venerdì 5 luglio 2024

5 PROPOSTE A VALDITARA PER DIFENDERE LA STORIA DALL’OBLIO

Nel suo bel libro Fatica sprecata sulla crisi della scuola il sociologo inglese Frank Furedi riflette sul crescente prestigio del “nuovo” nelle società occidentali. In modo più vistoso nel continuo rinnovamento dei prodotti reclamizzati, ma anche in altri campi, come quello della politica e, non ultimo, in quello dell’istruzione. Scrive Furedi: «L’impulso ad affrancare l’istruzione dal passato nasce dal pregiudizio che le idee non attuali siano, per definizione, superate e irrilevanti». Ovviamente, chiarisce l’autore, non si tratta di incoraggiare l’accettazione acritica di ciò che una generazione trasmette alla successiva, ma di riconoscere la necessità di fornire ai giovani gli strumenti per comprendere il mondo. È solo in relazione a una realtà che riescono a capire che i nuovi venuti possono trovare le idee e la forza per migliorarla.

Questo implica la necessità di impegnarsi per la preservazione del passato, sulla cui importanza Hanna Arendt come al solito si esprime senza aver paura delle parole: «Non vorrei essere fraintesa: secondo me il conservatorismo, o meglio ‘il conservare’, è parte essenziale dell’attività educativa».

Di questa sorta di “idolatria del nuovo” è inevitabile che lo studio della storia sia la prima vittima. E per superare il disinteresse di una parte degli studenti ci si propone naturalmente di diffondere una “nuova” didattica. Che però ha dei contorni piuttosto nebulosi, dato che sarebbe centrata, invece che sul “nozionismo”, sulle cosiddette competenze. Le quali, trasportate dall’ambito del saper fare a quello del sapere, spesso non si capisce più in cosa consistano. In realtà il buon insegnamento della storia non ha mai favorito il pappagalismo acritico che gli viene imputato dai novatori. È stato anzi un potente e spesso affascinante strumento di educazione intellettuale e di apertura mentale, che difficilmente può fare a meno dell’ascolto di maestri colti e appassionati.

Purtroppo, dell’attuale conoscenza della storia da parte dei giovani non si occupano né l’Ocse, né l’Invalsi. Non abbiamo quindi basi “scientifiche” per misurare l’entità del problema. Tuttavia, qualche indagine in ambito universitario e le numerose testimonianze dei docenti, oltre al declino della preparazione in tutte le materie, indicano una situazione di cui preoccuparsi, ma soprattutto di cui occuparsi con misure concrete. Con questo intento, nei giorni scorsi è stata diffusa una lettera aperta al Ministro Valditara, promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità e dal Comitato Fiorentino per il Risorgimento, in cui 127 firmatari, quasi tutti docenti nella scuola e nell’università, con una folta presenza di storici e insegnanti di storia, avanzano cinque proposte.

La prima è quella di “inserire dal prossimo anno una prova scritta obbligatoria di storia nell’esame di maturità di tutti gli indirizzi di studio” e in quello al termine del primo ciclo. La presenza di questa prova darebbe anche simbolicamente maggiore importanza alla Storia e rafforzerebbe l’impegno degli allievi nello studiarla.

Viene poi chiesto il ripristino della scansione cosiddetta “a spirale” dello studio della storia, con la ripetizione per tre volte del percorso dalla preistoria ai nostri giorni. Questo consentirebbe agli allievi della scuola primaria di avere una prima conoscenza dell’età contemporanea e di tornare in seguito in modo più approfondito sugli argomenti già incontrati. In sostanza si tratterebbe di ripristinare la situazione precedente alla riforma Moratti del 2004, che spalmò il percorso dalla preistoria fino al novecento sugli otto anni del primo ciclo (primaria più secondaria di primo grado). A questo si è aggiunta una generalizzata riduzione del numero di ore dedicate alla materia nella scuola media e nelle superiori, che invece la lettera aperta ritiene indispensabile ripristinare. Già nel 2017 Mariangela Caprara scrisse sul “Mulino”: «Questi ordinamenti hanno portato a una vera e propria dealfabetizzazione storica della popolazione scolastica». La quale, tra l’altro, espone inevitabilmente i giovani a prendere posizioni politiche prive dei necessari presupposti culturali. Come ripete un programma radiofonico che si occupa di politica internazionale, «ognuno ha diritto ad avere le sue opinioni, ma anche il dovere di avercele informate».

