mercoledì 3 febbraio 2016

IL 5 IN CONDOTTA SENZA CONSEGUENZE DELL’ONOREVOLE SANTERINI

 “Basta con il voto in condotta, va abolito”. A lanciare la proposta, destinata ad aprire un nuovo dibattito nel mondo della scuola, è l’onorevole Milena Santerini, ex “Montiana”, ora del gruppo “Democrazia solidale”. Da settimane la deputata sta lavorando ad un disegno di legge che ben presto sarà depositato alla Camera. L’obiettivo della Santerini è chiaro: contrastare il più possibile la dispersione scolastica alla scuola secondaria superiore e ridare legittimità all’educazione alla cittadinanza”. Così l’incipit dell’articolo di Alex Cortazzoli sul “Fatto Quotidiano” del 1° febbraio.
Com’è noto, il voto di condotta può influire in due modi sulla valutazione finale. Influisce sull’ammissione all’esame di Stato se va da 6 a 10, ma pochissimo, perché fa media con molte materie. L’obbiettivo principale di Milena Santerini è però il secondo modo, il 5 in condotta finale con il quale si ripete l’anno. Infatti afferma con sicurezza: “Non si capisce perché un giovane che ha un otto in matematica debba ripetere l’anno se ha l’insufficienza in condotta. Di fronte a dei comportamenti scorretti, dobbiamo trovare altre soluzioni, delle punizioni esemplari, dei percorsi di volontariato, ma non possiamo penalizzare con la bocciatura un ragazzo”.
La deputata di “Democrazia solidale”, tra l’altro docente di pedagogia all’università Cattolica di Milano, dimostra di conoscere poco il mondo della scuola; infatti in quasi tutti i casi di bocciatura l’insufficienza in condotta si accompagna a numerose e gravi insufficienze nelle materie. Ma anche se ci fossero casi di studenti virtuosi nello studio, responsabili però di comportamenti molto gravi, la loro mancanza di rispetto delle regole a maggior ragione dovrebbe pesare nel giudizio finale per l’esempio negativo che darebbero ai loro compagni. E comunque, quanti sono stati finora i casi di ripetenza per via del comportamento? La Santerini non ce lo dice, ma c’è da scommettere che siano una percentuale minima. È quindi assurdo pensare di combattere l’insuccesso scolastico “depenalizzando” il 5 in condotta.
Si tratta, allora, del buonismo tipico di buona parte dei pedagogisti, i quali ritengono che per far crescere la società italiana occorra creare un senso di cittadinanza, integrare le nuove generazioni, far dialogare le culture e mettere al centro del rapporto didattico gli allievi, ma poco parlano di una scuola esigente sul piano dell’apprendimento e del comportamento, svalutando così fortemente il ruolo dei docenti.
Infatti si affida alla scuola la funzione di formare l'uomo e il cittadino (possibilmente del mondo, non del proprio Paese, nei confronti del quale si è solo dei rivendicatori di diritti, liberi da ogni dovere), ma a questo scopo un voto di condotta che abbia delle conseguenze viene considerata una forma arcaica di controllo sugli individui e un’illegittima interferenza sulla valutazione del profitto. Invece la disciplina scolastica e il relativo voto di condotta non solo servono a educare alla convivenza civile, ma sono parte essenziale della formazione degli allievi e non una limitazione della loro personalità. Gli studenti sono ragazzi che crescono, che scoprono se stessi, che si misurano con gli altri e così conquistano il principio di realtà.
Ma il voto di condotta serve in modo particolare allo studente socialmente e culturalmente svantaggiato, tendenzialmente dropout, che non è certo il buon selvaggio guastato dalla società di cui parla Rousseau. È spesso un ragazzo cresciuto in un mondo senza regole, dove è frequente la prevaricazione, e ha bisogno più di altri di appoggiarsi alle certezze delle regole di una scuola in cui vige il principio di autorità e quello della responsabilità personale. Senza di che resterebbe confinato anche da adulto nel mondo di marginalità da cui proviene; e di questo dovrebbe ringraziare proprio il buonismo dei “progressisti” e dei pedagogisti. (Sergio Casprini)

martedì 26 gennaio 2016

LETTERA APERTA ALLA MINISTRA MADIA

Gentilissima Ministra Madìa,
complimenti per le misure che sta prendendo per tutelare la Pubblica amministrazione dai disonesti che purtroppo non mancano, anche perché da sempre protetti da una cultura politica e sindacale improntata all’assenza di senso dello Stato e del bene pubblico. E grazie per aver ricordato che la stragrande maggioranza di coloro che sono al servizio della comunità fa il proprio dovere, spesso al di là dei propri compiti e del proprio stipendio. Certo, quelli che hanno dato il cattivo esempio, essendo per fortuna una minoranza, avrebbero dovuto già da tempo essere identificati e cacciati dalla Pubblica amministrazione. Invece le cose sono andate diversamente e anche questo ha contribuito a consolidarne il senso di impunità. Nella mia esperienza personale di insegnante non mancano esempi di funzionari e docenti che si vantavano del loro pessimo comportamento, da loro considerato espressione di furbizia e cinica abilità nell’aggirare le leggi, che sarebbero solo per i poveri fessi.
Quello che fa più indignare è l'aver constatato, in oltre quarant'anni di servizio nella scuola, che mai o quasi vengono ricordati con chiarezza i diritti e i doveri del personale scolastico, in particolare di quello docente. Di fronte a gravi inadeguatezze sia sul piano della correttezza che delle capacità professionali, quasi sempre il massimo che si possa ottenere con grande fatica è il trasferimento da una scuola all’altra. E non si tratta ovviamente di una soluzione. Per quanto riguarda la puntualità, che è collegata ai doveri di sorveglianza, i docenti non hanno neanche l'obbligo di timbrare il cartellino, che può essere attivato solo se le RSU interne si dichiarano d'accordo. Da quel che mi risulta ciò avviene in casi del tutto sporadici. Da insegnante ho sempre preteso di utilizzare il badge sia per rispetto del personale Ata obbligato ad usarlo, sia per facilitare il compito del dirigente di controllare la puntualità mia e dei miei colleghi. L’argomento che viene opposto in proposito da molti docenti e soprattutto dai sindacati è che testimoni della loro presenza sono i ragazzi stessi e che infine spetta al dirigente sorvegliare e scoprire i neghittosi. Ma in una scuola che è sempre più complessa e generalmente composta da centinaia di dipendenti spesso distribuiti su tre o quattro sedi, un controllo effettivo da parte del preside è pressoché impossibile.
Naturalmente una diffusa indulgenza verso i cattivi comportamenti, quando non è connivenza, permette che questi si incancreniscano e solo in casi eclatanti può avvenire che siano gli studenti, vincendo le loro paure di ritorsioni, a segnalare gli abusi. Inoltre, per esperienza diretta, stavolta da dirigente, posso certificare l’esistenza di una mentalità che mira a considerare autoritario o prepotente il preside che interviene con i mezzi (scarsi) a sua disposizione. Per molti benpensanti, infatti, dovrebbe essere in grado, se è davvero un bravo leader, di impedire i comportamenti sbagliati grazie al suo prestigio e alle sue capacità. D’altra parte non mancano miei colleghi che si guardano bene dall'intervenire; in certi casi per quieto vivere, in altri perché sanno che si imbarcherebbero in conflitti per cui sono necessarie competenze legali almeno pari a quelle degli avvocati che tutelano chi è sottoposto a provvedimenti disciplinari.
Lei capisce che in una situazione di questo tipo è ben difficile che venga trasmessa la consapevolezza di una responsabilità personale dalla quale non si può né si deve prescindere. E questo dovrebbe valere in ciascun campo lavorativo, figuriamoci poi se questo campo è al servizio della comunità tutta.
Infine, per rendere più evidente quanto lavoro ci sia ancora da fare, come dirigente mi preme di farLe presente che l’Amministrazione scolastica non si è mai preoccupata di formarci in materia di problemi disciplinari e di conflitti col personale né in occasione di un concorso serio e selettivo, come quello con cui sono stato assunto, né in sede di aggiornamento. Possiamo sperare, nell’interesse della scuola, che cambi qualcosa?
Con sentiti auguri di buon proseguimento del suo lavoro.
Valerio Vagnoli
 (da “Orizzonte Scuola”)

