martedì 15 ottobre 2019

IL CULTO DELLE SCORCIATOIE E LE (GIOVANI) VITTIME DELL’ANTIPOLITICA. Una riflessione sulla proposta far votare i sedicenni

(ilSussidiario.net – 15 ottobre 2019)
«È un disastro, un vero disastro»: così pochi giorni fa un noto docente della facoltà fiorentina di giurisprudenza sintetizzava il suo giudizio sui tanti suoi studenti che faticano a comprendere e riassumere un semplice testo; e che poi, da laureandi, non sanno utilizzare le indicazioni del relatore per riscrivere le parti inadeguate della tesi. Una testimonianza drammatica ma non sorprendente. Basta pensare alla massiccia adesione di docenti universitari – 770 firme – all’appello del 2017 “contro il declino dell’italiano a scuola”, un’adesione spesso accompagnata da commenti altrettanto sconfortati. D’altra parte i sintomi di una situazione allarmante si manifestano ben prima dell’università attraverso i dati dell’Ocse e dell’Invalsi, quelli sull’analfabetismo funzionale, sull’insuccesso scolastico e sui ragazzi che non studiano e non lavorano.
In questo quadro i cortei giovanili dell’ultimo “venerdì per il futuro” hanno fatto da test sulla consapevolezza del ceto politico rispetto ai problemi che ho elencato. Consapevolezza confermatasi come tendente a zero. Infatti la proposta di Enrico Letta di dare il voto ai sedicenni è stata subito accolta anche da Conte, Di Maio, Zingaretti e Salvini; insomma, quasi da tutti. La motivazione addotta da Letta suona più interessata che convincente. Si tratterebbe di dire ai giovani che hanno sfilato nelle strade italiane: “Vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sotto-rappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi”. È sfuggito a Letta che per correggere la “sotto-rappresentazione” dei giovani si dovrebbero (semmai) abbassare le soglie dell’elettorato passivo, attualmente fissate a 25 anni per la Camera e a 40 per il Senato.
Il bello è che cominciano a levarsi diverse voci contrarie proprio tra i diretti interessati, i sedicenni. Il “Corriere della Sera”, per esempio, ha pubblicato la lettera di un’insegnante che sintetizza il senso di una discussione in una seconda liceo. In breve, questi ragazzi ritengono di non avere ancora maturato una coscienza politica e di essere quindi facilmente influenzabili; vedono anzi nella proposta un tentativo di strumentalizzarli. Insomma capiscono quello che Letta e gli altri sembrano ignorare, cioè che due anni di scuola e di maturazione in meno sono un handicap da evitare.
Dunque la logica e il buon senso dovrebbero consigliare, invece delle fughe in avanti a caccia dei voti degli adolescenti, di impegnarsi a fondo per far crescere nell’elettorato la conoscenza dei problemi di cui si devono occupare il governo e il parlamento. Nel preparare i futuri elettori a esercitare il diritto di voto con cognizione di causa, un ruolo decisivo deve per forza averlo la scuola; e questo ci riporta ai suoi problemi e alle loro cause. Mettiamola così: in nessun settore della società che funzioni – per esempio in quello della ricerca scientifica, nella vita delle aziende, nello sport agonistico – si trascura la verifica dei risultati (spinta anzi al massimo grado), l’accurata selezione in base al merito di chi insegna e dirige, l’importanza dell’impegno, della puntualità, del rispetto dei propri doveri. Altrove no. E purtroppo la scuola, salvo eccezioni, è in questo altrove. Tutti i partiti ne proclamano l’importanza decisiva, ma – ministro dopo ministro – evitano accuratamente di garantire le condizioni di cui sopra per mettere in pratica le buone intenzioni. Si scelgono scorciatoie che occultano i problemi invece di risolverli: spingendo i docenti a evitare le bocciature per “diminuire” la dispersione; creando i Bisogni Educativi Speciali che sfociano in autostrade verso la promozione; legittimando negli scrutini la falsificazione di fatto di molte valutazioni. Gli esami, così importanti per mobilitare le energie degli studenti, sono stati tutti aboliti, meno i due di Stato che però diventano sempre più facili. L’importanza di avere buoni insegnanti viene contraddetta da una debole selezione in entrata, da un gran numero di assunzioni ope legis e dal rifiuto granitico di occuparsi del demerito, cioè dei casi di grave inadeguatezza professionale o deontologica.
Ci sono anche fattori esterni alla scuola che rendono più difficile la crescita di cittadini interessati alla res publica. I politici sembrano spesso più preoccupati di ottenere un facile consenso con slogan e battute a effetto piuttosto che di spiegare bene i problemi da affrontare e le loro proposte. Non pochi programmi televisivi preferiscono attirare spettatori con le risse verbali che dedicare tempo a un’informazione esauriente. I notiziari danno spesso per scontata la comprensione di espressioni o concetti solo perché sono stati già usati. Ma il fatto forse più dannoso di tutti è stato il successo dell’ “anti-politica”, che, partendo dall’intento di purificare la vita pubblica dalla corruzione, ha finito per rendere condannabile o almeno sospetta agli occhi di molti la politica in quanto tale; ed è probabile che questo abbia spinto moltissimi ragazzi a estraniarsene.  
Non è quindi la presunta “responsabilizzazione”, attraverso il diritto di voto, di giovanissimi non ancora maturi che può servire al progresso civile, ma in primo luogo una scuola più efficace nel creare cittadini preparati e capaci di ragionare con la propria testa.
Giorgio Ragazzini

giovedì 26 settembre 2019

LOTTARE PER IL FUTURO E PRENDERE SUL SERIO LA SCUOLA. Lettera aperta agli studenti italiani

"Corriere Fiorentino", 26 settembre 2019) 
È un’ottima cosa che nel mondo tanti ragazzi si mobilitino in difesa del loro futuro e cerchino di evidenziare la gravità del problema climatico e l’urgenza di prendere i provvedimenti necessari.
Nel riconoscere e apprezzare tutto questo, allo stesso tempo dobbiamo segnalarvi un grosso rischio: quello di svalutare la grande importanza della scuola, se considerate la partecipazione alle manifestazioni di mattina, cioè in orario scolastico, come l’unica o la più importante forma di impegno.
Anche per uno scopo nobile come questo, è sbagliato perdere ripetutamente ore di lezione (se ne perdono già molte per tante e non sempre valide ragioni). Il primo motivo è il mancato arricchimento culturale, cioè un danno alla capacità di comprendere il mondo e costruire il proprio futuro. A scuola è possibile approfondire anche i problemi del clima, invece di accontentarsi di informazioni  superficiali raccolte spesso dai social network. Molti vostri compagni intervistati nelle manifestazioni della scorsa primavera ammettevano francamente la loro ignoranza in materia. Insomma, per uno studente la scuola dovrebbe essere anche il più importante luogo di impegno civile.
C’è poi da considerare lo spreco di risorse che la perdita di giorni scuola comporta e che rende contraddittorie le vostre frequenti e giuste richieste di più fondi per l’istruzione. Una scuola di medie dimensioni costa allo Stato 30.000 euro al giorno, mille scuole 30 milioni di euro.
È poi importante che le forme di lotta siano credibili al 100%. Si deve allontanare anche il solo sospetto che si eviti il pomeriggio per aumentare opportunisticamente la partecipazione.
È bene infine essere consapevoli che è una grande fortuna poter studiare; una possibilità che troppi bambini e ragazzi nel mondo non hanno ancora. Battetevi dunque per i vostri ideali continuando a frequentare tutti i giorni la scuola. In tanti apprezzeranno questa dimostrazione di maturità.
Aggiungiamo soltanto che come insegnanti e come cittadini avremmo preferito sentirvi rivolgere considerazioni come le nostre – ben più autorevolmente – dal Ministro dell’Istruzione, che vorremmo più attento nel valorizzare un’istituzione così fondamentale per il vostro e nostro futuro.
Sergio Casprini, Andrea Ragazzini, Giorgio Ragazzini, Valerio Vagnoli

