domenica 29 marzo 2020

QUESTA ESTATE SCUOLE APERTE


È più che legittima la prudenza della ministra Azzolina sul futuro di questo disgraziato anno scolastico. E fa bene a raccomandare ai docenti di non rassegnarsi a un generalizzato «6 politico» e a insistere più volte che l’esame deve essere «serio» (aggettivo mai usato da un inquilino di viale Trastevere); anche perché la scuola per circa 5 mesi è rimasta aperta e molti docenti, malgrado le vergognose proteste dei sindacati, hanno sperimentato la didattica a distanza, con tutti i suoi ovvi limiti, tra cui quello di rendere problematica una valutazione affidabile; e speriamo che si faccia di tutto per salvaguardare il merito. Qualora i ragazzi rientrassero nelle aule entro aprile, qualcosa si potrebbe recuperare e senz’altro sarebbe possibile valutarli a giugno con maggiore consapevolezza. Ma se le aule resteranno chiuse per riaprirsi solo per l’esame di Stato (in versione probabilmente ridotta) per i nostri ragazzi si potrebbero aprire altre possibilità. Se è fondamentale licenziare gli studenti di quinta quanto prima, anche per permettere loro di frequentare le settimane estive di orientamento universitario o di iniziare, speriamo, ad avviarsi al mondo del lavoro; più opportunità ci sarebbero per gli studenti delle altre classi e degli altri cicli. Le scuole potrebbero infatti utilizzare parte dell’estate per consolidare la preparazione penalizzata in questi mesi. L’anno scolastico termina il 31 di agosto; e non a caso in molte scuole gli esami di riparazione si svolgono da anni proprio nell’ultima settimana di quel mese. Se ne deduce che, salvo i docenti impegnati negli esami (una netta minoranza), tutti gli altri hanno a disposizione intere settimane che potrebbero/dovrebbero dedicare a riordinare con i loro ragazzi le idee e gli argomenti, aiutandoli così a recuperare ciò che hanno perduto a causa della pandemia. E si potrebbero ugualmente confermare gli esami di riparazione, magari spostandoli alla prima settimana di settembre, per meglio organizzare i corsi di recupero estivi e per salvaguardare anche così l’anno scolastico. D’altra parte, se solitamente le settimane estive che vanno oltre le ferie servono alla maggior parte dei docenti per aggiornarsi e prepararsi al nuovo anno scolastico, quest’anno, questo drammatico anno, ha purtroppo concesso loro a questo scopo un ampio tempo supplementare; e saranno così in grado di affrontare i prossimi, complessi impegni con doverosa e meritoria responsabilità.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 28 marzo 2020)

