sabato 13 ottobre 2018

CATTEDRE SCOPERTE, PRIORITÀ INVERTITE


In questi giorni molte scuole sono alla ricerca dei docenti che mancano perché quasi nulla si è fatto da decenni per una seria programmazione degli organici. E ogni anno la situazione è peggiore di quella precedente perché non mancano ministri che anziché preoccuparsi di dare ordine al faraonico sistema scuola si perdono nella ricerca di consensi fin troppo facili. Il riferimento al recentissimo snaturamento dell’alternanza scuola lavoro e alla sempre maggior banalizzazione dell’esame di maturità non è casuale. E il sistema è diventato così complesso anche perché si sono riempiti gli indirizzi di materie aggiungendo negli ultimi anni qualche centinaio di migliaia di cattedre solo per creare nuovi posti di lavoro e accontentare anche i sindacati. E nel passato, anche abbastanza recente, non sono mancati ministri, pur del medesimo schieramento politico, che hanno creato, a distanza di pochissimi anni uno dall’altro, sistemi di reclutamento farraginosi e tra loro addirittura antitetici. Tuttavia, come constatiamo in questi giorni, anche le generose immissioni in ruolo degli ultimi anni non sono state sufficienti a coprire tutte le cattedre prive di docenti titolari e questi, anziché essere tenuti a rimanere per tre anni nella stessa scuola, come inizialmente stabilito, si sono poi visti riconoscere il diritto a chiedere il trasferimento dopo il primo anno, contribuendo così ad aumentare il caos. Ma più di tutti pagano i ragazzi disabili e le loro famiglie e, in generale, anche le scuole in cui studiano, soprattutto quelle professionali dove la loro presenza ha percentuali altissime rispetto agli altri indirizzi. Infatti non potranno, come accade da anni, contare su docenti dotati di specializzazione perché da tempo le loro graduatorie sono esaurite e nessuno ha indetto nuovi concorsi. In definitiva, solo il 20% dei ragazzi disabili può contare in generale su docenti con titolo specifico. Di conseguenza le scuole, come accade in questi giorni soprattutto nei professionali, sono alla frenetica ricerca di insegnanti di sostegno purché abbiano una laurea e abbiano naturalmente fatto domanda di supplenza. Per il 2019 andrà certamente ancora peggio e per questo ci aspettiamo che il ministro, anziché pensare a demolire l’esistente che funziona, prenda finalmente atto che prima di tutto ci si deve occupare delle situazioni drammatiche.
 Valerio Vagnoli 
("Corriere Fiorentino", 12 ottobre 2018)

giovedì 11 ottobre 2018

IMPUNITÀ QUOTIDIANA (E L’EDUCAZIONE DA SOLA NON BASTA)

In un’intervista all’Avvenire sulla sua proposta di ritorno dell’educazione civica nei programmi scolastici, il sindaco Nardella ha affermato: “Le assicuro che le sanzioni non servono a convincere i cittadini che le carte non si buttano per terra, che i monumenti non si imbrattano, che è giusto parcheggiare dentro gli spazi e gettare i rifiuti nei cestini”. Solo ripartendo dalla scuola, ha aggiunto, “si migliora in modo profondo e strutturale la nostra società”. 
L’idea che tutto si può ottenere informando, sensibilizzando e dialogando senza punire è tanto diffusa – anche nella scuola – quanto infondata. Le sanzioni non sono contrarie all’educazione. Sono invece lo strumento educativo che rimane nei casi in cui la conoscenza delle regole e la ripetuta esortazione a rispettarle non abbia avuto successo. È stato certo un bene aver superato metodi fortemente punitivi nella formazione delle nuove generazioni e nella gestione della società; la quale però non può rinunciare a far valere il limite alla libertà di ciascuno nel momento in cui danneggia gli altri. Del resto un’affermazione come quella di Nardella si espone inevitabilmente a una serie di contraddizioni. La prima è contenuta nel suo elenco di comportamenti scorretti: non risulta infatti che sia contrario a multare chi non parcheggia “dentro gli spazi”. E proprio l’altro ieri ha lanciato una petizione per rafforzare la sicurezza dei cittadini in cui tra l’altro si chiede certezza dell’esecuzione della pena, perché “per le comunità è intollerabile il senso di impunità che a volte pare trasparire dal vedere in strada soggetti solitamente dediti a malefatte”. Certo, si tratta di reati; ma anche l’impunità di cui godono comportamenti scorretti come sporcare le strade, imbrattare i muri, andare pericolosamente in bici sui marciapiedi e contromano, impedire il riposo con la musica a tutto volume, non pagare il biglietto sull’autobus o sui treni regionali crea nei cittadini corretti irritazione e sfiducia nelle istituzioni e anche, nei meno determinati, adeguamento all’andazzo prevalente. Non a caso si cita spesso la famosa “finestra rotta”, che, se non riparata a tempo, induce a romperne altre. Aggiungiamo che gli studiosi hanno dimostrato che il senso civico, la consapevolezza di avere doveri oltre che diritti, la disponibilità a cooperare costituiscono un capitale sociale di fondamentale importanza per lo sviluppo economico. Anche in questa luce, la tolleranza zero sarebbe un investimento democratico insostituibile e non può riguardare solo la sicurezza sul lavoro, lo sfruttamento e l’evasione fiscale (su questo è d’accordo anche chi vuole il dialogo educativo a tutti i costi), ma anche i tanti aspetti della convivenza quotidiana.
Infine, un sindaco che sottolinea così tanto – e giustamente – l’importanza dell’educazione, dovrebbe coerentemente utilizzare le potenzialità educative che il suo ruolo comporta, rivolgendosi frequentemente ai concittadini per richiamarli alle loro responsabilità, per fare il punto sui progressi riscontrati nel decoro della città e proporre iniziative per migliorare ancora; ricordando, infine, che esistono delle sanzioni per chi ignora le regole. E se ne dovrebbero ricordare anche alcuni vigili che fanno volentieri finta di nulla, per esempio quando gli sfreccia accanto un ciclista in piazza del Duomo, mettendo a rischio l’incolumità delle persone. Interrogati in proposito, una volta mi risposero: “Ci vuole l’educazione”.
Giorgio Ragazzini
“Corriere Fiorentino”, 11 ottobre 2018

