mercoledì 8 aprile 2015

FORUM: PRESEPI, CROCIFISSI, BENEDIZIONI PASQUALI A CONFRONTO CON LA LAICITÀ DELLO STATO

Nei giorni scorsi si sono verificati episodi di tensione tra alcuni parroci che volevano benedire le scuole aula per aula e i dirigenti degli istituti che hanno negato il permesso non ritenendolo opportuno. È successo a Bologna, a Casalguidi nel Pistoiese, a Perignano in provincia di Pisa. Dato che su questi temi si polemizza ciclicamente ormai da molti anni, abbiamo pensato che possa essere utile aprire sul nostro blog una discussione civile e argomentata, prima tra di noi e poi con chi desidera farlo attraverso i commenti. Si raccomanda di non firmarsi “Anonimo”: è sufficiente cliccare sulla scelta Nome/url e firmarsi, anche con uno pseudonimo, nel campo “Nome”. Grazie. 

Valerio Vagnoli
TRADIZIONE SÌ, BENEDIZIONI NO 

Come molti sanno, varie norme di diverso rango, corroborate da alcune sentenze, impongono il crocifisso nelle aule scolastiche. In una delle mie due attuali "presidenze mi fa compagnia una croce in legno, nell’altra, in assenza del crocifisso,  un olio di mia proprietà, opera di un bravo pittore fiorentino del primo '900, che raffigura la crocifissione di Cristo. Ogni tanto mi capita di buttare un'occhiata su questi simboli che hanno fatto  e fanno parte della mia vita, più o meno intensamente a seconda degli stati d'animo, che si alimentano del mio passato e in particolare dei ricordi familiari. Perché nella croce è sintetizzata una cultura che mi appartiene e a cui debbo molte cose, a partire dalla profonda religiosità di mia madre, fatta di tante preghiere, ma anche di tanti aiuti silenziosi e disinteressati ai più  sfortunati di lei, che pure non aveva avuto una vita facile.
L’Educandato in cui sono reggente fa anche parrocchia e per questo vi abita un prete, con cui ho un rapporto di sincera amicizia, fatto anche di sconfinamenti in ambiti religiosi e teologici nei sempre più avari  ritagli di tempo. Nel periodo natalizio, senza che sia lui a invitare a farlo, alcune ragazze, con la collaborazione delle educatrici, abbelliscono un vecchio abete per farlo diventare albero di Natale. Altri costruiscono un essenziale presepe fatto di statuine storiche che da oltre un secolo, mi dicono, fanno parte della tradizione natalizia della nostra scuola. Onestamente non ci trovo niente di male e neanche mi sembra irriguardoso nei confronti di ragazze e ragazzi che provengono da altre culture e che professano anche  religioni diverse da quella cattolica. Sono infatti convinto che  scoprire certi aspetti della nostra cultura religiosa sia anche per loro un arricchimento, soprattutto quando la nostra tradizione religiosa non  è invasiva, imposta o comunque, in un modo o nell'altro, esibita o proposta come rito religioso. Capita anche, purtroppo, che per la morte di qualcuno legato alla scuola sia celebrata nella chiesetta interna alla villa una funzione religiosa. A nessuno tuttavia, a partire da Don Sergio, è mai passato per la mente di farlo in orario scolastico. Credenti e non credenti si ritrovano, in queste occasioni,  a  riflettere sul dolore e sul destino umano e non importa se qualcuno lo fa attraverso canti e  preghiere e altri attraverso un privato raccoglimento interiore. Ciò che tuttavia non potrei mai accettare, e che don Sergio sono certo non si sognerebbe mai di proporre, sarebbe la benedizione delle aule e degli studenti. Benedire le aule di una scuola pubblica non ha più niente a che fare con una tradizione religiosa e culturale, poiché quel gesto prefigura un rito, una simbologia che prepotentemente bagna, cioè segna, persone e luoghi che loro malgrado subiscono attraverso la benedizione una vera e propria funzione sacra, addirittura un surrogato del battesimo. Che dei parroci e dei genitori, come è pur avvenuto in questi giorni, rivendichino il diritto di benedire le scuole pubbliche mi sembra, appunto,  un atto di mera prepotenza, espressione di una volontà  di propaganda religiosa da cui le scuole dovrebbero rimanere immuni. 
Naturalmente gli  organi periferici del ministero sono stati  del tutto assenti di fronte a quanto è accaduto e hanno lasciato soli quei dirigenti scolastici che hanno avuto la dignità e la forza di tutelare la legalità.

