martedì 19 giugno 2018

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE DIECI PROPOSTE DI GALLI DELLA LOGGIA


Il 5 giugno scorso, Ernesto Galli della Loggia ha indirizzato al nuovo ministro dell’Istruzione Bussetti una lettera con le seguenti dieci proposte, che vale la pena di commentare una per una.
1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico  non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo.
La proposta suona molto più come un’utile provocazione, che come indicazione da prendere alla lettera. Che debba essere recuperata una “limpida chiarezza” sulla necessaria asimmetria del rapporto tra insegnante e allievo, cioè tra chi sa e chi non sa, non c’è il minimo dubbio. Mi pare però, anche per aver insegnato con e senza pedana, che in concreto quei 20 centimetri circa in più abbiano una forza simbolica modesta nella percezione degli allievi, a differenza del gesto di alzarsi tutti insieme in segno di rispetto all’arrivo dell’insegnante, (proposta numero 2).  
2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.
Insieme alla proposta precedente, il rilancio di questo semplice ed efficace gesto di buona educazione ha attivato in automatico in alcuni commentatori i fantasmi dell’autoritarismo e del ritorno a un passato di sadismo pedagogico. Scrive  il preside fiorentino Ludovico Arte: “Fra l’altro, Galli della Loggia suggerisce l’obbligo per legge di alzarsi in piedi all’ingresso dei docenti. Stupisce che non abbia rispolverato anche le bacchettate sulle dita e gli studenti in ginocchio sui ceci”. L’ispettore Emanuele Contu ne trae spunto sul “Sussidiario” per attaccare il feticcio della “didattica trasmissiva”, contro cui si accanisce da tempo anche Luigi Berlinguer: “Il punto è che da tempo abbiamo superato una visione dell'insegnamento come operazione trasmissiva e del docente come depositario di una sapienza predicatoria, da inculcare dall'alto del pulpito nelle menti rigorosamente passive di un popolino che si ammaestra con l'antica liturgia della bella lezione frontale”. Come si vede, i due pareri sono accomunati dalla volontà di squalificare l’interlocutore attraverso una caricatura delle sue posizioni (in barba alla retorica dell’ altro e del diverso) e dalla mancata consapevolezza della grave crisi del rapporto docente-allievi. Sarebbe infine interessante sapere quanto la pratica è già diffusa, ma nella mia ultima scuola avevamo inserito la norma nel regolamento di istituto con il pieno accordo di tutti.
3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.
È stupefacente che dopo decenni di occupazioni manchi nello Statuto degli studenti e in molti regolamenti di disciplina un qualche accenno al fenomeno. Più che parlare genericamente di occupazioni, è comunque preferibile indicare il divieto di alcuni comportamenti collegati, da sanzionare severamente sul piano della condotta, senza ovviamente escludere la denuncia per quelli che costituiscono anche reato:
- entrare nella scuola forzando porte o finestre;
- impedire l'ingresso al personale della scuola o ad altri studenti; 
- interrompere o impedire lo svolgimento dell'attività didattica;
- rimanere senza permesso nell'edificio scolastico al di fuori delle ore di lezione o di altre attività programmate o autorizzate dal dirigente scolastico;
- non partecipare alle lezioni pur essendo all'interno dell'edificio scolastico.
Per l’aggiornamento dei regolamenti interni, abbiamo messo a punto negli anni scorsi un vademecum, poi diffuso via internet, che nella premessa distingue le “autogestioni”, in genere ottenute sotto la minaccia - più o meno velata - dell’occupazione, dalle giornate di attività culturali organizzate per tempo dagli studenti con la collaborazione dei docenti (https://bit.ly/2JBc5rb).
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
Del sistema degli “organi collegiali” istituito nel 1974 sono ormai tutti scontenti, anche perché spesso ci vuole del bello e del buono per trovare chi è disposto a farne parte. Ma sono anche il  frutto di un’idea di partecipazione in cui si confondono poteri e responsabilità differenti. Le decisioni di carattere tecnico-professionale non dovrebbero essere materia di cogestione, invece gli studenti (nelle scuole superiori) e i genitori sono membri del consiglio d’istituto in posizione più meno paritetica rispetto al preside e ai docenti; e per di più il presidente è un genitore. Gli studenti e le loro famiglie potrebbero essere meglio garantiti da ampi poteri e diritti di conoscenza, critica, proposta, consultazione, assemblea; e magari da un istituto di “difesa civica” esterno alla scuola. Sarebbe bene, quindi, riformarli in questo senso. Peraltro la proposta di Galli della Loggia deriva forse di più dal noto fenomeno dei genitori sindacalisti dei figli, molto più numerosi dei loro rappresentanti, che in non pochi casi diventano aggressori dei docenti. In questo caso bisognerebbe sempre denunciare il teppista o la teppista di turno, ricordandosi che chiunque “offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni è punito con la reclusione fino a tre anni”. E sarebbe dovere del Ministero assicurare all’offeso il rimborso delle spese legali e processuali.
5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.
Le riunioni possono essere utili o inutili. E anche quelle utili possono pesare a professionisti oberati di compiti extra-didattici. In una scuola debitamente sburocratizzata, in cui agli insegnanti fosse riservato solo l’insegnamento e le necessarie pertinenze, tra le quali il fondamentale scambio di idee e di esperienze tra docenti, le riunioni, entro limiti ragionevoli, servirebbero. Altrimenti ha ragione Galli Della Loggia.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?
In un paese ipersindacalizzato come il nostro si è subito obbiettato che in questo modo si cancellano posti di lavoro e si sfrutta il lavoro minorile. Ma così si evita il giudizio sulla validità educativa della proposta e si preclude una riflessione su come attuarla. In questa logica, d'altra parte, anche la collaborazione dei figli ai lavori domestici dovrebbe essere interdetta in quanto danneggia le colf. Non è però pensabile far venire un’ora prima gli allievi. Basterebbe una modalità più minimale, per esempio trattenersi a turno dieci - quindici minuti per pulire la propria classe.
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).
Ci sono ormai evidenze irrefutabili sui danni che i cellulari a scuola possono provocare o intensificare: distrazione continua rispetto al lavoro, utilizzo per copiare, facilitazione del “cyberbullismo” contro compagni e insegnanti, rafforzamento della dipendenza. Eppure si continua a parlare con faciloneria di educazione a un loro uso “responsabile”. E l’educazione a non usarli per un po’?
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi: «Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!»
L’idea di tenere aperte le scuole per tutta una serie di attività – dai compiti a casa al recupero, dall’educazione degli adulti ad attività di quartiere – ha ormai alle spalle diversi anni di storia e di variazioni sul tema. Probabilmente è più utile nei quartieri disagiati, dove bambini e ragazzi hanno poche occasioni di socializzazione e di svago; e in questo senso bisognerebbe aggiungere all’offerta anche la palestra. In altre zone della città molti giovani hanno ormai troppi impegni pomeridiani (sport, danza, musica) per essere attratti dalla biblioteca o dalla cineteca. Escluderei quindi l’obbligo, mentre sarebbe auspicabile il sostegno ministeriale alle scuole in cui l’apertura pomeridiana è veramente utile.
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.
Personalmente sarei d’accordo sull’obbligo di limitare le gite all’Italia o per lo meno su una loro decisa incentivazione. Difficile però farne una norma generale sull’istruzione, a scapito dell’autonomia delle scuole.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.
In genere (non sempre) le singole sedi sono intitolate a personaggi illustri. Sono gli istituti comprensivi che a volte assumono il nome del quartiere, della strada o del paese. Non credo però che qualcuno dica di frequentare l’Istituto comprensivo Calenzano (comune vicino a Firenze), ma “la Rodari”, “la Collodi” o un’altra delle sedi che formano l’istituto. Dove questo non è, si segua senz’altro questa proposta. Sarebbe altrettanto importante far conoscere qualcosa dei personaggi a cui sono dedicate le scuole. E già che ci siamo, evitiamo di esporre bandiere sporche e stracciate... (GR)