I firmatari del documento chiedono poi di «mettere a disposizione degli insegnanti, in accordo col servizio pubblico radiotelevisivo, un catalogo ragionato dei documentari, dei programmi e dei film di argomento storico utili come sussidi didattici». Alcuni argomenti in particolare si possono giovare di una notevole scelta di audiovisivi. Penso in particolare alla Shoah e a bellissimi film come Arrivederci ragazzi, Jona che visse nella balena e La lista di Schindler; o all’efficace film La Rivoluzione francese che uscì nel 1989 per il bicentenario di quella svolta storica. Naturalmente film e documentari non devono sostituire la didattica vera e propria; sono anzi utili come complementi se utilizzati dopo che l’argomento è stato sufficientemente compreso e assimilato.

Di particolare rilievo, infine, l’ultima richiesta, quella di “istituire rilevazioni periodiche per verificare le conoscenze storiche degli studenti nei vari ordini di scuola” (si parla di proposito di “conoscenze” invece che di “competenze”). Una caratteristica ricorrente della scuola italiana (e frequente anche nel “sistema Italia”) è l’allergia ai controlli e alle verifiche. Da sette anni, per esempio, si sta sperimentando in alcune scuole superiori la durata quadriennale dei loro corsi, ma sui risultati si sa poco o nulla, a parte il fatto, poco incoraggiante, che numerosi istituti inizialmente aderenti non hanno rinnovato la loro disponibilità. Meno che mai si indaga sul numero dei docenti non all’altezza dei loro compiti sul piano didattico o su quello della correttezza professionale. Una minoranza, certo, ma che non solo danneggia gli studenti, ma pregiudica anche la credibilità della scuola italiana. E così su tutti gli aspetti dell’istruzione pubblica. Solo la preparazione in matematica e la comprensione del testo in italiano (più qualche domanda di grammatica) sono oggetto delle discusse prove Invalsi, che fortunatamente non hanno dato luogo come si temeva al “teaching to the test”, cioè al riorientamento della didattica in funzione delle risposte ai questionari. Sarebbe del resto poco utile accogliere le proposte della Lettera aperta senza poi verificare se abbiano avuto effetto.

 Giorgio Ragazzini

mercoledì 26 giugno 2024

LETTERA APERTA AL MINISTRO VALDITARA: TROPPI STUDENTI NON CONOSCONO LA STORIA

Gentile Ministro Valditara,

le rilevazioni nazionali e internazionali sugli apprendimenti scolastici non hanno mai preso in considerazione la storia, ma diverse indagini nelle scuole superiori e fra gli studenti universitari, insieme alle numerose testimonianze dei docenti, evidenziano una situazione preoccupante, con lacune anche clamorose nella conoscenza degli eventi storici e nella loro collocazione cronologica e geografica.

Eppure, nessuna materia come “la scienza degli uomini nel tempo”, come l’ha definita lo storico Marc Bloch, è necessaria per far conoscere ai futuri cittadini come e perché è cambiato il nostro mondo attraverso i millenni, così da comprendere la realtà in cui viviamo oggi.

È quindi nell’interesse della stessa democrazia che la scuola dia più importanza allo studio della storia. A questo scopo, ci permettiamo di avanzare le seguenti proposte:

__inserire dal prossimo anno una prova scritta obbligatoria di storia nell’esame di maturità di tutti gli indirizzi di studio. Una decisione che restituirebbe anche simbolicamente rilievo a questa disciplina e indurrebbe gli studenti a studiarla con più impegno. Anche nell’esame di Stato al termine del primo ciclo sarebbe utile una verifica scritta di storia.

