giovedì 1 agosto 2019

CALENDA, LA SINISTRA E LA SCUOLA


Qualche sera fa l’ex ministro Carlo Calenda, ospite di una trasmissione televisiva, ha ribadito più volte che il primo grande problema da risolvere in Italia è quello scolastico, perché una scuola scadente come quella certificata dalle ultime prove Invalsi contribuirà come nessun altro fattore a minare per molto tempo il nostro futuro. Lo ha detto con una convinzione che da anni nessuno del suo partito aveva, a mia memoria, espresso. Purtroppo gran parte di questo paventato rischio si è già realizzato. Tuttavia siamo obbligati a sperare che alle sue parole seguano i fatti. Il primo dei quali dovrebbe consistere nel rivolgere le sue amare considerazioni direttamente al suo partito e in generale alla sinistra (politica e sindacale), che tanta responsabilità ha avuto nel ridurre la scuola – in cui è stata egemone – nelle condizioni in cui versa, non senza la gentile collaborazione di quasi tutto lo schieramento politico. Ed è ridotta com'è perché dalla riforma Berlinguer, da cui molto del suo declino è iniziato (Autonomia scolastica, Statuto delle studentesse e degli studenti), non ha conosciuto che improvvisati raffazzonamenti, spesso opera delle medesime persone che da anni hanno guidato, direttamente o indirettamente, gran parte della politica scolastica, passando, spesso senza alcun merito, da una “cadrega” all'altra. Persone del genere, per troppo ovvie ragioni, è raro che abbiano interesse a confrontarsi con chi fa proposte e analisi del sistema scolastico diverse dalle loro. E non a caso in questi anni e ben prima dei dati Invalsi a nulla sono serviti gli appelli, le indagini demoscopiche e perfino i dati dell’Ocse. I quali ci dicono che la scuola sta da anni scivolando in una crisi irreversibile, che riguarda non solo la preparazione degli studenti, ma anche la loro coscienza civile. Vorrei inoltre ricordare a Calenda che la situazione è più grave di come la dipingono i dati Invalsi, che nulla dicono a proposito della qualità dei docenti e dei dirigenti e neppure sullo stretto rapporto tra rispetto delle regole e apprendimento. Occorre agire con la massima urgenza perché il tempo è oramai quasi scaduto. E per poter salvare la scuola occorre prima di qualsiasi altra cosa selezionare una classe docente preparatissima, in grado di dare il meglio di sé e di pretenderlo dagli allievi. I quali dovranno imparare che la conoscenza è sempre conseguenza di impegno, dedizione, fatica e rispetto degli altri e di sé stessi. E per favore smettiamo di credere, come sostiene la quasi totalità degli addetti ai lavori di cui sopra, che basteranno le Flipped Classroom, il Role Playng, il Cooperative Learning o il Circle Time ad alzare il livello dei nostri studenti. Purtroppo la politica scolastica dell'attuale governo non ci rassicura affatto, in quanto quasi esclusivamente preoccupata di raccogliere senza tanti sforzi, al pari di tanti altri governi, i consensi del mondo scolastico, assumendo decine di migliaia di docenti e impiegati senza alcuna seria verifica sulla loro professionalità. Un mondo scolastico ormai abbandonato a sé stesso e non più in grado di garantire un futuro alle nuove generazioni. E pensare che grazie alla scuola del dopoguerra, come ci ricorda lo storico Adriano Prosperi nel suo bellissimo saggio Un volgo disperso, “figli e nipoti dei contadini di un tempo sono diventati altro: operai, commercianti, industriali, insegnanti, impiegati”. Molti ragazzi socialmente svantaggiati di oggi, invece, non possono aspirare a niente del genere, neanche a poter diventare operai specializzati, perché la scuola non funziona come dovrebbe. Speriamo che Calenda pensi anche a questo, visto che da decenni la sinistra non si è preoccupata di farlo.
Valerio Vagnoli

giovedì 11 luglio 2019

LODI A PIOGGIA, FU VERA GLORIA?


Non c’è che dire, nella gran parte delle scuole fiorentine i primi risultati degli esami di Stato sono davvero molto buoni. Il numero dei 100 e perfino dei 100 e lode forse non ha eguali rispetto agli scorsi anni e ancora di più se si fa il confronto con gli anni precedenti. Tutto ciò non può che far piacere, innanzitutto alle ragazze e ai ragazzi che si sono meritati questi voti e ai docenti che li hanno preparati.
A dire il vero un po’ c’era da aspettarselo. Nella nuova formula, l’ennesima negli ultimi dieci anni, il punteggio di ammissione, quello che valuta l’andamento del candidato negli ultimi tre anni, è stato portato non a caso da 25 a ben 40 punti. Possono aver influito positivamente anche le nuove modalità di svolgimento della prova orale, ideate a quanto pare dal Ministro in persona: lo studente sceglie una fra tre buste chiuse, da cui può venire fuori la fotografia di un piatto futurista, un proverbio, un verso di Montale. Da lì sono partiti i candidati, che, se abbastanza loquaci, hanno potuto andare avanti senza essere interrotti, come hanno raccomandato diversi presidenti di commissione, benché le istruzioni ministeriali non facessero parola di questa facilitazione. Sembra infatti che in generale sia spesso mancata proprio per questo ai commissari la possibilità di approfondire i contenuti via via proposti dagli studenti o di affrontare anche altri argomenti, oltre quelli legati alla traccia «pescata» nella busta.
Malgrado ancora non siano disponibili i risultati nazionali, c’è da scommettere che saranno anch’essi i migliori di sempre; e forse anche quest’anno certe scuole potranno vantare percentuali a due cifre di cento e lode e a gioire saranno, oltre ai ragazzi e alle loro famiglie, anche i responsabili di questa nuova impostazione. Come ogni anno, in mancanza di strumenti che consentano di comparare i risultati, non si può che ripetere il manzoniano “fu vera gloria?” Solo che neppure i posteri avranno gli elementi per rispondere. Certo è che i mali della scuola superiore rimangono tutti, soprattutto quello di essere in molti casi poco esigente sul piano della preparazione e su quello del comportamento, due aspetti tutt’altro che reciprocamente ininfluenti.
Non si tratta di tifare per la scuola che boccia e tantomeno per quella, come l'attuale, che perde per strada ogni anno migliaia e migliaia di ragazzi. Vorremmo una scuola più efficace e credibile, il che significa anche meno timorosa di esami frequenti e impegnativi (ne sono rimasti solo due), appuntamenti per mettersi alla prova e dare il meglio di se stessi. Del resto non molto tempo fa proprio su questo giornale si è discusso di una scuola basata, invece che sul tradizionale succedersi delle classi, su corsi disciplinari al termine dei quali si dovrebbe sostenere un esame per passare al corso successivo.  
Ma si apprezzerebbe anche qualche piccola accortezza in più da parte del Ministero, per esempio quella di formare adeguatamente e per tempo i docenti quando si cambiano le formule degli esami. In mancanza di ciò, c’è da aspettarsi anche dei risultati molto disomogenei tra le varie commissioni all'interno della medesima scuola. E vorremmo inoltre che chi formula dal ministero le griglie di correzione delle prove scritte sapesse usare la lingua italiana, in modo da fornire istruzioni di senso compiuto. L'improvvisazione in questo settore non ci piace affatto. Ci piacciono invece i bei risultati, purché veritieri, frutto cioè della volontà e della capacità di valutare i ragazzi per quello che sanno e sanno fare.
Valerio Vagnoli (“Corriere Fiorentino” 10 luglio 2019)