domenica 3 giugno 2018

LA CONOSCENZA È VITA. GRAMSCI E L’IMPORTANZA DELLA CULTURA


Davvero stimolante, equilibrata e opportuna la rivisitazione della figura di Antonio Gramsci da parte di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, uscita da poche settimane con la prefazione di Marco Revelli (Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere, L'Asino d'oro edizioni). Il saggio non si sofferma soltanto sul pensiero pedagogico dell’uomo politico e dell’ intellettuale che è stato tra i più importanti del secolo scorso, ma lo analizza a tutto tondo; e gli rende anche giustizia, viste le manipolazioni e le omissioni che Gramsci ha dovuto subire proprio a opera di una parte della sinistra, che negli ultimi decenni, al contrario di quanto è accaduto in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, lo ha quasi del tutto rimosso. Per quanto concerne poi la sua pedagogia, la rimozione è stata ancora maggiore, dato che la sinistra ha scelto come suo principale riferimento in questo campo la figura di Don Milani, praticamente santificandola quando la Chiesa, almeno per ora, non ci pensa neanche.
Un intero capitolo del libro è dedicato proprio a don Milani, giustamente definito, in merito alla visione della scuola, un anti-Gramsci. E i due autori mettono meticolosamente in risalto quanto la pedagogia del priore di Barbiana abbia poco a che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito di una scuola pubblica e democratica. Basterebbe, a significare l'abissale distanza che corre tra i due, quella che è la visione gramsciana del maestro rispetto alle rigidità dogmatiche di Don Milani. Come puntualmente gli autori scrivono, sintetizzando le riflessioni di Gramsci a proposito di alcuni suoi maestri, “il vero maestro avvicina cultura e vita, rende possibili esperienze nuove e agevola il distacco dai suoi insegnamenti agli allievi disposti a seguirlo”. Tutt'altra visione del mondo e dell'educazione quella del priore; e le pagine dedicate a questo confronto lo chiariscono con molta precisione. E lo conferma, mi permetto di aggiungere, la totale e granitica devozione che tutti i suoi allievi hanno continuato ad avere nei suoi confronti, perdonandogli perfino le cinghiate e il divieto assoluto del gioco fine a se stesso, si trattasse pure di schizzarsi con l'acqua della piccola piscina che doveva servire solo a imparare a nuotare.
Ma il libro, come dicevamo all'inizio, parla di molto altro, a partire dalla formazione, spesso sofferta e faticosa, del giovane studioso sardo, che fin da piccolo è spinto da una miriade d'interessi, non escluso quello per la cultura popolare e il folclore. Temi, aggiungo, che ancora neI primissimi anni sessanta del secolo scorso trovavano un forte ostracismo all'interno del gruppo dirigente comunista, come ebbe a sperimentare lo stesso Ernesto De Martino. Naturalmente il Pci non si poteva permettere, soprattutto negli anni successivi alla guerra, di rimuovere il pensiero di Gramsci, ma lo adattò, anche censurandolo, via via alla linea ufficiale e culturale del partito, fino ad accantonarlo quasi del tutto. Gli rende invece piena giustizia questo bel saggio che appassiona e si fa leggere tutto d'un fiato per come è ben scritto, oltre che per l’indubbia grandezza del protagonista.
Valerio Vagnoli

venerdì 1 giugno 2018

A SCUOLA DI PATRIA


L’editoriale di Paolo Armaroli sui simboli dell’unità nazionale (Corriere Fiorentino del 30 maggio) mi sollecita a prendere in esame, in una questione certamente molto complessa, qualche responsabilità della scuola, che forse negli scorsi decenni ha contribuito a svalutare l’idea, oltre che la stessa parola, di Patria. Un’idea che solo da pochi anni si sta faticosamente rivalutando grazie soprattutto all’impegno del Presidente Carlo Azeglio Ciampi e in seguito anche a quello di tutti i suoi successori, compreso l’attuale Presidente, Sergio Mattarella. Non sfugge, tanto per cominciare, l’assenza pressoché totale degli studenti nelle celebrazioni delle feste nazionali, come nelle cerimonie in cui si ricordano, nei cimiteri di guerra, le migliaia e migliaia di loro quasi coetanei venuti da ogni parte del mondo a combattere e a morire per la nostra libertà. Per non parlare delle bandiere esposte, peraltro non sempre, sulla facciata delle scuole, spesso cotte dal sole e sdrucite; oppure di come siano spesso viste in maniera ostile, a volte anche dal personale educativo, le forze dell’ordine nel mondo scolastico, soprattutto se nell’esercizio delle loro funzioni. Inoltre, cosa che forse molti non sanno, da tempo i programmi scolastici (espressione, certo via via da adeguare ai tempi, del patrimonio culturale della Nazione da consegnare ai giovani) hanno lasciato il posto da anni alle Indicazioni nazionali, che in sostanza autorizzano docenti e scuole a ritagliarsi liberamente un proprio programma, qualche volta anche in modo tendenzioso o dispersivo. Indimenticabile una collega livornese, assai apprezzata allora in certi ambienti culturali e pedagogici, che per anni ha fatto leggere al posto dei Promessi Sposi le memorie di un calciatore ideologicamente impegnato ma, ahimè, dalle scarsissime abilità letterarie.
In parte anche per questo, è ormai impossibile, salvo in alcuni licei e non sempre in maniera adeguata, poter verificare gli studenti all’esame di maturità su un qualsiasi canto della Divina Commedia e riscontrare nei programmi di studio un filo conduttore basato su temi di carattere storico e civile. Lentamente, con Dante, anche il Foscolo o lo stesso Leopardi scompaiono con tutta la loro straordinaria passione civile. Per non parlare poi di Nievo, Carducci, Saba e di altri classici come Tozzi e Fenoglio, che stentano non solo a essere riconosciuti come tali, ma perfino a essere individuati dai ragazzi come narratori.
A tutto questo si aggiunga la perdita di prestigio che la scuola ha patito di fronte a gran parte dell’opinione pubblica, legata anche al fatto di venire percepita come poco esigente sia sul piano della preparazione culturale che su quello della maturità personale (senso di responsabilità, rispetto degli altri, lealtà, spirito civico). E invece abbiamo tolto l’ora di Educazione civica — da Firenze è partita la battaglia per reintrodurla come materia obbligatoria — sostituita con un numero esorbitante e crescente delle cosiddette educazioni (alla salute, all’inclusione, all’uso corretto dello smartphone, all’imprenditorialità, alla diversità...) e con un alternarsi continuo dei progetti più vari. Una miriade di progetti che hanno finito col togliere alla scuola anche la sua identità, con la conseguente perdita della propria credibilità e importanza, ma anche di quella dello Stato che essa rappresenta. Anche così si fa deperire l’idea di Patria, cioè dell’appartenenza a una comunità solidale; e senza una Patria scivola via la stessa consapevolezza di essere cittadini e piano piano, forse senza rendercene conto, si potrà arrivare a confondere, come cantava Giorgio Gaber, la condizione di libertà obbligatoria con quella della vera libertà.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 1° giugno 2018)