mercoledì 25 settembre 2019

E ROMA RISBAGLIA


Nel riflettere sulla straordinaria manifestazione per il clima del 15 marzo scorso, che aveva visto la massiccia partecipazione di studenti e insegnanti, avevamo sottolineato la necessità che il suo svolgimento in orario scolastico rappresentasse un’eccezione e non diventasse una consuetudine. Sembra invece che ci si avvii su questa strada: venerdì prossimo si replica e con l’incoraggiamento del nuovo ministro, che auspica una grande partecipazione degli studenti. A questo scopo ha emanato un’infelice circolare alle scuole con cui invita presidi e insegnanti ad accogliere le giustificazioni degli studenti che dichiareranno di avere preso parte alle manifestazioni. Non c’era del resto da farsi illusioni. Chi conosce la scuola sa quante ore e giornate di studio si perdono per i più vari motivi; eppure per l’istruzione i contribuenti spendono molto, se pensiamo che, per esempio, una scuola di 30 classi ci costa 30 mila euro al giorno. Non è quindi una bella cosa che i «Venerdì per il futuro» rischino di diventare, proprio come sembra, dei venerdì in fuga dalla scuola e perciò dal futuro stesso, che vediamo tanto più grigio, se le nuove generazioni non acquisiscono, accanto alla capacità di mobilitarsi, la solida e approfondita preparazione culturale necessaria per cambiarlo. Ai piani alti della scuola, a dire il vero, le cose cambiano con notevole rapidità e chiunque viene chiamato a fare il ministro sembra fare a gara contro il tempo e i suoi predecessori per annunciare, e spesso purtroppo per mettere in atto, cambiamenti che servono innanzitutto a giustificare il proprio arrivo in viale Trastevere. Eppure l’attuale ministro, avendo riconosciuto al momento del suo insediamento di essere competente sulle questioni universitarie, ma totalmente inesperto di scuola, ci aveva fatto illudere che, al contrario di tanti suoi predecessori, fosse disponibile a mettersi con umiltà a conoscerla e a studiarla con attenzione e con il senso di responsabilità che si richiede quando siamo chiamati a incidere sul destino dei ragazzi. Invece ancor prima di varcare la soglia del ministero si è lasciato andare a una serie inarrestabile di proposte e riflessioni che lasciano il più delle volte basiti.
Come l’auspicio di ispirarsi alla rinfusa alla scuola finlandese, a Maria Montessori, a Don Milani, all’esperienza di Reggio Children... Qualcuno dovrebbe informare il ministro Fioramonti che blandire gli studenti non porta fortuna. Prima di lui lo ha fatto l’ex ministra Carrozza: anche lei, appena varcata la soglia di viale Trastevere e dichiaratasi come Fioramonti incompetente del sistema scolastico, sollecitò tuttavia gli studenti a ribellarsi ai genitori, alla scuola e ai professori. E peggio di lei avrebbero poi fatto l’ex sottosegretario Davide Faraone che esaltò il valore formativo delle occupazioni e l’ex vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, che elogiò gli studenti che anziché essere a scuola andavano ai suoi comizi. Un comportamento del genere certamente fa molto male alla scuola e al Paese, e a pensarci bene non giova neanche al miglioramento del clima stesso se nel suo nome ci permettiamo di sperperare milioni di euro per fare, al mattino, ciò che si potrebbe fare, anche con maggior credibilità, di pomeriggio.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino” di oggi)

lunedì 23 settembre 2019

I “VENERDÌ PER IL FUTURO” SONO UNA BELLA COSA. MA PERCHÉ FERMARE LA SCUOLA?


Venerdì scorso la faccetta di Greta Thunberg sprizzava soddisfazione. Centinaia di migliaia di ragazzi di tutto il mondo stanno forse spingendo davvero i governi a un impegno maggiore per ridurre le emissioni di gas serra. È un movimento che può anche servire a rincuorare una generazione che le vicende economiche hanno indebolito in molti casi il naturale slancio verso il proprio futuro. Questo non ci esime, però, come facemmo  la scorsa primavera per la prima ondata di manifestazioni, dal sottolineare di nuovo che c’è un serio problema se l’impegno politico-sociale svaluta di fatto la frequenza scolastica, già erosa da molteplici interferenze, oltre che dalla possibilità di stare assenti senza conseguenze cinquanta giorni l’anno. La domanda è: c’è davvero qualche serio impedimento nel collocare le manifestazioni al di fuori dell’orario scolastico? Se disertare le lezioni poteva essere comprensibile in una fase di contestazione globale quale quella del ‘68, nel tempo è cresciuta (anche se sottaciuta) un’ovvia motivazione opportunistica: se ci mobilitiamo di mattina, viene anche chi di pomeriggio non lo farebbe. 
Di fronte a questa malsana tradizione, sarebbe ovvio un forte richiamo dei ministri di turno alla necessità di una assidua presenza a scuola, a valorizzare ogni singola ora di lezione. E al fatto che una cosa è un’ eccezione, un’altra le ripetute assenze dalle lezioni.
Alla vigilia  del primo “Venerdì per il futuro”, quello del 15 marzo di quest’anno, il ministro Bussetti si limitò a dire: “Si andrà a scuola regolarmente”. Un richiamo flebile e burocratico al valore della frequenza, ma ci fu. In vista del “Friday for Future” di ieri, invece, il suo successore lo ha definito “la lezione più importante che possano frequentare”. La scuola e gli insegnanti ne escono ovviamente svalutati. Il Ministro dell’Istruzione avrebbe fatto meglio a dire agli studenti che la scuola è il luogo dove le tematiche ambientali possono essere adeguatamente approfondite e non solo orecchiate dai media. Peraltro Fioramonti non è certo il primo che da viale Trastevere ha contribuito a indebolire l’autorevolezza dell’istruzione pubblica: basti ricordare Maria Chiara Carrozza, che incitò gli studenti a ribellarsi “ai genitori, ai prof, alla scuola”; gli elogi delle occupazioni e delle autogestioni di Davide Faraone; e – da un altro pulpito – quelli di Matteo Salvini.
Alla scuola, insomma, si dà importanza a parole, non nei fatti. Quante dichiarazioni programmatiche abbiamo sentito incentrate sul tempo scuola come migliore antidoto alla dispersione scolastica?  
Forse una maggiore consapevolezza di quanto pagano per la scuola i contribuenti potrebbe farci fare un passo avanti. L’Associazione Nazionale Presidi  tempo fa calcolò  quanto costano le occupazioni studentesche.  ”Uno studente – spiegava l’Anp – costa allo Stato circa 8mila euro l’anno.  Una classe di 25 studenti ne costa mille al giorno. Il ‘fermo’ di una scuola di 30 classi ne costa 30mila, sempre al giorno. In due giorni  di sospensione delle lezioni – evidenzia – una scuola di medie dimensioni ha ‘bruciato’ l’equivalente di quanto riceve in un anno di finanziamenti”.  Dunque, se anche solo 1000 scuole superiori su circa 12.000  si fermano per una giornata, se ne vanno in fumo 30 milioni di euro. Pensiamoci.
Giorgio Ragazzini
"ilSussidiario.net", 23 settembre 2019

mercoledì 18 settembre 2019

TRECCINE BLU E LIBERTÀ INDIVIDUALE

È un attentato alla libertà individuale imporre a un allievo di non venire a scuola con un fascio di treccine blu elettrico in testa? La risposta è affermativa per la mamma del ragazzo di Scampia che ha dovuto tagliarsele per rientrare in classe, ma anche per il sottosegretario De Cristofaro, che chiederà all’Ufficio scolastico regionale “di intervenire per ripristinare un principio di libertà”.
Si sa però che le libertà in qualsiasi campo trovano qualche inevitabile limite; e anche la crescita esponenziale dell’informalità dopo il ’68 non ha reso raccomandabile andare a messa in bikini, con infradito e bermuda dal presidente di un’azienda o a torso nudo a un colloquio di lavoro. Su questo punto la scuola ha il duplice compito di contrastare l’esibizionismo, cioè il "guardate qua! guardatemi, vi supplico!" (Michele Serra), e quello di far capire che crescere significa anche saper adattare linguaggio, atteggiamenti e abbigliamento alle diverse situazioni. Far rispettare queste e altre regole a Scampia è poi, com’è intuibile, doppiamente importante.
Ma chi lo decide – si obbietta – che le treccine colorate, le mutande in vista e le natiche che occhieggiano sopra i jeans non vanno bene a scuola? La risposta è che spetta alla scuola stessa, come a chiunque abbia un ruolo educativo, applicare a casi concreti dei principi generali condivisi (cioè discussi). Nella media dove ho insegnato per dieci anni il regolamento di disciplina prescriveva semplicemente: “L’abbigliamento con il quale i ragazzi si presentano a scuola deve essere sempre decoroso e adatto al lavoro scolastico”. Punto. Ne avevano discusso una commissione, poi il Collegio dei docenti e infine il Consiglio di Istituto, evitando di elencare una casistica e affidando agli insegnanti il compito di applicare la norma con buonsenso e fermezza. E ha funzionato benissimo.
Giorgio Ragazzini