__ripristinare la scansione «a spirale» dello studio di questa materia, con la ripetizione per tre volte del percorso dalla preistoria ai nostri giorni. Questo consentirebbe agli allievi della scuola primaria di avere una prima conoscenza dell’età contemporanea e di tornare successivamente in modo più approfondito sugli argomenti già incontrati. 

__aumentare le ore di storia in modo da tornare al numero precedente alla riduzione operata in passato.

__mettere a disposizione degli insegnanti, in accordo col servizio pubblico radiotelevisivo, un catalogo ragionato dei documentari, dei programmi e dei film di argomento storico utili come sussidi didattici.

__istituire rilevazioni periodiche per verificare le conoscenze storiche degli studenti nei vari ordini di scuola.

Firmato:

Simonetta Soldani, Professore ordinario in pensione di Storia contemporanea, Firenze

Agostino Giovagnoli, Professore emerito di Storia Contemporanea, Università Cattolica

Francesco Barbagallo, Docente emerito di Storia contemporanea, Università Federico II di Napoli

Zeffiro Ciuffoletti, Docente di Storia Contemporanea e del Risorgimento all’Università di Firenze

Michele Zappella, già Docente di Neuropsichiatra infantile, Università di Siena

Alessandro Pagnini, già Professore Associato di Storia della Filosofia contemporanea, Università di Firenze

Fulco Lanchester, Docente di Diritto costituzionale comparato, Università La Sapienza, Roma

Carlo Fusaro, Docente di Diritto Costituzionale e Parlamentare, Università di Firenze

Lucio Russo, Docente di Calcolo delle probabilità e Storia della Scienza, Università di Tor Vergata, Roma

Fausta Garavini, Ordinaria (in pensione) di Letteratura Francese, Università di Firenze

Francesco Caglioti, ordinario di Storia dell’arte medievale, Scuola Normale Superiore di Pisa

Giovanni Cipriani, Professore di Storia Moderna nell’Università di Firenze

Marcello Verga, Professore emerito di Storia Moderna, Università di Firenze

Giulia Calvi, Ordinaria di Storia moderna, Università di Siena

Fabio Bertini, Docente di Storia contemporanea nell’Università di Firenze

Carlotta Sorba, Professore Ordinario di Storia Contemporanea, Università di Padova

Diego Quaglioni, Professore ordinario di Storia del diritto medievale e moderno, Università di Trento

Danilo Breschi, Docente di Storia del Pensiero Politico, Università degli Studi Internazionali di Roma

Ermanno Taviani, Professore di Storia contemporanea, Università di Catania

Stefano Bottoni, professore associato di Storia dell’Europa Orientale, Università di Firenze

Fiorenza Taricone, Ordinaria di Storia delle dottrine politiche, Università di Cassino e del Lazio Meridionale  

Francesco Mineccia, già ordinario di Storia moderna e Metodologia della ricerca storica, Università del Salento

Maria Intrieri, Professore associato di Storia greca, Università della Calabria

Matteo Luigi Napolitano, Docente di Storia delle relazioni internazionai, Università del Molise

Roberto Sammartano, Professore Associato di Storia Greca, Università di Palermo

Sandro Carocci, Ordinario di Storia medievale, Roma Tor Vergata

Sandro Rogari, già ordinario di Storia contemporanea, Università di Firenze

Virgilio Costa, professore ordinario di Storia greca, Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Alba Lazzaretto, Studiosa senior di Storia contemporanea, Università di Padova

Alessandra Campagnano, già insegnante di Italiano e Storia nelle scuole superiori, Firenze

Adalberto Scarlino, già insegnante di Italiano e Storia nelle scuole superiori, Firenze

Valerio Vagnoli, già docente di Italiano e Storia e Dirigente scolastico

Maria Olivia Pallucco, Docente di Storia e Filosofia

Marco Radaelli, Docente di Storia e Filosofia nelle scuole superiori

Maria Giovanna Biga, già Ordinario di Storia del Vicino Oriente antico, Università La Sapienza, Roma

