martedì 28 luglio 2015

RICORDO DI SEBASTIANO VASSALLI

È con vero dispiacere che ci troviamo a scrivere in morte di Sebastiano Vassalli, uno tra i più importanti narratori italiani, ma anche intellettuale che ha condiviso diverse nostre iniziative. Tra cui la lettera aperta del 2008 Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità e, l’anno scorso, l’appello Ridateci il silenzio. Contro la distruzione della quiete pubblica.  Ci ha anche accomunato la critica a Don Milani e alla pedagogia del priore di Barbiana, che è diventata alla fine, suo malgrado, una sorta di pedagogia di Stato. Alla storia e al presente della nostra società Vassalli prestava una attenzione costante in ogni sua opera e in ogni suo intervento sulle più prestigiose testate giornalistiche nazionali. Mai accondiscendente nei confronti  delle  idee correnti, fu sempre vicino a coloro che dalle idee correnti erano stati schiacciati; fossero questi l'Antonia della Chimera o il Campana de La notte della cometa. 

mercoledì 1 luglio 2015

MA L’INCARICO DATO DAI PRESIDI PUÒ MIGLIORARE LA SCUOLA?

Facciamo per un momento l’ipotesi che nessun preside nel “chiamare” i nuovi insegnanti si faccia influenzare da conoscenze, raccomandazioni o pressioni e li scelga con rigorosa imparzialità nell’esclusivo interesse della scuola. Ammettiamo, senza concederlo, che sia agevole valutare le qualità dei candidati dalla lettura dei curricoli e da un colloquio. In altre parole: depuriamo la questione della chiamata dalle più comuni obbiezioni e limitiamoci a chiederci se l’innovazione in sé e per sé può essere utile a elevare la qualità media dell’insegnamento. Ebbene, dato che tutti i docenti iscritti nelle liste territoriali dovranno trovare una collocazione, chiamati o sistemati d’ufficio che siano, è evidente che avremo soltanto un diverso modo di distribuirli fra le scuole. A sentire invece certe aspettative, sembra quasi che così si possa ottenere la moltiplicazione degli insegnanti bravi. La cosiddetta chiamata diretta potrebbe essere efficace in senso qualitativo in un sistema che alla fine lasci fuori chi non è stato scelto, in cui ci sia cioè un libero mercato professionale in cui far valere competenze dimostrabili, la credibilità dei titoli di studio, le referenze che si è in grado di produrre. Una cosa del genere non è pensabile in Italia, per la particolare tutela conferita alla libertà di insegnamento, in qualche modo paragonabile a quella dell’indipendenza dei magistrati; un sistema che può diventare più flessibile, ma non essere abbandonato.
Pare proprio che in genere i legislatori non sappiano valutare realisticamente gli effetti concreti dei provvedimenti e si lascino invece abbagliare dalle parole d’ordine alla moda. Un altro caso esemplare è il tormentone sul “premio ai migliori” come presunta leva per migliorare la scuola, che dovrebbe trovare attuazione con questa legge. Abbiamo invece più volte fatto notare che i docenti molto bravi continuerebbero a lavorare bene anche senza aumenti retributivi, mentre dove questa pratica esiste ha creato scontento e tensioni all’interno delle scuole. E ci vuole ben altro che qualche centinaio di euro una tantum per rendere attraente l’insegnamento per i giovani.
Inutile cercare scorciatoie; per elevare nel breve e nel medio periodo la qualità professionale del corpo docente alcune scelte sono indispensabili, anche se indigeste a parte del ceto politico e sindacale:
- la selezione dei futuri insegnanti deve essere molto più rigorosa anche sul piano attitudinale oltre che su quello culturale (in Finlandia diventa docente un aspirante su nove);
- si devono poter allontanare dall’insegnamento i docenti gravemente inadeguati sul piano didattico o della correttezza professionale, riconoscendo così il merito della maggioranza dei colleghi seri;
- un aggiornamento sistematico dovrebbe valorizzare in primo luogo il patrimonio professionale già presente nella scuola, favorendo lo scambio di idee e di esperienze;
- è poi necessario promuovere la cultura del controllo di regolarità e di legalità su tutti gli aspetti e i ruoli della vita scolastica da parte di un corpo ispettivo numeroso e preparato;
- e infine è ora che anche gli insegnanti italiani possano far riferimento a comuni principi etico-deontologici della professione. Sarebbe un grande contributo alla ricostruzione del loro prestigio sociale. 
Giorgio Ragazzini