lunedì 18 gennaio 2016

FIRENZE, UN CONVEGNO SULLA QUIETE PUBBLICA

Un anno e mezzo fa decidemmo di lanciare un appello intitolato "RIDATECI IL SILENZIO. Contro la distruzione della quiete pubblica". Non è un tema strettamente scolastico, ma ha evidenti implicazioni educative. Il documento ebbe numerosissime adesioni, comprese quelle di personalità molto note. Da allora abbiamo continuato a lavorare con un'associazione che si occupa specificamente di questo problema e aggiornato via via le persone interessate attraverso una specifica pagina facebook, seguita anche da una parte dei lettori di questo blog. Il prossimo 12 febbraio ci sarà un incontro-dibattito a Firenze, di cui pubblichiamo qui sotto il programma. Vi aspettiamo.

venerdì 8 gennaio 2016

I DATI EUROSTAT E IL FUTURO DI SCUOLA E UNIVERSITÀ

È di questi giorni la notizia che in Italia solo uno studente su due, secondo i dati Eurostat, trova lavoro entro tre anni dalla laurea. La notizia non stupisce. Gli insegnanti e i presidi che hanno mantenuto rapporti con i loro ex allievi, come chi conosce le vicende dei propri figli o di quelli degli amici, sanno da anni che spesso la laurea ottenuta in Italia non garantisce un bel nulla. O meglio, in molti casi costringe ex ragazzi sulla soglia dei trent'anni e oltre a misurarsi con mestieri mai presi in considerazione. 
Non sto ad elencare tutte le cause di questa poco invidiabile situazione, a partire dalla crisi economica. Vorrei però sottolineare quella, a mio avviso, principale, e cioè la rovinosa riforma delle università a firma Berlinguer, varata anche grazie all’ignavia diffusa e trasversale delle forze politiche e culturali italiane.  Infatti la cosiddetta laurea breve ha portato nel giro di pochissimi anni al precipitare della qualità degli studi e al proliferare degli indirizzi. Molti corsi triennali si sono caratterizzati  (e si caratterizzano) per trasmettere conoscenze  e competenze  neanche degne delle scuole superiori pre-berlingueriane. Moltissime "tesine" triennali sono indecorose e assolutamente non in grado di far approfondire un argomento, né di creare un metodo di ricerca.
Mi sembra anche fuori discussione che le scuole superiori, a loro volta, non sono spesso in grado, per come sono strutturate, di creare giovani responsabili, preparati nelle materie d'indirizzo, formati in laboratori efficienti e affidati a docenti selezionati in maniera almeno decorosa. Non a caso la situazione dei diplomati in vista del lavoro è ancora peggiore di quella dei laureati: meno uno su tre lo trova entro tre anni dalla fine degli studi.
Il fatto poi che i più sentiti dibattiti intorno alla scuola si sviluppano pro o contro le occupazioni o sull’opportunità o meno di una seria applicazione delle regole è esso stesso specchio lampante della situazione. Né, rispetto alla deriva del sistema scolastico e formativo italiano, è esente da colpe il mondo economico, o almeno la gran parte di esso. A sua parziale discolpa, va detto che solo di recente è stato coinvolto dalla classe politica nel lavoro per migliorare il rapporto fra scuola e lavoro, non senza marcate resistenze da parte di settori politici e sindacali. Lo stesso Berlinguer, e prima di lui i "riformatori" dei primi anni '90, decantava una scuola che trasmettesse una cultura generale  finalizzata essenzialmente a formare "teste ben fatte", tanto ci avrebbe poi pensato il mondo del lavoro a specializzarle nel più breve tempo possibile.
Ora che le statistiche non lasciano adito a interpretazioni di sorta, il governo e il parlamento devono prendere senza indugi misure radicali. Tra queste innanzitutto l’abolizione di gran parte dei corsi di laurea triennali contemporaneamente a una rapida diffusione degli Istituti Tecnici Superiori (scuole post secondarie ad alta specializzazione tecnologica). Occorre inoltre dare precise informazioni sugli indirizzi universitari che destinano la stragrande maggioranza dei loro laureati alla disoccupazione. Sarebbe anche utile predisporre un piano di aggiornamento per i docenti universitari sugli aspetti metodologici e relazionali dell’insegnamento. Per quanto riguarda le scuole medie e superiori è urgentissimo tornare a rendere obbligatori almeno una parte dei programmi e rendere più stringente la verifica del possesso delle principali competenze di base, a cominciare dall’italiano scritto e dalla matematica. Ed infine si elimini, nei tecnici e nei professionali,  l’eccesso di discipline, spesso inutili se non dannose, perché impediscono ai ragazzi di concentrarsi sulle competenze strettamente legate all'indirizzo scelto.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 8 gennaio 2016)