domenica 13 maggio 2018

IL RICHIAMO DELLA FORESTA - Vallombrosa, la scuola, un’idea

Gran bel contributo al senso di civiltà aver sollevato il problema dell’abbandono di Vallombrosa, la cui condizione non lascia spazio ad altre colpevoli omissioni tanta è l’urgenza per provare almeno a rivitalizzarla e, insieme a lei, recuperare e rivitalizzare le foreste e l’intero territorio che la circondano. Per alimentare ulteriormente il dibattito nella speranza di stimolare chi di dovere a prendersi finalmente le responsabilità che gli competono, accennerò a un progetto che anni fa mi coinvolse come prèside, anche se alla fine non fu possibile realizzarlo perché richiedeva risorse immani per una scuola. L’idea era quella di ampliare la stagione turistica di parecchi mesi e di aprire finalmente il territorio anche ai giovani. Innanzitutto dando loro la possibilità di gestire, con il coinvolgimento delle scuole d’indirizzo alberghiero e turistico, alcuni ristoranti e alberghi. Errore gravissimo sarebbe quello, come pur qualcuno suggeriva, di iniziare il recupero attraverso la gestione di una sola struttura in attesa di vedere come il tutto sarebbe andato a finire. Come sappiamo, non si riscatta un’area decaduta, a maggior ragione sul piano turistico-commerciale, riavviandovi un solo esercizio, ma facendola tutta quanta diventare in tempi quanto più possibilmente brevi, un vero punto di riferimento ispirato in linea di massima alle medesime vocazioni. Oltre alle scuole, sarebbe opportuno che anche l’Università facesse la sua parte, sia ampliando in loco le attività laboratoriali legate all’indirizzo forestale, ma soprattutto facendo di Vallombrosa, attraverso la gestione diretta dei progetti, un vero e proprio centro d’iniziative didattiche trasversali. Da lì potrebbero, per esempio, iniziare percorsi davvero straordinari attraverso la foresta con i quali mostrare a studenti di qualsiasi fascia d’età ma anche agli adulti, la sua «vita» e, speriamo, la sua ritrovata vitalità, presentate in tutte le loro dimensioni: vegetali, animali, storiche, religiose, artistiche, sociali, economiche... Infine, facendo leva anche sulle rinate strutture alberghiero-ristorative, far diventare Vallombrosa un punto di riferimento anche per il turismo scolastico. Sarebbe il luogo ideale dal quale potrebbero partire dei percorsi, per esempio legati alla figura di Dante Alighieri, in grado di raggiungere i castelli, i santuari e le pievi casentinesi ma anche i tanti borghi, chiese, monasteri e paesaggi dell’alto Valdarno che hanno pochi eguali al mondo e che il mondo senz’altro c’invidierebbe se solo li potesse conoscere. 
Qualsiasi sia il progetto di recupero, perché possa riuscire, richiede di essere ispirato e governato dalla politica, sia locale che regionale, quando questa finalmente vorrà rendersi conto che Vallombrosa senza i giovani morirà del tutto, diventando così anch’essa uno dei tanti cimiteri del nostro patrimonio artistico e culturale. Non rimane molto tempo a disposizione, anche perché per troppi anni chi doveva intervenire è probabilmente andato a fare trekking o funghi da qualche altra parte, forse anche perché passare da quelle foreste metteva e mette sempre più tristezza. Ma se i giovani tornassero a viverli quei luoghi, magari trovandovi anche qualche impianto sportivo e altri richiami per il loro tempo libero, potremmo alla fine poter dire di essere stati testimoni, chiedo venia a San Giovanni Gualberto, di un vero e proprio miracolo, che Vallombrosa e le sue foreste senz’altro meriterebbero.
Valerio Vagnoli

mercoledì 25 aprile 2018

VIOLENZA IN CLASSE, I MEA CULPA CHE QUALCUNO DEVE FARE (AL MIUR)

Il "Patto di corresponsabilità educativa fra scuola e famiglia" varato da Fioroni ha dieci anni e non è servito a nulla. Da dove ricominciare e come. 