martedì 30 giugno 2015

PERCHÉ NON È VERO CHE È MEGLIO LASCIARE TUTTO COM’È

In queste settimane di proteste contro la Buona Scuola mi sembra che da parte degli oppositori alla fine la parola d'ordine sia stata una e soltanto una: niente potere ai presidi e nessun futuro controllo sull'operato dei docenti. Comprensibilmente la scelta degli insegnanti da parte del dirigente preoccupa per la possibilità di favoritismi (peraltro dovranno essere esplicitate le motivazioni delle scelte); e la possibilità che l'incarico triennale non sia rinnovato costituirebbe indubbiamente un rischio per la libertà di insegnamento, rischio che però sembra ridimensionato nella versione definitiva della legge. D’altra parte ritengo che, grazie all'autonomia scolastica, sebbene molto parziale, sulla carta qualche potere noi presidi già ce l’abbiamo. Casomai non esiste la possibilità di esercitarlo, mancandoci gli strumenti "effettuali" per poterlo fare. Innanzitutto per il sempre più esagerato e insostenibile carico di lavoro e di responsabilità non supportato, salvo rare eccezioni, da un’adeguata struttura amministrativa, permanendo nella scuola ancora un potere centrale elefantiaco, dominato da una burocrazia da far invidia a quella zarista. Inoltre anche il sottoscritto non è molto entusiasta di sobbarcarsi ulteriori compiti, visto che quelli esistenti sono lontani dal poter essere realmente gestiti. Tuttavia, di fronte all’assoluta mancanza di proposte alternative a quelle governative da parte dei contestatori verrebbe quasi voglia di sottoscrivere in toto il programma renziano. Negare che la scuola stia affogando pian piano nella propria incapacità di mutare pelle significa infatti non voler prendere atto che la struttura e la mentalità scolastica continuano purtroppo ad essere quelle dei decreti delegati del '74. La stesso sbandierare l’inadeguatezza di gran parte dei presidi alla loro funzione e magari il rischio corruzione per gli incarichi ai docenti, significa riconoscere implicitamente che occorre fare qualcosa e quanto prima per rinnovare questo mondo. Essi dimenticano, nella loro foga polemica, che noi dirigenti proveniamo tutti quanti dal ruolo della docenza. Vale la pena di ricordare che ancora oggi sono in servizio molti dirigenti che hanno ottenuto il ruolo grazie a concorsi riservati a chi aveva accumulato punteggi grazie al ruolo di vicepresidi. E quelli della mia generazione sanno che, fino a poco più di un decennio fa, i vicepresidi erano eletti dai collegi dei docenti, in cui era fortissima l'influenza sindacale. Far finta che tutto vada bene, madama la marchesa, è insomma una grave mistificazione. Che ci siano persone che lo fanno in buona fede non si mette in discussione, ma che ce ne siano altre interessate a mantenere lo status quo non vi è dubbio. Ignorare che vi sono docenti impreparati, neghittosi, demotivati, nullafacenti, furbi che se la cavano dando a man bassa sufficienze a tutti per non aver grane da parte della famiglie è da sciocchi o da correi. E ignorare che questi disgraziati fanno danni irreversibili ai ragazzi più svantaggiati è da irresponsabili. La scuola è la struttura fondamentale deputata a garantire la costruzione di una società migliore, più giusta e dominata dalla mobilità sociale. Che su questo non abbiano nulla da dire forze sindacali nate per tutelare i più deboli e i meno garantiti sul piano sociale e culturale è più di un segnale di come il baratro sia a portato di mano, come spesso nella storia è accaduto quando si è pensato che del nostro operato non si debba rendere conto a nessuno.
Valerio Vagnoli
(“Il Corriere Fiorentino”, 24 giugno 2015)

martedì 23 giugno 2015

RISPOSTA ALL'APPELLO "NON BOCCIATE I NOSTRI FIGLI"