domenica 20 dicembre 2015

LA SOLITUDINE DELLA SCERIFFA DISARMATA

Il bell’editoriale di Gaspare Polizzi sul “Corriere Fiorentino” di oggi (La sceriffa disarmata) è dedicato alla preside del Liceo di Porta Romana, dove una netta minoranza di studenti, sostenuti dai loro genitori, ha occupato per molti giorni la scuola, impedendo che si svolgessero le lezioni. Il danno così causato alla comunità scolastica e alle casse dell'erario è stato gravissimo. È naturale che l'autorità giudiziaria ne chieda conto e ancor più che la scuola prenda le opportune misure educative affinché i ragazzi imparino a rispettare le regole, la cosa pubblica, i loro compagni e i soldi dei contribuenti. Naturalmente i genitori sostengono i loro “bambini”. Infatti sembra proprio che tali li vogliano mantenere e che con il loro atteggiamento iper-protettivo impediscano loro di crescere nella consapevolezza che oltre ai diritti devono essere salvaguardati anche i doveri. In altri contesti sociali europei sarebbe inverosimile una situazione del genere, tanto grave quanto poco seria, per parafrasare uno dei pochi intellettuali che al potere di ogni colore non fu per niente organico. I fanciulli sono stati in grado di farsi beffa di una comunità di oltre 1500 persone, di passare nottate dentro la scuola, di prendersi gioco di preside, professori, impiegati e compagni, ma non li si riconosce meritevoli di una sospensione da 10 a 15 giorni (solo per qualcuno si arriva a 21) e ci si attacca a qualche manchevolezza formale per impedire che i pargoli debbano pagare per le conseguenze della loro supponenza, della loro violenza e della loro irresponsabilità.
In tutta la faccenda ha stupito più di ogni altra cosa che alla ferma compostezza civica e morale  della Preside Addabbo abbia corrisposto la quasi assoluta latitanza delle autorità scolastiche a sostegno della dirigente e del principio di legalità. A parte la vicinanza espressa dal sottosegretario Toccafondi, nessun altro ha sentito la necessità di essere solidale con la collega, di stare accanto a lei, che so, per una quindicina di minuti durante le intere mattinate che Annamaria Addabbo, insieme a molti suoi docenti, ha trascorso all'esterno della scuola. Il baco uscito dalle muffe ideologiche di un passato che vorremmo laicamente lontano continua a credere che i bravi dirigenti siano quelli che evitano i conflitti e che se questi ci sono la colpa è loro: poco flessibili, poco comunicativi, poco inclini al "volemose bene" che tanto odiava l'intellettuale di cui sopra e che invece caratterizza la nostra visione – così  provinciale  e così privata – delle istituzioni pubbliche. Per certa gente un leader davvero carismatico non viene mai messo in discussione dagli studenti e dal personale in genere. Questa infantile miopia che accomuna adolescenti e adulti rimasti tali (e non a caso ideologicamente fermi agli anni settanta), non contribuirà a creare un bel futuro. I segni ci sono tutti per capirlo, ma agli accecati dall'ideologia questo non interessa. Per certa gente contano solo i diritti, o presunti tali, e guai se qualcuno non è disponibile a capirli e magari osa chiedere che le leggi vengano rispettate. I leader carismatici, si sa, non hanno bisogno di ricorrere alle regole e chissà se a forza di magnificarli prima o poi qualcuno si materializzerà sul serio. (Valerio Vagnoli)

martedì 15 dicembre 2015

I GENITORI CATTIVI MAESTRI

Al Liceo Artistico di Porta Romana i consigli di classe e il Consiglio di Istituto hanno deliberato la sospensione di 39 studenti responsabili dell’occupazione dell’Istituto per dieci giorni, durante i quali hanno impedito l’ingresso a studenti, docenti, amministrativi e custodi, oltre che alla Dirigente Anna Maria Addabbo. Per alcuni occupanti il periodo di sospensione arriva a 21 giorni.
Già nel post del 3 dicembre scorso, “Gli studenti e l’occupazione come diritto”, riferendo le lamentazioni degli studenti del Liceo Alberti dopo lo sgombero dell’istituto da parte della polizia, scrivevamo che è evidente in questi ragazzi la totale assenza di consapevolezza circa la gravità dei loro comportamenti e delle relative conseguenze. Se l’occupazione è pensata come l’esercizio di un diritto, ne viene di conseguenza che non può comportare sanzioni.
A Porta Romana sono di scena i genitori, come riferisce "La Nazione", scesi in armi contro i provvedimenti disciplinari. Invocano l’intervento dell’Ufficio Scolastico Regionale, annunciano ricorsi al TAR, minacciano forme di disubbidienza e, non c’era da dubitarne, denunciano il carattere repressivo e non educativo dei provvedimenti. Certo, con altri dirigenti sarebbe finita diversamente, tuttalpiù con un predicozzo accigliato. Qui per fortuna hanno trovato la porta sbarrata. Speriamo che una volta tanto a nessuno venga in mente di dargli ragione. (AR)

lunedì 7 dicembre 2015

MINISTRO GIANNINI, ESISTE PER IL GOVERNO UN PROBLEMA DI DISCIPLINA NELLE SCUOLE?

Gentile Ministro Giannini,
avrà senz’altro letto il mese scorso Che errore ignorare la scuola, l’editoriale in cui Ernesto Galli della Loggia si chiedeva se a viale Trastevere “sia mai giunta notizia che in moltissime realtà scolastiche italiane ormai si assiste a una vera e propria abolizione di fatto della disciplina”. Chi lavora nella scuola conosce bene questo problema, dovuto anche al disorientamento educativo di molte famiglie, e le conseguenze che ha già avuto e continuerà ad avere sull’apprendimento e sulla qualità della convivenza civile. Per non parlare di come incide sulle motivazioni e sulla stessa salute dei docenti.
Di fronte a una denuncia così impietosa e accorata era logico aspettarsi una sua risposta, che però non è venuta. Del resto il silenzio dei governi su un aspetto così centrale nella formazione, come il rispetto delle regole, dura purtroppo da decenni, con l’eccezione dei ministeri Fioroni e Gelmini. Quanto allo Statuto degli studenti di Berlinguer, sembra concepito per scoraggiare le sanzioni più che per garantire comportamenti corretti. Un precedente ministro è andato oltre al silenzio, invitando gli studenti a ribellarsi a genitori e insegnanti; e da un attuale sottosegretario è uscito perfino un caloroso apprezzamento delle occupazioni, in cui si infrangono leggi, si violano diritti degli altri e si sperpera denaro pubblico. Anche la Buona Scuola ignora totalmente la necessità della Buona Condotta; e dovrebbe invece essere considerata una priorità. Eppure è l’Ocse, non qualche acritico lodatore del tempo andato, a sostenere che “dove la disciplina è allentata, gli insegnanti sprecano tempo e gli studenti non sono concentrati a causa delle numerose interruzioni”; che “la maggior parte degli studenti è contenta quando c’è la disciplina in classe”; e che “le classi in cui vige la disciplina di solito hanno risultati migliori”. Sfortunatamente anche non pochi dirigenti e docenti ritengono in buona fede che non si debba mai punire, ma puntare solo sul dialogo e sul rinnovamento della didattica per prevenire e correggere i comportamenti sbagliati, mentre l’educazione alla responsabilità, cioè a rispondere di quei comportamenti, deve necessariamente prevedere anche delle sanzioni. Come lei sa, sembra difficile persino impedire durante l’orario scolastico l’uso del cellulare, fonte di distrazione, ma anche strumento utilizzato per forme di bullismo e per copiare durante gli esami: altro problema su cui varie sollecitazioni e denunce non sono state prese in considerazione.
Le chiediamo quindi, Ministro Giannini, di prendere tutte le possibili iniziative a sostegno della correttezza e della legalità nelle scuole, in modo che vi venga garantito il necessario clima di rispetto reciproco e di collaborazione nell’interesse degli studenti, dei docenti e in quello della collettività. Per parte nostra ci  permettiamo di avanzare un paio proposte:
- Modificare e integrare alla luce dell’esperienza lo Statuto degli studenti, in quanto norma generale sull’istruzione, inserendovi tra l’altro indicazioni sulle sanzioni in relazione almeno alle principali mancanze disciplinari, incluse quelle che si verificano nel corso delle occupazioni e degli esami di Stato. Si tratta tra l’altro di evitare eccessive differenze tra scuole in questa materia, pur salvaguardando il giusto margine di discrezionalità rispetto ai casi concreti.
- Promuovere occasioni di serio dibattito e di aggiornamento su temi come la crisi dei ruoli educativi e le sue cause, l’alleanza fra scuola e famiglia, la gestione della classe, il ruolo delle sanzioni educative, il contrasto al bullismo, i doveri come necessaria garanzia dei diritti e della solidarietà sociale.
Distinti saluti,
Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità

giovedì 3 dicembre 2015

GLI STUDENTI E L'OCCUPAZIONE COME DIRITTO

Mentre in diverse città italiane continuano le occupazioni delle scuole, sembra crescere finalmente l’insofferenza verso queste iniziative, finora viste con indulgenza e persino con simpatia da settori dell’opinione pubblica. La maggioranza degli studenti degli istituti interessati e i loro genitori hanno protestato vivacemente per la prevaricazione di una minoranza che viola il loro diritto allo studio. A Firenze la polizia si è decisa a intervenire senza pretendere l’esplicita richiesta della dirigente del Liceo Artistico Alberti, dopo anni in cui si limitava a raccomandare ai ragazzi di non fare danni. E a questo proposito “Tuttoscuola” si chiede: “Il vaso è colmo?” Si tratta di un buon segno, anche se è presto per trarre conclusioni ottimistiche. Tra l’altro il governo rimane del tutto indifferente di fronte a un fenomeno che costa ogni anno milioni di euro ai contribuenti.
Colpiscono in modo particolare le motivazioni degli occupanti per l’evidente sproporzione tra mezzi e obbiettivi, in genere riconducibili a carenze di attrezzature e di manutenzione dell’edificio scolastico, anche se viene poi richiamata ritualmente la riforma della “Buona scuola. Ma c’è di più. Prendiamo il caso del suddetto liceo artistico fiorentino, dove polizia ha fatto uscire gli occupanti barricati da tre giorni nella scuola. Le reazioni degli studenti dovrebbero far riflettere chi, anche all’interno del ministero, accredita alla leggera gli occupanti come interlocutori politici e come futura classe dirigente. Eccone alcune riportate dalle cronache: «Bell'esempio di democrazia, far entrare le forze dell'ordine in una scuola». «Gli agenti hanno approfittato del portone aperto per un attimo e sono entrati spintonando. Un ragazzo si è coperto il volto con uno zaino e loro gliel'hanno sbattuto a terra». E sulla preside: «È il giorno della sua sconfitta. Chiamare la polizia è un segnale chiaro: ha perso il controllo della scuola. E noi che volevamo persino rimbiancare le pareti...». «Non si risolvono i problemi da noi denunciati con l'uso della forza». Senza entrare nel merito delle singole frasi, è evidente che manca in questi ragazzi la consapevolezza di ciò che comporta un’occupazione: gravi violazioni della legalità; lesione del diritto allo studio dei compagni; ingenti risorse dilapidate; tempo scuola buttato alle ortiche a danno dell’apprendimento; una seria ferita al clima interno della scuola. In altre parole, si tratta della reazione di chi ritiene che l’occupazione sia un diritto.
Chi viola le leggi per motivi ideali e ha poi il coraggio di assumersene la responsabilità, accettandone le conseguenze anche penali, merita rispetto. Ma se è già difficile chiederlo a dei ragazzi, una simile coerenza diventa impossibile quando per decenni gran parte degli adulti minimizza, assolve o addirittura apprezza e incoraggia queste imprese. E quali esempi virtuosi vengono loro proposti quanto a modi di dissentire? Certo non la quasi costante impunità di chi blocca il traffico paralizzando città e autostrade, di chi sfascia vetrine e automobili durante le manifestazioni e di chi riempie i muri di scritte. Per questo l’iniziativa del Questore di Firenze è un indubbio passo avanti rispetto al passato anche sul piano educativo, malgrado che per arrivarci ci siano voluti dieci giorni di occupazione in un altro istituto e una forte pressione dei genitori e di gran parte degli insegnanti. È dunque urgente reintegrare a pieno nella nostra cultura il valore formativo delle sanzioni, rassegnandosi al fatto che il dialogo, la disponibilità e l’empatia non sempre bastano a far percepire a tutti l’inaccettabilità di certi comportamenti.
Giorgio Ragazzini

mercoledì 25 novembre 2015

UN OCCASIONE DA NON PERDERE: IL CONVEGNO SU "PIETRO LEOPOLDO E LA TOSCANA LABORATORIO DEI LUMI"

Si torna finalmente a parlare di uno dei più grandi riformatori europei del ‘700, il cui governo in Toscana iniziò nel settembre di 250 anni fa (1765). Alcuni studiosi illustreranno i principali aspetti della sua intensa opera riformatrice che fece della Toscana un vero e proprio “laboratorio dei lumi”, avviandola alla modernità. Il convegno si svolgerà in quella che il Granduca  elesse a sua residenza preferita, la villa di Poggio Imperiale, da lui trasformata in una vera e propria reggia.

sabato 21 novembre 2015

OCCUPAZIONI, LE RESPONSABILITÀ DEGLI ADULTI

Ogni generazione ha i suoi meriti e le sue debolezze. Un tempo i genitori erano sostenuti da idee educative condivise e da un'autorità indiscussa, ma erano in media meno attenti ai bisogni affettivi dei figli. Oggi sono in genere più capaci di vicinanza emotiva, ma mancano spesso di fermezza; e lo stesso vale per molti presidi e insegnanti. Ma, se non si comincia già dai primi mesi a introdurre un bambino ai limiti e alle regole che la realtà impone, si dovrà poi faticare per risalire la china. In realtà una cornice normativa adatta alle varie età rende i figli più sicuri, aperti e sereni, mentre l'eccesso di protezione e di indulgenza produce più irrequietezza e conflitti.
Con l'adolescenza cresce il bisogno di definirsi in contrasto con i genitori, di cui non si sopportano le vere o presunte imposizioni. In questa fase bisogna che famiglia e scuola consentano più autonomia ai ragazzi, tenendo però ferme le regole fondamentali della vita familiare e di quella scolastica. E questo anche nel loro interesse. In un periodo di forte e ansiogena evoluzione devono trovare negli adulti dei saldi punti di riferimento, anche, e forse soprattutto, quando si scontrano con i loro princìpi e i loro no.
La storia delle occupazioni conferma la diffusa incomprensione di questa esigenza, che nella scuola implica la tolleranza di comportamenti illegali, la mancata tutela del diritto allo studio e lo spreco di ingenti risorse pubbliche proprio mentre se ne denuncia l'insufficienza. Il mondo degli adulti, con non molte eccezioni, ha risposto ai giovani col silenzio o con pelosa indulgenza (come alcuni politici), o con messaggi confusivi. Di recente il preside fiorentino Ludovico Arte si è così espresso su “La Repubblica”: "Le occupazioni sul piano formale sono illegali. Ma nella storia succede molte volte di utilizzare la violazione di una regola per contestare qualcosa. Lo hanno fatto persone di indubbia moralità per ideali nobilissimi." Vero, ma si trattava, come nel caso di Gandhi, di disobbedire a leggi ingiuste, per di più accettando, a riprova della serietà del disobbediente, le conseguenze dei suoi gesti (nel caso della Marcia del sale le bastonate della polizia). Se una scuola è occupata, invece, la polizia non dovrebbe sgomberarla, perché "il contrasto alla prepotenza non può avvenire con atti prepotenti come lo sgombero". Ma è prepotenza il ripristino della legalità? Infine, il preside afferma che a certe condizioni l'occupazione può essere un’esperienza positiva. In realtà così si impedisce ai giovani di percepire con chiarezza la differenza tra lecito e illecito. E maturare diventa ancora più difficile.
Giorgio Ragazzini
(“La Repubblica Firenze”, venerdì 20 novembre 2015)

giovedì 19 novembre 2015

ESPOSTO ALLA MAGISTRATURA SULL'OCCUPAZIONE DEL LICEO DI PORTA ROMANA

COMUNICATO STAMPA 
Esposto al Procuratore della Repubblica di Firenze
e  al Procuratore Regionale della  Corte dei Conti
sull’occupazione del Liceo Artistico di Porta Romana

