martedì 14 luglio 2009
ACCADE ANCHE IN ITALIA: LA LEGGE È LEGGE
venerdì 3 luglio 2009
LA BOCCIATURA: "UN SADISMO INUTILE"?
mercoledì 1 luglio 2009
MA QUANTO CI COSTA PROMUOVERE CHI NON LO MERITA?
Ma quanto sono costati al paese decenni di lassismo, cioè di svalutazione del merito, dell’impegno, della serietà? Quali danni hanno inferto all’economia, al livello dei servizi e delle professioni, non meno che all’etica pubblica? Quanto, infine, hanno occultato le insufficienze della scuola?
Intanto anche su “Sussidiario.net”, il quotidiano on line vicino alla Compagnia delle Opere, si discute sull’aumento delle bocciature. Sul numero di oggi (martedì 30 giugno, anche se questa nota viene pubblicata dopo mezzanotte) Giancarlo Tettamanti (Essere bocciati è un male per i ragazzi? Peggio il buonismo…) risponde a Giovanni Cominelli (Bocciare: a cosa serve?) ricordando che nessuna riforma delle scuola e della didattica potrà mai azzerare le responsabilità di un ragazzo riguardo ai suoi risultati scolastici.
lunedì 29 giugno 2009
LE PROPOSTE DELLA FONDAZIONE AGNELLI SULLA VALUTAZIONE E LA RETRIBUZIONE DEGLI INSEGNANTI
domenica 28 giugno 2009
BOCCIATURE COME OPPORTUNITÀ: UNA RISPOSTA AI COMMENTI
Prendo spunto dai commenti al mio intervento E se la bocciatura fosse un’opportunità? sulle bocciature per chiarire alcuni temi.
Quando parlo di permanere, nel nostro sistema scolastico, di modelli seicenteschi, non intendo riferirmi soltanto alla lezione frontale che giustamente uno degli intervenuti difende come strumento didattico dal quale non si può ancora prescindere (salvo vederla propinata per sei-sette ore di seguito anche da parte di docenti di materie tecniche-professionali che richiederebbero, invece, ben altre strategie didattiche). Seicentesco, nel nostro sistema scolastico, è anche il permanere del modello esclusivo della classe al posto di una organizzazione per gruppi di livello o modulare o per classi aperte, come ad esempio nel modello finlandese. Seicentesca, inoltre, è l’organizzazione dello studio, che andava benissimo per una scuola elitaria; meno per una scuola come la nostra.
In uno degli interventi si sottolinea, giustamente, come le scuole italiane siano strutturalmente inadatte a sperimentare nuove strategie didattiche. È vero, tuttavia anche l’esclusività dell’organizzazione in classi contribuisce a non stimolare i responsabili dell’edilizia scolastica ad investire in modo da rivoluzionare strutture e strumentazioni delle scuole di ogni ordine e grado.
Accade, invece, che edifici scolastici possano essere ricavati (succede in alcune grandi città del sud) anche da appartamenti per civili abitazioni collocati al quarto e quinto piano di palazzoni anonimi e tristi per le stesse famiglie che vi abitano, figuriamoci per dei bambini o per degli adolescenti.
Una scuola ove il ruolo della “classe” - nelle scuole superiori - finisse per essere marginale o per scomparire del tutto costringerebbe gli Enti locali a ripensare gli edifici scolastici. Ovvio, tuttavia, che le scuole dovrebbero essere belle e funzionali a prescindere da questo, ma da noi così non è. Ripenso al mio ultimo viaggio in Francia, alla bellezza di gran parte dei suoi edifici scolastici. Scuole di provincia pensate come una sorta di piccolo villaggio con spazi verdi e sportivi da far impallidire i nostri centri sportivi più alla moda. Mense e laboratori pensati per una scuola che risponde a ben altre dinamiche rispetto alla nostra ancora troppo ancorata al passato. Qualcosa vorrà pur dire se negli ultimi anni il meglio del cinema e della narrativa francese ruota intorno al tema della scuola mentre da noi, salvo rarissimi casi (e tra questi è doveroso annoverare l’alzata di scudi dei 16 intellettuali firmatari dell’appello a favore del merito e della responsabilità), siamo rimasti a qualche film macchiettistico, a Mio figlio professore, a Terza B facciamo l’appello e a Io speriamo che me la cavo, oltre ovviamente la solita, oggi retorica, Lettera a una professoressa.
Per quanto concerne i rilievi a proposito della responsabilità della scuola sulle bocciature e quanto poco si faccia per recuperare i meno bravi, rimando all’intervento dell’amico Giorgio Ragazzini.
sabato 27 giugno 2009
IL BUONISMO SI CONFERMA TRASVERSALE: ANCHE PER "FARE FUTURO" LE BOCCIATURE SONO UN FALLIMENTO DELLA SCUOLA
Commento. Il buonismo, come abbiamo sempre detto, pur avendo elaborato i suoi assiomi nell'humus catto-comunista, è poi diventato trasversale e si radica nel carattere italico, mammone e nutrito di colpa e indulgenza tridentine. Tiene a bada la realtà con le astrazioni: chi sono infatti "i bocciati"? Sarebbe utile che qualcuno (adattissimo Giorgio Dell'Arti) sciorinasse davanti ai nostri occhi qualche decina di identikit. Verrebbe forse fuori che una parte non ha potuto scegliere una scuola superiore a lui congeniale per colpa del mito della scuola uguale per tutti che ha squalificato la formazione professionale; qualcuno, partendo da una situazione culturalmente svantaggiata, non si è effettivamente visto offrire tutto l'aiuto che gli era necessario; e che la maggioranza dei bocciati, guardandosi intorno e vedendo andare avanti chi lo non meritava, aveva concluso: "Anche se non studio, mi promuovono lo stesso". (GR)
mercoledì 24 giugno 2009
VALUTAZIONE DEI DOCENTI: SÌ, MA NON "ALLA BERCHET"
Alla valutazione dei docenti, ai metodi da usare e agli obbiettivi da porsi abbiamo più volte dedicato riflessioni o riportato contributi di altri. Dovremo tornarci. Sarà bene però, anche alla luce di questo episodio, che gli insegnanti si rendano conto che la non-valutazione è un privilegio indifendibile e si decidano a rivendicare il diritto di dire la loro in proposito, in particolare sull'efficacia dei metodi e sull'appropriatezza degli obbiettivi.
Leggi anche il commento di Isabella Bossi Fedrigotti.
martedì 23 giugno 2009
INDAGINE OCSE: L'INDISCIPLINA FRENA L'APPRENDIMENTO
L'acronimo TALIS - così si chiama la ricerca - in italiano si scioglie come "Insegnamento e creazione di ambienti di apprendimento efficaci".
La necessità di una scuola più esigente sotto tutti i punti di vista, e in modo particolare rispetto all'impegno e al comportamento, ne esce quindi pienamente convalidata. E' sperabile che nelle prossime indagini il problema venga approfondito, per esempio correlando statisticamente i risultati paese per paese con il livello di serietà richiesto agli studenti dal sistema scolastico. E' indispensabile anche un grosso sforzo per rendere disponibili in tutte le scuole tutti i tipi di qualificate consulenze che l'emergenza richiede. Infine: a quando i primo corsi di aggiornamento sulla condotta? Leggi l'articolo.
venerdì 19 giugno 2009
E SE LA BOCCIATURA FOSSE UN'OPPORTUNITÀ?
Finalmente, viene da dire, il re è nudo, perché dietro all’aumento delle bocciature si può intravedere una scuola nuova che inizia finalmente a dare segni di vita, a fare fino in fondo il proprio dovere, cominciando a trovare il coraggio di prendersi responsabilità che da anni, in generale, non era in grado di prendersi.
Questi dati confermano, anziché il fallimento della scuola, come molti pensano e dichiarano, il vero scandalo durato fin troppo a lungo: quello di aver promosso generazioni di studenti in nome del buonismo o del quieto vivere o per i più svariati timori, non ultimo quello dei ricorsi. Insomma, contrariamente ai molti allarmismi che imperversano un po’ da tutte le parti per i risultati di quest’anno scolastico, mi provo ad andare controcorrente e giudico di buon auspicio quanto è avvenuto. Penso, insomma, che dovremmo rassicurare le famiglie, anche dei bocciati, facendo loro capire che stanno inequivocabilmente per finire i tempi squallidi del diploma “pezzo di carta” da spendere grazie alle raccomandazioni di varia natura, non ultime quelle di stampo clientelare e politico. Non mi dilungo sulle dinamiche economico-sociali che cancelleranno certo costume tipico più di un paese da operetta che non di una nazione che dovrà, oggi più che mai, misurarsi sul piano della competitività e di un’economia sempre più legata alla conoscenza. Mi preme, invece, ricordare e ripetere che solo una scuola in grado di valorizzare il merito può rappresentare un vero ascensore sociale per chi non può contare su clientele o radici familiari fin troppo ramificate nel mondo dei privilegi. Per troppo tempo si è identificato il successo scolastico come patrimonio da distribuire equamente a tutti, impedendo così che si diffondesse, soprattutto tra le famiglie più svantaggiate e povere, la consapevolezza di quanto, invece, proprio la scuola sia importante per ribaltare la loro condizione, spesso storicamente consolidata grazie a chi dalla scuola aveva e continuava ad avere i mezzi e gli strumenti per diventare classe dirigente. Solitamente per molti gruppi politici e per molte delle sigle del sindacato scolastico, la qualità della scuola la si è voluta vedere piuttosto sulla quantità (numero esoso delle materie con corrispondente elevatissimo numero dei docenti, orari scolastici lunghi e tempi della didattica ancora organizzati secondo modelli, non è un’esagerazione, seicenteschi) che non sulla sua qualità: guai a parlare di verifica dei risultati, di valutazione dei docenti e dei dirigenti e via di seguito. Ogni minimo accenno ai principi del pragmatismo da applicare anche al sistema scolastico era ed è ancora oggi esecrato più di quanto don Milani esecrasse i giovani operai del Mugello che alla domenica si mettevano la cravatta. L’irrisione nei confronti delle tre “i” ha contribuito a tener fuori dalla modernità chissà quanti figli di chi con il computer, l’inglese e tanto più con l’impresa, non aveva e non ha niente da spartire. Eppure sono molti i politici e i sindacalisti contrari alle tre “i” che hanno accortamente fatto studiare i loro figli negli Stati Uniti o nelle migliori università italiane ed europee.
Ma torniamo alla bocciatura. Ovvio che non sia una bella cosa ed altrettanto ovvio che si debba fare di tutto per rimuovere qualsiasi ostacolo che impedisce ai più svantaggiati di godere dei frutti straordinari che una buona scuola può dare. Ma se non bocciare rappresentava, come per certi insegnanti ancora rappresenta, una lotta contro le ingiustizie “di classe” o più banalmente ignavia o superficiale senso di bontà o ancora paura di affrontare le reazioni dei genitori, ben venga questo aumento di bocciature. Può rappresentare finalmente una svolta, un salutare scossone per chi alla scuola ha finito con l’assuefarsi senza dare o attendersi nulla, siano essi docenti, famiglie o studenti.
Do per scontato che la scuola debba formare, prima ancora della classe dirigente, dei buoni cittadini, liberi e appagati innanzitutto dalla loro cultura e dal loro senso critico. Anche per questo trovo che sia esecrabile vedere nella bocciatura solo un’esclusione, una sconfitta per la scuola e non un’occasione per aiutare il maggior numero possibile di giovani a diventare, a tutti gli effetti, dei cittadini degni di questo nome.
"REPUBBLICA" DEI BOCCIATI
L'occhiello del richiamo in prima pagina recita: "Aumentano i respinti e i non ammessi agli esami. L'Ocse critica l'istruzione italiana". In questo modo si suggerisce che lo faccia per questo inizio di maggiore severità, mentre si tratta di tutt'altro, come si scopre nell'interno: "I livelli di apprendimento degli studenti sono tra i più bassi, troppi gli insegnanti, demotivati e mai valutati. Le strutture scolastiche sono vecchie e non dispongono di laboratori moderni. Anche la valutazione degli studenti lascia a desiderare". Delle bocciature non si occupa, né "Repubblica" è sfiorata dal sospetto che i bassi livelli di apprendimento possano avere a che fare
con le promozioni facili dispensate in questi anni (ma anche in questi giorni, purtroppo).
Quasi tutti negativi i commenti raccolti, con tutto il repertorio della colpevolizzazione ultradecennale di quegli insegnanti che non ritengono giusto trattare allo stesso modo chi studia e chi no. Ecco l'intero articolo di Maria Novella De Luca:
Respinti, bocciati, non ammessi. Sconfitti. Migliaia e migliaia. Saranno in molti a ricordarsi l´anno scolastico 2008/2009, anno primo di una nuova era fatta di alunni ripetenti, di 5 in condotta, di scuole senza laboratori e senza fondi, senza ore e senza tempo pieno, ma con licenza di bocciare, con la penna rossa, in nome di rigore, severità, merito. I dati li ha anticipati il ministero dell´Istruzione, dunque sono ufficiali: non ammessi alla maturità il 6% degli studenti, quasi 400mila respinti nelle classi dalla prima alla quarta superiore, e ben 70mila adolescenti bocciati tra la prima e la seconda media, di cui 10mila con il famigerato 5 in condotta. Nessuno si compiace per l´aumento delle bocciature, è sempre un dispiacere quando un ragazzo perde l´anno – ha detto ieri tra le contestazioni il ministro Mariastella Gelmini – ma serve una scuola del merito, non una scuola buonista». Replica con ironia amara un prof di Lettere del liceo Mamiani di Roma: «È come se tra i banchi delle scuole italiane si fosse nascosto finora un esercito di ignoranti e di baby teppisti stanati dalla riforma Gelmini...». Critiche, ma anche consensi.
«Qui i ragazzi distruggono le aule e ci minacciano - racconta Marina Caputo, docente di un istituto professionale di Nola - e chi vuole studiare è penalizzato dalla violenza di pochi. A lungo abbiamo evitato le bocciature, pensando che fossero controproducenti. Da due anni a questa parte invece, grazie a un nuovo dirigente scolastico, la linea è cambiata. Abbiamo iniziato a respingere: i ragazzi sono cambiati. Alcuni hanno abbandonato, è vero, ma chi è rimasto oggi studia con profitto».
La scuola si divide, si interroga. Ma il risultato sono valanghe di ripetenti, per troppe assenze, per una cattiva condotta, e soltanto in parte, ammettono i dirigenti scolastici, per profitto insufficiente. Il comportamento dunque sullo stesso piano del sapere. Scuote la testa ricordando Maria Montessori il professor Giacomo Cives, docente emerito di Storia della Pedagogia all´università La Sapienza di Roma, che parla subito di «sconfitta della scuola». «Raramente le bocciature spingono a migliorarsi, il merito va incoraggiato, premiato, ma per chi è in difficoltà bisogna applicare come diceva la Montessori una "educazione dilatatrice", dare di più, portare dentro, non spingere fuori, con il rischio che gli espulsi abbandonino per sempre il percorso scolastico». La verità, dice Cives, è che dietro tutto questo c´è l´intento di «smantellare la scuola pubblica, che è in crisi, è vero, così come è vero che i professori hanno perso passione e senza passione è difficile "contagiare" i ragazzi con l´amore per il sapere, ma le minacce non hanno mai fatto progredire nessuno». E da studioso Cives cita un altro studioso, Giuseppe Lombardo Radice, filosofo e pedagogista, e la sua teoria appunto del "contagio positivo" tra chi insegna e chi apprende. «Avete notato che quando un docente è appassionato della sua materia gli studenti affermano di voler diventare fisici se insegna Fisica, storici se insegna Storia? Questo vuol dire che bisogna investire sui docenti, non tagliare le ore e i fondi. Con che coraggio si smantella la scuola e poi si respingono i ragazzi?».
Ma che cosa vuol dire essere bocciati a 12, 14, 16 anni, dover ripetere una classe, ritrovarsi tra i più piccoli? Qual è l´impatto di un 5 in condotta tra i giovanissimi dell´era digitale sottoposti spesso fin dalle classi elementari ad altissime aspettative da parte dei genitori? Se i primi dati saranno confermati saranno oltre 70mila i teenager espulsi nel passaggio tra la prima e la seconda media, di questi circa 10mila a causa del loro comportamento. E di questi una parte consistente è fatta di figli di immigrati, alle prese con le difficoltà della lingua e dell´integrazione, come si vede dai primi scrutini delle scuole medie del Veneto.
Matteo Lancini, docente di Psicologia dell´Adolescenza all´università Bicocca di Milano, avverte che le conseguenze possono essere serie, anche drammatiche. «La sensazione è che il mondo adulto stia cercando di riprendere il controllo su una generazione che sente di non saper governare. Ragazzi abituati al confronto, alla dialettica, non all´autorità. Più fragili per certi aspetti, più forti per altri. Ma non si può passare dalla scuola del dialogo e dell´accoglienza, a quella dei divieti e del 5 in condotta senza conseguenze. Mi spiego: in altre epoche la bocciatura faceva parte di un percorso educativo, i ragazzi la mettevano in conto, sapevano sostenerla. Oggi no. La vergogna di essere respinti, la mortificazione di non essere all´altezza possono compromettere per sempre il percorso di un adolescente. Forse ci dobbiamo interrogare su questa fragilità, ma di certo la risposta non può essere quella di tornare da un giorno all´altro alla scuola della paura e delle sanzioni».
Il ministro Gelmini parla di merito e di fine del buonismo. E una parte dell´istituzione scolastica la appoggia, chiede anzi che le regole tornino ad essere regole. Ma cosa accade veramente, in termini di futuro, dopo una bocciatura? Quanti studenti "dispersi" hanno alle spalle uno, due, tre insuccessi? Alessandra Vincenti è docente di Politiche sociali all´università di Urbino, e ai ragazzi dell´abbandono e della dispersione ha dedicato più di una ricerca. «I numeri degli studenti che "scompaiono" sono assai più alti di quanto non si sappia, e il nostro paese ha un tasso di dispersione scolastica ancora grave. La bocciatura è senza dubbio una sconfitta che di solito mette fine ad un percorso già difficile, ed è una delle cause dell´abbandono del percorso formativo. Questo bisogna dirlo, deve essere chiaro. I ragazzi che ho incontrato nelle mie ricerche per fortuna, dopo una o più bocciature e dopo aver deciso di non tornare più in classe, hanno incontrato operatori e strutture che li hanno reinseriti in un programma di formazione, verso il lavoro magari, ma cercando di fornire loro degli strumenti. Questo accade però in pochissime aree fortunate del Paese. Altrove, dei ragazzi che lasciano - ammette Alessandra Vincenti - non si sa più nulla. Scompaiono, vengono reclutati nei mestieri sottopagati, archiviano per sempre la speranza di un diploma, mandando in frantumi anche i sacrifici dei genitori.
Il trauma della bocciatura che porta all´abbandono è poi trasversale ai ceti sociali, non sempre si tratta di livelli bassi». Piero Macchi ha 52 anni, insegna Matematica in una bella scuola media di Ferrara, allievi presenti, famiglie impegnate, professori appassionati. «Il paradosso della mia vita - confessa - è che non ho mai bocciato un allievo e invece mia figlia, unica e adorata, è stata respinta in primo liceo scientifico. Profitto buono, condotta impossibile. Devo dire che quando ho capito come stava andando a finire ho fatto fuoco e fiamme, ho minacciato ricorsi, ho detto chiaro e tondo ai miei colleghi che non sapevano fare il loro mestiere... Mia moglie ed io abbiamo sofferto come cani, mentre stranamente mia figlia dopo aver fatto finta di nulla, con spavalderia, ha invece iniziato a riflettere. E noi con lei. Sul perché di tutte quelle assenze, di quell´impegnarsi al minimo, nonostante un´intelligenza brillante ogni tipo di sostegno in famiglia... Forse noi eravamo stati troppo "comprensivi", fidandoci di lei, lasciandola vivere come voleva, accettando che saltasse le lezioni per andare a suonare con il suo gruppo. Il risultato è che oggi ha cambiato scuola, ha ripetuto il primo liceo, ed è tra le prime della classe. Non solo. Ha imparato a gestire il suo tempo e le sue capacità, tra le sue passioni e lo studio. Mi sono chiesto se la bocciatura sia stata salutare? Forse sì, ma soltanto perché noi l´abbiamo sostenuta, non l´abbiamo giudicata... Ma in quante famiglie accade così? No, non ho cambiato idea. La Gelmini sbaglia. Sono rarissimi i casi in cui perdere un anno fa maturare uno studente. Certo, se è proprio necessario la bocciatura è giusta. Ma noi professori - aggiunge Piero Macchi - dobbiamo agire prima, prevenire. Se un ragazzo rischia, questo si vede già dai primi mesi dell´anno. È allora che noi dobbiamo metterci in gioco, se bocci un giovane vuol dire che tu professore hai fallito. È amaro da ammettere, ma è così. È vero, noi siamo sottopagati e spesso demotivati. Ma il futuro di questi ragazzini di 12, 14, 15 anni è anche nelle nostre mani. E nella scuola io credo ancora».