martedì 2 luglio 2019

PER ESSERE UN BUON CITTADINO ITALIANO ED EUROPEO BISOGNA CONOSCERE LA STORIA


In questi giorni si stanno svolgendo gli esami di Stato previsti al termine delle scuole superiori. Sono state apportate diverse modifiche rispetto all’anno precedente. Quella che ha suscitato più critiche è stata la cancellazione, tra le prove scritte, del tema di Storia. E infatti quando se ne venne a conoscenza ci furono diverse proteste, compresa una raccolta di firme in calce a un manifesto promosso dal quotidiano “La Repubblica”, sottoscritto tra gli altri dalla senatrice Segre, da Andrea Camilleri e da altri cinquantamila cittadini.
Per il Ministero della Pubblica Istruzione il motivo di tale decisione è stato lo scarsissimo appeal che la prova aveva dimostrato presso i maturandi (solo l’1 per cento svolgeva quel tema) e l’improponibilità di temi astrusi e lontanissimi dalla sensibilità moderna dei giovani, poco inclini a interessarsi dei problemi del confine orientale d’Italia tra il 1945 e il 1954, del Patto di Londra del 1914 o della costruzione del muro di Berlino nel 1961.
Al termine della prova di Italiano i difensori della scelta ministeriale hanno risposto alle critiche, facendo notare che la storia era praticamente presente in tutte le tracce: direttamente in quelle sull’eredità del Novecento e sul nesso tra sport e storia; affiorava in quella su una poesia di Giuseppe Ungaretti, in un brano di Leonardo Sciascia e in quello tratto da un libro di Tomaso Montanari; si poteva commentare un passo del libro di Sloman e Fernbach L’illusione della conoscenza a partire da un episodio della Guerra Fredda; e perfino nella traccia sul Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si poteva azzardare qualche riferimento storiografico.
La domanda più importante da porsi però è quale peso hanno le discipline storiche nella formazione culturale delle giovani generazioni durante l’intero corso di studi, al di là del loro momento conclusivo (e per inciso si può notare che nessuna delle tracce di quest’anno riguarda periodi di storia del nostro Paese o dell’Occidente anteriori al Novecento). Non è soltanto un problema di quantità, di numero di ore curricolari, ma soprattutto di qualità, cioè di conoscenza soprattutto dei principali processi storici che hanno portato all’Italia e all’Europa di oggi. Personaggi, guerre, lotte per il potere hanno contrassegnato per secoli l’esistenza dell’umanità. Vanno studiati nella loro concretezza, senza pregiudizi ideologici o moralistici, nella consapevolezza che solo con la piena conoscenza del passato si può provare a capire il presente.
Se nella scuola attuale era forse giusto abbandonare la triplice ripetizione dell’intero percorso storico (prima alle elementari, poi alle medie e infine alle superiori, in maniera ovviamente diversa), oggi abbiamo un eccesso di valorizzazione del contemporaneo, a scapito della memoria del passato e della storia mondiale rispetto a quella italiana ed europea. Questo non garantisce agli studenti una sicura formazione culturale e rischia anzi di farne una facile preda delle fallaci e spesso manipolatorie informazioni dei social network.
Riaffermare la centralità della Storia non è dunque questione di un’ora in più o di un tema “astruso” che può comparire nelle buste d’esame. Significa semmai riaffermare il fondamento epistemologico di una disciplina con i suoi specifici contenuti; e in cui sia presente anche il confronto fra le più accreditate interpretazioni degli studiosi sui principali temi storiografici. Una disciplina, infine, che in tempi di una necessaria educazione alla cittadinanza contribuisca alla costruzione dell’identità dei nostri giovani, con la consapevolezza del loro essere in un tempo e in un luogo della storia umana. 

Sergio Casprini

Già pubblicato come editoriale sul sito del Comitato Fiorentino per il Risorgimento (http://www.risorgimentofirenze.it/)

domenica 16 giugno 2019

ESAMI: CAMBIARE OGNI ANNO, PERÒ SEMPRE IN PEGGIO


Mercoledì la prova di italiano scritto darà il via agli esami di maturità. Si potrà scegliere tra l’analisi di un testo letterario, il tema argomentativo e il tema di attualità. Il resto (seconda prova e orale) non sarà come lo scorso anno: la formula è cambiata.
Certo anche gli esami possono aver bisogno di modifiche in relazione ai cambiamenti della società. Ma est modus in rebus. Tanto meno si dovrebbe cambiare, come stavolta è accaduto, ad anno scolastico avviato, senza neanche dare tempo alle scuole di capire come prepararli. Negli ultimi 12 anni l’esame è stato cambiato 6 volte. Ma quali sono stati i principali cambiamenti del corso degli anni? Quello più importante è il numero delle materie da preparare per l’orale: tutte fino al 1968; solo due, di cui una a scelta del candidato, dal ’69, con l’evidente intenzione di compiacere la contestazione studentesca. Di nuovo tutte le materie per l’orale dal ’97 a oggi, con variazioni legate alle competenze dei commissari. Diverse volte è cambiata la fisionomia della commissione esaminatrice, un tempo composta da docenti tutti esterni, poi (per risparmiare) tutti interni, poi metà e metà. È cambiato ripetutamente il valore del «credito scolastico», cioè del punteggio relativo all’andamento del triennio, così come i punteggi da assegnare al colloquio o alle prove scritte e le modalità di attribuzione del «Bonus»: un gruzzoletto di punti, questo, da assegnare ai meritevoli. Mutate anche le condizioni per essere ammessi all’esame: prima occorreva la sufficienza in tutte le discipline, ora può bastare che sia sufficiente la media. Per rendere più raggiungibile questo traguardo, da quest’anno conterà anche il voto di condotta.
Come si sarà capito, si tende sempre più a facilitare, facilitare, facilitare. Ci si propone di diminuire ulteriormente la percentuale dei non ammessi (intorno al 2%), come quella dei non promossi all’esame, benché posizionata allo zero virgola. E per questo è stata abolita la «terza prova», quella scritta su varie materie preparata dalla commissione, temutissima dagli studenti per la sua vera o presunta difficoltà. Si vuole banalizzare per forza un esame che è prezioso proprio in quanto costituisce una messa alla prova delle proprie capacità. Se un ragazzo si preoccupa (com’è normale), è un dramma. Il compito di far tendere a zero la percentuale dei bocciati è stato ora «delegato» anche all’aumento dei punti legati al curriculum triennale, che passano da 25 a 40 sul totale di 100, che è il massimo (lode a parte). È stato abolito, rispetto alle decisioni della ex ministra Fedeli, anche l’obbligo di aver svolto l’intero monte ore di alternanza scuola-lavoro per essere ammessi all’esame. E rispetto al passato tale monte ore è stato, come chiedevano gli studenti e alcuni sindacati, pressoché dimezzato in tutti gli indirizzi. Via, purtroppo, il tema di carattere storico, ma non è detto che un richiamo alla storia non sia presente nelle altre tracce. Positivo invece il fatto che la seconda prova potrà avere un carattere multidisciplinare, coinvolgendo magari due materie per poter così trattare, anche in maniera trasversale, lo stesso argomento. C’è inoltre la novità del colloquio che inizierà da un argomento svolto durante l’anno ma estratto a sorte dal candidato, e delle griglie per la correzione e valutazione delle prove che non saranno più costruite dalle singole commissioni, ma predisposte a livello nazionale. Finalmente una importante dichiarazione di qualche giorno fa del ministro Bussetti a proposito della serietà degli esami da garantire anche indossando da parte dei candidati, e talvolta potrebbe essere opportuno ricordarlo pure a certi commissari, un abbigliamento consono ad un contesto così importante come l’esame di maturità. E ha fatto bene a ricordare che non si copia e se colti con il cellulare acceso si sarà esclusi dall’esame. Di questo dovranno essere consapevoli le commissioni, tutte, perché capita talvolta che commissari e presidenti si rendano perfino disponibili a fornire soluzioni di problemi e traduzioni ai candidati. Durante il colloquio è previsto che obbligatoriamente venga richiesto al candidato di trattare il tema della «Cittadinanza e Costituzione». Insomma, una occasione per dimostrare che le parole non vanno tradite dai fatti e che almeno durante l’esame di maturità non si insegna, permettendo la copiatura, il «valore» dell’ipocrisia.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 14 giugno 2019