In data odierna Andrea Ragazzini e Sergio Casprini del GRUPPO DI FIRENZE  per la scuola del merito e della responsabilità hanno inviato un esposto alla Procura della Repubblica di Firenze e alla Procura Regionale della Corte dei Conti in relazione all’occupazione del Liceo Artistico di Porta Romana.
Nell’esposto, inviato per conoscenza anche al Sindaco di Firenze e al Questore, i due docenti scrivono che “come cittadini e come ex insegnanti  noi crediamo  che questa forma di protesta, quale che sia la motivazione, costituisca una grave lesione del diritto allo studio della grande maggioranza degli studenti del Liceo e un inaccettabile sperpero del pubblico denaro, con gli insegnanti impossibilitati a esercitare il loro ruolo, per il quale sono retribuiti dai contribuenti italiani.”
Chiedono pertanto al Procuratore della Repubblica e al Procuratore Regionale della Corte dei Conti “di valutare la sussistenza di motivi per prendere al riguardo i provvedimenti che riterrete opportuni, anche e soprattutto perché non abbiano a ripetersi in futuro.”

Firenze, 19 novembre 2015

sabato 14 novembre 2015

49 PRÈSIDI SOLIDALI CON LA COLLEGA DEL LICEO FIORENTINO OCCUPATO. “LE FORZE DELL’ORDINE INTERVENGANO PER RIPRISTINARE LA LEGALITÀ"

Probabilmente è la prima volta che un nutrito schieramento di dirigenti scolastici chiede esplicitamente alle forze dell’ordine di intervenire per restituire agli studenti, ai docenti e alla comunità l’uso di una scuola occupata, come legalità e Costituzione vorrebbero. E naturalmente va anche sottolineata l’importanza di una così consistente solidarietà alla dirigente coinvolta, fatto non frequente in queste situazioni. Resta lo sconcerto sulla riluttanza a intervenire tempestivamente da parte delle istituzioni quando è in atto questo genere estremo di occupazione, in cui viene calpestata una molteplicità di diritti, anche perché cosa che si traduce purtroppo in diseducazione alla legalità. (GR)

Il testo della lettera
I sottoscritti Dirigenti scolastici esprimono alla collega Annamaria Addabbo la piena solidarietà e il più sincero sostegno alla sua volontà di lottare perché il diritto alla studio della grandissima parte dei suoi studenti non sia calpestato da una minoranza che, da giorni, si è impadronita del Liceo di Porta Romana impedendo l’accesso all’edificio scolastico. Deprechiamo che sia stata completamente abbandonata da tutte le autorità che hanno competenza per garantire innanzitutto la legalità e il diritto alla studio. Questo diritto non può essere calpestato e non è più tollerabile che insieme ad esso siano buttati al vento decine e decine di migliaia di euro che lo Stato investe per garantire l’insegnamento. Auspichiamo che le forze dell’ordine intervengano per ripristinare la legalità.
Seguono le firme di Valerio Vagnoli, Roberto Curtolo, Andrea Marchetti e altri quarantasei dirigenti scolastici.
Occupazioni, i dirigenti si sentono soli

venerdì 13 novembre 2015

CHE DIREBBE PASOLINI (RITI, REGOLE, LIBERTÀ)

L'articolo prende spunto dall'occupazione in corso al Liceo artistico di Porta Romana a Firenze (già Istituto d'Arte). Una settantina di ragazzi, tra i quali alcuni di altre scuole, si sono barricati nella scuola da tre giorni. 

Ci risiamo con le occupazioni che, in alcuni casi, hanno assunto la forma di vera e propria prevaricazione violenta. In questi giorni, a distanza di 40 anni dalla sua morte, non sono mancati i richiami alla persona e alla personalità di Pier Paolo Pasolini e in occasione della recentissima visita del Papa a Firenze, l'applauso più intenso rispetto alle grandissime personalità cattoliche fiorentine del secolo scorso ricordate dal Cardinal Betori è andato a don Lorenzo Milani.
Rispetto a questa sorta di saturnali moderni che da decenni assicurano a sparute minoranze di studenti l'annuale appuntamento con il “rito” delle occupazioni, mi viene da chiedere cosa avrebbero scritto e detto queste due complesse e importanti personalità della cultura. Chi li conosce profondamente sa, senza tuttavia poterlo naturalmente dimostrare, per dirla con Pasolini, che entrambi si sarebbero fortemente indignati per quanto da decenni sta accadendo nelle scuole di certe aree del nostro paese sottoposte al rito delle occupazioni contrabbandate come forme di protesta. Ed invece, anche se gli studenti non vogliono sentirselo dire, proprio le occupazioni rappresentano a volte occasioni per la miglior iniziazione al consumismo, trasformandosi in discoteche, paninoteche, centri di avviamento al fumo e alla goliardia più sfrenata, come si evince dalla condizione in cui spesso si trovano le scuole alla fine dei saturnali.
Naturalmente con i ragazzi dobbiamo avere pazienza, molta di più di quanto ne avrebbe avuta per esempio don Milani che non rinunciava, anche per piccole trasgressioni, perfino alle sberle, e non rinunciare pertanto al dialogo. Ma occorre anche saper essere nei loro confronti degli adulti seri e metterli davanti alla loro responsabilità anche prendendo, quando occorre, misure drastiche sul piano disciplinare. A certi educatori, il solo accennare a delle misure disciplinari nei confronti anche di studenti delle ultime classi, fa venire in mente lo stato di polizia, o roba del genere. Ed invece forse ancor peggio dello stato di polizia è quello di stampo permissivista che permette il venir meno di qualsiasi obbligo nei confronti dei compiti che ciascuno di noi è chiamato a ricoprire, siano questi propri dei ragazzi e adolescenti o degli adulti. Recentemente una scrittrice, Dacia Maraini, grande amica peraltro di Pier Paolo Pasolini, ha affermato che più regole ci sono e più è garantita la libertà che, appunto, non consiste nel fare quello che si vuole senza pagarne peraltro il conto. Il conto, invece, nel caso delle occupazioni lo pagano innanzitutto gli studenti che vorrebbero andare a scuola e i cittadini che vedono sprecati i loro soldi perché ogni giorno in cui saltano le lezioni vengono buttati al vento migliaia e migliaia di euro.
Quello che ancora stupisce è che vi siano dirigenti e docenti disposti ad opporsi a questo sfacelo culturale accettando, nel silenzio immorale dell'apparato ministeriale, di essere spesso soli a rivendicare quello che in un paese civile e democratico dovrebbe essere ovvio: e cioè che la libertà di ciascuno finisce quando inizia quella degli altri. Se non siamo in grado di indurre i giovani a rispettare ciò, a che serve questa scuola?
Valerio Vagnoli 
(Corriere Fiorentino, 13 novembre 2015) 
Per saperne di più: Occupazione, la prova di forza e  Io, da sola a combattere l'illegalità.

