venerdì 29 aprile 2016

COME NON SELEZIONARE GLI ISPETTORI

È di circa un anno fa la bella sorpresa dell’immissione in ruolo di un paio di ispettori scolastici per Regione, andati  a rimpiazzare posti in generale lasciati vuoti da tempo. Al contrario di paesi come Francia o Inghilterra, l’Italia può contare tradizionalmente su un numero assai esiguo di queste figure, in generale poco amate da certa cultura nazionale poco incline ai controlli. Da qualche settimana agli ispettori di ruolo se ne stanno aggiungendo altri, in media quattro-cinque per regione, selezionati per  soli titoli e servizi, con incarichi triennali.
Lascia perplessi la poca trasparenza che c’è stata, in generale, nella selezione di queste figure. La Costituzione, l’etica e il rispetto dei contribuenti imporrebbero che la selezione del personale statale avvenisse per concorso. E anche quando questi concorsi sono per titoli e servizio prestato, come nel caso in questione, sarebbe stato molto opportuno che fossero resi pubblici in anticipo i criteri di valutazione, almeno per garantire non solo la trasparenza, ma per poter dare a molte più persone  la possibilità di parteciparvi. Per fortuna, come tutti ben sappiamo anche dalla lettura dei giornali, il nostro sistema pubblico, soprattutto quando è impegnato nella selezione del personale da assumere, è del tutto immune da rischi di contaminazioni e favoritismi. Da noi, a differenza di altri Paesi come quelli del Nord Europa, non si approfitta mai di queste occasioni per ottenere un vero e proprio spoil system…
Di sicuro vorremmo che questa importante novità si traducesse in un’occasione vera per la scuola italiana e sarebbe auspicabile che gli ispettori andassero veramente a visitare le scuole. Abbiamo invece il timore che, come talvolta è accaduto in passato, queste figure vadano a rimpiazzare in altri ruoli chi è andato in pensione e, per evitare contenziosi, ne vengano invece centellinate le ispezioni nei confronti di docenti e dirigenti.
Vorremmo infine che non approfittassero del loro ruolo, come talvolta accaduto, per ricerche e pubblicazioni spesso utili solo a chi le ha fatte, magari usando i soldi pubblici. Si approfitti invece di queste figure per migliorare la qualità del personale scolastico. In altre parole, i nuovi ispettori, ancor prima di tenere corsi di aggiornamento o partecipare a tavole rotonde, dovrebbero saper estromettere dall’insegnamento gli incapaci e i neghittosi, che ci sono e che fanno danni come la grandine anche quando non capitano ai nostri figli!
PS: Tengo a precisare che non ho partecipato al concorso né vi parteciperò in futuro, sia per motivi anagrafici, sia perché non ho – e lo dico senza falsa modestia – le competenze necessarie a ricoprire questo ruolo. 
Valerio Vagnoli

mercoledì 20 aprile 2016

I PROBLEMI TRA SCUOLA E FAMIGLIA NON SI RISOLVONO SUI GIORNALI

I recenti fatti di cronaca, che hanno visto un ragazzo e una ragazza autistici esclusi da una gita in due diverse  scuole, hanno avuto una larga eco mediatica. Per entrare nel merito di questi episodi sarebbe necessario saperne di più, ma le cronache sono spesso lacunose. Quando si tratta di fare i conti con le problematiche legate ai ragazzi disabili occorre essere sempre prudenti, anche se mai ipocriti. E purtroppo c’è spesso fretta di dare dei giudizi e di individuare i buoni e i cattivi. Come dice in un’intervista a “La Repubblica” una docente di sostegno, “non esiste un autistico uguale all’altro. C’è chi riesce a relazionarsi, chi non parla, molti hanno bisogni di farmaci, c’è chi riesce a venire in gita, chi ha genitori che non se la sentono conoscendo la gravità della situazione e chi invece viene per dormire con i figli”. Dunque, in mancanza di informazioni più complete, non possiamo parlare subito di discriminazione o di scarsa disponibilità da parte dei compagni, se non se la sentono di condividere una camera a due letti con un allievo autistico. E per evitare confusi processi mediatici, che possono rendere insanabili i conflitti a tutto danno dei ragazzi, bisognerebbe che gli uffici scolastici provinciali e regionali predisponessero un pronto intervento di mediazione in caso di problemi tra scuola e famiglia e invitassero i genitori a  rivolgersi a loro invece che ai giornali.
Detto questo, bisogna aggiungere che la situazione dell’integrazione in Italia non è tutta rose e fiori. Come molti sanno, il nostro Paese è stato il primo al mondo ad aver fatto la giustissima scelta di inserire nelle scuole i ragazzi disabili. Tutto è avvenuto, però, demandando alle scuole il compito di arrangiarsi rispetto alle difficoltà innegabili che una scelta del genere avrebbe comportato. Purtroppo la situazione nei decenni è cambiata di poco: ancora oggi la stragrande maggioranza degli edifici scolastici non ha gli spazi idonei a una didattica personalizzata o per piccoli gruppi, né è dotata di laboratori adeguati, primi fra tutti quelli per i ragazzi autistici che, in molti casi, hanno necessità di spazi silenziosi, essendo molto sensibili ai rumori. Ma ancora più grave è la situazione dei docenti di sostegno, una parte dei quali non è dotata dei titoli di specializzazione. Capita sempre più spesso che dei ragazzi difficilissimi, sia sul piano caratteriale che su quello motorio, siano affidati a supplenti alle loro prime esperienze. Capita anche che il contributo dei neuropsichiatri non risulti adeguato, sia perché non sempre sono abbastanza competenti in materia, sia perché sono troppo pochi rispetto alle necessità. Infine un discorso a parte lo si deve fare per i ragazzi disabili che frequentano le superiori. Quasi sempre vengono indirizzati negli istituti professionali, anche quando potrebbero seguire altri indirizzi. Riunirli in gran numero nelle medesime scuole comporta il rischio che certi istituti ritornino a essere “speciali”, una sorta di ghetto istituzionalizzato. Per risolvere i problemi non è sufficiente la “disponibilità ad accogliere”, come alcuni pensano (“l’amore non basta”, direbbe Bettelheim). C’è bisogno di competenze, spazi, mezzi idonei. Insomma, più concretezza e meno retorica. 
Valerio Vagnoli, Giorgio Ragazzini

venerdì 8 aprile 2016

IL LICEO VIRGILIO E L'EDUCAZIONE ALLA LEGALITÀ

Sul Corriere della sera del 6 aprile viene pubblicata una bella intervista alla collega Irene Baldriga del Liceo Virgilio di Roma.  A dicembre, con il sostegno di molti genitori, gli studenti del Virgilio occuparono per oltre due settimane la scuola. Coraggiosamente la collega denunciò gli occupanti,  che per questo  la attaccarono con una violenza verbale inaudita. Una violenza che si sta ripetendo in questi giorni per un fatto di cronaca che riguarda ancora il Virgilio. Agli occhi di molti studenti e anche di molti loro genitori, la preside si sarebbe macchiata di una sorta di "culpa in  educando" consistente nell' aver aperto la scuola ai carabinieri, perché arrestassero uno studente spacciatore di droga, colto peraltro in flagrante. Dopo l'arresto, moltissimi studenti del Virgilio hanno assediato la presidenza offendendo e minacciando la collega (una robaccia del genere era avvenuta pochi mesi fa anche a Firenze in occasione della lunghissima occupazione di un altro liceo) e dopo l'assedio hanno improvvisato un corteo fino alla questura. Secondo loro, e naturalmente secondo quei loro genitori che li difendono, la scuola deve godere di una sorta di diritto di extraterritorialità e per i ragazzi sarebbe un inutile trauma farli assistere all'arresto di un loro compagno, peraltro di 19 anni. Naturalmente un simile modo di "non pensare" trova ampia diffusione in  una parte dell’opinione pubblica, convinta che libertà significhi diritto di fare quel che ci pare e non dover rendere conto a nessuno delle nostre azioni. Bene fa la preside a ricordare che, se c'è un posto in cui i ragazzi si devono assumere le conseguenze delle loro (cattive) azioni, questo è proprio la scuola: la prima istituzione pubblica entro la quale i giovani entrano a contatto e che è destinata, se ben funzionante, a trasmettere loro il rispetto delle regole, delle leggi e  della Costituzione; e non solo a parole, ma soprattutto facendole concretamente rispettare. Non farlo significa ritrovarseli adulti immaturi e arroganti come i genitori che aggressivamente li difendono, eterni giovani Holden più giovanilistici dei loro stessi figli, a volte in dispregio di una categoria, quella dei docenti e magari dei dirigenti, visti come socialmente irrilevanti in quanto notoriamente sottopagati. Quello che ancora continua a indignarci (a differenza di quei genitori non ci rassegniamo, come la collega Baldriga, all'idea che la nostra Costituzione possa essere eternamente calpestata) è che i vertici del Miur non abbiano sentito il dovere d'intervenire con fermezza nella difesa della Preside, che è poi la difesa dei valori democratici e dello Stato di diritto. (VV) 