Da aggiungere, infine, alla lista degli interventi contrari anche un pezzo di Ilvo Diamanti su Repubblica.it, in cui si mescola di tutto e di più.
martedì 16 giugno 2009
CONDOTTA, DEONTOLOGIA, ETICA PUBBLICA
(Pubblicato sul n. 1 gennaio-marzo 2009 di "Esodo")
Viviamo, per nostra fortuna, nella società dei diritti. Ma ogni diritto ha, per così dire, due guardiani: il dovere di rispettarlo e quello di farlo rispettare. Il primo riguarda tutti, il secondo compete a una serie di ruoli in tutti i settori della società; ma è un dovere sgraditissimo, a cui molti si sottraggono davanti alla prima responsabilità che si delinea all’orizzonte. La verità è che molti non sanno più, o non hanno mai saputo, “chi glielo fa fare”. Meglio adeguarsi al quieto vivere, esibendo magari una sconsolata presa d’atto di come va il mondo... E di una crescente “fuga dalla responsabilità” parlano moltissimi osservatori della società italiana, naturalmente con una varietà di punti di vista e di diagnosi storico-culturali.
Un fatto è certo, però: anche se tutti viviamo immersi nel più vasto contesto sociale, è nella famiglia e nella scuola che soprattutto si impara a rispettare gli altri, ad adempiere con serietà ai propri compiti e a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Sono questi i principali luoghi di trasmissione dei valori (incluso lo spirito critico che ne permette l’adeguamento ai tempi) e quindi – se mi si passa l’espressione industrialista – di “produzione” dell’etica pubblica.
Per fortuna da qualche anno a questa parte sta cominciando a diffondersi la consapevolezza che dobbiamo affrontare una vera e propria crisi dei ruoli educativi, i cui modelli venivano un tempo trasmessi senza dubbi e incertezze da una generazione all’altra. La loro messa in questione, sotto molti aspetti necessaria, non ha dato però luogo in tempi accettabili a una nuova visione, più aperta, ma pur sempre fondata sulla realtà dello sviluppo psicologico. Si è invece verificato un prolungato disorientamento dei genitori e degli insegnanti, anche per via del suo intrecciarsi più che altrove con una forte ideologizzazione della società. La stessa parola “autorità” (il cui etimo ne ricorda tra l’altro la specifica funzione di “favorire la crescita”) è stata fortemente interdetta; e ancor oggi non pochi, sentendola nominare, si affrettano a incoraggiarne la sostituzione con “autorevolezza”; come se il prestigio conquistato sul campo – sempre auspicabile – fosse la stessa cosa dell’appoggio e della legittimazione che una comunità assegna comunque al ruolo di genitore o di insegnante.
Probabilmente i primi ad avviare un ripensamento sono stati alcuni psicoterapeuti, a contatto con le difficoltà e a volte con la disperazione di genitori incapaci di far rispettare qualsiasi regola ai propri figli. Va citato almeno il testo più deciso nel dare l’allarme, Se mi vuoi bene dimmi di no, di Giuliana Ukmar (1997), che incoraggiava padri e madri a riprendere lo scettro lasciato in mano ai “reucci” della casa e a usare senza sensi di colpa il “potere positivo” indispensabile alla loro crescita.
Poco a poco anche riguardo alla scuola si è fatta strada la convinzione che proprio la sua debolezza in campo educativo, ammantata di discorsi sulla “comprensione” e l’ “ascolto”, costituisce probabilmente la maggiore emergenza, ben prima delle riforme ordinamentali, della formazione iniziale dei docenti e persino dell’esiguità delle risorse finanziarie. Una scuola poco esigente quanto a rispetto delle regole non è solo più faticosa, ma anche meno produttiva sul piano dell’apprendimento. Non è certo un caso che nel gruppo di testa delle classifiche P.I.S.A. figurino nazioni come Corea, Giappone, Taiwan con sistemi scolastici estremamente rigorosi, fattore fondamentale del loro tumultuoso progresso economico. Scrivono Federico Rampini e Carlo De Benedetti in Centomila punture di spillo: “Chi ha messo piede in un'aula di scuola media, di liceo o di università in Asia sa che in quei luoghi regnano la disciplina, il rigore, il rispetto dell'autorità, la venerazione del sapere. Non perché gli insegnanti cinesi e indiani siano tutti premi Nobel, ma perché tutti sono d'accordo che il sistema funziona solo rispettando quelle regole. Se i genitori di Pechino o di New Delhi cominciassero a dare ragione ai figli contro i docenti, a invocare promozioni facili per tutti, il progresso economico, scientifico e tecnologico dell'Asia si fermerebbe molto presto. Nel tacito accordo che unisce genitori e insegnanti, in quella vasta area di tre miliardi di persone in corsa verso il benessere, c'è una lezione preziosa per noi”.
Come genitori e come docenti, se probabilmente siamo divenuti mediamente più capaci di vicinanza affettiva verso i figli e gli allievi di quanto fossero le generazioni precedenti (a loro volta mediamente più sicure – non senza cadute nell’autoritarismo – su come fare il loro mestiere), dobbiamo però reimparare (o rassegnarci) a esercitare fino in fondo le responsabilità che competono agli adulti.
Per farlo, però, ci serve più di ogni altra cosa la fermezza. Come nota lo psicologo Osvaldo Poli, nel suo libro dedicato a questa virtù fuori moda (Non ho paura a dirti di no), spesso il prendere e mantenere una decisione educativa esige un costo emotivo che non molti sono in grado di sopportare. Siamo un po’ tutti infettati da “virus” di varia origine che impediscono di “girare” al nostro programma educativo: sensi di colpa, paure, bisogno eccessivo di essere approvati, ricordi di nostre vicissitudini come figli o alunni, potenti suggestioni pedagogiche diffusesi negli scorsi decenni (tipo “con il dialogo si ottiene tutto”). Può però incoraggiare e sostenere chi ha compiti educativi la crescente consapevolezza che il laissez faire si è rivelato rovinoso e che per i giovani è fondamentale avere a che fare con adulti in grado di guidarli.
Per questo va considerata una svolta non da poco nella storia recente della scuola italiana quella del ministro Fioroni in direzione di una scuola più esigente e rigorosa, che si è concretizzata con la riforma degli esami di maturità, con i provvedimenti relativi all'effettivo recupero dei debiti, con le norme sui cellulari a scuola, con una prima revisione e accelerazione delle procedure disciplinari nei confronti dei docenti che hanno commesso reati e con una riforma dello Statuto degli studenti che autorizza ora anche sospensioni superiori ai 15 giorni, fino alla perdita dell'anno scolastico per casi di comportamenti particolarmente gravi. Il che, sia detto per inciso, non contrasta con lo spirito dello Statuto, con la distinzione tra la valutazione del profitto e quella del comportamento; perché una cosa è il voto nelle materie, un'altra è la promozione, che deve necessariamente tenere conto anche del versante educativo della formazione. Altrimenti l'insistenza sull'educazione civica e alla legalità verrebbe ridicolizzata da una scuola che promuovesse persino chi si macchia di reati.
Su questi temi il ministro Gelmini non ha fatto che proseguire sulla strada tracciata da Fioroni. L’attuale dibattito sul cinque in condotta, tuttavia, a prescindere dagli allarmi per una scuola autoritaria e repressiva che non hanno il minimo fondamento nella realtà italiana, mi pare notevolmente riduttivo proprio alla luce di quanto abbiamo detto; e lo è in particolare l’idea che un maggior rigore servirebbe a “combattere il bullismo”. Si tratta invece di ri-orientare complessivamente l’azione educativa, di operare una revisione critica che riguarda tutti i giovani e non solamente i bulli; e di rendersi conto che la scuola si è troppo a lungo dimenticata di tutelare, insieme ai docenti e al loro difficile impegno, i tanti ragazzi che vogliono studiare e imparare e il cui comportamento corretto – che si dà per scontato come l'aria che respiriamo – costituisce una delle condizioni imprescindibili per lavorare con serenità. Così facendo, in un certo senso la pedagogia egemone ha codificato una forma di silenzioso parassitismo degli adulti nei confronti degli allievi corretti, che ha consentito di evitare, insieme a più risolute prese di posizione, la revisione di fallimentari teorie educative. Tra le quali, radicatissima anche al di fuori del contesto scolastico e familiare, la falsa contrapposizione tra educazione e sanzione, mentre la seconda fa parte di ogni sistema educativo, sia pure come strumento a cui ricorrere eccezionalmente. Tanto più eccezionalmente, quanto più chi potrebbe incorrervi sa di non poter assolutamente superare certi limiti. In definitiva la fermezza educativa non è affatto in contrasto con un buon rapporto tra genitori e figli, nonché tra insegnanti e allievi; anzi ne crea le premesse e l'indispensabile cornice.
È vero però che in qualche caso non si tratta più di difficoltà psicologica nel proporre un valore, ma di un vero e proprio disorientamento etico. Per esempio, nel decidere se promuovere o no uno studente, oltre all’ovvio interesse di quest’ultimo, entrano in gioco altri “beni” da tutelare, a cui in genere si dedica poca o nessuna attenzione: la valorizzazione del merito e dell’impegno, che ogni promozione ingiusta indirettamente svaluta; la correttezza e l’imparzialità di cui la scuola dovrebbe dare esempio costante e a cui i docenti devono informarsi nell’esercizio delle loro funzioni anche in quanto parte della Pubblica Amministrazione (ma glielo ha mai detto nessuno?). Esiste certamente l’autonomia professionale, che però non è fatta solo di libertà, ma anche di responsabilità. Non pochi colleghi, invece, sono convinti di godere di una discrezionalità assoluta, per cui si può anche prescindere dai registri pieni di insufficienze, purché ci si appoggi a una qualsiasi motivazione psicologica o sociale. E che l’indulgenza sia stata anche incoraggiata e legittimata, lo prova il fatto che, mentre una bocciatura deve essere abbondantemente motivata e magari accompagnata dalla documentazione di tutte le strategie adottate per prevenirla, sulle promozioni nulla quaestio: vanno sempre bene.
Un’altra falla nell’etica professionale emerge di frequente in occasione delle prove scritte degli esami, con il professore che aiuta più o meno apertamente i suoi allievi o più discretamente si assenta per un caffè, quando non arriva a procurare senz’altro la soluzione del problema. E forse non tutti sanno che tutta una complessa organizzazione pluriennale di rilevamenti nazionali dell’Invalsi sull’apprendimento dell’italiano e della matematica è stata irrimediabilmente mandata a monte dall’indebito aiuto che una parte dei docenti italiani ha ritenuto di prestare ai propri allievi; e si può immaginare con quale beneficio educativo, per tacere dei soldi spesi invano.
Anche questi fenomeni rendono non più rinviabile una riforma dello stato giuridico, che tra l’altro prevederebbe, accanto alla creazione di organismi rappresentativi della professione, l’adozione di principi etico-deontologici e soprattutto un’ampia discussione su questa materia. Sperando che l’occasione non venga persa facendo calare dall’alto un codice preconfezionato.
Torniamo quindi al punto di avvio di questa riflessione: la responsabilità degli educatori rispetto alla situazione dell’etica pubblica. E cioè alla necessità di una più acuta consapevolezza dell’influenza che la qualità dell’istruzione e in particolare lo stile educativo dei docenti sono destinati ad avere anche sulla società. L’educazione civica delle nuove generazioni non passa soltanto dallo studio della Costituzione, ma anche e soprattutto dall’azione di insegnanti sensibili e insieme fermi e perseveranti nel non transigere sul rispetto degli altri; e capaci di essere a loro volta un esempio di rigore, di impegno e di responsabilità di fronte ai loro allievi. Utilizzando con coerenza le due leve dell’educazione civica “in atto” e dell’etica professionale, la scuola sarà in grado di formare cittadini insieme più preparati e più responsabili.
Proprio sul "Corriere della Sera" di oggi un articolo riferisce del richiamo dell'Invalsi ai docenti italiani impegnati nell'esame di terza media. Si chiede, in sostanza, di non aiutare gli alunni nella prova nazionale, come l'anno scorso invece è accaduto (e a tal punto da vanificare in pratica l'utilità della prova stessa). Se è importante che finalmente la questione abbia risalto, si noti però con quale linguaggio felpato si tratta quello che è in realtà un vero e proprio scandalo per chi possieda un minimo di senso della legalità e dell'istituzione in cui opera: "Si consiglia che non siano presenti in aula insegnanti della disciplina oggetto della prova". E l'articolo precisa: "Non è una disposizione, ma una cortese richiesta. Chi vuole può restare a fianco degli alunni.". Leggi
domenica 14 giugno 2009
SCUOLE MEDIE PIÙ SEVERE (+ 55% di non ammessi).
Il quotidiano raccoglie anche diversi altri pareri , in cui prevalgono le valutazioni negative. In apertura quella di Domenico Starnone, un classico della colpevolizzazione dei docenti negli scorsi decenni: "Quando un insegnante boccia, alla fine boccia se stesso".
Bisognerà però ritornare sulla nuova normativa introdotta dalla Gelmini in fatto di valutazione, per cui non ci deve essere neppure un'insufficienza per poter promuovere un allievo. Sarebbe infatti logico a questo punto tornare (in analogia con le superiori) a una qualche forma di esame di riparazione. In questo senso si schiera anche l'Unione Genitori
Intanto molte scuole hanno dovuto inventarsi qualcosa per ripristinare la trasparenza delle valutazioni, che sarebbe compromessa dalla pura e semplice trasformazione del 5 in 6, nel caso in cui la preparazione complessiva di un ragazzo non sia così compromessa da dover ripetere l'anno. Alcune lo hanno fatto scrivendo "Voto di consiglio" accanto al "falso" 6 (con annessa nota esplicativa).
Anche di questo parla il bell'articolo di Giorgio Israel pubblicato ieri su "Messaggero" e "Mattino": Riportiamo a scuola merito e rigore.
lunedì 8 giugno 2009
RIFORMA DEI LICEI ALLA TERZA BOZZA: ANCORA POTATURE, MA ANCHE PIÚ BUON SENSO
Ci sono però anche cambiamenti positivi, quanto meno sono state eliminate alcune delle più macroscopiche storture della precedente bozza. Ad esempio:
▪ è stato abbandonato il velleitario proposito di introdurre un po’ dappertutto una seconda lingua straniera (al grido “l’Europa lo vuole”), prendendo forse coscienza dei problemi che gli studenti hanno già con la lingua madre;
▪ si è rinunciato a bizzarri accorpamenti in un unico insegnamento di materie da sempre distinte, come nel caso di storia e filosofia al Liceo Artistico;
▪ è stata eliminata l’insensata previsione di 1 sola ora di insegnamento settimanale per la storia dell’arte nei licei classico, linguistico, delle scienze umane (come forse i lettori del nostro Blog ricorderanno, la questione fu oggetto di una nostra lettera al Ministro). La soluzione adottata (2 ore settimanali nel solo triennio) è certamente un compromesso, inadeguato in particolare negli indirizzi di studio dove è indispensabile rappresentare lo stretto legame della produzione artistica con le radici storiche, letterarie e filosofiche della nostra civiltà; ma se non altro si è recuperato per questa materia un minimo di praticabilità didattica.
A proposito di arte, fra tutti gli indirizzi previsti dalla riforma (licei, tecnici, professionali) si cerca invano l’Istituto d’arte, escluso dal quadro dei nuovi licei (in passato si era pensato ad una unificazione delle scuole artistiche), ma anche non esplicitamente elencato fra i professionali dell’industria e dell’artigianato. Mentre si straparla di “didattica del fare” sarebbe un grave danno perdere la specificità e la lunga tradizione di una scuola che mette preziosamente insieme la capacità di pensare (progettare) delle cose e la concreta possibilità di realizzarle.
(A.R.)
domenica 31 maggio 2009
SOSPESE PERCHÉ IMPRIGIONARONO STUDENTI E PROFESSORI. I GENITORI: "PROVVEDIMENTO REPRESSIVO"
venerdì 29 maggio 2009
DUE INTERVENTI SUL MERITO NELLA SCUOLA
mercoledì 27 maggio 2009
NON È OBBLIGATORIA LA CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE
In un'altra nota del 20 maggio scorso, la conferma della facoltatività. Leggi.
martedì 19 maggio 2009
I PRESIDI DISCRIMINATI NON CI STANNO
Per ottenere l’equiparazione retributiva agli altri dirigenti scolastici... [Leggi tutto]
lunedì 18 maggio 2009
SUPERIORI: RIFORMA COL MACHETE?
LIBRI SCOLASTICI: DALLA PARTE DEGLI EDITORI
Per i libri di testo c'è una giusta proposta del PD che potrebbe favorire il superamento del sistema dei "tetti di spesa" rivelatosi fallimentare. Leggi
ELOGIO DELLE CLASSI MISTE
lunedì 11 maggio 2009
IL MERITO NON RICONOSCIUTO
MAMMA LASCIAMI CRESCERE
mercoledì 6 maggio 2009
RIPRENDE IL CAMMINO DEL NUOVO STATO GIURIDICO DEI DOCENTI
lunedì 4 maggio 2009
INSEGNARE SENZA EFFETTI SPECIALI
La retorica come arte di far lezione in modo chiaro e convincente.
