quella strutturale di introdurre le carriere per i docenti; 4) liberare le istituzioni scolastiche e i loro dirigenti da una burocrazia soffocante, che impedisce alle scuole di essere realmente autonome”.
Ma le due proposte che riguardano le ripetenze sono davvero quasi uguali? Vediamo. Noi parliamo di sostituire la bocciatura “in blocco” con quella materia per materia. Alla fine di ogni corso disciplinare c’è un esame, la cui valutazione verrà finalmente sottratta al famigerato “voto di consiglio” e ai mercanteggiamenti che caratterizzano troppi scrutini di fine anno, in cui spesso i 5 e anche i 4 diventano miracolosamente 6. In caso di insuccesso si potrà consentire di ripetere l’esame; se l’impreparazione permane si dovrà ripetere il corso.
Nella proposta del gruppo “Condorcet” invece “gli alunni, se non hanno acquisito le competenze richieste in una disciplina, ripetono nell’anno successivo solo quella disciplina e non l’intero anno di corso”. Ma poi si aggiunge: “con la possibilità di fare un esame di recupero se intendono rimettersi in pari”. In altre parole, si fa decidere allo studente stesso se farsi esaminare o no… Un’idea francamente sconcertante. Senza dover sostenere per forza un esame una volta seguito di nuovo il corso, quanto è grande il rischio che i ripetenti si limitino a “scaldare il banco” invece di impegnarsi per trarne profitto? Tanto varrebbe, allora, far decidere a loro se ripetere o meno il corso andato male…
Questa impostazione trova il suo sbocco nel conseguimento di “certificati finali” che “attesterebbero il livello effettivamente raggiunto in ogni disciplina”, un’idea praticata in alcuni paesi, che via via riemerge e che comunque la si valuti dovrebbe però comportare l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Quest’ultimo implica necessariamente la sufficienza in tutte le materie, altrimenti si potrebbe dare il caso di un diploma di perito tecnico (per esempio) che certifica conoscenze e competenze insufficienti nelle materie professionalizzanti… (Personalmente sarei favorevole a discuterne a proposito delle lauree, non per le scuole secondarie).
In ogni caso è evidente che su questo punto cruciale le due proposte si allontanano molto: noi puntiamo a favorire il massimo impegno in tutte le materie e a disincentivare drasticamente la pratica dei “condoni” connessa alla bocciatura totale, mentre il piano di Condorcet finirebbe inevitabilmente per far balenare nelle menti degli studenti – e più in quelle dei meno motivati – l’idea che qualche materia si può anche non studiare. Paradossalmente la nostra strategia risulterebbe quindi più “inclusiva” di quella “per una scuola veramente democratica”.
Vengo al rilievo secondo il quale sarebbe impossibile introdurre “una simile rivoluzione” indipendentemente da altri cambiamenti. Condorcet ne propone quattro, come si è detto: le carriere per i docenti, maggiore autonomia delle scuole, la riforma dei cicli e un rinnovato rapporto con il mondo del lavoro. Limitarsi a una proposta per volta è per noi una questione di metodo, che consente di evitare un dibattito dispersivo e raccogliere tutte le possibili adesioni. La scuola basata su corsi disciplinari, comunque, starebbe in piedi anche da sola, una volta risolti i non pochi problemi attuativi. E va da sé che molto altro è necessario, tra cui certamente la cosiddetta “carriera”, cioè la creazione di nuovi ruoli qualificati che collaborino al governo della scuola.
Quanto al “rinnovato rapporto col mondo del lavoro”, negli anni abbiamo dedicato diverse iniziative alla formazione e all’istruzione professionali, di cui auspichiamo la graduale unificazione. In Toscana siano riusciti a far sì che la formazione professionale venisse rivalutata, tanto che la Regione ha varato negli ultimi anni dei corsi triennali all’interno degli istituti professionali. Anche su questo, quindi, siamo d’accordo con i colleghi di Condorcet. Ma l’opzione di una qualificata formazione professionale deve essere subito a disposizione dei ragazzi che escono dalle medie e che possono trovare soddisfazione in una scuola più basata sul fare che sullo studio teorico. La causa principale delle alte percentuali di bocciati nei primi due anni degli istituti professionali (oltre il 22% in prima e quasi il 13% in seconda) è la combinazione tra le troppe materie e le troppo poche ore di laboratorio; in altre parole, la scarsa corrispondenza tra le aspettative dei nuovi iscritti e la realtà con cui si scontrano. Un problema che si è via via aggravato dai primi anni 90, tanto che si è potuto parlare di “licealizzazione” dei professionali. L’apparente saggezza di rimandare le scelte a 16 anni, come propone Condorcet, si scontra con questo irrefutabile dato di fatto. Ingabbiare per altri due anni in una scuola generalista chi è già scoraggiato rispetto allo studio teorico non risponde ad alcuna logica pedagogica concreta. Anzi il gusto per la cultura si può meglio recuperare a partire da qualcosa che ci piace e in cui si riesce.
Infine, un cenno all’ispirazione di fondo che guida un po’ tutte le nostre iniziative. La scuola italiana (come l’Italia tutta) ha bisogno di robuste iniezioni di serietà, che nella bella definizione del Dizionario De Mauro è la “qualità di chi agisce con responsabilità, con correttezza, con capacità e volontà di assolvere i propri doveri e gli impegni assunti”. Quanta serietà c’è nel sistema scolastico? In breve: la formazione iniziale dei docenti è poco selettiva e poco basata sull’esperienza; molti docenti sono entrati e continuano a entrare nella scuola ope legis; l’anno di prova è quasi sempre una formalità; l’aggiornamento è raro e spesso poco utile; l’interscambio con l’università inesistente; quasi nulla la possibilità di sradicare dalla cattedra e dalla presidenza gli insegnanti e i dirigenti incapaci o gravemente scorretti; agli esami si copia e si fa copiare; la parola disciplina è screditata (ma l’Ocse non si stanca di rimarcarne l’importanza); l’orrore per le sanzioni è diffusissimo; rarissime le conseguenze per chi occupa le scuole e dilapida i soldi pubblici; di etica professionale non si è mai parlato. Forse anche di questa cornice, amici del gruppo Condorcet, bisognerebbe discutere.
Giorgio Ragazzini