sabato 21 marzo 2020

ALTRO CHE SEI POLITICO, PER RECUPERARE C'È TUTTA L'ESTATE


(“Corriere Fiorentino”, 21 marzo 2020)
Come c’era da aspettarsi, le normali attività scolastiche continuano a essere sospese fino a data da destinarsi, con il rischio neppure troppo remoto che lo siano sino alla fine dell’anno scolastico.
Nel frattempo molte scuole, non senza fatica e grazie al grandissimo impegno di dirigenti e di molti insegnanti, si sono organizzate per garantire ai loro studenti un rapporto educativo e didattico che permetta di non regalare del tutto al virus settimane e mesi importantissimi per la loro formazione. E sono stati tanti i docenti che, pur non avendo dimestichezza con il computer e con internet, si sono tuttavia impegnati per imparare rapidamente a mettersi in contatto con i propri allievi confinati in casa e continuare così a distanza le lezioni drammaticamente interrotte. In molti casi la loro formazione è avvenuta grazie alle iniziative dei presidi e alla piena disponibilità di loro colleghi più esperti che, anche tramite Whatsapp, hanno saputo trasmettere le loro competenze con grande efficacia, trascinandosi dietro i meno esperti e i più timorosi. È accaduto così che i docenti (a parte, a quanto pare, un’esigua minoranza di refrattari) non si siano affatto sentiti in vacanza per la chiusura delle aule; chiusura che, a dire il vero, è avvenuta senza che il Ministero fino a pochi giorni fa provvedesse a dare indicazioni precise e cogenti sugli inediti compiti di una scuola sospesa.
Finalmente mercoledì scorso è arrivata una nota del Ministero (rifiutata però da tutti i sindacati scuola, che sembrano ignorare l’eccezionalità della situazione), firmata dal nuovo Capo del Dipartimento istruzione e formazione Marco Bruschi e scritta tra l’altro con una chiarezza inconsueta nei documenti ministeriali, in genere irti di riferimenti normativi e di non sempre involontarie ambiguità. Il testo ha lo scopo di fornire a docenti e dirigenti precise indicazioni relative alla didattica a distanza, anche per quanto concerne la valutazione, senza tuttavia fare riferimento a quella finale, forse auspicando che possa avvenire in un contesto tornato finalmente alla normalità. Nei giorni scorsi Lucia Azzolina ha messo le mani avanti dichiarandosi contraria al «6 politico», soluzione che evidentemente non manca di sostenitori all’interno del ministero. Pur con il realismo che oggettivamente la situazione impone riguardo a programmi svolti e a obbiettivi didattici raggiungibili, è invece necessario che la valutazione di fine anno sia ugualmente una cosa seria. Il che è prima di tutto nell’interesse degli studenti, sia di quelli meritevoli che di quelli che di tutto hanno bisogno fuorché di veder abbassare, come suol dirsi, l’asticella. A tale proposito occorre ricordare che l’anno scolastico si chiude definitivamente il 31 di agosto, che c’è quindi anche un’estate da utilizzare, almeno in parte, innanzitutto per eventuali corsi di recupero e che alle spalle la scuola si lascia cinque mesi di lavoro tra i banchi di cui si deve assolutamente tenere conto. In un contesto in cui a tutti si chiede responsabilità è doveroso ricordare ai giovani che le situazioni difficili non possono essere utilizzate per fornirci degli alibi, come peraltro sembra accadere ai tanti che in questi giorni, eludendo le regole con vari pretesti, mettono a rischio la vita degli altri.

Valerio Vagnoli

lunedì 2 marzo 2020

UN SONDAGGIO: DOCENTI E STUDENTI APPROVANO LA PROPOSTA DI SCUOLE SUPERIORI BASATA SU CORSI DISCIPLINARI


(“ilSussidiario.net”, 1° marzo 2020)
In un intervento di un anno fa sul “Sussidiario” presentai una proposta del Gruppo di Firenze: una nuova organizzazione delle scuole superiori non più basata sulla tradizionale successione della classi, ma su corsi delle singole materie (di durata da stabilire), seguiti da un esame; una struttura che ricorda quindi quella universitaria. Non si tratta cioè di abolire la bocciatura, come ogni tanto si torna a proporre (il che equivale  a nascondere un sintomo invece di curare la malattia), ma di trasferire questa possibilità sui corsi, in modo da evitare di ripetere l’anno, cioè anche le materie in cui si è raggiunta almeno la sufficienza. Che questo sia spesso motivo di demotivazione  e di scoraggiamento per i ripetenti è indubbio; come è indubbio che l’alternativa, cioè la promozione che occulta gravi carenze nella preparazione, costituisce in realtà un danno per lo studente stesso e un incentivo a contare anche per il futuro su analoghi condoni. E non dimentichiamo che la collettività – letteralmente sparita come portatrice di interesse dal dibattito sulla scuola – in teoria le affida il compito di preparare in modo adeguato i futuri cittadini nei ruoli che sceglieranno di svolgere (“Si costruiscono cittadini specializzati al servizio degli altri. Si vogliono sicuri”, si legge nella Lettera a una professoressa, per spiegare che nelle scuole superiori si deve poter bocciare).
Sulla nostra proposta abbiamo sollecitato l'opinione di un certo numero di insegnanti e di studenti di quarta e quinta superiore. Agli uni e agli altri abbiamo fornito un sintetico testo esplicativo e chiesto di rispondere alla domanda: “Sei favorevole all’idea di fondo della proposta di riforma delle superiori qui sopra illustrata?”. Le risposte possibili erano quattro: Molto favorevole, Abbastanza favorevole, Contrario, Non so.
Abbiamo spiegato che questa possibile nuova organizzazione va certamente approfondita sotto molti aspetti e sottoposta a un periodo di sperimentazione in un certo numero di istituti; e che però in questa fase ci interessava avere l’opinione degli insegnanti e degli studenti sul principio generale su cui si basa. 
Agli studenti di nove quarte e nove quinte dei tre istituti superiori interessati il questionario è stato da noi proposto in classe, premettendo una breve presentazione e rispondendo ad alcune richieste di chiarimento. Sull'idea di fondo gli studenti si sono dichiarati molto abbastanza favorevoli in una percentuale superiore all'87% (tabella 1).
Tab. 1- I RISULTATI DEL SONDAGGIO TRA GLI STUDENTI  DI TRE ISTITUTI FIORENTINI
(Istituto  Alberghiero Saffi, Istituto Professionale Cellini-Tornabuoni, Istituto Tecnico Agrario)
Classi
n° studenti
Molto favorevole
Abbastanza favorevole
Contrario
Non so
9 Quarte, 9 Quinte
267
50,9 %
36,3%
8,82 %
11,76 %