lunedì 2 novembre 2015

BONUS PER L’AGGIORNAMENTO: MEGLIO AVERLO CHE NON AVERLO…

Il bonus di 500 euro per l’aggiornamento sta ricevendo molte critiche proprio da parte dei docenti, alcuni dei quali arrivano a rispedirlo al mittente, a quanto si apprende da molti commenti sul web. Eppure si tratta di una cifra non proprio miserevole e di una novità assoluta per la scuola italiana. Peraltro la libertà di spesa è molto ampia e legittima scelte tra loro diversissime. Si potrà usare per visitare mostre e musei, per acquistare libri, materiali informatici, film o per frequentare corsi di aggiornamento finalmente scelti e non imposti, come pur è accaduto in passato.
Il dubbio è che certi docenti non sarebbero stati consenzienti a prescindere e anche se la cifra fosse stata dieci volte più grande forse qualcuno avrebbe avuto da ridire. Gli insegnanti, e gli stessi dirigenti italiani, hanno molte ragioni per lamentarsi, ma se lo fanno ugualmente di fronte a novità anche simbolicamente importanti finiscono con rischiare di delegittimarsi, come sempre si delegittima chiunque sia per principio incontentabile.
Personalmente mi dispiace che i dirigenti scolastici non abbiano anche loro a disposizione questi 500 euro, perché, pur non essendo probabilmente sufficienti a coprire tutte le spese di carattere culturale, avrebbero tuttavia rappresentato un segno di attenzione per il nostro lavoro. Meglio che nulla mi sarei accontentato della possibilità di detrarre 250 euro in acquisto libri che un tempo era concessa ai docenti e che nell'indifferenza di tutti fu tolta. E non mi costava certamente fatica conservare in una busta gli scontrini delle librerie. Oggi agli insegnanti si concede molto di più e almeno varrebbe la pena apprezzare la novità. Quanto alle mostre o ai musei, anche pubblici, constato che ai docenti e al mondo scolastico in genere non si garantisce neanche quel poco di sconto che invece spesso si riconosce a chi ha la tessera di questa o quella associazione o catena di esercizi commerciali. Tuttavia quando ci troviamo, come in questo caso, di fronte a un pur piccolo ma concreto miglioramento rispetto al passato, i toni irrisori, negativi e ipercritici da parte di molti addetti ai lavori mi appaiono davvero incomprensibili. In questo come in altri campi è importante essere in grado di riconoscere qualche aspetto positivo anche nell’azione di governi e di ministeri che per il resto si contrastano aspramente. Con il vantaggio di presentarsi come oppositori credibili e non pregiudiziali. (Valerio Vagnoli) 

LA RISCOPERTA DI UN GRANDE RIFORMATORE: PIETRO LEOPOLDO GRANDUCA DI TOSCANA



giovedì 22 ottobre 2015

ECCO PERCHÉ LE GITE VANNO FERMATE

Mercoledì notte, uno studente di Cecina in viaggio di istruzione a Milano con la propria classe è precipitato dal sesto piano dell'Hotel morendo sul colpo. È il secondo caso che si verifica nel giro di pochi mesi. È quasi certo che il ragazzo abbia fatto uso di alcol e di sostanze stupefacenti acquistate prima della partenza per Milano per visitare Expo. Che all'interno delle classi in queste occasioni ci sia spesso qualcuno che ne approfitta per fare esperienze “iniziatiche”, è un dato di fatto, salvo fare come gli struzzi. È sufficiente parlare con i nostri studenti, se godiamo della loro fiducia, per sapere che questo corrisponde a verità. Malgrado le evidenze, i viaggi d'istruzione si continuano a svolgere, con tutti i rischi a cui i ragazzi e i docenti vanno incontro.
Alla notizia della tragedia milanese, la ministra Giannini, oltre a esprimere il proprio sgomento, ha voluto tuttavia ribadire che i viaggi non si mettono in discussione. E invece avremmo dovuto già farlo da anni, spiegando i motivi per cui sarebbe bene abolire quelli di più giorni. In qualche anno scolastico c’è stata una loro diminuzione, ma più che altro perché i docenti si sono rifiutati di parteciparvi per motivi sindacali. Eppure succede spesso durante la notte che qualche gitante esca dalle finestre per raggiungere altre camere, correndo rischi enormi, che vengano danneggiate le camere, che i clienti dell’albergo protestino per il chiasso degli studenti, a volte sotto l’effetto di alcol e droghe; e sono in crescita le agenzie turistiche che chiedono ai gitanti un fondo di riserva per ripagare gli eventuali danni causati agli hotel. Stupisce che, malgrado tutto, i docenti  continuino a farsi carico di un impegno così rischioso e stressante, che peraltro viene incredibilmente assicurato senza il pur minimo riconoscimento economico. E c’è ormai chi vorrebbe che tra i loro doveri ci fossero turni di vigilanza notturna, come già a volte accade e come già pretenderebbero alcune sentenze dei tribunali amministrativi. Purtroppo ci sono già vite di insegnanti rovinate per una vera o pretesa omissione, con tanto di cessione della casa per rifondere i danni e depressioni gravi da curare. Oltre a questo, vedere come alcune gite nascono è deprimente: spesso sono i ragazzi a proporre le destinazioni e a cercare di convincere ora questo ora quel docente ad accompagnarli; e non mancano i genitori che si permettono perfino di contestarli se si negano a questi impegni.
Che le tragedie di quest'anno servano almeno a rendere più responsabile il mondo della scuola, i ragazzi e le loro famiglie! L’Italia ha tali ricchezze artistiche e ambientali che si possono fare utilissime gite anche di una sola  giornata. Ma se si vuole perseverare con le notti in albergo, almeno si prevengano certi comportamenti stabilendo sanzioni severissime per chi sgarra, si assicurino i docenti a carico della scuola e li si retribuisca dignitosamente. Dato che ci siamo, si scelgano e si organizzino le gite in modo che abbiano una reale valenza sul piano didattico. Le bolge di studenti che in questi mesi hanno girovagato per l’Expo, stimolati e invogliati a farlo dallo stesso ministero, sono stati quasi sempre un pessimo esempio di quello che dovrebbe essere un viaggio di istruzione: innanzitutto una scoperta ulteriore di se stessi attraverso la scoperta di cose nuove, e non una ritualità o una semplice ragione per stare insieme.
Valerio Vagnoli