sabato 8 giugno 2019

IL TRIONFO DI ROUSSEAU


Uno dei maggiori rischi che una democrazia possa correre è quello di permettere che la si scimmiotti proprio in uno dei luoghi deputati a insegnarla, come accade spesso nelle scuole superiori in occasione degli spazi che gli studenti autogestiscono (o addirittura si prendono con le occupazioni) per fare «le loro esperienze» di democrazia diretta. È quanto avviene da quando il diritto alle assemblee fu legalizzato nel 1974 dai cosiddetti Decreti delegati che sancirono la nascita della «partecipazione democratica» in diversi ambiti, scuola compresa. E con il diritto di svolgere attivi e assemblee fu varata la rappresentanza degli studenti e dei genitori negli stessi organi di gestione della vita scolastica. E forse proprio con queste misure si accentuò il lento e inesorabile declino della nostra scuola, la cui debacle, ahimé, è ormai scientificamente accertata. Furono però sufficienti pochi anni perché l’entusiasmo partecipativo degli studenti si spegnesse per riaccendersi ogni tanto con il riesplodere delle proteste. A sancire l’immiserirsi delle assemblee, come scriveva ieri il presidente dell’Anp Toscana Alessandro Artini, contribuirono negli anni le norme che avrebbero dovuto regolarle, sempre più confuse, contraddittorie e spesso demagogiche, al punto da consentire di parteciparvi solo al delegato del preside e non agli altri docenti; quasi che un loro aiuto ai ragazzi nell’organizzarle e nel gestirle minasse chissà quale autonomia. Evidentemente per molti è ancora difficile scrollarsi di dosso il macigno della pedagogia russoiana, dogma educativo negli anni Sessanta, con la condanna di qualsiasi intervento dei maestri per correggere, e perciò compromettere, la spontaneità dei bambini e dei ragazzi. Anche parecchi dei nostri esperti di educazione, legislatori compresi, sembrano poco inclini ad aggiornarsi e a tagliare i ponti con la loro «illusa gioventù» (V. Cardarelli). In tanto marasma normativo è facilissimo pescare la norma che contraddica le decisioni, soprattutto in fatto di disciplina, prese dagli organi scolastici. E ancora più facile è imbattersi in un vizio di forma, vista l’esosa mole di decreti, contratti, circolari, atti d’indirizzo, inviti, leggi con cui un preside dovrebbe gestire la scuola. E a questo, cioè a un vizio di forma, si sono attaccati i genitori di alcuni studenti del liceo Petrocchi di Pistoia per chiedere e ottenere l’annullamento delle misure disciplinari comminate ai loro figli, mesi fa opportunamente sanzionati perché in occasione di un’assemblea si erano resi colpevoli di gravi episodi di bullismo.
E alla presenza di un vizio di forma, l’organo di garanzia regionale, istituito all’interno del rispettivo Ufficio scolastico, non poteva che annullare i provvedimenti. D’altra parte la mia personale esperienza mi porta a credere che, se il ricorso fosse stato fatto al Tar o al Consiglio di Stato, di sicuro un motivo per annullare le sanzioni disciplinari si sarebbe trovato anche senza alcun vizio di forma. Non tanto per colpa dei magistrati, ma soprattutto grazie alla fioritura di una miriade di regole spesso non chiare. Ciò contribuisce a spingere famiglie e avvocati a cercare il cavillo per fare ricorso, con notevoli possibilità di vincerlo. Delegittimando così ulteriormente la funzione della scuola, oltre alla professionalità e alla dignità dei suoi docenti. Così il trionfo di Rousseau continua insieme a quello dei genitori che non educano i loro figli e, per dirla con Luca Ricolfi, impediscono anche ad altri di farlo.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 8 giugno 2019)

mercoledì 22 maggio 2019

UN SINDACO EDUCATORE PER FAR CRESCERE IL SENSO CIVICO IN CITTÀ


Dovrebbe essere ovvio che il rispetto dei propri doveri da parte di ogni cittadino è essenziale per la vita di una comunità. Come scrive Luciano Violante nel suo bel libro Il dovere di avere dei doveri, «i diritti hanno bisogno dei doveri per vivere; quando si offusca la categoria dei doveri, l’unità politica si disarticola, prevale l’egoismo degli individui, la democrazia si sfalda». Com’è noto, però, i doveri sono scomparsi dal discorso pubblico.
In ambito educativo fanno capolino di rado e devono sfidare le convinzioni pedagogiche che li associano, se va bene, alle caserme. Non sorprende, quindi, che nella campagna elettorale per il rinnovo dell’amministrazione fiorentina manchi qualsiasi riferimento a quel «senso civico» la cui carenza distingue l’Italia da gran parte delle nazioni europee. I politici in genere lo considerano un tema che fa perdere consenso. Ma siamo sicuri che un richiamo al
civismo e al senso di responsabilità non sarebbe un buon investimento anche elettorale? Ci sono tanti cittadini corretti, probabilmente la maggioranza, che con i loro comportamenti assicurano a Firenze, per fare un esempio, un accettabile livello di decoro urbano. Verso questo genere di persone un Comune silenzioso sui vari doveri civici — e negligente nel punire chi sgarra — si comporta un po’ da parassita della loro correttezza. Viceversa, un sindaco che si schieri apertamente con i cittadini perbene e agisca con fermezza non può che guadagnarci in popolarità. Il livello di civismo di una comunità è anche il frutto dell’atmosfera sociale in materia di valori e comportamenti. Ogni adulto deve essere consapevole di avere una responsabilità educativa da spendere in tante circostanze. Si può scommettere, per esempio, sul carattere contagioso del fermarsi davanti alle strisce per far attraversare un pedone e, da parte del pedone, ringraziare con un gesto chi si ferma; anche così si produce il senso di appartenere a una comunità. Ma particolarmente incisiva può essere la funzione educativa delle classi dirigenti e quella del sindaco in modo particolare, soprattutto per la sua competenza sui problemi della vita quotidiana. In vista dunque delle ormai prossime elezioni, sarebbe bene che tutti i candidati sindaci (Bocci, Bundu, De Blasi, Giacomelli, Di Giulio, Lasso, Nardella, Valleri, Watte) facessero sapere cosa intendono dire e fare per: - contrastare e sanzionare chi butta per terra cartacce, scontrini, bottiglie, bicchieri e involucri vari;
- far sì che i fumatori mettano le cicche in una scatolina invece di spargerle ovunque; - sanzionare la minoranza di persone che non raccoglie le cacche dei propri cani e introdurre l’obbligo di portare con sé una bottiglietta d’acqua per lavare il punto in cui il cane ha fatto pipì, sull’esempio di diversi comuni (tra cui Alessandria, Genova, Asti);
- individuare e multare chi imbratta i muri;
- difendere senza se e senza ma la quiete pubblica e in particolare il diritto non negoziabile al riposo, moltiplicando i controlli e la presenza dei vigili, riducendo gli orari e programmando per il futuro lo spostamento della movida in zone non residenziali;
- impedire ai ciclisti di andare contromano, sui marciapiedi e nelle zone pedonali (su questo era stata annunciata «tolleranza zero», ma non si è vista).
Infine: si impegnano a fare periodicamente un resoconto delle iniziative e degli interventi su queste materie e sulle altre che riguardano la convivenza civile?
Ci vorrà tempo, ma con tenacia e fermezza un sindaco «educatore» può contribuire a cambiare mentalità e atteggiamenti, facendo meglio attecchire lo spirito civico e il rispetto delle leggi.
Giorgio Ragazzini
“Corriere Fiorentino”, 22 maggio 2019