giovedì 7 febbraio 2019

CON LE SUPERIORI BASATE SU CORSI, AVREMO RAGAZZI MENO FRUSTRATI E PIÙ PREPARATI


Le statistiche ufficiali ci dicono che negli ultimi dieci anni un milione e ottocentomila ragazzi delle scuole superiori risultano «dispersi» (per dispersione si intende la somma degli abbandoni e delle ripetenze). In realtà le cifre sono molto maggiori. Le scuole infatti sono tenute a segnalare al ministero solo i ragazzi che ufficialmente si sono ritirati. Sappiamo invece che la gran parte dei «dispersi» abbandona senza che le famiglie ne diano notizia, essendo spesso disinteressate alla vita scolastica dei figli. La percentuale dei bocciati raggiunge cifre molto alte nei tecnici e nei professionali: in media deve ripetere la prima il 17% nei tecnici e il 22% nei professionali. La gravità del problema è evidente e lo sarà ancora di più quando le conseguenze si manifesteranno sul piano economico, sociale e culturale, nonché sulla qualità della classe dirigente. Insomma, una descolarizzazione di massa, che si manifesta anche attraverso una scuola di basso profilo e poco esigente, non è un buon viatico in generale per il futuro, che forse nella sua veste peggiore purtroppo sembrerebbe già arrivato. Verrebbe almeno da pensare che la sempre più ostentata esibizione dell’ignoranza sia anche il frutto della esigua importanza che da tempo si riserva alla scuola. Al fenomeno dell’alto numero di insuccessi si accompagna inoltre un fenomeno opposto, e cioè le promozioni nonostante notevoli carenze in alcune discipline. In sintesi: se l’impreparazione è catastrofica non si può che bocciare, ma se mancano all’appello due o tre materie si chiude spesso un occhio. Di fronte a questo quadro si deve pensare a un’istruzione pubblica che offra più garanzie sul piano della preparazione e contemporaneamente abbatta le percentuali dei bocciati, con ciò limitando gli abbandoni per frustrazione, scoraggiamento e per scelta inadeguata dell’indirizzo. Bisogna evitare che i docenti si trovino a scegliere tra promuovere uno studente senza che abbia colmato le sue lacune, destinate a rimanere tali, o bocciarlo imponendogli di ristudiare anche le materie in cui ha avuto risultati positivi. La soluzione che proponiamo come Gruppo di Firenze è quella di organizzare le scuole superiori su corsi disciplinari anziché sulla tradizionale successione delle classi. In altre parole: non si passerebbe più dalla classe prima alla seconda e così di seguito, ma dal primo corso di storia, di italiano, di matematica ai rispettivi secondi corsi e così via. Naturalmente non si accederà al corso superiore senza aver superato, attraverso un esame, il precedente. Se l’esame non andasse bene, il ragazzo potrà ripetere il corso e l’esame stesso. Avremmo così, al contrario di quanto accade oggi, dei ragazzi che non ripeteranno l’intero anno, ma solo le discipline insufficienti. Inoltre, l’attivazione di corsi di recupero anche durante l’anno potranno impedire che le carenze si sedimentino, diventando poi molto più difficile recuperarle. Nel caso che si opti per una durata annuale dei corsi, il recupero potrà essere fatto anche nel corso dell’estate; e agli esami un tempo detti «di riparazione» i candidati non potranno più pensare che «tanto per una materia non mi bocciano» e dovranno perciò prepararsi seriamente per evitare di rimanere a lungo nel medesimo corso e magari alla fine non essere ammessi all’esame di Stato. Come si capisce, si t ratta di un’impostazione che ricorda quella universitaria; ma il gruppo classe, tradizionale ambito di apprendimento e di socializzazione per gli adolescenti, non verrà abbandonato, anche per concreti motivi logistici. Naturalmente chi dovrà ripetere un corso sarà inserito, solo per quello, in un altro gruppo (e tra l’altro, come effetto non indesiderato, potrà farsi altri amici). Ma il documento del Gruppo di Firenze volutamente non entra nei particolari della possibile riforma. Saranno il Parlamento e il ministero dell’Istruzione, se riterranno di doverla approfondire, a entrare nello specifico e a tener conto del dibattito in proposito. Sarà più agevole eventualmente prevedere la possibilità di corsi opzionali sia per motivare i ragazzi che per orientarli meglio alla vita, ma resta il fatto che con questa nuova impostazione la scuola diventerà più rigorosa e altrettanto rigorosa la preparazione degli studenti. Ci auguriamo di poter così contribuire, se la proposta sarà sostenuta da insegnanti, dirigenti e dall’opinione pubblica, a costruire una scuola più efficace, più giusta, più credibile nelle sue valutazioni e quindi più utile a studenti e collettività.
Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 5 febbraio 2019