Per quanto riguarda gli insegnanti (tabella 2), in due istituti (l'Istituto Alberghiero Saffi e il Liceo Scientifico Enriquez Agnoletti) hanno risposto al questionario su una piattaforma on-line, mentre nell'Istituto Tecnico Cellini hanno compilato delle schede cartacee che abbiamo lasciato nella sala insegnanti. Nell'insieme le risposte dei molto abbastanza favorevoli si sono qui attestate sopra il 75%.
Tab. 2 - RISULTATI DEL SONDAGGIO TRA I DOCENTI DI TRE ISTITUTI FIORENTINI
(Istituto Alberghiero Saffi, Istituto Professionale Cellini-Tornabuoni, Liceo Scientifico Enriquez Agnoletti)

Molto favorevole
Abbastanza favorevole
Contrario
Non so
Risposte  docenti
148
45,36 %
30,03 %
16,56 %
8,03 %


Abbiamo infine proposto il sondaggio ai destinatari della nostra Newsletter (tabella 3), in questo caso chiedendo ai votanti di specificare la loro professione (insegnante, dirigente, altro[1]). La percentuale complessiva di molto abbastanza favorevoli è nei tre gruppi molto simile, oscillando tra l'86,5 % di chi non lavora nella scuola e l'88,2 % dei dirigenti. Fra questi ultimi si nota una percentuale particolarmente alta di molto favorevoli.
Tab. 3 - RISULTATI DEL SONDAGGIO TRA GLI ISCRITTI ALLA NEWSLETTER 
DEL GRUPPO DI FIRENZE  (194 risposte)

Molto favorevole
Abbastanza favorevole
Contrario
Non so
Insegnanti
63,2 %
24 %
12 %
0,8 %
Dirigenti
82,3 %
5,9 %
11,8 %
0
Altre occupazioni
53,8 %
32,7 %
13,4 %
0

Totale  %
62,4 %
24,7 %
12,4 %
0,51 %

Anche se ottenuti sulla base di campioni abbastanza ridotti, i risultanti sono incoraggianti, in quanto indicano una disponibilità di massima del mondo della scuola a orientarsi nella direzione proposta. Si spera che servano anche a incoraggiare governo e parlamento a prenderla in seria considerazione.
Giorgio Ragazzini



[1] In buona parte sono docenti universitari.