Da segnalare, fra i vari articoli che anche oggi si riferiscono ai fatti del Virgilio, il bell’intervento di Adolfo Scotto di Luzio sul “Corriere della Sera”: Se non si rispetta l’autorità, la scuola non può educare. Leggi.

martedì 5 aprile 2016

LA PROPOSTA DI TREELLLE SULL’EDUCAZIONE ALLA CITTADINANZA E L’IPOTESI DI ABOLIZIONE DEL VOTO DI CONDOTTA (Lettera aperta a “Tuttoscuola”)

Gentile dottor Vinciguerra,
gli ultimi due numeri di “TuttoscuolaFOCUS” trattano ampiamente di una proposta dell’Associazione TreeLLLe, che vorrebbe sperimentare in cento istituti superiori due ore settimanali di una nuova forma di educazione alla cittadinanza, basata non su lezioni teoriche, ma su “attività con contenuti interdisciplinari e modalità didattiche interattive. Esempi: giochi di ruolo, discussioni su spunti di cronaca, attività di volontariato, elaborazione di filmati, dossier, etc.”.
Nei paragrafi dedicati al problema c’è un importante riferimento ai sistemi educativi orientali, che danno  grande peso al comportamento, all’impegno, al rispetto dell’autorità, valori “che vengono addirittura prima delle conoscenze e competenze, a differenza di quanto accade nel mondo occidentale”. E hanno ragione loro, perché si tratta dell’indispensabile cornice in cui l’apprendimento raggiunge al meglio i suoi obbiettivi. Ma anche chi visita le scuole in molti paesi del nord Europa ha ottime possibilità di trovare un clima così tranquillo e operoso da sbalordire il visitatore italiano.
È semplicemente impensabile raggiungere mete analoghe a quelle indicate solo con la reintroduzione dell’educazione civica, sia pure nelle forme della didattica attiva (che personalmente ho spesso adottato da insegnante della materia alle medie, con indagini sul campo, raccolta di dati, discussioni guidate). L’educazione “alla cittadinanza” la si costruisce prima di tutto con l’educazione propriamente detta, quella che in prima battuta compete alle famiglie, purtroppo disorientate da teorie pedagogiche permissive che hanno fatto più danni della grandine. Si tratta di un costante allenamento al principio di realtà, che gradatamente fa acquisire le “competenze sociali e civiche” e che dovrebbe consegnare alla scuola dell’infanzia bambini già sostanzialmente educati, cosa che purtroppo raramente succede. Quanto poi alla scuola italiana e a chi la dovrebbe indirizzare, sono decenni che, in perfetta sintonia con quanto accade nella società, è in corso una vera e propria delegittimazione – anche a livello lessicale – della serietà, del rigore, del rispetto delle regole in nome di un “dialogo”, che spesso non è altro che abdicazione al proprio ruolo. E soprattutto vi perdura l’ostracismo per le sanzioni, di cui si nega in radice il valore educativo. Di conseguenza in molte scuole si può fare quasi tutto – dal disturbo continuo alla lezione agli insulti agli insegnanti, dalle occupazioni all’imbroglio nelle verifiche e agli esami – senza incorrere in un adeguato provvedimento disciplinare. E questo perché ancora si associa qualsiasi sanzione all’autoritarismo, mentre si tratta di garantire a tutti i ragazzi, compresi quelli che per tanti motivi hanno più difficoltà a comportarsi bene, la percezione del confine tra ciò che si può e ciò che non si può fare. È in questo senso che Massimo Recalcati parla di un “diritto a essere puniti”.
La conferma che quello “buonista” è ancora l’orientamento culturale prevalente nella riflessione sulla scuola viene proprio dal contributo che “Tuttoscuola” ritiene di offrire al dibattito aperto da TreeLLLe: “Offriamo una ipotesi alla discussione: la sostituzione del reperto storico del ‘voto di condotta’ con la valutazione collegiale (anche non numerica) del livello di global citizenship [!] progressivamente raggiunto dallo studente”. È davvero paradossale: in un testo tutto teso al recupero della “dimensione dei valori (norme morali, comportamento sociale, riconoscimento e rispetto dei ruoli ecc.)” il “reperto storico” che si vuole abolire (ma l’estensore si è trattenuto, stava per dire “archeologico”) è il più importante passo avanti degli ultimi anni (e quasi l’unico) verso una scuola più esigente nel rispetto delle regole. E si tratta, guarda caso, di una sanzione, perché con il cinque in condotta alla fine dell’anno non si può essere ammessi alla classe successiva. Un esito estremo, che però costituisce un deterrente proporzionato alla gravità di comportamenti effettivamente registrati anche di recente, come le occupazioni di scuole a lungo sequestrate da un’infima minoranza di studenti, con gravi danni erariali e al diritto allo studio. Non ci può essere scuola seria, né una società giusta senza la possibilità di punire chi viola gravemente o ripetutamente le regole della civile convivenza. Come lapidariamente scrive Leonardo da Vinci, “Chi non punisce il male, comanda che si faccia”.
Cordiali saluti,
Giorgio Ragazzini 
Per il Gruppo di Firenze

venerdì 11 marzo 2016

SCUOLA E DIBATTITO PUBBLICO NEL PAESE CHE NON SA DISCUTERE

Un paio di settimane fa il “Corriere della Sera” pubblicava un editoriale di Ernesto Galli Della Loggia, Un paese che non sa discutere. L’Italia, diceva, è caratterizzata da “un vasto brodo di cultura che, seppure involontariamente, nutre di continuo gli slogan più esasperati alimentando ogni giorno questa cieca irragionevolezza, questo pensare in bianco e nero”. Spiace constatare  che non di rado tutto questo vale anche per il dibattito sui problemi della scuola. Ci sono stati perfino casi in cui gruppetti di docenti hanno impedito di parlare a esponenti politici; episodi sporadici e minoritari, ma non sempre adeguatamente stigmatizzati dai sindacati più rappresentativi. Non  manca certo, anche su questo blog,  chi si esprime all’altezza del proprio ruolo anche nel motivare il più severo dissenso. Ma se si pensa che gli insegnanti dovrebbero dare esempio di pensiero critico ai loro allievi, c’è a volte da trasecolare. Peraltro temo che l’espressione “pensiero critico” (o in alternativa “spirito critico”) venga intesa da molti come sinonimo di “criticare” sempre e comunque, col che ogni bastian contrario diventerebbe per ciò stesso un modello da seguire. Ma pensare criticamente è, com’è ovvio, qualcosa che ha a che fare con la riflessione, la revisione delle proprie idee, le lezioni dell’esperienza, la considerazione di altri punti di vista. Comunque lo si voglia definire, non è certo un talento innato, ma una vera e propria conquista. Si nasce egocentrici e, a dispetto della migliore educazione e del più perseverante esercizio, un po’ lo si rimane per forza. Abbiamo tutti un gran bisogno di avere ragione, di non provare lo smacco di soccombere in quel gioco a somma zero che chiamiamo discussione. Se non ne siamo abbastanza consapevoli, sappiamo bene cosa può succedere: un “crescendo” emotivo che sfocia spesso nella caricatura di quello che l'altro ha veramente detto, nel sarcasmo e nell’insulto. Tutti poi sperimentiamo, in noi stessi e nei nostri interlocutori, la difficoltà di ascoltare sul serio. Tempo fa mi è capitato di prendere parte a una riunione in cui uno dei partecipanti tentava di rispondere a una critica. L’interlocutrice, però, non riusciva a starlo a sentire e continuava a interromperlo dopo le prime parole. Lui ha cercato più volte di andare avanti, anche alzando la voce, fino a che lei è sbottata: “È inutile, tanto lo so cosa vuoi dire!”. Eppure, saper ascoltare, aspettare il proprio turno, sorvegliare le proprie emozioni con un pizzico di distacco può farci ritrovare, per dirla ancora con Galli Della Loggia, “il gusto e il piacere per la discussione, per una discussione vera tra opinioni diverse che interloquiscono tra loro nel mutuo rispetto”. In questa direzione il mondo della scuola può dare un importante contributo di serietà e di rigore democratico, non solo nelle aule a contatto con le nuove generazioni, ma anche nel vivo del dibattito pubblico.
Giorgio Ragazzini

mercoledì 2 marzo 2016

LA DISPERSIONE SCOLASTICA: DI CHI LA COLPA?