Intervista di Eleonora Fortunato su  “Orizzonte Scuola”.
È di qualche giorno fa l'appello dei comitati dei genitori di Modena, rivolto ai Consigli di Classe dei bienni di scuola superiore, a essere meno drastici nelle bocciature. “Nei prossimi giorni sarete chiamati al difficile e delicato compito di valutare i nostri ragazzi e di decidere sul loro futuro”, scrivono i genitori,  che nel prosieguo della loro missiva alludono anche alla discrepanza con i voti alti ricevuti alla fine del primo ciclo. Incuriositi da questa presa di posizione, abbiamo sollecitato le riflessioni di Andrea Ragazzini del Gruppo di Firenze, i cui membri sono impegnati da anni per il riconoscimento del merito e della responsabilità nella scuola.
Prof. Ragazzini, secondo lei è giusto impostare la discussione così come fanno i genitori modenesi? Ci sarebbe un’ipotetica supervalutazione degli alunni nella scuola media che poi si scontra con l’eccessivo rigore dei prof del primo anno delle superiori?
“Non posso che dare un giudizio molto negativo di questo appello, che purtroppo conferma come ormai non pochi genitori concepiscano il rapporto con la scuola e con gli insegnanti in una logica di tipo sindacale, fatto di continue rivendicazioni, di disinvolte e talvolta minacciose  incursioni nella sfera di competenza dei docenti, di indebite pressioni. Mi riesce difficile valutare diversamente una lettera del genere pubblicata la vigilia degli scrutini.I genitori modenesi si presentano come interlocutori dialoganti, ma si guardano bene dal chiedersi se anche loro hanno qualcosa da rimproverarsi. Si legge nella lettera: “Diciamolo, c’è qualcosa che non va. Non nei ragazzi, non nelle loro famiglie, ma nel funzionamento della scuola italiana”.  A sostegno di questa perentoria affermazione non c’è un solo elemento di analisi e soprattutto manca  la consapevolezza che se dirigenti e insegnanti hanno una preponderante responsabilità nel far funzionare la scuola, anche gli studenti e le loro famiglie sono chiamati a fare la loro parte, che non è solo rivendicazione di diritti. In proposito consiglio a questi genitori  come lettura estiva lo splendido discorso che nel 2009 Barack Obama rivolse agli studenti americani all’inizio dell’anno scolastico. Cito solo una frase così come è stata riportata dai quotidiani: “....noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.” 
Secondo i dati in nostro possesso, riportati anche nella lettera, all’esame di terza media la percentuale dei promossi sfiora il 99 per cento, la metà di loro con punteggi superiori al 7. Gli stessi dati dimostrano che dopo soli 12 mesi gli stessi ragazzi ottengono, invece, voti disastrosi alla fine della prima superiore, soprattutto nei tecnici e nei professionali. Qual è il suo commento a riguardo?
“Secondo le semplicistiche (e non disinteressate) conclusioni degli estensori della lettera, la responsabilità ricade tutta intera sui docenti delle superiori, ma ovviamente il problema dell’alto numero di bocciature nelle prime classi, in particolare negli istituti tecnici e professionali, è un po’ più complesso. Sottolineerei soprattutto due questioni, che sono state molte volte al centro delle iniziative del Gruppo di Firenze. La prima riporta, per contrasto, al discorso di Obama: come è noto, negli ultimi decenni una parte maggioritaria della cultura pedagogica italiana e gli indirizzi del Ministero, con rarissime eccezioni, hanno provveduto a cancellare l’idea che il successo scolastico, quello vero, non può prescindere dall’impegno degli interessati e dalla fatica che spesso comporta misurarsi con  le difficoltà e i limiti che ciascuno di noi si trova inevitabilmente ad affrontare. Si sente spesso ripetere che “la bocciatura è sempre un fallimento della scuola”, con il duplice risultato di colpevolizzare gli insegnanti e di azzerare la responsabilità del discente. Ma l’educazione all’impegno e alla responsabilità dovrebbe stare alla base di ogni percorso didattico e formativo. Il poco credibile 99% di promozioni all’esame di terza media è figlio anche di questo.
C’è una seconda questione che penalizza il nostro sistema scolastico e produce la maggior parte delle bocciature e degli abbandoni nella secondaria superiore. È la questione dell’istruzione professionale, che a partire dai primi anni Novanta e infine con la riforma Gelmini ha subito un continuo processo di licealizzazione, per il pregiudizio tutto ideologico che vede nella cultura “disinteressata” l’unico possibile strumento di compensazione delle disuguaglianze culturali e sociali. Il bel risultato che si è ottenuto è che gli istituti professionali continuano  ad essere considerati delle scuole di serie B, mentre i ragazzi che per attitudini e interessi potrebbero ottenere gratificazioni e risultati positivi in una scuola più orientata al fare, si scontrano con una pletora di materie teoriche e con un numero risibile di ore di laboratorio. E molti di loro naturalmente finiscono per fallire”.
A suo avviso si intravedono soluzioni intelligenti per governare questo fenomeno? Il Gruppo di Firenze cosa proporrebbe?   
“Per quanto dicevo poco fa occorre prima di tutto una riforma dell’istruzione professionale che ne ridefinisca in modo coerente l’identità e il curriculum. In un recente convegno a Firenze, a cui hanno partecipato il Sottosegretario Toccafondi e l’Assessore Regionale all’istruzione Bobbio, abbiamo indicato come prospettiva l’unificazione di istruzione e formazione professionale, secondo un modello in qualche modo affine, anche se non uguale, a quello sperimentato in Trentino, che oltretutto costituirebbe una semplificazione e una razionalizzazione del sistema. Nell’immediato bisogna quanto meno rimettere mano al curriculum degli istituti professionali, rivedendo completamente fin dal primo biennio l’equilibrio tra le discipline teoriche e quelle professionali, in modo da corrispondere davvero alle aspettative e ai talenti dei ragazzi che si iscrivono a questo percorso di istruzione. È indispensabile però anche una forte battaglia culturale perché l’istruzione/formazione professionale abbia il prestigio che ha in altri paesi europei, prima fra tutti la Germania, dove oltretutto questo canale scolastico è in grado di garantire una qualificata occupazione alla quasi totalità degli studenti”.
A quanto pare, nell’ambito del Ddl “La Buona Scuola” si sta discutendo della possibilità di legare la valutazione dei presidi alla loro capacità di incidere positivamente sulla dispersione scolastica. Questo non potrebbe portare all’equazione meno bocciati = più soldi alle scuole? Come si fa a combattere la dispersione senza inaugurare una nuova stagione del 6, o del 7, politico?
“Occorre certamente una piena responsabilizzazione di dirigenti e insegnanti, il che significa anche una seria attività di indirizzo e soprattutto di controllo, tanto dell’operato degli insegnanti da parte dei dirigenti che di quello dei dirigenti da parte del Ministero e dei suoi organi periferici. Nella mia esperienza la maggior parte dei dirigenti scolastici preferisce far finta di nulla o si limita a provvedimenti molto blandi di fronte a inadempienze o scorrettezze anche gravi di qualche docente, anche se è vero che gli strumenti a disposizione sono inadeguati. L’idea di dare più risorse alle scuole che bocciano meno è ovviamente una sciocchezza e sospetto che non sia una sciocchezza in buona fede, dato che, come Lei giustamente osserva, sarebbe un incentivo per  incrementare  le finte promozioni, che già oggi non sono poche. La dispersione, oltre che con quanto abbiamo detto in tema di indirizzi di studio, si combatte con una scuola più seria, che abbia veramente come obiettivo quello di fornire soprattutto a chi parte con uno svantaggio sociale e culturale (“i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”) gli strumenti per affermarsi.
Quanto alla valutazione, abbiamo detto in molte sedi che la priorità non è premiare gli insegnanti più bravi, ma poter intervenire efficacemente nel caso di docenti palesemente  inadeguati o che tengono comportamenti in contrasto con i propri doveri professionali. Si tratta certamente di una ridotta minoranza, ma i loro studenti ne sono gravemente danneggiati”.