sabato 2 febbraio 2019

RIPETERE LE MATERIE INSUFFICIENTI, NON LA CLASSE: SCUOLE SUPERIORI BASATE SU CORSI DISCIPLINARI


“il Sussidiario.net”, 1° febbraio 2019*
Da anni si riaccende ogni tanto la discussione sul tema “bocciatura sì / bocciatura no”; e un’iniziativa per abolirla nei primi otto anni di scuola – dove è già un’extrema ratio– è fortunatamente abortita per l’opposizione della ministra Fedeli. Ma non è al riparo da queste intenzioni neppure la scuola superiore, nella quale anche don Milani ammetteva la bocciatura (“Si costruiscono cittadini specializzati al servizio degli altri. Si vogliono sicuri”). Molti sono abolizionisti perché poco inclini alla valorizzazione del merito e tendono a rifiutare le valutazioni negative per le loro conseguenze. Però neppure il più acceso anti-abolizionista può negare in scienza e coscienza che far ripetere l’anno, cioè tutte le materie, di fronte ad alcune insufficienze sia un sistema poco soddisfacente, anche se in genere è il minore dei mali rispetto a una promozione inopportuna. Il dilemma è noto. Se lo studente non viene promosso, potrà recuperare conoscenze e competenze non acquisite, ma dovrà ristudiare da capo anche le discipline in cui non aveva problemi. E se è vero che per non pochi ragazzi bocciare ha costituito un’occasione per riconquistare senso di responsabilità e conseguente impegno, in altri questo può causare frustrazione e scoraggiamento o spingere addirittura all’abbandono, soprattutto se l’insuccesso si ripete e se la famiglia non è in grado di sostenerlo con ripetizioni private. Se invece gli vengono “condonate” le materie insufficienti per evitare la bocciatura, lo studente si porterà dietro una preparazione lacunosa; e per di più sarà portato a pensare che studiare tutte le discipline non è poi così necessario. Venendo alla “sospensione del giudizio” (così il ministro Fioroni ribattezzò, reintroducendoli, gli esami di riparazione), se è sempre meglio di niente, è anche vero che il dilemma bocciare/non bocciare si ripropone molto spesso anche a settembre. Quanti consigli di classe se la sentono oggi di far ripetere l’anno per una materia o magari due, anche quando è evidente che il rimandato non ha aperto libro? L’ovvio risultato sarà quello di rafforzare la tendenza a prendere sotto gamba future “sospensioni del giudizio”.
Di fronte a questo evidente stallo, l’abolizione pura e semplice della bocciatura sarebbe un rimedio peggiore del male, cioè l’anticamera di un ulteriore occultamento delle carenze. Non c’è corso di recupero o sforzo di variazione nella didattica che possa rendere superflui gli esami e le verifiche rigorose. La maggioranza degli studenti avrà sempre bisogno di questo per impegnarsi sul serio e per capire a che punto si trova. L’amore per lo studio è un grande dono o una grande conquista, ma è illusorio fondarvi a priori un sistema scolastico.
La soluzione che proponiamo come Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità è un’organizzazione delle scuole superiori basata su corsi disciplinari invece che sulla successione delle classi. In altre parole, come si legge nel documento reperibile sul nostro blog “non si passerebbe più dalla prima classe alla seconda e così via, ma dal primo al secondo corso di italiano, dal primo al secondo di matematica e via dicendo”. Ogni corso termina con un esame, Non c’è più quindi la bocciatura completa, ma si potrà essere bocciati negli esami che concludono i corsi, con la possibilità di ripetere l’esame dopo un certo tempo oppure il corso stesso in caso di nuovo insuccesso o di preparazione gravemente carente.
Non siamo entrati volutamente nei dettagli, ma la struttura didattica somiglia un po’ a quella universitaria, oltre che al sistema finlandese delle scuole superiori, a cui la nostra ipotesi (che è poi uno schema generale da studiare nei particolari) si ispira. C’è chi ne ha dedotto la liquidazione della classe intesa come gruppo di riferimento, notoriamente importante per gli adolescenti. Ma la scuola non è l’università e il gruppo classe non solo è bene che rimanga, ma il suo mantenimento sarebbe probabilmente reso inevitabile anche da motivi di semplificazione organizzativa. Infatti, come oggi è in genere impossibile far scegliere la sezione, soprattutto quando alcune sono molto più richieste e altre meno, così sarà nella nuova organizzazione rispetto ai corsi. La soluzione più logica è dunque quella di costituire ugualmente dei "gruppi classe" i cui membri dovranno tutti seguire lo stesso corso di italiano, lo stesso di latino, di inglese,  eccetera. In questo modo non cambierebbe nulla sul piano della relazione con i compagni e i docenti sarebbero per tutti gli stessi. Solo che, a differenza di quanto è successo fino a ora, la composizione dei gruppi non cambia, come succede oggi, quando si perdono o si acquistano dei ripetenti “totali”, ma a seconda delle materie. In parole povere, Giuseppe Bianchi, bocciato a italiano e inglese, i suoi compagni non lo vedranno più nei corsi successivi di queste materie, ma negli altri corsi resterà con loro. Si potrebbe quindi verificare addirittura una maggiore continuità di rapporto fra compagni di classe. D’altra parte, nell’ipotesi che i corsi siano di durata annuale, magari con esami intermedi, la “sospensione del giudizio” acquisterebbe ben altra serietà. A chi non volesse rifare il corso, potrebbe infatti essere offerta la possibilità di corsi estivi intensivi per poi ripetere l’esame a settembre; con la grossa differenza che nella nuova situazione l’interesse a darsi da fare sarebbe molto forte, venendo a mancare il ricatto emotivo insito nel far ripetere l’anno in tutte le materie per una sola insufficienza.
Una scelta di questo genere, dunque, costituirebbe una grande opportunità per ridare efficacia al nostro sistema istruzione. Naturalmente non si tratta di qualcosa che è possibile attuare senza un’approfondita preparazione. Da parte nostra non abbiamo voluto “appendere” a questa ipotesi altri cambiamenti, come in genere si usa col risultato di fare tutto male o di non riuscire a fare niente. È solo uno “schema di gioco”, che oltre a superare, ma nel senso della serietà, il problema delle ripetenze, promette di essere efficace nel combattere la dispersione e di rendere più credibili le valutazioni. Gli studenti sarebbero più responsabilizzati e diventerebbe più semplice l’istituzione di corsi opzionali, per esempio in vista della scelta universitaria. Un orientamento in questo senso del Parlamento e del Governo dipenderà molto anche da quanto i colleghi e i dirigenti degli istituti superiori apprezzeranno e faranno propria questa proposta.
Giorgio Ragazzini