Nei giorni scorsi “La Stampa” ha commentato i risultati del progetto “Fuoriclasse” contro la dispersione condotto da Save The Children in alcune scuole di sei città italiane, integrandoli con i dati di inchieste internazionali del 2010 e del 2011. L’articolo sposa senz’altro il luogo comune che vede nella scuola primaria un segmento di eccellenza e nella  media il “buco nero” o “anello debole” della scuola italiana. Tra l’altro il titolo in prima pagina, La grande fuga dalle medie, non rispecchia neppure il contenuto dell’articolo, che parla di una dispersione intorno al 15% nell’intero sistema scolastico, che si verifica quasi tutta dopo le medie. Detto questo, gli stessi grafici intitolati Divari sociali mostrano chiaramente che il declino dei punteggi nelle prove delle indagini parte almeno dalla quarta elementare, mentre lo stesso Invalsi ha smentito che ci sia un problema specifico della scuola media e ha ricordato che nella preadolescenza – sempre più anticipata – per tanti motivi può diminuire il desiderio di imparare, mentre crescono altri interessi tra cui l’importanza del gruppo. Questo non significa che il triennio delle medie non abbia bisogno di un ripensamento, anche nella sua capacità orientativa per la scelta della scuola superiore. Ma che la scuola primaria sia immune da carenze nell'assicurare un’adeguata preparazione in uscita non lo si può certo sostenere.

Ma non tutte le colpe della dispersione sono del primo ciclo, anzi. Abbiamo più volte ripetuto che  gli istituti tecnici e ancora di più i professionali, sempre più “licealizzati” dai primi anni novanta in poi, non sono tali da poter valorizzare le attitudini di tutti quelli che si rivolgono a loro. Né  possiamo ignorare le differenze sociali tra zone d’Italia e anche tra quartieri delle medesime città; e che le condizioni di povertà coinvolgono ora milioni di immigrati che spesso non possono neanche più contare su mestieri che gli italiani, per decenni, si sono abituati a non svolgere. Le periferie di molte nostre città, non solo del sud, sono talvolta abbandonate a sé stesse o dominate dalla malavita e solo la scuola offre spesso in quelle realtà un servizio sociale decisivo per la vita di molti bambini, anche dando loro la possibilità di fare un pranzo degno di questo nome e di restare fino alle cinque del pomeriggio in un ambiente protetto.
Fatto sta che non possiamo più permetterci di ignorare che moltissimi ragazzi arrivano alle superiori, dopo ben otto anni di scuola dell'obbligo, con una preparazione inadeguata che in molti casi non è neppure quella che un tempo si acquisiva con la terza elementare. E che una parte consistente delle matricole universitarie, come da tempo avvertono i docenti universitari, è priva di un adeguato bagaglio lessicale e di un compiuto controllo ortografico e sintattico della lingua italiana. Se vogliamo cominciare a ragionare seriamente sull’istruzione pubblica, dobbiamo abbandonare le retoriche modaiole, tra cui quella della personalizzazione come dogma di fede, e tornare a pensare la scuola anche dal punto di vista della collettività e non solo da quello del singolo allievo e dei suoi genitori. Questo significa in sintesi: una scuola più esigente nel verificare il sicuro possesso degli strumenti di base almeno alla fine del primo ciclo (scrivere correttamente, leggere e capire, “far di conto” come si diceva un tempo); più ferma nel chiedere la correttezza dei comportamenti, che non è solo doverosa in sé, ma influisce moltissimo sull’apprendimento; più determinata nel favorire la qualità media del corpo docente. Non c'è tempo davanti a noi, occorrono anni e anni per costruire  un futuro migliore del presente e portarci al livello dei più avanzati paesi europei, almeno nella diminuzione del tasso di dispersione; che è di dimensioni tali da chiederne conto a chi, con le chiacchiere e la demagogia, ha ridotto la nostra scuola a questo livello indecoroso. Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli

venerdì 26 febbraio 2016

LA CAMPAGNA FONDAMENTALISTA CONTRO I COMPITI A CASA

Periodicamente torna alla ribalta la protesta contro i compiti a casa. Ma è l’ex preside Maurizio Parodi a tener vivo il problema, con una campagna che in quindici mesi è arrivata a diecimila adesioni (non così tante in relazione a una platea di parecchi milioni di persone), quasi tutti genitori. Solo duecento gli insegnanti su 780.000, secondo quanto  riferisce oggi “La Repubblica. Non stupisce questa solenne bocciatura da parte di chi è chiamato in causa. Non si tratta infatti di una critica circostanziata ai casi in cui gli alunni vengono sovraccaricati di esercizi e di pagine di manuale, ma della richiesta di una pura e semplice abolizione dei compiti nella scuola dell’obbligo: si salverebbero dunque solo gli ultimi tre anni delle superiori. E per di più colpisce la virulenza del linguaggio con cui vengono enumerate le motivazioni dell’iniziativa. I compiti sono inutili, perché sono destinate presto a svanire “le nozioni ingurgitate attraverso lo studio domestico per essere rigettate a comando” (sic!); “sono dannosi perché suscitano “odio e repulsione per la cultura”; sono discriminanti in quanto “avvantaggiano gli studenti avvantaggiati, quelli che hanno genitori premurosi e istruiti”; prevaricano il diritto al riposo e allo svago. Sono impropri, limitanti, stressanti, malsani… Come si possa solo pensare di rivolgersi utilmente ai docenti italiani trattandoli come una legione di aguzzini è difficile da spiegare. Ma anche se si potesse fare la tara a questa astiosa requisitoria, resterebbe il fatto che qui si propone di eliminare una delle basi della cultura occidentale: lo studio. Né si può pensare che dopo dieci anni di scuola in cui a casa non si è toccato un libro, né fatto un esercizio si arrivi al triennio delle superiori bell’e capaci di studiare. Così come non è possibile suonare uno strumento senza anni e anni di faticose e ripetitive esercitazioni, né praticare uno sport a un buon livello senza un duro lavoro per acquisire i fondamentali e tanto meno diventare un professionista in qualsiasi campo senza “ingurgitare” una gran quantità di conoscenze; e non per “rigettarle a comando”, ma per farne la materia prima della propria cultura.
La verità è che questo approccio fondamentalista a un problema che esiste, ma non è la regola, si collega a una diffusa concezione della scuola ideale, che si vorrebbe basata solo su attività divertenti e sul gioco, anziché soprattutto  sullo studio sistematico e rigoroso (in misura e modalità adatte alle diverse età); e che con motivazioni analoghe a quelle di questa petizione vorrebbe eliminare, dopo quasi tutti gli esami, le bocciature e i voti. Una concezione che già molti anni fa Lucio Lombardo Radice, che pure era sostenitore dell’innovazione didattica e in particolare delle concezioni attive, la criticava senza mezzi termini per così concludere: «Vogliamo sottolineare che un momento non eliminabile, per un solido sviluppo intellettuale in una direzione quale che sia, per l’acquisizione di un permanente patrimonio culturale comunque configurato, è lo studio-lavoro, la lettura-riflessione, lo sforzo di comprensione tenace, l’applicazione disciplinata, organica, paziente, la faticosa organizzazione della propria mente e del proprio sapere».
Giorgio Ragazzini
La petizione: http://chn.ge/1TEfhmc

mercoledì 17 febbraio 2016

UN DOCENTE SCRIVE A GALIMBERTI IN DIFESA DELL'ISTRUZIONE PROFESSIONALE

Non siamo proprio tifosi della legge 107 nel suo complesso, ma negare che sia un notevole passo avanti l'attenzione al rapporto tra scuola e lavoro sarebbe paradossale. Abbiamo dedicato decine di articoli su questo blog alla formazione professionale e preso numerose iniziative con lo scopo di valorizzarla; e lo ricorda anche il post precedente. Non si tratta certo di sminuire il valore della cultura “disinteressata”, cioè non tesa a un'immediata applicazione, ma di difendere il valore culturale del lavoro e della formazione al lavoro. Anche chi da ragazzo ha fatto esperienza dei famosi “lavoretti” estivi può senz'altro testimoniare quanto alla soddisfazione per i primi guadagni si aggiungesse la sensazione di una crescita sul piano umano. Va poi sottolineata ancora una volta la funzione motivazionale nei confronti delle materie “culturali” che per molti ragazzi rivestono le discipline professionalizzanti svolte con soddisfazione nei laboratori. Lo testimonia la lettera che pubblichiamo, indirizzata da un docente di lettere in un istituto professionale a Umberto Galimberti, filosofo, psicologo e collaboratore de “La Repubblica” e del suo supplemento “D – La Repubblica delle donne”. Il quale in questo caso dà l'impressione di trattare un problema che conosce in modo superficiale.

