giovedì 9 marzo 2017

SE GLI STUDENTI NON SANNO SCRIVERE, IL MINISTERO ORIENTI E VERIFICHI

Intervista su "Orizzonte Scuola".
L’accorato appello degli accademici italiani contro la conoscenza precaria dell’italiano parlato e scritto da parte degli studenti universitari ha suscitato nei giorni scorsi una vastissima eco, superando in larga misura le aspettative dei suoi promotori. “Non sono mancate le prese di posizione ideologiche, ma il segnale è senz’altro positivo” ha concluso con noi Andrea Ragazzini, tra i fondatori del Gruppo di Firenze.
Prof. Ragazzini, l’iniziativa della lettera dei 600 professori universitari che deplorano le scarse competenze linguistiche degli studenti italiani è partita proprio da lei e dagli altri membri del Gruppo di Firenze. Vi aspettavate tanto clamore e tante polemiche?
“Non ci aspettavamo prima di tutto che la lettera suscitasse un così vasto e convinto consenso fra i docenti universitari. Comunicando la loro adesione, moltissimi hanno dichiarato il loro sollievo per il fatto che finalmente si affronta apertamente il problema, chiedendo di intervenire con provvedimenti adeguati. Hanno anche sottolineato che il rimedio non possono certo essere i corsi di recupero a livello universitario.
Al di là delle più ottimistiche aspettative è stata anche la risonanza mediatica dell’iniziativa, all’uscita dell’appello e anche nelle settimane successive. Di questo siamo ovviamente molto soddisfatti, dato che il nostro obiettivo era porre il problema all’attenzione dell’opinione pubblica, oltre che dei responsabili politici, a cui l’appello era rivolto.
Quanto alle polemiche, specie quelle di un certo tipo, direi che le davamo per scontate. Non mi riferisco a critiche argomentate nel merito dell’analisi e delle proposte contenute nell’appello, ma ad alcune prese di posizioni risentite e liquidatorie, che hanno attribuito ai firmatari il rimpianto della scuola del passato, discriminatoria e di classe, quasi sempre senza darsi la pena di
citare una sola frase della lettera che convalidasse l’accusa. Da parte nostra e dei firmatari non c’è alcuna nostalgia di questo tipo, ma la convinzione che una scuola più rigorosa è nell’interesse soprattutto dei ragazzi che partono più svantaggiati socialmente e culturalmente”.
Porto alla sua attenzione la critica che tra tutte condivido maggiormente, a firma della Prof.ssa Lo Duca: la capacità di scrivere non si acquisisce e non si perfeziona una volta per tutte nell’arco del primo ciclo, come il documento sembra sottintendere. Il triennio di scuola secondaria e l’università non dovrebbero riservare anch’essi occasioni strutturate per il suo consolidamento? Crede che almeno questa obiezione possa essere accolta?
“Ho risposto privatamente alla Professoressa Lo Duca, scrivendole prima di tutto del nostro apprezzamento per il tono pacato con cui aveva argomentato il suo peraltro “parziale” dissenso e nel merito che ero d’accordo sul fatto che si dovrebbe dare maggiore importanza allo studio e alla pratica della lingua anche nelle scuole superiori, accanto e tramite lo studio della letteratura, con l’obiettivo di far acquisire una più articolata capacità di espressione e un lessico più ricco. Detto questo rimango convinto che sia indispensabile, cito l’appello, “il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti”. Senza i quali anche l’acquisizione di più evolute competenze, nel corso delle superiori e poi
all’università, mi pare un obiettivo assai poco realistico”.
In molti atenei si sta, anzi, affermando una prassi opposta: ci sono corsi di laurea, persino a indirizzo linguistico-letterario, che non prevedono nemmeno più la tesi di laurea, come a dire: visto che gli studenti non sanno scrivere, copiano, non hanno idea di cosa sia una bibliografia ecc., risparmiamo questo stillicidio a loro e a noi. È un atteggiamento che possiamo comprendere?
“Posso ben capire le difficoltà di un docente universitario che ha commentato l’appello e che ha raccontato di avere bocciato per tre volte uno studente per il pessimo livello del suo italiano, ma quando si è presentato la quarta volta, senza che le sue competenze linguistiche mostrassero significativi miglioramenti, ha dovuto prendere atto che lo studente non era in grado di fare meglio, nonostante fosse evidente che si era molto impegnato, e lo ha promosso. Ma quello che lei riferisce, cioè delle università che di fatto rinunciano alla propria ragion d’essere, devo supporre per non perdere iscritti, non è evidentemente accettabile”.
Non le sembra che il vostro documento addossi alla scuola responsabilità che non appartengono esclusivamente a essa? Come la mettiamo con i consumi culturali delle famiglie? Se i ragazzi non vengono abituati dai genitori a frequentare librerie e biblioteche e se, anzi, vengono lasciati liberi, a ogni ora del giorno e della notte, di esporsi alle nuove ‘agenzie formative’, tanto più insidiose, invadenti e totalizzanti (pensiamo ai social network, su cui si interagisce esclusivamente attraverso la lettura e la scrittura), quale reale influenza potrà mai esercitare la scuola? È una lotta che sembra oggi più che mai davvero impari.
“I genitori hanno ovviamente una grande responsabilità nell’educazione dei loro figli, anche nel fargli capire l’importanza dell’istruzione e della cultura, così come sono evidenti le possibili implicazioni negative di un uso incontrollato dei social network. Tuttavia è innegabile che in materia di educazione linguistica è la scuola l’attore principale e la lettera è centrata sulle sue specifiche responsabilità. Registra una situazione di fatto e si rivolge al governo e al parlamento perché prendano dei provvedimenti. Colgo l’occasione della sua domanda per ribadire che la
lettera non è in alcun modo un atto di accusa verso gli insegnanti della scuola primaria e della media, come chiunque può verificare leggendola. È invece un richiamo alle responsabilità di orientamento, di sollecitazione e di controllo che competono al Ministero della Pubblica istruzione e che noi riteniamo molto carente”.
Vi hanno accusati anche di non avere letto o interpretato bene le Indicazioni Nazionali…
“È possibile che su questo punto la sintesi sia andata a scapito della chiarezza. È vero infatti che le Indicazioni per il primo ciclo relative all’Italiano non mancano di indicare traguardi, obiettivi e tipologie di esercitazioni. Io penso però che occorrerebbe un testo molto più essenziale, in luogo dei lunghissimi elenchi che attualmente lo caratterizzano. Per la primaria vengono indicati 10 traguardi finali e 37 obiettivi di apprendimento, per la secondaria di primo grado 13 traguardi finali e 41 obiettivi di apprendimento. Forse si dovrebbero proporre obiettivi più limitati, su cui focalizzare maggiormente la didattica. Ma è fondamentale che il Ministero eserciti una attività di indirizzo, di supporto e di controllo, attualmente quasi del tutto assente, in questo come in altri aspetti della vita scolastica, con l’eccezione delle questioni burocratiche, sui cui abbondano invece i richiami. Per quanto riguarda le indicazioni non mi risulta che ne venga adeguatamente favorita e sollecitata la conoscenza, tanto meno che siano state fatte da parte del Ministero delle indagini sulla loro funzionalità nell’orientare la didattica”.