*Pubblicato con il titolo ll Gruppo di Firenze: ecco come eliminare la bocciatura

giovedì 31 gennaio 2019

Una proposta per rendere la scuola più efficace, più equa e più credibile: SCUOLE SUPERIORI NON PIÙ BASATE SULLE CLASSI MA SU CORSI DISCIPLINARI Non si dovrà ripetere l’anno, ma solo le materie insufficienti

Attualmente la scuola italiana, come nella maggioranza dei paesi europei, è interamente basata sul succedersi delle classi, a cui si viene ammessi avendo almeno la sufficienza in tutte le materie. È un’organizzazione nel complesso adeguata per il primo ciclo. Nelle superiori, però, la ripetenza viene sempre più sentita come un sistema che non garantisce la serietà degli studi e di conseguenza una buona preparazione degli studenti. Infatti, se a fine anno vengono “abbonate” più materie (come spesso succede) per evitare la bocciatura, percepita da molti docenti come un provvedimento draconiano, lo studente si porta dietro lacune non colmate. Se invece lo studente non viene promosso, avrà la possibilità di colmare quelle lacune, però al prezzo di ripetere anche le materie in cui aveva avuto risultati positivi, con il concreto rischio che prevalgano sfiducia e demotivazione.
Proponiamo quindi per le scuole superiori una nuova organizzazione basata su corsi disciplinari anziché sulla successione delle classi, intese come livelli da superare. Come accade nelle scuole superiori finlandesi, non si passerebbe più dalla prima classe alla seconda e così via, ma dal primo al secondo corso di italiano, dal primo al secondo di matematica e via dicendo. Si potrà quindi bocciare solo nelle materie insufficienti e ripetere soltanto quelle, continuando però a frequentare gli altri corsi con lo stesso gruppo classe, che rimane un riferimento importante per gli adolescenti. Al termine di ogni corso, un esame accerta la preparazione del candidato. Se l’allievo non lo supera, si potrà consentire di sostenerlo nuovamente dopo qualche tempo, come succede nella scuola finlandese; in caso di ulteriore insuccesso, dovrà seguire di nuovo il corso.
Non entriamo volutamente in questa sede in questioni pur importanti come la durata dei corsi, la possibilità che alcuni siano opzionali, la presenza di figure di “tutor” che seguano l’andamento complessivo dei ragazzi e così via. Si tratta naturalmente di un cambiamento che richiede una preparazione approfondita, anche mediante una fase di sperimentazione in un certo numero di istituti. Siamo però convinti che questa scelta, con cui verrebbe superato l’annoso dibattito bocciatura sì / bocciatura no, avrebbe numerose conseguenze positive: sarebbe certamente un modo molto efficace di combattere l’abbandono scolastico, la verifica degli apprendimenti acquisterebbe maggiore credibilità e si darebbero agli studenti più autonomia e responsabilità nel proprio percorso scolastico. 

Chiediamo al mondo della scuola e a tutte le persone interessate alla formazione delle nuove generazioni di esprimere su questa proposta il proprio parere (favorevole, contrario o problematico). I contributi – possibilmente sintetici – si possono inviare all’indirizzo gruppodifirenze@libero.it. saranno pubblicati sul nostro blog e sulla nostra pagina facebook. Grazie.