Giorgio Ragazzini (Gruppo di Firenze) - "ilsussidiario.net", 24.4. 2018 

Nel 2007 fu introdotto dal ministro Fioroni il "Patto scuola-famiglia di corresponsabilità educativa", che doveva sancire un'alleanza in grado di garantire l'indispensabile clima di correttezza e di rispetto reciproco nelle aule scolastiche. In parole povere, la scuola si impegnava a fare di tutto per fornire un buon servizio; i genitori a leggere il regolamento di istituto e a farlo rispettare ai figli. Nelle superiori in genere si chiede anche agli studenti di condividerlo. Ebbene: in cosa si è risolta l'iniziativa nella grande maggioranza dei casi? In una frettolosa sottoscrizione del documento, previa frettolosa lettura, all'atto dell'iscrizione alla scuola.
Già il termine "patto" è sbagliato. Va bene a conclusione di una trattativa, in cui ciascuno ha concesso e ottenuto qualcosa. Ma qui si tratta, com'è ovvio, di una semplice presa d'atto delle regole che solo la scuola è legittimata dalla legge a stabilire e di cui deve assumersi tutta la responsabilità. Del resto il consiglio d'istituto, che ha il compito di approvare i regolamenti interni, comprende anche una rappresentanza dei genitori e, nelle superiori, degli studenti; ed è qui che può esserci il confronto tra le diverse componenti. 
Chiamarlo "patto", però, serve a coltivare l'illusione che una firma sia sufficiente a vincolare al rispetto di quello che c'è scritto. Serve anche a non parlare di sanzioni, perché altrimenti ce ne dovrebbero essere per tutti i contraenti, inclusa la scuola. Ma più ancora l'omissione è frutto di una pedagogia che ha espulso la punizione dal suo discorso, facendo intendere che sia l'opposto dell'educazione, negandogli cioè il carattere di strumento educativo fra gli altri, come l'esempio, l'esercizio, il richiamo. 
Quanto sia servito il patto educativo introdotto dal ministro Fioroni (che ha comunque alcuni meriti in direzione della scuola seria) lo dicono i fatti; e non solo quelli clamorosi di questi giorni e dei mesi scorsi, ma la lunga storia di fatica e di avvilimento, solo in minima parte raccontata, che tanti bravi insegnanti hanno vissuto negli ultimi decenni, privi del sostegno delle istituzioni (a cominciare spesso da quella più vicina, il dirigente) in una quotidiana battaglia per il rispetto delle regole. 
L'alleanza fra scuola e famiglia è importantissima, ma non serve certo, come ora si propone, una nuova edizione del "Patto". Va ricostruita — senza il minimo equivoco sulla distinzione dei ruoli — a partire dalla fermezza nell'esigere e nell'assicurare il massimo rispetto delle regole. Bisogna ripensare la comunicazione con i genitori a cominciare dai colloqui individuali, anche facendone oggetto di un aggiornamento dei docenti; promuovere incontri di formazione e di dialogo sulle difficoltà dei ruoli educativi; far emergere il pensiero degli studenti corretti danneggiati dall'indisciplina di alcuni compagni e quello delle famiglie che non gridano, non protestano e sono al fianco degli insegnanti, ma in silenzio. Ricordo che un sondaggio commissionato dal Gruppo di Firenze ha rilevato che due italiani su tre giudicano la scuola troppo poco severa riguardo al comportamento e considerano sbagliata la recente abolizione della bocciatura per l'insufficienza in condotta.
Detto questo, nella situazione della scuola descritta in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sarebbe un sollievo sentire un responsabile politico, magari un ministro dell'Istruzione, dire "abbiamo sbagliato" — a fare della disciplina un tabù; a tollerare e persino a lodare le occupazioni; a non fare nulla per evitare che agli esami si copi a mani basse; a non criticare sanzioni risibili come la sospensione con obbligo di frequenza; a promuovere l'uso del cellulare a scuola; ad abolire il 5 di condotta come segno che esistono limiti insuperabili. Speriamo che almeno di fronte agli episodi degli ultimi mesi qualcuno venga assalito dalla realtà.

giovedì 19 aprile 2018

BASTA BUONISMO, SERVE CREDIBILITÀ


“Corriere Fiorentino”, 19 aprile 2018
“Chi è che comanda, eh! Chi è che comanda?... Si inginocchi!” urla il ragazzo dell’Istituto commerciale di Lucca al suo professore, mentre c’è chi riprende la scena col telefonino (alla faccia del suo “uso didattico”). E il possessivo “suo” ha qualcosa di sinistro in questa vicenda, visto che l’allievo si rivolge al docente come fosse appunto proprio suo, cioè alle sue dipendenze e sottomesso alla sua volontà. L'episodio è forse il più grave dei molti altri di queste settimane, perché sembra non avere nulla di estemporaneo, ma sia stato quasi preparato per metterlo in scena alla prima occasione. E in una scuola seria l'occasione per dare un’insufficienza a un ragazzo non è infrequente, specie con gli allievi poco responsabili, come non deve mancare l'opportunità di richiamarlo a un comportamento rispettoso dell'insegnante e di tutta la comunità scolastica. Se questa eventualità diventa fonte di paura per i docenti per le possibili reazioni di qualche allievo, siamo davvero al collasso della funzione educativa della scuola. Temo che fatti di questo genere, che si ripetono non solo per il meccanismo dell’emulazione, ma anche, e forse soprattutto,  per la mancanza di conseguenze importanti per i colpevoli, non siano destinati a diminuire né tantomeno a cessare se non si daranno finalmente risposte forti sul piano educativo. Soprattutto sarebbe opportuno che la finissimo con i piagnistei di certa compiaciuta pedagogia del “dialogo” che ha in orrore le sanzioni e che da troppi decenni sembra dominare la politica scolastica e ha letteralmente messo le tende nella burocrazia ministeriale e fra i responsabili scuola di tutti (ma proprio tutti) i partiti. La tendenza di questi decenni è sempre stata quella di colpevolizzare i docenti, considerati sempre responsabili dei risultati negativi, anche sul piano comportamentale, dei loro studenti. “La bocciatura è sempre un fallimento della scuola”: ecco la parola d’ordine regolarmente usata di fronte all’insuccesso scolastico. Un’affermazione che, salvo casi sporadici, le organizzazioni dei docenti e dei presidi si son sempre guardati bene dal contestare. Qualunque cosa accada di negativo all'interno di una classe o al singolo allievo, la colpa per la pedagogia corrente è sempre e soltanto della scuola e la scuola, intesa come comunità di educatori, ha finito con il convincersene. Non c’è da meravigliarsi se alla fine qualcuno ne trae le conseguenze.
L'altro problema è che il buonismo, sotto cui si cela spesso il sottrarsi al proprio ruolo educativo, ha probabilmente contribuito a deresponsabilizzare non pochi docenti; i quali – dai  e dai – hanno forse concluso che il quieto vivere è preferibile alle lotte contro i mulini a vento. E i mulini a vento sono appunto i dogmi ideologici che in questo senso hanno vinto, lasciando intendere ai genitori più prepotenti e ai loro figli educati come piccoli narcisi, ignari del principio di realtà, che tutto è lecito e che la scuola non vale nulla. Come non vale nulla, aggiungo io, qualsiasi istituzione che permetta di farsi beffe di lei. Dalla mia personale esperienza posso trarre poche certezze in assoluto, ma ho pochi dubbi sul fallimento educativo di gran parte dei colleghi troppo “comprensivi”. Quei docenti, tanto per intenderci che non riescono a dare insufficienze o che rifiutano per principio di alzare la voce o di comminare sanzioni disciplinari. Eppure esse, naturalmente se appropriate, rappresenterebbero un messaggio educativo prezioso per aiutare i ragazzi irresponsabili a rendersi conto che vincere nella vita non significa imporsi con la prepotenza.  
L'emergenza mi sembra sia oltre il livello di guardia ed è davvero opportuno che i dirigenti e i docenti considerino il problema della condotta tra quelli da affrontare immediatamente nei loro collegi. Il Ministero dell’Istruzione, per parte sua, dovrebbe garantire (almeno quella!) la tutela legale dei docenti e mettere in atto tutte le misure opportune in presenza di gravi offese nei loro confronti da parte di allievi e di genitori. Ne va della dignità e della credibilità della scuola, che deve ritrovare la forza per salvaguardare il ruolo, culturale e educativo, che la collettività le assegna. E ne va anche della sua dignità, che è anche quella dell’intera società!
Valerio Vagnoli