martedì 16 giugno 2015

CORRETTEZZA DEGLI ESAMI, DISPOSIZIONI ANCORA INSUFFICIENTI

Nei giorni scorsi è stata diramata dal Miur una circolare, analoga a quella dello scorso anno, in cui si precisa “che è  assolutamente vietato, nei giorni delle prove scritte, utilizzare a scuola telefoni cellulari, smartphone di qualsiasi tipo, dispositivi di qualsiasi natura e tipologia in grado di consultare file, di inviare fotografie ed immagini, nonché apparecchiature a luce infrarossa o ultravioletta di ogni genere;
che è vietato l’uso di apparecchiature elettroniche portatili di tipo palmare o personal computer portatili di qualsiasi genere in grado di collegarsi all’esterno degli edifici scolastici tramite connessioni wireless, comunemente diffusi nelle scuole, o alla normale rete telefonica con qualsiasi protocollo;
che nei confronti di coloro che violassero tali disposizioni è prevista, secondo le norme vigenti in materia di pubblici esami, la esclusione da tutte le prove di esame.” Si aggiunge che “nel corso dello svolgimento delle prove scritte dovrà essere disattivato il collegamento alla rete Internet di tutti gli altri computer presenti all’interno delle sedi scolastiche interessate dalle prove scritte. Saranno, altresì, resi inaccessibili aule e laboratori di informatica”.
Come si vede, non si fa ancora parola del possibile utilizzo di quei rilevatori di cellulari accesi che fu sollecitato per due volte dall’Associazione Nazionale Presidi. Si tratta comunque di disposizioni apprezzabili, ma perché non si premette che è “assolutamente vietato” copiare in tutti i modi possibili e immaginabili e che le conseguenze saranno identiche se si usa un cellulare, un bigliettino o la comunicazione orale tra candidati? La precisazione sarebbe tra l’altro utile per prevenire (per quanto possibile) l’intervento del solito Tar, il quale potrebbe formalisticamente obbiettare che nella circolare si parla solo di apparecchiature elettroniche.
Nessun cenno, ovviamente (sarebbe politicamente scorretto), alle conseguenze disciplinari di eventuali collusioni da parte di chi vigila durante le prove scritte: omessa vigilanza, aiutini, aiutoni. Eppure non sono fatti rarissimi; e in passato ne abbiamo documentati parecchi.  (GR) 
Puoi leggere anche: Esami di Stato. Gruppo di Firenze: commissioni tutte esterne, adottare misure tecniche contro uso smartphone (su “Orizzonte Scuola”)

sabato 30 maggio 2015

IL DIRITTO A NON FARE COMPITI ESTIVI

Parlare con equilibrio e buon senso dei compiti estivi, nonché di quelli per casa durante l’anno, sembrerebbe facile ma a quanto pare non lo è. Anche quest’anno si fanno avanti granitiche certezze sulla loro inutilità, per non dire nocività. Sulla piattaforma Change.org è stata promossa una petizione firmata da genitori, maestri, pedagogisti e dirigenti, che con toni parecchio sopra le righe ne chiedono l’abolizione, per evitare disagi e sofferenze agli allievi quando non “odio per la scuola e repulsione per la cultura”. Da decenni sono usciti di scena temi educativi fondamentali come la volontà, l’impegno, la costanza in vista di un risultato, la cura nell’esecuzione del lavoro. Una parte dei genitori e anche non pochi colleghi e dirigenti sono afflitti dalla sindrome dell’iperprotezione, che guarda con angoscia e biasimo ogni esposizione dei giovani alle difficoltà, agli insuccessi, alla fatica. Generazioni di bambini e ragazzi sono state chine sui libri, ma quelli odierni hanno un diritto inalienabile a pomeriggi liberi e vacanze sterminate che nessuno dovrebbe interrompere o disturbare con qualcosa che ricordi la scuola. Durante l’estate si possono fare letture, si può riflettere scrivendo sulle proprie esperienze e, con le istruzioni degli insegnanti, si può colmare qualche lacuna.  Imporre valanghe di compiti è ovviamente una fesseria che può fare seri danni, come l’abuso delle medicine o l’eccesso di esercizio nello sport. Ma non per questo qualcuno ha proposto l’abolizione dei farmaci e degli allenamenti. D’altra parte, come sensatamente pensa Laura Montanari nel servizio su “La Repubblica”, “la maggioranza della scuola italiana continua a sostenere l’utilità dei compiti”.