domenica 7 ottobre 2018

OCCUPAZIONI CONTRO LA MANOVRA CHE PENALIZZA I GIOVANI? NON È UNA BUONA IDEA

Qualche giorno fa Pietro Ichino, in un editoriale sul suo blog, riferendosi alla manovra del governo si chiedeva come sia possibile che gli adolescenti e i ventenni di oggi non abbiano niente da ridire “sul vero e proprio furto che la generazione dei loro padri e nonni sta perpetrando ai loro danni”. Trenta miliardi che si aggiungono ai 2300 del debito pubblico, altri miliardi di interessi da pagare a chi presta i soldi allo Stato, in definitiva “alto rischio di non avere né lavoro, né assistenza, né pensione”. E ricordava di essere sempre stato un critico severo delle occupazioni scolastiche, ma aggiungeva: “Quest’anno, però, riconosco che un motivo forte e specifico per protestare – tutto sta nello scegliere la forma più efficace – i giovani in quanto tali lo avrebbero”.
Due giorni dopo il direttore del “Foglio” Claudio Cerasa ha rilanciato l’idea precisandola: occupate per un giorno la vostra scuola in difesa del vostro futuro. Le occupazioni in genere sono “carnevalate”, ma per una volta si può fare eccezione.
Stimiamo tutti e due i proponenti e comprendiamo le loro preoccupazioni; ma non siamo d’accordo. La pratica delle occupazioni non è solo una “carnevalata”, un vuoto rituale e un modo per fare vacanza o bisboccia; è soprattutto una pratica illegale e quindi diseducativa, che oltretutto ha deluso e allontanato dalla politica moltissimi ragazzi, come sanno tanti docenti e dirigenti. Anche quando nel suo ambito si organizzano attività alternative varie per dare alla cosa una vernice di serietà, resta comunque un’interruzione di pubblico servizio, un’invasione di edifici altrui (checché ne vaneggi la Cassazione), una dilapidazione di denaro dei cittadini, una sopraffazione di minoranze (o maggioranze che siano) su chi vuole seguire le lezioni. Riabilitare, anche se pro tempore, le occupazioni per contrastare una manovra basata su deficit e debito accredita l’idea che l’importanza della causa giustifichi l’aggiramento delle leggi. Dobbiamo invece ricordare ai ragazzi che hanno molti strumenti per farsi sentire: da internet ai tradizionali volantini, dai comunicati stampa alle lettere aperte. C’è poi il monte ore delle assemblee d’istituto, che potrebbero essere in parte accorpate per indire una giornata di discussione e di protesta invece che di occupazione. Ci sono infine i vari modi di manifestare il proprio pensiero nelle piazze e davanti alle sedi istituzionali. Tutto sta, appunto, nello scegliere la forma più efficace, ma rispettando le leggi e i diritti altrui.
Giorgio Ragazzini

giovedì 4 ottobre 2018

IL MIUR RECLUTI PROFESSORI E DIRIGENTI IN PENSIONE PER VALUTARE STUDENTI E SCUOLE - Un sistema di istruzione che non conosce se stesso