Per secoli la retorica, come arte dell’esposizione del pensiero, è stata una branca fondamentale della conoscenza. Sebbene, a livello specialistico, vi sia un nuovo interesse per la retorica, nell’accezione comune il termine ha un connotato negativo, quasi spregevole, sinonimo della capacità di vendere fumo per arrosto. La retorica altererebbe la trasmissione onesta e oggettiva dei concetti e andrebbe proscritta nell’istruzione per evitare che l’allievo sia ridotto a subire passivamente le prodezze verbali dell’insegnante. Di qui il discredito della lezione “ex-cathedra” simbolo di un’istruzione retorica e trasmissiva, che uccide la partecipazione attiva del discente. Chi è nostalgico della lezione “ex-cathedra” sarebbe un “laudator temporis acti”, un lodatore del passato.Si tratta di affermazioni “retoriche” nel senso cattivo del termine. L’insegnamento partecipato e che vede l’intervento attivo dell’allievo è vecchio di più di duemila anni quantomeno fin dalla scuola peripatetica e non esclude affatto l’utilità delle lezioni “ex-cathedra”. Piuttosto, nell’ansia di compiacere i giovani e accattivarseli secondo quello stile dei vecchi privi di dignità bene descritto nella Repubblica di Platone abbiamo trascurato l’importanza di ascoltare. Bisognerebbe leggere nelle scuole e nelle università l’Arte di ascoltare di Plutarco per rammentare che “se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e riceverla, nell’uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto” e che occorre apprendere, ascoltando un altro, a evitare di “agitarsi o abbaiare a ogni sua affermazione, e anche se il discorso non è troppo gradito, pazientare e attendere che chi sta dissertando sia arrivato alla conclusione” e poi “guardarsi dall’investirlo subito di obiezioni” ma prima riflettere a fondo.Perciò, il necessario coinvolgimento dell’allievo (più in generale, dell’ascoltatore) nel discorso deve essere preceduto da una presentazione organica e pienamente dispiegata. E ciò significa anche presentare bene, con un’arte del discorso. Non si tratta di un aspetto formale, bensì profondamente sostanziale.Chi presenta bene ha pensato a fondo a come rendere chiari e trasparenti i concetti che vuol comunicare e il dispendio di tempo ed energie che ha posto in quest’opera esprime il rispetto che porta per chi ascolta. Egli non si limita a sciorinare piattamente una serie di concetti per abbandonarli subito alla discussione, ma impegna tutto se stesso in una presentazione convincente, chiara e anche appassionata. Con questa passione trasmette l’importanza che egli attribuisce a quel che dice e sottolinea gli aspetti che lo studio e la riflessione gli hanno fatto ritenere fondamentali. Pertanto l’arte retorica è una componente fondamentale del discorso e dell’insegnamento. Lo sa bene chi abbia avuto un vero maestro, uno di quelli che sanno appassionarti a una materia e sanno stabilire un dialogo autentico, non l’abbaiare fintamente democratico di cui parla Plutarco.Tra le manifestazioni di falsa democrazia va annoverato un certo stile disinvolto di insegnanti che si presentano in aula con l’aria del genio pazzo, trascinando sulle ciabatte jeans sdruciti per propinare sciattamente una filastrocca di nozioni in cui l’arte retorica si riduce a ravvivare l’esposizione con battute umoristiche. Si trascura il fatto che lo stile impresso a un incontro intellettuale ne determina il livello dei contenuti e un certo rigore (non formale) induce a pensare in modo riflessivo e non superficiale.L’introduzione di nuovi e potenti mezzi tecnologici dall’ormai arcaica lavagna luminosa alle presentazioni multimediali “powerpoint” mediante il calcolatore, fino alle lezioni registrate scaricabili in rete richiedono un ripensamento delle modalità dell’insegnamento e della comunicazione intellettuale. Da un lato, sarebbe puerile e vano pensare di farne a meno: si rischierebbe di fare come quel mio lontano parente che, proprietario di una ditta di trasporti a cavallo, all’apparire dei camion disse “non dura”, e naturalmente fallì. D’altro lato, non bisogna dimenticare che ogni strumento tecnologico non deve diventare il fine bensì essere piegato a un fine, che è quello di comunicare pensieri e concetti. Pertanto l’arte retorica non scompare con i nuovi strumenti ma deve assoggettarli.Purtroppo spesso accade il contrario: insegnanti e conferenzieri (ma anche laureandi) ridotti a bacchette che indicano liste di concetti numerati in una “slide”. L’autore della presentazione scompare: egli legge con gli astanti quanto è scritto nella presentazione. Nessuno gli bada, tutti guardano lo schermo, nella noia mortale di una voce inevitabilmente piatta e anonima. Gli studenti sono costretti a passare ore nella penombra. Non c’è pathos partecipativo e la lista della spesa dei concetti perde ogni forza di convincimento. In fondo, non si sa più neppure se chi la presenta l’abbia pensata davvero o l’abbia scopiazzata da qualche parte. Tanto è evidente il rischio della noia e del disinteresse che i programmi informatici offrono una pletora di “animazioni” volte a ravvivare l’attenzione: potrebbe darsi una prova migliore di quanto l’arte retorica sia necessaria? Ma chi usa queste animazioni in modo passivo anziché funzionale ai suoi scopi, ne cade vittima. Ricordo il caso di un conferenziere che ricorse a tutte le animazioni visive e sonore possibili, dal rumore di vetri infranti allo scroscio d’acqua, fino a che dal fondo della sala un sarcastico “troppi effetti speciali!” demolì la conferenza in una risata generale.L’arte retorica è ineliminabile. Tanto vale porre al centro quella autenticamente umana. In quest’ottica un uso molto parco e accuratamente pensato dei mezzi tecnologici può essere efficacissimo: qualche immagine di un personaggio di cui si parla, una citazione importante di un paio di righe al massimo e, quando si vuol concentrare pienamente l’attenzione su quanto si dice, uno sfondo vuoto. Al contrario, chi sostituisce la tecnica retorica con quella formalizzata nel programma informatico riduce se stesso a un imbarazzante burattino di cui non si sa neppure se sia capace di pensare autonomamente. Per questo motivo l’uso delle presentazioni “powerpoint” nelle sedute di laurea andrebbe vietato (con l’eccezione dei materiali contenenti grafica complicata). Quanto a chi crede che le lezioni possano essere sostituite completamente da registrazioni scaricabili in rete, non si rende conto che una lezione (come qualsiasi comunicazione orale) è innanzitutto una relazione tra persone che trae il suo fascino e trova la sua pienezza in un rapporto che deve avere una fisicità, una collocazione spazio-temporale definita. Non rendersi conto di questo e pensare di poter eliminare la relazione interpersonale diretta non può che aprire la strada a forme gravi di degrado intellettuale e culturale.
("Il Messaggero")
lunedì 27 aprile 2009
DOMANDA DI SCUOLA. UN NUMERO DELLA RIVISTA "ESODO"
Renza Bertuzzi, Perchè una Carta etica dei docenti
Paola Cavallari, Un protezionismo stolto
Giorgio Ragazzini, Condotta, deontologia, etica pubblica
Giancarlo Azzano, Scuola di massa, una scuola del disagio
Paolo Ferliga, Autorità e sentimento nel processo educativo
Paolo Ricca, " Serve" Dio nell'educazione?
Interviste
http://www.esodo.org/ - e-mail: esodo@esodo.org
venerdì 24 aprile 2009
SCUOLA SERIA: LA RESPONSABILITÀ DELLE FAMIGLIE
ABBANDONO SCOLASTICO: UN DESTINO CHE SI PUÒ CAMBIARE
Dispersi - Dietro il rifiuto dello studio - L'apprendistato, un volano - ... Ma è un destino che si può cambiare.
sabato 18 aprile 2009
NUOVI PRESIDI E VECCHIO QUIETO VIVERE
LETTERE ANONIME E TENSIONI IN MOLTE SCUOLE CON I NUOVI DIRIGENTI
(Da "La letterina" ASASI n.193)
Ci giunge notizia che a Catania il dirigente dell’USP ha inviato un ispettore a un preside, in seguito al ricevimento di una lettera anonima. Apprendiamo anche che il dirigente dell’USP di Palermo ha invece la corretta abitudine di cestinare le lettere anonime e così pure il Direttore Regionale. Sarebbe opportuna una direttiva del Dr. Guido Di Stefano agli USP per spiegare che l’uso delle lettere anonime non è poi un metodo, né leale, né trasparente. Oggi ci sono molti modi per protestare contro eventuali comportamenti illegittimi dei dirigenti scolastici: la RSU, il giudice del lavoro, i sindacati, le lettere argomentate e firmate. È importante quindi che il dirigente dell’USP di Catania ci chiarisca se ritiene le lettere anonime un valido strumento di democrazia: perché è così, le scriviamo anche noi e almeno ci divertiamo un po’.Riceviamo invece molte lettere relative a conflitti che si sono prodotti in scuole nelle quali sono arrivati DS di nuova nomina. Generalmente, ci sembra di capire che si tratta di casi nei quali le scuole si trovavano in situazione di allegra baldoria o di sapiente anarchia: ore di lezione ridotte e non recuperate, lavoro straordinario non eseguito ma pagato, buoni d’ordine per acquisto di materiali di consumo fatti per telefono senza indagine di mercato, RSU che decidevano a chi dare gli incarichi retribuiti e via di questo passo. L’arrivo di dirigenti vincitori di concorso, intenzionati a riportare un po’ d’ordine, ha creato tensioni, boicottaggi (lettere anonime), si sono avuti collegi dei docenti trasformati in sedi di rivendicazioni sindacali e politiche. In una scuola media di Palermo, la settimana scorsa, si sono assentati per malattia contemporaneamente tutti e cinque gli assistenti amministrativi e il DSGA, dopo un contrasto con la preside. Sappiamo che la preside, che come noi non crede alle coincidenze, ha avvisato la Guardia di Finanza e l’USP. Sappiamo anche che l’unico fatto che si è verificato è stato l’arrivo di un ispettore contro la preside.Vorremmo chiarire che in Sicilia non c’è la stessa situazione che c’è nel Trentino, nel pubblico impiego. In Trentino lavorano tutti. Da noi c’é una parte del personale che non sa cosa voglia dire lavorare con impegno e competenze e pesa sul resto del personale che è costretto a lavorare il doppio. I presidi non hanno molti poteri per convincere i fannulloni a guadagnarsi lo stipendio, invece di lamentarsi addosso. Le nostre Autorità, che dall’alto ci osservano, dovrebbero capirlo. Mandino dunque dei segnali ai dirigenti per chiarire se è il caso che si impegnino in un’azione di risanamento, o se invece bisogna tirare i remi in barca e osservare con distacco la deriva dilagante.
Roberto Tripodi
giovedì 16 aprile 2009
LA CONDOTTA DEVE FARE MEDIA?
Gentile Direttore,
a proposito del voto in condotta e dell'opportunità che faccia media, "Tuttoscuola" osserva che la scala di valutazione adottata è ormai analoga a quella delle materie e che non si vede il motivo per cui non dovrebbe fare media. Ma è così solo apparentemente, mentre, guardando meglio, si tratta di una scala del tutto anomala. Il cinque in condotta rappresenta il risultato di comportamenti così gravi o ripetuti, che comporta la non ammissione alla classe successiva o all'esame finale. Mentre nelle altre materie la gravità dell'insufficienza si può graduare (diciamo dal cinque al tre), in questo caso no. Quindi, se il sei in condotta si interpreta come propone in un articolo Tuttoscuola ("equivale a un sei in italiano o in matematica, significa che il comportamento dell'allievo è sufficientemente corretto"), sparisce ogni possibilità di valutazione intermedia tra una condotta tale da far ripetere l'anno e una davvero sufficientemente corretta. In questo modo, dando per scontato che la sanzione della ripetenza non sarà frequente, il risultato paradossale sarebbe quello di riconoscere come corretto il comportamento dei non pochi ragazzi che si comportano male, ma non fino al punto da essere bocciati.Ecco perché molte scuole, al solito arrangiandosi con il buon senso, hanno fatto sapere agli alunni e ai genitori che il sei e il sette indicano una condotta non soddisfacente (nella mia scuola media corrispondono rispettivamente a "spesso scorretto" e "non sempre corretto" degli anni passati). Ed ecco perché la condotta deve incidere, ma non fare media: perché in molti casi contribuirebbe impropriamente ad alzarla. E' giusto, invece, che abbassi significativamente, con un apposito punteggio negativo il credito scolastico negli esami di fine ciclo (e se ne potrebbe prevedere, d'altra parte, uno positivo per il nove e per il dieci). E a proposito di evitare gli occultamenti, colgo l'occasione per segnalare che il Collegio della scuola in cui insegno, di fronte all'obbligo di avere tutti sei per essere promossi, è orientato a segnalare con la dicitura "Voto di Consiglio" le sufficienze non effettive che si rendessero necessarie per non bocciare allievi che si ritiene opportuno mandare avanti nonostante qualche carenza non irrecuperabile. E concludo con una domanda: sarebbe opportuno tornare anche alle medie a una verifica settembrina?Grazie dell'attenzione,
Giorgio Ragazzini
(Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità)
(Aggiungiamo un'ulteriore - non nuova - considerazione: in una media tra dieci e più materie, quello della condotta è in ogni caso un apporto modestissimo - nel migliore dei casi un terzo di voto). Insomma, il classico topolino partorito dalla montagna.
Segnaliamo anche un'intervista del "Giornale" a Ernesto Galli della Loggia, in cui si parla di merito, ma anche della necessità che la formazione dei giovani continui ad avere come base il canone letterario e filosofico occidentale. Leggi.
giovedì 9 aprile 2009
ESAME DI STATO, IL 6 DI MEDIA UN CRITERIO DA RIPENSARE
Nel merito del provvedimento: la media del 6 è un criterio di ammissione certamente assai più sensato del precedente (vedi post del 24 marzo scorso), ma sarà il caso di riflettere bene prima di adottarlo in via definitiva, come alcuni chiedono. Infatti è un criterio che può risultare tutt'altro che rigoroso e consentire ammissioni di studenti con molte insufficienze, anche gravi. In una terza Liceo Classico, per fare un esempio, uno studente con 5 in Italiano,Latino,Greco,Inglese e Matematica può, anzi deve, essere ammesso all'esame se ha 8 in Educazione Fisica, 9 in Condotta e 6 nelle altre cinque materie. Oppure: in una quinta di Liceo Artistico uno studente sarebbe ammesso con sette materie su dodici valutate 5 avendo 7 nelle tre materie di indirizzo e 8 in Educazione fisica e Condotta.
sabato 4 aprile 2009
LA MATURITÀ SOSPESA
giovedì 2 aprile 2009
PANEBIANCO: PIÙ EFFICACI GLI ESAMI IN ENTRATA DI QUELLI IN USCITA
lunedì 30 marzo 2009
IL TRENTINO RESISTE NELLA TRINCEA DEL BUONISMO
Lodevolmente critico il segretario provinciale della Cisl scuola. Leggi
mercoledì 25 marzo 2009
5 IN CONDOTTA: COMMENTI DEI COLLEGHI
Benvenuto il cinque anche se non basta, anche se può creare, talvolta, alibi agli insegnanti (pochi, per fortuna) apatici e poco motivati. Ma ben venga il cinque, perché trasmette ai ragazzi, se non altro, la consapevolezza dei limiti che ognuno deve avere, soprattutto nei confronti degli altri. Serve a renderli consapevoli che rispetto all'irresponsabilità delle azioni ci sono delle conseguenze e che insieme alla comprensione e al dialogo vi deve essere la sanzione che forse smuove l'anima che resta spesso sorda al dialogo e alla comprensione degli altri. Ben venga il cinque, se serve a far capire ai ragazzi che le stiamo provando tutte, ma proprie tutte, pur di non abbandonarli all'indifferenza del loro destino senza confini. Ben venga il cinque soprattutto se vi sono educatori consapevoli della grande forza educativa del cinque! Giacomo
martedì 24 marzo 2009
LOTTA AL BUONISMO E ETEROGENESI DEI FINI
▪ un quadro delle valutazioni alterato e non corrispondente alla realtà, inattendibile anche come fonte integrativa di informazioni per la Commissione di esame, in aggiunta al credito scolastico;
▪ un’ingiusta equiparazione, per quanto riguarda il credito scolastico, degli studenti con insufficienze con quelli che la sufficienza l’hanno raggiunta con le proprie forze. Per esempio uno studente potrebbe passare da una media “reale” compresa tra il 5 e il 6 (con un credito da 1 a 3 punti) ad una media tra 6 e il 7 (con un credito tra i 4 e i 5 punti).
C’è insomma un concreto rischio di “eterogenesi dei fini” rispetto all’obbiettivo auspicato di valutazioni più rigorose . Si può certo pensare a una formulazione più stringente degli attuali criteri di ammissione (nella Legge Fioroni si parla di “valutazione positiva”: un po’ vago); ma ci pare che un’ulteriore riflessione sull’argomento, rinviando il cambiamento al prossimo anno, sarebbe senz’altro opportuna.
lunedì 23 marzo 2009
SUL 5 IN CONDOTTA DECIDONO LE SCUOLE
Tuttavia sembra assodato che toccherà a ciascuno degli undicimila istituti italiani stabilire un criterio in base al quale un consiglio di classe potrà far ripetere l’anno a un allievo a causa del suo comportamento. Certamente sarebbe stato preferibile stabilire un indirizzo uniforme a livello nazionale, ma si tratta comunque di una tappa di grandissima importanza verso una scuola che educhi sul serio alla responsabilità.
Il testo dice: “La valutazione del comportamento con voto inferiore a sei decimi in sede di scrutinio intermedio o finale è decisa dal consiglio di classe nei confronti dell’alunno cui sia stata precedentemente irrogata una sanzione disciplinare ai sensi dell’articolo 4, comma 1," dello Statuto degli studenti “e al quale si possa attribuire la responsabilità” di comportamenti di particolare gravità (quelli previsti dai commi 9 e 9-bis dell’articolo 4 dello Statuto) o che comunque “violino i doveri di cui ai commi 1, 2 e 5 dell’articolo 3” del medesimo Statuto (Doveri degli studenti). Questi tre commi recitano:
“1. Gli studenti sono tenuti a frequentare regolarmente i corsi e ad assolvere assiduamente agli impegni di studio. 2. Gli studenti sono tenuti ad avere nei confronti del capo d'istituto, dei docenti, del personale tutto della scuola e dei loro compagni lo stesso rispetto, anche formale, che chiedono per se stessi.
5. Gli studenti sono tenuti a utilizzare correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici e a comportarsi nella vita scolastica in modo da non arrecare danni al patrimonio della scuola.”
La norma è tutt’altro che cristallina. Vedremo come verrà interpretata e applicata dalle scuole.
Il testo integrale dello schema di regolamento.
domenica 15 marzo 2009
ANNUNCIATO IL NUOVO REGOLAMENTO SUL 5 IN CONDOTTA
Dopo che il regolamento precedente, commentato su questo blog il 19 gennaio scorso, fu di fatto delegittimato dal Ministro poco dopo averlo licenziato, sembra che siamo arrivati a una normativa che potrà costituire un reale deterrente non solo per i bulli, ma anche per i maleducati. Molti quotidiani di ieri (per esempio "La Stampa") sottolineano il ruolo di "cartellino giallo" assegnato a un primo provvedimento disciplinare (vedremo di quale entità).
Purtroppo sconfortante la reazione di Giuseppe Fioroni, deciso a rinnegare, in nome di un'opposizione pregiudiziale, il suo meritorio impulso verso una scuola più rigorosa: "Un'imbiancata superficiale su crepe profonde: questo rischia di essere il cinque in condotta senza una parallela azione di recupero dei ragazzi e senza aiutare le scuole, ormai allo stremo per mancanza di risorse e di personale". Per la sua collaboratrice Mariangela Bastico e per Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in Commissione Cultura, è addirittura"un trucco per distrarre l'attenzione dalle condizioni disastrose in cui versa la nostra scuola". Mimmo Pantaleo (Flc-Cgil)ora difende il precedente regolamento che in pratica rendeva possibile il 5 condotta solo in presenza di gravi reati (e in assenza di qualche segno di ravvedimento).
Segnaliamo infine un intervento sul "Messaggero" di Giorgio Israel, che tocca vari temi, oltre a quelli indicati dal titolo (La sfida della scuola è tornare ai contenuti).
sabato 7 marzo 2009
VOTO IN CONDOTTA COME LEGITTIMA DIFESA
Visti i risultati di questa impostazione rivelatasi deleteria anche per la serenità dei docenti, non c'è niente di scandaloso nel punto di vista espresso in questa breve ed efficace lettera al "Corriere". Leggi
lunedì 2 marzo 2009
FORSE LA SCUOLA STA DIVENTANDO PIÙ SERIA
Tutti i quotidiani riportano i dati diffusi dal Ministero dell’Istruzione sui risultati degli studenti delle scuole superiori nel primo quadrimestre, con particolare attenzione ai numerosi 5 in condotta, oltre 34 mila. Pioggia, raffica, valanga le immagini più usate. Qualcuno sostiene che in definitiva non sono poi così tanti su un totale di circa due milioni e mezzo di studenti (sarebbe l’1,36%). Sarà, però le insufficienze sono fioccate nonostante che il decreto che ne regolava l’uso prevedesse il cinque esclusivamente per comportamenti puniti con la sospensione di oltre quindici giorni, anche se è vero che il Ministro ha di fatto svuotato questa disposizione ancora vigente annunciandone un’altra molto meno restrittiva. Inoltre molte scuole hanno chiarito che anche il 6 e il 7 in condotta, valutazioni formalmente non insufficienti, devono essere intesi come giudizi negativi. Tra le sintesi giornalistiche dei dati si può leggere quella molto chiara di Giorgio Dell’Arti sulla “Gazzetta dello Sport”.