Egregio professor Galimberti,
leggo ogni settimana la sua pagina sul supplemento del sabato di Repubblica, trovandovi ogni volta occasioni stimolanti e originali per riflettere sulla nostra vita e sul nostro tempo. Sono rimasto perciò molto deluso dalla monoliticità della sua risposta al lettore Giuseppe Cappello (sabato 13 febbraio) in merito all'alternanza scuola-lavoro.
Come non essere d'accordo sul fatto che la scuola abbia il compito primario di formare lo spessore culturale e il senso critico degli studenti? Ma perché vedere una contraddizione fra l'obbiettivo di preparare al lavoro e quello di formare l'uomo con l'attenzione rivolta alla sua intelligenza? Non è intelligenza anche quella rivolta al fare? Lo sviluppo del senso critico non passa anche attraverso la formazione accurata a una professione, purché vissuta con intelligenza e passione, con la consapevolezza delle sue implicazioni etiche e sociali, comprendendo che lavorare bene è un modo per far star bene gli altri, anzi per star bene con gli altri, che forse è il senso ultimo della vita sociale?
Entro nel merito in base alla mia esperienza personale. Insegno da dieci anni, con entusiasmo e passione, poco scalfiti dalla scarsa considerazione sociale della professione di insegnante, Italiano e Storia in un istituto alberghiero di Firenze. Molti miei colleghi penserebbero al mio come a un ruolo di serie B, in una scuola poco interessata alle discipline umanistiche e rivolta a ragazzi “non portati per lo studio” (lo metto fra virgolette perché è la dizione ancora usata in sciagurati documenti di orientamento da insegnanti delle medie). Le assicuro che non è affatto così. È chiaro che ogni anno faccio un numero minore di canti della Commedia rispetto ai miei colleghi del liceo, che salto autori (Tasso e Carducci, per esempio) che in altri tipi di scuole si considera necessario studiare. Però accompagno, con la specificità delle mie conoscenze e, soprattutto, con amore per il sapere umanistico, percorsi di crescita personale, professionale e sociale di ragazzi talvolta appassionati, talvolta distratti, che magari hanno ricevuto più che altro bastonate da famiglia e scuola, ma che trovano nella passione per le professioni di cuoco o di maître un senso per la loro vita e la base della “capacità di avvertire, anche senza mediazioni intellettuali, la differenza tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto” (cito lei). Per tutti è così? Certo che no. Alcuni li perdiamo per strada, altri li troviamo incerti e così li lasciamo, ma mi creda, non licenziamo servi pronti solo a ubbidire e a subire il dominio del mondo della tecnica. O vogliamo pensare, con nostalgia gentiliana fuori tempo, che la scuola possa formare cittadini consapevoli solo nel liceo classico, quindi rivolgendosi inevitabilmente a una ristretta élite?
Mio figlio ha fatto anni fa il liceo classico. Oggi cercherei di scoraggiarlo: ha studiato latino e greco, nonché filosofia, materie che non studiano specificatamente i miei studenti, anche se la filosofia entra, inevitabilmente, nelle mie lezioni. Ebbene, almeno dalle prime due, non ha ricavato affatto solidità culturale e senso critico, ma le ha vissute come un necessario pedaggio per il percorso di studi da lui scelto, senza nemmeno avvicinarsi al loro impiego per l'apprezzamento diretto e profondo dei classici. Basti dire che la sua insegnante di greco e latino si trovò un 24 aprile di molti anni fa a dare compiti per il giorno dopo, cadendo dal pero quando gli studenti le fecero notare che sarebbe stato festa.
Potrei continuare a lungo, ma non voglio rubarle altro tempo. Ci tenevo però a rappresentarle le considerazioni in me suscitate dal suo articolo, dato che la considero uno degli intellettuali italiani più stimolanti e liberi in circolazione.
Se non oso troppo, mi lasci dire che sarebbe un piacere continuare la discussione. Perché non nella mia scuola dove toccherebbe con mano (e sarebbe un onore farle assaggiare a tavola) quello che ho maldestramente cercato di spiegare?
Con profonda stima e molti ringraziamenti per l'attenzione.
Andrea Burzi

martedì 16 febbraio 2016

LA NUOVA FORMAZIONE PROFESSIONALE IN TOSCANA

Con il recente convegno su La formazione professionale che cambia, organizzato dall'Irpet nella sede del governo regionale, si può dire conclusa una svolta radicale della politica scolastica di competenza della Regione, con un programma di piena valorizzazione della formazione professionale anche ai fini dell’adempimento dell’obbligo scolastico. Dopo aver progressivamente abbandonato il costoso e improduttivo “modello toscano”, basato sulla convinzione che si dovesse limitare al massimo, cioè solo per i ragazzi con gravi difficoltà scolastiche, un parziale accesso alla formazione professionale in quanto percorso ghettizzante e anticulturale, la Regione punta ora le sue fiches esclusivamente sui cosiddetti trienni complementari. A questo si accompagna un’ulteriore apertura al mondo delle imprese e del lavoro, da attuarsi anche attraverso il ruolo delle agenzie formative, che almeno negli intenti saranno finalmente sottoposte a un serio controllo del loro operato.
Come dirigente scolastica, l’assessore all’istruzione Cristina Grieco fu firmataria del nostro appello di sei anni fa proprio a favore di un triennio di questo genere ed è dunque una coerente sostenitrice di questa linea, che trova ora una sua concreta realizzazione. Non ci dovrebbero essere quindi ostacoli né resistenze su questa strada. Si può puntare ora con maggiore ottimismo alla riduzione dell’insuccesso e dell’abbandono scolastico, che anche in Toscana va ben oltre le stime ufficiali del 17%. È poi da sottolineare in maniera positiva anche il favore per il nuovo corso da parte del presidente della Regione, che riconosce ora apertamente che anche il lavoro manuale rappresenta un’opportunità formativa e non una discriminazione per molti ragazzi le cui intelligenze ben si confanno ad un sapere pratico, che è sbagliato forzare in percorsi scolastici “licealizzati”, per loro  frustranti e ultraselettivi. È giusto infine ringraziare l'Ente Cassa di Risparmio di Firenze che in tutti questi anni ha finanziato con coraggio e convinzione progetti e percorsi che andavano nella giusta direzione.
Purtroppo in molte altre regioni italiane il problema è lungi dall'essere affrontato, e in certe realtà il tema della formazione professionale è legato essenzialmente al malaffare o nella migliore delle ipotesi allo sperpero di denaro pubblico. Auspichiamo che in queste realtà sia lo Stato a intervenire e a garantire un’efficace azione formativa per ragazzi abbandonati al proprio destino che, in moltissimi casi, è quello di diventare Neet, cioè persone non impegnate né nello studio,  nel lavoro, né nella formazione: in parole povere, degli emarginati, ora e in futuro, privati perciò del pieno diritto di diventare veri cittadini, come auspicato da molti articoli della nostra Costituzione, a volte retoricamente esaltata da intellettuali e politici che si accontentano dei sogni e non sanno fare i conti con la realtà.