giovedì 12 aprile 2018

LA SVOLTA MANCATA DEI PROFESSIONALI

L’annuale Rapporto dell’Istituto Toniolo sulla condizione dei nostri giovani conferma ancora una volta, rispetto a quella di altri Paesi europei, un dato davvero sconfortante.
E cioè l’alta e sempre più insostenibile percentuale dei cosiddetti Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono impegnati nello studio o nel lavoro o in percorsi formativi. In Italia si attesta al 26% rispetto alla media Ue del 15,6%. Soprattutto si conferma come questi giovani provengano in maniera pressoché totale da famiglie meno abbienti soprattutto del Sud. Il timore, direi quasi la certezza, è quello di vedere questi numeri, che corrispondono a oltre 2 milioni di giovani, crescere inesorabilmente anche nei prossimi anni.
Uno dei motivi di questo pessimismo deriva dalla recente revisione degli istituti professionali. Ci aspettavamo che il ministero finalmente ponesse almeno qualche rimedio al loro progressivo snaturamento. Invece, dopo un anno di lavoro di una commissione ad hoc, si è dovuto constatare come la situazione sia addirittura peggiorata. Ci si è limitati infatti a un intervento di pura facciata che lascia più o meno le cose come erano (troppe materie-poca pratica), salvo aggravare il carico burocratico delle singole scuole che è, oggettivamente, al limite del collasso.
La mobilità sociale, che è un caposaldo di qualsiasi società liberale e anche la miglior garanzia perché le democrazie si mantengano tali, va, per i meno abbienti, estinguendosi. Al pari, verrebbe da dire non a caso, della qualità delle nostre scuole professionali. A dimostrazione di ciò, si registra la progressiva nascita, soprattutto in alcuni indirizzi professionali, di corsi privati post-diploma, con lo scopo di formare sul serio al lavoro i tanti giovani che dopo cinque anni di scuola sono ancora lontani dal possedere le competenze necessarie per poter svolgere una professione; quando non si tratta addirittura di doverli correggere dal punto di vista del comportamento e dell’educazione. Il che rende spesso ancora più difficile e faticoso a quell’età recuperarli a un lavoro realmente qualificato, al senso di responsabilità e alla consapevolezza dei loro doveri, beninteso unita a quella dei propri diritti. Senza contare che, in mancanza di un compiuta professionalità — che comprende la necessaria maturazione umana — i ragazzi rischiano, come alternativa alla disoccupazione, di finire alle dipendenze di datori di lavoro inaffidabili e disinteressati a investire sul cosiddetto capitale umano.
Ovviamente questi corsi sono a pagamento e perciò non aperti a chi non può permetterseli. Insomma, il sistema si avvita sempre di più e gli «ultimi» saranno inesorabilmente esclusi dalla possibilità di veder cambiato in meglio il loro destino, grazie anche a scuole professionali e tecniche che da decenni sono progressivamente venute in gran parte meno alla propria vocazione. Scuole che affogano inoltre in una burocrazia oramai elefantiaca, spesso nella retorica di una pseudo-inclusione e nella necessità di dare occupazione a una miriade di precari storici, arrivati alla cattedra senza più entusiasmi e passione, che sono per la qualità della scuola elementi imprescindibili. Come è imprescindibile non rinunciare a darle un senso. Purché non sia quello del parcheggio.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 11 aprile 2018

venerdì 30 marzo 2018

LETTERA ALLA MINISTRA FEDELI SULLE RECENTI AGGRESSIONI AI DOCENTI


Gentile Ministra Fedeli,
negli ultimi mesi abbiamo letto di ripetute aggressioni ai docenti da parte degli allievi: coltellate, testate, pugni, spinte, derisioni di gruppo. Poco importa quale sia la versione corretta di quanto successo in una scuola di Alessandria: il fatto che un’insegnante, per di più con difficoltà di movimento, sia stata circondata e derisa, oltre che filmata, da un’intera classe basta e avanza per parlare di un episodio ripugnante, che in altri paesi, ammesso che potesse accadere, sarebbe costata ai colpevoli l’espulsione dalla scuola.
Ancora una volta, però, si risponde a un comportamento gravissimo con misure assolutamente inadeguate a rendere consapevoli della sua gravità sia i responsabili, sia gli altri ragazzi. È stato infatti comminato un mese di sospensione, ma – ahimè – “con obbligo di frequenza”: un’assurda consuetudine incredibilmente affermatasi negli ultimi anni in molte scuole. E non sarà certo in quel mese l'ulteriore “pena” di svuotare i cestini della carta a dare a questi ragazzi la misura di quello che hanno fatto.
Dai noi è quasi la regola che simili episodi di violenza vengano seguiti da misure disciplinari irrisorie. A questa incapacità del mondo scolastico di punire in modo esemplare si aggiunge spesso una reazione a nostro parere insufficiente dei vertici dell'amministrazione scolastica a sostegno dei docenti fatti oggetto di aggressioni sia da parte di genitori che di studenti. Sarebbe giusto, ad esempio, che il ministero si costituisse parte civile negli eventuali processi penali, qualora non siano i presidi a farlo, come pur dovrebbe accadere. 
I fatti più gravi che arrivano sui giornali si radicano tuttavia in una diffusissima mancanza di disciplina, cioè di maturità, di autocontrollo, di rispetto per gli altri. La cosa non sorprende, dato che negli ultimi decenni, per un malinteso antiautoritarismo, la fermezza nel far rispettare le regole, essenziale per la formazione dei giovani e per creare il clima sereno necessario all’apprendimento, è stata in ogni modo scoraggiata dal governo della scuola. A riprova, di recente è stato da Lei abolito il voto di condotta, insieme alla (remota) possibilità di ripetere l’anno a causa dell’indisciplina (resta in teoria possibile – ma  sottoposta a troppe condizioni – solo per reati gravissimi contro la persona). Un provvedimento a cui è contrario il 68% degli italiani (sondaggio dell’Istituto Eumetra MR). Solo silenzio, invece, da parte di tutte le forze politiche, nessuna esclusa.
È evidente la necessità di cambiare rotta senza tentennamenti. Ci auguriamo che lo faccia il prossimo governo con il sostegno dell’opposizione. Le possiamo però ancora chiedere, gentile Ministra, di invitare gli istituti scolastici a non ridicolizzare il fine educativo della sospensione dalle lezioni aggiungendovi, con qualche poco impegnativo lavoretto, l’obbligo di frequenza: misura evidentemente contradditoria e intrisa di ipocrisia, che palesemente rappresenta agli occhi degli studenti la fragilità di educatori incapaci di quella fermezza che spesso proprio i ragazzi più problematici ci chiedono. E che ci chiede la società del futuro per la quale lavoriamo e alla quale vorremmo evitare il rischio di essere dominata dai prepotenti e dai violenti, abituati a esserlo perfino dalla scuola.
Michele Zappella, neuropsichiatra infantile, Foundation for Autism Research, New York, Usa
Sergio Casprini, docente di storia dell’arte, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Andrea Ragazzini, docente di storia dell’arte, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Giorgio Ragazzini, docente di Lettere, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità
Valerio Vagnoli, dirigente scolastico, Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