C’è un rapporto dettagliato in base al quale il Ministro ha deciso di ridurre l’alternanza scuola-lavoro? Quanti sono gli insegnanti e i dirigenti inadeguati? Qual è la situazione della disciplina nelle classi? Come funziona l’insegnamento della nostra lingua agli allievi stranieri? Cosa sanno i ragazzi di storia, geografia, Costituzione al termine degli studi secondari? Quanti non scrivono correttamente in italiano? Sono alcune delle domande che si dovrebbe porre chi si interessa di scuola; e a maggior ragione dovrebbe farlo chi la scuola è chiamato a governare su una solida conoscenza dei problemi e sulla verifica degli effetti dei provvedimenti presi. Purtroppo la scuola italiana indaga poco se stessa; e per di più, come altri settori dello Stato, è refrattaria alla cultura del controllo dei risultati. Che dietro al perdurare di questa mentalità ci siano spesso i sindacati, con i loro riflessi corporativi, non può che rendere ancora più amara la constatazione della realtà.
Come sappiamo, per la valutazione del sistema educativo è stato creato l’Invalsi, che si è occupato in prevalenza di comprensione del testo, problemi matematici e padronanza dell’inglese. Da quando è stato creato è stato bersaglio di critiche severe, tra cui quelle acuminate del professor Giorgio Israel, che però precisava di non essere né contro le prove Invalsi, né contro l’Istituto in quanto tale, a condizione che fosse possibile una discussione aperta sui contenuti delle prove, che si definissero con chiarezza gli scopi dell’ente e che esso non fosse una struttura poco trasparente e chiusa a competenze esterne. Quanto alle prove, Israel affermava giustamente che dovessero puntare solo all’accertamento delle conoscenze e delle abilità imprescindibili per ogni livello di scolarità e non di competenze complesse, per cui non sono adatte. Al di fuori di questi limiti c’è il pericolo, rivelatosi reale negli Usa, di orientare la didattica in funzione dei test, con relativo smercio di eserciziari ad hoc. Tanto meno si può pensare che si tratti di strumenti adatti a valutare i singoli docenti.
Ad ogni modo, la constatazione che il “teaching to the test” non si è per il momento verificato su larga scala, sembra aver tranquillizzato la maggior parte dei docenti; fra i quali, però, rimangono minoranze combattive che si oppongono alle prove Invalsi, anche per timori in parte irrazionali dovuti più che altro alla poca chiarezza iniziale circa possibili ricadute sull’autonomia delle scuole e addirittura sui singoli insegnanti.
Purtroppo per valutare il nostro sistema scolastico non ci possiamo affidare neppure agli esami, ridotti peraltro nell'intero ciclo scolastico solo a due. Specialmente quello detto un tempo “di maturità” offre un quadro davvero poco credibile. Capita come sappiamo che in alcune regioni meridionali sovrabbondino i "cento" e i “cento e lode”, mentre al nord gli studenti eccellenti risultano in numero nettamente inferiore. Nei test Invalsi e Pisa, invece, le stesse regioni si posizionano agli ultimissimi posti. Con tutti i dubbi sui test, è difficile non pensare che si usino criteri di valutazione troppo diversi. Per questo da anni le università non tengono conto del curriculum scolastico per le ammissioni ai loro corsi. E sempre più spesso neanche il mondo del lavoro seleziona i giovani sulla base dei voti ottenuti all'esame di Stato, voti sempre meno credibili anche per la colpevole compiacenza di certi professori e presidenti di commissione che non impediscono ai ragazzi di copiare e a volte prendono addirittura l’iniziativa di aiutarli. Anche per questo è indispensabile controllare e confrontare i risultati, perché solo in questo modo sarà possibile adottare una politica scolastica in grado d'impedire il declino del sistema formativo.
Esemplificativo a tale proposito l'appello dei 770 docenti universitari a favore di un serio intervento per migliorare negli studenti le competenze della lingua italiana; che, grazie anche alle testimonianze dei firmatari, abbiamo scoperto essere gravemente e diffusamente carenti. Accanto a un ripensamento delle indicazioni nazionali, l’appello chiedeva l’introduzione di verifiche periodiche nazionali durante il primo ciclo; ma da questo orecchio il ministero non ci sente.
La difficoltà di operare una valutazione generale dei risultati dipende anche dall’assenza, forse non casuale, di un corpo ispettivo all’altezza delle necessità. Nel Regno Unito, oltre alla NAA (Agenzia Nazionale per la Valutazione), che produce e somministra i test nazionali, esiste l’Ofsted, un dipartimento indipendente – a garanzia di imparzialità – che, disponendo di un gran numero di ispettori, ogni settimana esegue centinaia di visite nelle scuole e pubblica i risultati on line.
In Italia negli ultimi anni ne sono stati reclutati un centinaio in base al curriculum dei candidati, ma il numero degli ispettori, anche con i nuovi ingressi, continua a essere irrisorio; senza contare che quelli assunti recentemente sono quasi tutti utilizzati come responsabili degli uffici scolastici periferici. È anche per questa grave carenza che è tra l’altro molto difficile porre rimedio alle situazioni di particolare inadeguatezza di docenti e dirigenti scolastici. Per far fronte, almeno provvisoriamente, a questa lacuna, il Ministero potrebbe reclutare, previa accurata selezione, personale in pensione disposto a svolgere funzioni ispettive e in generale utilizzare tutti i possibili strumenti per verificare a campione la credibilità dei risultati ottenuti dalle scuole e in particolare quelli degli esami di Stato.

Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli

Da "ilSussidiario.net" del 3 ottobre 2018.

sabato 22 settembre 2018

CINQUE APPUNTI PER LA SCUOLA

Il discorso del Presidente Mattarella per l’inaugurazione dell’anno scolastico, tenutasi quest’anno all’Isola d’Elba, si è mantenuto nel solco di molti precedenti, ma la sincera e affettuosa convinzione con cui parla riesce a vivificare anche cose sentite più volte. Nel quadro di una manifestazione forse troppo ricca di esibizioni di artisti e di scolaresche, va ricordato almeno l’intervento registrato dell’attore Antonio Albanese, che ha ricordato ai ragazzi con molta convinzione quanto sia importante impegnarsi, studiare tanto e accettare la fatica. Ma l’intervento di Mattarella è riuscito a catturare l’attenzione dei bambini, perfino di quelli più piccoli, quasi a significare che le istituzioni sono solide e ben riconosciute dal mondo scolastico che deve aver molto apprezzato, almeno lo spero, anche la convinta partecipazione al canto dell’inno nazionale, accompagnato con la mano sul cuore, del ministro Bussetti. Mattarella ha molto insistito sul fatto che il nostro sistema scolastico nel complesso è senz’altro molto positivo, tanto da preparare molti giovani destinati poi ad avere notevoli successi nel mondo intero, ultimo quello prestigioso di Alessio Figalli, vincitore della medaglia Fields. Tuttavia, ha ricordato ancora il Presidente, malgrado i meriti innegabili della nostra scuola, grazie anche al lavoro straordinario del personale scolastico, le percentuali della dispersione scolastica sono inaccettabili e su questo specifico problema molto deve essere ancora fatto. Così come dovrà cessare il binomio, mi permetto di dire antico e per questo ancor più da stigmatizzare, della povertà a cui corrisponde quasi sempre una altrettanta povertà educativa. Guai a rinunciare, inoltre, alla valorizzazione dei talenti e a fare della scuola un vero e proprio ascensore sociale. Ed ha senz’altro ragione nel ritenere che la valorizzazione dei talenti e il recupero dei ragazzi svantaggiati possono convivere anche se, aggiungo ancora io, perché questo possa accadere sarebbe necessario un sistema scolastico non più riconducibile al solo sistema «classe». Mattarella ha elencato inoltre altri problemi legati alla nostra scuola, a partire dalla condizione degli edifici scolastici fino a toccare quello sempre più rilevante dei genitori bulli nei confronti dei docenti e dei dirigenti scolastici. Molto interessante inoltre il riferimento con relativa indicazione operativa, visti anche alcuni recenti drammatici eventi, al cattivo utilizzo del web da parte dei ragazzi. Un aspetto, quello del rapporto dei ragazzi con Internet, che dovrebbe richiamare le scuole a dare maggiori informazioni alle famiglie su tematiche che spesso ignorano, anche perché i loro figli sono molto più avanti dei loro stessi genitori nell’uso della Rete. Un grandissimo applauso ha accompagnato il forte richiamo contro le leggi razziali che giusto settanta anni fa permisero che si cacciassero dalle scuole sia i ragazzi che i docenti ebrei. E non è mancato infine un appassionato ricordi dei bambini morti nel crollo del ponte Morandi e un riconoscimento a Fabrizio Frizzi che per molti anni aveva condotto questa cerimonia d’inizio anno scolastico. Un riconoscimento per niente stonato e utile a ricordare ai ragazzi che il mondo è fatto anche di persone buone, come lo era Frizzi, e grazie a loro e grazie anche ad una scuola efficiente e attenta al rispetto delle regole e ad insegnare ai ragazzi il rispetto degli altri che potremo con fiducia guardare avanti.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 18 settembre 2018)