Valerio Vagnoli

mercoledì 3 febbraio 2016

IL 5 IN CONDOTTA SENZA CONSEGUENZE DELL’ONOREVOLE SANTERINI

 “Basta con il voto in condotta, va abolito”. A lanciare la proposta, destinata ad aprire un nuovo dibattito nel mondo della scuola, è l’onorevole Milena Santerini, ex “Montiana”, ora del gruppo “Democrazia solidale”. Da settimane la deputata sta lavorando ad un disegno di legge che ben presto sarà depositato alla Camera. L’obiettivo della Santerini è chiaro: contrastare il più possibile la dispersione scolastica alla scuola secondaria superiore e ridare legittimità all’educazione alla cittadinanza”. Così l’incipit dell’articolo di Alex Cortazzoli sul “Fatto Quotidiano” del 1° febbraio.
Com’è noto, il voto di condotta può influire in due modi sulla valutazione finale. Influisce sull’ammissione all’esame di Stato se va da 6 a 10, ma pochissimo, perché fa media con molte materie. L’obbiettivo principale di Milena Santerini è però il secondo modo, il 5 in condotta finale con il quale si ripete l’anno. Infatti afferma con sicurezza: “Non si capisce perché un giovane che ha un otto in matematica debba ripetere l’anno se ha l’insufficienza in condotta. Di fronte a dei comportamenti scorretti, dobbiamo trovare altre soluzioni, delle punizioni esemplari, dei percorsi di volontariato, ma non possiamo penalizzare con la bocciatura un ragazzo”.
La deputata di “Democrazia solidale”, tra l’altro docente di pedagogia all’università Cattolica di Milano, dimostra di conoscere poco il mondo della scuola; infatti in quasi tutti i casi di bocciatura l’insufficienza in condotta si accompagna a numerose e gravi insufficienze nelle materie. Ma anche se ci fossero casi di studenti virtuosi nello studio, responsabili però di comportamenti molto gravi, la loro mancanza di rispetto delle regole a maggior ragione dovrebbe pesare nel giudizio finale per l’esempio negativo che darebbero ai loro compagni. E comunque, quanti sono stati finora i casi di ripetenza per via del comportamento? La Santerini non ce lo dice, ma c’è da scommettere che siano una percentuale minima. È quindi assurdo pensare di combattere l’insuccesso scolastico “depenalizzando” il 5 in condotta.
Si tratta, allora, del buonismo tipico di buona parte dei pedagogisti, i quali ritengono che per far crescere la società italiana occorra creare un senso di cittadinanza, integrare le nuove generazioni, far dialogare le culture e mettere al centro del rapporto didattico gli allievi, ma poco parlano di una scuola esigente sul piano dell’apprendimento e del comportamento, svalutando così fortemente il ruolo dei docenti.
Infatti si affida alla scuola la funzione di formare l'uomo e il cittadino (possibilmente del mondo, non del proprio Paese, nei confronti del quale si è solo dei rivendicatori di diritti, liberi da ogni dovere), ma a questo scopo un voto di condotta che abbia delle conseguenze viene considerata una forma arcaica di controllo sugli individui e un’illegittima interferenza sulla valutazione del profitto. Invece la disciplina scolastica e il relativo voto di condotta non solo servono a educare alla convivenza civile, ma sono parte essenziale della formazione degli allievi e non una limitazione della loro personalità. Gli studenti sono ragazzi che crescono, che scoprono se stessi, che si misurano con gli altri e così conquistano il principio di realtà.
Ma il voto di condotta serve in modo particolare allo studente socialmente e culturalmente svantaggiato, tendenzialmente dropout, che non è certo il buon selvaggio guastato dalla società di cui parla Rousseau. È spesso un ragazzo cresciuto in un mondo senza regole, dove è frequente la prevaricazione, e ha bisogno più di altri di appoggiarsi alle certezze delle regole di una scuola in cui vige il principio di autorità e quello della responsabilità personale. Senza di che resterebbe confinato anche da adulto nel mondo di marginalità da cui proviene; e di questo dovrebbe ringraziare proprio il buonismo dei “progressisti” e dei pedagogisti. (Sergio Casprini)

martedì 26 gennaio 2016

LETTERA APERTA ALLA MINISTRA MADIA

Gentilissima Ministra Madìa,
complimenti per le misure che sta prendendo per tutelare la Pubblica amministrazione dai disonesti che purtroppo non mancano, anche perché da sempre protetti da una cultura politica e sindacale improntata all’assenza di senso dello Stato e del bene pubblico. E grazie per aver ricordato che la stragrande maggioranza di coloro che sono al servizio della comunità fa il proprio dovere, spesso al di là dei propri compiti e del proprio stipendio. Certo, quelli che hanno dato il cattivo esempio, essendo per fortuna una minoranza, avrebbero dovuto già da tempo essere identificati e cacciati dalla Pubblica amministrazione. Invece le cose sono andate diversamente e anche questo ha contribuito a consolidarne il senso di impunità. Nella mia esperienza personale di insegnante non mancano esempi di funzionari e docenti che si vantavano del loro pessimo comportamento, da loro considerato espressione di furbizia e cinica abilità nell’aggirare le leggi, che sarebbero solo per i poveri fessi.
Quello che fa più indignare è l'aver constatato, in oltre quarant'anni di servizio nella scuola, che mai o quasi vengono ricordati con chiarezza i diritti e i doveri del personale scolastico, in particolare di quello docente. Di fronte a gravi inadeguatezze sia sul piano della correttezza che delle capacità professionali, quasi sempre il massimo che si possa ottenere con grande fatica è il trasferimento da una scuola all’altra. E non si tratta ovviamente di una soluzione. Per quanto riguarda la puntualità, che è collegata ai doveri di sorveglianza, i docenti non hanno neanche l'obbligo di timbrare il cartellino, che può essere attivato solo se le RSU interne si dichiarano d'accordo. Da quel che mi risulta ciò avviene in casi del tutto sporadici. Da insegnante ho sempre preteso di utilizzare il badge sia per rispetto del personale Ata obbligato ad usarlo, sia per facilitare il compito del dirigente di controllare la puntualità mia e dei miei colleghi. L’argomento che viene opposto in proposito da molti docenti e soprattutto dai sindacati è che testimoni della loro presenza sono i ragazzi stessi e che infine spetta al dirigente sorvegliare e scoprire i neghittosi. Ma in una scuola che è sempre più complessa e generalmente composta da centinaia di dipendenti spesso distribuiti su tre o quattro sedi, un controllo effettivo da parte del preside è pressoché impossibile.
Naturalmente una diffusa indulgenza verso i cattivi comportamenti, quando non è connivenza, permette che questi si incancreniscano e solo in casi eclatanti può avvenire che siano gli studenti, vincendo le loro paure di ritorsioni, a segnalare gli abusi. Inoltre, per esperienza diretta, stavolta da dirigente, posso certificare l’esistenza di una mentalità che mira a considerare autoritario o prepotente il preside che interviene con i mezzi (scarsi) a sua disposizione. Per molti benpensanti, infatti, dovrebbe essere in grado, se è davvero un bravo leader, di impedire i comportamenti sbagliati grazie al suo prestigio e alle sue capacità. D’altra parte non mancano miei colleghi che si guardano bene dall'intervenire; in certi casi per quieto vivere, in altri perché sanno che si imbarcherebbero in conflitti per cui sono necessarie competenze legali almeno pari a quelle degli avvocati che tutelano chi è sottoposto a provvedimenti disciplinari.
Lei capisce che in una situazione di questo tipo è ben difficile che venga trasmessa la consapevolezza di una responsabilità personale dalla quale non si può né si deve prescindere. E questo dovrebbe valere in ciascun campo lavorativo, figuriamoci poi se questo campo è al servizio della comunità tutta.
Infine, per rendere più evidente quanto lavoro ci sia ancora da fare, come dirigente mi preme di farLe presente che l’Amministrazione scolastica non si è mai preoccupata di formarci in materia di problemi disciplinari e di conflitti col personale né in occasione di un concorso serio e selettivo, come quello con cui sono stato assunto, né in sede di aggiornamento. Possiamo sperare, nell’interesse della scuola, che cambi qualcosa?
Con sentiti auguri di buon proseguimento del suo lavoro.
Valerio Vagnoli
 (da “Orizzonte Scuola”)

lunedì 18 gennaio 2016

FIRENZE, UN CONVEGNO SULLA QUIETE PUBBLICA

Un anno e mezzo fa decidemmo di lanciare un appello intitolato "RIDATECI IL SILENZIO. Contro la distruzione della quiete pubblica". Non è un tema strettamente scolastico, ma ha evidenti implicazioni educative. Il documento ebbe numerosissime adesioni, comprese quelle di personalità molto note. Da allora abbiamo continuato a lavorare con un'associazione che si occupa specificamente di questo problema e aggiornato via via le persone interessate attraverso una specifica pagina facebook, seguita anche da una parte dei lettori di questo blog. Il prossimo 12 febbraio ci sarà un incontro-dibattito a Firenze, di cui pubblichiamo qui sotto il programma. Vi aspettiamo.

