giovedì 31 gennaio 2019

Una proposta per rendere la scuola più efficace, più equa e più credibile: SCUOLE SUPERIORI NON PIÙ BASATE SULLE CLASSI MA SU CORSI DISCIPLINARI Non si dovrà ripetere l’anno, ma solo le materie insufficienti

Attualmente la scuola italiana, come nella maggioranza dei paesi europei, è interamente basata sul succedersi delle classi, a cui si viene ammessi avendo almeno la sufficienza in tutte le materie. È un’organizzazione nel complesso adeguata per il primo ciclo. Nelle superiori, però, la ripetenza viene sempre più sentita come un sistema che non garantisce la serietà degli studi e di conseguenza una buona preparazione degli studenti. Infatti, se a fine anno vengono “abbonate” più materie (come spesso succede) per evitare la bocciatura, percepita da molti docenti come un provvedimento draconiano, lo studente si porta dietro lacune non colmate. Se invece lo studente non viene promosso, avrà la possibilità di colmare quelle lacune, però al prezzo di ripetere anche le materie in cui aveva avuto risultati positivi, con il concreto rischio che prevalgano sfiducia e demotivazione.
Proponiamo quindi per le scuole superiori una nuova organizzazione basata su corsi disciplinari anziché sulla successione delle classi, intese come livelli da superare. Come accade nelle scuole superiori finlandesi, non si passerebbe più dalla prima classe alla seconda e così via, ma dal primo al secondo corso di italiano, dal primo al secondo di matematica e via dicendo. Si potrà quindi bocciare solo nelle materie insufficienti e ripetere soltanto quelle, continuando però a frequentare gli altri corsi con lo stesso gruppo classe, che rimane un riferimento importante per gli adolescenti. Al termine di ogni corso, un esame accerta la preparazione del candidato. Se l’allievo non lo supera, si potrà consentire di sostenerlo nuovamente dopo qualche tempo, come succede nella scuola finlandese; in caso di ulteriore insuccesso, dovrà seguire di nuovo il corso.
Non entriamo volutamente in questa sede in questioni pur importanti come la durata dei corsi, la possibilità che alcuni siano opzionali, la presenza di figure di “tutor” che seguano l’andamento complessivo dei ragazzi e così via. Si tratta naturalmente di un cambiamento che richiede una preparazione approfondita, anche mediante una fase di sperimentazione in un certo numero di istituti. Siamo però convinti che questa scelta, con cui verrebbe superato l’annoso dibattito bocciatura sì / bocciatura no, avrebbe numerose conseguenze positive: sarebbe certamente un modo molto efficace di combattere l’abbandono scolastico, la verifica degli apprendimenti acquisterebbe maggiore credibilità e si darebbero agli studenti più autonomia e responsabilità nel proprio percorso scolastico. 

Chiediamo al mondo della scuola e a tutte le persone interessate alla formazione delle nuove generazioni di esprimere su questa proposta il proprio parere (favorevole, contrario o problematico). I contributi – possibilmente sintetici – si possono inviare all’indirizzo gruppodifirenze@libero.it. saranno pubblicati sul nostro blog e sulla nostra pagina facebook. Grazie.

giovedì 24 gennaio 2019

NO, CARI INCAPPUCCIATI LA SCUOLA NON È VOSTRA


Nella notte di martedì una quindicina di studenti ha occupato (di nuovo) l’istituto Matteotti di Pisa e un video mostra due ragazzi incappucciati, uno dei quali ripete con fredda consapevolezza che «ora basta coi presidi che si comportano come poliziotti e minacciano denunce».
Questo sembra rappresentare un salto di qualità rispetto alle altre, annose e spesso anch’esse violente occupazioni. Stavolta non solo si ripete con assoluta convinzione che la scuola «è nostra», ma si invitano i compagni a unirsi all’occupazione di una scuola prima già devastata. Di fronte a questo il preside ha annunciato che presenterà quanto prima la sua denuncia, come la legge gli impone di fare; ne è appunto seguita la minaccia sfrontata degli incappucciati, per cui è arrivato il tempo di fare a meno di presidi «poliziotti». Come se i poliziotti rappresentassero, anziché la sicurezza della collettività e dei più deboli in particolare, la violenza bruta al servizio di chissà quale regime e di chissà quale progetto eversivo.
Quanto sta accadendo all’istituto alberghiero Matteotti di Pisa non è da sottovalutare e sembra richiamare stagioni che credevamo finalmente morte e sepolte. La rivendicazione orgogliosa di un teppismo interpretato e vissuto come legittima azione di protesta, le minacce ostentate al dirigente scolastico e la assoluta convinzione che la scuola è loro e pertanto soggetta alla loro volontà, ci lascia purtroppo solo in parte sbigottiti. Prima o poi doveva accadere, visto che da decenni le occupazioni e perfino le devastazioni delle scuole erano vissute, anche da parte di certi «esperti» di educazione come una sorta di rito annuale a cui sottostare. Alla fine, infatti, nessuno o quasi dei giovani «impegnati» nelle occupazioni rischiava qualcosa, tanto è diffusa la convinzione che il rispetto delle regole dentro e fuori il mondo scolastico abbia a che fare con la «repressione». Invece, se c’è un luogo della società, in cui non può venir meno il rispetto della convivenza civile questo è proprio il contesto scolastico. Perché la scuola, cari anonimi incappucciati studenti del Matteotti di Pisa, non è vostra, come non lo è dei docenti e neppure del preside. La scuola è solo e soltanto delle regole che la amministrano e che indicano a tutti quanti coloro che la vivono i compiti che ciascuno è tenuto ad assolvere. E non a caso ogni scuola è obbligata a dotarsi di un regolamento e a mettere bene in risalto le leggi che la amministrano e la regolano. Negli anni passati da preside amavo ogni tanto ricordare ai docenti e ai ragazzi che la scuola appartiene alla collettività, che si serve di lei per far crescere i giovani. Fare finta di nulla rispetto ai loro errori significa aiutarli a sedimentare il loro egoismo, il loro narcisismo adolescenziale, che deve invece trovare la fermezza dell’adulto se si vuole evitare di incontrare di nuovo un passato che non può essere rimpianto. E quel filmato e quelle parole, insieme ad altri narcisismi e ad altri egoismi di cui danno prova anche tanti adulti, un po’ di paura ce la mettono addosso.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino” del 23 gennaio 2019

