domenica 11 novembre 2018

BAMBINI NEGLI ORGANI COLLEGIALI, UN’IDEA GIÀ BOCCIATA DA HANNAH ARENDT


L’ormai noto ddl presentato al Senato nel settembre scorso da 51 senatori leghisti oltre a proporre l’introduzione dell’insegnamento curricolare di educazione civica e la reintroduzione del voto di condotta (due novità senz’altro positive), estende la partecipazione agli organi collegiali anche agli alunni della scuola media e della quinta primaria, superando la vecchia normativa dei decreti delegati che prevede la presenza nei consigli d’istituto e di classe solo degli allievi delle scuole superiori. Non basta: l’elettorato attivo sarà allargato a tutti gli altri alunni della primaria: fin dalla prima, avete capito bene.
L’intento, chiarisce la relazione introduttiva, sarebbe quello “di creare una partecipazione più ampia possibile degli studenti, fin dai primi anni, alla vita della scuola, intesa come educazione alla democrazia, per comprendere come migliorare la scuola stessa in tutti i suoi aspetti attraverso l’azione dei propri rappresentanti”. Di questo delirio democraticistico si possono già prevedere alcuni risultati. Infatti i bambini appena entrati alle elementari voteranno per compagni appena più grandicelli probabilmente perché carini e simpatici, oppure perché propongono 10 minuti in più d’intervallo la mattina. Di più è difficile aspettarsi.
La questione seria e grave da un punto di vista culturale e pedagogico è quella di pensare che nell’età della loro formazione i giovani, e tanto più i bambini delle elementari e i ragazzi delle medie, possano essere, come gli adulti, dei soggetti politici in grado di partecipare in maniera consapevole alla gestione della loro scuola, quando già gli studenti delle superiori, in teoria più maturi, non sanno quasi mai agire in modo costruttivo nella vita scolastica e anzi si comportano spesso in maniera goliardica e talora illegale, come nelle occupazioni. La democrazia non è un gioco da consegnare ai giovani di qualsiasi età, scimmiottando le pratiche politiche degli adulti, perché presuppone un apprendistato culturale che si costruisce durante tutto il corso degli studi (e anche oltre). “Poiché il bambino non conosce ancora il mondo — ha scritto Hannah Arendt — deve esservi introdotto un poco alla volta; e poiché è una cosa nuova, occorre far sì che egli giunga a maturità rispetto al mondo qual è”.
Sergio Casprini
"ilSussidiario.net", 11 novembre 2018

martedì 6 novembre 2018

NON DELUDERE I GIOVANI (BRAVI) – Il lavoro e il ruolo delle imprese


In Italia ci sono decine di migliaia di posti di lavoro vacanti perché nessuno li vuole; e ammettiamo pure che non pochi siano i giovani “sdraiati”, secondo la definizione di Michele Serra, o un po’ “choosy”, cioè schizzinosi, come disse Elsa Fornero. Certamente non c’è da essere teneri con chi evita di fare i conti con la realtà della vita, rimandando al futuro l'incontro col mondo del lavoro, però occorre anche ricordare che molti ragazzi, soprattutto nel settore della ristorazione e in generale del turismo, trovano lavoro ancora prima di diplomarsi. E che il volto con cui si presenta il “mondo del lavoro” è spesso molto deludente, da quello che mi raccontano alcuni ex allievi dell’istituto alberghiero; ed è il volto dello sfruttamento più spregiudicato. Ci sono neo-assunti sottoposti a settimane di prova senza assicurazione, al termine delle quali non solo non vengono riassunti, ma in alcuni casi neanche retribuiti, perché i padroni (la parola imprenditore in questi casi non è appropriata) hanno a disposizione liste ben fornite di nomi di giovani disposti a mettersi alla prova e a sostituire chi viene cacciato spessissimo con scuse varie.
C’è chi assicura i “sottoposti” per 3-4  ore al giorno, mentre le sue giornate lavorative sono fatte, come per gli altri, di dodici-tredici ore. Un ragazzo addirittura mi ha riferito di essere coperto solo per cinque ore la settimana. Sono purtroppo situazioni da “prendere o lasciare”, in cui quest'ultima opzione molti giovani non se la possono proprio permettere, anche perché temono, in molti casi non a torto, che far valere i propri diritti precluda la possibilità di trovare lavoro altrove. Ci sono anche situazioni in cui il lavoro completamente al nero è concordato con il dipendente, soprattutto nel caso in cui a quest'ultimo possa così continuare a essere garantita, almeno fintanto che la legge glielo permetterà, l'indennità di disoccupazione.
Di fronte a situazioni probabilmente abbastanza diffuse come queste, occorrerebbe che le autorità preposte ai controlli prendessero adeguate contromisure e che i sindacati facessero di più. Ma sarebbe altrettanto importante che gli stessi rappresentanti delle imprese prendessero una posizione netta contro questo malaffare, salvando il senso stesso di civiltà che cerchiamo di insegnare ai nostri ragazzi nelle scuole. Torni pure l’educazione civica nelle scuole, purché anche il mondo del lavoro e la società in genere si facciano carico di non tradirla.
Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 6 novembre 2018