venerdì 24 febbraio 2017

UNA DOMANDA A RISPOSTA SEMPLICE PER GLI ABOLIZIONISTI DELLA BOCCIATURA

È di due settimane fa il lancio della petizione “Via la bocciatura dalla primaria!”. Il divieto di far ripetere l’anno nella primaria è stato tolto dal decreto sulla valutazione dalla ministra Fedeli, dopo che, come molti ricorderanno, in un primo momento vi era stato inserito. Oltre che su numerose citazioni del parroco di Barbiana, la petizione si basa sul fatto che le bocciature – sostengono i promotori – non sono affatto eccezionali: 11.866 nell’anno scolastico 2014-15. Un numero che però, su 2.820.696 di alunni, rappresenta lo 0,4 %: “figli di immigrati, ragazzi meridionali provenienti dalle famiglie più povere, bambini rom”, dicono i firmatari. Sarà. La verità è che sui problemi della scuola si discute sempre senza la base di serie indagini, per esempio sui motivi che hanno spinto alcuni insegnanti a prendere queste decisioni. Certamente non a cuor leggero. Senza ripetere le solite obbiezioni e contro-obbiezioni, mi permetto di fare una sola domanda – non polemica, ma dialogica – agli “abolizionisti”. Esiste da anni un’amplissima letteratura sui cosiddetti “bambini tiranni”: quelli che a scuola sono insofferenti di ogni regola, si rifiutano di seguire le istruzioni delle maestre, pretendono di fare quello che vogliono, infastidiscono i compagni, interrompono di continuo le lezioni e di fronte ai richiami magari rispondono “Tanto non mi puoi fare niente!”. Da tempo una legione di psicologi e psicoterapeuti raccomanda, proprio nell’ interesse di questi bambini arrabbiati, di farli precocemente incontrare, in famiglia prima ancora che a scuola, con le esigenze imposte dalla realtà, cioè con il fatto che esistono anche gli altri e che alcune cose non si possono ottenere, altre sì, ma solo con l’impegno e un po’ di fatica. Un’esigenza educativa così fondamentale che Massimo Recalcati ha addirittura teorizzato “il diritto di essere puniti” come evocazione del limite. E dunque, se un soggettino di questo tipo si è comportato così per tutto l’anno, logorando i compagni e gli insegnanti che hanno fatto di tutto per interessarlo e facendo registrare un “profitto” insufficiente, la decisione di promuoverlo lo stesso (o l’imposizione per legge di farlo) sarà diseducativa o no? (GR) 

La petizione: http://bit.ly/2lDmCXB

venerdì 10 febbraio 2017

UN CHIARIMENTO SUGLI INTENTI DELLA LETTERA APERTA DI SEICENTO DOCENTI

La lettera aperta al governo e al parlamento di 600 docenti universitari (nel frattempo diventati 673) ha suscitato anche alcune critiche accanto a un ampio consenso. In quanto promotori abbiamo scelto di restare un passo indietro rispetto a chi, facendo proprio il documento e testimoniandone la rispondenza alla realtà, gli ha consentito di avere autorevolezza e forza comunicativa . Dato però che alcune reazioni hanno frainteso lo spirito dell’appello, ci sembra opportuno un chiarimento in proposito.
Primo: la lettera NON è un atto di accusa verso gli insegnanti della scuola primaria e della media, come chiunque può verificare È invece un richiamo alle responsabilità di orientamento, di sollecitazione e di controllo che competono al Ministero della Pubblica istruzione. Vi si dice che “il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato” alla gravità della situazione; che “il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi”, con il risultato che non abbiamo “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti”, senza di che “né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti” e neppure un aggiornamento qualificato sono sufficienti. Di accuse ai colleghi delle elementari non c’è quindi traccia; e non è una caso che molti consensi li abbiamo registrati anche fra i docenti del primo ciclo.
Per alcuni, poi, i seicento docenti sarebbero fautori di un ritorno alla scuola del passato, forse per l’evocazione di una scuola “più esigente” o per l’accenno ad alcuni tipi di esercizi e di verifiche. Non c’è alcuna nostalgia per il tempo che fu, ma la convinzione che una scuola più rigorosa  è nell’interesse soprattutto dei ragazzi che partono più svantaggiati socialmente e culturalmente. Ed è interesse della scuola pubblica che ci si sforzi di evitare i pregiudizi e l’abitudine di creare su tutto schieramenti contrapposti, valutando quali metodologie possono essere più efficaci, sia recuperandone alcune che sono cadute per vari motivi in disuso, sia utilizzando quanto l’esperienza e l’innovazione rendono disponibile.
Infine si obbietta che le Indicazioni nazionali (i “programmi” di un tempo) già dicono quello che chiede la lettera. Sì e no: c’è infatti il grave limite di presentarsi come un elenco di molteplici, forse troppi obbiettivi, senza che sia chiaro fin dove si può spingere l’autonomia della “comunità professionale” che “è chiamata ad assumere e a contestualizzare” tali indicazioni e senza indicare le priorità imprescindibili. In altre parole, fino a che punto un docente è libero di non tenerne conto nelle sue scelte? Per fare un esempio: è lecito saltare a piè pari il Rinascimento o la geografia dell’Italia? Infine, se ci sono dei traguardi da raggiungere, non si  dovrebbe poi verificare se e in che misura questo è accaduto? 

sabato 4 febbraio 2017

CONTRO IL DECLINO DELL'ITALIANO A SCUOLA - LETTERA APERTA DI 600 DOCENTI UNIVERSITARI

Al Presidente del Consiglio
Alla Ministra dell’Istruzione
Al Parlamento
È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente. Da tempo i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcuni atenei hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana.
A fronte di una situazione così preoccupante il governo del sistema scolastico non reagisce in modo appropriato,  anche perché il tema della correttezza ortografica e grammaticale è stato a lungo svalutato sul piano didattico più o meno da tutti i governi. Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema.
Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né il generoso impegno di tanti validissimi insegnanti né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti. Dobbiamo dunque porci come obiettivo urgente il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici  di base da parte della grande maggioranza degli studenti. 
A questo scopo, noi sottoscritti docenti universitari ci permettiamo di proporre le seguenti linee di intervento:
- una revisione delle indicazioni nazionali che dia grande rilievo all’acquisizione delle competenze di base, fondamentali per tutti gli ambiti disciplinari. Tali indicazioni dovrebbero contenere i traguardi intermedi imprescindibili da raggiungere e le più importanti tipologie di esercitazioni;
-  l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano.
-  Sarebbe utile la partecipazione di docenti delle medie e delle superiori rispettivamente alla verifica in uscita dalla primaria e all’esame di terza media, anche per stimolare su questi temi il confronto professionale tra insegnanti dei vari ordini di scuola.
Siamo convinti che l’introduzione di momenti di seria verifica durante l’iter scolastico sia una condizione indispensabile per l’acquisizione e il consolidamento delle competenze di base. Questi momenti costituirebbero per gli allievi un incentivo a fare del proprio meglio e un’occasione per abituarsi ad affrontare delle prove, pur senza drammatizzarle, mentre gli insegnanti avrebbero finalmente dei chiari obiettivi comuni a tutte le scuole a cui finalizzare una parte significativa del loro lavoro.

Quanto prima pubblicheremo l’elenco completo dei firmatari. Tra i molti nomi noti numerosi Accademici della Crusca (Ugo Vignuzzi, Rosario Coluccia, Annalisa Nesi, Francesco Bruni, Maurizio Dardano, Piero Beltrami, Massimo Fanfani, Maurizio Vitale); i linguisti Edoardo Lombardi Vallauri, Gabriella Alfieri e Stefania Stefanelli; i rettori di quattro Università; i docenti di letteratura italiana Giuseppe Nicoletti e Biancamaria Frabotta; il pedagogista Benedetto Vertecchi e lo storico della pedagogia Alfonso Scotto di Luzio; gli storici Ernesto Galli Della Loggia, Luciano Canfora, Chiara Frugoni, Mario Isnenghi, Fulvio Cammarano, Francesco Barbagallo, Francesco Perfetti, Maurizio Sangalli, Massimo Montanari; i filosofi Massimo Cacciari, Roberto Esposito, Angelo Campodonico, i sociologi Sergio Belardinelli e Ilvo Diamanti; la scrittrice e insegnante Paola Mastrocola; il matematico Lucio Russo; i costituzionalisti Carlo Fusaro, Paolo Caretti e Fulco Lanchester; gli storici dell’arte Alessandro Zuccari, Barbara Agosti e Donata Levi; i docenti di diritto amministrativo Carlo Marzuoli, di diritto pubblico comparato Ginevra Cerrina Feroni e di diritto romano Giuseppe Valditara; il neuropsichiatra infantile Michele Zappella; l’economista Marcello Messori.