martedì 21 maggio 2019

LA POLITICA, LA CRITICA E IL RUOLO DELLA SCUOLA


Pochi giorni fa ha suscitato scalpore la sospensione dall’insegnamento per quindici giorni di una docente palermitana che non aveva corretto il contenuto di un video elaborato da suoi studenti. Nel video tra l’altro si equiparano le leggi razziali fasciste e il decreto sicurezza del ministro Salvini e si sosteneva l’analogia tra il rastrellamento e la deportazione degli ebrei romani nel ’43 e il ricollocamento di migranti dopo lo sgombero di un Centro di accoglienza. La durezza della misura disciplinare, spropositata e paradossale, ha colpito perfino il ministro dell’interno Salvini e quello della Pubblica istruzione Bussetti e ha fatto passare in secondo piano le pur evidenti responsabilità sul piano deontologico
della docente, che non ha corretto le sciocchezze dei suoi allievi durante la preparazione del video e neppure ne ha preso le distanze a lavoro ultimato. Ieri invece analogo scalpore ha suscitato il quadro di uno studente del liceo artistico Russoli di Pisa raffigurante il volto del ministro Salvini costruito unendo tra loro centinaia di microimmagini di barconi, di donne e di uomini scomparsi o a stento sopravvissuti al viaggio nel Mediterraneo. Il lavoro, come quello degli altri studenti che avevano frequentato il corso di potenziamento di arte contemporanea, è stato esposto in una Galleria d’arte esterna alla scuola e sarà il pubblico a giudicarne il valore artistico. Intanto la sindaca di Cascina, dove il liceo ha una sua succursale, lo ha giudicato severamente sul piano politico, ritenendolo un’opera vergognosa e un vero e proprio «falso ideologico» (sic). Esattamente il contrario pensa il critico d’arte Luca Nannipieri, suo ex assessore e anch’egli leghista, che difende pienamente il lavoro dei ragazzi e del loro docente. Siamo comunque certi che non mancheranno in futuro altre discussioni e altri scontri a proposito di quanto più o meno politicamente corretto uscirà dalle scuole, anche perché il dibattito politico è spesso alla ricerca di argomenti su cui strepitare: se l’occasione si presenta, guai a lasciarsela scappare! Indipendentemente da ciò, è veramente opportuno fare tutto il possibile per evitare che le scuole diventino occasione per conflitti e che nelle aule si faccia divulgazione ideologica. La scuola pubblica è per definizione di tutti e non può tornare a essere, come spesso avveniva negli anni ‘70 e ‘80, luogo di propaganda più o meno velata. Benissimo ha fatto la preside del Russoli a vietare che il mosaico su Salvini comparisse sul sito della scuola: pur trattandosi di un lavoro artistico e in quanto tale interpretabile da ciascuno secondo la propria sensibilità, credo sia stato giusto non istituzionalizzarla come espressione di una intera comunità scolastica anziché del solo studente che l’ha pensata e creata. Rispetto ai temi inerenti la politica e ad eventuali rapporti con i politici è bene che le scuole siano prudenti ed evitino che dalle loro aule escano proclami e certezze ideologiche. Si deve però accettare, anzi auspicare, che la scuola sia il luogo per eccellenza della critica, della formazione civile e democratica soprattutto attraverso la conoscenza del passato, del mondo contemporaneo e delle diverse opinioni degli studiosi. In questo senso, solo in questo, essa ricopre il nobile ruolo di educare i giovani alla politica. Senza infine dimenticare che li dovrà accompagnare e aiutare a rendere utili e fruttuose le loro occasioni di «democrazia diretta» come le assemblee: occasioni importantissime per abituarli a essere autonomi e a occuparsi di problemi attuali. Molte volte però prevale in loro la voglia di bruciare le esperienze, anche attraverso le abitudinarie occupazioni. Ben vengano invece dei ragazzi in grado di fare bei quadri e di organizzare delle belle mostre di arte contemporanea, stimolanti e creative.
Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 21 maggio 2019

lunedì 20 maggio 2019

LIBERTÀ E DEONTOLOGIA NEL CASO DEL VIDEO DI PALERMO


È stato detto e scritto molto sul video di alcuni studenti di Palermo e sulla loro docente di storia sanzionata dall’Ufficio scolastico regionale. In prevalenza si sostiene che sono in gioco la libertà di insegnamento, la libertà di opinione e il pensiero critico.
In realtà l’episodio è segnato da un atteggiamento superficiale da parte dell'insegnante, che non ha guidato e corretto il lavoro dei suoi studenti, né se ne è dissociata ex post, nel caso che non lo conoscesse in tutti i particolari. Ne è venuto fuori un video fondato sull’omologazione tra le leggi razziali fasciste e il decreto sicurezza del ministro Salvini; e c’è persino l’equivalenza tra il rastrellamento e la deportazione degli ebrei romani nel ’43 e il ricollocamento dei migranti dopo lo sgombero di un Centro di accoglienza per i richiedenti asilo; affermazioni a dir poco imbarazzanti. Un lavoro, appunto, da ragazzi, superficiale e approssimativo come è spesso il loro lavoro se non è guidato e corretto.
Onestamente la collega ci sembra vittima soprattutto della perdurante assenza nella nostra scuola di una seria riflessione sulla deontologia professionale, che guidi gli insegnanti nelle numerose e delicate responsabilità a cui devono far fronte (e spesso si evita persino di ricordare loro quei doveri che già le leggi stabiliscono). Una responsabilità importante di un docente è quella di aiutare gli allievi a costruirsi un pensiero critico, che è l'esatto contrario della superficialità. E se non vengono aiutati in questa conquista diventeranno degli adulti presuntuosi e in realtà pronti a essere culturalmente e politicamente imboccati dal sentito dire o dalle panzane che leggono su facebook.
Molti di coloro che hanno preso le difese della docente hanno denunciato il mancato rispetto della libertà d'insegnamento. Ma le leggi della scuola fanno certamente salva la libertà dell'insegnante, purché attraverso quella si raggiungano i fini che l'intera normativa scolastica, a partire dalla Costituzione, ci impone. Pensare che ciascun docente possa fare quello che vuole (o non fare quello che deve) è una aberrazione che tuttavia resiste grazie al trionfo negli anni settanta e ottanta di una scuola fortemente politicizzata. La libertà di insegnamento come ogni libertà implica una corrispondente responsabilità e non può esonerare dal correggere le sciocchezze dei propri allievi. Né si può accettare che queste ultime siano difese in nome di un inattaccabile diritto alla libertà di opinione. La scuola non è un luogo come tanti in cui si esprimono pareri personali, ma quello in cui si impara a riflettere, discernere, contestualizzare, in modo da abituarsi a formarsi opinioni fondate e ben argomentate, che occorre correggere quando sono chiaramente insostenibili o tendenziose. Non farlo quando i propri allievi equiparano una pur contestatissima legge dei nostri tempi alle famigerate leggi razziali che portarono alla persecuzione degli ebrei e allo sterminio di migliaia di loro è gravemente sbagliato. Per di più con questo paragone si rischia di banalizzare proprio quel crimine e quella tragedia. Che qualcuno dica a questi ragazzi che le leggi razziali non avrebbero mai portato, come invece accade per il Decreto sicurezza, la firma del Presidente Mattarella.
Detto questo, non ci piace per nulla la severità della sanzione inflitta alla docente: quindici giorni di sospensione dal servizio. Una severità paradossale soprattutto se pensiamo a quanto sia solitamente latitante l'amministrazione scolastica (Usr, ma anche i Dirigenti scolastici) nei confronti di docenti che si macchiano di colpe molto, ma molto più gravi; e lo potrei dimostrare con un gran numero di esempi. L’episodio si sarebbe anche potuto risolvere con un serio e approfondito colloquio col preside e con un successivo ripensamento insieme ai ragazzi. Viene da sospettare che qualcuno abbia approfittato di quanto accaduto per portare acqua al mulino del potente di turno pensando che avrebbe gradito un intervento pesante. In ogni caso la scelta in questo senso ha finito con l'indignare, e non poco, gran parte dell'opinione pubblica. Lo hanno capito tanto il Ministro dell'istruzione quanto lo stesso Salvini, che sembrano addirittura dissociarsi dall'iniziativa presa dall'Ufficio scolastico regionale palermitano. Che si meriterebbe almeno un’ ispezione per indagare sulle attitudini e le competenze necessarie a svolgere il proprio ruolo.
Valerio Vagnoli