sabato 7 settembre 2019

INSEGNARE LA DEMOCRAZIA: L’IMPORTANZA DELLA DISCUSSIONE


Il governo attraverso la discussione: è questo il modo migliore per definire la democrazia, quello che ne coglie il nucleo profondo, che non è tecnico, ma umano, come vedremo tra poco. La definizione è dell’economista James Buchanan, poi ripresa da Amartya Sen in un saggio pubblicato sul “Foglio” nel 2003. Questo punto di vista, scrive lo studioso indiano, ci consente di ampliare la storia delle idee democratiche e in particolare di correggere la convinzione “che la democrazia sia un’idea esclusivamente occidentale”. Sen sottolinea infatti l’esistenza di “lunghe tradizioni di incoraggiamento e protezione della discussione pubblica su temi politici, sociali e culturali, ad esempio in India, Cina, Giappone, Corea, Iran, Turchia, nel mondo arabo e in molte regioni dell’Africa”. Tutto questo, aggiunge, non diminuisce certo l’importanza di elezioni e votazioni, che però sono in realtà un mezzo per dare uno sbocco concreto a quello che è maturato nel dibattito pubblico; se accompagnato, s’intende, dalla garanzia di poter parlare e ascoltare liberamente.
Ma l’idea della democrazia come “governo attraverso la discussione” ci spinge ad andare oltre le considerazioni di Amartya Sen e a scoprire il legame tra democrazia e natura umana. Pensiamo al modo in cui tutti noi prendiamo piccole o importanti decisioni: in famiglia, fra amici, nei gruppi di cui facciamo parte. Lo facciamo quasi sempre discutendo. Fin da ragazzi: A che si gioca? Chi ha ragione fra Paolo e Teresa? È meglio il Liceo classico o lo scientifico? Lo stesso avranno fatto anche i nostri lontani antenati per organizzare la caccia, la pesca o la raccolta, per scegliere la direzione verso cui migrare o, successivamente, per distribuirsi i compiti nei lavori agricoli.
La democrazia è quindi radicata in una caratteristica fortemente evolutiva dell’essere umano: la capacità di scambiarsi delle idee, di confrontarsi su diverse opzioni, di accordarsi e collaborare in vista di uno scopo. Non solo: la democrazia ha radici anche nella testa di ognuno di noi, dato che vi si svolge quel dialogo “tra me e me” che è, come sottolinea Hanna Arendt nel suo libro su Socrate, “condizione basilare del pensiero” (fu infatti il filosofo ateniese a sostenere che siamo tutti “due-in-uno”).
Del legame con queste caratteristiche degli esseri umani – in cui, come sappiamo, possono prevalere altre e opposte tendenze – dovrebbe tenere conto la scuola nella didattica dell’educazione civica (o della storia), specie nel primo ciclo di studi, in cui gli allievi non hanno sviluppato compiutamente la capacità di astrazione e in genere apprendono meglio in base a esempi concreti, anche tratti dall’esperienza personale. Spiegare la democrazia cominciando da elezioni, diritto di voto, maggioranze e minoranze, parlamento, può essere un po’ come iniziare dal tetto la costruzione di una casa (questo non esclude che ci siano altri percorsi didattici adatti all’età).
Questa concezione della democrazia rende più evidente l’importanza della qualità della discussione pubblica. Perché un sistema democratico funzioni non basta discutere: bisogna farlo bene. Purtroppo il dibattito politico lascia molto a desiderare, sia che ci si riferisca al dialogo tra i politici, sia a quello tra i cittadini interessati ai problemi della società e al confronto tra i partiti. Sotto accusa in particolare la Rete, che, se rende possibile diffondere un’idea intelligente anche se espressa da un signor Nessuno, allo stesso tempo non solo fa circolare una valanga di sciocchezze e di offese, ma, come ha ben detto Luca Ricolfi, “è il luogo nel quale si celebra e si conferma quotidianamente la distruzione della distinzione tra fatti e opinioni sui fatti”.
Quanto alla discussione a voce, quella tradizionale “in presenza”, spesso càpita di assistere a “dibattiti” in cui ci si interrompe in continuazione, si urla, si squalifica l’interlocutore, si sostituisce l’argomentazione con etichette, sarcasmi, caricature delle idee altrui. E non c’è quasi problema complesso che non venga iper-semplificato.
Neppure per migliorare il livello della discussione pubblica esiste una soluzione semplice. Potrebbero fare molto nel proprio àmbito soprattutto i giornalisti, i conduttori televisivi, i partiti. E ovviamente anche la scuola. Non basterà però un’ora di educazione civica, la cui reintroduzione, peraltro, proprio in questi giorni è stata rimandata all’anno prossimo. Per formare i futuri cittadini democratici c’è prima di tutto bisogno di una scuola che non transiga sull’impegno nello studio, faccia capire quanto è complessa la realtà, scoraggi la presunzione. Altrettanto esigente la scuola deve essere sul rispetto delle regole della convivenza civile, compreso il modo di discutere correttamente. Solo così formeremo persone culturalmente più preparate, capaci di attenersi alle leggi che la società si è data a garanzia dei diritti di tutti e rispettose dei punti di vista diversi dal proprio.

Giorgio Ragazzini
(“ilsussidiario.net”, 6 settembre 2019)

mercoledì 28 agosto 2019

LA VERA EMERGENZA


In un Paese che tenesse davvero al futuro dei giovani l’inizio dell’anno scolastico dovrebbe essere un momento solenne. Se così fosse, il Presidente della Repubblica si rivolgerebbe agli allievi di ogni età per ricordare l’importanza di padroneggiare l’italiano, di conoscere la storia, la geografia e le scienze; l’importanza, insomma, di quanto l’umanità che ci ha preceduto ha nei secoli indagato, scoperto, costruito e regalato. Ma — da buon padre di famiglia — dovrebbe aggiungere che per avere risultati e soddisfazioni l’arma decisiva è la perseveranza, cioè l’impegno costante di chi non si arrende alle difficoltà. Le attitudini sono importanti, ma, come può testimoniare qualsiasi atleta, la dote che possiamo anche chiamare costanza, tenacia, grinta o determinazione vale più di ogni altra cosa.
Purtroppo sono tutte parole scomparse dal lessico scolastico e dai documenti ministeriali. Si è diffusa l’idea di una scuola in cui solo divertendosi si impara, mentre alle più svariate «competenze» si dà sempre più risalto rispetto ai contenuti disciplinari. Il 14 agosto scorso, per esempio, leggendo sul Corriere della Sera il documento «L’educazione sfida centrale anche per il mondo produttivo», firmato da un folto e qualificato intergruppo parlamentare, mi ha colpito questo passo davvero sorprendente: «È nostra convinzione che per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica possa essere efficace l’introduzione della metodologia didattica delle “non cognitive skills” (amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale) nel percorso didattico delle scuole medie e delle scuole superiori». Ben venga, certo, la «coscienziosità» in una scuola in cui troppo spesso si tollerano l’irresponsabilità, la pigrizia e la mancanza di puntualità, anche se ha poco a che fare con la didattica e la può ottenere solo una scuola che non si scorda di richiamare gli allievi alle loro responsabilità.
Ma proporre come obbiettivi didattici nientemeno che l’«amicalità» e la «stabilità emotiva» conferma quanto l’istruzione, cioè il cuore del sistema scolastico, venga sempre più eclissata e spodestata dalle più disparate «educazioni» che evito di elencarvi. Quanto all’apertura mentale, non è sempre stato (ed è) il risultato dello studio approfondito delle materie, del rapporto con docenti intelligenti e preparati, insomma di una scuola che funzioni?
Con tutto il rispetto per gli estensori di un documento per altri aspetti sensato, proporre come rimedio all’impreparazione e all’insuccesso scolastico di tanti ragazzi le «abilità non cognitive» di cui sopra, rischia di servire soltanto a distogliere l’attenzione da quelli che sono i veri provvedimenti necessari a risollevare il nostro sistema scolastico, in particolare nel settore professionale. Tanto per fare un esempio, lo sanno bene gli autori del Manifesto, che da qualche anno è frequente che entrino in ruolo docenti di materie professionali senza mai, sottolineo mai, aver lavorato nel settore di riferimento? Naturalmente questo è possibile grazie all’esistenza di un sistema di reclutamento raffazzonato e indegno di un Paese moderno. La vera emergenza è quella di formare e selezionare con serietà insegnanti competenti nelle loro materie, nella didattica, nella psicopedagogia, nel saper comunicare. Insegnanti esigenti, ma dotati delle necessarie attitudini relazionali e affettive, impegnati ad aggiornarsi e consapevoli di quanto anche attraverso l’esempio si insegni ai propri allievi. Purtroppo però all’orizzonte non si vede una forza politica in grado di affrontare la crisi della scuola (una crisi che pesa sui progetti di vita di milioni di giovani), con un concreto programma di serietà e di rigore che riguardi tutti: insegnanti, dirigenti, studenti.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 28 agosto 2019)