giovedì 19 gennaio 2017

LA CANCELLAZIONE DEL “BUON ESEMPIO” E IL DIBATTITO POLITICO CHE DISEDUCA

“Corriere Fiorentino”, 19 gennaio 2017

Caro direttore,
come ricordato dal Capo dello Stato nel messaggio di fine anno, «l’odio e la violenza verbale, quando vi penetrano, si propagano nella società, intossicandola. Una società divisa, rissosa e in preda al risentimento, smarrisce il senso di comune appartenenza, distrugge i legami, minaccia la sua stessa sopravvivenza». Parole pronunciate dal Presidente Mattarella, non a caso all’indomani di una campagna referendaria che sul piano della discussione pubblica ha raggiunto forse il livello più basso della storia repubblicana per faziosità e disinformazione. Tanto che uno psicanalista attento ai fenomeni sociali come Massimo Recalcati ha parlato di un «godimento della distruzione» che sembra essersi impossessato di parte della società civile. Viene da chiedersi quanti italiani siano consapevoli che ogni cittadino adulto ha, ciascuno nel suo ambito, una responsabilità educativa nei confronti dei giovani. Non molti, si direbbe; e le espressioni «dare il buon esempio» o «il cattivo esempio» sembrano da qualche anno sparite di circolazione, quasi costituissero un insopportabile intralcio all’inalienabile diritto di esprimersi dell’individuo. Del resto lo stesso servizio pubblico ha da tempo sdoganato in qualsiasi orario termini prima rigorosamente confinati nei discorsi fra amici e colleghi. Persino alcuni insegnanti concorrono su facebook alla trasformazione di internet «in un ring permanente, dove verità e falsificazione finiscono per confondersi», per citare ancora Mattarella; dimenticando che un loro compito essenziale sarebbe quello di promuovere lo spirito critico, la conoscenza dei problemi, la capacità di argomentare con efficacia, ma anche col necessario rispetto per gli interlocutori. Non c’è dubbio, però, che le maggiori responsabilità della diseducazione al civile confronto delle idee sono di chi gode della maggiore presenza mediatica, tra cui i non pochi politici che falsificano o distorcono le idee altrui e fanno un uso sistematico dell’insinuazione, del processo alle intenzioni, dell’irrisione e dell’insulto nei confronti degli interlocutori. Il tutto nel quadro di un’ipersemplificazione dei problemi politici e sociali, che allontana dal necessario approfondimento; e se ne vede il riflesso anche nelle sconclusionate parole d’ordine degli studenti che occupano le scuole. Un’indiscriminata polemica contro «la casta» è servita come rampa di lancio per l’antipolitica, spingendo i ragazzi a fare di ogni erba un fascio e a condannare senza appello tutti quelli che si dedicano alla cosa pubblica. Ma è quasi certo che così si ottiene un effetto molto diverso dall’auspicato rinnovamento, perché i migliori talenti giovanili si guarderanno bene dall’impegnarsi in politica, in quello che per troppi è oggi un club di profittatori e di inaffidabili. Per uscire da questa situazione, sarebbe utile, anzi doveroso, che i responsabili delle istituzioni pubbliche facessero l’esercizio di agire e parlare come se fossero costantemente osservati dai bambini e dai ragazzi delle scuole, che si sentissero cioè insegnanti di educazione civica in atto. Valutando loro stessi se stanno dando o meno «il buon esempio».
Giorgio Ragazzini

domenica 15 gennaio 2017

UN FURBO, TANTI FURBI

(“Corriere Fiorentino”, 15 gennaio 2017)
Che i diritti dei lavoratori  debbano essere salvaguardati è fuor di dubbio, come è fuor di dubbio che i dipendenti del pubblico impiego abbiano qualche tutela in più rispetto a quelli del privato. Lo dimostra la lettera di una preside di una scuola padovana, pubblicata dal Corriere, sul docente assente dall’ inizio dell’anno scolastico che ha ripreso servizio per un solo giorno alla vigilia delle vacanze di Natale in modo da assicurarsi il pieno stipendio, per poi riprendere subito la strada di casa. Il docente si è avvalso di un diritto che la legge gli riconosce, quello che mi stupisce è che tutto ciò sia diventato un caso nazionale, visto che tali comportamenti rappresentano (ahimé) una prassi consolidata negli anni, di cui si fa grande uso e abuso, in particolare quest'anno. Ma vi sono altri diritti di cui c'è il sospetto che si abusi in modo incontrollato. Uno di questi è legato alla Legge 104. Accade infatti che suoceri, genitori, anziane zie e  nonni  invalidi siano dati in "carico" a parenti che lavorano in località lontane dalla loro residenza e questo malgrado del nucleo facciano parte altre persone che lavorano e vivono vicino al parente invalido. Emblematico quanto mi accadde un paio di anni fa a proposito di un giovane supplente annuale con genitori più o meno della mia età e con altri fratelli maggiori occupati, che tuttavia aveva la responsabilità di  farsi proprio lui carico del nonno. Denunciai il caso e non so come sia andata a finire: il docente a quel punto si ammalò senza riprendere servizio. Altre volte accade  di non poter  verificare se il servizio  dichiarato dal nuovo arrivato sia o meno veritiero. Mi è capitato di  individuare e denunciare dichiarazioni di servizio fasulle e certificate da scuole del tutto inesistenti. E succede perfino che sia impossibile far effettuare, in caso di malattia, le opportune e obbligatorie visite fiscali, con motivazioni degne di una commedia di De Filippo: “Non si trova il numero civico” (dopo quattro visite  non andate a buon fine, ma certamente costate all’erario, mi è toccato inviare a una Asl campana un’immagine da Google maps a riprova che un certo indirizzo esisteva). Intanto a pagare per questi comportamenti sono gli studenti. Ma pagano altresì i tanti docenti, bidelli e impiegati che lavorano con responsabilità e capacità spesso che si sentano mortificati per certe  abitudini che agli occhi di molti italiani appaiono quale  espressione di furbizia anziché di disonesto parassitismo. Vanno quindi eliminate una serie di norme lassiste e poi fatte valere quelle nuove. Cosa per niente facile, se il rispetto delle regole è visto spesso  anche da chi dovrebbe garantirlo come una sorta di limite democratico, anziché l’espressione più alta della democrazia.
Valerio Vagnoli

NEL DECRETO SULLA VALUTAZIONE UNA VITTORIA DEL BUON SENSO

Come molti già sapranno, il Consiglio dei Ministri ha approvato ieri otto decreti attuativi della legge 107, tra cui quello sulla valutazione, che nelle anticipazioni di ottobre doveva contenere tra l’altro: l’abolizione delle ripetenze nella scuola primaria, un’ulteriore restrizione delle medesime anche nella scuola media (dove già sono molto rare), l’abolizione dei voti nel primo ciclo, da sostituirsi con le lettere dalla A alla E, le commissioni d’esame tutte interne nell’esame conclusivo del secondo ciclo. Di qui una lettera che inviammo al Presidente del Consiglio, e una sollecitazione ai colleghi perché scrivessero sia a Renzi sia al Ministro dell’istruzione. Raccogliemmo anche l’invito rivoltoci dalla responsabile scuola del Pd Francesca Puglisi a fare proposte migliorative e ne parlammo con lei in un incontro al Senato. Oggi dobbiamo dare atto al governo e alla nuova ministra Fedeli di aver fatto prevalere il buon senso. Almeno nelle anticipazioni dei propositi elencati più sopra resta assai poco. Dei cambiamenti previsti è rimasto uno snellimento degli esami di terza media e di quelli finali delle superiori, nei quali si aumenta anche il peso dell’andamento scolastico negli anni precedenti. Vedremo quale sarà la formula definitiva dopo l’esame del parlamento. Tra l’altro in un’intervista la Ministra è rimasta nel vago sulle commissioni, anche se nel decreto rimangono i commissari esterni. Una cosa è certa: quale che sia la strutturazione degli esami, il loro connotato essenziale deve essere la serietà, che includa anche un intransigente contrasto alla pratica del copiare. Attendiamo i testi integrali dei decreti, tra i quali con particolare interesse (ma anche con qualche scetticismo) quello che riguarda la formazione e l’istruzione professionale. Per il momento dobbiamo accontentarci delle schede pubblicate dal Miur. (GR) 