lunedì 17 settembre 2018

LE ALTERNE VICENDE DELL’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO


Il Ministro dell’Istruzione Bussetti ha annunciato che le ore di alternanza scuola-lavoro negli istituti superiori verranno diminuite, in misura diversa a seconda degli indirizzi di studio. Nei licei sembra certo che verranno dimezzate (da 200 a 100), per gli istituti tecnici potrebbero forse essere ridotte da 400 a 300, per i professionali la riduzione potrebbe essere solo del 10%. Il Ministro ha motivato questa decisione con le notevoli difficoltà che molti istituti hanno incontrato nel realizzare esperienze realmente qualificate, pur riconoscendo che ci sono state diverse positive eccezioni. La cosa non ha suscitato reazioni di alcun tipo nei partiti che aveva istituito l’alternanza.
A distanza di tre anni dall’approvazione della Legge 107 è senz’altro opportuno fare il punto di questa esperienza, ma una volta di più la decisione di cambiare, almeno a quanto ne sappiamo, non è accompagnata da una spiegazione articolata, né sembra poggiare su una sistematica raccolta e su una accurata analisi di dati, tale da consentire una seria valutazione dei risultati nei diversi indirizzi di studio. Il ministro ha fatto anche un accenno al rischio di “apprendistato gratuito”. Sarebbe utile capire che cosa intendesse dire esattamente; e comunque l‘eventuale problema si dovrebbe affrontare con opportuni controlli e con cambiamenti delle linee guida, non riducendo le ore.
Cerchiamo comunque di fare il punto della situazione. La vera e propria alternanza scuola-lavoro consiste nell’“alternare” l’apprendimento scolastico di una professione a un tirocinio pratico presso un’azienda (uno studio, un ente) relativo alla professione stessa. Riguarda quindi gli istituti tecnici e professionali e, se ben condotta, può essere di grande utilità. Lo dimostra, tra gli altri, l’esempio tedesco, anche se non trasferibile integralmente in Italia. Nei licei, in particolare il classico e lo scientifico, che per definizione sono propedeutici a studi universitari, non sarebbe quindi appropriato definire “alternanza” una serie di esperienze lavorative o di informazione in loco su alcune professioni o attività di vario genere. Sarebbe più logico che i liceali ne potessero usufruire all’università, quando in genere sono più delineati i possibili sbocchi professionali degli indirizzi di studio. È vero che in certi casi le esperienze attualmente proposte possono costituire, se correttamente impostate, un utile momento formativo sul piano della crescita personale. È anche vero però che spesso non contribuiscono all’approfondimento delle materie curricolari, mentre sottraggono tempo a un già contenuto monte ore di insegnamento; e la cosa ha suscitato numerose lagnanze fra i docenti di queste scuole. Si tratta peraltro di una critica analoga a quella che è stata rivolta al moltiplicarsi dei progetti extracurricolari, con relativa erosione delle ore di lezione.
Almeno per i licei, si potrebbero salvaguardare sia il tempo scuola che la possibilità di vivere esperienze formative (che siano veramente tali) collocando queste ultime nel periodo estivo o nel pomeriggio. Sarebbero da privilegiare le attività di volontariato, soprattutto nelle associazioni che si occupano di servizi alle persone. Al contrario di quanto accade nel rapporto col mondo del lavoro, in cui non c’è sempre la convenienza – e quindi una reale disponibilità – a ospitare degli studenti, qui si possono incontrare realmente le necessità formative dei ragazzi e le esigenze delle associazioni. In altre parole, è più facile che ci sia un reale interesse reciproco. Si tratta inoltre di esperienze che possono far crescere i ragazzi sviluppando in loro il senso di responsabilità e la sensibilità sociale.
Per i professionali e i tecnici (ma anche per i licei artistici) l’alternanza appare essenziale (anche se andrebbe inserita in modo più armonico nei piani orari), ma si dovrebbe tenere ben presente anche la fondamentale importanza dei laboratori come luogo di apprendimento e quindi la necessità del loro potenziamento in qualità e numero di ore. Relativamente ai professionali, con la recente riforma si è purtroppo persa l’occasione di ridimensionare il numero e il monte orario delle lezioni teoriche, aumentando allo stesso tempo le ore di laboratorio. Viene invece scaricata sulle scuole la responsabilità di utilizzare la flessibilità per ottenere questo risultato, ma sappiamo bene che le resistenze dei collegi renderanno la cosa estremamente difficile.