giovedì 20 febbraio 2020

ISCRIZIONI E ORARI: UNA RIFLESSIONE


Saranno 32.110 i ragazzi toscani che nel prossimo anno scolastico cominceranno a frequentare le scuole superiori secondo i dati dell’Ufficio scolastico regionale. Non c’è molto di nuovo rispetto al passato. Si spera solo che i prossimi rilevamenti sugli insuccessi e sui «pentimenti» indichino che qualcosa in merito all’orientamento nella scuola media cominci a funzionare. Fra i licei continua a primeggiare quello Scientifico, scelto da quasi 45 su 100. Guadagna quasi un punto il liceo delle Scienze Umane, ne perde circa due quello Linguistico. Il liceo Artistico sfiora l’11%. Generalmente buona e costante la tenuta dei tecnici, in particolare nell’indirizzo «Amministrazione, finanza e marketing» mentre, salvo per i soliti Alberghieri, calano i professionali. I quali, tuttavia, hanno da pochi anni un «concorrente» assai interessante nei percorsi triennali di formazione professionale a cui ci si può iscrivere fin dal primo anno della scuola superiore e che ora sono gestiti finalmente, oltre che dagli istituti professionali statali, anche dalle agenzie formative accreditate dalla Regione. Tutto ciò è anche il frutto di un percorso decennale di revisione degli orientamenti della Regione Toscana, che in precedenza aveva considerato la formazione professionale un canale ghettizzante da riservare come extrema ratio ai ragazzi particolarmente demotivati e solo dopo ripetute bocciature o abbandono scolastico. Non è un caso che a questo risultato finale si sia arrivati con l’assessore Cristina Grieco: nel 2010 fu infatti tra gli 85 presidi firmatari della lettera-appello promossa dal Gruppo di Firenze che chiedeva alla Regione di permettere l’assolvimento dell’obbligo scolastico anche nei percorsi di formazione professionale. Una coerenza che deriva dalla consapevolezza di quanto sia fondamentale recuperare il valore educativo della formazione professionale a vantaggio di ragazzi del tutto simili ai loro compagni iscritti in altri percorsi, ma destinati a sentirsi prigionieri di una scuola non in grado di valorizzare i talenti legati alla concretezza e al desiderio di entrare quanto prima nel mondo del lavoro. Cosa che non è e non deve essere motivo di vergogna. A vergognarsi dovrebbero casomai essere quelli che con le loro fermezze «pedagogiche» hanno purtroppo contribuito a raggiungere percentuali enormi di insuccesso, di abbandono della scuola e di Neet: non a caso questi ultimi in Toscana da qualche anno in confortante calo.
Infine, una riflessione sulla scelta di molti istituti tecnici, professionali e perfino degli indirizzi liceali che hanno molte ore, di comprimere in cinque giorni le lezioni in modo che, anche se non sempre lo si dice chiaramente, studenti, docenti e il personale non insegnante abbiano il sabato libero. Purtroppo gli orari di certe scuole sono pesantissimi, mentre le ripetute richieste di diminuire il numero delle ore e delle materie sono per ora cadute nel vuoto. Ciò comporta per i ragazzi rimanere a scuola anche per sette-otto ore: un tempo a cui si aggiunge quello del viaggio di andata e di ritorno per i molti che abitano in provincia.
I pedagogisti seri, quelli che sanno quali siano i tempi appropriati a un reale apprendimento, dovrebbero pur dire qualcosa su questa trasformazione degli studenti in polli da imbeccare.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 20 febbraio 2020