venerdì 6 gennaio 2017

DOVEROSE INTEGRAZIONI AL DOVEROSO ELOGIO DEL LINGUISTA DE MAURO

È giusto che in queste ore si riconoscano a Tullio De Mauro i suoi grandi meriti di studioso. Ma si devono anche ricordare non poche prese di posizione sbagliate in tema di scuola. La più nota è forse quella che riguardava “la nefasta usanza dei ‘temi’: una cancrena da cui la scuola italiana stenta a liberarsi.” Nella sua rubrica Le parole e i fatti su “Paese Sera” (siamo negli anni ’70), De Mauro si ricollegava a una lunga serie di critici di questa tipologia di testo, elencandone le caratteristiche negative: il privilegiare “lo scrivere lungo rispetto allo scrivere breve”, “lo scrivere rispetto al parlare” e “alla capacità di capire a volo, leggendo e ascoltando”. Ma “quel che soprattutto offende nella turpe e sciagurata pratica viziosa dei temi – concludeva – è che si pretende che il linguaggio giri a vuoto, nel vuoto di cose reali da dire”. L’aspetto da respingere di questa analisi non risiede certo nell’indicare i limiti di questa pratica e tanto meno nel contestarne l'uso esclusivo come verifica delle abilità linguistiche, ma nella violenza verbale con cui viene espressa e nel carattere indiscriminato dell’accusa: possibile, ad esempio, che tutte senza eccezione le migliaia di tracce di temi dettate nelle scuole italiane inducessero all’insincerità e alla vuotaggine? È questo soprattutto che ne fa una presa di posizione fortemente ideologica più che un’utile e costruttiva riflessione. Con la conseguenza che molti insegnanti hanno a lungo fatto esercitare gli allievi sui soli testi “utili” come il verbale e la relazione e che oggi ci ritroviamo esami di Stato basati sull’articolo di giornale e sul “saggio breve”, che presuppongono abilità molto raffinate se si vuole evitare la scopiazzatura dai  documenti allegati o le più trite banalità.
Ma ancora di più pesa il pregiudizio ideologico nel modo in cui De Mauro parla di ortografia negli stessi anni, nei quali caldeggiava il “ribaltamento in senso democratico dell’insegnamento della pedagogia linguistica tradizionale”, che “fin nell’insegnamento ‘innocente’ dell’ortografia […] obbedisce ad un disegno che è un disegno politico, obbedisce cioè al disegno di verificare il grado di conformazione dei ragazzi che passano nelle scuole ai modi linguistici delle classi dominanti”. E ancora: “Cose innocenti come le scempie e le doppie, scrivere o non scrivere provincie con la ‘i’ […] sono portatori [sic] di un virus molto pericoloso. È il virus che uccide spesso irrimediabilmente la capacità di parlare liberamente […] ma spinge a cercare di essere graditi ai rappresentanti delle classi dominanti, essere omogenei in tutto, fin nei punti negli [sic] “i”, a ciò che essi desiderano[1]
Non so se De Mauro abbia poi ripudiato queste affermazioni da libretto rosso maoista. È certo però che ancora nel 2001 usò toni non molto diversi (ed era Ministro della Pubblica Istruzione!) a commento del famoso articolo di Mario Pirani Professori, tornate al sette in condotta. Alla domanda se fosse d’accordo su quella proposta, rispose: "Come no? Ma ad alcune condizioni: il ripristino del primo Gabinetto Mussolini, e se venissero garantiti 20 anni di dittatura, il ritorno alle elementari di quel tempo quando un quarto dei bambini arrivava alla quinta elementare e il 10 per cento dei giovani si iscriveva alle scuole superiori. Se l'Italia tornasse ad essere il Paese in cui il 70 per cento del reddito proveniva dall'agricoltura. Se chiudessero buona parte dei giornali, se venissero sospese le trasmissioni televisive e ripristinata l'Eiar e tutti andassimo a piazza Venezia. Il sette in condotta faceva corpo con questa visione dello Stato. Faceva corpo con le punizioni fisiche" (“La Repubblica”, 25 gennaio 2001). Superfluo commentare.
Di recente, infine, ha dato corda alla demonizzazione della “lezione frontale” (un genere che lui stesso ha praticato estesamente davanti alle più varie platee), in occasione del suo dichiarato sostegno alla metodologia dell’ “insegnamento capovolto”, in cui prima gli allievi leggono in rete i materiali didattici indicati dal docente, per poi discuterne in classe sotto la guida del docente-tutor. «Il nuovo metodo – dice De Mauro – consente di abbattere i totem dell’istruzione, dei veri feticci: il prof in cattedra per la lezione frontale, a raccontare cose che lui o altri hanno scritto in un libro con più esattezza; la verifica orale, in cui uno o due rispondono alle domande e gli altri fanno quello che vogliono; e il manuale, una statua sacra». Invece la classe rovesciata è «uno strumento nuovo e potente per facilitare l’interazione e l’insegnamento personalizzato, evitando grandi perdite di tempo», sostiene De Mauro (“Corriere della Sera”, 13 febbraio 2015).
Sui metodi è opportuno in conclusione invitare ancora una volta a adottare, laicamente, l’atteggiamento più rispettoso e produttivo: quello per cui non devono esistere nella didattica né totem, né tabù, in altre parole né metodi a cui si attribuiscono poteri salvifici, né metodi interdetti come causa di ogni male. Ciascun insegnante ha il dovere di aggiornarsi sui vari approcci possibili, ma anche il diritto di scegliere quelli che più ritiene via via utili, alternandoli a seconda dei momenti, del tipo di allievi e dei suggerimenti forniti dall’esperienza. E dovrebbe essere ovvio, per l’esperienza che tutti abbiamo avuto ascoltando i più diversi oratori, che la lezione definita “frontale” quasi a evocare uno scontro può essere noiosa o interessantissima, inutile o illuminante a seconda della preparazione e delle capacità comunicative di chi parla.
Giorgio Ragazzini

[1] (Relazione introduttiva a Ricerche e proposte per la società e la scuola, di Autori vari, De Donato, 1977, citata in Galli Della Loggia, Credere, tradire, vivere, 2016, Il Mulino).

giovedì 5 gennaio 2017

QUEL MIRINO ILLIBERALE

Non sarebbe proprio ammissibile che con la fine delle vacanze il grave attentato alla libreria "Il Bargello" passasse nel dimenticatoio. Non solo perché un poliziotto rimarrà per tutta la vita menomato per aver tutelato, alla fine della sua nottata di lavoro, la nostra sicurezza, ma anche perché l’attentato era indirizzato a una libreria. Ci sono dei luoghi, ed è penoso doverlo ricordare in un Paese nato dalla Resistenza, verso i quali la violenza appare particolarmente ripugnante; e tra questi vi sono senza dubbio le librerie. Quando si colpisce uno di questi luoghi ci troviamo sicuramente di fronte a ideologie di stampo totalitario, qualunque sia la sigla o il gruppo che rivendica l’atto terroristico.
 Fino a oggi ignoravo l’esistenza della libreria Il Bargello e immagino che la scelta del nome, più che richiamarsi al Palazzo omonimo di via Ghibellina, si ricolleghi invece alla rivista che con quel nome si pubblicò per oltre vent’anni a Firenze e che chiuse le pubblicazioni nel 1943. Al Bargello collaborarono intellettuali fascisti, ma anche personalità come Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti, Maccari, Pratolini, Rosai e Bargellini, spesso non allineati col regime e non a caso dopo il ‘43 destinati a rappresentare con convinzione istanze di chiaro antifascismo. E questo a conferma che gli uomini, compresi gli intellettuali, non sempre sono riconducibili a schemi rigidi e definitivi; schemi che invece sono rigidamente acritici in chi crede fanaticamente di incarnare certezze e valori unici e «superiori», sentendosi così legittimato a colpire chi la pensa diversamente.
Una libreria, qualunque sia l’orientamento culturale e politico che essa rappresenta, è comunque un luogo in cui si ritiene di rendere pubblico quel pensiero, come la Costituzione garantisce a chiunque di poter fare. Farla saltare in aria, mettendo anche a rischio la vita di altre persone, non è solo un atto di vigliaccheria, ma un atto ideologicamente ben definito e in ogni caso davvero «fascista». Peraltro di un fascismo assai diverso e verrebbe da dire molto peggiore di quello, per esempio, cantato da Ezra Pound (altro nome a cui è legato il movimento vicino alla libreria colpita) che fino alla fine rivendicò, anche attraverso testi poetici di rara bellezza, le sue scelte, ahimè, disperatamente fasciste. Quanto accaduto nella notte del primo gennaio in via Leonardo da Vinci viene quindi da definirlo proprio un fatto di “cronaca nera”, su cui sarebbe auspicabile non passare oltre senza riflettere. Innanzitutto nelle scuole, ricordando ai ragazzi che quanto affermava Voltaire (“Non condivido nulla di quello che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire”) rappresenta uno dei più nobili principi ispiratori della nostra Costituzione e che per affermare questo diritto sono morte milioni di persone combattendo contro dittature di ogni colore. 
Valerio Vagnoli
("Corriere fiorentino", 5 gennaio 2017)

giovedì 29 dicembre 2016

LA CLASSE NEL CARCERE (STUDENTI E DETENUTI)