Molti i commenti positivi, cioè propensi a considerare questi dati come una svolta verso un maggior rigore (vedremo a fine anno). Lo dice la preside di un istituto alberghiero sentita dalla “Stampa” (la maggiore indisciplina si registra nei tecnici e nei professionali). Lo conferma la professoressa Mastrocola sullo stesso quotidiano. Sul “Giornale” Michele Brambilla invita i genitori a prendere esempio dalla scuola. Sul “Messaggero” lo storico Giovanni Sabbatucci saluta “il ritorno all’onor del mondo dei tradizionali strumenti valutativi di cui la scuola si è sempre servita per premiare il merito e sanzionare il demerito”.
mercoledì 25 febbraio 2009
ULTERIORI CHIARIMENTI SULLA FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI
sabato 21 febbraio 2009
LA SCUOLA CHE NON TUTELA NESSUNO
Se le cose stanno come si leggono sui giornali, l’episodio è esemplare e rivelatore: siamo di fronte a una scuola, quella italiana, che troppo spesso non tutela né gli studenti né gli insegnanti: per colpevole tolleranza, per mancanza di strumenti normativi, per assenza di una più rigorosa selezione in entrata di chi vuole dedicarsi a questo difficile mestiere. In un sistema scolastico serio, chi da questo sistema è stato considerato idoneo all’insegnamento ha il sacrosanto diritto di essere sostenuto e difeso. Lasciare che lezione dopo lezione un docente venga sbeffeggiato e insultato è gravissimo e irresponsabile, significa caricare la molla di una possibile tragedia; eppure non risulta dagli articoli che chi lo chiamava “nano” o “Carletto” e gli voltava le spalle sia stato sanzionato come meritava. D’altra parte, le possibilità che i Presidi hanno di intervenire sul lato del docente (per esempio con forme di consulenza o di sostegno) sono minime. E in certi casi (non sappiano se in questo) dovrebbe essere possibile destinare ad altro incarico un docente che proprio non ce la fa.
venerdì 20 febbraio 2009
VERSO UNA NUOVA FORMAZIONE DEI DOCENTI: MENO PEDAGOGISMO, PIÙ CONTENUTI DISCIPLINARI
GR
martedì 17 febbraio 2009
L'AUDIZIONE DEL GRUPPO DI FIRENZE DAVANTI ALLA COMMISSIONE CULTURA DELLA CAMERA
Sergio Casprini e Giorgio Ragazzini si sono soffermati soprattutto sull'organismo che dovrà sostituire il Consiglio d'Istituto (attualmente chiamato Consiglio di amministrazione nel disegno di legge in discussione) e sulla necessità di una compiuta "professionalizzazione" della categoria, sulla falsariga della memoria consegnata ai membri della commissione. Ne pubblichiamo qui di seguito il testo.
PREMESSA: I RISCHI DELLE “GRANDI RIFORME”
L’esperienza insegna la cautela rispetto ai tentativi di riforme “organiche”. C’è il rischio che alcune parti rimangano sulla carta per difetto di mezzi, di chiarezza e di condivisione, anche se non pochi temi affrontati da questo progetto di legge sono sul tavolo da tempo e possono considerarsi maturi. Meglio alcuni passi per volta, di cui si possano riscontrare gli effetti positivi, che una riforma epocale largamente inattuata.
A) AUTOGOVERNO DELLE ISTITUZIONI SCOLASTICHE
Valorizzare il terreno dell’organizzazione e far crescere le competenze gestionali. In realtà l’autogoverno delle scuole ha due versanti: quello gestionale e quello didattico. Qui ci si riferisce, per seguire lo schema proposto, al primo aspetto. Sul secondo diremo qualcosa nella parte dedicata allo stato giuridico.
La maggiore difficoltà nel governo delle scuole autonome è la carenza di persone realmente preparate sul piano organizzativo e gestionale, dirigenti inclusi. C’è in molte situazioni un’evidente sproporzione tra i compiti che ormai gravano sui singoli istituti e la capacità di assolverli in modo efficiente (e questo provvedimento tali compiti li rende ancora più gravosi).
A conferma di questa tesi, Giuseppe De Rita scriveva, il 15 gennaio sul “Corriere della Sera”:
“Le opzioni politiche e le leggi non bastano quando si deve governare il sistema scolastico, occorrono responsabilità organizzative ben disegnate e personale ben motivato”. La mancanza di incisività si riscontra “nella programmazione e nella manutenzione dell'edilizia scolastica; nella gestione didattica dei singoli istituti [...]; nelle politiche del personale a tutti i livelli; nella regolazione delle sfere di autonomia e di partecipazione; nella difesa dei controlli ispettivi.[...] Quanta gente frustrata, a tal proposito, abbiamo incontrato negli ultimi anni: dirigenti centrali demotivati e con sempre minore potere; presidi e direttori didattici lasciati alla propria buona volontà; ispettori scolastici senza più ruolo...” Una questione, insomma, che si pone “in termini di basilare organizzazione della macchina”.
Naturalmente esiste spesso (anche se non sempre) una notevole carenza di mezzi finanziari, che però non spiega tutto.
Da questo punto di vista, oltre ai provvedimenti indicati da De Rita nel seguito dell’articolo (che alleghiamo), è necessaria un’azione effettiva di “accompagnamento” dell’autonomia che tenga conto della scuola reale, eterodiretta per moltissimi anni dall’amministrazione centrale. Pertanto, in un processo graduale di attuazione della legge di riforma, occorre trovare un punto di equilibrio tra iper-regolazione dello stato e eccessiva autoreferenzialità delle scuole autonome, un rischio presente in alcuni articoli della legge.
D’altra parte, finora non si è visto un granché quanto a controlli di regolarità e di correttezza; e pochissime risultano le forme di incisiva valutazione.
Governo e partecipazione. Da molti anni l’elezione del Consiglio di Istituto è contrassegnata in molte scuole dall’affannosa ricerca di candidati delle diverse componenti. Alla fine approdano spesso nel Consiglio persone poco motivate, che si sono prestate per spirito di servizio e, in genere, non possiedono che limitate conoscenze e attitudini per dare un contributo significativo. Ci risulta anche che la partecipazione di molti eletti è saltuaria e non sempre si raggiunge effettivamente il numero legale.
Il problema, a nostro avviso, si risolve solo in parte riducendo il numero dei membri e prevedendo la partecipazione di esperti esterni. E quella del rappresentante dell’ente locale proprietario dei locali (che in teoria potrebbe favorire uno snellimento delle procedure di intervento sulle strutture scolastiche) potrà forse essere assicurata dai piccoli comuni; ma in quelli grandi e nelle province la cosa ci pare poco praticabile.
Per quanto riguarda i docenti, si dovrebbe lavorare nella direzione di valorizzarne, professionalmente parlando, l’elezione nell’organismo di cui all’art. 5 (comunque si chiami), considerandola come utile per un successivo sviluppo di carriera e prevedendo anche la possibilità di un incentivo economico.
L’esigenza di sostituire il volontariato con la competenza nella vita della scuola può suggerirci qualcosa anche a proposito (per dirla con De Rita) di “regolazione delle sfere di autonomia e di partecipazione”, con particolare riferimento a quella di genitori e studenti. La loro presenza nell’organo di autogoverno amministrativo è essenziale come elemento di controllo, di trasparenza e di rappresentazione delle proprie esigenze (funzioni che è possibile amplificare ulteriormente con vari strumenti di consultazione degli utenti); tuttavia ci pare che la responsabilità prevalente delle decisioni debba ricadere in ultima analisi sull’amministrazione e sulle componenti tecnico-professionali, che non possono quindi essere sottorappresentate; e in tal senso si dovrebbe disporre in questa legge, non essendo opportuno che su questo punto si lasci la decisione ai singoli istituti.
Ma la partecipazione delle famiglie e degli allievi dovrebbe a nostro avviso essere incrementata anche con la creazione di organismi autonomi sostenuti anche economicamente dall’Istituto, che, soprattutto per gli studenti più grandi, rappresenterebbero una forma di impegno sicuramente più soddisfacente e formativo di quello attuale. Ne prevedono la possibilità tanto il presente PdL (art. 9), quanto lo Statuto degli Studenti (art. 2), ma è necessaria una politica di promozione e di sostegno in questo senso. Pensiamo per esempio a associazioni culturali ben strutturati e gestite dagli studenti, con loro Statuti e attività regolari pomeridiane che potranno riguardare l’orientamento, l’approfondimento di temi culturali, attività sportive, pubblicazioni, siti web, eccetera.
E pensiamo anche alla necessità di favorire una maggior partecipazione di tutti i genitori alla vita scolastica anche attraverso l'organizzazione di incontri sui cambiamenti in atto nella scuola, su nuove normative e via dicendo.
B) STATO GIURIDICO DEI DOCENTI
Tra i diversi provvedimenti previsti in questa sezione del progetto di legge, ci preme evidenziare:
- la creazione di un’area contrattuale autonoma, sottolineando che appaiono ormai anacronistiche le resistenze che vorrebbero continuare a escludere da questo istituto solo i docenti tra tutti i professionisti dipendenti dello Stato;
- la creazione di nuove articolazioni della funzione docente, che contribuiscano al governo della scuola sotto il profilo dell’aggiornamento, della ricerca, della formazione e tirocinio dei nuovi docenti, della progettazione di curricoli, dei servizi alla didattica;
- la creazione di organismi tecnico-professionali di carattere nazionale con articolazioni regionali (ad esempio il “Consiglio Superiore della Docenza” proposto da alcune associazioni professionali);
- l’elaborazione e la diffusione di un codice di princìpi etici della professione docente, che individui – ma solo dopo un’ampia e non frettolosa discussione nella scuola – gli impegni fondamentali che ciascun insegnante deve assumersi nei confronti degli studenti, dei genitori, dei colleghi e della propria professione. In un paese di cui tanto e a ragione si lamentano le carenze di civismo e senso di responsabilità, la riflessione e la presa di coscienza che questa innovazione comporterebbe può costituire una leva essenziale per innalzare il livello di serietà nella nostra scuola, far ritrovare agli insegnanti il giusto senso di appartenenza insieme alla coscienza dei diritti e dei doveri e infine la consapevolezza che è alla collettività, prima ancora che ai singoli utenti, che un insegnante e la scuola devono in definitiva rispondere del loro operato;
- l’istituzione di una valutazione periodica di tutto il personale docente (in tutti i suoi livelli di carriera) e dei dirigenti scolastici, con la raccomandazione, però, che nel caso di seria inadeguatezza o di gravi mancanze sul piano deontologico-professionale non si prevedano solo sanzioni blande come all’art. 17 comma 5, ma anche provvedimenti molto più incisivi – e pensiamo quanto meno alla destinazione ad altri incarichi, se non proprio al licenziamento – in quanto solo se si interviene sul demerito professionale si può introdurre una efficace e credibile logica meritocratica nella scuola dell’autonomia.
Martedì 17 febbraio 2009
giovedì 12 febbraio 2009
SCOPERTA A BOLOGNA UNA SCUOLA FOSSILE
È la "Longhena" di Bologna, i cui docenti, convinti di essere ancora nel '68, hanno dato dieci a tutti i bambini in tutte le materie per protestare contro la Gelmini... Oggi si conquistano uno spazio sul nostro blog, oltre che in molti quotidiani, per come brillantemente dimostrano la necessità di affrontare il tema dell'etica professionale. Speriamo che nel frattempo vengano presi adeguati provvedimenti disciplinari; ma è lecito nutrire dubbi: cose del genere accadono perché si sa benissimo che l'impunità è la regola del bel paese. Leggi l'articolo sulla "Stampa".
giovedì 5 febbraio 2009
PAOLA MASTROCOLA: IL VERO RECUPERO È METTERSI A STUDIARE
LA SCUOLA IRRECUPERABILE
Apprendiamo che le scuole non hanno i soldi per pagare i corsi di recupero. Oh, finalmente ci siamo arrivati! Da un anno aspetto che la bomba scoppi e che emerga l’ipocrisia demagogica che soggiace all’idea di recupero scolastico: era ovvio fin da subito, fin dal decreto Fioroni, che non ci sarebbero stati i soldi per istituire di pomeriggio corsi per sostenere i ragazzi in difficoltà. Non amo gli struzzi che nascondono la testa nella sabbia, quindi avrei preferito una maggiore chiarezza un anno fa. Comunque, meglio tardi che mai: oggi ne prendiamo atto (per fortuna la realtà ha sempre una sua adamantina inoppugnabile evidenza che prima o poi s’impone).Ma sono le odierne reazioni a sconcertarmi. Reazione dei media: alle famiglie non resterà che ricorrere alle lezioni private. Con conseguente prevedibile, e anche in parte giustificata, lamentatio populista: orrore! E i meno abbienti? Sarebbe questa una scuola democratica? Si possono penalizzare così gli sfortunati per censo? Come se davvero non ci fosse altra soluzione. Come se l’infame lezione privata fosse l’unica, ingiusta e sperequativa chance cui una società cinica e bara costringe i derelitti. Che strano! Mi dico: nella stragrande maggioranza dei casi lo studente non ce la fa - nonostante la modestia dell’impegno richiesto dalla scuola oggi - solo perché non studia (almeno nei licei questa mi pare la situazione); quindi si aprirebbe a noi ben altra e più nobile chance, quella di rivolgere finalmente un rimprovero ai nostri adorati e viziati pargoli insufficienti in quattro materie al primo quadrimestre, e dir loro di darsi una mossa e mettersi a studiare, di aprirli una buona volta quei loro maledetti libri e starci sopra sei ore al giorno minimo, per esempio, invece che smanettare su computer, playstation, tivù, iPhone, iPod e altre diavolerie. La seconda reazione che molto mi sconcerta arriva addirittura dall’ex Provveditorato (di Milano, per l’esattezza): benissimo - dicono gli alti dirigenti - siccome non ci sono soldi, consigliamo agli insegnanti di interrompere le lezioni al fine di poter svolgere i tanto agognati corsi di recupero.E qui vorrei prendermi un momento per spiegare meglio la faccenda. L’idea sarebbe che io, insegnante, interrompa i normali programmi che svolgo al mattino per tornare indietro a rispiegare, sempre al mattino, gli argomenti svolti da settembre a oggi. E perché farei questo? Per recuperare quei 5 o 6 o 10 allievi per classe che si son presi 4 di italiano in pagella. In concreto io domani, invece di iniziare la poesia del Novecento, dovrei tornare a spiegare la differenza tra avverbio e congiunzione. Senza contare che le ore eventualmente pagabili per il recupero (15!) sono comunque così esigue che nessun allievo (vista la mole delle sue carenze pregresse!) potrebbe mai essere veramente recuperato.Vorrei dire tutto il mio sconforto di insegnante, nel ricominciare da zero. Mio, e di qualche altro sperduto collega, spero. È come se la scuola stesse diventando un enorme gioco dell’oca dove siamo sempre rispediti tutti, da un perfido maleficio dei dadi, alla casella di partenza. Proviamo sconforto perché abbiamo lavorato bene, abbiamo fatto lezione fin dal primo giorno di scuola, abbiamo spiegato e rispiegato, abbiamo dato e corretto esercizi in classe e a casa. Se i nostri allievi dopo quattro mesi di scuola continuano a prendere 4, noi vorremmo dire che ci dispiace moltissimo ma il nostro lavoro l’abbiamo fatto, non possiamo - e non dobbiamo! - ripeterlo all’infinito (possiamo anche noi invocare una sorta di deontologia professionale?). Dice un proverbio inglese: puoi condurre il cavallo al fiume, ma non puoi costringerlo ad abbeverarsi. A quei nostri allievi vorremmo dire che non si perdano d’animo, che aprano i libri e la smettano di pensare che tocca agli insegnanti (privati o statali che siano) recuperare i loro abissi d’ignoranza, così come tocca ai genitori pagare le lezioni in più. Non è così: qualche cosa, anzi molto, tocca anche a loro, agli studenti, perché ognuno nella vita è responsabile in prima persona di quel che fa o non fa. Alla società, allo Stato, tocca fare in modo che tutti i ragazzi possano con le stesse opportunità avere quei libri da aprire: ma il gesto di aprirli nessuno può compierlo al posto loro, nemmeno se oggi invece che neve piovessero miliardi. Noi insegnanti non abbiamo Proci che premono per sposarci e quindi non dobbiamo, come Penelope, ogni notte disfare la tela. E nemmeno siamo delle macchine spalatrici pagate dal Comune per andare sempre avanti e indietro percorrendo lo stesso corso. Noi non dobbiamo spalare neve o fingere di tessere tele, noi dobbiamo insegnare! E vorremmo andare avanti. Perché a noi piacerebbe molto finire i programmi! Finire i Promessi sposi, le derivate, la seconda guerra mondiale e l’Eneide, perché ci pare brutto fermarci a metà e non sapere mai che cosa dice il povero Turno a Enea che lo sta uccidendo. Ci dispiacerebbe non finire tutto quel che abbiamo programmato, non solo perché ci piace moltissimo Virgilio, e ci piace moltissimo passare le sue opere ai nostri allievi; non solo perché insomma questo è il nostro mestiere, ma anche perché siamo convinti che i nostri ragazzi debbano, alla fine di ogni anno, sapere le cose che avevamo programmato e non solo la metà o un terzo di quelle cose: abbiamo una classe di venticinque o trenta persone davanti, a cui dobbiamo ben qualcosa! Cioè lo svolgimento pieno e più ricco possibile del programma, affinché siano poi persone preparate ad affrontare esami all’università, concorsi per trovare lavoro, nonché i famigerati test Pisa Ocse, a riguardo dei quali è inutile continuare a chiederci perché siamo sempre agli ultimi posti, dal momento che è evidente la ragione per cui lo siamo, visto che continuiamo per svariati motivi ad accorciare sempre più i programmi... Per queste ragioni, se mai mi si chiedesse di sospendere le lezioni per fare il recupero, io non lo farò. Non sospenderò le lezioni perché non mi piace per niente una scuola che va tre passi avanti e due indietro. Ma soprattutto perché nutro un profondo rispetto verso tutti quei nostri allievi - dieci o venti che siano per classe - che hanno finora lavorato bene, che i libri li hanno aperti e che ogni giorno vengono a scuola per imparare qualcosa, convinti che tutto sommato ne valga ancora la pena.
GIORGIA SI È RIFIUTATA DI SCIOPERARE: È PER QUESTO CHE HA 6 IN CONDOTTA?
mercoledì 4 febbraio 2009
I MOSTRI NASCONO NELLA SCUOLA SENZA AUTORITÀ
Rispuntano nel frattempo le tanto contestate "classi-ponte". Su "Libero Milano" di ieri la cronaca di una sperimentazione bresciana che sta andando molto bene.
domenica 1 febbraio 2009
L’OBBLIGO SCOLASTICO IN TOSCANA NON È SEMPRE DALLA PARTE DEGLI STUDENTI
Come molti sanno, a differenza di altre regioni, tra cui l’Emilia Romagna, la Toscana costringe gli studenti ad ottemperare all’obbligo scolastico fino ai sedici anni solo all’interno del percorso dell’istruzione, escludendo categoricamente la possibilità che questo possa avvenire anche nei percorsi della formazione professionale.
Finché l’obbligo scolastico era limitato ai quindici anni, era almeno possibile inserire gli studenti, su richiesta delle famiglie e degli studenti stessi e in virtù di una precisa attività di orientamento, in percorsi integrati scuola-lavoro dopo il primo anno delle superiori. Ora, invece, per loro l’attesa è diventata biennale, con conseguenze a dir poco disastrose per chi non ha assolutamente alcuna intenzione di continuare con la scuola.
La prima, tragica conseguenza è che quest’anno, a differenza degli scorsi anni, sono letteralmente scomparsi dal mio istituto una ventina di studenti. Alcuni di questi si erano reiscritti, dopo la bocciatura in prima dell’anno scorso, con l’intento di inserirsi a metà anno nel percorso integrato che da anni, e con esiti solitamente straordinari, la scuola stava portando avanti. Non appena saputo che per poterli frequentare avrebbero dovuto aspettare d’aver compiuto i sedici anni, si sono dileguati. A dire il vero alcune ragazze ogni tanto si fanno vive, per affetto o forse per ingannare la loro noia di giornate passate a zonzo o davanti alla televisione. Di altri non so più nulla. Ovviamente ad ogni ragazzo che scompare fanno seguito tutte le iniziative che la scuola deve portare avanti con puntualità burocratica e, soprattutto, con convinzione pedagogica e umana, tese a convincere gli studenti a tornare a scuola, ma da quest’anno il compito è abbastanza arduo. Tengo a specificare che dagli incontri con le famiglie emerge alla fine una rassegnata condivisione delle scelte dei loro figli, che davanti ai genitori e al sottoscritto rivendicano la loro attesa per inserirsi in percorsi formativi maggiormente imperniati sulle attività pratiche. Impossibile da dimenticare l’analisi profondamente pedagogica di un padre artigiano, impossibilitato a gestire la ribellione e la frustrazione del figlio costretto dalla legge regionale a vagabondare per un paio di anni nella scuola, quando invece (parole del padre) avrebbe potuto utilizzare questi anni cruciali anche per l’apprendimento delle competenze di base di un “ mestiere” , per imparare il lavoro artigianale del nonno.