Andrea Ragazzini
MA LE TRADIZIONI NON SI IMPONGONO 

Quando si discuteva di abolizione o meno del Concordato la questione era di principio: può lo Stato laico e repubblicano privilegiare da molti punti di vista la religione cattolica e addirittura imporre i suoi simboli negli edifici pubblici? Poi quando sempre più numerosi bambini musulmani hanno cominciato a popolare le scuole italiane e alcuni di loro, pare, si sono presi paura per quel tale inchiodato sulla croce, spingendo i loro genitori a reclamarne la rimozione, la questione si è spostata insensibilmente sul piano della difesa delle radici o della tradizione, secondo me creando, volutamente o meno, non poca confusione. Le tradizioni infatti, dagli illuministi in poi, non si impongono, o non si dovrebbero imporre, per legge, salvo ad esempio negli stati islamici dove cristiani ed ebrei hanno ben altro di che spaventarsi che un simbolo appeso alla parete.
Personalmente sono d'accordo che la tradizione del presepe non sia da ritenere un pericolo per la laicità della scuola pubblica, a patto che non ci sia un contorno di catechesi e preghierine, ma che sia presentato in modo diciamo così oggettivo, come il ricordo di un fatto ancora importante per molti cittadini italiani e che ha avuto un certo peso nella storia del mondo. Quanto all'albero di Natale, si tratta di una tradizione che non ha le sue radici nel Cristianesimo. D'accordissimo anche sul no alle benedizioni e sul fatto che si tratta di un'esplicita pratica religiosa che coinvolge volenti o nolenti tutti gli alunni e dunque è certamente non rispettosa dei diversi orientamenti delle famiglie.A me pare innegabile però che per chi  professa un'altra religione o non è credente anche il Crocifisso imposto per legge sulle  pareti di un'aula può con la sua forza simbolica risultare profondamente invasivo di una sfera, quella delle convinzioni personali, che la Costituzione esplicitamente tutela (Art.3), quali che esse siano. 

Giorgio Ragazzini
LA QUESTIONE MALPOSTA DEL CROCIFISSO DI STATO 

La questione del crocifisso-sì-o-no sembrerebbe molto semplice da risolvere. Lo Stato deve essere neutrale rispetto alle ideologie e alle religioni. Questa condizione si definisce come “laicità dello Stato” e costituisce una garanzia sia della sua indipendenza rispetto alle Chiese, sia della loro libertà e di quella dei singoli cittadini, compresi i numerosi non credenti. 
Ovviamente neutrale non è la stessa cosa di neutro: lo Stato ha anzi una sua carta di identità ideale e organizzativa, che è la Costituzione. Per il resto, ogni cittadino deve potersi sentire al cento per cento a casa propria quando entra in un tribunale, in un ospedale, in una scuola.
In teoria dovrebbe essere superfluo sottolineare che togliere il crocifisso dai luoghi pubblici non ha nulla a che fare con l’enorme importanza storico-culturale del cristianesimo. Eppure è proprio lo scivolamento su questo terreno improprio da quello delle questioni di principio a caratterizzare le prese di posizione di chi difende i crocifissi in nome della tradizione, a cominciare dalla citatissima Natalia Ginsburg, in questi giorni rievocata con vivo apprezzamento dal governatore Enrico Rossi. In poche parole, togliere il crocifisso da scuole e tribunali equivarrebbe a rinnegare o svilire la nostra storia e le sue radici cristiane.
La tesi ha del paradossale. Viviamo in una terra in cui sono state costruite decine di migliaia di chiese e di conventi. La gran parte del nostro immenso patrimonio artistico è di soggetto religioso. Nonostante la secolarizzazione, le leggi, i costumi, i modi di pensare sono profondamente intrisi di valori cristiani. La maggior parte degli italiani si dichiara ancora credente, si sposa in chiesa, battezza i figli, gli fa fare cresima e comunione. La storia, la filosofia, la letteratura che studiamo a scuola non sono in buona parte neppure pensabili senza la presenza della Chiesa, dei movimenti religiosi e della fede cristiana diffusa ovunque. Per di più abbiamo in casa il papa, ai cui discorsi e viaggi i mezzi di comunicazione danno quotidianamente o quasi il massimo rilievo. E con tutto questo temiamo che la continuità del nostro patrimonio culturale dipenda dalla presenza del crocifisso sui muri dei locali pubblici? Suvvia. 

Sergio Casprini
IL PASSO CHE  LA CHIESA NON HA ANCORA FATTO 

A Firenze il 20 settembre ogni anno le associazioni ed i partiti di ispirazione laica e radicale si ritrovano a commemorare in Piazza dell’Unità la Breccia di Porta Pia, con discorsi e la deposizione di una corona d’alloro sul basamento dell’obelisco eretto in memoria delle battaglie risorgimentali per l’Indipendenza e l’Unità dell’Italia.
E ogni volta risuonano accenti anticlericali come se fossimo ancora ai tempi del sillabo e di Pio IX, quando da tempo la Chiesa di Roma ufficialmente riconosce i principi  democratici e repubblicani dello Stato Italiano e della sua Carta Costituzionale, senza alcun rimpianto per il passato potere temporale. D’altronde lo stesso Stato repubblicano, recependo in Costituzione i patti Lateranensi, al di là del giudizio storico e politico che se ne può dare, ha voluto riconoscere i valore e le radici del cristianesimo prima e del cattolicesimo poi come fattori costitutivi della storia del nostro Paese. Quindi sarebbe auspicabile che le prossime celebrazioni del 20 settembre vedessero assieme laici e cattolici in una condivisione della memoria storica che ha visto la nascita della nazione italiana.
Se dunque appare decisamente anacronistico insistere oggi su polemiche di sapore ottocentesco, non si può però non essere preoccupati per la presenza ancora pervasiva della Chiesa cattolica nella società civile, come se per essa la distinzione tra sfera religiosa e profana valesse solo nell’ambito politico e non nella dimensione sociale, investita anch’essa ormai da molto tempo dai processi di secolarizzazione.
In questo senso, la discussione e le polemiche sulla presenza dei crocifissi nelle scuole italiane e sulle benedizioni pasquali nelle aule scolastiche non sono in questo caso una riedizione delle battaglie massoniche e laiciste di due secoli fa, sono invece la riaffermazione di principi di libertà e di tolleranza per tutti, credenti o no, e pertanto il programma cavouriano Libera Chiesa in Libero Stato mantiene intatta ancora oggi la sua validità.

domenica 5 aprile 2015

SE LE CLASSI DIVENTANO UN RING LA SCUOLA VA K.O.