venerdì 15 maggio 2015

CHE BRUTTO ESEMPIO DÀ UN PROF, SE BOICOTTA IL TEST [“Il Corriere Fiorentino”, 15 maggio 2015]

Sono giorni brutti per la scuola, comunque la si metta e chiunque alla fine riesca a vincere la partita tra sindacati dei docenti e governo. Continua a leggere.

giovedì 14 maggio 2015

LA TESTIMONIANZA DI UN GENITORE SULL'INVALSI TAROCCATO E SULL’INTIMIDAZIONE DI UN’ ALLIEVA

Marcello Dei, il sociologo che ha dedicato alla scuola buona parte delle sue ricerche ed è noto per il libro RAGAZZI SI COPIA. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane, ci ha inviato lo scambio di lettere con un genitore a proposito dello svolgimento dei test Invalsi in una scuola elementare, che pubblichiamo nelle parti essenziali, opportunamente modificate per non rendere riconoscibili i protagonisti. Riprendiamo quindi il tema, già trattato nei giorni scorsi, dell’assenza nella scuola italiana di qualsiasi riflessione sull’etica professionale, i cui principi fondamentali non dovrebbero mai essere sacrificati neppure alla più motivata delle battaglie, anche perché non mancano i mezzi per farsi sentire, come ha dimostrato lo sciopero del 5 maggio. Di particolare rilievo è il punto della responsabilità educativa, anche attraverso i comportamenti, nei confronti degli allievi. Ma sarebbe forse sufficiente prendere sul serio l’articolo 54 di quella Costituzione che in tanti sbandierano di voler difendere a ogni costo. Dice: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Continua a leggere.

mercoledì 6 maggio 2015

SUI POTERI DEI PRÈSIDI: CHIAMATA E VALUTAZIONE DEI DOCENTI

Per capire che cosa è in gioco quando si parla di poteri dei dirigenti scolastici bisogna partire da una caratteristica fondante dell’istruzione pubblica, e cioè la sua neutralità ideologica. Ciò significa  che non vi si può né privilegiare né discriminare alcuna tendenza religiosa, politica, culturale. In altre parole, è essenziale che la scuola pubblica non sia di parte. Questo si realizza necessariamente attraverso la libertà di insegnamento, cioè di pensiero e di metodo, di ciascun insegnante, un po’ come la funzione della giustizia si realizza attraverso l’indipendenza del giudice, condizione ineliminabile della sua imparzialità. Tra le principali garanzie di questa libertà, come dell’indipendenza del giudice, ci sono adeguate modalità di reclutamento (concorso pubblico) e la stabilità del posto di lavoro. Stabilità che la riforma non garantisce. Com’è noto, infatti, è prevista l’istituzione di albi territoriali formati dai nuovi assunti e dai docenti che faranno domanda di trasferimento. Tra questi i presidi potranno scegliere gli insegnanti a cui proporre un contratto triennale rinnovabile; e dunque anche non rinnovabile. È vero che il docente non verrà licenziato, verrà però rispedito negli albi territoriali, oltretutto accompagnato dallo stigma del mancato rinnovo. Per tornare all’analogia con i giudici, si sa che questi possono essere trasferiti solo su loro richiesta o in seguito a provvedimenti disciplinari. È facile immaginare quale condizionamento il timore di questa eventualità potrà esercitare sui suoi rapporti con il dirigente in termini di libertà di espressione nell’ambito degli organi collegiali, di disponibilità a partecipare o meno ai progetti della scuola o a uniformarsi a impostazioni metodologiche maggioritarie, che magari scoraggino fortemente le insufficienze gravi, le ripetenze o le sanzioni disciplinari. Non si può invece escludere la possibilità di avvalersi, per necessità specifiche che non si possono soddisfare con le risorse interne, di personale a tempo indeterminato in aggiunta, e non in sostituzione, di chi riveste la vera e propria funzione docente. 
Sarebbe infine l’ora di rendere possibile l’allontanamento in tempi brevi dalle classi degli insegnanti palesemente non all’altezza del loro ruolo, cosa attualmente molto difficile. Eppure dovrebbe essere pacifico il sacrosanto diritto degli allievi di avere docenti adeguati e di non subire per anni gravi danni alla propria crescita culturale. I colleghi in seria difficoltà, invece, non devono essere lasciati a se stessi, né colpevolizzati, ma aiutati in modo efficace e tempestivo.
Un altro potere contestato del dirigente è quello di valutare da solo i docenti, soprattutto in relazione agli annunciati premi stipendiali  per “i migliori”. Anche alcuni presidi hanno proposto che in questo ruolo il dirigente debba essere affiancato da una commissione, possibilmente integrata (organico permettendo) da un ispettore. Purtroppo il rimedio che si annuncia è peggiore del male: se ne occuperà un comitato formato dal dirigente, da due docenti e, ahimè, da due genitori (nel primo ciclo; nelle superiori da un genitore e da uno studente). Siamo perfettamente nel solco di quell’idea demagogica di “partecipazione” che va avanti da un trentennio e che non accenna a tramontare. Solo nella scuola ci si fa beffe della qualificazione tecnico-professionale che dovrebbe legittimare chi riveste certi ruoli. Per il momento almeno, gli utenti non sono stati inseriti negli organi di valutazione delle aziende sanitarie, figuriamoci poi in quelli della magistratura (il che non significa che i pareri di studenti e genitori non debbano figurare tra gli elementi da prendere in considerazione, soprattutto in relazione alla correttezza professionale).
Detto questo, dare più soldi a un certo numero di insegnanti valutati come migliori, ammesso che si possa farlo senza troppa arbitrarietà, difficilmente migliorerà le loro prestazioni, già remunerate dalle soddisfazioni professionali, mentre può demotivare molti bravi insegnanti, anche perché si domanderanno perché chi lavora poco o male continui a essere retribuito come loro. Il primo merito da riconoscere è infatti quello della grande maggioranza dei docenti seri e impegnati. Paradossalmente, invece, l’impostazione premiale si risolverà facilmente in ulteriore perdita di motivazioni del corpo docente e peggiorerà il clima interno.
Quanto alla cosiddetta “carriera”, chi ha il desiderio e l’accertata capacità di contribuire al funzionamento della scuola in ruoli di coordinamento o di progettazione deve invece essere retribuito adeguatamente per il lavoro in più oppure esonerato parzialmente dall’insegnamento. Che almeno una parte di questi insegnanti siano scelti dai dirigenti non sembra francamente illogico. 
Infine, gli scatti di anzianità non possono essere residuali, come sembra attualmente previsto; non devono però essere assegnati a tutti indistintamente, ma solo a chi ha lavorato senza demerito, cioè con merito; ed è sicuramente la maggioranza. La stessa distinzione dovrebbe valere anche per l’assegnazione del punteggio nelle graduatorie, fino a oggi quasi del tutto impermeabili ad altri criteri che noi siano il passare del tempo. (GR)