domenica 9 settembre 2018

LA SCUOLA NON BASTA


L’Alto Adige il 5 settembre, la Puglia il 20: in questo arco di tempo tutti i ragazzi italiani faranno ritorno a scuola. Per qualcuno sarà una routine, per altri un obbligo faticoso, per altri ancora l’eccitante inizio (o il piacevole proseguimento) di un percorso destinato ad avere un ruolo cruciale nella loro esistenza. È proprio questa una delle più importanti funzioni dell’istruzione: quella di contribuire a costruire nei ragazzi il loro domani; anche se, come ci dicono tutte le statistiche, il prestigio della scuola continua a calare e cala altresì la sua capacità di incidere sul futuro dei giovani. Tutto ciò, sia chiaro, non accade per sua esclusiva responsabilità. Chi insegna alle elementari sa benissimo che il destino di molti bambini è già al loro arrivo compromesso e che poco a volte si può fare a quel punto per cambiare la loro sorte. Spesso sono figli di genitori troppo impegnati ad affrontare le difficoltà della vita o incapaci di trasmettere ai figli altri valori se non i più deleteri della nostra società. E tra questi, contrariamente a quanto accadeva in passato pur nelle famiglie più povere anche sul piano culturale, non vi è spesso quello legato all’importanza dell’istruzione. D’altra parte è da anni che la «cultura» scolastica dominante è riuscita a togliere quasi del tutto alla scuola la funzione di permettere ai capaci e meritevoli quella ascesa sociale che è ormai affidata quasi esclusivamente a qualche scheda del Superenalotto o alle coraggiose fughe all’estero di molti giovani talentuosi. Da altrettanto tempo la scuola non è più il luogo in cui si impara a rispettare le regole, cioè a sapersi muovere nel mondo e a distinguersi positivamente rispetto alla società «incivile». Chi lo ha preteso è stato immediatamente criminalizzato (stalinismo «soft» dei tempi moderni) ed è diventato, per certi populisti ante litteram, uno «sceriffo». Anche per questo è progressivamente scomparso il senso di appartenenza a un solido consorzio civile. Qualche piccola ma significativa conferma: è ormai del tutto normale che i ciclisti, tra cui molti anziani, sfreccino sui marciapiedi stretti delle nostre città perfino davanti a vigili generosamente consenzienti. Così come è normale vedere i giardini, le strade, le chiese, i mezzi pubblici devastati da persone che neanche si pongono il problema di dover rendere conto a qualcuno delle loro «trasgressioni», anche perché spesso neanche i responsabili dell’ordine e del decoro pubblico si preoccupano d’intervenire. 
Ma, ancora a titolo di esempio, da tempo non è augurabile a nessuno dover condividere un ristorante con famiglie che abbiano dei bambini al seguito o dover vivere il vero e proprio martirio di abitare in una strada segnata dalla movida.
Insomma, la scuola non è altro che uno degli elementi (anche se il più importante) della nostra società e segue naturalmente il destino di tutti gli altri. Da sola non potrà risollevarsi se non si mirerà innanzitutto a sconfiggere nell’intera società chi ha pensato che si dovesse addirittura proibire di proibire, ignaro naturalmente, tra le tantissime altre cose, di quello che, a tale proposito, anche lo stesso Leopardi pensava. E cioè che «lo stato sì reo, come il selvaggio,/ estimar natural non è da saggio».

Valerio Vagnoli
"Corriere Fiorentino", 9 settembre 2018

martedì 7 agosto 2018

L’ARTE SÌ, MA CON REGOLE. Firenze, gli studenti, i turisti

Se è forse impossibile cambiare la modalità «mordi e fuggi» con cui ogni anno milioni di turisti da ogni parte del mondo vengono a visitare Firenze e i suoi musei, qualcosa almeno si può fare, in primo luogo per i nostri studenti, i turisti del domani. A volte li vediamo, in particolare i più grandicelli, trascinare svogliatamente le gambe, a testa bassa o intenti a scherzare tra di loro per rendere meno noioso il vagabondare del gruppo. E quando gli studenti, siano essi bambini delle primarie o giovani delle superiori, girano spersi, a frotte, per musei e monumenti cittadini, non possiamo non cogliere quanto sia intenso il senso di avvilimento che essi ci trasmettono. In molti casi gli insegnanti si rivolgono a pochi ragazzi che stanno loro intorno, quelli che salvano, per così dire, il valore culturale della gita e del lavoro dei docenti. Certo non è sempre così. Rispetto al passato, a Firenze e nelle altre città d’arte, sembra di notare una maggiore partecipazione e consapevolezza da parte dei visitatori, che siano turisti oppure scolaresche, e anche una maggior capacità didattica da parte delle guide, ma nell’insieme il «quadro» non è proprio edificante.
Tuttavia il compito di cambiare le cose più in profondità spetta innanzitutto alle scuole, a partire da quelle per l’infanzia, che dovrebbero ovunque investire in maniera convinta e culturalmente efficace anche sull’educazione all’arte. Non è utile che si portino gli studenti a incontrare capolavori della pittura e della scultura senza un’adeguata preparazione. Per fortuna nessun luogo del nostro Paese è privo di chiese, palazzi, centri storici, tabernacoli e musei che quasi sempre restano sconosciuti anche a chi ogni giorno ci passa davanti e che, oltre a meritare una maggiore attenzione in sé, possono funzionare come «laboratori didattici» da utilizzare per familiarizzarsi con le opere d’arte e anche per valorizzare finalmente i cosiddetti musei minori. In questo modo i grandi capolavori del passato saranno poi alla portata dei ragazzi, specialmente se si riesce a evitare che nella loro testa il bello della «gita» non consista in nottate caotiche, magari correndo gravi rischi. E lasciamo a certi «pedagogisti» l’idea che tutto è utile per accrescere l’esperienza, certificando così come la mancanza di ricondurre i saperi ai loro specifici ambiti di appartenenza ci faccia sempre più scivolare nella putrefazione della mediocrità. 
Anche per questo è necessario far visitare ai ragazzi una città e ancor più un museo mettendoli davanti a poche opere, perché niente è più inefficace dell’affastellamento delle conoscenze. Sarebbe perciò importante pensare a biglietti speciali per le scolaresche, limitati a due o tre sale e con tempi misurati. E sarebbe altrettanto importante intervenire per governare i flussi anche degli altri visitatori, per esempio attraverso l’obbligo delle prenotazioni, aperture programmate dei musei a più alta affluenza alternando studenti, residenti e turisti. E ai residenti, come a tutti gli studenti, potremmo lasciare la gratuità o forti sconti. Un numero di ingressi controllato permetterebbe a molti turisti, anziché di buttare via il tempo in code lunghissime e spesso turbate da episodi di microcriminalità, di misurarsi con percorsi alternativi che permetterebbero loro di portarsi addosso, per tutta la vita, la soddisfazione di aver scoperto capolavori inaspettati. Certi provvedimenti avrebbero contro molti interessi. Ma la politica, come la scuola, se non è lungimirante non può che fallire.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 7 agosto 2018