venerdì 10 maggio 2019

LA NOSTRA SCUOLA E L’EUROPA

 “Corriere Fiorentino”, 10 Maggio 2019
In questa scialba campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, in realtà quasi esclusivamente incentrata sui problemi di politica interna, c’è una totale indifferenza ai problemi della scuola. Il che non stupisce, visto come da tempo viene «governato» in Italia il sistema scolastico. Ma se la scuola rappresenta l’ istituzione fondamentale per la salvaguardia della lingua nazionale, della cultura e perfino dell’economia di ciascun Paese, l’Unione Europea non potrà fare passi avanti se priva di obiettivi comuni sul piano dell’istruzione. Proprio per questo nel lontano 2000 fu varata a Lisbona una vera e propria strategia per raggiungere entro il 2020 una serie di obiettivi anche in ambito scolastico. Tra questi primeggiava, vista la rapidità delle trasformazioni in tutti i settori, la necessità di un apprendimento per tutto l’arco dell’esistenza, in funzione della piena occupazione, ma anche delle competenze personali, civili e sociali fondamentali per l’acquisizione di una vera e propria «cittadinanza attiva».
Un modo intelligente di essere europei sarebbe quello di far tesoro di ciò che caratterizza in positivo ciascuna nazione. Dovremmo mostrare più attenzione verso altri Paesi in merito alla formazione e al reclutamento dei docenti. In Finlandia, tanto per fare un esempio, solo un aspirante su dieci diventa un insegnante (preparatissimo e rispettatissimo). A proposito della formazione professionale, ci si può ispirare, oltre al sistema tedesco in cui una parte della formazione tecnica e professionale si svolge in azienda, anche a quello di altri Paesi caratterizzati come il nostro da un’economia legata alle medie e piccole imprese. Per combattere l’insuccesso scolastico e rendere più equa e insieme più rigorosa la nostra scuola superiore, il Gruppo di Firenze, ispirandosi appunto all’esperienza di alcuni Paesi europei, ha proposto di basarla non più sul passaggio da una classe a quella seguente, ma sul superamento di corsi successivi nelle diverse materie. Dovremmo confrontarci con l’Europa anche sull’educazione degli adulti e l’orientamento scolastico, quest’ultimo da noi pressoché inesistente, con la conseguenza di molte scelte sbagliate, causa a loro volta di parecchie bocciature. A tale proposito mi preme ricordare come, pochi anni fa, in Toscana venne finalmente firmato un accordo tra l’Ufficio scolastico regionale, la Regione stessa, le Università e le Associazioni di categoria per mettere a regime iniziative di orientamento in tutti gli ordini di scuola.
Dopo la firma dell’accordo e dopo una iniziale formazione a tappeto dei dirigenti scolastici dell’intera regione, fu sufficiente il cambiamento di un direttore scolastico regionale perché tutto passasse nel dimenticatoio. Anche sull’inserimento nella scuola dei ragazzi stranieri c’è molto da apprendere. Praticamente tutti i paesi europei prevedono una varietà di sistemi per far imparare la lingua ai ragazzi stranieri, compresi periodi più o meno lunghi dedicati esclusivamente a questo. Noi non ce li abbiamo, perché prevale la retorica dell’inclusione in classe subito, così spesso l’inclusione diventa solo di facciata. Alcuni aspetti del Programma di Lisbona per fortuna stanno offrendo dei risultati postivi, a partire dai progetti Erasmus che incentivano la mobilità transnazionale dei giovani. Inoltre è stato adottato un sistema di condivisione e certificazione delle competenze in fatto di istruzione e formazione (compresi i diplomi universitari) spendibile in tutti i paesi della comunità. Viene inoltre effettuato un periodico monitoraggio sulle performance di ciascun paese, che vede purtroppo l’Italia in tutti questi settori all’ultimo posto in Europa. Che sia per questo che è meglio non parlarne in campagna elettorale?
Valerio Vagnoli

martedì 7 maggio 2019

PUÒ EDUCARE LA SCUOLA CHE NON PUÒ PUNIRE?


“Primo non punire” è sempre più il principale comandamento della scuola italiana, in cui il condono educativo permanente, come lo ha definito lo psicologo Paolo Crepet, fa da perfetto pendant a quelli che da decenni premiano gli evasori fiscali. Un emendamento dell’ultima ora alla legge che reintroduce l’educazione civica àbroga infatti tutte le sanzioni previste agli articoli 412 e 414 del Regio Decreto del 26 aprile 1928: ammonizione, nota sul registro, sospensione da scuola, espulsione con perdita dell’anno scolastico. Il testo definitivo non è ancora reperibile, ma, in base alla scheda illustrativa che si trova sul sito della Camera, sembra che si possa escludere, come qualcuno ha detto, l’estensione alla primaria dello Statuto degli studenti che contempla pur sempre delle sanzioni. Il chiarimento del Ministero non chiarisce affatto la nuova situazione, sostenendo che il provvedimento “non fa altro che estendere anche alla scuola primaria il Patto educativo di corresponsabilità che già oggi disciplina, in maniera dettagliata e condivisa, i diritti e doveri degli studenti delle scuole secondarie nei confronti delle istituzioni scolastiche, comprese le relative sanzioni". Meraviglia che al Ministero si ignori che le sanzioni non sono affatto contenute nel Patto educativo, ma nel regolamento di disciplina che ogni scuola secondaria elabora sulla base dello Statuto degli Studenti. Il Patto da solo lascia la scuola primaria priva di qualsiasi strumento disciplinare, in quanto consiste – stringi stringi – in una presa d’atto da parte dei genitori delle regole di comportamento che la scuola si è data e delle conseguenze del loro mancato rispetto. Del resto nella stragrande maggioranza (o totalità) dei casi l’innovazione del 2007, com’era prevedibile, si è ridotta a un adempimento formale all’atto dell’iscrizione, dunque di nessuna utilità educativa.
La verità è che si tratta di un’altra iniziativa-manifesto di una pedagogia che ignora l’abc dello sviluppo psicologico e morale e che ha così assestato colpi rovinosi alla capacità educativa della scuola. La sanzione invece (di moltissimi tipi e gradi adatti all’età e alle circostanze) è lo strumento che un educatore può utilizzare quando è evidentemente il solo modo di far presente con chiarezza il limite oltre il quale non si può andare. E tutto questo nell’interesse educativo dei bambini che si comportano male e di quelli che vedono impuniti i comportamenti arroganti e irrispettosi. Sarebbe il caso di dare voce, magari con una seria inchiesta, alle tante maestre che già da anni si sentono dire “tanto non mi puoi fare niente” perfino da alunni di prima che le hanno insultate o, bulletti in erba, hanno fatto i prepotenti con una compagna o un compagno di classe. E c’è davvero da chiedersi quale conoscenza dell’attuale scuola primaria e dei suoi allievi abbiano questi “riformatori”.
Quanto all’Educazione civica (per fortuna si è tornati al vecchio nome), il suo ritorno è opportuno, ma è illusorio pensare che la sola conoscenza delle leggi e della Costituzione, pur necessaria, possa sostituire un’educazione familiare e scolastica che alleni fin da piccoli i bambini al rispetto degli altri, al senso di responsabilità e del dovere, all’idea che la libertà non è assenza di limiti. Sarebbe come pretendere che si possa imparare a giocare a calcio studiando un manuale. E se un allenatore si rende conto che un suo giovane allievo arriva tardi, non si impegna o è insolente, fa benissimo a tenerlo in panchina a chiarirsi le idee su come ci si deve comportare. Ripetiamolo: nel suo interesse.
Giorgio Ragazzini

Sul patto educativo di corresponsabilità si può leggere anche quest’altro articolo: ttps://gruppodifirenze.blogspot.com/2018/04/violenza-in-classe-i-mea-culpa-che.html

martedì 30 aprile 2019

CAMBIARE LA DIDATTICA SI PUÒ (MA NON CON LA BUROCRAZIA)