giovedì 24 gennaio 2019

NO, CARI INCAPPUCCIATI LA SCUOLA NON È VOSTRA


Nella notte di martedì una quindicina di studenti ha occupato (di nuovo) l’istituto Matteotti di Pisa e un video mostra due ragazzi incappucciati, uno dei quali ripete con fredda consapevolezza che «ora basta coi presidi che si comportano come poliziotti e minacciano denunce».
Questo sembra rappresentare un salto di qualità rispetto alle altre, annose e spesso anch’esse violente occupazioni. Stavolta non solo si ripete con assoluta convinzione che la scuola «è nostra», ma si invitano i compagni a unirsi all’occupazione di una scuola prima già devastata. Di fronte a questo il preside ha annunciato che presenterà quanto prima la sua denuncia, come la legge gli impone di fare; ne è appunto seguita la minaccia sfrontata degli incappucciati, per cui è arrivato il tempo di fare a meno di presidi «poliziotti». Come se i poliziotti rappresentassero, anziché la sicurezza della collettività e dei più deboli in particolare, la violenza bruta al servizio di chissà quale regime e di chissà quale progetto eversivo.
Quanto sta accadendo all’istituto alberghiero Matteotti di Pisa non è da sottovalutare e sembra richiamare stagioni che credevamo finalmente morte e sepolte. La rivendicazione orgogliosa di un teppismo interpretato e vissuto come legittima azione di protesta, le minacce ostentate al dirigente scolastico e la assoluta convinzione che la scuola è loro e pertanto soggetta alla loro volontà, ci lascia purtroppo solo in parte sbigottiti. Prima o poi doveva accadere, visto che da decenni le occupazioni e perfino le devastazioni delle scuole erano vissute, anche da parte di certi «esperti» di educazione come una sorta di rito annuale a cui sottostare. Alla fine, infatti, nessuno o quasi dei giovani «impegnati» nelle occupazioni rischiava qualcosa, tanto è diffusa la convinzione che il rispetto delle regole dentro e fuori il mondo scolastico abbia a che fare con la «repressione». Invece, se c’è un luogo della società, in cui non può venir meno il rispetto della convivenza civile questo è proprio il contesto scolastico. Perché la scuola, cari anonimi incappucciati studenti del Matteotti di Pisa, non è vostra, come non lo è dei docenti e neppure del preside. La scuola è solo e soltanto delle regole che la amministrano e che indicano a tutti quanti coloro che la vivono i compiti che ciascuno è tenuto ad assolvere. E non a caso ogni scuola è obbligata a dotarsi di un regolamento e a mettere bene in risalto le leggi che la amministrano e la regolano. Negli anni passati da preside amavo ogni tanto ricordare ai docenti e ai ragazzi che la scuola appartiene alla collettività, che si serve di lei per far crescere i giovani. Fare finta di nulla rispetto ai loro errori significa aiutarli a sedimentare il loro egoismo, il loro narcisismo adolescenziale, che deve invece trovare la fermezza dell’adulto se si vuole evitare di incontrare di nuovo un passato che non può essere rimpianto. E quel filmato e quelle parole, insieme ad altri narcisismi e ad altri egoismi di cui danno prova anche tanti adulti, un po’ di paura ce la mettono addosso.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino” del 23 gennaio 2019

venerdì 4 gennaio 2019

QUEI COMPITI CHE SERVONO


Chissà come si è poi risolta per gli studenti italiani la controversa questione dei compiti per le vacanze e come quindi stanno impiegando le due settimane fra Natale e l’Epifania.