venerdì 4 gennaio 2019

QUEI COMPITI CHE SERVONO


Chissà come si è poi risolta per gli studenti italiani la controversa questione dei compiti per le vacanze e come quindi stanno impiegando le due settimane fra Natale e l’Epifania.
Quanti avranno avuto la fortuna (o la sfortuna?) di non averne affatto, o pochi, secondo le indicazioni del ministro dell’Istruzione Marco Bussetti? Difficile che ce lo rivelino i sondaggisti Nicola Piepoli o Nando Pagnoncelli, costretti come sono a indagare a tempo pieno sui consensi per i vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Del resto nel Paese del Pressappoco, che è purtroppo il nostro, a troppe questioni si dà una risposta senza studiarle: i compiti sono troppi, punto. Ma le pur pacate raccomandazioni del Ministro sicuramente un effetto lo hanno avuto: quello di contribuire a squalificare ulteriormente i docenti, evidentemente incapaci, secondo lui, di stabilire se dare, ed eventualmente in quale misura, i compiti per le vacanze. D’altro canto, non si può a ogni piè sospinto proclamare l’importanza della scuola per poi metterla in coda a ogni altra esigenza, pur assicurando, questa scuola, ben 15 o 16 giorni di riposo. Certo, per fare i compiti i ragazzi dovranno abbandonare ogni tanto le loro navigazioni su internet o interrompere le frenetiche comunicazioni con gli amici, spesso anche nelle ore notturne. E chissà se, come teme il ministro, molti dovranno rinunciare alle loro libere letture o alla visita a qualche agognato museo. Ciò non toglie che lo studio individuale sia utile e che lo sia soprattutto per quei bambini e ragazzi le cui famiglie non sono in grado, per il loro retroterra culturale ed economico, di fornire ai figli quei prerequisiti e quelle motivazioni che sappiamo essere determinanti ai fini del successo scolastico. Anche se i detrattori dei compiti a casa evitano di farne parola, lo studio individuale è fondamentale, anche perché è attraverso questo che si costruisce quel metodo personale di lavoro davvero indispensabile per poter proseguire con successo gli studi, anche ai livelli superiori. Se questi ancora oggi sono negati a troppi giovani, ciò accade soprattutto perché molti partono appunto da situazioni di svantaggio sociale e culturale tali che una scuola che poco pretende non può far assolutamente recuperare. Non ce ne voglia il ministro e non ce ne vogliano i detrattori (pochi, come è dimostrato) dei compiti a casa. Ma alle sue e alle loro raccomandazioni preferiamo quelle di Italo Calvino che, poco tempo prima di morire, ci ricordò quanto fosse indispensabile «...imparare delle poesie a memoria, molte poesie a memoria; da bambini, da giovani, anche da vecchi. Le poesie fanno compagnia, uno se le ripete mentalmente; e poi lo sviluppo della memoria è molto importante». E aggiungeva che bisogna «puntare solo sulle cose difficili, eseguite alla perfezione, le cose che richiedono sforzo; diffidare della facilità, della faciloneria, del fare tanto per fare. E combattere l’astrattezza del linguaggio che ci viene imposta ormai da tutte le parti. Puntare sulla precisione, tanto nel linguaggio quanto nelle cose che si fanno». E pensare che Calvino, quando scrisse queste raccomandazioni, ignorava il dominio dei social e della rete, la cui pericolosità in ambito educativo e relazionale (dipendenza, deprivazione sensoriale, isolamento, destrutturazione linguistica) è attestata ormai da moltissimi studi. Ma l’importante, a quanto sembra, è risparmiare agli studenti i compiti per le vacanze...
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 3 gennaio 2019