sabato 21 luglio 2018

IL VALORE DI UNA LETTERA


Agli episodi di violenza da parte di allievi e genitori nei confronti degli insegnanti si contrappone la bella lettera del padre di un allievo del Dagomari di Prato, resa nota giovedì scorso anche da questo giornale. In questo caso si riconosce a una scuola e ai docenti il grande merito di aver accolto «un ragazzo sfiduciato» e di averlo «reso un uomo» attraverso gli anni di studio. Un bel complimento, non c’è che dire, visto che lo studente in questione aveva problemi, come scrive il padre, per anni non riconosciuti nelle altre scuole e che era per questo andato avanti con difficoltà. Alla fine il percorso del giovane si è concluso con un vero successo. Tanto basta per fare notizia. Eppure, malgrado le difficoltà del mondo scolastico, che per decenni ha dovuto arrangiarsi quasi da solo rispetto alle tante emergenze sociali e didattiche (dall’inserimento degli studenti stranieri all’aumento esponenziale di ragazzi con difficoltà di vario genere) i successi della scuola ci sono, anche se spesso non se ne parla. È invece frequente che sia i genitori che i ragazzi alla fine del corso di studi ringrazino personalmente i loro docenti per come li hanno saputi seguire, incoraggiare, ma anche richiamare, quando occorreva, ai loro doveri. Esiste tuttavia una parte, ahimè crescente, di genitori che vedono la scuola come un servizio che non deve chiedere troppo, né ai ragazzi né alle loro famiglie, magari insistendo sull’indispensabile sintonia educativa. Così la responsabilità di un eventuale «insuccesso scolastico» sarà solo dei docenti. E di questo si convincono anche gli studenti, tanto più che a sostenerlo, oltre ai loro genitori, c’è anche una vulgata pedagogico-ministeriale che si propone da tempo di raggiungere a qualunque costo il successo formativo per tutti, anche abbassando l’asticella della preparazione. Ma non è certo così che si risolve il problema del futuro dei giovani. Difficile in questo contesto culturale che il mondo della scuola goda di stima e riconoscenza. E sarà altrettanto difficile, stando così le cose, che gli episodi da cronaca nera nelle aule scolastiche possano scomparire. Ma quando certi riconoscimenti arrivano — come nel caso di Prato, o più spesso in privato — contribuiscono come nessun’altra cosa a ridare agli insegnanti il senso profondo del loro lavoro, quello di essere riusciti a far entrare nel mondo dei giovani con speranza e fiducia in sé stessi. Ad altri il compito di non deluderli.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 21 luglio 2018)