Un articolo su La Repubblica del 2 aprile scorso a firma Corrado Zunino (Studenti contro prof così le nostre classi diventano un ring), riferisce l’ennesimo triste repertorio di insegnanti impotenti, umiliati e non di rado spediti al pronto soccorso; di genitori prepotenti schierati a difesa dell’educazione all’incivile convivenza impartita ai propri figli; di studenti di conseguenza irresponsabili e arroganti; di risposte quasi sempre del tutto inadeguate da parte dell’istituzione scolastica.
Al di sotto della sufficienza anche la presa di posizione del Ministro Giannini, all’interno di un’intervista del giorno seguente, pur ammettendo il Ministro che “il bullismo a scuola è un fenomeno allarmante” e che “si è rotto il patto educativo tra famiglia, insegnanti e studenti”. Ma la responsabilità di cambiare rotta sembra rimandarla per intero alle famiglie e mentre chiede maggior rispetto per gli insegnanti e il loro ruolo, si guarda bene dal fare un minimo di autocritica per le disastrose scelte educative che, con qualche rara eccezione, i ministri dell’Istruzione hanno promosso o avallato negli ultimi decenni. E non sembra rendersi conto che sarebbe una sua precisa responsabilità  prendere urgenti provvedimenti per combattere un così “allarmante fenomeno”. Certo non possono esserle utili le riflessioni della preside-scrittrice Mariapia Veladiano, che in sintesi suggerisce agli insegnanti “di imparare a gestire e disinnescare la crescente aggressività altrui e propria”, ma neppure accenna a regole e sanzioni. Gioverebbe invece al Ministro un’attenta lettura del libro di Luciano Violante che abbiamo commentato nel post del 5 gennaio scorso. Scrive fra l’altro Violante: “La continua rivendicazione di diritti senza alcun riferimento ai doveri, [...] aumenta l’egoismo sociale e allenta i legami di appartenenza alla comunità civile. I diritti senza doveri trasformano i desideri in pretese”. (AR)  

Articolo Zunino  
Intervista Giannini   
Commento Veladiano 

venerdì 3 aprile 2015

LA DIDATTICA "PER COMPETENZE": FALSE PREMESSE E AUTENTICI PERICOLI.

Per i suoi fautori, con l'avvento dell'insegnamento "per competenze" si supererebbe la nociva separazione tra discipline e non ci si accontenterebbe più di "accumulare conoscenze", ma si favorirebbe la capacità "di stabilire relazioni tra di esse e con il mondo"; non solo, ma si imparerebbe ad applicare ciò che si impara, elaborando soluzioni per la vita quotidiana. Ma in questo modo dell'insegnamento "tradizionale" si fornisce una falsa rappresentazione a sostegno della necessità del cambiamento e allo stesso tempo si imbocca la strada del tutto inaccettabile dell'imposizione di una didattica di Stato, per non parlare di una visione banalmente strumentale della conoscenza. Un utile contributo alla critica di questo orientamento ministeriale si può leggere sul "Sussidiario. net". Leggi.

martedì 31 marzo 2015

UNA MAMMA SCRIVE: MIO FIGLIO HA PERSO L'ENTUSIASMO PER QUESTA SCUOLA, TROPPA TEORIA E POCA PRATICA

Pubblichiamo la bella lettera che la madre di un allievo (Luca è un nome di fantasia) ha scritto al dirigente di un istituto professionale toscano. La lettera costituisce un’altra inequivocabile conferma della necessità di rivedere urgentemente il quadro orario degli attuali istituti professionali “licealizzati”, ridando molto più spazio all’apprendimento nei laboratori e potenziando l’alternanza scuola-lavoro e l’apprendistato. 

Gentile Preside, 
scrivo questa lettera, sperando che possa porre la sua attenzione alla mia esperienza scolastica, vissuta quest’anno con mio figlio Luca, e possa apprendere veramente le difficoltà che vivono le famiglie e i propri figli in età adolescenziale, quindi già molto critica di suo. Purtroppo non tutti si nasce con la predisposizione allo studio, non siamo tutti uguali, c’è anche chi è predisposto per la pratica. Mio figlio Luca ha cominciato l’anno con molto entusiasmo, convinto della scelta scolastica che aveva fatto. Segue.