Alla fine, in aggiunta alla ventina di ragazzi scomparsi dalle aule scolastiche, vi è una sorta di evasione scolastica legalizzata: quella, cioè, di famiglie che optano per una sorta di compromesso nei confronti dei loro figli. Accettano, per non avere noie, che la loro frequenza sia saltuaria e ai limiti della non classificazione, fino al giorno in cui questi compiranno il sedicesimo anno di età per poi andarsene, finalmente in grado di poter frequentare percorsi integrati di qualunque natura essi siano, purché il trovarsi dietro un banco scolastico diventi per loro una situazione marginale rispetto all’attività pratica.
sabato 31 gennaio 2009
CONDOTTA: DOVE PIOVONO I QUATTRO E I CINQUE VORRÀ PUR DIRE QUALCOSA...
giovedì 29 gennaio 2009
RILANCIARE L'ISTRUZIONE TECNICA? SÌ, MA CHE NE FACCIAMO DELL'ISTRUZIONE E DELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE?
C’è però chi fa notare – come l’Associazione Docenti Italiani di Alessandra Cenerini – che oltre agli istituti tecnici esistono anche quelli professionali (per non parlare della formazione professionale) e critica duramente l’attuale tendenza bipartisan a far fagocitare i secondi dai primi. “Un'operazione seria, nel rispetto del dettato costituzionale, sarebbe stata la progressiva unificazione degli istituti professionali e con i corsi di formazione professionale".
Secondo l'ADi la Confindustria privilegia l'istruzione tecnica, perché "non ha bisogno degli istituti professionali, che producono un tipo di formazione conforme ai bisogni dell'artigianato, della piccola e media impresa, non ai propri". (Leggi tutto il documento dell’ADi).
Fin dal suo documento fondativo (§ 4) il Gruppo di Firenze ha preso posizione a favore di una formazione professionale profondamente riqualificata e fornita di mezzi adeguati. Gli istituti professionali, inoltre, la cui identità è attualmente deformata da una semi-licealizzazione, dovrebbero offrire a chi esce dalla scuola media percorsi più largamente imperniati sulle materie professionalizzanti e sui relativi laboratori.
Tutto questo, anche a prescindere dalle motivazioni economiche, in omaggio proprio al merito, inteso come talento valorizzato con impegno serio e costante, e alla libertà di scelta che tale valorizzazione implica. Infatti, quante potenziali attitudini sono soffocate dalla pretesa ideologica di imporre a tutti, nei dieci anni dell’obbligo, più o meno lo stesso genere di percorso?
mercoledì 28 gennaio 2009
"LA CONDOTTA FARÀ MEDIA", DICE IL MINISTRO. MA CHE SIGNIFICA IN CONCRETO?
Dunque, per dare corpo al fondamentale obbiettivo di rendere più seria e serena la scuola, bisogna prevedere altro. Innanzitutto criteri meno restrittivi per il cinque il condotta, che comunque non sarà mai dato a cuor leggero dalla maggioranza di un consiglio di classe, tanto meno "per reprimere il dissenso", checché un po' paranoicamente ne pensino alcuni studenti; ma anche concreti vantaggi per chi si comporta bene, come ad esempio un innalzamento del credito scolastico in vista dell'esame di maturità o di terza media (segnaleremo volentieri le proposte dei colleghi che ci leggono).
Nel frattempo prendiamo atto che l'86% dei votanti nel nostro mini-sondaggio considera del tutto o parzialmente disorganizzata la propria scuola...
Dettaglio dei risultati. La domanda era: La tua scuola è organizzata in modo efficiente? Ha risposto Sì il 12%, Solo in parte il 41%, No il 45%.
martedì 27 gennaio 2009
CONDOTTA: IL MINISTRO CI RIPENSA E ANNUNCIA UN GIRO DI VITE
Lo afferma il Ministro in un'intervista al "Riformista", lo confermano cronache su "La Stampa", sul "Giornale" e su altri quotidiani.
Che in questo ripensamento abbia avuto la sua parte la tirata d'orecchi di Mario Pirani?
lunedì 26 gennaio 2009
LA GELMINI IMPAURITA SUL VOTO IN CONDOTTA
di Mario Pirani
Era stato salutato da qualche plauso – tra cui quello del sottoscritto – e da un coro di mugugni diffusi l´annuncio di Maria Stella Gelmini di volere applicare la decisione del suo predecessore all´Istruzione, Giuseppe Fioroni, volta a reintrodurre la piena validità del voto sul comportamento degli allievi delle secondarie – il famoso 7 in condotta, declassato ora a 5 – a partire da quest´anno.Siamo allo scadere del primo quadrimestre e in molte scuole si è già provveduto ad attuare la direttiva, ma ora è sopravvenuto un decreto esplicativo che in realtà la rende del tutto inefficace. Duole pensare che la ministra si sia lasciata intimidire dalle proteste, dalle critiche e non di rado dagli immotivati insulti che hanno accompagnato un esordio che presentava, come sempre in un settore così difficile e complesso, aspetti negativi ma anche positivi, in un quadro di generale scarsità di mezzi finanziari. In questo caso, però, i soldi non c´entrano perché quel che smorza una svolta importante è la vischiosità di una vecchia pedagogia, imperante a sinistra come a destra. Bisogna, invece, tornare a dare un senso alle cose e capire quanto sia assolutamente indispensabile ridare a masse di adolescenti «spavaldi e fragili» la sensazione palpabile dell´esistenza di limiti di contenimento e di regole che nell´ambito di una comunità di studio e di formazione, fissino gli spazi della loro libertà e del rispetto individuale e collettivo. Un´altra esigenza, che deve essere recuperata, è che lo studio implica fatica, sforzo e utilizzazione prefissata del tempo. Si tratta di valori e norme messe in disuso negli ultimi decenni da una visione facile della vita e della scuola che la crisi delle famiglie e dell´insegnamento hanno favorito o tollerato per quieto vivere o per convincimento di opposte quanto dannose ideologie. Da un lato ha trionfato un permissivismo delegittimante ogni forma di autorità, in primis quella degli insegnanti, dall´altro si è fatta strada l´idea che la scuola sia un´azienda, dove i clienti hanno sempre ragione, e non un servizio pubblico dedito alla formazione dei giovani cittadini. L´involuzione pedagogica che ne è scaturita, assieme alla cattiva politica, hanno contribuito al degrado scolastico.Tornare a una scuola del merito, dell´impegno, del rispetto tra docenti e discenti non sarà facile, se pure avverrà. Il voto di condotta, come la versione più severa dello Statuto degli studenti, introdotta da Fioroni per combattere il bullismo, sono solo due fra le tante misure prese, senza imbarcarsi in altre inutili riforme generali. In questa direzione si sono mossi i due ultimi ministri. La conferma di principio della Gelmini aveva già indotto molte scuole a varare nuove «griglie di valutazione del comportamento». Prendo ad esempio quelle del liceo Orazio di Roma con indicatori che vanno dal 10 (massimo voto) al 5 (bocciatura) e che fissano il rispetto delle norme che regolano la vita dell´istituto, l´assiduità nella frequenza e la riduzione al minimo delle entrate e uscite fuori orario, il grado di partecipazione attiva e motivata ai corsi, il comportamento corretto e collaborativo all´interno della comunità scolastica. Per intendersi le occupazioni pretestuose, l´uso del telefonino, il fumo, il disturbo sistematico delle lezioni, l´andirivieni ad libitum ed altre inadempienze concorrono al voto di condotta. Altre scuole si apprestavano a discutere e introdurre analoghe griglie ma dopo il decreto ministeriale tutto ciò rischia di essere vanificato, in quanto il voto negativo in condotta può essere comminato solo «in presenza di comportamenti di particolare gravità», che comportano la sospensione per più di 15 giorni. E, cioè, specifica ancora il decreto di «reati (sic) che violano la dignità e il rispetto della persona umana» o quando vi sia «pericolo per l´incolumità delle persone». Non basta: la sanzione «non può riferirsi ad un singolo episodio» (anche se è un reato grave? ) ed è, inoltre, soggetta a revisione di fronte ad «apprezzabili e concreti cambiamenti nel comportamento». È evidente che assimilando al bullismo criminale l´indisciplina cronica e fuori controllo che imperversa in tante scuole, soprattutto professionali e periferiche, il ministero rende impossibile sanzionare la pessima condotta.«Con una simile interpretazione del voto di condotta questo non servirà a nulla» dice sconsolato Marcello Di Pasquale, vice preside di una scuola di frontiera sul Raccordo anulare di Roma, la "Giovanni e Francesca Falcone", dove vi sono persino alunni in arresto domiciliare con deroga scolastica per droga. Come dargli torto?
("La Repubblica" di lunedì 26 gennaio, p. 22)
Sul voto di condotta riproduciamo anche una nota di "Tuttoscuola FOCUS n. 271", diffuso oggi, che pone giustamente l'esigenza di valorizzare in qualche misura anche la condotta corretta, come da noi più volte proposto. Resta il fatto che il "fare media" è comunque troppo poco, sia nel bene che nel male. Meglio sarebbe attribuire punteggi (positivi e negativi) che incidano sulla valutazione d'esame sia in terza media che nell'ultima classe delle superiori.
Il voto di condotta farà media o no?
Per il momento il ministero ha preferito glissare sull'interrogativo che in questi giorni ha tenuto banco tra dirigenti scolastici e professori degli istituti superiori.
Nella circolare n. 10 del 23 gennaio scorso non ha chiarito, infatti, il senso della disposizione contenuta nell'articolo 2 della legge 169/2008 che così recita: "La votazione sul comportamento degli studenti, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre alla valutazione complessiva dello studente".
Cosa vuole dire quel "concorre complessivamente"? Per il 5 in condotta sappiamo tutti cosa succede, ma per il sei, il sette e gli altri voti, il voto di condotta conta qualcosa? E se sì, quanto conta? Fa media, per esempio, per i crediti scolastici dell'ultimo triennio delle superiori?
La scena, soprattutto in questi giorni, la sta tenendo il cinque, al quale è stato dedicato un apposito decreto ministeriale per tracciarne l'identikit. Ma la condotta non dovrebbe essere solamente considerata in quel voto che può far perdere l'anno.
Se così fosse, se cioè la modifica normativa introdotta tre mesi fa ha davvero voluto ripristinare solamente uno strumento preventivo e repressivo contro gli atti di violenza oppure creare una deterrenza verso gli atteggiamenti di bullismo, dovremmo considerare il voto di condotta soltanto per la sua valenza negativa. Le sue espressioni di voto positivo, dal dieci decimi in giù, sarebbero simboliche e ininfluenti, non degne di alcuna considerazione.
La nuova condotta conterebbe sostanzialmente solo per il suo valore negativo, alla stregua di una sanzione disciplinare, perché, fuori dal cinque non avrebbe alcun effetto. Era davvero questo lo spirito della disposizione di legge?
giovedì 22 gennaio 2009
“LA BALLA DEL CINQUE IN CONDOTTA”: E SE LO DICE L’UNITÀ...
Le cronache da diverse parti d'Italia fanno emergere tutte le contraddizioni di questo provvedimento e i nodi al pettine che il decreto non sfiora neppure, anzi per certi aspetti aggrava, imbottito com'è di ipergarantismo: c'è chi si pone il problema delle occupazioni, altri dello "stillicidio quotidiano di maleducazione, arroganza, indifferenza". C'è anche da notare che diverse scuole si stavano e si stanno impegnando per distillare da questo infelice provvedimento qualcosa di positivo; ma molte di esse, che avevano già deciso di dare dei cinque nel primo quadrimestre, dovranno forse tornare indietro.
lunedì 19 gennaio 2009
TANTO TUONÒ CHE NON PIOVVE: SULLA CONDOTTA NON CAMBIA NULLA. ANZI...
La pubblicazione del decreto destinato a “correlare la particolare e oggettiva gravità del comportamento al voto inferiore a sei decimi” ha avvalorato le nostre non rosee previsioni: sarà in realtà una regolamentazione di quanto già disposto da Fioroni nella sua revisione dello Statuto degli studenti, in versione ancora più garantista. Dopo mesi di polemiche inutili, la speranza di un ulteriore rafforzamento del ruolo educativo della scuola non ha avuto seguito. La scuola è rimasta in pratica dove l'aveva lasciata Fioroni, la cui opera (meritoria) andava completata e rafforzata. E già cominciano a farsi sentire nella scuola le critiche dei delusi, come si può leggere oggi sul "Sole24Ore".
Vediamo le nuove norme. L'articolo 4, comma 1 precisa che il cinque in condotta si può dare “esclusivamente in presenza di comportamenti di particolare gravità riconducibili alle fattispecie per le quali lo Statuto delle studentesse e degli studenti [...] nonché il Regolamento di Istituto prevedano l’irrogazione di sanzioni disciplinari che comportino l’allontanamento temporaneo dello studente dalla comunità scolastica per periodi superiori a quindici giorni”. E quali sono i comportamenti di particolare gravità secondo lo Statuto riformato da Fioroni? Si tratta di “reati [sic] che violano la dignità e il rispetto della persona umana" o creino "pericolo per l'incolumità delle persone. " [art.9]. Casi estremi, quindi. Ma evidentemente questo non bastava a rassicurare chi con ogni evidenza considera gli insegnanti persecutori allo stato latente degli allievi. L’attuale ministro, infatti, sente il bisogno di aggiungere che il Consiglio di classe deve anche accertare, prima di dare cinque in condotta, che il reo "non abbia dimostrato apprezzabili e concreti cambiamenti nel comportamento" . In altre parole, chi ha abusato di una compagna in bagno oppure vi ha torturato un disabile può atteggiarsi a pentito e farla franca...
Invece chi ha violato più e più volte gravemente le regole di comportamento, pur senza incorrere in veri e propri reati, ed essendo magari stato sospeso ripetutamente, non correrà alcun pericolo di bocciare.
Ma “la condotta farà media”, ripete il ministro anche in un’intervista di oggi al “Giornale”. Ma che significa in pratica? Pochissimo (vedi note del 10 e 14 gennaio), anzi la media può addirittura essere alzata anche da un sei in condotta, se il contesto è di diverse insufficienze. E poi, in quali circostanze è prevista un’incidenza della media? Ordinariamente solo nel credito scolastico in vista dell’esame. Ma appunto in misura talmente modesta da rendere risibili i timori e le speranze che questa annunciata svolta rigorista aveva provocato in questi ultimi mesi. Perché, invece che alla media, non si è pensato per esempio a un punteggio aggiuntivo nel credito scolastico in caso di nove o dieci in condotta e a una penalizzazione almeno per i sei?
La nuova normativa sulla condotta è poi punteggiata da una serie di avvertenze che per la scuola italiana suonano quasi grottesche: “La valutazione del comportamento non può mai essere utilizzata come strumento per condizionare o reprimere la libera espressione di opinioni correttamente manifestata” (un intero consiglio di classe che si accorda per punire il dissidente...); “La valutazione espressa in sede di scrutinio intermedio o finale non può riferirsi ad un singolo episodio [anche se gravissimo?], ma deve scaturire da un giudizio complessivo di maturazione e di crescita civile e culturale dello studente in ordine all’intero anno scolastico”. E ne citiamo solo due.
Va infine sottolineato il fatto che il pur grave problema del bullismo ha finito per oscurare quello più generale del rispetto delle regole nella scuola e l’esistenza di una crisi dell’educazione, che va affrontata con chiarezza di idee, saggezza e fermezza, prima di tutto nell’interesse dei ragazzi stessi.
SULLA "SELEZIONE" DEGLI INSEGNANTI
Pubblichiamo la lettera della collega Giulia Biti, che fa seguito alle dichiarazioni sulla scuola di Michelle Hunziker, da noi riportate ieri.
Leggo oggi sul blog le dichiarazioni della Hunziker.
La selezione del personale docente è indubbiamente una conditio sine qua non, e non intendo mettere in discussione questo punto. Mi chiedo però se sia davvero così opportuno porvi l'accento in maniera così enfatica, come se tutti i mali della scuola gravassero effettivamente sulle spalle del solo insegnante: un elemento fondamentale, ma nel contempo soltanto parte di un sistema – il sistema educativo, appunto – estremamente complesso e non sempre così semplice da vivere e da gestire.
Inoltre, cosa intendiamo realmente per selezione? [Leggi tutto l'intervento]
domenica 18 gennaio 2009
LA SCUOLA DI MICHELLE HUNZIKER
Madre olandese, padre svizzero tedesco, poliglotta come molti svizzeri (ha anche studiato lingue), italiana per adozione - da parte degli italiani - e per scelta (sua), la show girl più internazionale della TV italiana non perde occasione per dimostrare di non essere solo bella e simpatica, ma anche una intelligente osservatrice della società italiana.
Intervistata da Renato Franco per il Corriere della Sera, Michelle si è sentita porre, alla fine del colloquio, la domanda forse più imbarazzante: "Che cosa non le piace del nostro Paese?". Ed ecco la risposta, secca e precisa: "Cambierei completamente il sistema scolastico. Credo molto nella scuola pubblica che è lo specchio della società e credo molto nell'istruzione. Ci vorrebbe una selezione più seria per gli insegnanti che però andrebbero pagati molto di più perché hanno un ruolo fondamentale. E i ragazzi li devono rispettare: niente telefonini in classe, più disciplina, più rispetto".
venerdì 16 gennaio 2009
IMMIGRATI A SCUOLA: SENZA LUNGIMIRANZA E BUON SENSO I NODI VENGONO AL PETTINE
Va però ribadito che tutto questo è in buona parte il frutto di una visione ideologica, invece che pragmatica, dei problemi posti ovunque dall’immigrazione. Invece di affrontarli con lungimiranza e buon senso, si oppone la condanna e l’indignazione a corsi di lingua propedeutici all’inserimento a pieno titolo nelle classi; si stabilisce che il criterio principe con cui si inserisce un ragazzo in una classe è l’età e non la sua preparazione; si ribatte con supponenza a qualsiasi obbiezione o timore che la presenza di alunni stranieri è sempre e comunque “un arricchimento”; si abusa di termini come “razzista” e “xenofobo”, scoraggiando un dibattito franco e aperto; ed ecco che un giorno o l’altro la realtà presenta il conto.
(Per altre note sull’argomento digitare “immigrati” nella casella di ricerca “Cerca nel blog” in altro a sinistra)
giovedì 15 gennaio 2009
SCUOLA DEL MERITO E DELLA RESPONSABILITÀ VUOL DIRE ANCHE EFFICIENZA
In questo blog abbiamo spesso parlato di maggior rigore nelle valutazioni, di rispetto non opzionale delle regole (che deve riguardare gli studenti, gli insegnanti, i dirigenti e il personale ausiliario e amministrativo) e quindi anche della possibilità di sanzionare tempestivamente chi sbaglia o di allontanare chi è inadeguato al suo ruolo. Usiamo spesso per brevità l’espressione “scuola seria”; e serietà è infatti (leggiamo dal De Mauro) “la qualità di agisce con responsabilità, con correttezza, con capacità e volontà di assolvere i propri doveri e gli impegni assunti”. Tutti termini che suonano purtroppo poco italiani, benché in realtà siano tanti gli italiani responsabili e meritevoli, a cui nessuno riconosce il merito di tenere in piedi, zitti zitti, la baracca.
Benché valorizzare merito e responsabilità sia prima di tutto una scelta etica e culturale, a questa deve corrispondere un salto di qualità anche nell'efficienza gestionale. Molto opportunamente Giuseppe De Rita, in un intervento sul “Corriere della Sera” intitolato Nella scuola può tornare l’orgoglio, sottolinea “la banale verità che senza rinnovamento organizzativo nessuna riforma, anzi nessuna politica, è possibile”. Anche se non conosciamo indagini condotte scientificamente, il numero delle scuole che funzionano in modo efficiente, supportando il lavoro dei docenti, è sicuramente basso se non irrisorio. Nei nostri limiti, proviamo comunque a dare un piccolo contributo statistico, lanciando il sondaggio che trovate qui a fianco.
mercoledì 14 gennaio 2009
UN PARERE SUL VOTO DI CONDOTTA
domenica 11 gennaio 2009
LA DIRIGENZA SCOLASTICA TRA INNOVAZIONI E CONFERME
Con l’autonomia delle scuole, come sappiamo, la figura del preside ha preso nuove connotazioni, a partire dal nome che oggi dovrebbe essere quello di Dirigente scolastico. Allo stesso modo dell’abito che non fa il monaco, questa nuova definizione appare fuorviante... (Leggi tutto l'articolo)
sabato 10 gennaio 2009
SUL VOTO IN CONDOTTA RITARDI E POCA CHIAREZZA
Su diversi siti che si occupano di scuola si può leggere lo schema di regolamento per la valutazione degli alunni, attuativo del decreto Gelmini che ha reintrodotto i voti in decimi e l’efficacia del voto in condotta. Non è ancora definitivo e in teoria può ancora essere modificato. Una sintesi si può leggere anche oggi su alcuni giornali, tra cui “La Repubblica”.