sabato 1 febbraio 2020

MAGLIE PIÙ STRETTE PER ENTRARE NELLA SCUOLA


Un’aula scolastica non può diventare una piazzetta di mercato dove, incontrandosi casualmente, le persone si possono lasciare andare alle affermazioni più qualunquiste e grossolane. Invece sembra che sia accaduto proprio questo in una seconda media della scuola Mazzanti di Firenze. A quell’età i ragazzi sono pronti a darsi completamente a insegnanti appassionati e preparati, ma spesso sono anche capaci di iniziare a prendere le distanze rispetto a chi venisse meno agli aspetti più elementari della propria deontologia professionale. E se è abbastanza facile protestare se un docente li offende o arriva a prendere qualcuno a schiaffi, più difficile, molto più difficile è che lo facciano se un insegnante esprime beceri giudizi personali su personalità, come la senatrice Liliana Segre, che vivono per ricordare e testimoniare ai giovani le atrocità dell’antisemitismo nazista e fascista. Non si sa con certezza se la docente abbia inneggiato o meno al duce, ma sarebbe sufficiente il livore gratuito trasmesso agli studenti verso una donna così degna di rispetto per chiedersi se una persona del genere sia consapevole delle responsabilità che il suo ruolo le richiede. E bravi invece i ragazzi che, malgrado la raccomandazione della professoressa, molto vicina alla minaccia, di non andare a riferire le sue parole ai genitori — «Non andate a casa a dire ai vostri genitori che sono nazista e antisemita» — lo hanno invece giustamente fatto; e altrettanto giustamente è scoppiato lo scandalo. Segno evidente che ancora resiste nelle nostre famiglie e perfino nei ragazzini la capacità di indignarsi. Merito anche di tanti insegnanti i quali, al contrario della docente in questione, hanno trasmesso ai loro allievi la capacità di distinguere ciò che è giusto da simili livorose idiozie, che restano tali anche se dette da persone che agli occhi dei loro allievi ricoprono o dovrebbero ricoprire un ruolo importantissimo. È un segno che per fortuna gli anticorpi contro il razzismo sono diffusi. Si spera che i responsabili dell’istruzione comincino finalmente a prendere atto che in nessun modo persone del genere dovrebbero entrare dentro un’aula scolastica. Anche una supplente, e non è detto che la docente in questione lo sia, dovrebbe darci garanzie assolute sulla sua preparazione e sulla sua capacità di trasmettere con onestà ed equilibrio ciò che nella vita dei popoli e delle persone è giusto o riprovevole.
Si restringano quindi finalmente le maglie spesso larghissime con cui si reclutano i docenti e si eviti che vi possa passare qualcuno che non conosce neanche i fondamentali di quello che esige il proprio ruolo.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 1° febbraio 2020

domenica 26 gennaio 2020

ORAZIO, IL NONNO «GIUSTO»