martedì 24 marzo 2015

SCUOLA E LAVORO, IL PARADOSSO DELL’ALBERGHIERO

Domenica prossima il ristorante “La Prova del 9”, espressione dell’Istituto alberghiero “Saffi”, lascerà l'attuale sede per riaprire tra circa un mese in uno spazio più grande, che richiederà, quindi, un maggior numero di collaboratori sia in sala che in cucina. Trattandosi della creazione di una scuola alberghiera, si potrebbe pensare che non ci siano problemi di sorta per assumere una ventina di ragazzi diplomati negli ultimi due-tre anni. E invece, pur cercando da mesi e pur avendo da mesi messo in bella vista sul nostro sito la richiesta, abbiamo ad oggi ottenuto a malapena tre curricula. D'altra parte, ogni anno le numerose richieste che ci pervengono dal mondo del lavoro di fornire nominativi di ragazzi da assumere nei ristoranti e nei bar restano quasi totalmente insoddisfatte. Colpa dei giovani che non hanno voglia di lavorare? In effetti, la prospettiva di un impegno serale, in particolare nel fine settimana quando gli amici escono, ha il suo peso. Ma credo che la responsabilità principale sia del nostro sistema scolastico, o meglio, del nostro sistema della formazione professionale, in particolare alberghiera, distrutta letteralmente negli ultimi decenni dai cosiddetti progressisti della pedagogia, secondo i quali la scuola deve essere quanto più possibilmente generalista. Basti pensare alla mostruosità dell'orario scolastico degli istituti alberghieri, che in prima costringe i ragazzi a misurarsi con ben sedici (avete capito bene: sedici) materie. Da un punto di vista pedagogico è un vero e proprio crimine, perpetrato nella quasi totale latitanza dello stesso mondo imprenditoriale. Il risultato è che nell'intero percorso professionale le ore di pratica sono residuali rispetto alle altre discipline, con la conseguenza che soprattutto alla fine del biennio abbiamo percentuali di bocciati indegne di un paese civile. Peraltro a ripetere o ad abbandonare la scuola a 15-16 anni spesso sono i ragazzi che hanno un vero interesse per le attività laboratoriali e pratiche. A resistere sono in gran parte gli studenti interessati ad un diploma di maturità di tipo generalista, che li destinerà verso altre professioni, ma non verso quelle per cui la società investe i suoi soldi perché vi entrino dei professionisti seri e preparati, come è avvenuto fino agli anni ottanta nella ristorazione e nell’ospitalità. Vale la pena di  ricordare che, pur essendo quella turistica una delle risorse fondamentali della nostra economia, ogni anno l'Italia continua a perdere posizioni nella classifica mondiale del settore, anche perché spesso i turisti rimangono sbalorditi dal pessimo servizio trovato in bar, ristoranti e hotel.  
Trovo assai promettente quanto contenuto nel disegno di legge governativo a proposito dell'istruzione e della formazione professionale, ma credo che questi temi debbano avere la priorità rispetto a tutto il resto del programma.
Valerio Vagnoli       (“Il Corriere Fiorentino”, 24 marzo 2015)   
In un'altra pagina dello stesso quotidiano si può leggere un servizio sul forum "Giovani, crescita e occupazione", durante il quale il governatore Rossi ha dichiarato tra l'altro che "la sinistra, per motivi ideologici, ha sempre detto che la scuola deve formare cittadini, invece deve anche formare lavoratori, non c'è da vergognarsene. È stato uno sbaglio". Si tratta di una svolta politica di notevole importanza, inimmaginabile solo qualche anno fa, quando la Toscana era in prima fila nello schieramento che si opponeva a una più precoce formazione al lavoro.

giovedì 19 marzo 2015

LO STILE EDUCATIVO PATERNO: UN RECUPERO NECESSARIO

La festa del papà può anche essere utile se induce a una riflessione sul ruolo del padre. Per esempio a partire da un bel libro del 2006, ma ancora disponibile, dello psicoterapeuta Osvaldo Poli: Cuore di papà (sottotitolo Il modo maschile di educare). Un testo importante per i genitori, ma anche per gli insegnanti e per tutti gli educatori, soprattutto in una cultura, come la nostra, maternalizzata all’eccesso, in cui cioè... Continua a leggere.