venerdì 8 gennaio 2016

I DATI EUROSTAT E IL FUTURO DI SCUOLA E UNIVERSITÀ

È di questi giorni la notizia che in Italia solo uno studente su due, secondo i dati Eurostat, trova lavoro entro tre anni dalla laurea. La notizia non stupisce. Gli insegnanti e i presidi che hanno mantenuto rapporti con i loro ex allievi, come chi conosce le vicende dei propri figli o di quelli degli amici, sanno da anni che spesso la laurea ottenuta in Italia non garantisce un bel nulla. O meglio, in molti casi costringe ex ragazzi sulla soglia dei trent'anni e oltre a misurarsi con mestieri mai presi in considerazione. 
Non sto ad elencare tutte le cause di questa poco invidiabile situazione, a partire dalla crisi economica. Vorrei però sottolineare quella, a mio avviso, principale, e cioè la rovinosa riforma delle università a firma Berlinguer, varata anche grazie all’ignavia diffusa e trasversale delle forze politiche e culturali italiane.  Infatti la cosiddetta laurea breve ha portato nel giro di pochissimi anni al precipitare della qualità degli studi e al proliferare degli indirizzi. Molti corsi triennali si sono caratterizzati  (e si caratterizzano) per trasmettere conoscenze  e competenze  neanche degne delle scuole superiori pre-berlingueriane. Moltissime "tesine" triennali sono indecorose e assolutamente non in grado di far approfondire un argomento, né di creare un metodo di ricerca.
Mi sembra anche fuori discussione che le scuole superiori, a loro volta, non sono spesso in grado, per come sono strutturate, di creare giovani responsabili, preparati nelle materie d'indirizzo, formati in laboratori efficienti e affidati a docenti selezionati in maniera almeno decorosa. Non a caso la situazione dei diplomati in vista del lavoro è ancora peggiore di quella dei laureati: meno uno su tre lo trova entro tre anni dalla fine degli studi.
Il fatto poi che i più sentiti dibattiti intorno alla scuola si sviluppano pro o contro le occupazioni o sull’opportunità o meno di una seria applicazione delle regole è esso stesso specchio lampante della situazione. Né, rispetto alla deriva del sistema scolastico e formativo italiano, è esente da colpe il mondo economico, o almeno la gran parte di esso. A sua parziale discolpa, va detto che solo di recente è stato coinvolto dalla classe politica nel lavoro per migliorare il rapporto fra scuola e lavoro, non senza marcate resistenze da parte di settori politici e sindacali. Lo stesso Berlinguer, e prima di lui i "riformatori" dei primi anni '90, decantava una scuola che trasmettesse una cultura generale  finalizzata essenzialmente a formare "teste ben fatte", tanto ci avrebbe poi pensato il mondo del lavoro a specializzarle nel più breve tempo possibile.
Ora che le statistiche non lasciano adito a interpretazioni di sorta, il governo e il parlamento devono prendere senza indugi misure radicali. Tra queste innanzitutto l’abolizione di gran parte dei corsi di laurea triennali contemporaneamente a una rapida diffusione degli Istituti Tecnici Superiori (scuole post secondarie ad alta specializzazione tecnologica). Occorre inoltre dare precise informazioni sugli indirizzi universitari che destinano la stragrande maggioranza dei loro laureati alla disoccupazione. Sarebbe anche utile predisporre un piano di aggiornamento per i docenti universitari sugli aspetti metodologici e relazionali dell’insegnamento. Per quanto riguarda le scuole medie e superiori è urgentissimo tornare a rendere obbligatori almeno una parte dei programmi e rendere più stringente la verifica del possesso delle principali competenze di base, a cominciare dall’italiano scritto e dalla matematica. Ed infine si elimini, nei tecnici e nei professionali,  l’eccesso di discipline, spesso inutili se non dannose, perché impediscono ai ragazzi di concentrarsi sulle competenze strettamente legate all'indirizzo scelto.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 8 gennaio 2016)

domenica 20 dicembre 2015

LA SOLITUDINE DELLA SCERIFFA DISARMATA

Il bell’editoriale di Gaspare Polizzi sul “Corriere Fiorentino” di oggi (La sceriffa disarmata) è dedicato alla preside del Liceo di Porta Romana, dove una netta minoranza di studenti, sostenuti dai loro genitori, ha occupato per molti giorni la scuola, impedendo che si svolgessero le lezioni. Il danno così causato alla comunità scolastica e alle casse dell'erario è stato gravissimo. È naturale che l'autorità giudiziaria ne chieda conto e ancor più che la scuola prenda le opportune misure educative affinché i ragazzi imparino a rispettare le regole, la cosa pubblica, i loro compagni e i soldi dei contribuenti. Naturalmente i genitori sostengono i loro “bambini”. Infatti sembra proprio che tali li vogliano mantenere e che con il loro atteggiamento iper-protettivo impediscano loro di crescere nella consapevolezza che oltre ai diritti devono essere salvaguardati anche i doveri. In altri contesti sociali europei sarebbe inverosimile una situazione del genere, tanto grave quanto poco seria, per parafrasare uno dei pochi intellettuali che al potere di ogni colore non fu per niente organico. I fanciulli sono stati in grado di farsi beffa di una comunità di oltre 1500 persone, di passare nottate dentro la scuola, di prendersi gioco di preside, professori, impiegati e compagni, ma non li si riconosce meritevoli di una sospensione da 10 a 15 giorni (solo per qualcuno si arriva a 21) e ci si attacca a qualche manchevolezza formale per impedire che i pargoli debbano pagare per le conseguenze della loro supponenza, della loro violenza e della loro irresponsabilità.
In tutta la faccenda ha stupito più di ogni altra cosa che alla ferma compostezza civica e morale  della Preside Addabbo abbia corrisposto la quasi assoluta latitanza delle autorità scolastiche a sostegno della dirigente e del principio di legalità. A parte la vicinanza espressa dal sottosegretario Toccafondi, nessun altro ha sentito la necessità di essere solidale con la collega, di stare accanto a lei, che so, per una quindicina di minuti durante le intere mattinate che Annamaria Addabbo, insieme a molti suoi docenti, ha trascorso all'esterno della scuola. Il baco uscito dalle muffe ideologiche di un passato che vorremmo laicamente lontano continua a credere che i bravi dirigenti siano quelli che evitano i conflitti e che se questi ci sono la colpa è loro: poco flessibili, poco comunicativi, poco inclini al "volemose bene" che tanto odiava l'intellettuale di cui sopra e che invece caratterizza la nostra visione – così  provinciale  e così privata – delle istituzioni pubbliche. Per certa gente un leader davvero carismatico non viene mai messo in discussione dagli studenti e dal personale in genere. Questa infantile miopia che accomuna adolescenti e adulti rimasti tali (e non a caso ideologicamente fermi agli anni settanta), non contribuirà a creare un bel futuro. I segni ci sono tutti per capirlo, ma agli accecati dall'ideologia questo non interessa. Per certa gente contano solo i diritti, o presunti tali, e guai se qualcuno non è disponibile a capirli e magari osa chiedere che le leggi vengano rispettate. I leader carismatici, si sa, non hanno bisogno di ricorrere alle regole e chissà se a forza di magnificarli prima o poi qualcuno si materializzerà sul serio. (Valerio Vagnoli)

martedì 15 dicembre 2015

I GENITORI CATTIVI MAESTRI

Al Liceo Artistico di Porta Romana i consigli di classe e il Consiglio di Istituto hanno deliberato la sospensione di 39 studenti responsabili dell’occupazione dell’Istituto per dieci giorni, durante i quali hanno impedito l’ingresso a studenti, docenti, amministrativi e custodi, oltre che alla Dirigente Anna Maria Addabbo. Per alcuni occupanti il periodo di sospensione arriva a 21 giorni.
Già nel post del 3 dicembre scorso, “Gli studenti e l’occupazione come diritto”, riferendo le lamentazioni degli studenti del Liceo Alberti dopo lo sgombero dell’istituto da parte della polizia, scrivevamo che è evidente in questi ragazzi la totale assenza di consapevolezza circa la gravità dei loro comportamenti e delle relative conseguenze. Se l’occupazione è pensata come l’esercizio di un diritto, ne viene di conseguenza che non può comportare sanzioni.
A Porta Romana sono di scena i genitori, come riferisce "La Nazione", scesi in armi contro i provvedimenti disciplinari. Invocano l’intervento dell’Ufficio Scolastico Regionale, annunciano ricorsi al TAR, minacciano forme di disubbidienza e, non c’era da dubitarne, denunciano il carattere repressivo e non educativo dei provvedimenti. Certo, con altri dirigenti sarebbe finita diversamente, tuttalpiù con un predicozzo accigliato. Qui per fortuna hanno trovato la porta sbarrata. Speriamo che una volta tanto a nessuno venga in mente di dargli ragione. (AR)

lunedì 7 dicembre 2015

MINISTRO GIANNINI, ESISTE PER IL GOVERNO UN PROBLEMA DI DISCIPLINA NELLE SCUOLE?