Daniela Manetti, docente di Storia Economica, Università di Pisa 

Piero Morpurgo, Docente di Italiano e Storia nelle scuole superiori

Paola Dotto, Docente di filosofia e storia in Istituto di scuola secondaria di secondo grado

Gianpaolo Virone, Docente di Storia e Filosofia, Liceo Copernico, Prato

Monica Cerroni, Docente di Storia (Geostoria) Italiano e Latino Liceo Plinio Seniore, Roma

Claudio Natoli, già Ordinario di Storia contemporanea, Università di Cagliari

Fabrizio Papini, Docente di Italiano e Storia, Istituto Tecnico Peano, Firenze

Paolo Mencarelli, docente di Filosofia e Storia Liceo classico Galileo (Firenze)

Marco Radaelli, Docente di Storia e Filosofia nelle scuole superiori

Arnaldo Marcone, Professore ordinario di Storia Romana, Università Roma Tre 

Nicola Cusumano, ordinario di Storia greca, Università di Palermo

Andrea Giuntini, Dipartimento di economia università di Modena

Andrea Peru, Professore associato di psicologia generale, Università di Firenze

Renzo Guardenti, Professore di Storia del teatro e dello spettacolo, Università degli Studi di Firenze

Chiara Bertoglio, Dottore di ricerca in musicologia e docente presso il Conservatorio Ghedini di Cuneo

Giovanni Cordini, Docente emerito di diritto pubblico comparato e di diritto amministrativo comparato, Università di Pavia

Giovanni Manetti, Docente di Semiotica e di Filosofia e teoria dei Linguaggi, Università di Siena

Luca Loschiavo, Ordinario di Storia del diritto medievale e moderno, Università di Teramo

Loretta De Franceschi, Docente di Archivistica, Bibliografia e Biblioteconomia, Università di Urbino

Marcello Frixione, Professore di filosofia del linguaggio, Università di Genova

Maria Gabriella Esposito, Docente di Filosofia del diritto e Teoria generale del diritto, Università di Teramo

Marinella Pigozzi, Professore di Storia della critica d'arte e di Museologia e collezionismo, Università degli Studi di Bologna

Maurizio Manzin, Ordinario di Filosofia del diritto, Università di Trento

Paolo Fedeli, Emerito di Letteratura latina, Università di Bari

Patrizia Serafin, già Ordinario di Numismatica, Università di Roma Tor Vergata

Gigliola Mariani Sacerdoti, Ordinaria Linguistica inglese Dipartimento Scienze politiche Firenze

Roberto Tripodi, vicepresidente dell'Università Europea del Tempo Libero, Palermo

Giovanni Falaschi, già Ordinario di Letteratura Italiana all'Università degli Studi di Perugia

Claudio Paterna, giornalista e antropologo, Palermo

Ottavio Giorgio Maria Ottaviano, Docente di Scienze nelle scuole superiori

Daniela Manetti, Professoressa di Filologia classica, Università di Firenze

Luigi Alfieri, già Professore Ordinario di Filosofia Politica, Università Carlo Bo, Urbino

Silvio Riondato, già ordinario di diritto penale nell'Università degli Studi di Padova

Marco Panti, già Dirigente scolastico e pubblicista, Firenze

Ida Rampolla del Tindaro – Presidente Biblioteca Lancia di Brolo – Polizzi (Palermo)

Domenico Lentini, Souvenir Napoleonien - Delegazione Toscana

Maria Andreina Parogni, Docente di Lettere nella scuola media

Rosa Maria Corradi, Docente nel Liceo Virgilio di Roma

Guido Vannini, già Ordinario di Archeologia medioevale, Università di Firenze

Chiaramonte Giusi, insegnante di Filosofia e Storia, Liceo Copernico, Prato

Isabella Sesti, medico pediatra, Firenze

Maria Antonietta Gargiulo, insegnante in pensione, Scuola Secondaria di primo grado