giovedì 30 aprile 2015

QUANDO CI SI SCORDA DI ESSERE INSEGNANTI

Nei giorni scorsi, alla festa bolognese del Pd, la ministra Giannini e Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, sono state contestate da una cinquantina di docenti, genitori e studenti, che, nonostante la ricerca di dialogo testimoniata dalla Puglisi, hanno alla fine costretto le due a rinunciare all’incontro. Un caso palmare di intolleranza e di violazione del fondamentale diritto di espressione? Continua a leggere.

martedì 28 aprile 2015

OMBRE E LUCI DELLA RIFORMA. INTERVISTA A VALERIO VAGNOLI

La contestazione alla ministra Giannini, gli aspetti negativi e quelli positivi della riforma in una breve intervista a Valerio Vagnoli. Leggi.

sabato 18 aprile 2015

È MORTO MARIO PIRANI, DIFENSORE DELLA SCUOLA SERIA

La scorsa notte è morto Mario Pirani; avrebbe compiuto novant'anni il 3 agosto. Avendo più volte collaborato con lui dal 2008 in poi in nome del comune interesse per una scuola seria e qualificata, la sua scomparsa ci rattrista particolarmente. Ha sempre dimostrato indipendenza di giudizio e la non comune capacità di valutare nel merito l'operato dei vari governi invece di basarsi su logiche di schieramento. Apprezzò in pari misura i ministri Fioroni e Gelmini per le loro iniziative tese a dare maggiore serietà alla scuola. Memorabile il suo articolo del 2001 Professori, tornate al 7 in condotta, un tema controcorrente che avrebbe ripreso più volte negli anni successivi. Fu contro l'abolizione degli esami di riparazione e contro le commissioni degli esami di Stato formate solo da membri interni. Fu il primo firmatario del nostro appello del 2008 Scuola, un partito trasversale del merito e della responsabilità, e  successivamente appoggiò le nostre campagne per la correttezza degli esami di Stato.  Lo ricorderemo con riconoscenza, stima e affetto.

Alcuni articoli di Mario Pirani:

mercoledì 8 aprile 2015

FORUM: PRESEPI, CROCIFISSI, BENEDIZIONI PASQUALI A CONFRONTO CON LA LAICITÀ DELLO STATO

Nei giorni scorsi si sono verificati episodi di tensione tra alcuni parroci che volevano benedire le scuole aula per aula e i dirigenti degli istituti che hanno negato il permesso non ritenendolo opportuno. È successo a Bologna, a Casalguidi nel Pistoiese, a Perignano in provincia di Pisa. Dato che su questi temi si polemizza ciclicamente ormai da molti anni, abbiamo pensato che possa essere utile aprire sul nostro blog una discussione civile e argomentata, prima tra di noi e poi con chi desidera farlo attraverso i commenti. Si raccomanda di non firmarsi “Anonimo”: è sufficiente cliccare sulla scelta Nome/url e firmarsi, anche con uno pseudonimo, nel campo “Nome”. Grazie. 