I destini diversi dei fratelli Lovari: il primo nascose due ebrei, Angiolo dovette fuggire in Francia
Che i fratelli Orazio e Angiolo Lovari fossero socialisti era noto allora in tutta la zona di Poppi. Angiolino, il minore, coltivava una vigna e andava a opra: abitava a Lierna, un piccolo paese che si dice essere stato assai generoso di fascisti. Orazio invece era contadino nel grande podere di Pruneto poco distante da Lierna: uno dei tanti poderi della fattoria di Bucena, gestita allora da una famiglia di Bibbiena.
Orazio poteva permettersi un podere importante perché, oltre ad essere un gran lavoratore, aveva tre figli e due figlie a garantire al padrone che i campi avrebbero avuto, in un futuro vicino, altre buone braccia a disposizione. L’ultima figlia, sebbene fosse la quarta, si chiamava Settimia: Orazio la volle chiamare così in quanto nata poche ore dopo che i fascisti di Lierna e di Poppi, durante la notte tra il 1 e 2 giugno del ‘23 avevano ucciso, massacrandolo di bastonate e finendolo con un colpo di pistola davanti ai figli e alla moglie, un suo amico, Settimio Moneti, un contadino socialista e «colpevole» inoltre del fatto che i suoi due fratelli il giorno precedente si erano ben difesi dall’assalto di una banda di camicie nere a Lierna durante la festa del Corpus Domini.
Orazio e Angiolino saranno invece assaliti a Poppi da un gruppo di fascisti locali durante la festa di Santorello, anche allora la più grande di tutto il Casentino, del 4 maggio 1924. Ma grazie alla loro corporatura riuscirono a darle piuttosto che a prenderle. Sapevano tuttavia che non sarebbe finita con quello scontro e che nelle notti seguenti sarebbe potuto accadere qualcosa di molto più grave.
Perciò Orazio fin da quella sera pensò di passare, come altre volte, le notti su una grande quercia vicina a casa e con il fucile a portata di mano.
Angiolo, invece, forse sentendosi protetto dal vivere dentro un borgo fitto di case, rimase dentro la sua che, la notte stessa, fu invasa da una squadraccia che lo riempì di legnate e di olio di ricino. Aspettarono infine che quest’ultimo facesse effetto per obbligarlo con forza poi a svuotare dentro il paiolo l’anima e il corpo davanti a sua moglie e ai suoi due bambini. Vale la pena di ricordare, anche per capire la profondità dell’umiliazione, che a quei tempi il paiolo nella tradizione rurale aveva una sua sacralità; era il simbolo stesso, insieme al camino, dell’identità e dell’autorità famigliare. Angiolo, dopo pochi giorni lascerà Lierna per andare in Francia, dichiarando che in Italia non avrebbe mai più messo piede, neanche da morto, e che appena trovata una sistemazione avrebbe scritto alla famiglia perché lo raggiungesse. Che infatti, non appena assunto in miniera, lo raggiunse; e lui, come promesso, non posò mai più il suo piede sul suolo italiano.
Orazio, dopo la definitiva presa del potere da parte del fascismo, smise naturalmente di fare politica attiva. Continuò a coltivare la terra in Pruneto educando le figlie e i figli all’onestà e a dare sempre un aiuto a chi ne avesse bisogno e, soprattutto, a chi fosse stato più sfortunato di loro. Ebbe il rispetto di tutti e non piegò mai la testa di fronte alle ripetute provocazioni, negli anni, dei fascisti del luogo. Si saprà solo alla fine della guerra che su richiesta del padrone della fattoria, lui e la sua famiglia nell’inverno del ‘43-44 avevano nascosto per mesi, due anziani ebrei fiorentini che avevano un figlio partigiano sul Pratomagno, al quale Abramo, il figlio minore di Orazio, portò molte volte i messaggi nascondendoli dentro le scarpe.
Fu in una sera di primavera che la bottegaia di Avena, un paese poco distante, andò trafelata ad avvertire il vecchio Lovari che i fascisti avevano scoperto tutto e che sarebbero arrivati prima di giorno con i tedeschi a rastrellare Pruneto e i boschi vicini. Lo aveva saputo origliando alla porta del retrobottega dove si riunivano di solito i tedeschi e i fascisti locali. Con un trasferimento notturno fatto di paura e di immensa fatica, gli anziani ebrei, con i loro bagagli, furono nascosti presso certi Chiarini alle Capannacce: una colonica e un essiccatoio nel profondo della foresta camaldolese. Per fortuna né durante la notte né al mattino i fascisti e i tedeschi si fecero vivi; e non si sarebbero visti neppure nelle settimane successive, probabilmente perché impegnati in altri rastrellamenti e in stragi, compresa in quei giorni quella terribile di Vallucciole, dove sarà sterminata anche gran parte della famiglia Trapani: quella della sorella di mio padre, Virginia, che in quel massacro perse il marito, il cognato e due figli poco più che ragazzi.
Orazio Lovari era invece il mio nonno materno. E ora che mi avvicino all’età in cui morì, sempre più spesso mi capita di riflettere sulla qualità di una buona parte del genere umano che sembra crescere come se tutto gli fosse dovuto. Anche per questo ho trovato giusto che Orazio, suo fratello Angiolino, le loro religiosissime donne e le loro famiglie non continuassero a sopravvivere soltanto nella mia memoria e in quella degli altri parenti rimasti. Sapere che vissero persone del genere malgrado tutto può aiutarci, come è stato per me, a non disperare degli uomini e a sentirsi senz’altro meno soli.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 26 gennaio 2020