Laudadio Valter, Dirigente scolastico in pensione

Emilio Termanini, Docente di Disegno tecnico nelle scuole superiori

Rosario Blasi, docente di scuola media

Anna Lucia Valvo, Docente di Diritto dell’Unione Europea, Università di Catania

Concetto Del Popolo, Docente di Filologia italiana, Università di Torino

Enrico Baccani - Ex Funzionario pubblico  

Maria Grazia Fabi, Docente di Scienze nel liceo scientifico, Urbino

Pier Andrea Mandò, Professore emerito di Fisica Applicata, Università di Firenze 

Paolo Collini, Docente di Lettere e Dirigente scolastico in pensione

Enzo Di Nuoscio, professore ordinario di Filosofia della scienza, Università del Molise 

Patrizia Ragazzini, già Dirigente del Dipartimento Bilancio e Finanze della Regione Toscana

Nicola Cucuzza, professore di Archeologia egea, Università di Genova

Clara Domenici, Firenze, già docente di Lettere italiane e Storia negli Istituti Tecnici

Marco Pesola, già Dirigente scolastico e consigliere Nazionale UCIIM

Maria Gabriella Esposito, Docente di Filosofia del diritto e Teoria generale del diritto, Università di Teramo

Marcella Frangipane, Docente ordinaria di Preistoria e Protostoria del Vicino e Medio Oriente, Università La Sapienza, Roma

Fulvio Cervini, Professore ordinario di Storia dell'Arte Medievale, Università di Firenze

Arnaldo Marcone, Professore ordinario di Storia Romana, Università Roma Tre 

Fabio Barina, Docente di Lettere Istituto superioe Dante Alighieri, Venezia

Elisabetta Tenducci, Docente di Storia dell'arte, Liceo Classico e Musicale Dante, Firenze

Caterina Diemoz, Docente di Liceo in materie letterarie

Giuliana Mannarelli, docente di lingua e letteratura francese in pensione

Clara Leri, Docente di Letteratura italiana, Dipartimento di Studi Umanistici, Università di Torino

Alessandra Calanchi, Docente di Lingue e letterature angloamericane, Università di Urbino

Luigi Battista Pansino, Dirigente scolastico Scuole Superiori in pensione

Giandomenico Zanderigo Rosolo, insegnante nella Scuola Media

Massimo Ragazzini, già dirigente d’azienda, Laureato in Scienze politiche e in Scienze storiche

Eva Bovolenta, già Dirigente bancaria

Teresa Pasqui, già docente di Arte della moda, del costume e del tessuto, Liceo Artistico, Firenze

Giuseppe Scaraffia, Ricercatore in pensione

Simonetta Vercelli, Docente di Italiano e Latino, Liceo Scientifico “Leonardo Cocito”, Alba (CN)

Valter Sergo, Pro Rettore Vicario, Università degli Studi di Trieste

Giovanni Baldrati, docente di Matematica e Fisica in pensione

Nicoletta Latrofa, docente nei Licei e Dirigente scolastica, Cecina

Roberto Tripodi, vicepresidente dell'Università Europea del Tempo Libero, Palermo

Federico Buratti, già Insegnante di Elettronica negli Istituti superiori

Laura Lucchesi, già curatrice dei Musei Civici e degli Archivi del Comune di Firenze

Elisabetta Cipriani, Docente di Lettere, Scuola Secondaria 1° Grado Sestini, Agliana (Pistoia)

Davide Pozzi Sacchi, Docente di lettere, Santa Sofia (Forlì-Cesena)

Stefano Di Brazzano, Insegnante di latino e greco, Liceo classico "Petrarca" di Trieste

Elena Ghisellini, già Professore associato di Archeologia classica, Università di Tor Vergata, Roma

Rossana Cetta, Docente di lettere nel liceo scientifico

Alberto Lopez, insegnante

Donatella Iozzi, Docente di Lettere di Scuola Secondaria Superiore, Palermo

Silvia Polato, Dirigente del Liceo “Bocchi-Galilei”, Adria

Walter Caligiuri, saggista e Docente di Filosofia e Storia nei Licei

Rossella Abbaticchio, Professore di Didattica delle lingue moderne, Università di Bari Aldo Moro