Valerio Vagnoli
TRADIZIONE SÌ, BENEDIZIONI NO 

Come molti sanno, varie norme di diverso rango, corroborate da alcune sentenze, impongono il crocifisso nelle aule scolastiche. In una delle mie due attuali "presidenze mi fa compagnia una croce in legno, nell’altra, in assenza del crocifisso,  un olio di mia proprietà, opera di un bravo pittore fiorentino del primo '900, che raffigura la crocifissione di Cristo. Ogni tanto mi capita di buttare un'occhiata su questi simboli che hanno fatto  e fanno parte della mia vita, più o meno intensamente a seconda degli stati d'animo, che si alimentano del mio passato e in particolare dei ricordi familiari. Perché nella croce è sintetizzata una cultura che mi appartiene e a cui debbo molte cose, a partire dalla profonda religiosità di mia madre, fatta di tante preghiere, ma anche di tanti aiuti silenziosi e disinteressati ai più  sfortunati di lei, che pure non aveva avuto una vita facile.
L’Educandato in cui sono reggente fa anche parrocchia e per questo vi abita un prete, con cui ho un rapporto di sincera amicizia, fatto anche di sconfinamenti in ambiti religiosi e teologici nei sempre più avari  ritagli di tempo. Nel periodo natalizio, senza che sia lui a invitare a farlo, alcune ragazze, con la collaborazione delle educatrici, abbelliscono un vecchio abete per farlo diventare albero di Natale. Altri costruiscono un essenziale presepe fatto di statuine storiche che da oltre un secolo, mi dicono, fanno parte della tradizione natalizia della nostra scuola. Onestamente non ci trovo niente di male e neanche mi sembra irriguardoso nei confronti di ragazze e ragazzi che provengono da altre culture e che professano anche  religioni diverse da quella cattolica. Sono infatti convinto che  scoprire certi aspetti della nostra cultura religiosa sia anche per loro un arricchimento, soprattutto quando la nostra tradizione religiosa non  è invasiva, imposta o comunque, in un modo o nell'altro, esibita o proposta come rito religioso. Capita anche, purtroppo, che per la morte di qualcuno legato alla scuola sia celebrata nella chiesetta interna alla villa una funzione religiosa. A nessuno tuttavia, a partire da Don Sergio, è mai passato per la mente di farlo in orario scolastico. Credenti e non credenti si ritrovano, in queste occasioni,  a  riflettere sul dolore e sul destino umano e non importa se qualcuno lo fa attraverso canti e  preghiere e altri attraverso un privato raccoglimento interiore. Ciò che tuttavia non potrei mai accettare, e che don Sergio sono certo non si sognerebbe mai di proporre, sarebbe la benedizione delle aule e degli studenti. Benedire le aule di una scuola pubblica non ha più niente a che fare con una tradizione religiosa e culturale, poiché quel gesto prefigura un rito, una simbologia che prepotentemente bagna, cioè segna, persone e luoghi che loro malgrado subiscono attraverso la benedizione una vera e propria funzione sacra, addirittura un surrogato del battesimo. Che dei parroci e dei genitori, come è pur avvenuto in questi giorni, rivendichino il diritto di benedire le scuole pubbliche mi sembra, appunto,  un atto di mera prepotenza, espressione di una volontà  di propaganda religiosa da cui le scuole dovrebbero rimanere immuni. 
Naturalmente gli  organi periferici del ministero sono stati  del tutto assenti di fronte a quanto è accaduto e hanno lasciato soli quei dirigenti scolastici che hanno avuto la dignità e la forza di tutelare la legalità.

Andrea Ragazzini
MA LE TRADIZIONI NON SI IMPONGONO 

Quando si discuteva di abolizione o meno del Concordato la questione era di principio: può lo Stato laico e repubblicano privilegiare da molti punti di vista la religione cattolica e addirittura imporre i suoi simboli negli edifici pubblici? Poi quando sempre più numerosi bambini musulmani hanno cominciato a popolare le scuole italiane e alcuni di loro, pare, si sono presi paura per quel tale inchiodato sulla croce, spingendo i loro genitori a reclamarne la rimozione, la questione si è spostata insensibilmente sul piano della difesa delle radici o della tradizione, secondo me creando, volutamente o meno, non poca confusione. Le tradizioni infatti, dagli illuministi in poi, non si impongono, o non si dovrebbero imporre, per legge, salvo ad esempio negli stati islamici dove cristiani ed ebrei hanno ben altro di che spaventarsi che un simbolo appeso alla parete.
Personalmente sono d'accordo che la tradizione del presepe non sia da ritenere un pericolo per la laicità della scuola pubblica, a patto che non ci sia un contorno di catechesi e preghierine, ma che sia presentato in modo diciamo così oggettivo, come il ricordo di un fatto ancora importante per molti cittadini italiani e che ha avuto un certo peso nella storia del mondo. Quanto all'albero di Natale, si tratta di una tradizione che non ha le sue radici nel Cristianesimo. D'accordissimo anche sul no alle benedizioni e sul fatto che si tratta di un'esplicita pratica religiosa che coinvolge volenti o nolenti tutti gli alunni e dunque è certamente non rispettosa dei diversi orientamenti delle famiglie.A me pare innegabile però che per chi  professa un'altra religione o non è credente anche il Crocifisso imposto per legge sulle  pareti di un'aula può con la sua forza simbolica risultare profondamente invasivo di una sfera, quella delle convinzioni personali, che la Costituzione esplicitamente tutela (Art.3), quali che esse siano. 