giovedì 1 agosto 2019

CALENDA, LA SINISTRA E LA SCUOLA


Qualche sera fa l’ex ministro Carlo Calenda, ospite di una trasmissione televisiva, ha ribadito più volte che il primo grande problema da risolvere in Italia è quello scolastico, perché una scuola scadente come quella certificata dalle ultime prove Invalsi contribuirà come nessun altro fattore a minare per molto tempo il nostro futuro. Lo ha detto con una convinzione che da anni nessuno del suo partito aveva, a mia memoria, espresso. Purtroppo gran parte di questo paventato rischio si è già realizzato. Tuttavia siamo obbligati a sperare che alle sue parole seguano i fatti. Il primo dei quali dovrebbe consistere nel rivolgere le sue amare considerazioni direttamente al suo partito e in generale alla sinistra (politica e sindacale), che tanta responsabilità ha avuto nel ridurre la scuola – in cui è stata egemone – nelle condizioni in cui versa, non senza la gentile collaborazione di quasi tutto lo schieramento politico. Ed è ridotta com'è perché dalla riforma Berlinguer, da cui molto del suo declino è iniziato (Autonomia scolastica, Statuto delle studentesse e degli studenti), non ha conosciuto che improvvisati raffazzonamenti, spesso opera delle medesime persone che da anni hanno guidato, direttamente o indirettamente, gran parte della politica scolastica, passando, spesso senza alcun merito, da una “cadrega” all'altra. Persone del genere, per troppo ovvie ragioni, è raro che abbiano interesse a confrontarsi con chi fa proposte e analisi del sistema scolastico diverse dalle loro. E non a caso in questi anni e ben prima dei dati Invalsi a nulla sono serviti gli appelli, le indagini demoscopiche e perfino i dati dell’Ocse. I quali ci dicono che la scuola sta da anni scivolando in una crisi irreversibile, che riguarda non solo la preparazione degli studenti, ma anche la loro coscienza civile. Vorrei inoltre ricordare a Calenda che la situazione è più grave di come la dipingono i dati Invalsi, che nulla dicono a proposito della qualità dei docenti e dei dirigenti e neppure sullo stretto rapporto tra rispetto delle regole e apprendimento. Occorre agire con la massima urgenza perché il tempo è oramai quasi scaduto. E per poter salvare la scuola occorre prima di qualsiasi altra cosa selezionare una classe docente preparatissima, in grado di dare il meglio di sé e di pretenderlo dagli allievi. I quali dovranno imparare che la conoscenza è sempre conseguenza di impegno, dedizione, fatica e rispetto degli altri e di sé stessi. E per favore smettiamo di credere, come sostiene la quasi totalità degli addetti ai lavori di cui sopra, che basteranno le Flipped Classroom, il Role Playng, il Cooperative Learning o il Circle Time ad alzare il livello dei nostri studenti. Purtroppo la politica scolastica dell'attuale governo non ci rassicura affatto, in quanto quasi esclusivamente preoccupata di raccogliere senza tanti sforzi, al pari di tanti altri governi, i consensi del mondo scolastico, assumendo decine di migliaia di docenti e impiegati senza alcuna seria verifica sulla loro professionalità. Un mondo scolastico ormai abbandonato a sé stesso e non più in grado di garantire un futuro alle nuove generazioni. E pensare che grazie alla scuola del dopoguerra, come ci ricorda lo storico Adriano Prosperi nel suo bellissimo saggio Un volgo disperso, “figli e nipoti dei contadini di un tempo sono diventati altro: operai, commercianti, industriali, insegnanti, impiegati”. Molti ragazzi socialmente svantaggiati di oggi, invece, non possono aspirare a niente del genere, neanche a poter diventare operai specializzati, perché la scuola non funziona come dovrebbe. Speriamo che Calenda pensi anche a questo, visto che da decenni la sinistra non si è preoccupata di farlo.
Valerio Vagnoli

giovedì 11 luglio 2019

LODI A PIOGGIA, FU VERA GLORIA?


Non c’è che dire, nella gran parte delle scuole fiorentine i primi risultati degli esami di Stato sono davvero molto buoni. Il numero dei 100 e perfino dei 100 e lode forse non ha eguali rispetto agli scorsi anni e ancora di più se si fa il confronto con gli anni precedenti. Tutto ciò non può che far piacere, innanzitutto alle ragazze e ai ragazzi che si sono meritati questi voti e ai docenti che li hanno preparati.
A dire il vero un po’ c’era da aspettarselo. Nella nuova formula, l’ennesima negli ultimi dieci anni, il punteggio di ammissione, quello che valuta l’andamento del candidato negli ultimi tre anni, è stato portato non a caso da 25 a ben 40 punti. Possono aver influito positivamente anche le nuove modalità di svolgimento della prova orale, ideate a quanto pare dal Ministro in persona: lo studente sceglie una fra tre buste chiuse, da cui può venire fuori la fotografia di un piatto futurista, un proverbio, un verso di Montale. Da lì sono partiti i candidati, che, se abbastanza loquaci, hanno potuto andare avanti senza essere interrotti, come hanno raccomandato diversi presidenti di commissione, benché le istruzioni ministeriali non facessero parola di questa facilitazione. Sembra infatti che in generale sia spesso mancata proprio per questo ai commissari la possibilità di approfondire i contenuti via via proposti dagli studenti o di affrontare anche altri argomenti, oltre quelli legati alla traccia «pescata» nella busta.
Malgrado ancora non siano disponibili i risultati nazionali, c’è da scommettere che saranno anch’essi i migliori di sempre; e forse anche quest’anno certe scuole potranno vantare percentuali a due cifre di cento e lode e a gioire saranno, oltre ai ragazzi e alle loro famiglie, anche i responsabili di questa nuova impostazione. Come ogni anno, in mancanza di strumenti che consentano di comparare i risultati, non si può che ripetere il manzoniano “fu vera gloria?” Solo che neppure i posteri avranno gli elementi per rispondere. Certo è che i mali della scuola superiore rimangono tutti, soprattutto quello di essere in molti casi poco esigente sul piano della preparazione e su quello del comportamento, due aspetti tutt’altro che reciprocamente ininfluenti.
Non si tratta di tifare per la scuola che boccia e tantomeno per quella, come l'attuale, che perde per strada ogni anno migliaia e migliaia di ragazzi. Vorremmo una scuola più efficace e credibile, il che significa anche meno timorosa di esami frequenti e impegnativi (ne sono rimasti solo due), appuntamenti per mettersi alla prova e dare il meglio di se stessi. Del resto non molto tempo fa proprio su questo giornale si è discusso di una scuola basata, invece che sul tradizionale succedersi delle classi, su corsi disciplinari al termine dei quali si dovrebbe sostenere un esame per passare al corso successivo.  
Ma si apprezzerebbe anche qualche piccola accortezza in più da parte del Ministero, per esempio quella di formare adeguatamente e per tempo i docenti quando si cambiano le formule degli esami. In mancanza di ciò, c’è da aspettarsi anche dei risultati molto disomogenei tra le varie commissioni all'interno della medesima scuola. E vorremmo inoltre che chi formula dal ministero le griglie di correzione delle prove scritte sapesse usare la lingua italiana, in modo da fornire istruzioni di senso compiuto. L'improvvisazione in questo settore non ci piace affatto. Ci piacciono invece i bei risultati, purché veritieri, frutto cioè della volontà e della capacità di valutare i ragazzi per quello che sanno e sanno fare.
Valerio Vagnoli (“Corriere Fiorentino” 10 luglio 2019)