mercoledì 28 marzo 2018

I NUOVI PROFESSIONALI NASCONO VECCHI, COSÌ IL MIUR AIUTA L’ABBANDONO

In questi giorni il Miur ha reso nota la nuova struttura degli istituti professionali, le scuole che fino a qualche decennio fa costituivano uno dei punti di forza della nostra crescita economica e culturale perché insegnavano bene un mestiere di cui c'era richiesta. Purtroppo — lo denunciamo da tempo come Gruppo di Firenze — negli ultimi venticinque anni sono stati progressivamente snaturati, tagliando le ore di laboratorio, indispensabili per acquisire con la pratica la competenza professionale, e riempiendo il percorso di studio di un numero di materie assolutamente intollerabile.
La revisione licenziata dalla commissione ministeriale presenta pochissimi pregi (tra questi l'aver opportunamente aumentato il numero degli indirizzi), mentre conferma, e in parte addirittura peggiora, i difetti di cui sopra. Si è persa così l'occasione, se non di risanare, almeno di correggere la causa principale degli insuccessi e degli abbandoni (la cosiddetta "dispersione"): e cioè la grande distanza tra le aspettative di chi sceglie queste scuole e una realtà fatta di troppa teoria e di insufficiente esperienza concreta.
Non è necessaria una laurea in pedagogia per capire che una scuola strutturalmente dispersiva non può che "disperdere" i propri ragazzi. Ci voleva, quindi, il coraggio di ristrutturare l'orario a favore delle materie "professionalizzanti" e delle relative esercitazioni. E lo si doveva fare con norme nazionali valide per tutti.
Si è invece scelto una soluzione molto italiana, quella di scaricare questo compito sulle singole scuole. Le materie restano tutte, inutilmente accorpate in assi culturali, ma ciascuna scuola potrà decidere in che misura penalizzarne alcune per valorizzarne altre. Tutto ciò, però, sarà possibile solo a patto che non si determinino cambiamenti negli organici. Vale a dire che si potrà cambiare qualcosa purché gli insegnanti non perdano il posto. Pertanto sicuramente quasi nulla cambierà, come se in gioco non ci fosse il futuro dei ragazzi e del nostro Paese, ma — appunto — il nulla.
Nel tentativo di limitare la dispersione, il decreto impone, inoltre, l'adozione di una metodologia che favorisca un insegnamento sempre più personalizzato, come se nei professionali già non si concentrasse un numero elevatissimo di disabili, di ragazzi con "bisogni educativi speciali" (Bes) e di quelli con problemi, veri o presunti, di dislessia, disgrafia, discalculia: tutti allievi per i quali è da tempo obbligatoria una didattica — appunto — "personalizzata" (che, tra l'altro, in non pochi casi si risolve in un puro e semplice abbassamento del livello di preparazione).
A completare il quadro, il testo declina e parcellizza, nella solita anti-lingua ministeriale, una sfilza di competenze, abilità e conoscenze, di formule astratte ed enfatiche che dirigenti e insegnanti dei professionali non potranno, una volta di più, che rassegnarsi a subire (o a ignorare).
Valerio Vagnoli, “ilsussidiario.net”, 28 marzo 2018

venerdì 23 febbraio 2018

DOCENTI INADEGUATI, ECCO QUALCHE ESEMPIO

Alcuni colleghi hanno commentato negativamente l’articolo Il modo più giusto, e più utile per la scuola, di riconoscere il merito consiste nel sanzionare il demerito  In particolare suscita dubbi la necessità di togliere dall’insegnamento chi non è chiaramente all’altezza dal punto di vista didattico. Per esempio, potrebbe succedere "che venga premiato chi applica alla lettera gli ordini di livellamento verso il basso e l'utilizzo di tecnologie digitali”. Per ragionare correttamente è  indispensabile non farlo in astratto, ma immaginare di trovarsi in quella situazione come genitore di un allievo. Così facendo le pur comprensibili ragioni del “lato umano”  della faccenda difficilmente impediranno di valutare il grave danno che una classe subisce. Per facilitare la riflessione in proposito, ripubblichiamo una piccola scelta fra  i molti casi dei due tipi di carenza che ci sono stati segnalati nel tempo o di cui abbiamo avuto esperienza diretta. Alcune testimonianze sono in prima persona. 


Il docente che subornava gli allievi
Insegnante con già due provvedimenti disciplinari e un’ispezione. Impegnato politicamente, consigliere comunale nella cittadina di residenza. In occasione delle nuove elezioni comunali, fa propaganda in classe e insiste per avere firme di sostegno alla sua lista. Lo fa in particolare con un ragazzo molto timido, che resiste a lungo, poi, preso da parte, acconsente per soggezione. Scopre poi che ha firmato invece l’accettazione di una candidatura ed entra in crisi, non vuole più venire a scuola. I compagni informano il dirigente, che lo chiama e lui confessa che ha paura, soprattutto  di ritorsioni. Data la gravità del caso, il Ds invia tutto all’ufficio scolastico provinciale, che propone 3 giorni [sic] di sospensione al CNP, che ne propone invece  7, fatti propri dall’Usp. Il docente non fa ulteriore azione. Il docente, che si è sempre caratterizzato per neghittosità, irresponsabilità e incompetenza, è per alcuni ragazzi una persona divertente, mentre altri sopportano per paura di ritorsioni. Ritorsioni che effettivamente sono state provate e certificate  in un episodio di qualche anno prima.
Successivamente il docente si ripete nel candidare a loro insaputa per un’altra elezione amministrativa locale, alcuni studenti, che si recano dal dirigente, che invia tutto all’Usp, al quale però basta la testimonianza di una collega dell’accusato per decidere di non procedere. Contemporaneamente però i ragazzi vanno anche dai carabinieri ed è in corso un processo penale.