martedì 17 marzo 2015

RISPOSTA A FRANCESCO MERLO SUI DIRIGENTI SCOLASTICI

L'articolo di Francesco Merlo di sabato scorso sui maggiori poteri attribuiti ai presidi nella riforma della scuola fa pensare a certi atteggiamenti tipici di quei bulli che affrontano le vittime con il prepotente desiderio di umiliarle, per poi blandirle riconoscendo loro, alla fine, persino qualche pregio per meglio affiliarsele e renderle così succubi. Lungi da me fare il difensore d'ufficio, da preside, dei miei colleghi e di me stesso. D'altra parte, sono effettivamente indifendibili certi comportamenti truffaldini in occasione dei concorsi pubblici a dirigente scolastico. E non tutti, effettivamente, sono all'altezza del compito. Tuttavia, dell'articolo di Merlo non mi piace il superficiale tentativo di rappresentare l'intera categoria dei presidi come inadatta a gestire ora e in futuro la scuola, in quanto priva di cultura manageriale; e lo fa con toni spesso sprezzanti e caricaturali. E se un’amica preside gli confessa di essersi dovuta accontentare di tablet di terz'ordine, anziché coglierne l'ottimismo della volontà, il vero grande patrimonio del mondo scolastico con il quale si fanno spesso miracoli, Merlo lo svilisce riducendolo a macchietta, come si capisce subito dall'iniziale citazione di Totò. Se ne avesse avuto la curiosità e la volontà, avrebbe scoperto che il mestiere del preside è fatto di fatiche inaudite, che vedono gran parte di noi lavorare per 12-14 ore al giorno, mentre la domenica serve per sbrigare gli affari più delicati, quali le difese per il tribunale, le lettere di richiamo, le risposte ai genitori o agli enti locali o ancora agli organismi ministeriali, che spesso sono i primi a rendere impossibile il nostro lavoro. Lavoro che consiste nel gestire, organizzare, controllare centinaia di dipendenti, in genere un migliaio di studenti con rispettivi genitori; nel tenere i rapporti con gli enti locali, i ministeri e il mondo delle imprese; nel seguire i progetti europei e quant'altro oggi interessa la scuola, per non parlare dei problemi di comportamento che contraddistinguono molte classi, in cui si riflettono le carenze educative delle famiglie. E tocca al preside, sempre al preside, prendere contatti con i servizi sociali, con il tribunale dei minori, all'occorrenza con le forze di polizia, naturalmente facendo attenzione a non sbagliare  un nome o una virgola nelle sue relazioni, per non pagare caro, molto caro, l'errore o la svista. Merlo - e dispiace che certo giornalismo si compiaccia e si consumi quasi del tutto nell'estetica barocco-dannunziana della scrittura - non si preoccupa di sapere che un gran numero di presidi deve gestire anche due scuole con numerosi plessi e con problemi resi ancora più gravi proprio dal non avere da anni, queste scuole, un loro dirigente di ruolo. E dall'amica dirigente il giornalista avrebbe potuto sapere che molti miei colleghi si trovano a gestire e ad essere responsabili in solido di milioni di euro, di migliaia di circolari, di migliaia di voti e di centinaia di scrutini. Se molti presidi riescono a venire a capo di tutto questo, si può sostenere che non abbiano nessuna capacità “manageriale”? E un bravo giornalista dovrebbe pur dire che stipendi così bassi, con responsabilità così elevate e da veri manager, sono indecorosi, soprattutto se paragonati a quelli di altri funzionari e dirigenti pubblici, che con minor responsabilità e molte meno incombenze, guadagnano molto, ma molto di più di un qualsiasi dirigente scolastico.
Valerio Vagnoli

mercoledì 11 marzo 2015

FARAONE SULLE OCCUPAZIONI? È STATO EQUIVOCATO...

Come recita un noto detto, l’ipocrisia è l’omaggio che la menzogna rende alla verità. Poco altro c’è da aggiungere sulla risposta data dalla sottosegretaria ai Beni culturali Francesca Barracciu (perché lei?) a un’interrogazione sull’elogio delle occupazioni del sottosegretario Faraone. Leggi il testo della risposta.

sabato 28 febbraio 2015

RELAZIONE INTRODUTTIVA ALL'INCONTRO-DIBATTITO "UNIFICARE ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE?"

Si è tenuto ieri pomeriggio a Firenze l’incontro-dibattito Unificare l’istruzione e la formazione professionale?, a cui hanno partecipato, oltre al relatore principale, il professor Michele Pellerey, il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi e l’assessore regionale all’istruzione e alla formazione Emmanuele Bobbio, tutte e due autori di ampi interventi. Pubblichiamo la relazione introduttiva di Valerio Vagnoli, membro del Gruppo di Firenze e dirigente dell’Istituto Alberghiero “Aurelio Saffi”. Leggi.

venerdì 27 febbraio 2015

LA L.I.P. SULLA SCUOLA E L’IMPUNITÀ AGLI STUDENTI SCORRETTI

Nei commenti al post precedente già si è discusso di una proposta di Legge di Iniziativa Popolare (L.I.P.) sulla scuola, che recupera in chiave antigovernativa un progetto del 2006 di ReteScuole, sostenuto allora da Rifondazione Comunista. Su temi fondamentali come l’obbligo scolastico, il primo biennio delle superiori, la formazione professionale, l’alternanza scuola-lavoro, gli organi collegiali (solo per citare i più importanti), si tratta di un compendio di quello che riteniamo – in base all’esperienza – più deleterio per la scuola. C’è però un comma dell’articolo 17 che ben sintetizza il nucleo della filosofia alla base del progetto:
“La non ammissione alla classe successiva non può essere determinata da motivi comportamentali”.
Non si vuole liquidare, quindi, solo il 5 in condotta introdotto dalla Gelmini, ma persino le precedenti modifiche di Fioroni allo Statuto degli studenti, che prevedevano l’esclusione dagli scrutini “nei casi di recidiva, di atti di violenza grave, o comunque connotati da una particolare gravità tale da ingenerare un elevato allarme sociale”. Siamo quindi nel cuore di quella pedagogia che da un lato pretende di risolvere con il convincimento e con il dialogo qualsiasi conflitto, dall’altro toglie ogni responsabilità agli allievi, in base all’assunto che, se qualcuno si comporta male, ciò è dovuto in toto all’inadeguatezza dei docenti. Cambiamo la didattica e i problemi spariranno come d’incanto. Tanto è vero che il comma già citato prosegue dicendo che l’eventuale non ammissione alla classe successiva (dovuta allo scarso profitto) “deve essere accompagnata da precise indicazioni progettuali, atte a garantire all’alunno o alunna il raggiungimento nell’anno successivo degli obiettivi prefissati”. Non “favorire”, quindi, ma proprio “garantire”. Ha ragione quindi Scotto di Luzio quando sostiene che dalla riflessione pedagogica ministeriale – come da quella di certi colleghi – è sparito da tempo il tema della volontà e delle sue manifestazioni esteriori, come l’applicazione, la costanza, la diligenza. “L’esito è concepito non come il risultato da conseguire, e dunque sempre incerto, dell’impegno di un individuo in carne e ossa, ma come lo sbocco prevedibile di un sistema ben congegnato[1].
Resta da chiedersi (retoricamente) se un ragazzo sistematicamente deresponsabilizzato nella fase della crescita potrà mai diventare un cittadino responsabile. Se avrà assorbito bene la lezione che gli è stata impartita, potrà diventare un perpetuo adolescente protestatario, sempre pronto a dare la colpa agli altri e alla società; e farà molta fatica  a trovare in se stesso la capacità di reagire alle difficoltà e a far tesoro dei propri errori per cambiare strada. (GR)