Non c’è dubbio che il voto in condotta è una delle leve indispensabili per formare nei giovani il senso di responsabilità, ma anche per contribuire a creare un clima più sereno e produttivo, grazie al quale innalzare i livelli di apprendimento. Non l’unica leva, certamente: “a monte” del voto di condotta devono esserci regole più esigenti e sanzioni più tempestive; i docenti andranno formati ad applicare sempre e con fermezza le nuove norme, esattamente come in questi ultimi decenni sono stati sistematicamente spinti nella direzione opposta. C’è ancora un lungo e difficile lavoro da fare.
Sul punto il decreto è tutt’altro che soddisfacente. Vediamo in breve cosa stabilisce per la scuola media (nella primaria c’è un giudizio e non comporta conseguenze particolari). Al comma 6 dell’articolo 3 si dice che “la valutazione sul comportamento, attribuita collegialmente dal consiglio di classe, concorre, come il voto delle altre discipline, alla determinazione della media complessiva dei voti in ogni situazione in tutti i casi previsti dalla norma” . Difficile capire cosa significhi esattamente. A cosa servirebbe comunque la media dei voti, su cui influisce quello in condotta? Forse uno dei casi a cui ci si riferisce è la valutazione finale dell’esame di licenza media, a cui concorrono: fino al 35% le prove scritte d’istituto, fino al 15% la prova scritta nazionale, il colloquio fino al 25%. Il restante 25% può essere attribuito “sulla base del voto finale di ammissione all’esame [la media?] e degli elementi valutativi complessivi relativi all’alunno”. È facile intuire quanto poco – nel bene e nel male – possa influire la condotta su questo 25%, facendo media con altri undici voti. A parità delle valutazioni nelle materie, alla fine del salmo la differenza tra chi ha 6 e chi ha 10 in condotta ammonterebbe a un terzo di voto... Non è certo una grande svolta.
Nelle scuole superiori, invece, il voto in condotta concorrerà alla determinazione dei crediti scolastici. Anche qui facendo media, quindi influendo pochissimo. Paradossalmente, comunque, essendo i voti mediamente molto più bassi che non nelle medie inferiori, anche un 7 può risultare premiante, pur non essendo indice di grande correttezza. Molto meglio sarebbe stato - come da noi proposto - riservare uno o più punti di credito scolastico a chi si è comportato bene. Del resto ci sarebbe da obbiettare: come è possibile considerare positivo un 6 in condotta, quando con il 5 si ripete l’anno? Non sarebbe stato meglio stabilire che si boccia con il 4, introducendo con il 5 un’insufficienza meno grave, ma comunque chiaramente segnalata? In alternativa si poteva mantenere il 7 come insufficienza meno grave, seguita dal 6 e dal 5, ovviamente senza "fare media".
Ma appunto sulla maggiore novità a proposito di condotta, cioè la non ammissione all’anno successivo o agli esami di chi non abbia la sufficienza, il regolamento, già tardivo, rinvia a un apposito decreto, in cui saranno precisati “i criteri per correlare la particolare e oggettiva gravità del comportamento al voto inferiore a sei decimi”. Nei prossimi scrutini quadrimestrali (o in quelli trimestrali già in corso), come ci si dovrà quindi regolare al riguardo?
Quanto sia radicata, infine, una filosofia dell’educazione che recalcitra all’idea di fermezza anche quando si fanno dei passi avanti nella giusta direzione, lo dimostra la seguente precisazione: “La valutazione del comportamento non ha funzione sanzionatoria ma formativa”. Si perpetua l’equivoco che contrappone sanzione a educazione, mentre la prima non è altro che uno degli strumenti a disposizione della seconda. Non esiste sistema educativo in cui non ci siano sanzioni. E non dovrebbero avere un fine anche rieducativo perfino quelle del codice penale?
(GR)
giovedì 8 gennaio 2009
SAPER ASCOLTARE, PRIMO PASSO PER IMPARARE
Giorgio Israel torna a prendere di mira questo dogma (repetita iuvant), a cui una parte della mondo della scuola si è affezionato negli ultimi anni. Lo fa anche sottolineando, con l’autorevole aiuto di Plutarco, l’importanza fondamentale dell’arte di ascoltare. E ogni insegnante sa quanto oggi ce ne sia bisogno.
sabato 27 dicembre 2008
CHI SONO I BRAVI INSEGNANTI? OVVERO, ALLA RICERCA DEL MERITO PERDUTO
di Sergio Casprini
Negli ultimi mesi opinionisti, intellettuali, uomini di scuola e di partito hanno promosso una discussione sulla meritocrazia nella Pubblica amministrazione ed in particolare nella scuola. A questo proposito va ricordato l’intervento del Gruppo di Firenze con la “Lettera aperta ai partiti”, sottoscritta da intellettuali e professori universitari e presentata al Liceo Visconti di Roma durante la campagna elettorale di questo anno.
Se nessuno nega l’importanza di promuovere serietà e responsabilità tra i docenti, le proposte che vengono fatte sono purtroppo viziate da pregiudizi e luoghi comuni sugli insegnanti, a conferma della scarsa conoscenza da parte di molti degli specifici aspetti di questa professione.
In primis, nonostante le denunce sulle malefatte dei “docenti fannulloni”, in particolare quella di Ichino, ancora si sottovaluta il fatto che la sanzione del demerito, fino al licenziamento appunto dei fannulloni, sarebbe un primo passo importante per una riqualificazione della scuola italiana in termini di serietà ed efficacia didattica. Ma no: i nostri riformatori meritocratici hanno invece la presunzione di poter facilmente individuare gli insegnanti più bravi per premiarli con incentivi economici e/o con avanzamenti di carriera. Non a caso paradossalmente è stato rivalutato l’operato del ministro Berlinguer, a suo tempo bocciato sonoramente da tutta la categoria docente e non certo per motivi corporativi (su questo vedi l’intervento di Andrea Ragazzini su questo blog).
Ma chi sono dunque gli insegnanti bravi? Sono bravi forse coloro che ottengono un buon rendimento scolastico dai loro allievi? Ci si scontra in questo caso con l’impossibilità di misurare la produttività del docente come si misura la produttività in ufficio o in fabbrica: gli allievi non sono tutti uguali da un punto di vista cognitivo e conta pure il contesto classe in cui sono inseriti.
Sono allora bravi quelli che si aggiornano periodicamente ed inoltre fanno pubblicazioni, acquisendo titoli culturali e scientifici? Quando si parla di aggiornamento mai si pensa anche a un serio e frequente confronto a carattere seminariale tra colleghi (su questo argomento è esauriente l’articolo di Giorgio Ragazzini), ma si ripropone un ritorno all’Università o la frequenza di inutili corsi di tipo psico-pedagogico, (senza dimenticare l’auto-aggiornamento “non istituzionale” dei docenti seri: lettura, cinema, teatro, musei...). Nel caso poi degli insegnanti che hanno all’attivo pubblicazioni nella loro disciplina, c’è da considerare che spesso viene meno l’impegno professionale in classe, assorbiti come sono dal lavoro scientifico.
Infine, sono invece bravi i docenti che assumono ruoli di responsabilità nella gestione didattica od organizzativa della loro scuola oppure partecipano alla realizzazione dell’offerta formativa e all’organizzazione di corsi di aggiornamento o del tirocinio per i giovani colleghi?
In questo caso si confonde la funzione dell’insegnante che opera in classe con quello che assume ulteriori incarichi, sia pure importanti, oltre all’insegnamento. Si tratta ovviamente di nuovi ruoli che vanno definiti giuridicamente a livello nazionale e che sono necessari per andare incontro alle necessità delle scuole autonome.
A mio parere invece si può riconoscere la qualità professionale dei docenti italiani nel verificarsi di tre condizioni: le prime due sono costitutive dell’essere insegnante: la conoscenza della propria disciplina e l’amore per essa, insieme al piacere di insegnarla; la terza è data dalla progressiva acquisizione di maggior capacità professionali garantita dall’esperienza e quindi dall’anzianità di servizio.
Immagino che molti potrebbero considerare queste conclusioni la corporativa riproposizione dei tradizionali automatismi di carriera a scapito dei meritevoli. Nel ribadire intanto che rimuovere dalla scuola i non meritevoli e cioè i fannulloni sarebbe una scossa salutare per tutta la categoria, sono consapevole anch’io che un eccesso di autoreferenzialità può avere effetti negativi se non si trovano i giusti contrappesi.
L’aggiornamento professionale insieme ai colleghi della propria scuola ed una verifica periodica (ogni 4/5 anni) del proprio operato possono però garantire che l’anzianità di servizio non si riduca ad un solipsistico esercizio dell’attività professionale con ovvie ricadute negative sulla didattica.
Sulle modalità della valutazione degli insegnanti e sulle figure a cui affidarla occorre affrontare un altro ordine di problemi, che esulano dal tema che mi sono proposto in questo intervento; posso solo suggerire che una valorizzazione professionale non dovrebbe prescindere dalla costituzione in sede locale e nazionale di organismi tecnici, tipo albi e consigli professionali rappresentativi degli insegnanti, da cui trarre almeno una parte dei valutatori.
LE CATTIVE MAESTRINE DALLA PENNA ROSSA
L’ultima trovata di questo benintenzionato filone pedagogico viene dal Regno Unito, dove si sta diffondendo il consiglio o addirittura il divieto (non si capisce bene) di usare la penna rossa per correggere gli errori degli allievi. Ne parla Cristina Nadotti su “Repubblica” (Addio penna rossa - “Quelle correzioni danno troppa ansia”). L’autrice simpatizza apertamente per questa nuova frontiera dei diritti umani.
Decisamente meno sintonici i commenti . Marco Lodoli sullo stesso quotidiano dà fondo al suo sarcasmo; Marcello D’Orta sul “Giornale” ipotizza un “Complesso Dickens” all’origine dei sensi di colpa britannici; Massimo Gramellini nel suo Buongiorno affianca la notizia a quella del licenziamento di una centralinista della Florida che rispondeva al telefono “Buon Natale”.
martedì 23 dicembre 2008
PROGRAMMI O "IMPARARE A IMPARARE"? UN BIVIO CRUCIALE PER LA SCUOLA
Da tempo Giorgio Israel, docente di matematica alla “Sapienza” di Roma, si batte per un ritorno ai programmi, cioè a una serie di contenuti disciplinari che la collettività ritiene indispensabili nei diversi ordini di scuola. E nel far questo non ha mai perso l’occasione per polemizzare contro il superamento dei programmi in favore delle “competenze”, concetto oltretutto sfuggente e controverso. In un’intervista rilasciata a “Il Sussidiario.net” si parla di questo, ma anche della cautela che si deve avere nell’affidarsi alle scuole “autonome” (spesso non in grado di sbrogliarsela con problemi più grandi di loro e soprattutto dei loro dirigenti), nonché della “pazzia” che, oggi come oggi, costituirebbe l’affidare ai singoli istituti il reclutamento degli insegnanti.
Il professor Davide Mulas, del Liceo Ginnasio “Dettori” di Cagliari, ci segnala a questo proposito un articolo di Andrés De La Oliva pubblicato su “El Paìs”, che lo stesso Israel ha riprodotto (in traduzione e lingua originale) sul suo blog e che è intitolato La truffa dell’insegnare a insegnare. Personalmente non metterei sullo stesso piano "imparare a insegnare" e "imparare a imparare". La conoscenza approfondita della materia è senza dubbio fondamentale, ma non sempre basta a saperla insegnare. De La Oliva stesso si contraddice, scrivendo che "i laureati che mai hanno insegnato non sanno insegnare non perché gli difetti una preparazione pedagogica o psicopedagogica, ma perché gli manca la pratica dell’insegnamento". Ma se è utile la pratica dell'insegnamento, non è vero che basta sapere bene la propria disciplina.
Mettere l’ "imparare a imparare" in cima alle competenze è invece un’autentica sciocchezza , dato che, da quando si impara, si impara a imparare più che altro imparando... E imparando cosa? Contenuti disciplinari, appunto. (GR)
sabato 20 dicembre 2008
DA GENTILE ALLA GELMINI NEI LICEI CLASSICI LA STORIA DELL’ARTE RIMANE UN’OSPITE
È una considerazione che Marangoni si troverebbe a dover fare ancora oggi di fronte ai piani studio dei licei che il Ministro Gelmini ha presentato il 18 dicembre scorso in Consiglio dei Ministri. Nei nuovi piani di studio sono diversi gli aspetti criticabili e molte le discipline ridimensionate, o potenziate, secondo criteri poco chiari.
Ma il caso della storia dell’arte è indubbiamente il più peculiare, anche perché è in assoluto l’unica materia in tutto il sistema dei licei (ma anche dei tecnici), per la quale si preveda una sola ora di insegnamento settimanale in ben tre indirizzi di studio: classico, linguistico, delle scienze umane.
In particolare nel Liceo Classico, scuola umanistica per eccellenza, dove si pensava che andasse a regime il piano di studi delle sezioni sperimentali attivate negli ultimi anni (2 ore in tutto il quinquennio), la storia dell'arte, che è parte essenziale del patrimonio culturale europeo, verrebbe riconsegnata alla tradizionale funzione ancillare prevista dalla Riforma Gentile, che pure ebbe il merito di introdurre per la prima volta questo insegnamento.
All’intento-base di ridurre all’essenziale il numero oggi sterminato di indirizzi si dovrebbe affiancare quello di valorizzare le materie che li caratterizzano; e da questo punto di vista, per fare un esempio, ci si chiede se sia logico prevedere nel classico, in luogo di un potenziamento della storia dell’arte, l’aumento di un’ora di matematica.
La nostra classe politica vanta continuamente il primato quantitativo e qualitativo del nostro patrimonio artistico e il prestigio che per questo l’Italia ha nel mondo, proclamandone il ruolo fondamentale anche per le nostre prospettive economiche. Ma simili scelte in materia di istruzione non sembrano troppo coerenti con tali affermazioni. (A.R.)
mercoledì 17 dicembre 2008
SCUOLA: GRANDI RIFORME E PICCOLI PASSI
Sulla “Stampa” Alberto Bisin, docente di economia nella New York University, esamina i risultati dell’indagine internazionale sullo studio della matematica e delle scienze (TIMSS), i cui dati sono stati resi noti in questi giorni (Il bicchiere mezzo vuoto). E conclude che una vera riforma della scuola consisterebbe “nel lasciare più indipendenza alle scuole, ai presidi, alle famiglie”, soprattutto per quanto riguarda l’assunzione e la retribuzione dei docenti e la libertà di scelta dei genitori. Certo, scrivendo sui giornali bisogna essere sintetici. In questo tipo di interventi, però, manca in genere qualsiasi accenno alle difficoltà e ai tempi realisticamente prevedibili per la loro attuazione. Si tratterebbe di passare (in un periodo abbastanza breve da evitare che la scuola affondi nell’attesa) da un sistema del tutto impersonale – che non concede una virgola al merito – al libero mercato concorrenziale dei docenti e delle scuole.
Quanto sia realistico tutto questo alla prova della concretezza andrebbe forse esaminato meno superficialmente, a cominciare dal fatto che una vera e propria concorrenza tra scuole è irrealizzabile negli infiniti piccoli centri che possono offrire un solo esemplare per ogni tipo di istituto. Comunque parliamone, come suol dirsi.
Intanto, però, senza dover aspettare le calende greche delle grandi riforme, possiamo immediatamente fare qualche passo importante verso una maggiore serietà della scuola a tutti i livelli. E, quanto ai docenti, ci sarebbe già un efficace modo indiretto di valorizzare e stimolare il merito, come abbiamo detto più volte: quello di mettere i dirigenti in grado di colpire il demerito. Cioè i casi di conclamata inadeguatezza (incapacità cronica o sopravvenuta) o inadempienza (grave scorrettezza etico-professionale). Probabilmente non molti, ma dannosissimi per gli studenti interessati e per l’atmosfera morale complessiva della scuola italiana. Questo nel breve termine. Per il medio periodo, una rigorosa selezione in entrata, anche di tipo attitudinale. Niente di elitario, s’intende. Nessuna aspirazione a una casta di sublimi maestri perfetti. Ma un minimo di idoneità relazionale, oltre all’attrezzatura culturale, didattica e deontologica, vogliamo cominciare a pretenderla? (GR)
lunedì 15 dicembre 2008
ZIG ZAG, STOP AND GO, MARCE INDIETRO; MA LA NEBBIA COMINCIA A DIRADARSI
“Tuttoscuola” aiuta a diradare la nebbia sull’entità dei cambiamenti di rotta del ministro con un articolo in due parti (Gelmini/1 e Gelmini/2).
“L’Unità”, invece, con la scrittrice Silvia Ballestra, sostiene che “il maestro unico (o prevalente, questione di lievi e paraculeschi slittamenti semantici) è facoltativo”. Ma tra le scelte alternative sembra proprio che non ci sia più il modulo.
Ancora nebbia fitta, invece, sulle sorti dell’italiano nella scuola media, che, secondi gli annunci delle settimane scorse, doveva essere “potenziato” insieme alla matematica. L’orario minimo obbligatorio sarà di 30 ore, mentre dovrebbero sparire le ore solo in teoria opzionali della riforma Moratti (il famoso 27+6). L’insegnamento di lettere, che attualmente dispone di 9 ore più 2 “opzionali” per classe (in pratica le tradizionali 11), secondo quanto si dice perderebbe 2 ore. Facendo i conti: almeno 2 ore di storia, più 2 di geografia, a cui si aggiungerà dal prossimo anno quella di educazione civica; e fanno 5. Per l’italiano ne resterebbero quindi 4, contro le attuali 7. Anziché essere potenziato, subirebbe quindi una decurtazione del 42,8%...
sabato 13 dicembre 2008
LA BACCHETTA MAGICA DELL’AGGIORNAMENTO OBBLIGATORIO
di Giorgio Ragazzini
L’aggiornamento è un diritto del docente o anche un dovere? Questione più volte dibattuta in questi ultimi anni. Sotto il profilo giuridico si può leggere, dal sito dell’Adi, il documentato parere del professor Carlo Marzuoli, uno dei maggiori studiosi della scuola come servizio pubblico, che conclude: è un diritto, ma indubbiamente anche un dovere.
Con ciò, però, il problema dell'aggiornamento è tutt'altro che chiuso. Abbiamo infatti un obbligo ancora privo di oggetto preciso. E cioè: su che cosa un docente si dovrebbe aggiornare? E chi lo stabilisce?
Mentre il medico è tenuto a tenersi informato sulle novità nella diagnosi e nella terapia, l’avvocato sulle nuove leggi e l’ingegnere sui progressi tecnici nel suo campo, non mi pare che per tutte le materie di insegnamento esista qualcosa di così evidentemente necessario. Il nostro lavoro non è una scienza esatta e comporta conoscenze di tipo disciplinare, ma anche relazionale e metodologico; e su questo non ci sono, né ci possono essere, verità indiscutibili.
C’è invece chi è convinto che l’obbligo di aggiornarsi sia una specie di bacchetta magica per la scuola italiana. Tra le più recenti prese di posizione quella dai toni sdegnati e ultimativi di Omer Bonezzi, presidente di “Proteo Fare Sapere”, l’associazione professionale di area Cgil. A mio avviso sarebbe invece deleteria la riproposizione del tipo di aggiornamento prevalente negli scorsi decenni, che, lungi dal riqualificare la scuola italiana, ha largamente contribuito alla demotivazione e al disamore per il nostro mestiere. A quanti colleghi è accaduto, infatti, che l'ispettore, l'esperto, il docente universitario di turno si sia rivolto ai presenti come a professionisti depositari di qualche competenza? A me personalmente mai. E poiché a nessuno fa piacere di essere trattato come oggetto di rieducazione, per di più da persone spesso con poca o nessuna esperienza concreta di insegnamento, è comprensibile che molti di noi si siano stufati di corsi e convegni in cui veniva rivelato “il verbo” sulla didattica, spesso in modo fumoso e astratto.
Non posso fare a meno di citare il tentativo in grande stile di far attecchire la programmazione per obbiettivi (nata negli USA in contesto non scolastico), la quale per un po' è sembrata affascinare, con la sua apparente logica scientifica, un certo numero di colleghi, ma che all'atto pratico si è rivelata arida e impraticabile (centinaia di obbiettivi e sotto-obbiettivi, smania di registrare e valutare oggettivamente ogni respiro del discente...).