Il docente impreparato e aggressivo
Veniamo a un insegnante delle superiori, gravemente disturbato sul piano relazionale e impreparatissimo nella sua disciplina, tanto che le sue lezioni consistono nella lettura del libro di testo senza spiegazioni, non essendo il docente in grado di rispondere alle domande degli allievi. La prima sanzione è stata per gravi offese nei confronti degli studenti, malgrado i richiami del ds a una maggiore correttezza. Per di più, dopo mesi dall’inizio dell’anno scolastico, non aveva ancora consegnato la programmazione. Il ds segue l’iter previsto dalle leggi in merito di sanzioni (richiamo scritto, censura, sospensione). Dopo la prima contestazione l’insegnante reagisce con ulteriore violenza verbale e colpevolizzazione nei confronti degli studenti. Tra l’altro offende gravemente un’allieva solo perché gli aveva chiesto spiegazioni su un argomento della sua disciplina. Si segnala anche per la ritardata riconsegna dei compiti (in un caso si arriva a quasi tre mesi). Gli viene comminata la sospensione massima che può essere inflitta da un ds (dieci giorni). Lui continua nelle offese e nelle minacce, uno studente viene addirittura spintonato. Una ragazza ha avuto un attacco di panico e si è rifiutata di tornare in classe per diverso tempo. Tutto documentato. Viene sospeso per due mesi, poi, trasferito a un’altra scuola, dove si sa per certo che ha continuato a comportarsi così, senza che sia stato preso alcun provvedimento disciplinare. 

Il docente che fingeva di fare i corsi di recupero
Teneva i corsi di recupero pomeridiani, ma in realtà mandava via i ragazzi dopo dieci minuti. L’anno dopo cambia scuola e passa di ruolo. I dirigenti non si preoccupano nemmeno di chiedere se aveva avuto provvedimenti disciplinari. Non ha quasi mai fatto lezione in classe.
Il docente che non va a lavorare
In un liceo di Napoli non c’è la palestra e si va a fare educazione fisica in un’altra scuola. Un insegnante si fa dare le ultime ore di sabato e dice ai ragazzi di non venire a scuola, quindi il sabato non va mai a lavorare. Il tutto ovviamente con la complicità del dirigente e anche dei custodi. Prassi, ci si dice, molto diffusa nella zona. Insieme a un’altra (pure presente nello stesso liceo): a aprile molti docenti dicono ai ragazzi che possono anche non venire più a scuola, tanto i giochi sono fatti. E le classi si spopolano. Stessa cosa per il mese di giugno almeno in una scuola materna: le mamme sono invitate a tenere a casa i figli.
Il vicepreside molestatore
Si tratta di un caso molto grave, tanto per il  merito, quanto per l’assoluta assenza di conseguenze  sul piano disciplinare. Il caso è riportato in un documento della Corte dei Conti del 2006  ed  è  anche una diretta conoscenza di chi scrive, essendosi verificato nel liceo dove allora insegnavo. 
Si legge nel documento della Corte dei Conti: «In altra fattispecie, la pratica disciplinare di un condannato per atti di libidine violenti e atti osceni è stata automaticamente archiviata. Si tratta del dipendente STOB, condannato con sentenza patteggiata n. 239/98 del Tribunale penale di Firenze, alla pena di anni uno e mesi otto di reclusione (pena sospesa), perché riconosciuto colpevole di aver compiuto numerosi atti di libidine violenta nei confronti di diverse alunne, dopo averle convocate nell’ufficio di presidenza del Liceo, in qualità vice preside, ovvero nella pubblica via, all’interno di una autovettura.
Sulla base di tale sentenza, veniva instaurato il procedimento disciplinare, che contestava al docente le gravissime violazioni ai doveri d’ufficio, già oggetto del giudicato penale.
Il procedimento in parola, tuttavia, si è concluso con la determinazione di archiviazione assunta autonomamente dal Provveditore, senza  richiedere il parere del competente organo collegiale consultivo, la quale “...trova fondamento, preliminarmente, nel notevole lasso di tempo che è ormai trascorso dalle circostanze che diedero luogo al procedimento penale, con la conseguenza che la continuazione dell’azione disciplinare stravolgerebbe le finalità che sono connaturate all’istituto.(!) Si deve, inoltre, dare atto della considerazione che meritano le attestazioni e l’apprezzamento per il particolare e notevole impegno profuso in questi anni come collaboratore del capo d’Istituto e responsabile dei vari settori del Liceo”.
A fronte della gravità dei reati contestati le motivazioni addotte dal Provveditore dell’epoca per archiviare la pratica risultano  assolutamente stupefacenti, mentre si deve constatare che a quella data erano ormai passati 8 anni dai fatti e ben 3 dalla condanna penale, con il docente STOB che aveva tranquillamente continuato a insegnare e a fare il vice-preside, come se niente fosse accaduto (e come se niente potesse ancora accadere).  All’interno dell’Istituto la cosa era del resto a conoscenza di poche persone, fra queste il Dirigente Scolastico, il quale però continuò  a confermarlo nel ruolo di collaboratore vicario. Successivamente accettò che divenisse il responsabile del CIC  (Centro Informazione e Consulenza), al quale gli studenti si possono rivolgere  per parlare di loro problemi  personali. Inutile sottolineare quanto questo ruolo fosse compatibile con una condanna per violenze sessuali.
La cosa continuò a passare sotto silenzio ancora per qualche anno, fino al 2006, anno in cui la Relazione della Corte dei Conti fu letta da qualche giornalista che, accertata l’identità del docente, pubblicò  su  Repubblica un articolo sul caso, durante il periodo degli Esami di Stato. A settembre il Dirigente apparve chiaramente intenzionato a continuare a far finta di nulla, anche dopo  un colloquio con me e un mio collega, in cui facemmo presente la situazione imbarazzante in cui si trovava la scuola. Solo quando un anonimo “Pasquino”  incollò  sui muri di fronte alla scuola alcune copie dell’articolo di Repubblica, il docente STOB  decise di prendere un anno di aspettativa e successivamente di andare in pensione.
La docente disturbata
A cominciare dal 1994, in una scuola media toscana,  è stata più volte oggetto di lamentele da parte dei genitori in quanto largamente inadeguata, soprattutto sul piano relazionale, oltre al fatto che spessissimo arrivava in ritardo alla prima ora. Soffriva di depressione e prendeva farmaci, per cui a volte si addormentava in cattedra. Molti allievi, anche portati per la materia, finivano per demotivarsi, anche per lo stress provocato dai frequenti urli della docente. Più volte è stata oggetto di ispezioni e di provvedimenti disciplinari per i ritardi. Nulla però di decisivo è stato ottenuto, anche per la assoluta indisponibilità della docente a intraprendere percorsi di miglioramento. Nel 2012, infine, una nuova dirigente l’ha praticamente costretta a chiedere una visita medica che l’ha riconosciuta inidonea all’insegnamento. Per risolvere il problema ci sono quindi voluti diciotto anni. E in ognuno di questi anni ha avuto da duecento a duecentocinquanta allievi. Due anni dopo è stata riammessa all’insegnamento.