Giorgio Ragazzini
LA QUESTIONE MALPOSTA DEL CROCIFISSO DI STATO 

La questione del crocifisso-sì-o-no sembrerebbe molto semplice da risolvere. Lo Stato deve essere neutrale rispetto alle ideologie e alle religioni. Questa condizione si definisce come “laicità dello Stato” e costituisce una garanzia sia della sua indipendenza rispetto alle Chiese, sia della loro libertà e di quella dei singoli cittadini, compresi i numerosi non credenti. 
Ovviamente neutrale non è la stessa cosa di neutro: lo Stato ha anzi una sua carta di identità ideale e organizzativa, che è la Costituzione. Per il resto, ogni cittadino deve potersi sentire al cento per cento a casa propria quando entra in un tribunale, in un ospedale, in una scuola.
In teoria dovrebbe essere superfluo sottolineare che togliere il crocifisso dai luoghi pubblici non ha nulla a che fare con l’enorme importanza storico-culturale del cristianesimo. Eppure è proprio lo scivolamento su questo terreno improprio da quello delle questioni di principio a caratterizzare le prese di posizione di chi difende i crocifissi in nome della tradizione, a cominciare dalla citatissima Natalia Ginsburg, in questi giorni rievocata con vivo apprezzamento dal governatore Enrico Rossi. In poche parole, togliere il crocifisso da scuole e tribunali equivarrebbe a rinnegare o svilire la nostra storia e le sue radici cristiane.
La tesi ha del paradossale. Viviamo in una terra in cui sono state costruite decine di migliaia di chiese e di conventi. La gran parte del nostro immenso patrimonio artistico è di soggetto religioso. Nonostante la secolarizzazione, le leggi, i costumi, i modi di pensare sono profondamente intrisi di valori cristiani. La maggior parte degli italiani si dichiara ancora credente, si sposa in chiesa, battezza i figli, gli fa fare cresima e comunione. La storia, la filosofia, la letteratura che studiamo a scuola non sono in buona parte neppure pensabili senza la presenza della Chiesa, dei movimenti religiosi e della fede cristiana diffusa ovunque. Per di più abbiamo in casa il papa, ai cui discorsi e viaggi i mezzi di comunicazione danno quotidianamente o quasi il massimo rilievo. E con tutto questo temiamo che la continuità del nostro patrimonio culturale dipenda dalla presenza del crocifisso sui muri dei locali pubblici? Suvvia. 

Sergio Casprini
IL PASSO CHE  LA CHIESA NON HA ANCORA FATTO 

A Firenze il 20 settembre ogni anno le associazioni ed i partiti di ispirazione laica e radicale si ritrovano a commemorare in Piazza dell’Unità la Breccia di Porta Pia, con discorsi e la deposizione di una corona d’alloro sul basamento dell’obelisco eretto in memoria delle battaglie risorgimentali per l’Indipendenza e l’Unità dell’Italia.
E ogni volta risuonano accenti anticlericali come se fossimo ancora ai tempi del sillabo e di Pio IX, quando da tempo la Chiesa di Roma ufficialmente riconosce i principi  democratici e repubblicani dello Stato Italiano e della sua Carta Costituzionale, senza alcun rimpianto per il passato potere temporale. D’altronde lo stesso Stato repubblicano, recependo in Costituzione i patti Lateranensi, al di là del giudizio storico e politico che se ne può dare, ha voluto riconoscere i valore e le radici del cristianesimo prima e del cattolicesimo poi come fattori costitutivi della storia del nostro Paese. Quindi sarebbe auspicabile che le prossime celebrazioni del 20 settembre vedessero assieme laici e cattolici in una condivisione della memoria storica che ha visto la nascita della nazione italiana.
Se dunque appare decisamente anacronistico insistere oggi su polemiche di sapore ottocentesco, non si può però non essere preoccupati per la presenza ancora pervasiva della Chiesa cattolica nella società civile, come se per essa la distinzione tra sfera religiosa e profana valesse solo nell’ambito politico e non nella dimensione sociale, investita anch’essa ormai da molto tempo dai processi di secolarizzazione.
In questo senso, la discussione e le polemiche sulla presenza dei crocifissi nelle scuole italiane e sulle benedizioni pasquali nelle aule scolastiche non sono in questo caso una riedizione delle battaglie massoniche e laiciste di due secoli fa, sono invece la riaffermazione di principi di libertà e di tolleranza per tutti, credenti o no, e pertanto il programma cavouriano Libera Chiesa in Libero Stato mantiene intatta ancora oggi la sua validità.