[1] Adolfo Scotto di Luzio, La scuola che vorrei, Bruno Mondadori, p. 108

venerdì 13 febbraio 2015

INCONTRO-DIBATTITO A FIRENZE: UNIFICARE ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE?

Istituti professionali "licealizzati", con laboratori sottoutilizzati e altissime percentuali di insuccesso scolastico; formazione professionale praticamente assente in molte regioni; esperienze sul campo del tutto insufficienti a integrare la preparazione teorica. A grandi linee, questo il quadro attuale dell'istruzione e della formazione professionale. Ma ha ancora senso questa netta distinzione? O non conviene progettare una loro graduale unificazione?
Mentre il governo mette a punto il progetto della "Buona scuola" sui temi dell'alternanza scuola lavoro, dell'apprendistato, dell'imprenditoria scolastica a scopo didattico, della valorizzazione dei mestieri d'arte, il convegno si propone di fare il punto della situazione. Lo faremo con l'aiuto del professor Michele Pellerey, che ha avuto un ruolo di primo piano nella riforma trentina del settore professionale, del sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi e dell'assessore all'Istruzione della Regione Toscana Emmanuele Bobbio. Dirigenti e insegnanti potranno portare il contributo della loro esperienza per rivalutare questo settore strategico della scuola italiana.

giovedì 5 febbraio 2015

I PRESIDI FIORENTINI DIVISI SULLE ISPEZIONI ANTIDROGA: C’È CHI LE RIFIUTA, MA ANCHE CHI LE CHIEDE

Nei giorni scorsi ha fatto discutere il rifiuto che un dirigente scolastico ha opposto alle ispezioni antidroga della polizia in corso nelle scuole, con l’aiuto di cani appositamente addestrati. La decisione è stata spiegata con il rischio che i ragazzi vengano spaventati e umiliati, ma anche con l’opportunità che il problema venga affrontato con il dialogo e la disponibilità all’aiuto. Oggi invece ha largo spazio nelle cronache di Firenze la notizia che un preside non solo ha chiesto lui stesso un’ispezione, ma ha poi scritto una lettera ai genitori spiegando i motivi della sua iniziativa.  
La lettera ai genitori.

sabato 31 gennaio 2015

LA SCUOLA VA MALE PERCHÉ I DOCENTI HANNO IN MEDIA 53 ANNI? UNA LETTERA AL DIRETTORE DEL “CORRIERE”

Qualche giorno fa Gian Antonio Stella ha commentato con abbondanza di confronti internazionali i dati sull’età media elevata degli insegnanti italiani. Il problema non è nuovo e risaputa ne è la causa fondamentale: i numerosi aumenti dell’età pensionabile degli ultimi vent’anni. Continua.

UN PRESIDE DICE NO ALLE ISPEZIONI ANTIDROGA: “NON UMILIARE GLI STUDENTI”

Nei giorni scorsi ha fatto notizia nelle cronache fiorentine dei quotidiani il rifiuto opposto dal dirigente scolastico di un istituto tecnico a un’ispezione antidroga della polizia. “Un ragazzo che fa uso di stupefacenti – ha argomentato – è una persona con cui mi devo confrontare, che va innanzitutto aiutata, eventualmente punita, ma non umiliata davanti ai compagni”. E ha aggiunto: “Occorre smetterla con gli atteggiamenti buonisti, ma anche evitare di trasformare le scuole in un carcere”. Valerio Vagnoli gli ha risposto sottolineando invece che i controlli della polizia nelle scuole fiorentine, in alcune delle quali sono state trovate dosi nascoste di hashish, costituiscono “un deterrente e un messaggio chiaro degli adulti ai giovani”. 
Il servizio del "Corriere Fiorentino".
La risposta di Valerio Vagnoli.

lunedì 26 gennaio 2015

DOMANDE DEI DIRIGENTI A FARAONE: MA LA RISPOSTA È NEL VENTO...