(“Corriere Fiorentino”, 29 dicembre 2016)

Il reportage di Alessio Gaggioli sul Corriere fiorentino di martedì scorso (Il compagno di banco? Un detenuto) è stato un’immersione profonda dentro la realtà del carcere di Volterra. Una realtà in cui la vita stessa è costretta dentro perimetri scarni e per qualcuno senza speranza di riattraversarli. Vi si svolgono delle lezioni davvero speciali, dove convivono studenti che la sera se ne tornano a casa e altri “studenti” più grandi che non hanno altra casa se non la cella e l'aula scolastica. Singolare coincidenza: pochi giorni fa dopo trentaquattro anni sono tornato nel carcere di Sollicciano per l’intitolazione di un'aula a un amico, un docente davvero speciale morto prematuramente pochi mesi fa. È il carcere dove avevo insegnato nella sezione femminile quando ero poco più di un ragazzo. Oggi si aggiunge a quell'emozione questo reportage struggente che ci ricorda come tutti si può contribuire a cambiare in meglio la vita delle persone, anche dentro le mura di un carcere. E dentro quelle di Volterra la vita può cambiare in meglio anche per gli studenti esterni, quei ragazzi che avevano abbandonato la scuola e che ritrovano ora la loro passione in compagnia dei carcerati dalla vita distrutta per aver distrutto a loro volta e per loro colpa chissà quante altre vite.
Naturalmente le convivenze, anche episodiche, tra detenuti e giovani studenti esterni devono essere costantemente monitorate e sostenute anche sul piano psicologico. Mi spiego meglio: la profonda valenza umana e formativa legata a questa esperienza non deve farci perdere di vista i rischi che dietro essa si possono nascondere. Quasi quarant’anni fa un gruppo giovanile parrocchiale fu autorizzato a condividere momenti del loro tempo libero con i ragazzi del riformatorio in cui insegnavo; e purtroppo accadde che un paio di questi “esterni” prendessero una brutta strada avendo subìto l’influenza di alcuni giovani delinquenti. Certi rischi si possono correre, conoscendo quanto sia a volte totale la disponibilità dei giovani a immedesimarsi nel dolore degli altri, rimanendone poi vittime inconsapevoli. Sono certo che i responsabili del bellissimo progetto del carcere di Volterra hanno messo in conto questa possibilità e che non faranno mancare gli opportuni momenti di riflessione a questi ragazzi.
A parte questo, l'esperienza dimostra quanto sia fondamentale una scuola che educhi al lavoro; e solo chi ha pregiudizi sociali può pensare che il lavoro manuale non valorizzi la sfera dell'intelligenza, che invece si manifesta e si realizza anche attraverso l'esperienza pratica. Chissà quanti ragazzi riusciremmo a preservare dall’insuccesso scolastico se non li umiliassimo costringendoli a frequentare una scuola che non risponde alle loro attitudini. E chissà quanti non finirebbero in carcere se si fosse in grado di dar loro, attraverso il lavoro, una motivazione e una speranza!
Intanto rallegriamoci per questa bella realtà volterrana – e volterriana – e ricordiamoci dei bei versi del Manzoni che ammonivano chi aveva ricevuto “in copia”, cioè in abbondanza, a donare poi con volto amico. I ragazzi che vanno a scuola tra i carcerati ci ricordano, con il Manzoni, che l'abbondanza non è da intendersi soltanto sul piano economico ma anche umano. E questo patrimonio, per fortuna, ancora abbonda dalle nostre parti: anche nei giovani.
Valerio Vagnoli

mercoledì 21 dicembre 2016

BILANCIO DI UNA RIFORMA CONTESTATA

L'analisi di Gaspare Polizzi sul Corriere fiorentino di mercoledì scorso fotografa perfettamente l’esito della politica scolastica attuata dal governo Renzi: una politica che pur imprimendo per certi aspetti una svolta alla scuola italiana (80.000 immissioni in ruolo, alternanza scuola-lavoro, notevoli somme per aggiornamento dei docenti) non ha dato tuttavia i frutti che il governo si attendeva, anche in termini di consenso. Qualsiasi misura ha trovato la netta ostilità, quasi “a prescindere” - verrebbe da dire - da parte del mondo scolastico, in primis dei sindacati, che peraltro non hanno poche responsabilità per la condizione disastrosa della nostra scuola. Ma ciò non annulla le responsabilità di Renzi e in primis del Ministro Giannini. Di fronte a un' immissione in ruolo così massiccia di docenti, molti dirigenti, tra cui chi scrive, avevano segnalato il rischio del caos, come è poi puntualmente avvenuto. Come Gruppo di Firenze abbiamo più volte sottolineato le controindicazioni della scelta di premiare i docenti “migliori”, che avrebbe finito col demotivare altri docenti pur bravi, ma poco interessati ad occuparsi di progetti e di organizzazione della scuola, due dei criteri frequentemente utilizzati per assegnare i “bonus”. A riprova, pochi giorni fa, dopo un collegio dei docenti in un istituto comprensivo che dirigo come reggente e in cui si era parlato del bonus per il merito, sono stato avvicinato in presidenza da una docente che si è lasciata andare a un pianto dirotto, perché a pochi anni dalla pensione non accettava di non comparire nell'elenco dei “premiati”, dopo aver sempre fatto il suo lavoro con passione e, aggiungo io, grande capacità. Molto più produttivo sarebbe invece poter più facilmente sanzionare il demerito, affinché gli insegnanti che fanno il proprio dovere non si vedano trattati come quelli inadeguati. Ma da quest’orecchio il ceto politico non ci sente.
L’alternativa alla scelta “premiale” sarebbe quella di costruire una vera e propria carriera per i docenti, in base a concorsi e analisi dei curriculum per  assegnare ruoli di responsabilità all’interno della scuola e anche al di fuori, con distacchi presso enti di ricerca, o negli uffici periferici dell’amministrazione scolastica o all’università. Distacchi sui quali è particolarmente urgente esigere trasparenza riguardo ai criteri con cui si viene scelti e anche stabilire dei limiti di durata per il distacco, evitando di premiare l’appartenenza politica o sindacale invece del merito. Se la fretta nel voler trasformare il mondo della scuola è stato forse il maggior errore del governo Renzi, il suo maggior merito è stata l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, l’innovazione senz'altro più dirompente degli ultimi decenni, andata a regime in tutte le scuole in virtù di un lavoro paziente, certosino e perfino umile da parte di coloro che al Ministero se ne sono per anni occupati. Non c'è zona del Paese che non sia stata battuta a tappeto per confronti, dibattiti a volte accesi anche rispetto alle responsabilità di parte del mondo imprenditoriale. E c'è da confidare che questa importante novità possa davvero contribuire a cambiare la mentalità di molti giovani che, come diceva anni fa Umberto Eco, dovranno pur decidersi ad ammettere che esiste anche il lavoro manuale.
Valerio Vagnoli
("Corriere Fiorentino", 20 dicembre 2016)