La docente ritardataria e incapace
Una collega (a tempo indeterminato) della mia materia, residente a oltre un’ora di treno da Roma (da Roma Termini, dalla quale la nostra scuola dista trenta minuti di metro più altri dieci a piedi) era assente almeno il 40% delle volte oppure arrivava in ritardo. Quando era in classe, l’anarchia era assoluta ed era abbastanza noto a tutti che non insegnava gran che. Nessun provvedimento è mai stato preso.

La docente che lanciava caramelle
Ricordo una collega di Italiano e Latino che nel primo anno nel quale ho insegnato era precaria e poi ho ritrovato in un altro liceo come docente a tempo indeterminato. Ha sempre avuto comportamenti stranissimi anche con i colleghi e ancor più con gli alunni. Un episodio che ancora ricordo dal primo anno: arrivata in classe con un sacchetto colmo di caramelle, le offriva ai ragazzi e a quelli che rifiutavano le lanciava addosso. Negli anni successivi ho avuto più volte classi in comune con lei e ho sempre notato che aveva effetti deleteri sul comportamento del gruppo. Dava compiti a casa del tipo: disegnare Renzo, Lucia e Don Abbondio (in un Liceo scientifico). Naturalmente era famosa anche lei tra colleghi e alunni. Nei confronti di questa insegnante vi furono più volte rimostranze e ricorsi, sin dal primo anno che la conobbi, quand’era ancora precaria, ma sempre senza esito. Ha, verosimilmente, dei problemi psichiatrici. Ma deve essere proprio la scuola a sostenere con uno stipendio persone socialmente disadattate che poi vanno a danneggiare dei giovani?

I docenti che non insegnano una materia
A proposito del puntuale svolgimento dei programmi è piuttosto diffuso tra gli insegnanti che insegnano più di una materia (Italiano e Storia, Matematica e Fisica, Storia e Filosofia etc.) trascurare una delle due a favore dell’altra, in qualche caso in una misura tale da recare un danno grave ai propri allievi.  Ricordo in particolare i casi di due colleghi. Il primo insegnava Italiano e Storia e dichiarava “apertis verbis” di non avere interesse per la storia e di conseguenza un’adeguata preparazione in questa materia. Così dedicava la grande maggioranza delle ore a disposizione alla letteratura italiana. Non mancarono le proteste da parte di alcuni ragazzi ( e delle loro famiglie) che giustamente si sentivano privati di un loro diritto e soprattutto nelle ultime classi, per il timore di arrivare impreparati alla Maturità (almeno nei periodi in cui gli esami prevedevano dei commissari esterni). Ho personalmente assistito alle rimostranze che i rappresentanti di classe facevano a questo docente, che rispondeva negando gli addebiti con fastidio  e imbarazzo. Questo comportamento si è protratto per moltissimi anni, senza che fossero presi  concreti provvedimenti, al di là di blandi richiami.
L’altro caso riguardava un’insegnante di Matematica e Fisica, la quale  dichiarava senza alcuna remora che, essendo lei laureata in Matematica, di Fisica sapeva assai poco. In questo caso non mi risulta che nemmeno ci siano stati da parte del Dirigente i blandi richiami di cui sopra. E non c’è dubbio che la maggior parte dei colleghi, essendo al corrente di questi comportamenti  e constatando che nessuno si preoccupa di contestarli, finisca per considerarli  inevitabili e quasi fisiologici, insieme al prezzo che per questo pagano gli studenti.
L’insegnante militante in nome della libertà d’insegnamento
Il docente *** di un Liceo di Firenze, insegnante di storia e lettere, nei molti anni della sua presenza in tutte le classi per una sua visione pedagogica ed ideologica ha svolto il suo programma didattico senza tener in alcun conto né  le indicazioni ministeriali né gli obiettivi didattici approvati dai consigli di classe, dalle riunioni per materie, dai collegi dei docenti.
In sintesi:
¬  Discussione di temi di attualità al posto del programma di storia
¬  Studio della semiologia e dello strutturalismo al posto della storia della letteratura
¬  Niente studio individuale, ma lavoro di ricerca
¬  Niente compiti d’italiano in classe, niente interrogazioni
¬  In sede di valutazione  era garantito a tutti il voto di sufficienza, al massimo qualche sette,  in nome dell’eguaglianza contro  discriminazioni meritocratiche
¬  Nella stessa logica antigerarchica dava il lei ai suoi studenti e si faceva dare del tu.
¬  Nel 2006 è andato tranquillamente in pensione per raggiunti limiti di età e di servizio senza che i richiami della dirigenza ed alcune ispezioni ministeriali abbiano modificato il suo comportamento professionale.

I docenti che fanno copiare agli esami
All' apertura del plico contenente il testo della seconda prova la prof in esame si è offerta di fare le fotocopie e ne ha fatta sicuramente qualcuna in più per darla al complice di turno che ha risolto, anche con l'aiuto di internet, il compito, tant'è che le soluzioni erano tutte vergognosamente uguali, addirittura contenevano le stesse parole. Al mio disappunto e relativa correzione con voto non di eccellenza la signora in questione mi diceva "Ma puoi provare che questo compito è copiato?", "Attenzione che poi partono i ricorsi", "La ragazza ritiene di aver svolto il compito correttamente e si aspetta 15 al massimo 14, non puoi darle di meno!" Ad ogni orale la squallida figura usciva, dopo la determinazione del voto a raccontarlo ai suoi protetti e così ha fatto con le prove scritte. Dove è andato a finire il nostro ruolo di educatori innanzi tutto, prima ancora di (a questo punto inutili) insegnanti?
Una conoscente assolutamente affidabile mi ha raccontato quanto segue. In un importante liceo scientifico romano, suo nipote - che ha avuto un premio nelle Olimpiadi matematiche - durante la prova di matematica alla maturità è stato invitato dall'insegnante "sorvegliante" a svolgere il suo compito seduto alla cattedra. L'insegnante è il vice-preside. Alla fine dello svolgimento l'insegnante ha preso il testo del ragazzo e l'ha distribuito a tutti. Nella prova di latino l'insegnante ha scaricato la versione da Internet e l'ha distribuita. Direi che l'uso di mezzi informatici viene fatto dagli insegnanti e non dai "nativi digitali". Tanto per confermare che è facile evitare che gli studenti scarichino dalla rete durante le prove, per cui lo fanno in loro vece i controllori.
Nella scuola  statale dove mi trovo per gli esami ho potuto notare come alcuni colleghi durante la prova di italiano si sono messi a fare ricerche al computer della scuola per riuscire ad elaborare temi per gli allievi che cercavano (e in parte ci sono riusciti) di passare ai candidati.

Sulle difficoltà di sanzionare il demerito, si può leggere una nostra analisi sul sito del senatore Ichino: http://www.pietroichino.it/?p=47497