domenica 15 luglio 2018

LA LEZIONE SBAGLIATA. Esami di Stato e imbrogli


Con la conclusione degli esami di Stato i dati che cominciano ad arrivare da ogni parte d’Italia sembrano confermare le abituali altissime percentuali di promossi che, almeno in parte, non corrispondono però un’effettiva sufficienza della preparazione.
Non si tratta naturalmente di rivendicare un incondizionato aumento delle bocciature, né di essere nostalgici dei tempi che furono, nei quali, peraltro, la scuola non mancava di pecche gravi e inaccettabili. Senza contare poi che un alto tasso di bocciature non è ovviamente di per sé conferma di un buon sistema scolastico. Ma per essere veramente lo strumento per eccellenza per la conservazione e la promozione del sistema democratico, la scuola deve essere tuttavia innanzitutto seria. E sugli esami di Stato qualche dubbio è lecito. Lo confermano i racconti di chi ha fatto parte delle commissioni di esame e perfino quelli di alcuni studenti che l’esame lo hanno appena sostenuto.
In occasione degli scrutini finali sono diffuse da tempo pessime abitudini. Alcuni docenti si ritrovano, in privato, per «aggiustare» tra di loro i voti di alcuni ragazzi, in modo da evitare che in sede di scrutinio, quello ufficiale, non siano ammessi agli esami. E spesso accade che all’interno degli scrutini la grandissima parte del tempo sia dedicata a cercare tutte le strade e tutte le strategie possibili per «salvare» e ammettere alcuni studenti che hanno un quadro delle materie davvero lontano dal giustificare un’ammissione all’esame. Così se gran parte del tempo lo si dedica a premiare chi non se lo merita, è naturale che non ne rimanga per valorizzare chi, invece, ha lavorato con maggior responsabilità e al quale spesso non viene elargito alcun «riconoscimento».
Non mancano, in sede di esame, quei docenti che comunicano ai propri allievi gli argomenti della terza prova, la più impegnativa e la meno premiante sul piano dei risultati, che non a caso sarà abolita dal prossimo anno. E può anche accadere che i ragazzi siano informati su alcuni argomenti da affrontare nel colloquio.
Durante gli scritti, poi, capita spesso che gli insegnanti evitino di proposito di controllare cosa succede in aula, cioè se si copia da appunti, dai cellulari o dai compagni (come del resto avviene in molti concorsi pubblici). C’è infine chi diffonde traduzioni e soluzioni di problemi.
Probabilmente questi insegnanti non sono consapevoli di come tali comportamenti, professionalmente indecenti, non servano affatto a creare nei loro confronti stima e affetto da parte degli studenti, come invece quasi certamente pensano accada. È invece gravissimo il danno che provocano negli studenti seri e responsabili, anche di altre classi e di altre scuole, che vedono legittimato l’imbroglio o, nel migliore dei casi, avvertono la delusione di vedere come anche il mondo scolastico sia palestra di ingiustizia e come poco paghi fare il proprio dovere e agire con onestà. Una bella educazione alla legalità. Comportamenti del genere, che dovrebbero essere severamente perseguiti sul piano disciplinare, sono dovuti a una forma di corruzione morale assai diffusa nel Paese, che fa del cosiddetto buonismo il proprio criterio di condotta e una comoda alternativa al principio di responsabilità. Naturalmente, al pari degli scorsi decenni, neanche una parola da parte delle autorità, in primis il ministro, sulla necessità che durante gli esami si debbano innanzitutto rispettare le regole e che ciascuno debba corrispondere ai propri compiti in maniera leale. Alla fine, allo stesso modo degli altri anni, i maturandi sono stati sommersi da frasi rassicuranti e consolatorie, come se gli esami non avessero alcun legame con la preparazione alla vita adulta e l’etica pubblica fosse un significativo e consolidato patrimonio della Nazione.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 15 luglio 2018)

venerdì 6 luglio 2018

MA ERA PROPRIO DEL TUTTO SBAGLIATA LA CHIAMATA DIRETTA?

Sui social, e non solo, docenti e sindacati scuola festeggiano l'accordo con il nuovo ministro della Pubblica istruzione con cui si abolisce la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei presidi. Entro certi limiti, questo istituto rappresentava una delle poche misure sensate contenute nella Legge 107. Anche se si trattava di un provvedimento alquanto raffazzonato, la novità c'era e poteva essere nel tempo molto utile. Cosa non andava e cosa poteva servire in quella norma? Prima di tutto, non erano state previsti efficaci controlli e forme di valutazione per “incentivare i presidi ad assumere gli insegnanti migliori invece che i loro protetti”, come ha scritto Andrea Ichino. In secondo luogo, non sarebbe stato opportuno estendere la chiamata diretta a tutti i docenti, come prevedeva la 107 dopo una prima fase in cui era riservata all’organico funzionale. Questo in considerazione della particolare tutela della libertà di insegnamento prevista nel nostro sistema (concorso pubblico e stabilità del posto di lavoro), a cui però si possono fare motivate eccezioni per esigenze specifiche; in altre parole, per costruire un organico d’istituto davvero funzionale. Ed è a questo scopo che la “chiamata diretta” prometteva di essere molto utile. Tant’è vero che fin dal primo anno della sua applicazione la stragrande maggioranza dei dirigenti abbandonò perfino i luoghi di vacanza per rintracciare i docenti disponibili a trasferirsi nella loro scuola, impegnandosi, come la legge prevedeva, a restarvi per almeno tre anni. Purtroppo alla fine gli unici, o quasi, ad accettare il contratto, furono gli insegnanti che avevano perso la cattedra e non quelli che sarebbero serviti ad arricchire e potenziare l'offerta formativa. Forti di un allenamento quotidiano al fare di ogni necessità virtù, sia i presidi che i loro collaboratori, senza perdersi d'animo, nella gran parte dei casi riuscirono a dare comunque un senso alla presenza di questi nuovi docenti, ai quali si chiedeva non solo di fare supplenze, ma anche di mettere a disposizione dei ragazzi e dei nuovi colleghi le loro particolari competenze.
L'entusiasmo di molti presidi rispetto a questa novità non nasceva infatti, come da molte voci sindacali si sostiene per giustificare la scelta del nuovo Ministro, dal potersi sentire dei "capetti" pronti a chissà quali nefandezze e arbìtri contro gli indifesi docenti, ma proprio dal percepire la possibilità che, malgrado le approssimazioni contenute nella 107, si potesse finalmente realizzare il famoso organico funzionale. Chi, come il sottoscritto, lavorava nella scuola già dagli anni settanta non ha dimenticato che si trattava di una rivendicazione della sinistra, anche sindacale, di allora. Come darle torto? Finalmente ogni scuola avrebbe potuto contare su docenti, tenuti a rimanervi per alcuni anni, in grado di arricchire l'offerta formativa a seconda del contesto (o territorio, come allora usava dire), in cui si trovava: per esempio, potendo disporre di un numero maggiore di docenti di italiano in relazione alla presenza di molti studenti stranieri.
Certo, il meccanismo era da perfezionare. Ma quello che per i sindacati ha contato, invece, è la necessità di tutelare innanzitutto l' “autonomia” e la “dignità” degli insegnanti messa a rischio, secondo loro, dall' autoritarismo dei Presidi. E sui social si legge anche che la chiamata diretta dei docenti avrebbe potuto permettere al dirigente di utilizzarli per il proprio tornaconto e per rafforzare il proprio potere. I rischi esistono ma, come ha sottolineato Ichino, si tratta di trovare i modi per evitare abusi, non di buttare il bambino con l’acqua sporca.
In realtà con la completa abolizione di questa possibilità i sindacati della scuola, in collaborazione col Ministero, si portano a casa quella che dal loro punto di vista è una bella vittoria: essere cioè riusciti, ancora una volta, a eliminare il rischio che valorizzando il merito la classe docente possa dividersi e perdere quella compattezza che rende tanto potenti, anche sul piano economico, le sue rappresentanze.
Un’ultima considerazione. Quale che sia il metodo di assegnazione alle scuole degli insegnanti e dei dirigenti, un sistema scolastico dovrebbe garantire non solo che non ci siano “capetti” e “raccomandati”, ma soprattutto che TUTTI, nessuno escluso, siano in grado di svolgere i loro compiti. Lo si fa con una severa selezione iniziale e con l’allontanamento di chi non è all’altezza. Ma di garantire questo elementare diritto degli studenti i sindacati non parlano.
Valerio Vagnoli