venerdì 9 dicembre 2016

"COSA CHIEDIAMO ALLA SCUOLA OGGI?" UN RICORDO DI GIORGIO ISRAEL

Si è tenuto martedì scorso all’Accademia delle Scienze di Bologna un incontro (intitolato “Cosa chiede la scuola oggi?) in memoria di Giorgio Israel a un anno dalla sua morte, con interventi di Sergio Belardinelli, Angelo Panebianco e Irene Enriquez, oltre che della moglie Ana Millan Gasca. Abbiamo voluto essere presenti, perché Israel è stato senza dubbio un fondamentale punto di riferimento per chi come lui aveva un’idea di scuola lontana dal main stream pedagogico-ministeriale, che tanti guasti ha provocato e tuttora continua a produrre a generazioni di studenti italiani. Con lui abbiamo condiviso molte idee e molte battaglie e l’indignazione che in lui suscitavano le sciagurate politiche scolastiche che, salvo qualche rara eccezione, si perpetuano da un ministro dell’istruzione all’altro.
Angelo Panebianco ha tra l’altro ricordato l’insistere di Israel sulla profonda differenza tra informazione e conoscenza, perché la seconda, a differenza della prima, implica metodo, approfondimento e quella strutturazione logica delle nozioni senza la quale non c’è vera cultura. Controcorrente anche il suo giudizio sui diversi segmenti dell’istruzione. La sua critica, infatti, non si appuntava prevalentemente sulla scuola media, secondo il luogo comune – contraddetto dai dati e dallo stesso Invalsi -  del “buco nero” del sistema istruzione. Era invece la scuola elementare ad aver perso qualità con l’introduzione del modulo e l’abbandono del maestro unico.
Nel suo ricordo di collega, ma soprattutto di carissimo amico, Sergio Belardinelli ha ricordato alcune delle fumisterie didattico-pedagogiche contro cui Israel più frequentemente scagliava i suoi acuminati strali, prima fra tutte l’insensata contrapposizione di conoscenze e competenze, da anni vero e proprio totem del pedagogicamente corretto. Altro oggetto degli strali il mantra imparare a imparare, cioè di un’impossibile autonomia del metodo rispetto agli ambiti disciplinari. La verità è che solo imparando qualcosa si impara a imparare, avendo cioè un oggetto dell’apprendimento a cui dedicare interesse, impegno, lavoro. I contenuti, dunque, le discipline devono rimanere al centro della cultura da trasmettere alle nuove generazioni. Come ha sottolineato Belardinelli, la relazione con gli allievi, se imperniata su un reale coinvolgimento del docente nella sua materia, educa, insegna a vivere, insomma forma anche al di là dello specifico disciplinare senza bisogno di prediche. Una realtà di cui molti possono essere testimoni in base alla loro storia scolastica.
Israel era un uomo di grande cultura, ma – ha ricordato Belardinelli – di fronte alla virale diffusione di queste sciocchezze era solito invocare l’arma del buon senso. Crediamo che la grande maggioranza degli insegnanti sia d’accordo con lui.
Un intervento di Giorgio Israel sul sottosegretario Faraone.

martedì 22 novembre 2016

LA VALUTAZIONE DEI PRESIDI FARÀ AUMENTARE I PROMOSSI. MA NON PER MERITO

Da quest'anno i dirigenti delle scuole saranno sottoposti a una verifica annuale del loro operato. Ognuno di loro ha già presentato agli uffici scolastici provinciali un documento di autovalutazione in cui si elencano le iniziative destinate a migliorare la qualità dell'offerta formativa e di conseguenza l’aumento dei “successi scolastici”. In  base a questo, a ciascun dirigente è stato consegnato un piano, elaborato da una Commissione di ispettori e di docenti distaccati presso gli uffici periferici del Ministero, in cui si indicano quali aspetti debbano essere migliorati all'interno di ciascun Istituto. Un traguardo comune a tutte le scuole è proprio quello di ottenere una consistente  diminuzione del numero dei bocciati. Qualora ciò non avvenga, lo stipendio dei dirigenti verrà decurtato. Uno stipendio, com’è noto, già scandalosamente basso rispetto a responsabilità e  carichi di lavoro sconosciuti a tutti gli altri dirigenti statali, che tuttavia hanno stipendi assai più generosi. C'è quindi da aspettarsi  senz’altro un vistoso aumento dei promossi, che  probabilmente avverrà, visti gli interessi in gioco, indipendentemente dalle strategie messe in atto per raggiungerlo e da un effettivo progresso negli apprendimenti. Che la scuola italiana sia nel complesso propensa a una seria valutazione del merito pochi lo credono; e le bocciature, dalle percentuali effettivamente drammatiche soprattutto nelle scuole professionali, sono in gran parte dovute, piuttosto che a un’eccessiva severità dei docenti, a un sistema scolastico che da decenni non risponde alle reali esigenze formative degli studenti. Valga quale esempio il numero esagerato, e privo di qualsiasi logica pedagogica, delle materie nei tecnici e nei professionali. Entrambi questi indirizzi risultano infatti, da decenni, del tutto snaturati rispetto alle loro finalità e alle reali vocazioni di chi li sceglie.
Ma tornando al raggiungimento degli obiettivi che il ministero propone, vale la pena di ricordare come i successi o gli insuccessi scolastici siano innanzitutto determinati dalla qualità dei docenti e in primo luogo, ovviamente,  dalla loro presenza o meno a scuola. Invece, a oltre due mesi dall'inizio dell'anno scolastico, intere classi non hanno ancora conosciuto molti dei loro insegnanti (quelli che ora piano piano stanno arrivando perché finalmente chiamati direttamente dalle scuole, sono  peraltro precari e forse ancora destinati a essere rimossi); e di tutto ciò non sappiamo affatto di chi sia la responsabilità. Gli addetti ai lavori sanno quanto sia determinante, ai fini dei risultati finali degli allievi, improntare fin dai primi di giorni il lavoro scolastico alla serietà e alla buona organizzazione. Per i ragazzi, infatti,  gli insegnanti sono dei punti di riferimento fondamentali sia sul piano dei contenuti e della metodologia che su quello comportamentale. Ma molti professori, come abbiamo visto, ancora mancano. Ben venga la valutazione dei dirigenti, ma sarà possibile valutare e  magari anche conoscere i nomi di  coloro che hanno la responsabilità di questo disastroso inizio di anno scolastico? Un disastro che a memoria del sottoscritto non ha assolutamente dei precedenti. Di fronte a questa situazione molti ragazzi, soprattutto delle prime classi, si stanno già "perdendo" e alla fine  c'è da aspettarsi che solo la falsificazione della realtà consentirà di aumentare le promozioni e di non tagliare i già bassi stipendi dei presidi. 
Valerio Vagnoli 
("Corriere Fiorentino")