Gentile Ministro Giannini,
avrà senz’altro letto il mese scorso Che errore ignorare la scuola, l’editoriale in cui Ernesto Galli della Loggia si chiedeva se a viale Trastevere “sia mai giunta notizia che in moltissime realtà scolastiche italiane ormai si assiste a una vera e propria abolizione di fatto della disciplina”. Chi lavora nella scuola conosce bene questo problema, dovuto anche al disorientamento educativo di molte famiglie, e le conseguenze che ha già avuto e continuerà ad avere sull’apprendimento e sulla qualità della convivenza civile. Per non parlare di come incide sulle motivazioni e sulla stessa salute dei docenti.
Di fronte a una denuncia così impietosa e accorata era logico aspettarsi una sua risposta, che però non è venuta. Del resto il silenzio dei governi su un aspetto così centrale nella formazione, come il rispetto delle regole, dura purtroppo da decenni, con l’eccezione dei ministeri Fioroni e Gelmini. Quanto allo Statuto degli studenti di Berlinguer, sembra concepito per scoraggiare le sanzioni più che per garantire comportamenti corretti. Un precedente ministro è andato oltre al silenzio, invitando gli studenti a ribellarsi a genitori e insegnanti; e da un attuale sottosegretario è uscito perfino un caloroso apprezzamento delle occupazioni, in cui si infrangono leggi, si violano diritti degli altri e si sperpera denaro pubblico. Anche la Buona Scuola ignora totalmente la necessità della Buona Condotta; e dovrebbe invece essere considerata una priorità. Eppure è l’Ocse, non qualche acritico lodatore del tempo andato, a sostenere che “dove la disciplina è allentata, gli insegnanti sprecano tempo e gli studenti non sono concentrati a causa delle numerose interruzioni”; che “la maggior parte degli studenti è contenta quando c’è la disciplina in classe”; e che “le classi in cui vige la disciplina di solito hanno risultati migliori”. Sfortunatamente anche non pochi dirigenti e docenti ritengono in buona fede che non si debba mai punire, ma puntare solo sul dialogo e sul rinnovamento della didattica per prevenire e correggere i comportamenti sbagliati, mentre l’educazione alla responsabilità, cioè a rispondere di quei comportamenti, deve necessariamente prevedere anche delle sanzioni. Come lei sa, sembra difficile persino impedire durante l’orario scolastico l’uso del cellulare, fonte di distrazione, ma anche strumento utilizzato per forme di bullismo e per copiare durante gli esami: altro problema su cui varie sollecitazioni e denunce non sono state prese in considerazione.
Le chiediamo quindi, Ministro Giannini, di prendere tutte le possibili iniziative a sostegno della correttezza e della legalità nelle scuole, in modo che vi venga garantito il necessario clima di rispetto reciproco e di collaborazione nell’interesse degli studenti, dei docenti e in quello della collettività. Per parte nostra ci  permettiamo di avanzare un paio proposte:
- Modificare e integrare alla luce dell’esperienza lo Statuto degli studenti, in quanto norma generale sull’istruzione, inserendovi tra l’altro indicazioni sulle sanzioni in relazione almeno alle principali mancanze disciplinari, incluse quelle che si verificano nel corso delle occupazioni e degli esami di Stato. Si tratta tra l’altro di evitare eccessive differenze tra scuole in questa materia, pur salvaguardando il giusto margine di discrezionalità rispetto ai casi concreti.
- Promuovere occasioni di serio dibattito e di aggiornamento su temi come la crisi dei ruoli educativi e le sue cause, l’alleanza fra scuola e famiglia, la gestione della classe, il ruolo delle sanzioni educative, il contrasto al bullismo, i doveri come necessaria garanzia dei diritti e della solidarietà sociale.
Distinti saluti,
Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità

giovedì 3 dicembre 2015

GLI STUDENTI E L'OCCUPAZIONE COME DIRITTO

Mentre in diverse città italiane continuano le occupazioni delle scuole, sembra crescere finalmente l’insofferenza verso queste iniziative, finora viste con indulgenza e persino con simpatia da settori dell’opinione pubblica. La maggioranza degli studenti degli istituti interessati e i loro genitori hanno protestato vivacemente per la prevaricazione di una minoranza che viola il loro diritto allo studio. A Firenze la polizia si è decisa a intervenire senza pretendere l’esplicita richiesta della dirigente del Liceo Artistico Alberti, dopo anni in cui si limitava a raccomandare ai ragazzi di non fare danni. E a questo proposito “Tuttoscuola” si chiede: “Il vaso è colmo?” Si tratta di un buon segno, anche se è presto per trarre conclusioni ottimistiche. Tra l’altro il governo rimane del tutto indifferente di fronte a un fenomeno che costa ogni anno milioni di euro ai contribuenti.
Colpiscono in modo particolare le motivazioni degli occupanti per l’evidente sproporzione tra mezzi e obbiettivi, in genere riconducibili a carenze di attrezzature e di manutenzione dell’edificio scolastico, anche se viene poi richiamata ritualmente la riforma della “Buona scuola. Ma c’è di più. Prendiamo il caso del suddetto liceo artistico fiorentino, dove polizia ha fatto uscire gli occupanti barricati da tre giorni nella scuola. Le reazioni degli studenti dovrebbero far riflettere chi, anche all’interno del ministero, accredita alla leggera gli occupanti come interlocutori politici e come futura classe dirigente. Eccone alcune riportate dalle cronache: «Bell'esempio di democrazia, far entrare le forze dell'ordine in una scuola». «Gli agenti hanno approfittato del portone aperto per un attimo e sono entrati spintonando. Un ragazzo si è coperto il volto con uno zaino e loro gliel'hanno sbattuto a terra». E sulla preside: «È il giorno della sua sconfitta. Chiamare la polizia è un segnale chiaro: ha perso il controllo della scuola. E noi che volevamo persino rimbiancare le pareti...». «Non si risolvono i problemi da noi denunciati con l'uso della forza». Senza entrare nel merito delle singole frasi, è evidente che manca in questi ragazzi la consapevolezza di ciò che comporta un’occupazione: gravi violazioni della legalità; lesione del diritto allo studio dei compagni; ingenti risorse dilapidate; tempo scuola buttato alle ortiche a danno dell’apprendimento; una seria ferita al clima interno della scuola. In altre parole, si tratta della reazione di chi ritiene che l’occupazione sia un diritto.
Chi viola le leggi per motivi ideali e ha poi il coraggio di assumersene la responsabilità, accettandone le conseguenze anche penali, merita rispetto. Ma se è già difficile chiederlo a dei ragazzi, una simile coerenza diventa impossibile quando per decenni gran parte degli adulti minimizza, assolve o addirittura apprezza e incoraggia queste imprese. E quali esempi virtuosi vengono loro proposti quanto a modi di dissentire? Certo non la quasi costante impunità di chi blocca il traffico paralizzando città e autostrade, di chi sfascia vetrine e automobili durante le manifestazioni e di chi riempie i muri di scritte. Per questo l’iniziativa del Questore di Firenze è un indubbio passo avanti rispetto al passato anche sul piano educativo, malgrado che per arrivarci ci siano voluti dieci giorni di occupazione in un altro istituto e una forte pressione dei genitori e di gran parte degli insegnanti. È dunque urgente reintegrare a pieno nella nostra cultura il valore formativo delle sanzioni, rassegnandosi al fatto che il dialogo, la disponibilità e l’empatia non sempre bastano a far percepire a tutti l’inaccettabilità di certi comportamenti.
Giorgio Ragazzini

mercoledì 25 novembre 2015

UN OCCASIONE DA NON PERDERE: IL CONVEGNO SU "PIETRO LEOPOLDO E LA TOSCANA LABORATORIO DEI LUMI"

Si torna finalmente a parlare di uno dei più grandi riformatori europei del ‘700, il cui governo in Toscana iniziò nel settembre di 250 anni fa (1765). Alcuni studiosi illustreranno i principali aspetti della sua intensa opera riformatrice che fece della Toscana un vero e proprio “laboratorio dei lumi”, avviandola alla modernità. Il convegno si svolgerà in quella che il Granduca  elesse a sua residenza preferita, la villa di Poggio Imperiale, da lui trasformata in una vera e propria reggia.