Carmine Villani, Istituto Comprensivo De Amicis, Livorno

Lina D'Alessandro, insegnante di sostegno, scuola primaria, Istituto Comprensivo di Rivanazzano Terme (PV)

Denise Armillotta, ingegnere

Maria Chiara Pievatolo, professoressa ordinaria di filosofia politica, Università di Pisa

 

Giugno 2024

 

 


sabato 18 maggio 2024

IL VALORE DELL’IMPEGNO E DELLA PERSEVERANZA

 Intervento di Giorgio Ragazzini al convegno
“Scuola esigente o scuola indulgente?”
organizzato dall’Associazione Nazionale Docenti (AND)  
Firenze, 10 maggio 2024 
 Auditorium della scuola media “Dino Compagni”

È l’8 settembre del 2009. Davanti agli studenti di una scuola di Arlington in Virginia, Barack Obama pronuncia un discorso in occasione dell’inizio dell’anno scolastico. È piuttosto noto, ma vale la pena di rileggerne alcuni passaggi, considerato il tema che ho scelto per questo incontro.

Obama comincia dalla sua personale esperienza scolastica e dalle sue difficoltà che indussero la madre a dargli lei stessa delle lezioni extra alle 4 e mezzo di mattina. Cito:

“Ora, io non ero proprio felice di alzarmi così presto. Il più delle volte mi addormentavo al tavolo della cucina. Ma ogni volta quando mi lamentavo mia madre mi dava un’occhiata delle sue e diceva: «Anche per me non è un picnic, giovanotto».

E più oltre:

«Ora, io ho fatto un sacco di discorsi sull’istruzione. E ho molto parlato di responsabilità. Della responsabilità degli insegnanti che devono motivarvi all’apprendimento e ispirarvi. Della responsabilità dei genitori che devono tenervi sulla giusta via e farvi fare i compiti e non lasciarvi passare la giornata davanti alla tv. Ho parlato della responsabilità del governo che deve fissare standard adeguati, dare sostegno agli insegnanti e togliere di mezzo le scuole che non funzionano, dove i ragazzi non hanno le opportunità che meritano. Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire. Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione». […] Non è solo importante per voi e per il vostro futuro. Quello che farete della vostra possibilità di ricevere un’istruzione deciderà il futuro di questo Paese, nulla di meno. Ciò che oggi imparate a scuola, determinerà se noi come nazione saremo se noi come nazione saremo in grado di raccogliere le sfide che ci riserva il futuro.

So che non è sempre facile far bene a scuola. So che molti di voi devono affrontare sfide tali da rendere difficile concentrarsi sui compiti e sull’apprendimento. È successo anche me, so di che si tratta.

Ma, alla fine dei conti, le circostanze della vostra vita – che aspetto avete, le vostre origini, la vostra condizione economica e familiare – non sono una scusa per trascurare i compiti o avere un atteggiamento negativo. Non ci sono scuse per rispondere male al proprio insegnante, o saltare le lezioni, o smettere di andare a scuola. Non c’è scusa per chi non ci prova. Il vostro obiettivo può essere molto semplice: fare tutti i compiti, fare attenzione a lezione... Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. È giusto così.

Questo splendido discorso è il discorso di un educatore. Qualcosa che qui da noi non si è mai sentito né da un Ministro dell’Istruzione, né da un Presidente del Consiglio, né da un Presidente della Repubblica quando si sono rivolti agli studenti.

Il ruolo della volontà, della responsabilità, dell’impegno, della perseveranza non sono assenti solo nei loro discorsi, ma lo sono anche nella riflessione pedagogica, nei testi ministeriali e negli obiettivi formativi che ogni insegnante dovrebbe perseguire. Al punto da non capire che definire “un diritto” il successo formativo implica, secondo logica, che il suo raggiungimento è una responsabilità esclusiva della scuola e non anche un merito degli allievi. Come ha giustamente scritto Adolfo Scotto di Luzio, l’esito del lavoro scolastico “è concepito non come il risultato da conseguire e dunque sempre incerto, dell’impegno di un individuo in carne e ossa, ma come lo sbocco prevedibile di un sistema ben congegnato”.