(“Il Corriere Fiorentino”, 21 ottobre 2015)

domenica 11 ottobre 2015

QUATTRO INSEGNANTI TRA I PREMIATI DA MATTARELLA

È una bella novità la scelta del Presidente della Repubblica di dare una delle massime onorificenze a 18 eroi “normali”, come titola il “Corriere della Sera” di oggi. Capita di trovare in casa di un conoscente, in bella mostra alla parete, onorificenze di questo o quel presidente. In genere non suscitano grande interesse,  se addirittura non si sospetta che siano dovute alla conoscenza di qualche politico. Stavolta, invece, viene da pensare che le persone scelte, anche come simbolo di tanti loro colleghi, lo siano state in virtù del loro impegno silenzioso e costante, senza altri fini se non quello di migliorare la vita degli altri, con questo migliorando anche la propria e quella di chi verrà dopo di noi. Tra i diciotto premiati vi sono ben quattro docenti, alcuni ancora in servizio e altri in pensione, che nelle loro storie rappresentano un gran numero di insegnanti italiani, anzi la grande maggioranza, che, oltre a fare benissimo il loro mestiere,  alla scuola dedicano gran parte della loro vita perfino dopo essere andati in pensione.  Altro che 18 ore di lavoro settimanale! Si tratta invece  di impegni e responsabilità che difficilmente sono immaginabili se non si lavora all'interno delle scuole. Di questo impegno si parla solitamente ben poco, né lo si riconosce sul piano economico. Lo stesso Francesco Merlo, non sempre tenero nei confronti degli insegnanti, sostiene che nessuna riforma della scuola potrà avere successo se non si parte da una retribuzione finalmente “europea”.  Le scuole non funzionerebbero, se non ci fossero decine di docenti che si impegnano, non di rado senza essere retribuiti o per pochi euro, nelle commissioni, nelle attività di orientamento, in quelle di alternanza scuola-lavoro, nella formulazione degli orari,  nella redazione di atti e documenti (a volte purtroppo di assoluta inutilità), nella preparazione di materiali didattici, oltre che nei consigli di classe, nei rapporti con genitori sempre più supponenti, nella correzione dei compiti e nella preparazione accurata delle lezioni.
Spesso parliamo innanzitutto delle cose che nella scuola non funzionano, anche per responsabilità del personale che vi opera. Tuttavia sfugge a molti che la quotidianità nella gran parte delle nostre scuole è una fitta trama di contributi, ordinari e straordinari; e il riconoscimento di Mattarella all’impegno e alla generosità di quattro colleghi in qualche misura va anche ai tanti altri che giorno dopo giorno fanno vivere la scuola.
Valerio Vagnoli

domenica 4 ottobre 2015

PREVENIRE LE OCCUPAZIONI: PARTECIPAZIONE E NORME AD HOC

Una scuola che abbia davvero a cuore la crescita civile e culturale dei ragazzi non può certo avallare o minimizzare comportamenti come le occupazioni, che ne impediscono il funzionamento e ne danneggiano la credibilità. D'altra parte, la scuola può legittimamente diventare il luogo dove gli allievi possono progettare e organizzare momenti di approfondimento e di discussione su temi di loro interesse. In altre parole, una prevenzione efficace delle occupazioni, come dimostrano alcune esperienze, dovrebbe avere due cardini: la disponibilità a soddisfare le esigenze di autoespressione e di partecipazione degli studenti; la presenza nel regolamento d'istituto di norme ad hoc che indichino con chiarezza limiti e valori da rispettare.
La partecipazione studentesca deve basarsi su progetti concordati tra la scuola e gli studenti, qualcosa di strutturato e di previsto fin dall'inizio dell'anno. Può trattarsi di tre o quattro giornate di "didattica flessibile", sperimentate con successo a Roma, con iniziative di carattere culturale o orientativo, meglio se distribuite nel corso dell'anno; di spazi programmati di discussione, anche nel corso delle assemblee mensili previste; e altro ancora. Bisogna evitare, invece, di concedere, sotto la minaccia dell'occupazione, le cosiddette autogestioni, sia per una questione di principio, sia perché improvvisate e quindi generalmente inconcludenti.
Si dovrebbero prevedere anche occasioni di dialogo preventivo con i genitori, in cui evidenziare i danni sostanziali che derivano dalle occupazioni: spreco di soldi pubblici proprio mentre si rivendicano maggiori finanziamenti per la scuola, percentuali dell'anno scolastico andate perse, quindi conoscenze e competenze non acquisite.
Quanto alle regole da includere nei regolamenti di istituto per scoraggiare le occupazioni, dovrebbero riguardare comportamenti come la permanenza non autorizzata nell'edificio scolastico, l'ingresso nella scuola forzando porte e finestre, l'impedire l'ingresso al personale della scuola, il danneggiamento di ambienti e attrezzature, l'interruzione delle lezioni. Devono essere inoltre esplicitati i compiti dei docenti in caso di occupazione. Va infine chiarito che la valutazione finale del comportamento deve essere fatta in base a tutti e due i quadrimestri e che quindi un'insufficienza nel primo quadrimestre non rimarrà ininfluente.
Sarà naturalmente compito delle singole scuole stabilire le relative sanzioni (anche a scanso di ricorsi). È importante, però, che siano adeguate alla gravità dei comportamenti, perché altrimenti la scuola darebbe ai ragazzi un messaggio educativo debole e contradditorio. Con queste regole, gli studenti potranno essere sanzionati non genericamente per "occupazione", ma per una pluralità di comportamenti di indiscutibile gravità, che però sono spesso assenti nei regolamenti di istituto.

Proposte di integrazione ai regolamenti di istituto

È utile una premessa al Regolamento che sottolinei la responsabilità della scuola come istituzione al servizio della collettività. Per esempio:
Le regole di comportamento indicate in questo regolamento servono a garantire il rispetto reciproco, la cura per l'ambiente scolastico e la serenità necessaria alle attività didattiche. Solo a queste condizioni la scuola può assolvere il compito di trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio culturale che ci accomuna. Questo compito le è stato affidato dalla collettività, che lo sostiene con i soldi dei contribuenti.

NORME 

Costituiscono gravi mancanze disciplinare i seguenti comportamenti:
- entrare o rimanere nell'edificio scolastico al di fuori delle ore di lezione, delle attività programmate dall'istituto o di quelle autorizzate dal dirigente scolastico;
- interrompere o impedire lo svolgimento dell'attività didattica;
- non partecipare alle lezioni pur essendo all'interno dell'edificio scolastico (salvo che in casi particolari con l'autorizzazione dell'insegnante);
- entrare nella scuola forzando porte o finestre;
- impedire l'ingresso al personale della scuola o ad altri studenti. 

Danni
- Gli studenti sono tenuti al massimo rispetto degli ambienti scolastici, degli arredi, delle attrezzature, sempre avendo presente che i relativi costi sono sostenuti dalla collettività. Chiunque li danneggia è tenuto a risarcire la scuola e incorre nelle sanzioni disciplinari previste dal presente regolamento.

Voto di condotta
- In sede di scrutini finali il Consiglio attribuirà il voto di condotta tenendo anche conto dei comportamenti relativi al primo quadrimestre, come dispone il Decreto Ministeriale n.5/2000, all'art. 5, comma 1 ("Ai fini della valutazione del comportamento il Consiglio di classe tiene conto dell'insieme dei comportamenti posti in essere dallo stesso durante il corso dell'anno").
- La scuola valuta sul piano disciplinare le infrazioni alle disposizioni del presente regolamento, fatte salve ulteriori responsabilità di carattere penale.
Compiti dei docenti
- In caso di occupazione i docenti sono tenuti a svolgere le lezioni, al limite anche a un solo allievo; nel caso che fosse loro impedito di farlo, devono riferirlo per scritto al dirigente, indicando i nominativi dei responsabili, se ne sono a conoscenza. Sono inoltre tenuti a individuare, in collaborazione con i colleghi, gli allievi che sono presenti a scuola, ma non in classe, e ad annotare i loro nomi, differenziandoli dagli assenti veri e propri.