sabato 21 novembre 2015

OCCUPAZIONI, LE RESPONSABILITÀ DEGLI ADULTI

Ogni generazione ha i suoi meriti e le sue debolezze. Un tempo i genitori erano sostenuti da idee educative condivise e da un'autorità indiscussa, ma erano in media meno attenti ai bisogni affettivi dei figli. Oggi sono in genere più capaci di vicinanza emotiva, ma mancano spesso di fermezza; e lo stesso vale per molti presidi e insegnanti. Ma, se non si comincia già dai primi mesi a introdurre un bambino ai limiti e alle regole che la realtà impone, si dovrà poi faticare per risalire la china. In realtà una cornice normativa adatta alle varie età rende i figli più sicuri, aperti e sereni, mentre l'eccesso di protezione e di indulgenza produce più irrequietezza e conflitti.
Con l'adolescenza cresce il bisogno di definirsi in contrasto con i genitori, di cui non si sopportano le vere o presunte imposizioni. In questa fase bisogna che famiglia e scuola consentano più autonomia ai ragazzi, tenendo però ferme le regole fondamentali della vita familiare e di quella scolastica. E questo anche nel loro interesse. In un periodo di forte e ansiogena evoluzione devono trovare negli adulti dei saldi punti di riferimento, anche, e forse soprattutto, quando si scontrano con i loro princìpi e i loro no.
La storia delle occupazioni conferma la diffusa incomprensione di questa esigenza, che nella scuola implica la tolleranza di comportamenti illegali, la mancata tutela del diritto allo studio e lo spreco di ingenti risorse pubbliche proprio mentre se ne denuncia l'insufficienza. Il mondo degli adulti, con non molte eccezioni, ha risposto ai giovani col silenzio o con pelosa indulgenza (come alcuni politici), o con messaggi confusivi. Di recente il preside fiorentino Ludovico Arte si è così espresso su “La Repubblica”: "Le occupazioni sul piano formale sono illegali. Ma nella storia succede molte volte di utilizzare la violazione di una regola per contestare qualcosa. Lo hanno fatto persone di indubbia moralità per ideali nobilissimi." Vero, ma si trattava, come nel caso di Gandhi, di disobbedire a leggi ingiuste, per di più accettando, a riprova della serietà del disobbediente, le conseguenze dei suoi gesti (nel caso della Marcia del sale le bastonate della polizia). Se una scuola è occupata, invece, la polizia non dovrebbe sgomberarla, perché "il contrasto alla prepotenza non può avvenire con atti prepotenti come lo sgombero". Ma è prepotenza il ripristino della legalità? Infine, il preside afferma che a certe condizioni l'occupazione può essere un’esperienza positiva. In realtà così si impedisce ai giovani di percepire con chiarezza la differenza tra lecito e illecito. E maturare diventa ancora più difficile.
Giorgio Ragazzini
(“La Repubblica Firenze”, venerdì 20 novembre 2015)

giovedì 19 novembre 2015

ESPOSTO ALLA MAGISTRATURA SULL'OCCUPAZIONE DEL LICEO DI PORTA ROMANA

COMUNICATO STAMPA 
Esposto al Procuratore della Repubblica di Firenze
e  al Procuratore Regionale della  Corte dei Conti
sull’occupazione del Liceo Artistico di Porta Romana

In data odierna Andrea Ragazzini e Sergio Casprini del GRUPPO DI FIRENZE  per la scuola del merito e della responsabilità hanno inviato un esposto alla Procura della Repubblica di Firenze e alla Procura Regionale della Corte dei Conti in relazione all’occupazione del Liceo Artistico di Porta Romana.
Nell’esposto, inviato per conoscenza anche al Sindaco di Firenze e al Questore, i due docenti scrivono che “come cittadini e come ex insegnanti  noi crediamo  che questa forma di protesta, quale che sia la motivazione, costituisca una grave lesione del diritto allo studio della grande maggioranza degli studenti del Liceo e un inaccettabile sperpero del pubblico denaro, con gli insegnanti impossibilitati a esercitare il loro ruolo, per il quale sono retribuiti dai contribuenti italiani.”
Chiedono pertanto al Procuratore della Repubblica e al Procuratore Regionale della Corte dei Conti “di valutare la sussistenza di motivi per prendere al riguardo i provvedimenti che riterrete opportuni, anche e soprattutto perché non abbiano a ripetersi in futuro.”

Firenze, 19 novembre 2015

sabato 14 novembre 2015

49 PRÈSIDI SOLIDALI CON LA COLLEGA DEL LICEO FIORENTINO OCCUPATO. “LE FORZE DELL’ORDINE INTERVENGANO PER RIPRISTINARE LA LEGALITÀ"

Probabilmente è la prima volta che un nutrito schieramento di dirigenti scolastici chiede esplicitamente alle forze dell’ordine di intervenire per restituire agli studenti, ai docenti e alla comunità l’uso di una scuola occupata, come legalità e Costituzione vorrebbero. E naturalmente va anche sottolineata l’importanza di una così consistente solidarietà alla dirigente coinvolta, fatto non frequente in queste situazioni. Resta lo sconcerto sulla riluttanza a intervenire tempestivamente da parte delle istituzioni quando è in atto questo genere estremo di occupazione, in cui viene calpestata una molteplicità di diritti, anche perché cosa che si traduce purtroppo in diseducazione alla legalità. (GR)

Il testo della lettera
I sottoscritti Dirigenti scolastici esprimono alla collega Annamaria Addabbo la piena solidarietà e il più sincero sostegno alla sua volontà di lottare perché il diritto alla studio della grandissima parte dei suoi studenti non sia calpestato da una minoranza che, da giorni, si è impadronita del Liceo di Porta Romana impedendo l’accesso all’edificio scolastico. Deprechiamo che sia stata completamente abbandonata da tutte le autorità che hanno competenza per garantire innanzitutto la legalità e il diritto alla studio. Questo diritto non può essere calpestato e non è più tollerabile che insieme ad esso siano buttati al vento decine e decine di migliaia di euro che lo Stato investe per garantire l’insegnamento. Auspichiamo che le forze dell’ordine intervengano per ripristinare la legalità.
Seguono le firme di Valerio Vagnoli, Roberto Curtolo, Andrea Marchetti e altri quarantasei dirigenti scolastici.
Occupazioni, i dirigenti si sentono soli

venerdì 13 novembre 2015

CHE DIREBBE PASOLINI (RITI, REGOLE, LIBERTÀ)

L'articolo prende spunto dall'occupazione in corso al Liceo artistico di Porta Romana a Firenze (già Istituto d'Arte). Una settantina di ragazzi, tra i quali alcuni di altre scuole, si sono barricati nella scuola da tre giorni. 

Ci risiamo con le occupazioni che, in alcuni casi, hanno assunto la forma di vera e propria prevaricazione violenta. In questi giorni, a distanza di 40 anni dalla sua morte, non sono mancati i richiami alla persona e alla personalità di Pier Paolo Pasolini e in occasione della recentissima visita del Papa a Firenze, l'applauso più intenso rispetto alle grandissime personalità cattoliche fiorentine del secolo scorso ricordate dal Cardinal Betori è andato a don Lorenzo Milani.
Rispetto a questa sorta di saturnali moderni che da decenni assicurano a sparute minoranze di studenti l'annuale appuntamento con il “rito” delle occupazioni, mi viene da chiedere cosa avrebbero scritto e detto queste due complesse e importanti personalità della cultura. Chi li conosce profondamente sa, senza tuttavia poterlo naturalmente dimostrare, per dirla con Pasolini, che entrambi si sarebbero fortemente indignati per quanto da decenni sta accadendo nelle scuole di certe aree del nostro paese sottoposte al rito delle occupazioni contrabbandate come forme di protesta. Ed invece, anche se gli studenti non vogliono sentirselo dire, proprio le occupazioni rappresentano a volte occasioni per la miglior iniziazione al consumismo, trasformandosi in discoteche, paninoteche, centri di avviamento al fumo e alla goliardia più sfrenata, come si evince dalla condizione in cui spesso si trovano le scuole alla fine dei saturnali.
Naturalmente con i ragazzi dobbiamo avere pazienza, molta di più di quanto ne avrebbe avuta per esempio don Milani che non rinunciava, anche per piccole trasgressioni, perfino alle sberle, e non rinunciare pertanto al dialogo. Ma occorre anche saper essere nei loro confronti degli adulti seri e metterli davanti alla loro responsabilità anche prendendo, quando occorre, misure drastiche sul piano disciplinare. A certi educatori, il solo accennare a delle misure disciplinari nei confronti anche di studenti delle ultime classi, fa venire in mente lo stato di polizia, o roba del genere. Ed invece forse ancor peggio dello stato di polizia è quello di stampo permissivista che permette il venir meno di qualsiasi obbligo nei confronti dei compiti che ciascuno di noi è chiamato a ricoprire, siano questi propri dei ragazzi e adolescenti o degli adulti. Recentemente una scrittrice, Dacia Maraini, grande amica peraltro di Pier Paolo Pasolini, ha affermato che più regole ci sono e più è garantita la libertà che, appunto, non consiste nel fare quello che si vuole senza pagarne peraltro il conto. Il conto, invece, nel caso delle occupazioni lo pagano innanzitutto gli studenti che vorrebbero andare a scuola e i cittadini che vedono sprecati i loro soldi perché ogni giorno in cui saltano le lezioni vengono buttati al vento migliaia e migliaia di euro.
Quello che ancora stupisce è che vi siano dirigenti e docenti disposti ad opporsi a questo sfacelo culturale accettando, nel silenzio immorale dell'apparato ministeriale, di essere spesso soli a rivendicare quello che in un paese civile e democratico dovrebbe essere ovvio: e cioè che la libertà di ciascuno finisce quando inizia quella degli altri. Se non siamo in grado di indurre i giovani a rispettare ciò, a che serve questa scuola?
Valerio Vagnoli 
(Corriere Fiorentino, 13 novembre 2015) 
Per saperne di più: Occupazione, la prova di forza e  Io, da sola a combattere l'illegalità.