D’altra parte un periodo di aggiornamento obbligatorio è esistito, quello legato agli “scaloni” (cento ore di aggiornamento in sei anni), risoltosi in gran parte in una fiera di corsi e corsetti per la maggior parte inutili. Bonezzi questo periodo lo giudica tutto sommato positivamente:
"Il sistema aveva dei limiti: i collegi docenti [...] approvavano tutto, compreso corsi di ballo, scacchi ed equitazione. Con i limiti detti e i brontolamenti degli insegnanti libero professionisti fu una stagione notevole: in 5 anni un milione d'insegnanti ha in ogni modo fatto formazione per 100 milioni d'ore."
Traduzione: il livello dei nostri insegnanti è talmente basso che anche un corso pur che sia è meglio di niente. Questa sarebbe la qualità della "leva strategica fondamentale" per il rinnovamento della scuola...
E allora? Ho sempre pensato – e l’esperienza me ne ha dato ampia conferma – che per trasformare gli insegnanti in professionisti a tutti gli effetti è necessario prima di tutto trattarli come tali, invece che come scolaretti da correggere. Bisogna quindi farla finita col dominio sulla scuola italiana di quella casta dei pedagogisti paraministeriali che ha cercato di imporre dall’alto i suoi dogmI. Il cardine della formazione continua deve essere il metodo seminariale, tipico del mondo della scienza e della cultura alta, in cui ci si scambiano liberamente idee, esperienze, proposte, meglio se svincolate da obbiettivi contingenti. Questo metodo, che ha tra l'altro il vantaggio di non costare nulla o pochissimo, si fonda principalmente non sull'asimmetria tra "esperto" e aggiornandi, ma sulla convinzione che tutti hanno qualcosa da dare (successi da condividere, errori su cui riflettere, problemi da porre ai colleghi), partendo dal proprio patrimonio professionale. Così si valorizzano e rimotivano fortemente i partecipanti, che si sentono “comunità professionale”, anche per il fatto di stabilire loro, e non altri, su cosa aggiornarsi. L’aggiornamento degli “esperti”, invece, presenta spesso in forma compatta e priva di incertezze un ideale molto elevato, che deprime invece di sollecitare le energie (anche perché spesso accompagnato dalla sollecitazione ad accedere a un “nuovo” modo di insegnare).
Ovviamente anche il metodo seminariale ha le sue esigenze, tra cui la preparazione e il coordinamento del lavoro. Ma la strada è questa. Eventualmente saranno poi gli stessi docenti a sentire il bisogno di integrare liberamente il loro lavoro con il contributo di pesone competenti su questo o quel punto.
Quanto all’obbligo (che non è in sé un buon motivatore), è inevitabile che il principio venga affermato. La principale spinta ad aggiornarsi deve essere però non il “dovere”, ma l’esigenza di migliorare l’efficacia della propria azione didattica sotto tutti i profili: disciplinare, metodologico e relazionale. Eviterei quindi di stabilire per legge più di un minimo di ore annuali obbligatorie. Meglio un’adesione libera e motivata che una presenza passiva e poco interessata. Per questo ogni scuola o rete di scuole dovrà progettare l'aggiornamento in modo tale da offrire sempre più di una proposta. In altre parole dobbiamo scegliere tra docente-esecutore e docente-professionista, cioè tra una visione autoritaria dell'aggiornamento come adesione a dogmi didattici stabiliti dall'alto e una visione liberale, imperniata sul binomio libertà e responsabilità.
Teniamo poi conto che le norme che in questo periodo sono all'attenzione del parlamento valgono soprattutto per il futuro, in cui ci auguriamo una approfondita preparazione iniziale degli aspiranti docenti. Il che dovrebbe far cessare i ricorrenti e irrealistici progetti di riqualificazione ab imis dell'intero corpo docente.
POLITICA E CHIAREZZA FANNO SEMPRE PIÙ A PUGNI: ESISTE ANCORA IL DIRITTO A ESSERE INFORMATI?
Ma la Gelmini è tornata sui suoi passi o invece non è cambiato nulla? Si sceglie fra maestro unico/prevalente e modulo oppure fra maestro unico e maestro prevalente? I tagli e i risparmi preventivati ci saranno o no? Quanti hanno scioperato ieri? Quanti sono scesi in piazza? Sulla riforma delle scuole superiori ci sarà una consultazione o solo un’ampia informazione su quanto sarà stato già deciso? (1)
I cittadini italiani – e non solo sui problemi della scuola – sembrano aver perso il diritto a un’informazione facilmente comprensibile sulle decisioni politiche e neppure sui dati numerici si trova facilmente un punto di incontro (ricordate gli scontri sull’esistenza dei “tesoretti”, sui buchi di bilancio, sul vero costo della vita e via dicendo)? La pratica poi di gonfiare in modo ridicolo le cifre di scioperi e di manifestazioni ha fatto perdere ormai ogni credibilità ai commenti del giorno dopo (“flop” e “successo” si alternano anche oggi sui quotidiani senza possibilità di cavarci le gambe).
Fin dall’inizio la tormentata vicenda del maestro unico è stata segnata dall’ambiguità (tra gli altri più volte rilevata da“Tuttoscuola”). Si parlava, è vero, di tener conto delle scelte delle famiglie, ma anche che andava “privilegiata l’attivazione di classi affidate a un unico docente funzionanti con orario di 24 ore settimanali”. Neppure le numerose interviste rilasciate oggi dal Ministro Gelmini riescono a fare del tutto chiarezza. A occhio sembra meno contraddittoria quella pubblicata dal “Giornale”. La integriamo con la cronaca che “Il Sole 24 Ore” dedica all’accordo Governo-Sindacati (preparato dal lavoro in Commissione Cultura di Valentina Aprea). Buona lettura...
(1) Intanto sono in circolazione la nuova bozza di Regolamento per il riordino dei licei e quella per il riordino degli Istituti tecnici (i professionali sono fermi alla prima versione).
martedì 2 dicembre 2008
COM'ERA PREVEDIBILE, ENTRA IN CRISI IL METODO BRUNETTA DI SORVEGLIARE E PUNIRE TUTTI
A proposito di merito, su "Europa" Paolo Francini ragiona su come ripristinare almeno in parte il legame da tempo appannato tra successo negli studi e prospettive di occupazione e di benessere economico.
lunedì 24 novembre 2008
PICCOLA GUIDA AL BLOG
Sulla colonna principale si trova quanto è stato pubblicato a partire dal 20 marzo 2008, quando il blog fu inaugurato con un appello da noi promosso e sottoscritto da sedici noti studiosi e commentatori, dal titolo: "Scuola, un partito trasversale del merito e della responsabilità".
Nella colonna di fianco, sulla destra, si trovano:
▪ un breve profilo del Gruppo di Firenze (CHI SIAMO);
▪ l’ARCHIVIO DEL BLOG, cioè l’elenco dei titoli (in ordine cronologico inverso) di tutto quello che è stato pubblicato, a cominciare dall’appello di cui sopra;
▪ il collegamento con alcuni nostri articoli e interventi meno recenti (GDF DOCUMENTI E ARTICOLI 2005-2007)
▪ il nostro indirizzo e-mail;
▪ i collegamenti ad altri siti.
In calce a ogni “post”, cioè a quanto viene pubblicato in un certo giorno, ogni lettore può - cliccando su "commenti" - lasciare un commento o leggere quelli di altri lettori.
In alto a sinistra c’è un motore di ricerca con cui si possono trovare nel blog testi su argomenti che interessano.
UN ESEMPIO DI CONCRETEZZA RIFORMISTA SEGNALATO DA MARIO PIRANI
Il Presidente della Regione Sardegna Soru ha stanziato diverse decine di milioni di euro per finanziare iniziative - mirate - di sostegno all'istruzione elementare e universitaria. Leggi.
sabato 22 novembre 2008
CLASSI PONTE: BUON SENSO E PREGIUDIZIO IN DUE LETTERE AL "CORRIERE"
venerdì 21 novembre 2008
SULLE "CLASSI PONTE" L'UNITA' SENTE UN ALTRO "ESPERTO" SCANDALIZZATO
Nella premessa della mozione si parla di "discriminazione transitoria positiva": "un'affermazione estremamente grave", commenta Bernini. Il quale evidentemente non sa che l'espressione "discriminazione positiva" fa addirittura parte della fraseologia politicamente corretta e indica quei provvedimenti, come le "quote rosa", volti a favorire gruppi e categorie sociali che in passato abbiano subito discriminazioni.
Il glottologo rileva poi, sempre nella premessa della mozione leghista, una notevole confusione tra soggetti diversi, tra i quali alcuni "non è affatto detto che non sappiano l'italiano", come i figli degli immigrati nati in Italia. Nel dispositivo della mozione, però, c'è scritto con chiarezza che i corsi saranno riservati a chi l'italiano non lo sa e che questo verrà accertato tramite dei test iniziali.
Per i bambini piccoli, aggiunge Bernini, quelli che arrivano non avendo ancora finito di apprendere la loro prima lingua, è l'italiano a diventarlo e di solito lo apprendono con facilità, mentre "diversa e più complessa" è la situazione quando arrivano da noi già adolescenti; un problema però "già affrontato da molti uffici scolastici provinciali e regionali con corsi di aggiornamento specifico per gli insegnanti di qualsiasi disciplina". Con quali risultati non viene specificato.
Infine il professore afferma addirittura - se non è stato travisato - che nel programma delle classi di inserimento "scompare l'insegnamento dell'italiano per far posto a temi propri dell'educazione civica, che è oggetto dell'apprendimento di tutti i ragazzi in età scolare".
Nulla viene detto sul fatto che corsi preparatori di alcuni mesi, massimo un anno, sono stati adottati in molti paesi europei; e che a favore di questa soluzione si sono schierati molti che nulla hanno a che fare con la Lega. Né l'intervistatore glielo ricorda.
Colpisce quindi la scarsa consistenza e la lacunosità delle argomentazioni in rapporto alla durezza dei toni ("parlano a vanvera", "questi pregiudizi segnano i bambini"...). Quanto al PD, che dovrebbe essere il referente politico del quotidiano diretto da Concita De Gregorio, pensiamo che farebbe meglio a lasciare da parte gli anatemi e a smettere di autoescludersi dalla possibilità di incidere politicamente, contribuendo invece attivamente alla migliore attuazione possibile della mozione leghista. Si tratta di individuare con chiarezza i destinatari del provvedimento e i criteri per selezionarli in modo corretto, stabilire i limiti di durata dei corsi e le risorse necessarie. E vigilare che non si verifichino "discriminazioni negative".
In qualcosa, quindi, possiamo dichiararci d'accordo con il professor Bernini: "Occorre una conoscenza oggettiva della realtà, per circoscrivere il problema, descriverlo e trovare le soluzioni più pertinenti".
martedì 18 novembre 2008
MAESTRO "UNICO": TANTO RUMORE PER POCO?
lunedì 17 novembre 2008
EDUCARE ALLA LEGALITÀ FACENDO RISPETTARE LEGGI GIUSTE
Il lassismo che permea alcune leggi, e influenza l’applicazione di quasi tutte, costituisce una vera e propria istigazione dei giovani a violare i diritti altrui. Tutte le forme illegali di protesta sono di fatto legalizzate. Bloccare aeroporti, stazioni, strade, paralizzare una città con una manifestazione, scioperare al di fuori delle norme non porta quasi mai a qualche seria conseguenza. Questa disfatta della legge che quasi ogni giorno si ripete davanti agli occhi delle nuove generazioni costituisce una micidiale “diseducazione civica”; e c’è da scommettere che tra i promotori dei mille progetti di “educazione alla legalità” che in questi anni hanno dilagato nelle scuole di ogni ordine e grado ce ne sono parecchi che più o meno giustificano queste azioni e magari sono pronti a battersi contro la “repressione”. Ma nella formazione di un ragazzo sarebbe fondamentale veder sanzionare iniziative che feriscono gravemente la convivenza civile. E si potrebbero creare ogni giorno molte situazioni altamente educative solo facendo rispettare le leggi. Senza bisogno di docenti laureati e abilitati. Basterebbe un controllore che sull’autobus multa chi viaggia a sbafo; o un vigile che coglie in flagrante chi sporca la città; un comune che persegue con efficacia quei “writers” che alcuni sedicenti artisti difendono in nome della libertà d’espressione. Se poi ogni tanto qualcuno che non fa il suo dovere sul posto di lavoro venisse trattato con fermezza, non solo si renderebbe giustizia ai suoi colleghi seri, ma il mondo degli adulti apparirebbe ai giovani più degno di stima e di fiducia.
venerdì 14 novembre 2008
DOCENTI E MERITO: DUE PROPOSTE DI SARTORI
Con la chiarezza e l'essenzialità che gli sono proprie, il professor Sartori sintetizza le sue valutazioni sul lavoro della ministra Gelmini e propone due mosse per l'università. Leggi.
giovedì 13 novembre 2008
TRE INCONTRI SULLA CRISI DELL'EDUCAZIONE
Ecco il programma:
mercoledì 19 novembre 2008 - ore 15.30:
IL BULLISMO - Professor Michele ZAPPELLA, neuropsichiatra e docente universitario.
giovedì 4 dicembre 2008 - ore 21:
DIPENDENZE E DROGHE - Dottor Luca TEODORI, psichiatra e psicoterapeuta; Capitano Giovanni MENNELLA, comandante dei Carabinieri di
Figline Valdarno.
mercoledì 10 dicembre - ore 15:
LE DIFFERENZE DELLO STILE EDUCATIVO DEL PADRE E DELLA MADRE - Dottor Osvaldo POLI, psicologo e psicoterapeuta.
lunedì 10 novembre 2008
SARTORI: LE MALATTIE DELLA SCUOLA. PIRANI: PROTESTE E VERITÀ
venerdì 7 novembre 2008
DE BENEDETTI E RAMPINI: ABBIAMO BISOGNO DI UNA SCUOLA PIÙ SEVERA
Per garantire ai giovani un futuro migliore i papà e le mamme cinesi e indiani sono pronti a tutto. A tutto, meno che a screditare i professori. L'indulgenza scolastica non è di casa da queste parti, la meritocrazia è un principio indiscusso. La selezione negli studi è spietata e nessuno la mette in discussione, men che meno le famiglie. I genitori sono esigenti sul rendimento scolastico dei ragazzi, e il professore è una figura rispettata, severa, quasi sacrale. Chi ha messo piede in un'aula di scuola media, di liceo o di università in Asia sa che in quei luoghi regnano la disciplina, il rigore, il rispetto dell'autorità, la venerazione del sapere. Non perché gli insegnanti cinesi e indiani siano tutti premi Nobel, ma perché tutti sono d'accordo che il sistema funziona solo rispettando quelle regole. Se i genitori di Pechino o di New Delhi cominciassero a dare ragione ai figli contro i docenti, a invocare promozioni facili per tutti, il progresso economico, scientifico e tecnologico dell'Asia si fermerebbe molto presto. Nel tacito accordo che unisce genitori e insegnanti, in quella vasta area di tre miliardi di persone in corsa verso il benessere, c'è una lezione preziosa per noi.
(p. 271)
martedì 4 novembre 2008
LA "PEDAGOGIA DELL’INESISTENZA" : riflessioni sul ruolo dei docenti nei giorni delle occupazioni
Quella che segue è la lettera che un insegnante di un Liceo fiorentino ha scritto ad alcuni suoi colleghi, a cui contesta una scarsa consapevolezza del loro ruolo di educatori e un’ambigua solidarietà con gli studenti.
Cari Colleghi,
di fronte alla richiesta di “collaborazione” e di “comprensione” che una parte degli studenti ha rivolto ai docenti del Liceo «Machiavelli», trovo fuorviante porre la discussione sul piano di un eccesso da evitare: “il protrarsi” dell’occupazione sarebbe per voi da scongiurare per le conseguenze che questa prova di forza comporterebbe, in termini di “disagio” fra studenti e di rischio di pregiudizio per il “diritto allo studio”. Chiedete per questo agli altri insegnanti un assenso alla proposta e alla condivisione di forme alternative “più proficue di mobilitazione”, da concordare con gli alunni in cambio dell’interruzione della protesta. Mi sembra che questa impostazione, centrata sull’assioma per cui i contenuti condivisi di un’occupazione la legittimerebbero ipso facto, sia capziosa, compiacente e incongrua.
E’ indubitabile che la natura e i modi dell’espressione delle proprie idee appartengano a una libera scelta di coscienza: ma gli adolescenti dovrebbero essere guidati, proprio nell’acquisizione e nell’affinamento degli strumenti di apertura al mondo e di partecipazione politica, da adulti che abbiano maturato una nitida, magari sofferta, percezione del confine fra ruolo professionale e pratica diretta di manifestazione del dissenso politico. Ora, in virtù di quale paradossale travisamento del proprio ruolo parecchi insegnanti hanno tollerato, se non condiviso, un comportamento illegale come l’occupazione? Quale bene comune viene promosso da una scuola che, dichiarandosi solidale “coi motivi della protesta”, minimizza la gravità di quel comportamento, lo rimuove tendenziosamente dal proprio orizzonte educativo e si limita a rimproverarne sommessamente “il protrarsi”?
A me non sembra coerente con la ragionevolezza di un’etica professionale, approvare un’azione illecita, compiuta da parte di minori durante il loro processo formativo, e nell’istituzione formativa per antonomasia… Sappiamo tutti quanto sia difficile per insegnanti adulti prendere le distanze dalla propria, soggettiva, interiore adolescenza: ma parecchi colleghi ne stanno abusando … Ma è un altro, e per me ben più significativo, il messaggio che sembra provenire dagli studenti, quando chiedono di aiutarli a trovare “altri” metodi, in caso di nostra non condivisione dell’occupazione. Ci chiedono di non abbandonarli: è un messaggio di solitudine.
Quelli di noi che sono anche genitori sanno bene come sia difficile educare l’adolescente a coesistere con la solitudine, ad accettare la propria interiorità, a dar voce alle angosce in modo da fortificarsi nella scoperta della propria fragilità. Ma una parte di noi percepisce soprattutto quanto sia deleteria ogni corriva semplificazione della complessità. In ambito educativo questo si traduce, per me, nel trascurare un valore che si colloca ben al di sopra sia del docente che del discente: la ricerca della verità di un sapere o di una competenza scolastica. E con questa rimozione viene attribuita a studenti, per di più addirittura mediante forme illegali, la finzione di un ruolo attivo e precoce nella partecipazione politica, ovvero la garanzia di visibilità (atroce termine in voga). Se questa non è manipolazione …
Che dire della solitudine oggettiva di un cittadino-consumatore? Fin dal progetto (quello sì!) coerente ed organico di smantellare quanto restava della scuola superiore italiana, coltivato dall’ineffabile accoppiata Berlinguer-Maragliano, i cascami del modello di scuola americana di massa hanno avviato qui da noi a forme di ‘consumismo’ di bassa lega il cliente-studente, fornendogli prodotti massificati e dequalificati, ma gradevoli e rassicuranti. Cosa c’è di più gradevole e rassicurante di un’occupazione avallata con tale leggerezza? Per non parlare di quei genitori che in non poche scuole italiane hanno “occupato” insieme ai loro figli, fulgido esempio di bislacca perversione parentale.
I nostri ragazzi risultano dunque appiattiti nella gretta dimensione del presente e dell’immediato, in sterile e distruttiva attesa di un futuro che si prospetta loro senza speranza d’investimento positivo. Spetterebbe invece a noi insegnanti fondare il nostro fine formativo proprio sulla continuità, sulla concentrazione, sulla tensione costruttiva delle abilità e dei saperi. Solo una scuola pacatamente separata, rispetto al mondo esterno (non certo asettica né impermeabile), è in grado di valorizzare quei percorsi di pazienza laboriosa che davvero scongiurino, nell’adolescente, tentazioni di efficientismo immediato, o, all’opposto, di evasione ludica e auto-annientamento consumistico. E’ stato detto efficacemente (se non sbaglio fin da Pasolini!) che una generazione da mordi e fuggi, abituata ad essere esaudita prima ancora d’aver dato nome all’oggetto desiderato, è una generazione non di cittadini, ma di spostati, di sudditi.