Dicevo che in quella circostanza Barak Obama ha parlato da educatore. Un educatore a cui dal mio punto di vista si adatta perfettamente l’aggettivo “esigente”. L’allora presidente degli Stati Uniti, infatti, richiama tutti alle proprie responsabilità: i genitori, il governo, gli studenti. E questi ultimi, non solo nel loro stesso interesse, ma anche nell’interesse del Paese, del suo futuro (e anche di questo nessuno parla con chiarezza ai giovani). Dunque, un discorso “esigente”, ma che non ha nulla di paternalistico, di arcigno, di distante dai destinatari, come alcuni intendono questo aggettivo, come se, leggendo “esigente”, mentalmente lo traducessero come “troppo esigente”.

La scuola esigente è semplicemente in antitesi a una scuola che stata indotta ad avere una paura eccessiva di affaticare, traumatizzare, mortificare i bambini e i ragazzi; e che di conseguenza chiede poco e quindi dà poco; transige sui comportamenti scorretti e quindi diseduca. Di qui la definizione di “indulgente”.

Naturalmente sarebbe ingiusto attribuire questa caratteristica a tutti i docenti; ce ne sono di bravissimi e anche giustamente esigenti; e tuttavia l’atmosfera culturale prevalente è quella che ho appena descritto.

Del resto, quando siamo di fronte a scelte importanti – per noi stessi, per i figli, insomma per le persone che ci sono care – diventiamo, tutti, “esigenti”. Per un’operazione delicata, preferiamo il chirurgo migliore possibile, che non sia “pietoso” come dice il proverbio, ma consapevole di quello che è necessario fare. Anche se abbiamo bisogno di un avvocato per una causa importante, ne cerchiamo uno che ci dia sicurezza; nei limiti del possibile, i genitori cercano di ottenere l’inserimento dei figli nelle sezioni ritenute migliori.  

D’altra parte, è chiaro che l’istituzione scuola non dovrebbe essere più esigente solo nei confronti degli allievi e del loro interesse formativo.

Dovrebbe essere esigente nello scegliere i nuovi insegnanti attraverso percorsi già selettivi in entrata sia sul piano culturale che su quello attitudinale;

dovrebbe essere esigente già oggi nei confronti dei docenti scorretti o inadeguati, che invece per lo più restano in cattedra a danneggiare i loro sfortunati allievi o al più vengono trasferiti a fare danni altrove;

dovrebbe essere esigente sull’integrazione degli allievi con disabilità, assicurando loro il massimo della professionalità e dell’attenzione alle loro effettive esigenze;

stessa cosa per l’integrazione dei ragazzi stranieri (chissà perché c’è chi si inalbera a definirli così) attraverso più percorsi fra cui scegliere quello più adeguato alla loro effettiva conoscenza della lingua, come succede in moltissimi paesi europei;

dai genitori si deve esigere il massimo rispetto nei confronti dei docenti, ma si dovrebbe di norma accoglierli in spazi riservati e senza che debbano fare lunghe code per parlare con gli insegnanti.

Chiarito, spero, questo, torniamo al valore dell’impegno e della costanza, così bene messo in luce da Barak Obama.

La figura che forse meglio può offrire una prospettiva di integrazione della professionalità dei docenti è secondo me l’allenatore. Qui si tratta ovviamente di sviluppare doti di partenza che hanno a che fare con la forza fisica, la potenza, la velocità, la resistenza, l’agilità. Come in tanti altri - anche diversissimi - campi, molte ricerche e innumerevoli testimonianze di persone che hanno ottenuto grandi risultati dimostrano che il talento non basta, se non è accompagnato da determinazione e perseveranza.