Venerdì scorso una trentina di dirigenti scolastici hanno avuto l'occasione d'incontrare in una scuola pratese l'on Faraone, colui che in realtà, pur senza averne per ora l'incarico, è  di fatto l'attuale facente funzioni di ministro dell'istruzione.
Malgrado l'incontro fosse aperto a tutti i dirigenti toscani, ed in particolare a quelli delle provincie di Prato, Firenze e Pistoia, la presenza è risultata molto scarsa; forse perché sono tante, e a ragione, le loro rivendicazioni, dato che per moltissimi aspetti vivono condizioni lavorative, stipendiali e umane insostenibili.
Con il mio intervento mi sono permesso di informare direttamente il sottosegretario-ministro di quanto avessi trovato gravi e poco responsabili alcune sue dichiarazioni in merito alla “valorizzazione” degli studenti che occupano le scuole, in quanto, secondo lui, queste esperienze rappresentano a volte momenti di formazione più stimolanti e ricche  delle stesse lezioni. Ultimamente lo stesso sottosegretario ha addirittura annunciato che un rappresentante degli studenti farà parte della commissione a cui spetta decidere sull’ immissione in ruolo dei neo-docenti alla fine dell'anno di prova.
Ho fatto inoltre presente che in via di principio non sono contrario a un questionario di fine anno, com'egli stesso propone, che permetta ai ragazzi di esprimersi sul lavoro fatto dai loro docenti. Occorre tuttavia inserire proposte del genere in un contesto molto più articolato, specificandone le finalità e i limiti. Insomma, occorre evitare che debbano essere interpretate come strumenti di controllo del lavoro dei docenti anziché un’occasione di confronto reciproco di fine anno che serva a migliorare il futuro rapporto didattico. Senza queste premesse c'è il timore che questi provvedimenti possano incoraggiare nei ragazzi un atteggiamento di contrapposizione: da una parte una classe docente refrattaria ai cambiamenti, dall'altra gli allievi, vittime di un sistema scolastico  e di insegnanti inadeguati.
Faraone, nella sua risposta agli interventi, ha fatto solo un breve riferimento alla mia critica della sua sciagurata considerazione sulle occupazioni, ignorando quant'altro avevo detto nel mio intervento. Lo ha fatto con una certa aria di sufficienza e con l'invito a leggermi tutto l'articolo in cui si era lasciato andare a queste riflessioni, compresa la parte finale in cui si esaltava anche il ruolo delle autogestioni.
Nessun dialogo serio, dunque, ma la risposta sfuggente di un politico che si sa muovere tra slogan e provocazioni ad effetto in grado di colpire l’opinione pubblica, di far parlare di sé, di raccogliere facili consensi. È di questo che hanno bisogno i giovani? (VV)

mercoledì 21 gennaio 2015

LA DERIVA DEMAGOGICA NEL GOVERNO DELLA SCUOLA. DOPO LA LODE DELLE OCCUPAZIONI, FARAONE INSEDIA GLI STUDENTI NEI NUCLEI DI VALUTAZIONE

Il sottosegretario Faraone si muove da tempo come ministro de facto, e purtroppo lo fa doppiando in demagogia  i predecessori, che pure si erano distinti per ricerca della popolarità a buon mercato. La notizia è che dal prossimo anno scolastico gli studenti compileranno un questionario in cui, stando alle anticipazioni di “Repubblica”, diranno la loro sulla puntualità dei docenti, sulla loro capacità espositiva e sull’efficacia dell’insegnamento. È anche possibile che sia contemplata una voce “suggerimenti”. Nel secondo ciclo, inoltre, uno studente eletto verrà inserito nel nucleo di valutazione interno, con diritto di voto nel caso della valutazione alla fine dell’anno di prova (non previsto invece per gli aumenti premiali di stipendio). Che nella valutazione della scuola e dei docenti i pareri degli allievi possano essere uno degli elementi da prendere in considerazione, anche se con le dovute cautele e purché vengano espressi su aspetti che sono in grado di apprezzare, lo abbiamo sempre affermato. Qui però siamo di fronte a un’operazione inquinata dalla demagogia sia nei contenuti, sia nei modi con cui è presentata. Una cosa infatti è ascoltare anche gli studenti, altro è chiamarli a far parte di un organismo tecnico-professionale quale il nucleo di valutazione, in quanto ovviamente privi della necessaria preparazione per assolvere un compito tanto delicato; e peraltro già si tratterebbe, anche senza questa enormità, di un organismo esclusivamente interno che fa disinvoltamente a meno dell’apporto fondamentale di un servizio ispettivo adeguato. Quanto alle tre questioni indicate nel questionario, passi per la puntualità (che comunque dovrebbe essere controllata dal dirigente e dai suoi collaboratori) e per la chiarezza espositiva; ma l’efficacia didattica, che è argomento complesso, non è certo tema da porre a uno studente, potenzialmente interessato a scaricare sui docenti i suoi ritardi nell’apprendimento.Sui possibili "suggerimenti" ai propri insegnanti meglio sorvolare...
Neppure accettabili sono le motivazioni e i toni con cui il sottosegretario giustifica la novità. Dopo il panegirico degli occupanti di qualche tempo fa, dichiara infatti : “Abbiamo deciso di chiudere la fase del paternalismo dei benpensanti e mettere i giovani davvero al centro della scuola, la loro partecipazione alle decisioni che li riguardano deve diventare strutturale”. Forse Faraone considera paternalistico vedere i ragazzi come persone in via di formazione, che non  si possono mettere sullo stesso piano dei docenti e del dirigente di una scuola. Come mai allora non sono i malati a valutare i medici, né gli imputati i giudici? Forse è quello che ha visto (o ha voluto vedere) nelle scuole che lo ha convinto: “Negli studenti che ho incontrato ho visto la classe dirigente di domani: ragazzi con le idee chiare, di prospettiva, pragmatici e determinati. Non sono minus habens, non sono immaturi. E a scuola si decide della loro vita”. Di fronte a una retorica del genere, che fa da base, con qualche supponenza, alle riforme annunciate, anche per i più allergici alla dietrologia è impossibile non pensare che si tratti soprattutto di recuperare al governo il consenso di quei giovani che ne dicevano peste e corna nelle mobilitazioni autunnali contro la “Buona Scuola” (in cui tra l’altro non c’era traccia di studenti valutatori e neppure nel questionario on line). Guarda caso il giorno dopo “La Repubblica” titola: Gli studenti applaudono Faraone: dateci potere. E c’è da temere che ben presto si cominci a parlare di voto ai sedicenni. (GR)