martedì 2 luglio 2019

PER ESSERE UN BUON CITTADINO ITALIANO ED EUROPEO BISOGNA CONOSCERE LA STORIA


In questi giorni si stanno svolgendo gli esami di Stato previsti al termine delle scuole superiori. Sono state apportate diverse modifiche rispetto all’anno precedente. Quella che ha suscitato più critiche è stata la cancellazione, tra le prove scritte, del tema di Storia. E infatti quando se ne venne a conoscenza ci furono diverse proteste, compresa una raccolta di firme in calce a un manifesto promosso dal quotidiano “La Repubblica”, sottoscritto tra gli altri dalla senatrice Segre, da Andrea Camilleri e da altri cinquantamila cittadini.
Per il Ministero della Pubblica Istruzione il motivo di tale decisione è stato lo scarsissimo appeal che la prova aveva dimostrato presso i maturandi (solo l’1 per cento svolgeva quel tema) e l’improponibilità di temi astrusi e lontanissimi dalla sensibilità moderna dei giovani, poco inclini a interessarsi dei problemi del confine orientale d’Italia tra il 1945 e il 1954, del Patto di Londra del 1914 o della costruzione del muro di Berlino nel 1961.
Al termine della prova di Italiano i difensori della scelta ministeriale hanno risposto alle critiche, facendo notare che la storia era praticamente presente in tutte le tracce: direttamente in quelle sull’eredità del Novecento e sul nesso tra sport e storia; affiorava in quella su una poesia di Giuseppe Ungaretti, in un brano di Leonardo Sciascia e in quello tratto da un libro di Tomaso Montanari; si poteva commentare un passo del libro di Sloman e Fernbach L’illusione della conoscenza a partire da un episodio della Guerra Fredda; e perfino nella traccia sul Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si poteva azzardare qualche riferimento storiografico.
La domanda più importante da porsi però è quale peso hanno le discipline storiche nella formazione culturale delle giovani generazioni durante l’intero corso di studi, al di là del loro momento conclusivo (e per inciso si può notare che nessuna delle tracce di quest’anno riguarda periodi di storia del nostro Paese o dell’Occidente anteriori al Novecento). Non è soltanto un problema di quantità, di numero di ore curricolari, ma soprattutto di qualità, cioè di conoscenza soprattutto dei principali processi storici che hanno portato all’Italia e all’Europa di oggi. Personaggi, guerre, lotte per il potere hanno contrassegnato per secoli l’esistenza dell’umanità. Vanno studiati nella loro concretezza, senza pregiudizi ideologici o moralistici, nella consapevolezza che solo con la piena conoscenza del passato si può provare a capire il presente.
Se nella scuola attuale era forse giusto abbandonare la triplice ripetizione dell’intero percorso storico (prima alle elementari, poi alle medie e infine alle superiori, in maniera ovviamente diversa), oggi abbiamo un eccesso di valorizzazione del contemporaneo, a scapito della memoria del passato e della storia mondiale rispetto a quella italiana ed europea. Questo non garantisce agli studenti una sicura formazione culturale e rischia anzi di farne una facile preda delle fallaci e spesso manipolatorie informazioni dei social network.
Riaffermare la centralità della Storia non è dunque questione di un’ora in più o di un tema “astruso” che può comparire nelle buste d’esame. Significa semmai riaffermare il fondamento epistemologico di una disciplina con i suoi specifici contenuti; e in cui sia presente anche il confronto fra le più accreditate interpretazioni degli studiosi sui principali temi storiografici. Una disciplina, infine, che in tempi di una necessaria educazione alla cittadinanza contribuisca alla costruzione dell’identità dei nostri giovani, con la consapevolezza del loro essere in un tempo e in un luogo della storia umana. 

Sergio Casprini

Già pubblicato come editoriale sul sito del Comitato Fiorentino per il Risorgimento (http://www.risorgimentofirenze.it/)

domenica 16 giugno 2019

ESAMI: CAMBIARE OGNI ANNO, PERÒ SEMPRE IN PEGGIO


Mercoledì la prova di italiano scritto darà il via agli esami di maturità. Si potrà scegliere tra l’analisi di un testo letterario, il tema argomentativo e il tema di attualità. Il resto (seconda prova e orale) non sarà come lo scorso anno: la formula è cambiata.
Certo anche gli esami possono aver bisogno di modifiche in relazione ai cambiamenti della società. Ma est modus in rebus. Tanto meno si dovrebbe cambiare, come stavolta è accaduto, ad anno scolastico avviato, senza neanche dare tempo alle scuole di capire come prepararli. Negli ultimi 12 anni l’esame è stato cambiato 6 volte. Ma quali sono stati i principali cambiamenti del corso degli anni? Quello più importante è il numero delle materie da preparare per l’orale: tutte fino al 1968; solo due, di cui una a scelta del candidato, dal ’69, con l’evidente intenzione di compiacere la contestazione studentesca. Di nuovo tutte le materie per l’orale dal ’97 a oggi, con variazioni legate alle competenze dei commissari. Diverse volte è cambiata la fisionomia della commissione esaminatrice, un tempo composta da docenti tutti esterni, poi (per risparmiare) tutti interni, poi metà e metà. È cambiato ripetutamente il valore del «credito scolastico», cioè del punteggio relativo all’andamento del triennio, così come i punteggi da assegnare al colloquio o alle prove scritte e le modalità di attribuzione del «Bonus»: un gruzzoletto di punti, questo, da assegnare ai meritevoli. Mutate anche le condizioni per essere ammessi all’esame: prima occorreva la sufficienza in tutte le discipline, ora può bastare che sia sufficiente la media. Per rendere più raggiungibile questo traguardo, da quest’anno conterà anche il voto di condotta.
Come si sarà capito, si tende sempre più a facilitare, facilitare, facilitare. Ci si propone di diminuire ulteriormente la percentuale dei non ammessi (intorno al 2%), come quella dei non promossi all’esame, benché posizionata allo zero virgola. E per questo è stata abolita la «terza prova», quella scritta su varie materie preparata dalla commissione, temutissima dagli studenti per la sua vera o presunta difficoltà. Si vuole banalizzare per forza un esame che è prezioso proprio in quanto costituisce una messa alla prova delle proprie capacità. Se un ragazzo si preoccupa (com’è normale), è un dramma. Il compito di far tendere a zero la percentuale dei bocciati è stato ora «delegato» anche all’aumento dei punti legati al curriculum triennale, che passano da 25 a 40 sul totale di 100, che è il massimo (lode a parte). È stato abolito, rispetto alle decisioni della ex ministra Fedeli, anche l’obbligo di aver svolto l’intero monte ore di alternanza scuola-lavoro per essere ammessi all’esame. E rispetto al passato tale monte ore è stato, come chiedevano gli studenti e alcuni sindacati, pressoché dimezzato in tutti gli indirizzi. Via, purtroppo, il tema di carattere storico, ma non è detto che un richiamo alla storia non sia presente nelle altre tracce. Positivo invece il fatto che la seconda prova potrà avere un carattere multidisciplinare, coinvolgendo magari due materie per poter così trattare, anche in maniera trasversale, lo stesso argomento. C’è inoltre la novità del colloquio che inizierà da un argomento svolto durante l’anno ma estratto a sorte dal candidato, e delle griglie per la correzione e valutazione delle prove che non saranno più costruite dalle singole commissioni, ma predisposte a livello nazionale. Finalmente una importante dichiarazione di qualche giorno fa del ministro Bussetti a proposito della serietà degli esami da garantire anche indossando da parte dei candidati, e talvolta potrebbe essere opportuno ricordarlo pure a certi commissari, un abbigliamento consono ad un contesto così importante come l’esame di maturità. E ha fatto bene a ricordare che non si copia e se colti con il cellulare acceso si sarà esclusi dall’esame. Di questo dovranno essere consapevoli le commissioni, tutte, perché capita talvolta che commissari e presidenti si rendano perfino disponibili a fornire soluzioni di problemi e traduzioni ai candidati. Durante il colloquio è previsto che obbligatoriamente venga richiesto al candidato di trattare il tema della «Cittadinanza e Costituzione». Insomma, una occasione per dimostrare che le parole non vanno tradite dai fatti e che almeno durante l’esame di maturità non si insegna, permettendo la copiatura, il «valore» dell’ipocrisia.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 14 giugno 2019