lunedì 24 ottobre 2016

NO ALLA SCUOLA FACILE CONTRO IL MERITO E LA RESPONSABILITÀ

Scriviamo al Presidente del Consiglio e al Ministro Giannini per fermare il decreto sulla valutazione
Vedrà tra non molto la luce il decreto legislativo sulla valutazione, i cui  punti essenziali sono stati anticipati di recente. In poche parole avanti tutta col principio base della pedagogia ministeriale:  rendere tutto più facile, evitare agli alunni verifiche serie e eliminare ogni timore che l’assenza di impegno comporti conseguenze negative.  In sintesi:
- Abolizione del voto numerico nel primo ciclo e ritorno alla gloriose letterine A, B, C, D, E, facendo però in modo, come riferisce “Il Sole 24 Ore, di “scongiurare la traduzione automatica delle lettere in numeri (si annunciano nuove griglie e criteri di valutazione). Ovviamente  saranno gli alunni stessi a chiedere ai docenti: “B vuol dire 8?”. Lo scopo: “Evitare di limitare l’azione valutativa alla mera registrazione del successo o dell’insuccesso. L’idea è quella di lavorare insieme [?] ad una valutazione ‘per l’apprendimento’ e non ‘dell’apprendimento’ ”. Si fa passare l’idea che gli insegnanti del primo ciclo siano finora stati semplici notai dei risultati ottenuti, senza nessuna preoccupazione o strategia per motivare gli allievi e farne emergere le potenzialità. Inoltre la valutazione “per l’apprendimento” (o formativa) si può fare benissimo anche con i voti, mentre quella “dell’apprendimento” (o sommativa) è doppiamente necessaria: serve per dare un’informazione sintetica e non camuffata all’allievo e per certificarne gli apprendimenti, come impone il valore legale del titolo di studio.
- Abolizione delle bocciature nella scuola primaria. Si è trattato finora di casi talmente rari, che si stenta a trovare dei dati in proposito. In Emilia siamo intorno al 2 per mille. Al Ministero sono proprio  sicuri che in questi pochissimi casi non sia stata la decisione migliore per i bambini, del resto in genere condivisa con i genitori? E non suggerisce il buon senso che anche la remota possibilità di non essere ammessi può aiutare gli alunni pigri o scarsamente motivati a impegnarsi di più? Nella scuola media, invece, le bocciature saranno consentite solo in casi eccezionali. Ma eccezionali già lo sono; e certo non decise alla leggera.
- Semplificazione (leggi “facilitazione”) degli esami di Stato. Negli ultimi anni  si è spesso menato scandalo per le cinque prove scritte dell’esame di terza media. Troppo faticose per i poveri preadolescenti (notoriamente a corto di energie). E dunque si faranno due soli scritti, di cui uno “in ambito linguistico” che potrà includere una parte in lingua straniera (sic!), la seconda di tipo logico-matematico. Il colloquio “dovrà uscire dai semplici canoni nozionistici e disciplinari” (ce lo sentiamo ripetere da almeno quarant’anni) e dovrà accertare il possesso anche “delle indispensabili competenze trasversali”. Ciliegina: via il presidente esterno delle commissioni, così si fa tutto in famiglia. E, con lodevole coerenza, negli esami ex di maturità tornerebbero le commissioni tutte interne, e sarà eliminata la terza prova.
C’è infine da scommettere che il voto di condotta non uscirà indenne dal “riformismo” di  Stefania Giannini e del lodatore delle occupazioni Faraone. Altrimenti non ci sarebbe bisogno di parlarne. Un cambiamento avvolto nell’opaca antilingua ministeriale: “Il comportamento sarà valutato sulla base di indicatori relativi allo sviluppo delle competenze personali, sociali e di cittadinanza". Rimarrà la possibilità di ripetere l'anno con il 5 in condotta per gravi o ripetuti comportamenti scorretti?
Di fronte alla crescente egemonia del facilismo quale via alla scuola “inclusiva”, che è in realtà escludente dei ragazzi socialmente svantaggiati, dobbiamo ancora una volta tentare qualcosa. Nei giorni scorsi ci siamo rivolti al presidente Renzi e al ministro Giannini. Ma difficilmente basterà. Proponiamo quindi a tutti coloro che ritengono necessaria una scuola più qualificata, cioè anche più esigente, di inviare brevi (civili) messaggi al Presidente Renzi, alla Ministra Giannini e al sottosegretario Faraone. Con preghiera di mandare anche a noi il vostro messaggio aggiungendo il nostro indirizzo in copia nascosta (sigla "ccn" a sinistra dello spazio in basso per gli indirizzi). Ciascuno lo scriva come meglio crede: può essere un sintetico “Sono contrario all’annunciato decreto sulla valutazione” oppure una presa di posizione più argomentata. Ma la pluriennale deriva deresponsabilizzante è troppo grave per non avvertire l’esigenza di far sentire la propria voce. Scrivendo e facendo circolare il più possibile questa proposta. Seguiamo la massima kantiana “Fai quello che devi, accada quel che può”.  
INDIRIZZI DI POSTA: 

venerdì 21 ottobre 2016

DOPO LA LETTERA A RENZI SU VOTI, ESAMI E RIPETENZE. CONFRONTO DI OPINIONI SUL "CORRIERE FIORENTINO"

Fa discutere la lettera aperta di alcuni prof a Renzi, pubblicata ieri dal "Corriere Fiorentino", sul merito a rischio col decreto che riduce le bocciature. Le ragioni di favorevoli e contrari.


EDITORIALE: SE OBAMA FA SCUOLA

di Gaspare Polizzi

Ieri alcuni rappresentanti del «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità» hanno inviato da questo giornale un appello a Renzi in vista dell’emanazione del decreto legislativo sulla valutazione scolastica. Il decreto sembrerebbe abbassare i requisiti di impegno richiesti agli studenti. Se ne dovrebbe discutere nel merito. Vorrei qui sottolineare un punto della lettera che ritengo centrale. Il richiamo al «contributo di responsabilità e impegno degli allievi», che riecheggia una nota frase di Obama: «Possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità». Gli studenti, i giovani, non sono tutti uguali. All’Alberghiero Saffi un’attenta platea di studenti maggiorenni ha ascoltato Paolo Caretti e Carlo Fusaro, noti costituzionalisti, spiegare le ragioni del «No» e del «Sì». «Abbiamo capito che bisogna leggere un po’ più cose per essere in grado di dare questo voto». Una bella lezione di educazione civica. Un esempio da diffondere, che dimostra come si possa discutere con attenzione del referendum costituzionale, senza insultarsi a vicenda. Al Machiavelli Capponi e al Galileo gruppi minoritari di studenti hanno messo in scena la solita vecchia farsa delle occupazioni, senza rispettare il costituzionale diritto allo studio e il democratico volere della maggioranza, e infrangendo senza remore la legalità. Gli occupanti hanno attirato per qualche giorno l’attenzione dei media e hanno ricevuto dichiarazioni di disponibilità di alcuni amministratori e politici. A «Leggere per non dimenticare» Anna Benedetti ha presentato un saggio di Filippo La Porta, Indaffarati, che si distingue dal ben noto Sdraiati di Michele Serra, perché coglie il chiaroscuro nelle nuove generazioni. Giovani da un lato abulici, «sdraiati», disinteressati a ogni impegno culturale. Dall’altro pieni di passione per le cause che li coinvolgono, per il volontariato, per cooperare e condividere le proprie esperienze di vita, e sempre «indaffarati» in tante attività.