venerdì 9 gennaio 2015

LA RESPONSABILITÀ VERSO IL MONDO: LE RADICI DELL’EDUCAZIONE SECONDO HANNAH ARENDT

“I genitori non si limitano a chiamare i figli alla vita facendoli nascere, ma allo stesso tempo li introducono in un mondo. Con l’educazione si assumono la responsabilità nei due ambiti, a livello dell’esistenza e della crescita del bambino e a livello della continuazione del mondo. […] La responsabilità della crescita del bambino è in certo senso contraria al mondo: il bambino deve essere protetto con cure speciali, perché non lo tocchi nessuna delle facoltà distruttive del mondo. Ma anche il mondo deve essere protetto per non essere devastato e distrutto dall’ondata di novità che esplode con ogni nuova generazione”[1]. Anche negli anni ’50 in cui furono scritte queste riflessioni ci voleva la mente libera di Hanna Arendt per ricordarci senza perifrasi e addolcimenti che l’educazione, oggi identificata quasi senza residui con le esigenze di ogni singolo nuovo individuo, serve anche a tutelare il mondo in cui viviamo. Questa capacità di rendere evidente la pura e semplice verità ricorda il bambino a cui Andersen fa esclamare che l’imperatore è nudo. Solo che lì gli spettatori vedevano bene che il sovrano non aveva niente addosso anche se temevano di parlare, mentre oggi sembra che la fascinazione esercitata da quel “bene scarso” che sono diventati i bambini, unita all’influenza delle teorie pedagogiche puerocentriche che hanno disorientato gli educatori, faccia sì che l’importanza di crescere degli individui responsabili verso quello che li circonda sia quasi sparita, se non nella teoria, almeno nella pratica. In altre parole si parla volentieri di legalità, di ambiente, di beni comuni, ma si dimentica che solo un costante allenamento al rispetto delle regole e degli altri può trasformare i piccoli umani naturalmente egocentrici in giovani adulti maturi. Ed è la scuola, aggiunge la Arendt, “l’istituzione che abbiamo inserito tra l’ambiente privato, domestico, e il mondo, con lo scopo di permettere il passaggio dalla famiglia alla società. La frequenza scolastica non è richiesta dalla famiglia, ma dallo Stato, ossia dal mondo pubblico; quindi, rispetto al bambino, la scuola rappresenta il mondo anche senza esserlo di fatto”[2]. Ma quanto l’istituzione scuola abbia difficoltà a sentirsi responsabile nei confronti del “mondo”, o almeno della collettività, lo dice la sparizione della parola “doveri” (e di quanto essa evoca) nella riflessione pedagogica, nelle norme e nelle circolari ministeriali, nelle allocuzioni agli studenti del ministro di turno, nei programmi scolastici, nei temi, nelle prove d’esame e, last but not least, nella stessa formazione iniziale e nei corsi di aggiornamento dei docenti, oltretutto privi, come categoria, di uno straccio di codice etico-deontologico. Per di più, tutti i momenti in cui, come docenti e dirigenti, ci dovremmo ricordare di assolvere a un mandato sociale (e penso soprattutto alla valutazione del profitto e a quella del comportamento) troppo spesso li viviamo come se riguardassero solo noi e l’allievo in questione, quindi con un riflesso di tipo genitoriale che esclude dal nostro campo visivo sia ogni preoccupazione di equità rispetto agli altri allievi, sia l’obbligo di certificare per conto della società gli effettivi livelli di apprendimento, pur tenendo conto dei margini di discrezionalità impliciti nel ruolo. La scuola, dunque, non può essere soltanto un servizio individuale all’utente, ma, almeno altrettanto, un’istituzione pubblica al servizio della società e del suo futuro. Infatti, “l’educazione è il momento che decide se noi amiamo abbastanza il mondo da assumercene la responsabilità e salvarlo così dalla rovina, che è inevitabile senza il rinnovamento, senza l’arrivo di esseri nuovi, di giovani. Nell’educazione si decide anche se noi amiamo tanto i nostri figli da non estrometterli dal nostro mondo lasciandoli in balìa di se stessi”[3]. (GR)


[1] Hannah Arendt, La crisi dell’istruzione in Tra passato e futuro, Vallecchi, 1970, p. 202.
[2] Ibidem, p. 204.
[3] Ibidem, p. 213.