sabato 8 giugno 2019

IL TRIONFO DI ROUSSEAU


Uno dei maggiori rischi che una democrazia possa correre è quello di permettere che la si scimmiotti proprio in uno dei luoghi deputati a insegnarla, come accade spesso nelle scuole superiori in occasione degli spazi che gli studenti autogestiscono (o addirittura si prendono con le occupazioni) per fare «le loro esperienze» di democrazia diretta. È quanto avviene da quando il diritto alle assemblee fu legalizzato nel 1974 dai cosiddetti Decreti delegati che sancirono la nascita della «partecipazione democratica» in diversi ambiti, scuola compresa. E con il diritto di svolgere attivi e assemblee fu varata la rappresentanza degli studenti e dei genitori negli stessi organi di gestione della vita scolastica. E forse proprio con queste misure si accentuò il lento e inesorabile declino della nostra scuola, la cui debacle, ahimé, è ormai scientificamente accertata. Furono però sufficienti pochi anni perché l’entusiasmo partecipativo degli studenti si spegnesse per riaccendersi ogni tanto con il riesplodere delle proteste. A sancire l’immiserirsi delle assemblee, come scriveva ieri il presidente dell’Anp Toscana Alessandro Artini, contribuirono negli anni le norme che avrebbero dovuto regolarle, sempre più confuse, contraddittorie e spesso demagogiche, al punto da consentire di parteciparvi solo al delegato del preside e non agli altri docenti; quasi che un loro aiuto ai ragazzi nell’organizzarle e nel gestirle minasse chissà quale autonomia. Evidentemente per molti è ancora difficile scrollarsi di dosso il macigno della pedagogia russoiana, dogma educativo negli anni Sessanta, con la condanna di qualsiasi intervento dei maestri per correggere, e perciò compromettere, la spontaneità dei bambini e dei ragazzi. Anche parecchi dei nostri esperti di educazione, legislatori compresi, sembrano poco inclini ad aggiornarsi e a tagliare i ponti con la loro «illusa gioventù» (V. Cardarelli). In tanto marasma normativo è facilissimo pescare la norma che contraddica le decisioni, soprattutto in fatto di disciplina, prese dagli organi scolastici. E ancora più facile è imbattersi in un vizio di forma, vista l’esosa mole di decreti, contratti, circolari, atti d’indirizzo, inviti, leggi con cui un preside dovrebbe gestire la scuola. E a questo, cioè a un vizio di forma, si sono attaccati i genitori di alcuni studenti del liceo Petrocchi di Pistoia per chiedere e ottenere l’annullamento delle misure disciplinari comminate ai loro figli, mesi fa opportunamente sanzionati perché in occasione di un’assemblea si erano resi colpevoli di gravi episodi di bullismo.
E alla presenza di un vizio di forma, l’organo di garanzia regionale, istituito all’interno del rispettivo Ufficio scolastico, non poteva che annullare i provvedimenti. D’altra parte la mia personale esperienza mi porta a credere che, se il ricorso fosse stato fatto al Tar o al Consiglio di Stato, di sicuro un motivo per annullare le sanzioni disciplinari si sarebbe trovato anche senza alcun vizio di forma. Non tanto per colpa dei magistrati, ma soprattutto grazie alla fioritura di una miriade di regole spesso non chiare. Ciò contribuisce a spingere famiglie e avvocati a cercare il cavillo per fare ricorso, con notevoli possibilità di vincerlo. Delegittimando così ulteriormente la funzione della scuola, oltre alla professionalità e alla dignità dei suoi docenti. Così il trionfo di Rousseau continua insieme a quello dei genitori che non educano i loro figli e, per dirla con Luca Ricolfi, impediscono anche ad altri di farlo.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 8 giugno 2019)

mercoledì 22 maggio 2019

UN SINDACO EDUCATORE PER FAR CRESCERE IL SENSO CIVICO IN CITTÀ


Dovrebbe essere ovvio che il rispetto dei propri doveri da parte di ogni cittadino è essenziale per la vita di una comunità. Come scrive Luciano Violante nel suo bel libro Il dovere di avere dei doveri, «i diritti hanno bisogno dei doveri per vivere; quando si offusca la categoria dei doveri, l’unità politica si disarticola, prevale l’egoismo degli individui, la democrazia si sfalda». Com’è noto, però, i doveri sono scomparsi dal discorso pubblico.
In ambito educativo fanno capolino di rado e devono sfidare le convinzioni pedagogiche che li associano, se va bene, alle caserme. Non sorprende, quindi, che nella campagna elettorale per il rinnovo dell’amministrazione fiorentina manchi qualsiasi riferimento a quel «senso civico» la cui carenza distingue l’Italia da gran parte delle nazioni europee. I politici in genere lo considerano un tema che fa perdere consenso. Ma siamo sicuri che un richiamo al
civismo e al senso di responsabilità non sarebbe un buon investimento anche elettorale? Ci sono tanti cittadini corretti, probabilmente la maggioranza, che con i loro comportamenti assicurano a Firenze, per fare un esempio, un accettabile livello di decoro urbano. Verso questo genere di persone un Comune silenzioso sui vari doveri civici — e negligente nel punire chi sgarra — si comporta un po’ da parassita della loro correttezza. Viceversa, un sindaco che si schieri apertamente con i cittadini perbene e agisca con fermezza non può che guadagnarci in popolarità. Il livello di civismo di una comunità è anche il frutto dell’atmosfera sociale in materia di valori e comportamenti. Ogni adulto deve essere consapevole di avere una responsabilità educativa da spendere in tante circostanze. Si può scommettere, per esempio, sul carattere contagioso del fermarsi davanti alle strisce per far attraversare un pedone e, da parte del pedone, ringraziare con un gesto chi si ferma; anche così si produce il senso di appartenere a una comunità. Ma particolarmente incisiva può essere la funzione educativa delle classi dirigenti e quella del sindaco in modo particolare, soprattutto per la sua competenza sui problemi della vita quotidiana. In vista dunque delle ormai prossime elezioni, sarebbe bene che tutti i candidati sindaci (Bocci, Bundu, De Blasi, Giacomelli, Di Giulio, Lasso, Nardella, Valleri, Watte) facessero sapere cosa intendono dire e fare per: - contrastare e sanzionare chi butta per terra cartacce, scontrini, bottiglie, bicchieri e involucri vari;
- far sì che i fumatori mettano le cicche in una scatolina invece di spargerle ovunque; - sanzionare la minoranza di persone che non raccoglie le cacche dei propri cani e introdurre l’obbligo di portare con sé una bottiglietta d’acqua per lavare il punto in cui il cane ha fatto pipì, sull’esempio di diversi comuni (tra cui Alessandria, Genova, Asti);
- individuare e multare chi imbratta i muri;
- difendere senza se e senza ma la quiete pubblica e in particolare il diritto non negoziabile al riposo, moltiplicando i controlli e la presenza dei vigili, riducendo gli orari e programmando per il futuro lo spostamento della movida in zone non residenziali;
- impedire ai ciclisti di andare contromano, sui marciapiedi e nelle zone pedonali (su questo era stata annunciata «tolleranza zero», ma non si è vista).
Infine: si impegnano a fare periodicamente un resoconto delle iniziative e degli interventi su queste materie e sulle altre che riguardano la convivenza civile?
Ci vorrà tempo, ma con tenacia e fermezza un sindaco «educatore» può contribuire a cambiare mentalità e atteggiamenti, facendo meglio attecchire lo spirito civico e il rispetto delle leggi.
Giorgio Ragazzini
“Corriere Fiorentino”, 22 maggio 2019