“ilsussidiario.net”, 30 aprile 2019
 Arricchire la didattica

Fra chi oggi scrive e parla della scuola molti insistono in modo perentorio sulla necessità di abbandonare metodologie considerate vetuste per abbracciarne di nuove più in sintonia con i ragazzi di oggi. E nei decreti e nelle ordinanze ministeriali ritorna periodicamente il tentativo (illusorio) di costringere gli insegnanti a cambiare la didattica  per via burocratica, per esempio obbligandoli a riempire schede prolisse e spesso astruse, oppure abolendo i voti e sostituendoli con lettere e giudizi analitici.
Una particolare acrimonia viene riservata alla “lezione frontale”, che, oltre a venire dipinta come intrinsecamente noiosa e irrelata, viene vista dai più accaniti come testa d’ariete di un’impostazione “trasmissiva” della scuola. Aggettivo che, a essere benevoli, si comprende come rivolto alla sola modalità didattica e relazionale; a esserlo un po’ meno, sembra indicare proprio il rifiuto di trasmettere ai ragazzi il patrimonio culturale di una nazione, cioè la sua identità. Partendo dalla seconda accezione, il filosofo e insegnante liceale François-Xavier Bellamy ha scritto qualche anno fa I diseredati, ovvero l’urgenza di trasmettere, un saggio acuto e appassionato sull’irrinunciabile compito delle società occidentali di tramandare la propria eredità culturale, contro l’idea che “ogni ragazzo possa produrre da sé il proprio sapere”.
In realtà è necessario che ogni docente, oltre a superare una selezione iniziale che ne accerti anche motivazioni e attitudini, conosca vari approcci didattici, in modo da adottare quelli più utili a seconda degli argomenti, oltre che per evitare una possibile monotonia nell’insegnamento. Come i medici non hanno una sola medicina per tutti i mali, così gli insegnanti dovrebbero disporre, oltre che di una solida conoscenza disciplinare, di una varia attrezzatura metodologica. Per questo motivo, più che di “innovazione” della didattica e, peggio ancora, di “rivoluzione”, sarebbe meglio parlare di “arricchimento" della didattica come impegno ordinario di ogni insegnante.
Del resto la libertà metodologica, che viene garantita dalla Costituzione e dalle leggi, si basa anche su solide motivazioni psicologiche, dato che lo stile con cui si insegna ha a che fare con la personalità del docente, con i suoi punti di forza, i suoi limiti, le sue capacità relazionali. In parole povere, è normale che ci siano delle preferenze individuali in fatto di metodo. E di fronte a nuove proposte didattiche deve essere libero (direi “in scienza e coscienza”) di accettarle, tralasciarle, modificarle secondo un unico criterio: quello di sentirsene potenziato. Purtroppo è frequente sentir fare la caricatura di un metodo nel caldeggiare l’adozione di un altro. In un convegno dell’anno scorso una relatrice esclamò sarcasticamente a proposito dell’interrogazione: “Come godiamo noi insegnanti quando sentiamo ripetere parola per parola quello che abbiamo detto!” E sul sito dello stesso convegno c’era anche la spiegazione del metodo della “classe rovesciata”, basata sul confronto con una lezione frontale. Quest’ultima era esemplificata da una situazione in cui, mentre il docente parla alla lavagna, c’è un allievo che scarabocchia, un altro che pensa ad altro e così via. Ma veramente qualcuno può negare che una lezione di quel tipo può essere chiara o confusa, noiosa o affascinante? Del resto anche sulla lezione frontale ci si può aggiornare per essere più efficaci.
Il confronto tra pari
A proposito della possibilità di “arricchire” il bagaglio metodologico, una possibilità trascurata dalla scuola italiana soprattutto nel livello secondario è il metodo seminariale. L’aggiornamento è considerato esclusivamente o quasi una relazione tra chi sa (l’esperto) e chi deve imparare. Il seminario, basato su un rapporto paritario tra i partecipanti, è invece tipico delle professioni. Riconoscendosi e sentendosi riconosciuti come esperti ci si arricchisce e ci si motiva vicendevolmente. Ha scritto George Bernard Shaw: “Se io e te abbiamo una mela ciascuno e ce le scambiamo, abbiamo sempre una mela ciascuno; ma se ognuno di noi ha un’idea e ce le scambiamo, allora abbiamo due idee ciascuno”.
È facile immaginare quante competenze, esperienze riuscite,  soluzioni inedite vanno perdute nella scuola in assenza di occasioni di confronto, mentre potrebbero essere fatte utilmente circolare attraverso un frequente scambio di idee. Il che ovviamente non impedisce di partecipare ad altre occasioni di aggiornamento in base alle proprie specifiche esigenze e curiosità. Questa modalità, oltre a tutto, faciliterebbe la formazione di quel senso di appartenenza a una comunità professionale della cui mancanza ci si lamenta spesso. Per promuovere questa pratica sarebbe utile formare come conduttori alcuni docenti per ogni scuola (basta qualche ora), mettendoli in grado di facilitare il lavoro comune e di provvedere all’organizzazione e, volendo, a una qualche forma di documentazione degli incontri. Sono peraltro competenze utilissime per rendere più efficaci anche altri tipi di riunioni scolastiche, troppo spesso caratterizzate da confusione, inconcludenza, perdita di tempo.
Giorgio Ragazzini

domenica 17 marzo 2019

LA BUONA SEMINA DELLA SCUOLA. Sulle manifestazioni di venerdì per il clima


È una gran bella notizia che centinaia di migliaia di studenti siano scesi nelle strade di decine di città, Firenze compresa, per sottolineare quanto sia grave l’emergenza climatica nel mondo e chiedere un impegno decisivo dei governanti. Emergenza che, insieme ad altri problemi ambientali, da anni fa parte degli argomenti trattati nelle scuole attraverso progetti soprattutto di natura interdisciplinare; e non a caso in futuro la si studierà in ogni grado dell’istruzione. L’ambiente e la sua tutela hanno spesso colto anche l’attenzione di molti enti locali, che finanziano progetti finalizzati a sensibilizzare i ragazzi proprio su questo fronte, tra l’altro educandoli a pensare che anche col nostro singolo esempio di buon comportamento possiamo contribuire a far sopravvivere più a lungo il Pianeta. E forse senza il prezioso lavoro degli insegnanti sul clima e l’ambiente la giornata mondiale ed europea non ci sarebbe stata o non avrebbe avuto il risalto che ha avuto. Inoltre è importante che i ragazzi si impegnino oggi per il loro domani, prima che sia troppo tardi. Tempo fa Pietro Ichino si chiedeva come mai i giovani non avessero niente da dire su politiche di spesa in deficit che, aggiungendosi ai 2.300 miliardi di debito accumulato negli scorsi decenni, aumentano il rischio che nel loro futuro non ci sia né lavoro, né assistenza, né pensione. La mobilitazione di ieri può servire a superare pigrizie e rassegnazioni.
Dal punto di vista del metodo lo «sciopero scolastico» dovrebbe però essere considerato una comprensibile eccezione e non la regola. In Italia è una pratica consolidata collocare la protesta in orario scolastico, con la tolleranza e a volte l’incoraggiamento di alcuni insegnanti e dirigenti. Ma è un’abitudine che danneggia insieme la scuola e le ragioni per cui si manifesta. È facile comprendere quanto più credibile sia una protesta per cui si sacrifichi un po’ del proprio pomeriggio; e d’altra parte non si può «cambiare il mondo» senza studiare (molto) anche come indispensabile preparazione ad iniziative di altro tenore e assolutamente mai più, mai più, di terrore.  C’è quindi da augurarsi che per il futuro i giovani possano imprimere un’importante spinta alle politiche ambientali valorizzando sia la scuola che l’impegno sociale. Vista la voglia di autonomia da qualsiasi forma di tutela ideologica avvertita con molta evidenza ieri in corteo, qualche speranza stavolta sembra davvero sussistere.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, sabato 16 marzo 2019

domenica 24 febbraio 2019

SCUOLE SUPERIORI PER CORSI DISCIPLINARI: UN CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE E LA NOSTRA RISPOSTA

Quattro docenti, due universitari e due della scuola secondaria, ci hanno inviato un' interessante riflessione sulla nostra proposta di una diversa organizzazione delle superiori. Mi pare che il senso di questo documento possa essere sintetizzato in tre punti:
1) non molti hanno compreso che lo scopo principale della proposta del Gruppo di Firenze nasce dall’intento di restituire serietà all’istruzione; questa diffusa incomprensione fa intravedere “il pericolo che la sua attuazione possa andare nel senso opposto a quello per cui era stata avanzata, verso cioè un ulteriore svuotamento dell’istruzione pubblica”;
2) secondo i quattro autori “lo sfascio della scuola attuale” non deriva, come spesso si sostiene, dai limiti imposti all’autonomia scolastica, ma dal suo “pieno successo”, per l’inevitabile concorrenza al ribasso fra gli istituti;
3) di conseguenza “nessuna iniziativa di miglioramento dell’istruzione in Italia può avere successo se prima le scuole non sono liberate dall’ansia delle iscrizioni indotta dalla riforma dell’autonomia”.
Riguardo al primo punto, secondo noi non c’è dubbio che quanto proponiamo creerebbe le condizioni per restituire maggiore credibilità alle valutazioni finali. Infatti, non solo non ci sarebbe più l’alternativa “draconiana” tra una promozione immeritata e una bocciatura nonostante i risultati positivi in alcune materie, ma semplicemente non ci sarebbe più il voto di consiglio, dato che la piena responsabilità delle valutazioni, anche di fronte ai loro allievi, sarebbe affidata ai singoli docenti. Alcuni dei quali potrebbero magari conservare nei propri corsi delle abitudini “buoniste”, ma senza più l’alibi della decisione collegiale
Quanto al secondo punto, noi pensiamo che il degrado della scuola italiana non può essere addebitato, se non in parte, all’autonomia scolastica, che è stata istituita nel 2000, ma ha radici nei decenni precedenti, a partire dagli eccessi ideologici degli anni settanta. Sono questioni su cui ci siamo molte volte soffermati: la crisi dei ruoli educativi, la svalutazione della responsabilità individuale e del rispetto delle regole, il logoramento dell’etica professionale e dell’etica pubblica. Tuttavia non c’è dubbio che l’autonomia degli istituti abbia dato il suo contributo, anche fornendo al governo della scuola, cioè al Ministero e ai suoi organi periferici, un comodo alibi per giustificare il disimpegno dai suoi compiti più importanti: l’indirizzo, la verifica, il controllo.
Venendo infine al terzo punto, siamo convinti che la riforma strutturale della secondaria superiore che proponiamo possa essere attuata indipendentemente da altri cambiamenti, sia pure importanti e necessari. Non c’è dubbio però che il buon funzionamento di qualsiasi assetto del sistema scolastico ha come indispensabile condizione una cornice di serietà e responsabilità, che oggi è sostanzialmente assente.
Andrea Ragazzini