sabato 18 gennaio 2020

CLASSISTA LA SCUOLA DI ROMA? EVITIAMO I POLVERONI


Come purtroppo spesso succede, la polemica sulle parole usate dall’Istituto comprensivo romano di via Trionfale nel presentare i suoi plessi scolastici sconta anche un deficit di corretta informazione da parte di molti media.
A ciascuna scuola viene richiesto che nel Rav (Rapporto di Autovalutazione di Istituto) la presentazione dell’istituto inizi illustrando il contesto sociale (o, come qui, i diversi contesti) in cui opera e che questo documento sia obbligatoriamente pubblicato sul proprio sito web. È una informazione che viene offerta ai genitori, ma anche ai nuovi docenti che, conoscendo le caratteristiche socio-economiche in cui opereranno, saranno più in grado — si spera — di esprimere una didattica consona alla situazione. Ciò non toglie purtroppo che vi siano delle scuole che per rassicurare le famiglie forniscano informazioni inopportune o che usino parole sconvenienti. Ma onestamente non sembra il caso del Trionfale.
 L’Istituto comprensivo Trionfale, frutto di un recente accorpamento di scuole, è composto da quattro plessi situati in due diversi Municipi (i nostri Quartieri). Come lo stesso Rav sottolinea, «l’ampiezza del territorio rende ragione della disomogeneità della tipologia dell’utenza, che appartiene a fasce socio-culturali assai diversificate». Questa premessa (che è stata trascurata) rende più chiaro il carattere diciamo sociologico del testo incriminato, in cui si dice che due sedi «accolgono alunni appartenenti a famiglie di ceto medio-alto», un’altra «accoglie alunni estrazione medio-bassa e conta il maggior numero di alunni con cittadinanza italiana», mentre la quarta «accoglie prevalentemente alunni appartenenti a famiglie dell’alta borghesia assieme ai figli dei lavoratori occupati presso queste famiglie». Ho letto e riletto la descrizione, ma onestamente è difficile condividere le ragioni di chi ha gridato allo scandalo. E c’é da chiedersi se tanti di quelli che hanno trovato il testo «classista», «orribile», «indecoroso» e per non farsi mancare nulla perfino fascista, l’abbiano davvero letto con attenzione.
Certo, forse si poteva aggiungere che la scuola dovrà tenere conto di quella composita estrazione socio-culturale e il senso di quella presentazione sarebbe stato più chiaro. Ma, onestamente, fossi stato un genitore del plesso «situato nel cuore del quartiere popolare di Monte Mario» non mi sarei sentito in nessun modo offeso di fronte a una descrizione corretta del quartiere. Mi sembra comunque che si possa escludere l’obbiettivo di indirizzare le iscrizioni e di favorire una selezione «di classe». Tra parentesi, come si farebbe, in quel caso, a «deportare» i bambini da una scuola vicina a una lontana?
A defraudarmi del diritto di essere a tutti gli effetti un cittadino al pari dei ricchi casomai sarebbe stato il dover iscrivere mio figlio in una scuola e in una sezione che non funzionano e pregiudicano la formazione di intere classi. Una delle tante che vedono ogni anno cambiare i docenti, che non dispongono di aule degne di questo nome e che garantiscono solo a parole, come talvolta accade, un’offerta formativa da sogno, lontanissima dal confermare quanto promette. Una scuola realmente inclusiva non è quella che finge nel descrivere il contesto socio-culturale in cui si trova, ma è quella che garantisce a tutti i suoi studenti e alle loro famiglie il raggiungimento degli stessi obiettivi educativi e culturali.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 19 gennaio 2020

venerdì 3 gennaio 2020

L’EDUCAZIONE FINANZIARIA? MEGLIO UN SALVADANAIO VECCHIO STAMPO (Ovvero: la scuola non può fare tutto)