[Le proposte si basano, con alcune modifiche e integrazioni, sui documenti elaborati da un gruppo di 18 presidi toscani e dal Gruppo di Firenze nel 2011 e sulle indicazioni emerse nel convegno dell'Associazione Nazionale Presidi "La scuola: un bene della comunità", svoltosi il 22 ottobre 2013 a Roma.]

martedì 29 settembre 2015

UN RICORDO DI GIORGIO ISRAEL

Giorgio Israel è stato un acuto e attrezzatissimo critico militante delle politiche scolastiche degli scorsi decenni e degli ultimi anni in particolare. Non era però una delle tante voci “contro” condizionate da ragioni di schieramento politico, spesso con l’aggravante di una conoscenza superficiale delle cose scolastiche. Israel si distingueva invece per una approfondita competenza in materia, per la lucidità unita alla passione e per  l’indipendenza di pensiero anche rispetto a governi da cui pure era stato chiamato a fornire un contributo di idee in commissioni ministeriali, come nei casi della riforma dei licei e del percorso formativo dei futuri insegnanti.
Per noi del Gruppo di Firenze, Israel è stato fin dall’inizio un importante  punto di riferimento e un prezioso sostenitore di tutte le nostre iniziative, a cominciare dalla lettera aperta  del 2008 Scuola, un partito trasversale del merito e della responsabilità, di cui fu uno dei primissimi firmatari. La presentazione del documento al Liceo Visconti fu l’occasione per conoscersi anche di persona. Da lì cominciammo a scriverci e a sentirci per segnalare o commentare l’ennesima sciocchezza ministeriale, per scambiarci documenti oppure per suggerire lui a noi qualche iniziativa o noi a lui di intervenire su una questione all’ordine del giorno. 
Israel ha più volte messo in guardia sull’acritica esaltazione delle tecnologie informatiche (“la faccenda dei nativi digitali è un'immensa bufala, forse inventata dai venditori di materiali informatici”, ci scrisse una volta). Ha criticato più e più volte le pretese di valutazione “oggettiva”, per non parlare delle notissime polemiche sull’Invalsi e sul rischio di orientare l’insegnamento alla soluzione dei test. Ha difeso il ruolo della scuola pubblica e combattuto la tendenza a metterla al servizio degli utenti (“la cultura e la conoscenza non sono prodotti e servizi e nell'istruzione l'interesse sociale e nazionale deve imporsi sugli interessi specifici”). Ha denunciato “l’ideologia della sostituzione della scuola delle conoscenze con la scuola delle ‘competenze’ promossa da un network di pedagogisti e di dirigenti ministeriali”, con la conseguente inondazione di griglie e documenti di certificazione, fino all’ultimo uscito, in cui “si procede fino all’esclusione di ogni possibile valutazione negativa del rendimento dello studente”. Sarebbe molto lungo l’elenco completo dei temi affrontati da Giorgio Israel nei suoi interventi. Ma sarà bene andare spesso a rileggerli sul suo blog. Ne sentiremo un po’ meno la mancanza.

lunedì 21 settembre 2015

IL BAMBINO E L'ACQUA SPORCA NELLA SCUOLA ANNI '70

Dedicato a quel gruppo di colleghe e colleghi di Via dei Bassi che negli anni Settanta,  pur coltivando nei bambini lo straordinario strumento della fantasia, non vennero tuttavia  mai meno al rigore e alla necessità di contrastare alcune idee, non di rado  distruttive, della didattica imperante.

Finalmente si riscopre il dettato. Naturalmente accade all'estero, precisamente in Francia,  ma non è detto che prima o poi ritorni ad essere, soprattutto alle elementari, l'esercizio chiave, un tempo quotidiano, della nostra scuola di base, quello che ha permesso d'insegnare l’italiano agli italiani. L'averlo ridotto ai minimi termini ha contribuito, come ha scritto recentemente Tullio De Mauro, a formare un impressionante numero di disgrafici, dietro al quale forse non mancano operazioni di carattere speculativo. Al dettato aggiungerei anche il riassunto, esercizio anch'esso di primaria importanza per abituare i bambini a strutturare i loro pensieri e le loro competenze, non solo linguistiche. La consequenzialità dei fatti, l'ordine della struttura grammaticale, soprattutto dei tempi verbali, la necessità di scegliere le parole giuste e progressivamente diverse rispetto a quelle presenti nel testo da riassumere, trasferiscono nella mente dei bambini un bagaglio di strumenti indispensabili per  affrontare tutte le materie con una maggior sicurezza; una sicurezza che da decenni non riusciamo quasi più a trovare in molti dei nostri studenti delle superiori e delle stesse università. Da molti anni, inoltre, prendiamo purtroppo atto della sempre più scarsa attenzione per la calligrafia e ciò, oltre a non dare ordine e struttura ai nostri pensieri e alle nostre parole, contribuisce senz'altro a creare ulteriori disgrafici. Se un docente delle superiori si “picca” di pretendere la scrittura in corsivo, è facile che nel giro di pochi giorni spunti fuori una certificazione di dsa che oggi mi sembra non si neghi a chiunque ne faccia richiesta. Devo tuttavia far presente, almeno per la mia esperienza di docente di lettere nelle superiori in tempi in cui i dsa erano meno di moda, che non sempre i miei colleghi erano disposti a stabilire un tempo entro il quale l'allievo doveva imparare il corsivo, pena una pessima valutazione dei compiti. Mi è capitato frequentemente d'incontrare all'esame di Stato ragazzi che ancora non erano in grado di scrivere in corsivo e che dovevano quindi concentrare i loro sforzi, piuttosto che sui contenuti,  nello scrivere in modo leggibile, talvolta senza neanche riuscirvi.
Ma anche la tradizione letteraria era sotto tiro in quegli anni. Come dimenticare una collega  di un  istituto superiore livornese  che al posto dei Promessi sposi faceva leggere l'autobiografia di un calciatore considerato, allora, impegnato!  Quando incontro invece  qualche mio ex allievo, a volte sono stato benevolmente rimproverato perché non gli avevo fatto studiare a memoria altri canti della Commedia o di Leopardi, avendo nel frattempo verificato quanto sia importante, nella vita e nel lavoro, avere una memoria ben sviluppata e allenata. Purtroppo l'ondata “progressista” dei docenti entrati con me nella scuola negli anni settanta voleva rivoluzionare tutto quello che sapeva di stantio, di passato, di borghese, senza nemmeno chiedersi se, insieme a una didattica senz'altro da buttare, vi fosse una tradizione da mantenere. Una tradizione che aveva saputo trovare e conservare strumenti di base fondamentali per insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto anche a bambini i cui retroterra culturali e sociali non avevano nulla da invidiare (si fa per dire) a certi contesti del nostro attuale terzo mondo.  Non riuscì a far riflettere i nostri pedagogisti e il nostro mondo scolastico (smettiamola di pensare che i docenti non abbiano delle responsabilità sulla decadenza della scuola e che siano sempre vittime degli psicopedagogisti o dei governi di turno!) quello che è considerato il testamento spirituale di Italo Calvino, un modernissimo che, poco prima di morire, aveva voluto lasciare agli uomini del nuovo secolo questi consigli: “Se tutto è fantasia non si realizza niente. Imparare poesie a memoria, fare calcoli a mano e combattere l'astrattezza del linguaggio. Sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all'altro”. (Valerio Vagnoli)