Quanti avranno avuto la fortuna (o la sfortuna?) di non averne affatto, o pochi, secondo le indicazioni del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti? Difficile che ce lo rivelino i sondaggisti Nicola Piepoli o Nando Pagnoncelli, costretti come sono a indagare a tempo pieno sui consensi per i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Del resto nel Paese del Pressappoco, che è purtroppo il nostro, a troppe questioni si dà una risposta senza studiarle: i compiti sono troppi, punto. Ma le pur pacate raccomandazioni del Ministro sicuramente un effetto lo hanno avuto: quello di contribuire a squalificare ulteriormente i docenti, evidentemente incapaci, secondo lui, di stabilire se dare, ed eventualmente in quale misura, i compiti per le vacanze. D’altro canto, non si può a ogni piè sospinto proclamare l’importanza della scuola per poi metterla in coda a ogni altra esigenza, pur assicurando, questa scuola, ben 15 o 16 giorni di riposo. Certo, per fare i compiti i ragazzi dovranno abbandonare ogni tanto le loro navigazioni su internet o interrompere le frenetiche comunicazioni con gli amici, spesso anche nelle ore notturne. E chissà se, come teme il ministro, molti dovranno rinunciare alle loro libere letture o alla visita a qualche agognato museo. Ciò non toglie che lo studio individuale sia utile e che lo sia soprattutto per quei bambini e ragazzi le cui famiglie non sono in grado, per il loro retroterra culturale ed economico, di fornire ai figli quei prerequisiti e quelle motivazioni che sappiamo essere determinanti ai fini del successo scolastico. Anche se i detrattori dei compiti a casa evitano di farne parola, lo studio individuale è fondamentale, anche perché è attraverso questo che si costruisce quel metodo personale di lavoro davvero indispensabile per poter proseguire con successo gli studi, anche ai livelli superiori. Se questi ancora oggi sono negati a troppi giovani, ciò accade soprattutto perché molti partono appunto da situazioni di svantaggio sociale e culturale tali che una scuola che poco pretende non può far assolutamente recuperare. Non ce ne voglia il ministro e non ce ne vogliano i detrattori (pochi, come è dimostrato) dei compiti a casa. Ma alle sue e alle loro raccomandazioni preferiamo quelle di Italo Calvino che, poco tempo prima di morire, ci ricordò quanto fosse indispensabile «...imparare delle poesie a memoria, molte poesie a memoria; da bambini, da giovani, anche da vecchi. Le poesie fanno compagnia, uno se le ripete mentalmente; e poi lo sviluppo della memoria è molto importante». E aggiungeva che bisogna «puntare solo sulle cose difficili, eseguite alla perfezione, le cose che richiedono sforzo; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare. E combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposta ormai da tutte le parti. Puntare sulla precisione, tanto nel linguaggio quanto nelle cose che si fanno». E pensare che Calvino, quando scrisse queste raccomandazioni, ignorava il dominio dei social e della rete, la cui pericolosità in ambito educativo e relazionale (dipendenza, deprivazione sensoriale, isolamento, destrutturazione linguistica) è attestata ormai da moltissimi studi. Ma l’importante, a quanto sembra, è risparmiare agli studenti i compiti per le vacanze...
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 3 gennaio 2019