Gli italiani, è risaputo, sono tra i più parsimoniosi risparmiatori del mondo, tanto che all’enorme debito pubblico fa riscontro uno straordinario tesoro privato, a cui si accompagna una percentuale di famiglie proprietarie della loro casa che non ha eguali nel mondo. E questo malgrado diverse banche ce l’abbiano messa tutta per disincentivare il risparmio privato, facendo evaporare soldi messi da parte con l’onesto lavoro e i sacrifici di intere generazioni.
Il ripetersi di questi drammi è probabilmente il motivo che ha spinto il Parlamento e il Governo a fare qualcosa per rendere più accorti i futuri risparmiatori. Dovranno farsene carico le scuole di ogni ordine e grado: dal prossimo anno ai già tanti argomenti che andranno a comporre la risorgente educazione civica si aggiungerà anche l’educazione finanziaria. 
Alcuni istituti già da tempo si sono cimentati, grazie alla disponibilità di associazioni del settore, con attività mirate a formare i ragazzi in questa prospettiva. Purtroppo i dirigenti scolastici hanno dovuto chiudere nel giro di pochi anni questi percorsi, a causa della noia terribile che spesso avvolgeva le classi di fronte agli esperti del settore. Persone, intendiamoci, preparate nel merito e anche nella trasmissione dei loro saperi, che però si rivolgevano probabilmente al pubblico sbagliato.
Non sarebbe semmai stato più logico farli parlare con le famiglie dei ragazzi? Con gli adulti, infatti, l’informazione su questo tema si può incontrare con un’esigenza attuale e con l’opportunità, per così dire, di tradurla in esperienza pratica. Aveva a che fare con un più vivo interesse diretto la tradizione che i nonni e gli stessi genitori regalassero ai bambini, non appena questi iniziavano a saper “fare di conto”, un salvadanaio in cui via via accumulare un po’ di monete. Questo li abituava a risparmiare e a misurare con attenzione quali fossero le loro priorità una volta aperta la loro piccola cassaforte. Era un avviamento a scegliere gli “investimenti” più soddisfacenti e duraturi.  
Con queste considerazioni siamo entrati nel cuore di un problema non nuovo, ma che il ceto politico, insieme a tutti i funzionari e i consulenti di cui si serve, sembra tranquillamente ignorare. Che è questo: di quante esigenze della società può farsi carico la scuola?
Secondo buon senso solo delle più basilari; secondo molti politici, pedagogisti e rappresentanti di questa o quella categoria, di tutte quelle che una ricerca o qualche episodio mettono via via in primo piano. Aumentano i bambini obesi? Non ci deve pensare il pediatra, ma la scuola con l’educazione alimentare. Il futuro dei giovani è incerto? La scuola coltivi lo spirito di iniziativa e l’imprenditorialità. C’è il dramma della violenza sulle donne? Lo si affronterà con l’educazione alla parità di genere. Per lottare contro mafia, camorra e ’ndrangheta ecco l’educazione alla legalità, che simbolicamente culmina ogni anno con il viaggio da Civitavecchia a Palermo della “Nave della legalità” con a bordo 1500 studenti (spesa dichiarata: 140mila euro). Un elenco certamente incompleto comprende anche l’educazione affettiva, l’educazione alla pace, alla sostenibilità, alla memoria, alla cittadinanza mondiale e a quella digitale (qualsiasi cosa voglia dire), l’educazione al volontariato, alla salute e al benessere, alla tutela delle eccellenze agroalimentari, più una formazione di base in materia di protezione civile e di primo soccorso…
Che dire di questo delirio di onnipotenza che si cerca di inoculare nella scuola? Di certo fa riflettere la radicale svalutazione, in questo cumulo di “educazioni”, della vecchia “buona educazione”, che è poi l’indispensabile base comune di molte di esse. Da decenni la scuola ha cominciato a vergognarsi di esigere un comportamento corretto, a considerare la “disciplina” come un arnese del passato invece che come la cornice irrinunciabile dell’apprendimento, a sconsigliare le sanzioni per incoraggiare il “dialogo” sempre e comunque. Si è arrivati spesso a transigere anche su insulti, violenze, occupazioni, bullismo;  per non parlare di quella micro-maleducazione endemica che fa perdere tempo ed energie agli insegnanti, tra i quali lo stress professionale galoppa indisturbato.
Un secondo tipo di svalutazione riguarda le materie scolastiche, che dovrebbero costituire il compendio del nostro patrimonio culturale da trasmettere alle nuove generazioni. Senza più programmi prescrittivi, si tende a perdere il senso di ciò che è importante e di ciò che è secondario nell’insegnamento. E non essendo l’orario estensibile all’infinito, la conseguenza dell’aggiunta di nuove materie  non può che risolversi in un danno per le discipline fondamentali.
Infine, non si era detto e ripetuto negli scorsi decenni che la scuola non poteva più essere l’unica “agenzia formativa” e che c’erano tanti altri modi e canali di apprendimento? E allora perché sovraccaricarla sconsideratamente di tutte le vere o immaginarie necessità educative?
Giorgio Ragazzini
“ilSussidiario.net”, 3 gennaio 2020