martedì 21 maggio 2019

LA POLITICA, LA CRITICA E IL RUOLO DELLA SCUOLA


Pochi giorni fa ha suscitato scalpore la sospensione dall’insegnamento per quindici giorni di una docente palermitana che non aveva corretto il contenuto di un video elaborato da suoi studenti. Nel video tra l’altro si equiparano le leggi razziali fasciste e il decreto sicurezza del ministro Salvini e si sosteneva l’analogia tra il rastrellamento e la deportazione degli ebrei romani nel ’43 e il ricollocamento di migranti dopo lo sgombero di un Centro di accoglienza. La durezza della misura disciplinare, spropositata e paradossale, ha colpito perfino il ministro dell’interno Salvini e quello della Pubblica istruzione Bussetti e ha fatto passare in secondo piano le pur evidenti responsabilità sul piano deontologico
della docente, che non ha corretto le sciocchezze dei suoi allievi durante la preparazione del video e neppure ne ha preso le distanze a lavoro ultimato. Ieri invece analogo scalpore ha suscitato il quadro di uno studente del liceo artistico Russoli di Pisa raffigurante il volto del ministro Salvini costruito unendo tra loro centinaia di microimmagini di barconi, di donne e di uomini scomparsi o a stento sopravvissuti al viaggio nel Mediterraneo. Il lavoro, come quello degli altri studenti che avevano frequentato il corso di potenziamento di arte contemporanea, è stato esposto in una Galleria d’arte esterna alla scuola e sarà il pubblico a giudicarne il valore artistico. Intanto la sindaca di Cascina, dove il liceo ha una sua succursale, lo ha giudicato severamente sul piano politico, ritenendolo un’opera vergognosa e un vero e proprio «falso ideologico» (sic). Esattamente il contrario pensa il critico d’arte Luca Nannipieri, suo ex assessore e anch’egli leghista, che difende pienamente il lavoro dei ragazzi e del loro docente. Siamo comunque certi che non mancheranno in futuro altre discussioni e altri scontri a proposito di quanto più o meno politicamente corretto uscirà dalle scuole, anche perché il dibattito politico è spesso alla ricerca di argomenti su cui strepitare: se l’occasione si presenta, guai a lasciarsela scappare! Indipendentemente da ciò, è veramente opportuno fare tutto il possibile per evitare che le scuole diventino occasione per conflitti e che nelle aule si faccia divulgazione ideologica. La scuola pubblica è per definizione di tutti e non può tornare a essere, come spesso avveniva negli anni ‘70 e ‘80, luogo di propaganda più o meno velata. Benissimo ha fatto la preside del Russoli a vietare che il mosaico su Salvini comparisse sul sito della scuola: pur trattandosi di un lavoro artistico e in quanto tale interpretabile da ciascuno secondo la propria sensibilità, credo sia stato giusto non istituzionalizzarla come espressione di una intera comunità scolastica anziché del solo studente che l’ha pensata e creata. Rispetto ai temi inerenti la politica e ad eventuali rapporti con i politici è bene che le scuole siano prudenti ed evitino che dalle loro aule escano proclami e certezze ideologiche. Si deve però accettare, anzi auspicare, che la scuola sia il luogo per eccellenza della critica, della formazione civile e democratica soprattutto attraverso la conoscenza del passato, del mondo contemporaneo e delle diverse opinioni degli studiosi. In questo senso, solo in questo, essa ricopre il nobile ruolo di educare i giovani alla politica. Senza infine dimenticare che li dovrà accompagnare e aiutare a rendere utili e fruttuose le loro occasioni di «democrazia diretta» come le assemblee: occasioni importantissime per abituarli a essere autonomi e a occuparsi di problemi attuali. Molte volte però prevale in loro la voglia di bruciare le esperienze, anche attraverso le abitudinarie occupazioni. Ben vengano invece dei ragazzi in grado di fare bei quadri e di organizzare delle belle mostre di arte contemporanea, stimolanti e creative.
Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 21 maggio 2019

lunedì 20 maggio 2019

LIBERTÀ E DEONTOLOGIA NEL CASO DEL VIDEO DI PALERMO


È stato detto e scritto molto sul video di alcuni studenti di Palermo e sulla loro docente di storia sanzionata dall’Ufficio scolastico regionale. In prevalenza si sostiene che sono in gioco la libertà di insegnamento, la libertà di opinione e il pensiero critico.
In realtà l’episodio è segnato da un atteggiamento superficiale da parte dell'insegnante, che non ha guidato e corretto il lavoro dei suoi studenti, né se ne è dissociata ex post, nel caso che non lo conoscesse in tutti i particolari. Ne è venuto fuori un video fondato sull’omologazione tra le leggi razziali fasciste e il decreto sicurezza del ministro Salvini; e c’è persino l’equivalenza tra il rastrellamento e la deportazione degli ebrei romani nel ’43 e il ricollocamento dei migranti dopo lo sgombero di un Centro di accoglienza per i richiedenti asilo; affermazioni a dir poco imbarazzanti. Un lavoro, appunto, da ragazzi, superficiale e approssimativo come è spesso il loro lavoro se non è guidato e corretto.
Onestamente la collega ci sembra vittima soprattutto della perdurante assenza nella nostra scuola di una seria riflessione sulla deontologia professionale, che guidi gli insegnanti nelle numerose e delicate responsabilità a cui devono far fronte (e spesso si evita persino di ricordare loro quei doveri che già le leggi stabiliscono). Una responsabilità importante di un docente è quella di aiutare gli allievi a costruirsi un pensiero critico, che è l'esatto contrario della superficialità. E se non vengono aiutati in questa conquista diventeranno degli adulti presuntuosi e in realtà pronti a essere culturalmente e politicamente imboccati dal sentito dire o dalle panzane che leggono su facebook.
Molti di coloro che hanno preso le difese della docente hanno denunciato il mancato rispetto della libertà d'insegnamento. Ma le leggi della scuola fanno certamente salva la libertà dell'insegnante, purché attraverso quella si raggiungano i fini che l'intera normativa scolastica, a partire dalla Costituzione, ci impone. Pensare che ciascun docente possa fare quello che vuole (o non fare quello che deve) è una aberrazione che tuttavia resiste grazie al trionfo negli anni settanta e ottanta di una scuola fortemente politicizzata. La libertà di insegnamento come ogni libertà implica una corrispondente responsabilità e non può esonerare dal correggere le sciocchezze dei propri allievi. Né si può accettare che queste ultime siano difese in nome di un inattaccabile diritto alla libertà di opinione. La scuola non è un luogo come tanti in cui si esprimono pareri personali, ma quello in cui si impara a riflettere, discernere, contestualizzare, in modo da abituarsi a formarsi opinioni fondate e ben argomentate, che occorre correggere quando sono chiaramente insostenibili o tendenziose. Non farlo quando i propri allievi equiparano una pur contestatissima legge dei nostri tempi alle famigerate leggi razziali che portarono alla persecuzione degli ebrei e allo sterminio di migliaia di loro è gravemente sbagliato. Per di più con questo paragone si rischia di banalizzare proprio quel crimine e quella tragedia. Che qualcuno dica a questi ragazzi che le leggi razziali non avrebbero mai portato, come invece accade per il Decreto sicurezza, la firma del Presidente Mattarella.
Detto questo, non ci piace per nulla la severità della sanzione inflitta alla docente: quindici giorni di sospensione dal servizio. Una severità paradossale soprattutto se pensiamo a quanto sia solitamente latitante l'amministrazione scolastica (Usr, ma anche i Dirigenti scolastici) nei confronti di docenti che si macchiano di colpe molto, ma molto più gravi; e lo potrei dimostrare con un gran numero di esempi. L’episodio si sarebbe anche potuto risolvere con un serio e approfondito colloquio col preside e con un successivo ripensamento insieme ai ragazzi. Viene da sospettare che qualcuno abbia approfittato di quanto accaduto per portare acqua al mulino del potente di turno pensando che avrebbe gradito un intervento pesante. In ogni caso la scelta in questo senso ha finito con l'indignare, e non poco, gran parte dell'opinione pubblica. Lo hanno capito tanto il Ministro dell'istruzione quanto lo stesso Salvini, che sembrano addirittura dissociarsi dall'iniziativa presa dall'Ufficio scolastico regionale palermitano. Che si meriterebbe almeno un’ ispezione per indagare sulle attitudini e le competenze necessarie a svolgere il proprio ruolo.
Valerio Vagnoli