mercoledì 19 dicembre 2018

DOPO IL SOTTOSEGRETARIO CHE ELOGIAVA LE OCCUPAZIONI DELLE SCUOLE, SIAMO AL MINISTRO DELL’INTERNO CHE SDOGANA SCIOPERI E AUTOGESTIONI


Ai dotati di un solo briciolo di buonsenso già era sembrato stupefacente che il sottosegretario alla Pubblica Istruzione Davide Faraone esaltasse il ruolo formativo delle occupazioni studentesche, nel silenzio opportunistico o connivente dei colleghi di governo e della maggioranza di allora. Ora abbiamo il titolare del Ministero dell’Interno, di cui tutti conosciamo la funzione, che spensieratamente legittima scioperi e autogestioni. Tutte e due le iniziative compromettono lo svolgimento delle lezioni (e stendiamo un velo sull’uso improprio del termine “sciopero”), ma soprattutto le seconde sono, nella maggioranza dei casi, delle occupazioni mascherate, estorte ai presidi che le concedono (comprensibile errore) per potere almeno conservare il controllo della scuola; e si risolvono quasi sempre in un festival di banalità. Il bello è che contestualmente Salvini ribadisce, ignaro della contraddizione, che dall’anno prossimo ci saranno 33 ore di educazione civica (e speriamo che nei nuovi programmi non si forniscano i rudimenti per le attività care a lui e a Faraone).
Si conferma così la trasversalità della deplorevole ricerca del consenso giovanile al più basso livello; e colpisce il ricorso di tutti e due ai propri trascorsi giovanili a supporto di queste esternazioni: “Io ho maturato la mia voglia di fare politica proprio durante un’occupazione”, disse tra l’altro il sottosegretario. “A 15 anni ho fatto tante autogestioni, ho fatto scioperi per la Palestina e per l’Afghanistan. Tutti a 15 anni hanno voglia di esprimersi, basta che non facciano vandalismi, qualche giorno di autogestione non fa male a nessuno”, dichiara Salvini (che poi, nella stessa giornata, ha rincarato la dose facendosi fotografare in rapporti cordiali con alcuni dei peggiori esponenti della curva milanista, pluricondannati per spaccio e violenze e dei quali conosce di sicuro le imprese).
Ma diventare anagraficamente adulti e continuare a strizzare l’occhio al ribellismo giovanile significa tradire la propria funzione di guida delle nuove generazioni, che hanno bisogno sì di comprensione (e a questo può servire la propria esperienza personale), ma anche di chiarezza di giudizio e di fermezza nell’indicare i comportamenti sbagliati.
Giorgio Ragazzini
“Corriere Fiorentino” 19 dicembre 2018