Accarezzando così le velleità studentesche di un illusorio protagonismo, ben lontana dall’esigere metodo e rigore, cedendo invece alla lusinga del dare e dire tutto e subito, la scuola abdica di fatto a se stessa, consegnandosi ad una mostruosa ideologia ‘democraticistica’, che, indebolendo strutture e ritmi formativi, finisce con l’attuare un classismo più feroce di quello censitario di un tempo: la scuola viene di fatto meno ad una reale funzione pubblica, la sola che consenta a ragazzi di famiglie deboli di superare limiti di partenza.
Per tutti questi motivi alcuni di noi, pur con difficoltà, stanno sperimentando un dialogo di tipo nuovo con le proprie classi. Cerchiamo di ricucire lo strappo tra chi occupa e chi è contrario; di incanalare in forme varie (cartaceo, rete, dibattiti) ragioni di legittimo dissenso, documentate ed argomentate, che corroborino la stessa protesta anti-governativa; di convincere i nostri studenti che devono poter comprendere (anche senza condividerle) le motivazioni della nostra richiesta di ‘indennizzo’ delle ore irresponsabilmente (non per colpa loro) perdute.
Mi sentirei di poter applicare a questa occupazione studentesca alcune recenti acquisizioni di Roberta De Monticelli proprio in tema di etica ed educazione. Tutte le volte che ci asteniamo, per comodità o per calcolo, dal pronunciare i “no che aiutano a crescere”, neghiamo di fatto una responsabilità individuale: al soggetto togliamo la libertà di rispondere della propria vita. Negando la responsabilità di un atto illegale, veniamo a mancare di rispetto, come insegnanti, proprio nei confronti di quegli “occupanti” che a loro modo affermano esistenza e libertà. La sanzione, anche la più blanda, ma comunque certa e concreta, implica che chi trasgredisce esiste ed è libero, perché ciò che fa ha conseguenze. Docenti che si riconoscano nel “sono con te, lotta per noi” (o che surrettiziamente lo facciano dire e mettere in pratica agli studenti, avallando un’occupazione illegale) inducono una conseguenza mortificante: “la tua azione non ha conseguenze, non sei neppure libero di trasgredire”. Alle tentazioni di questa pedagogia dell’inesistenza, che cancella la libertà del ragazzo in quanto irresponsabile, dovremmo sottrarci con maggior vigore.
Firenze, 28 ottobre 2008
domenica 2 novembre 2008
UNA LETTERA A GIAN ANTONIO STELLA (CON RISPOSTA) SU BERLINGUER ALFIERE DEL MERITO
Con una lettera a Liberal avevamo contestato questa tesi, in risposta ad una intervista
di Panebianco (vedi post dell’ 11 ottobre).
Sull’argomento è tornato Gian Antonio Stella con un articolo (“La caccia bipartisan ai consensi facili”) in cui sostiene che quello berlingueriano è stato l’ultimo tentativo di estirpare la cancrena egualitarista che blocca la scuola italiana e che per questo il ministro “fu fatto a pezzi”.
Qui di seguito la lettera che gli abbiamo scritto e la sua risposta, molto cortese ma sostanzialmente irremovibile nella convinzione che anche la nostra argomentata critica alle modalità e ai criteri di quella selezione nasconda in realtà il rifiuto pregiudiziale di qualsiasi valutazione degli insegnanti.
Gentilissimo dott. Stella,
nelle ultime settimane tre autorevolissimi commentatori, il prof. Panebianco in un intervista su Liberal, poi Lei sul Corriere della Sera di martedì, infine il prof. Sabbatucci sul Messaggero di oggi, hanno scritto dell’ex ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer come dell’unico che abbia provato, pagandone poi il prezzo, a introdurre nella scuola una logica di valorizzazione del merito.
Premetto di concordare sul fatto che le logiche (pseudo)egualitarie hanno fatto alla scuola danni enormi, tanto che faccio parte di un gruppo che ha scritto nella sua ragione sociale “per la scuola del merito e della responsabilità”. Ma quella di Berlinguer Santo protettore e martire della meritocrazia è una fama del tutto immeritata: sono tuttora convinto che la sua proposta non fosse in realtà una cosa seria. Come Lei ricorda quella proposta offriva ad una quota predeterminata di docenti “bravi” (il 20%) la possibilità di un incremento stipendiale, continuando a fare lo stesso identico mestiere di prima. A prescindere dal fatto che valutare chi è più bravo a insegnare è comunque una questione assai problematica e delicata, anche Lei concede – ma come se si trattasse di dettagli marginali – che la procedura e i criteri erano quanto meno discutibili. Infatti Riccardo Chiaberge sul Corriere la definì “un’avvilente lotteria”, dove assenteisti e fannulloni potevano fare Bingo e insegnanti preparati e rigorosi rimanere esclusi, essendo fra l’altro basata su una aleatoria prova a quiz e non essendo prevista alcuna valutazione della serietà e della correttezza professionale dei docenti.
Esclusa la Gilda, quel contratto fu sottoscritto da tutti i sindacati, incluso lo Snals: le “nettissime” dichiarazioni che Lei riporta furono un maldestro e tardivo tentativo di recuperare credito quando la protesta ormai dilagava.
Come oggi anche allora ero convinto che per valorizzare il merito bisognasse prima di tutto iniziare a colpire il demerito, che nella scuola era nel complesso circoscritto, ma che la classe politica non aveva alcuna intenzione di sanzionare e tutti i sindacati erano determinati a coprire. Nel nostro paese la prima vera valorizzazione dei meritevoli, almeno sul piano teorico, la si deve alla denuncia dei fannulloni di Pietro Ichino, che infatti con le sue prese di posizione si è “meritato” la scorta.
Con cordialità e stima,
Andrea Ragazzini
Gruppo di Firenze
Caro professore,
sul dovere come primo passo di colpire il demerito sono d’accordo, sul resto non del tutto. Sempre lì torniamo, all’obiezione di troppi sindacati e troppi insegnanti: chi mi giudica? Come può giudicarmi? In base a quali criteri?
In tutto il mondo, tranne le dittature dove giocano altri fattori, la risposta c’è già: ti giudica chi ti paga lo stipendio. E in quanto tale ha il diritto di farlo. Fine. Come il professore ha diritto a dare 4 o 8 in pagella perché fa il professore, così chi paga lo stipendio ha il diritto di giudicare chi lo riceve. Vale per i professori (sono figlio di insegnanti per parte di padre e di madre), per i giornalisti, gli idraulici, i metalmeccanici…
Certo, detta così è una posizione brutale. Ma il senso non può essere che questo, sennò non ne usciamo. Poi ti potrai battere per cambiare questo o quel criterio ma il fatto è che troppe volte da noi tutto ruota intorno alla vecchia canzone di Caterina Caselli: nessuno mi può giudicare. E questo è inaccettabile.
Gian Antonio Stella
venerdì 31 ottobre 2008
L'EX ANTIPSICHIATRA GIOVANNI JERVIS: NELLA SCUOLA HA VINTO IL "DISARMO ETICO"
Dai giornali di ieri vale senz'altro la pena di recuperare l'argomentata analisi di Luca Ricolfi, intitolata I due patti scellerati: quello tra scuola e famiglia e quello tra studenti universitari e professori.
lunedì 27 ottobre 2008
IL GIORNALE FA LE PULCI AGLI EX NOSTALGICI DEL MAESTRO UNICO - INSEGNARE EDUCANDO SECONDO ALESSANDRA GRAZIOTTIN - LE "CLASSI DI INSERIMENTO" IN EUROPA
Alessandra Graziottin, ginecologa e psicoterapeuta, si schiera decisamente per le nuove norme sul comportamento, ma anche sulla memorizzazione come una delle basi della crescita culturale.
"Tuttoscuola" offre ai suoi lettori un panorama sulle "classi di inserimento" in Europa.
domenica 26 ottobre 2008
LETTERA A BALLARÒ: C'ERANO UNA VOLTA GLI APPELLI TRASVERSALI...
Caro dottor Floris,
durante la campagna elettorale il piccolo gruppo di cui faccio parte promosse l'appello Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità, firmato da sedici noti commentatori e studiosi che negli ultimi anni si erano in vario modo pronunciati per una scuola più esigente e rigorosa. In ordine di adesione: Pirani, Belardelli, Ferroni, Galli Della Loggia, Israel, Russo, Givone, Veca, Vassalli, De Rienzo, Schiavone, Beccaria, Sartori, Bodei, Craveri, Allulli. Fu presentato a Roma al Liceo Visconti ed ebbe una buona eco sulla stampa. E il Ministro Gelmini, nella sua prima audizione alla Camera, addirittura lo lesse di fronte ai deputati e dichiarò di farlo proprio.
Ma ce ne furono anche altri; e tutti, con diversi accenti e orientamenti, auspicavano che sui problemi della scuola ci fosse confronto costruttivo sui contenuti e non uno scontro ideologico e viscerale. Sembrò che questa esigenza avesse conquistato un larghissimo consenso.
Oggi il livello del dibattito non potrebbe essere più lontano da quegli auspici: approssimazioni, errori, forzature da parte del governo; dall'altra semplificazioni demagogiche e incapacità di proporre alcunché di alternativo, con l'aggravante del silenzio sulla meritoria svolta del ministro Fioroni in direzione della scuola seria, che noi abbiamo sostenuto con convinzione (esami di maturità e di riparazione, revisione in senso rigorista dello statuto degli studenti, procedure più celeri per sanzionare gli insegnanti che hanno commesso reati), anche come manifestazione di un orientamento in senso realmente riformatore della sinistra che a noi pareva essenziale per la scuola italiana.
Ci auguriamo che questo punto di vista possa trovare spazio nella sua prossima trasmissione, andando al di là di questo dibattito così drogato dalle contrapposizioni ideologiche, che è diventato non solo dannoso e diseducativo, ma anche francamente insopportabile.
Cordialmente, Giorgio Ragazzini, docente di scuola media,
Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
* * * * * * *
"Un marziano che, giungendo in Italia, provasse a capire che cosa sta accadendo al nostro sistema universitario farebbe fatica a trovare risposte ragionevoli ad alcune semplici domande."
Così inizia l'articolo di Andrea Ichino sul Sole 24 Ore di ieri, molto utile anche ai terrestri per capire la logica dei famigerati tagli alla spesa universitaria, una logica incongrua e iniqua in quanto tratta allo stesso modo gli atenei ben gestiti e quelli portati allo sfascio da amministrazioni scriteriate e/o clientelari. Quanto a incongruenze però, secondo Ichino, la sinistra e il "movimento"non sono da meno e manca del tutto una qualsiasi proposta alternativa da parte del Ministro ombra Maria Pia Garavaglia.
mercoledì 22 ottobre 2008
ALDO GRASSO E IL GDB (GENITORE DEMOCRATICAMENTE BENESTANTE). CLAUDIA MANCINA: CON I "NO" IL RIFORMISMO PERDE
Tra le voci che si sforzano di valutare con equilibrio il conflitto in atto sulla scuola c'è sicuramente Claudia Mancina dalle colonne del "Riformista".
Un riepilogo efficace degli argomenti con cui si è perseguita l'impotenza educativa della scuola dagli anni settanta a oggi (o ieri) lo firma sulla "Sicilia" il pedagogista Tonino Calà. Efficace e utile perché privo di ipocrite sovrastrutture del tipo "la condotta va bene, però...". Per Calà l'orologio si è fermato alla critica antiborghese di trent'anni fa. La quale, se era discutibile allora, figuriamoci oggi: non esistono infatti la maleducazione, la presunzione, l'arroganza, la mancanza di autocontrollo; no, il voto di condotta maschera la "finalità di creare un omologato consenso nei confronti del 'potere' " (chissà perché tra virgolette: un barlume di resipiscenza?).
Infine, un altro dialogo tra una studentessa e un insegnante sui provvedimenti del ministro ce lo propone il professor Gennaro Lubrano Di Diego.
lunedì 20 ottobre 2008
SCUOLA E IMMIGRATI: UN ARTICOLO DATATO, MA NON TROPPO
A proposito delle violente polemiche sollevate dalla mozione leghista sui corsi di italiano per i bambini stranieri, pubblichiamo un nostro articolo di un anno e mezzo fa su una puntata dell'Infedele di Gad Lerner che proponeva il parallelo tra i ragazzi di Barbiana e i figli degli immigrati e in cui si manifestarono in maniera esemplare tutti i tratti caratteristici dell' atteggiamento "politicamente corretto" di chi è affetto dal "complesso dei migliori".
DON MILANI E “L’INFEDELE”
di Valerio Vagnoli e Andrea Ragazzini
Chi ha seguito “L’Infedele” del 7 marzo dedicato a Don Milani ha avuto modo di assistere ad una esemplare messa in scena di quella “cultura” cattocomunista che dalla fine degli anni Sessanta, anche in nome del Priore di Barbiana, ha egemonizzato la scuola italiana e ancora oggi le inocula i suoi virus. A 40 anni di distanza la “Lettera a una professoressa” ci appare sempre di più come un testo certo unilaterale e manicheo, ma che aveva una sua ragion d’essere nella società e nella scuola di quell’epoca. Mentre è sempre più chiaro che i danni più gravi li ha provocati, e tuttora li provoca, il “donmilanismo”, cioè l’esaltata ideologia egualitaria e pauperistica e le mediocri mistificazioni “politicamente corrette” degli epigoni.
La trasmissione era centrata su una tesi: i nuovi “poveri di Barbiana” sono i figli degli immigrati. Gad Lerner ha subito bacchettato il Ministro Fioroni, apparso come una delle poche persone di buon senso della serata, perché aveva osato affermare che se in una classe c’è il 70% di ragazzi extra-comunitari, questo costituisce un problema. La gran parte della platea è insorta: un problema? Al contrario, è una ricchezza!
Secondo l’impegnativa dichiarazione di Gad Lerner, in studio era rappresentato il meglio della scuola italiana. In realtà la maggioranza di quelle persone (insegnanti, dirigenti, psicologi), esprimevano, per mezzo del loro bulimico ottimismo della volontà, un’acritica visione della scuola, che le rende incapaci di capire ciò che qualsiasi analisi pedagogica (e il buon senso) stigmatizza come problema: e cioè che l’inserimento dei bambini stranieri nella scuola deve avvenire in modo tale da evitare che essi siano concentrati in alto numero nelle singole classi.
Anche noi crediamo che la presenza di bambini di origine straniera possa essere un’ulteriore occasione di arricchimento per la crescita degli alunni e per gli stessi docenti. Ma siamo altresì convinti, anche sulla base delle drammatiche esperienze di altri paesi, che tutto ciò vi può essere se si evitano le scuole ghetto, quelle cioè ove il numero dei bambini extracomunitari è troppo alto, al punto da impedire la possibilità di mirare anche ad un tipo d’insegnamento personalizzato, di fare riferimento ad un progetto comune, di riconoscersi negli obiettivi a cui si richiamano tutte le scuole del Paese. Altrimenti le missionarie della nostra educazione, nel loro impeto volontaristico e buonista, contribuiranno sempre di più a far trasferire i bambini italiani in scuole lontane dal loro quartiere, fenomeno che sta già massicciamente avvenendo.
In definitiva la trasmissione ha messo in luce un tipico schema mentale del politicamente corretto: ci sono problemi, ad esempio quelli relativi all’inserimento di ragazzi stranieri nella scuola, che non possono nemmeno essere riconosciuti come tali e dunque devono essere negati. E chi li pone è immancabilmente criminalizzato, come chi ha l’ardire di chiedersi che scuola avranno i ragazzi italiani in classi in cui sono ridotti al 30%. La risposta a un così ragionevole quesito è stata: faranno scuola ai loro compagni extra-comunitari!
Certa serena supponenza fa pensare a risultati legati a doti miracolistiche piuttosto che razionalmente verificabili e infatti ha già causato gravi problemi, promettendo di produrne altri.
Si sta riproducendo sul tema degli immigrati quello che è accaduto con l’esperienza di Don Milani, cioè che per molti docenti il sogno si è sostituito alla cosa, non potendo ovviamente esportare, come avevano creduto di fare, un modello che si era tutto consumato nell’esperienza particolarissima di un prete-padrone in una parrocchia del basso Appennino toscano degli anni sessanta. Un’esperienza bella e drammatica, come lo può essere una scuola che accoglieva bambini piccolissimi che da soli attraversavano boschi e torrenti per andarvi e che poi vietava loro qualsiasi svago e divertimento.
La conseguenza è che la cosa, generalmente, è venuta malissimo, come di solito accade quando si cerca di adattare a tutt’altre situazioni un modello legato strettamente ad un piccolissimo contesto, ad un determinato periodo storico-sociale e ad una figura, seppur discussa e discutibile, senz’altro dotata di carisma e cultura raffinatissima. Ed è venuta malissimo anche perché i politici e i docenti che si sono ispirati a quell’esempio hanno finito quasi sempre per tradirlo, traducendolo in una superficiale ideologia buonista e permissiva, che peraltro è quanto di più distante si possa pensare dalle istanze del prete di Barbiana.
(Pubblicato su "Notizie Radicali" del 12 marzo 2007)
LO PSICOLOGO RISÉ SPIEGA PERCHÉ È SBAGLIATO COINVOLGERE I BAMBINI NELLE PROTESTE
Nota Risé che tutti deplorano i delitti, le malversazioni, l'indisciplina automobilistica, la sporcizia nelle città; e lamentano per questo lo scarso rispetto per gli altri, per le regole e per l'autorità di una parte dei nostri concittadini. Ma dove si formano queste indispensabili attitudini? Leggi.
domenica 19 ottobre 2008
SABRINA RISPONDE AL SUO EX PROFESSORE
Solo chi è docente, o lo è stato, sa che il vero e impagabile privilegio della professione è quello di essere costantemente stimolati dagli sbalordimenti sul mondo e sulla vita che i bambini e i ragazzi di tutte le età hanno e che, per fortuna, nessuna riforma scolastica potrà mai mettere in discussione. Spero che su questo anche Sabrina sia d’accordo. (V.V.)
Buongiorno Professore, purtroppo non so quale sia l'indirizzo del suo blog, per cui mi limiterò a scrivere su una semplice mail, e poi se lei lo riterrà opportuno potrà anche pubblicarla come risposta! Io mi rendo conto di quanto lei si attivi per la scuola, ed è giusto che esprima la sua idea per quanto concerne la scarsa consapevolezza di noi studenti sulla politica e soprattutto sul fatto che tale legge contenente tagli all'istruzione sia potuta iniziare già con il ministro Fioroni. È vero, io per prima posso ammettere che di tale cosa non ne sapevo niente. Il fatto principale però è che io non manifesto contro una destra al potere, ma contro coloro che hanno fatto una legge che non rispecchia le mie idee. Potrei farle tanti e poi tanti esempi che la porterebbero a capire perchè io la penso così, e qualora ne voglia sapere di più sarò pronta a farglieli. Quello che certo posso puntualizzare già da adesso è che (e forse un po’ mi conosce) ho sempre messo impegno in tutto quello che ho fatto e specialmente nella scuola. Adesso con una legge, anzi un decreto legge, quindi come ben sa con un iter legislativo molto più breve, mi ritroverò con gravi difficoltà nel proseguire il mio percorso di studi. Sono demoralizzata e sono arrivata a pensare in alcuni momenti di smettere da subito, e come me tantissimi altri studenti. La legge dice che le università "possono" diventare private, in quanto prive di sovvenzioni dallo stato, il che non sarebbe grave se fosse applicato come in tutto il resto del mondo, in cui sono degli enti privati privi di scopo di lucro che gestiscono gli atenei. Ma io mi domando... potrà mai in Italia verificarsi una cosa simile?.... Beh, su questo forse trova pessimista me! Come ben sa con la finanziaria di quest' anno i tagli verteranno soprattutto sull'istruzione e sulla sanità, e non credo che in Italia ci si possa permettere tali tipi di tagli! Otto miliardi di euro sono troppi per una situazione che ci pone terzultimi a livello europeo. Non voglio generalizzare, perchè non tutto è negativo di tale legge, ma posso affermare che ci sono state delle cose che veramente mi hanno fatto riflettere. È vero, tanti studenti hanno aggravato la situazione italiana, ma la verità non sta mai da una sola parte e non è giusto che per loro si debba rispondere tutti. Non voglio dilungarmi troppo, e mi scuso se i toni da me usati non sono stati molto calmi, ma a volte parlo per preoccupazione. E sempre per citare Antonio Gramsci: "Bisogna istruirsi, giacché l'istruzione serve per la vita"
Sabrina