«LASCIATE I VOTI E LE BOCCIATURE» FA DISCUTERE L’APPELLO A RENZI

     di Lisa Baracchi

Voti e bocciature, è il caso di abolirli? Tra gli insegnanti e i presidi c’è chi fa una distinzione forte tra la primaria e le altre scuole, c’è chi li concepisce solo vincolati a precisi criteri condivisi. Ma un concetto esce da ogni riflessione: voti e bocciature non possono essere considerati punizioni, solo strumenti di formazione. Dopo la lettera indirizzata al premier Renzi, pubblicata ieri su Corriere Fiorentino, scritta dal «Gruppo di Firenze per la scuola del merito e delle responsabilità», il dibattito è aperto, in vista del decreto legislativo sulla valutazione. «Dobbiamo purtroppo constatare che anche questo provvedimento è ispirato al principio base della pedagogia ministeriale degli ultimi decenni: facilitare sempre di più il percorso scolastico, minimizzare o ridurre a un pro forma i momenti di verifica», scrivono il dirigente dell’alberghiero Saffi Valerio Vagnoli e altri docenti fiorentini.
La pensa come loro Gianni Camici, presidente provinciale dell’Associazione nazionale presidi: «Non mi sembra ragionevole togliere le bocciature, che alla scuola primaria, ma anche secondaria di primo grado sono solo una possibilità residuale. Il voto lo considero un fattore di chiarezza, certo deve essere dato secondo criteri spiegati e condivisi».
Viene invece considerato troppo sintetico e riduttivo il voto numerico alle scuole primarie all’istituto Ghiberti, come spiega la preside Annalisa Savino e la stessa riflessione la fa Lucia Bacci dell’istituto comprensivo Compagni Carducci: «Alla scuola primaria il voto non è formativo, i risultati negativi possono generare sfiducia, nuocere all’autostima. Diverso è il discorso alla medie dove gli studenti hanno un’età tale da comprendere che il voto serve a evidenziare i punti critici, che va inteso come auto consapevolezza sul metodo di studio, in vista delle superiori».
E se il voto numerico non fosse che una «tradizione» comprensibile a tutti? Alessandro Bussotti preside dell’istituto comprensivo Poliziano aggiunge: «È soprattutto il frutto di un lavoro sui criteri condivisi dai docenti di quella materia e dai docenti dell’istituto, deve essere chiaro cosa significa avere un 6 o un 8». Riflette sulla possibilità di includere in una valutazione anche il progresso fatto il preside del Marco Polo, Ludovico Arte: «L’essere arrivato da un 4 a un 6 ha un significato diverso dell’essere rimasti a 6 anche se il voto sarà lo stesso», dice il dirigente che si trova d’accordo con una abolizione anche più estesa delle bocciature: «Alla fine del percorso lo studente potrebbe avere un certificato che indichi solo quali competenze ha raggiunto».
Interviene nel dibattito aperto dal «Gruppo di Firenze» anche il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi contrario alla logica del sei politico come anche all’abolizione per legge delle bocciature. «Lettere o numeri, non fa molta differenza, quello che conta è la “sensibilità” del contesto scolastico e il buon senso degli insegnanti, ma un appello al buon senso deve essere indirizzato anche ai genitori: non si può essere sempre sindacalisti e avvocati in difesa dei nostri figli. Renzi ha ragione quando richiama al rispetto per il ruolo degli insegnanti».
A difendere il decreto legislativo a cui si riferisce il «Gruppo di Firenze» è la senatrice Francesca Puglisi, responsabile della commissione scuola del Pd: «Non si intende ridurre a un “proforma” i momenti di verifica scolastica. Anzi, crediamo che la valutazione debba essere un momento di formazione di ciascuno studente». Ma la valutazione «deve attestare i livelli di conoscenza raggiunti senza limitarsi a “registrare” i successi o gli insuccessi». Puglisi attribuisce la perdita del rispetto sociale per gli insegnanti anche ai messaggi sbagliati dati in passato «in pasto» all’opinione pubblica. «Ricordate? “Con la cultura non si mangia”, “Signorina, sposi un uomo ricco e sarà felice”, gli “insegnanti fannulloni” — continua Puglisi. Matteo Renzi, nel recente viaggio a Washington, ha voluto portare con sé le eccellenze italiane per dimostrare ai nostri ragazzi che con l’impegno rigoroso e la fatica nulla è impossibile». Infine l’invito: «Il decreto legislativo non è ancora chiuso — dice la senatrice — aspettiamo anche la proposta del “Gruppo di Firenze” per migliorarlo».

«HO RIPETUTO L’ANNO, ME LO MERITAVO E MI RIMISI IN RIGA»

di Giulio Gori

«Sono stato bocciato in terza liceo. Ma anche se sul momento pensai che era stata colpa dei professori brutti e cattivi, ovviamente me lo ero meritato». Il giornalista fiorentino Nicola Remisceg sorride al ricordo di quella bocciatura, cui andò incontro quando studiava al liceo scientifico Gramsci, in via del Mezzetta. E oggi, a distanza di molti anni, con due figli al liceo, l’autore e videomaker del programma televisivo Le Iene ripensa a quell’episodio e ammette che una parte del suo successo è nata proprio da lì. Fu una bocciatura giusta?
«La presi male, ma i miei professori fecero bene: non studiavo, anzi non avevo mai studiato, e in terza fu un po’ l’anno clou. A maggio smisi persino di andare a scuola. Poi quello stop mi è tornato utile». Come?
«Il giramento di scatole nel vedere i miei ex compagni che andavano avanti, mentre io restavo indietro, mi ha messo fretta: mi sono messo in riga ed è stato tutto più facile, mi sono diplomato senza problemi». Dopo il diploma, è arrivata anche la laurea.
«Sì, in antropologia culturale. Ma c’è un altro aspetto: quando ripetei la terza, per un anno campai di rendita, in classe si facevano tutte cose che avevo già sentito. E avevo più tempo. Fu allora che cominciai a divertirmi facendo i miei primi video, le mie prime video storie. Lì è nata quella passione…».
Una bocciatura come trampolino di lancio, per arrivare fino a Le Iene… «Non è comunque bello perdere un anno, specialmente a quell’età. All’università è più facile, lo assorbi meglio. Ne avrei fatto volentieri a meno». E oggi è ancora giusto bocciare?
«Io ho due figli che vanno al liceo, non auguro loro di fare la mia stessa fine. D’altronde hanno risultati un po’ altalenanti, ma vanno benino. Non dovrebbero essere a rischio, o almeno lo spero».
La politica ora si interroga sull’opportunità di eliminare la bocciatura. Non è la strada da prendere?
«Sarebbe sbagliato eliminare le bocciature: quando inizi un percorso gli obiettivi vanno raggiunti; se non lo fai, è normale che tu debba ripartire dal punto di partenza. È così che funziona nella vita».
E se i figli si lamentano degli insegnanti, di chi è giusto prendere le parti?
«Del professore, sempre. Io sono figlio di una maestra, che viene da una dinastia di maestre: ho imparato che l’insegnante va rispettato, ho visto la passione che ci metteva, lei, le sue sorelle, mia nonna... E se un professore ti dà un 4 vuol dire che te lo sei meritato».
Quando inizi un percorso gli obiettivi vanno raggiunti, se non lo fai è normale che tu debba ripartire dal via. È la vita.

«MEGLIO CAMBIARE, CONTA IL LEGAME TRA PRIMI E ULTIMI»

di Carmela Adinolfi

Nevio Santini, 68 anni, è un ex allievo di don Lorenzo Milani. Uno di quei tanti ragazzi che a partire dagli anni ‘50 animarono e si formarono alla scuola di Barbiana. La scuola dell’«I care», tradotto del «Mi sta a cuore»: il motto che contraddistingue quell’esperienza didattica e pedagogica, nata e maturata a Vicchio, nel Mugello, dove don Milani arrivò nel 1954. Una scuola dove al posto dei compiti c’era la scrittura collettiva, dove invece delle punizioni e della bocciature ci si allenava al dialogo.
Santini, alcuni docenti fiorentini hanno fatto appello, dalle pagine del Corriere Fiorentino al presidente del Consiglio Matteo Renzi affinché riveda le misure — abolizione alle primarie e riduzione alle medie delle bocciature, un numero minore di prove finali — previste nel decreto legislativo sulla valutazione scolastica.
«Peccato. Io per ora vedo di buon occhio questo decreto. Mi sembra un passo, il primo, verso un modello di scuola diverso».
Presidi e professori sostengono che eliminando i voti e la possibilità di bocciare si fa un danno sia ai ragazzi che ai docenti.
«Perché hanno una concezione sbagliata della bocciatura. Basta cambiare paradigma. Ogni volta che si boccia un ragazzo non si compie un atto negativo solo nei confronti del destinatario del provvedimento ma del gruppo classe all’interno del quale è inserito». Cosa intende?
«Vede, la missione di ogni insegnante, così come lo intendeva don Milani, non è preoccuparsi del primo ma dell’ultimo e insegnare al primo della classe — il secchione lo chiameremo oggi — ad aiutare il compagno che è rimasto indietro. Bocciandolo, il professore non permette ai ragazzi di comprendere il valore dell’aiuto reciproco».
La bocciatura impedisce di misurarsi con il valore della solidarietà?
«Sì, in sostanza è così. Agli svogliati devi dare uno scopo, così vedrai che si appassionano, ripeteva don Milani». Quindi non è un metodo educativo? «No, affatto».
In una scuola che spesso si trova a dover gestire le ingerenze dei genitori e le sentenze della magistratura, alcuni docenti pensano che questo decreto possa contribuire a deresponsabilizzare i ragazzi. È un pericolo reale?
«No, non credo. È vero che la scuola è cambiata. E insieme ad essa i rapporti tra insegnanti e genitori. Ma i ragazzi, in fondo, sono sempre gli stessi. I professori devono agire pensando di avere davanti delle anime a cui mostrare il mondo. Un po’ come faceva il don Lorenzo».
La missione di ogni insegnante, come diceva don Milani, è insegnare al primo ad aiutare chi è rimasto indietro.