Non si fanno molti progressi senza l’aiuto di qualcuno che non solo sia esperto nelle tecniche specifiche della disciplina sportiva, ma sappia incoraggiare a sfidare i propri limiti, insegni a tollerare lo forzo necessario per farlo e, non ultima qualità, riesca a instaurare un buon rapporto con i suoi allievi. In poche parole, non gli basta essere un tecnico, deve essere anche, come si dice in ambito sportivo, un bravo motivatore.

Ci tornerò tra poco, dopo avere accennato a un altro tratto caratteristico delle concezioni più correnti del fare scuola: l’indispensabilità ai fini dell’apprendimento del divertimento, del piacere, dell’interesse, cioè di quelle che gli psicologi chiamano motivazioni intrinseche. Si è anche detto che, basandosi su queste, sparirebbero i problemi disciplinari: niente noia, niente indisciplina.

Nessuno nega, s’intende, che tenere vivo l’interesse degli allievi sia fondamentale. Ma anche le motivazioni estrinseche, quelle che consentono di tollerare uno sforzo o le situazioni spiacevoli in vista di un obiettivo (come tra l’altro devono fare i protagonisti delle fiabe e di tutta la narrativa che ne ricalca lo schema), sono altrettanto necessarie. William Damon, uno dei maggiori studiosi dello sviluppo umano, sostiene, anche sulla base di alcune ricerche dei primi anni ’90, che la didattica basata solo sulle motivazioni intrinseche non insegna a superare la frustrazione e a persistere nello studio anche quando una materia diventa difficile o noiosa.

Dunque quale contributo il mondo dello sport potrebbe dare alla scuola? Conviene partire dalla normativa sui Bes (Bisogni Educativi speciali), che si proponeva di aiutare gli allievi che non si impegnano, si distraggono, attraversano periodi difficili. Mi fermo qui, perché la normativa autorizza a considerare “bisogni educativi speciali” praticamente quasi tutti i tipi di difficoltà. Il consiglio di classe può in questi casi redigere un Piano Didattico Personalizzato, che secondo tutte le testimonianze consiste sostanzialmente in una semplificazione e una riduzione degli obiettivi. Tanto è vero che molti genitori si avvalgono di certificazioni psicologiche (spesso parecchio – diciamo così – amichevoli) per ottenere quello che ritengono non a torto un viatico per una più facile promozione.

Non solo in questi casi, ma in generale nella didattica, vengono spesso trascurati gli strumenti educativi: incoraggiare, sostenere, pretendere, apprezzare l’impegno e i progressi ottenuti. Si scivola invece volentieri verso la psicologizzazione dei problemi degli allievi, che spesso sfocia soltanto nella “comprensione” senza dare un effettivo aiuto.

Una prospettiva interessante potrebbe essere l’adattamento alle esigenze della scuola, come parte della preparazione iniziale dei docenti (o dell’aggiornamento per quelli già in servizio), di una disciplina sviluppatasi in particolare nello sport, il coaching (da coach, “allenatore”), con lo scopo di aiutare gli atleti a esprimere al massimo le proprie potenzialità. Non che si debba diventare tutti coach: si tratterebbe di acquisire alcuni strumenti di questa disciplina utili a sostenere e incoraggiare gli allievi che ne abbiano bisogno (così come è bene avere delle conoscenze di psicologia dell’età evolutiva, senza bisogno di essere psicologi).

Vediamo qualcuno dei più frequenti obiettivi di un coach nello sport:

§  Individuare e perseguire obbiettivi sfidanti

§  Scoprire e allenare le potenzialità inespresse

§  Gestire lo stress

§  Superare la noia, l’ansia e le paure

§  Incrementare la tenacia e la persistenza.

Come si vede, la lista si può attagliare benissimo anche al sostegno che la scuola potrebbe dare agli allievi. L’allenatore di chi fa il salto in alto non abbassa l’asticella a chi non riesce, ma lavora per potenziare l’elevazione; un insegnante non deve  “abbassare l’asticella”, ma puntare a rafforzare la determinazione, la volontà, la fiducia in sé stessi dei ragazzi in difficoltà.