venerdì 10 maggio 2019

LA NOSTRA SCUOLA E L’EUROPA

 “Corriere Fiorentino”, 10 Maggio 2019
In questa scialba campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, in realtà quasi esclusivamente incentrata sui problemi di politica interna, c’è una totale indifferenza ai problemi della scuola. Il che non stupisce, visto come da tempo viene «governato» in Italia il sistema scolastico. Ma se la scuola rappresenta l’ istituzione fondamentale per la salvaguardia della lingua nazionale, della cultura e perfino dell’economia di ciascun Paese, l’Unione Europea non potrà fare passi avanti se priva di obiettivi comuni sul piano dell’istruzione. Proprio per questo nel lontano 2000 fu varata a Lisbona una vera e propria strategia per raggiungere entro il 2020 una serie di obiettivi anche in ambito scolastico. Tra questi primeggiava, vista la rapidità delle trasformazioni in tutti i settori, la necessità di un apprendimento per tutto l’arco dell’esistenza, in funzione della piena occupazione, ma anche delle competenze personali, civili e sociali fondamentali per l’acquisizione di una vera e propria «cittadinanza attiva».
Un modo intelligente di essere europei sarebbe quello di far tesoro di ciò che caratterizza in positivo ciascuna nazione. Dovremmo mostrare più attenzione verso altri Paesi in merito alla formazione e al reclutamento dei docenti. In Finlandia, tanto per fare un esempio, solo un aspirante su dieci diventa un insegnante (preparatissimo e rispettatissimo). A proposito della formazione professionale, ci si può ispirare, oltre al sistema tedesco in cui una parte della formazione tecnica e professionale si svolge in azienda, anche a quello di altri Paesi caratterizzati come il nostro da un’economia legata alle medie e piccole imprese. Per combattere l’insuccesso scolastico e rendere più equa e insieme più rigorosa la nostra scuola superiore, il Gruppo di Firenze, ispirandosi appunto all’esperienza di alcuni Paesi europei, ha proposto di basarla non più sul passaggio da una classe a quella seguente, ma sul superamento di corsi successivi nelle diverse materie. Dovremmo confrontarci con l’Europa anche sull’educazione degli adulti e l’orientamento scolastico, quest’ultimo da noi pressoché inesistente, con la conseguenza di molte scelte sbagliate, causa a loro volta di parecchie bocciature. A tale proposito mi preme ricordare come, pochi anni fa, in Toscana venne finalmente firmato un accordo tra l’Ufficio scolastico regionale, la Regione stessa, le Università e le Associazioni di categoria per mettere a regime iniziative di orientamento in tutti gli ordini di scuola.
Dopo la firma dell’accordo e dopo una iniziale formazione a tappeto dei dirigenti scolastici dell’intera regione, fu sufficiente il cambiamento di un direttore scolastico regionale perché tutto passasse nel dimenticatoio. Anche sull’inserimento nella scuola dei ragazzi stranieri c’è molto da apprendere. Praticamente tutti i paesi europei prevedono una varietà di sistemi per far imparare la lingua ai ragazzi stranieri, compresi periodi più o meno lunghi dedicati esclusivamente a questo. Noi non ce li abbiamo, perché prevale la retorica dell’inclusione in classe subito, così spesso l’inclusione diventa solo di facciata. Alcuni aspetti del Programma di Lisbona per fortuna stanno offrendo dei risultati postivi, a partire dai progetti Erasmus che incentivano la mobilità transnazionale dei giovani. Inoltre è stato adottato un sistema di condivisione e certificazione delle competenze in fatto di istruzione e formazione (compresi i diplomi universitari) spendibile in tutti i paesi della comunità. Viene inoltre effettuato un periodico monitoraggio sulle performance di ciascun paese, che vede purtroppo l’Italia in tutti questi settori all’ultimo posto in Europa. Che sia per questo che è meglio non parlarne in campagna elettorale?
Valerio Vagnoli

martedì 7 maggio 2019

PUÒ EDUCARE LA SCUOLA CHE NON PUÒ PUNIRE?


“Primo non punire” è sempre più il principale comandamento della scuola italiana, in cui il condono educativo permanente, come lo ha definito lo psicologo Paolo Crepet, fa da perfetto pendant a quelli che da decenni premiano gli evasori fiscali. Un emendamento dell’ultima ora alla legge che reintroduce l’educazione civica àbroga infatti tutte le sanzioni previste agli articoli 412 e 414 del Regio Decreto del 26 aprile 1928: ammonizione, nota sul registro, sospensione da scuola, espulsione con perdita dell’anno scolastico. Il testo definitivo non è ancora reperibile, ma, in base alla scheda illustrativa che si trova sul sito della Camera, sembra che si possa escludere, come qualcuno ha detto, l’estensione alla primaria dello Statuto degli studenti che contempla pur sempre delle sanzioni. Il chiarimento del Ministero non chiarisce affatto la nuova situazione, sostenendo che il provvedimento “non fa altro che estendere anche alla scuola primaria il Patto educativo di corresponsabilità che già oggi disciplina, in maniera dettagliata e condivisa, i diritti e doveri degli studenti delle scuole secondarie nei confronti delle istituzioni scolastiche, comprese le relative sanzioni". Meraviglia che al Ministero si ignori che le sanzioni non sono affatto contenute nel Patto educativo, ma nel regolamento di disciplina che ogni scuola secondaria elabora sulla base dello Statuto degli Studenti. Il Patto da solo lascia la scuola primaria priva di qualsiasi strumento disciplinare, in quanto consiste – stringi stringi – in una presa d’atto da parte dei genitori delle regole di comportamento che la scuola si è data e delle conseguenze del loro mancato rispetto. Del resto nella stragrande maggioranza (o totalità) dei casi l’innovazione del 2007, com’era prevedibile, si è ridotta a un adempimento formale all’atto dell’iscrizione, dunque di nessuna utilità educativa.
La verità è che si tratta di un’altra iniziativa-manifesto di una pedagogia che ignora l’abc dello sviluppo psicologico e morale e che ha così assestato colpi rovinosi alla capacità educativa della scuola. La sanzione invece (di moltissimi tipi e gradi adatti all’età e alle circostanze) è lo strumento che un educatore può utilizzare quando è evidentemente il solo modo di far presente con chiarezza il limite oltre il quale non si può andare. E tutto questo nell’interesse educativo dei bambini che si comportano male e di quelli che vedono impuniti i comportamenti arroganti e irrispettosi. Sarebbe il caso di dare voce, magari con una seria inchiesta, alle tante maestre che già da anni si sentono dire “tanto non mi puoi fare niente” perfino da alunni di prima che le hanno insultate o, bulletti in erba, hanno fatto i prepotenti con una compagna o un compagno di classe. E c’è davvero da chiedersi quale conoscenza dell’attuale scuola primaria e dei suoi allievi abbiano questi “riformatori”.
Quanto all’Educazione civica (per fortuna si è tornati al vecchio nome), il suo ritorno è opportuno, ma è illusorio pensare che la sola conoscenza delle leggi e della Costituzione, pur necessaria, possa sostituire un’educazione familiare e scolastica che alleni fin da piccoli i bambini al rispetto degli altri, al senso di responsabilità e del dovere, all’idea che la libertà non è assenza di limiti. Sarebbe come pretendere che si possa imparare a giocare a calcio studiando un manuale. E se un allenatore si rende conto che un suo giovane allievo arriva tardi, non si impegna o è insolente, fa benissimo a tenerlo in panchina a chiarirsi le idee su come ci si deve comportare. Ripetiamolo: nel suo interesse.
Giorgio Ragazzini

Sul patto educativo di corresponsabilità si può leggere anche quest’altro articolo: ttps://gruppodifirenze.blogspot.com/2018/04/violenza-in-classe-i-mea-culpa-che.html