giovedì 21 febbraio 2019

SCUOLE DIVERSE, UNITÀ A RISCHIO


Non è ancora del tutto chiaro quali cambiamenti comporterà l’attuazione dell’autonomia «differenziata» chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Ma non mancano i timori, avanzati da più parti, di disparità radicali tra le regioni, a cominciare dalle risorse disponibili. Per quello che riguarda la scuola, in attesa di sapere che esito avrà il complesso iter della riforma, è senz’altro possibile fin da ora sottolineare che deve essere in primo luogo salvaguardata, attraverso i programmi scolastici, la già indebolita identità nazionale, evitando che venga meno la condivisione di troppa parte del patrimonio culturale che ne è la base. A partire dalla stessa lingua che, specie in certe regioni, potrebbe venire emarginata a vantaggio dei dialetti. Quanto alla formazione professionale, fin dal testo originale della Costituzione si tratta di materia regionale. Il sistema trentino da anni in questo offre risultati eccellenti e certamente sia il Veneto che la Lombardia lo hanno ben studiato e giustamente cercano di applicarlo almeno in parte. È possibile che la nuova situazione consenta loro di spingersi oltre, per esempio verso la creazione di un unico contenitore in cui confluiscano una parte degli istituti professionali e la formazione, come appunto ha fatto negli anni scorsi la provincia autonoma di Trento. Non gioverebbe, come molti rivendicano, accentuare l’autonomia delle scuole, perché quello che non le fa funzionare non sono tanto le norme, quanto la mancanza di un «governo» basato su dirigenti liberati dalle troppe incombenze burocratiche e amministrative e affiancati da docenti — almeno in parte liberati dall’insegnamento — che abbiano forti competenze progettuali e organizzative. Sia chiaro, nessuno vuol santificare l’attuale sistema scolastico nazionale, per molti aspetti inadeguato e gestito per decenni sostanzialmente come ammortizzatore sociale, trascurando il rigore della selezione dei docenti. Per tanti politici l’operazione di demandare tutto alle scuole è stato un capolavoro di furbizia, uno scaricabarile di compiti prima affidati agli uffici periferici, che ha oltre tutto evitato la necessità di creare altri spazi e altre attività educative per i ragazzi e i giovani al di fuori del contesto scolastico. E i ministri, anziché occuparsi di cambiare solo le formule dell’esame di maturità, avrebbero dovuto assumere e formare ispettori che abbiano la possibilità di cacciare dirigenti e docenti incapaci e disonesti.
E ancora, come amministrare le scuole autonome se la stragrande maggioranza dei direttori amministrativi ricopre l’incarico senza averne titolo e molte volte le capacità? Infine, i poteri locali, che pur ne hanno piena responsabilità, si sono forse interessati in questi decenni di costruire scuole che si diversificassero dai principi architettonici con cui si sono costruiti i «nuovi» penitenziari? Senza responsabilità (e dunque senza controlli e valutazioni) non può esistere autonomia utile e produttiva: e basti pensare, tra i tanti fenomeni che lo dimostrano, al prosperare dei cento e lode in zone in cui i risultati delle indagini nazionali e internazionali certificano rendimenti scolastici che in negativo non hanno eguali tra i paesi Ocse. Ma da qui ad appropriarsi della gestione da parte delle regioni dell’intero sistema scuola ce ne corre, perché una scuola della nazione è indispensabile. Per molti versi c’è ancora da «fare l’Italia» e da costruire la sua scuola: di massa s’intende, che se non è di qualità serve a poco. Neanche ad aiutarci a costruire una solida unità nazionale, irraggiungibile attraverso un sistema scolastico diverso, appunto, da regione a regione.
Valerio Vagnoli
Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 16 febbraio 2019

sabato 9 febbraio 2019

RISPOSTA A “CONDORCET”: QUALI RIPETENZE AIUTANO DAVVERO GLI STUDENTI?

“Condorcet” ha commentato su “ilSussidiario.net” la proposta del Gruppo di Firenze sulla bocciatura e la ripetenza per materia. Le differenze permangono, sottolineate in questa replica
“ilSussidiario.net” 9 febbraio 2019  

Su questo giornale il gruppo “Condorcet” – autore di un progetto che punta a “realizzare una scuola veramente democratica” – ha commentato la nostra proposta di scuole superiori basate su corsi disciplinari invece che sulla tradizionale successione delle classi. La loro valutazione è più o meno questa: l’idea del Gruppo di Firenze è quasi uguale a uno dei “quattro interventi strutturali” di cui parla il documento Condorcet, ma “servono interventi che le diano una cornice e un senso”. Che sono i seguenti (cito dal loro manifesto): “1) riformare i cicli scolastici e abolire le bocciature; 2) una maggiore connessione tra scuola e società (con particolare attenzione al lavoro); 3) archiviare la logica contingente del cosiddetto “bonus merito” e adottare quella strutturale di introdurre le carriere per i docenti; 4) liberare le istituzioni scolastiche e i loro dirigenti da una burocrazia soffocante, che impedisce alle scuole di essere realmente autonome”.
Ma le due proposte che riguardano le ripetenze sono davvero quasi uguali? Vediamo. Noi parliamo di sostituire la bocciatura “in blocco” con quella materia per materia. Alla fine di ogni corso disciplinare c’è un esame, la cui valutazione verrà finalmente sottratta al famigerato “voto di consiglio” e ai mercanteggiamenti che caratterizzano troppi scrutini di fine anno, in cui spesso i 5 e anche i 4 diventano miracolosamente 6. In caso di insuccesso si potrà consentire di ripetere l’esame; se l’impreparazione permane si dovrà ripetere il corso.
Nella proposta del gruppo “Condorcet” invece “gli alunni, se non hanno acquisito le competenze richieste in una disciplina, ripetono nell’anno successivo solo quella disciplina e non l’intero anno di corso”. Ma poi si aggiunge: “con la possibilità di fare un esame di recupero se intendono rimettersi in pari”. In altre parole, si fa decidere allo studente stesso se farsi esaminare o no… Un’idea francamente sconcertante. Senza dover sostenere per forza un esame una volta seguito di nuovo il corso, quanto è grande il rischio che i ripetenti si limitino a “scaldare il banco” invece di impegnarsi per trarne profitto? Tanto varrebbe, allora, far decidere a loro se ripetere o meno il corso andato male…
Questa impostazione trova il suo sbocco nel conseguimento di “certificati finali” che “attesterebbero il livello effettivamente raggiunto in ogni disciplina”, un’idea praticata in alcuni paesi, che via via riemerge e che comunque la si valuti dovrebbe però comportare l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Quest’ultimo implica necessariamente la sufficienza in tutte le materie, altrimenti si potrebbe dare il caso di un diploma di perito tecnico (per esempio) che certifica conoscenze e competenze insufficienti nelle materie professionalizzanti… (Personalmente sarei favorevole a discuterne a proposito delle lauree, non per le scuole secondarie).
In ogni caso è evidente che su questo punto cruciale le due proposte si allontanano molto: noi puntiamo a favorire il massimo impegno in tutte le materie e a disincentivare drasticamente la pratica dei “condoni” connessa alla bocciatura totale, mentre il piano di Condorcet finirebbe inevitabilmente per far balenare nelle menti degli studenti – e più in quelle dei meno motivati – l’idea che qualche materia si può anche non studiare. Paradossalmente la nostra strategia risulterebbe quindi più “inclusiva” di quella “per una scuola veramente democratica”.
Vengo al rilievo secondo il quale sarebbe impossibile introdurre “una simile rivoluzione” indipendentemente da altri cambiamenti. Condorcet ne propone quattro, come si è detto: le carriere per i docenti, maggiore autonomia delle scuole, la riforma dei cicli e un rinnovato rapporto con il mondo del lavoro. Limitarsi a una proposta per volta è per noi una questione di metodo, che consente di evitare un dibattito dispersivo e raccogliere tutte le possibili adesioni. La scuola basata su corsi disciplinari, comunque, starebbe in piedi anche da sola, una volta risolti i non pochi problemi attuativi. E va da sé che molto altro è necessario, tra cui certamente la cosiddetta “carriera”, cioè la creazione di nuovi ruoli qualificati che collaborino al governo della scuola.
Quanto al “rinnovato rapporto col mondo del lavoro”, negli anni abbiamo dedicato diverse iniziative alla formazione e all’istruzione professionali, di cui auspichiamo la graduale unificazione. In Toscana siano riusciti a far sì che la formazione professionale venisse rivalutata, tanto che la Regione ha varato negli ultimi anni dei corsi triennali all’interno degli istituti professionali. Anche su questo, quindi, siamo d’accordo con i colleghi di Condorcet. Ma l’opzione di una qualificata formazione professionale deve essere subito a disposizione dei ragazzi che escono dalle medie e che possono trovare soddisfazione in una scuola più basata sul fare che sullo studio teorico. La causa principale delle alte percentuali di bocciati nei primi due anni degli istituti professionali (oltre il 22% in prima e quasi il 13% in seconda) è la combinazione tra le troppe materie e le troppo poche ore di laboratorio; in altre parole, la scarsa corrispondenza tra le aspettative dei nuovi iscritti e la realtà con cui si scontrano. Un problema che si è via via aggravato dai primi anni 90, tanto che si è potuto parlare di “licealizzazione” dei professionali. L’apparente saggezza di rimandare le scelte a 16 anni, come propone Condorcet, si scontra con questo irrefutabile dato di fatto. Ingabbiare per altri due anni in una scuola generalista chi è già scoraggiato rispetto allo studio teorico non risponde ad alcuna logica pedagogica concreta. Anzi il gusto per la cultura si può meglio recuperare a partire da qualcosa che ci piace e in cui si riesce.
Infine, un cenno all’ispirazione di fondo che guida un po’ tutte le nostre iniziative. La scuola italiana (come l’Italia tutta) ha bisogno di robuste iniezioni di serietà, che nella bella definizione del Dizionario De Mauro è la “qualità di chi agisce con responsabilità, con correttezza, con capacità e volontà di assolvere i propri doveri e gli impegni assunti”. Quanta serietà c’è nel sistema scolastico? In breve: la formazione iniziale dei docenti è poco selettiva e poco basata sull’esperienza; molti docenti sono entrati e continuano a entrare nella scuola ope legis; l’anno di prova è quasi sempre una formalità; l’aggiornamento è raro e spesso poco utile; l’interscambio con l’università inesistente; quasi nulla la possibilità di sradicare dalla cattedra e dalla presidenza gli insegnanti e i dirigenti incapaci o gravemente scorretti; agli esami si copia e si fa copiare; la parola disciplina è screditata (ma l’Ocse non si stanca di rimarcarne l’importanza); l’orrore per le sanzioni è diffusissimo; rarissime le conseguenze per chi occupa le scuole e dilapida i soldi pubblici; di etica professionale non si è mai parlato. Forse anche di questa cornice, amici del gruppo Condorcet, bisognerebbe discutere.
Giorgio Ragazzini

giovedì 7 febbraio 2019

CON LE SUPERIORI BASATE SU CORSI, AVREMO RAGAZZI MENO FRUSTRATI E PIÙ PREPARATI


Le statistiche ufficiali ci dicono che negli ultimi dieci anni un milione e ottocentomila ragazzi delle scuole superiori risultano «dispersi» (per dispersione si intende la somma degli abbandoni e delle ripetenze). In realtà le cifre sono molto maggiori. Le scuole infatti sono tenute a segnalare al ministero solo i ragazzi che ufficialmente si sono ritirati. Sappiamo invece che la gran parte dei «dispersi» abbandona senza che le famiglie ne diano notizia, essendo spesso disinteressate alla vita scolastica dei figli. La percentuale dei bocciati raggiunge cifre molto alte nei tecnici e nei professionali: in media deve ripetere la prima il 17% nei tecnici e il 22% nei professionali. La gravità del problema è evidente e lo sarà ancora di più quando le conseguenze si manifesteranno sul piano economico, sociale e culturale, nonché sulla qualità della classe dirigente. Insomma, una descolarizzazione di massa, che si manifesta anche attraverso una scuola di basso profilo e poco esigente, non è un buon viatico in generale per il futuro, che forse nella sua veste peggiore purtroppo sembrerebbe già arrivato. Verrebbe almeno da pensare che la sempre più ostentata esibizione dell’ignoranza sia anche il frutto della esigua importanza che da tempo si riserva alla scuola. Al fenomeno dell’alto numero di insuccessi si accompagna inoltre un fenomeno opposto, e cioè le promozioni nonostante notevoli carenze in alcune discipline. In sintesi: se l’impreparazione è catastrofica non si può che bocciare, ma se mancano all’appello due o tre materie si chiude spesso un occhio. Di fronte a questo quadro si deve pensare a un’istruzione pubblica che offra più garanzie sul piano della preparazione e contemporaneamente abbatta le percentuali dei bocciati, con ciò limitando gli abbandoni per frustrazione, scoraggiamento e per scelta inadeguata dell’indirizzo. Bisogna evitare che i docenti si trovino a scegliere tra promuovere uno studente senza che abbia colmato le sue lacune, destinate a rimanere tali, o bocciarlo imponendogli di ristudiare anche le materie in cui ha avuto risultati positivi. La soluzione che proponiamo come Gruppo di Firenze è quella di organizzare le scuole superiori su corsi disciplinari anziché sulla tradizionale successione delle classi. In altre parole: non si passerebbe più dalla classe prima alla seconda e così di seguito, ma dal primo corso di storia, di italiano, di matematica ai rispettivi secondi corsi e così via. Naturalmente non si accederà al corso superiore senza aver superato, attraverso un esame, il precedente. Se l’esame non andasse bene, il ragazzo potrà ripetere il corso e l’esame stesso. Avremmo così, al contrario di quanto accade oggi, dei ragazzi che non ripeteranno l’intero anno, ma solo le discipline insufficienti. Inoltre, l’attivazione di corsi di recupero anche durante l’anno potranno impedire che le carenze si sedimentino, diventando poi molto più difficile recuperarle. Nel caso che si opti per una durata annuale dei corsi, il recupero potrà essere fatto anche nel corso dell’estate; e agli esami un tempo detti «di riparazione» i candidati non potranno più pensare che «tanto per una materia non mi bocciano» e dovranno perciò prepararsi seriamente per evitare di rimanere a lungo nel medesimo corso e magari alla fine non essere ammessi all’esame di Stato. Come si capisce, si t ratta di un’impostazione che ricorda quella universitaria; ma il gruppo classe, tradizionale ambito di apprendimento e di socializzazione per gli adolescenti, non verrà abbandonato, anche per concreti motivi logistici. Naturalmente chi dovrà ripetere un corso sarà inserito, solo per quello, in un altro gruppo (e tra l’altro, come effetto non indesiderato, potrà farsi altri amici). Ma il documento del Gruppo di Firenze volutamente non entra nei particolari della possibile riforma. Saranno il Parlamento e il ministero dell’Istruzione, se riterranno di doverla approfondire, a entrare nello specifico e a tener conto del dibattito in proposito. Sarà più agevole eventualmente prevedere la possibilità di corsi opzionali sia per motivare i ragazzi che per orientarli meglio alla vita, ma resta il fatto che con questa nuova impostazione la scuola diventerà più rigorosa e altrettanto rigorosa la preparazione degli studenti. Ci auguriamo di poter così contribuire, se la proposta sarà sostenuta da insegnanti, dirigenti e dall’opinione pubblica, a costruire una scuola più efficace, più giusta, più credibile nelle sue valutazioni e quindi più utile a studenti e collettività.
Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 5 febbraio 2019