martedì 3 luglio 2018

ISTRUZIONE PROFESSIONALE, TUTTI GLI ERRORI DI UNA CATTIVA RIFORMA


La revisione degli istituti professionali darà la luce a corsi di studio peggiorativi, aumentando la dispersione.
 “ilsussidiario.net”, 12 giugno 2018
La revisione degli istituti professionali è già stata oggetto di un mio recente intervento sul Sussidiario, in cui sottolineavo che vi erano stati confermati i due principali fattori della loro crisi: l'abnorme numero di materie e la grave insufficienza delle ore di laboratorio. Da allora, nonostante le proteste delle varie associazioni interessate, poco è cambiato. L'unica vera novità consiste nell'aver portato a sei le compresenze obbligatorie fra materie di indirizzo. Tuttavia a tre mesi dall'avvio del nuovo anno scolastico e con le problematiche legate alla formalizzazione degli organici in alcuni indirizzi non si sa ancora quali saranno queste materie. Ma anche per gli altri è probabile che alla fine una delle due dovrà essere scelta tra quelle che abbondano di docenti soprannumerari (come diritto, musica, discipline artistiche e altre), anche se non sono specifiche degli indirizzi, purché servano in qualche modo a far lavorare con qualche parvenza di novità. Insomma, sarà necessario per molti dirigenti e collegi dei docenti affidarsi alla fantasia per inventare percorsi condivisi tra materie che rischiano di essere tra di loro agli antipodi.
Si sono comunque organizzati, in gran numero, riunioni e assemblee per illustrare le potenzialità della riforma. Per contrastare le altissime percentuali di insuccessi scolastici e di abbandoni, si punta soprattutto su tre strumenti. 
Il primo è la personalizzazione dei percorsi di apprendimento, di cui il decreto 61/2017 è molto netto nel sottolineare l'importanza; ma la cosa è tutt'altro che semplice da organizzare. E molta chiarezza si dovrà fare nella gestione delle quote di autonomia e di flessibilità (secondo strumento indicato) per stabilire, ciascuna scuola, come organizzare il curriculum. Infine, il decreto 61 prevede che le istituzioni scolastiche "nell'esercizio della propria autonomia organizzativa e didattica, e con riferimento al Progetto formativo individuale, possono organizzare il primo biennio in periodi didattici". Non so se sia stato scritto di proposito o no in modo così criptico, fatto sta che il ministero è all'opera per diffonderne l'interpretazione più funzionale a diminuire drasticamente la percentuale dei bocciati, e cioè l'eliminazione della valutazione degli studenti al termine del primo anno.
Ma la valanga di ripetenze nel primo biennio dipende essenzialmente, come non mi stanco di ripetere, dal fatto che i professionali hanno perso e continuano a perdere la loro identità originaria. Per riacquistarla basterebbe ispirarsi, senza andare troppo lontani, a quello che accade in certe provincie e regioni del nord Italia. E invece, quasi a voler dimostrare che il nostro sistema non si può riformare, l'apparato ministeriale contrappone, a chi lo contesta, il sistema tedesco, ovviamente non riproducibile nel nostro Paese anche perché i rispettivi sistemi economici sono diversissimi. Ma diverso non è il sistema economico del Trentino e non lo è neanche quello di altre regioni settentrionali dove la formazione professionale, sia gestita da enti pubblici che da privati, spesso eccelle e dove non è assolutamente considerata di serie inferiore rispetto agli altri indirizzi. Come se non bastasse, di recente ha messo mano al decreto 61 anche la Conferenza Stato-Regioni, per indicare modalità comuni a tutta Italia relativamente ai passaggi dal sistema dell'istruzione professionale a quello dell'istruzione e formazione professionale e viceversa. E queste modalità, regolate da una decina e più di riferimenti normativi anche europei, contribuiscono a vincolare gran parte del lavoro scolastico a una sequela di compiti burocratici d'inaudita complessità. Chi abbia voglia di scrivere un atto unico di stampo surreale si legga gli articoli 2, 7 e 8 e il capolavoro è a portata di mano. Senza contare che di per sé sarà improbo omologare tutto il sistema, in quanto l'organizzazione della formazione professionale è diversissima da regione e regione (e in alcune di esse manca ancora del tutto). E lo diventa ancora di più se pensiamo, come sopra ricordato, che ogni singola scuola può utilizzare le quote di autonomia e di flessibilità, con l'altissima probabilità di produrre percorsi formativi in gran parte difformi tra una scuola e l'altra.
Insomma, a mio parere abbiamo perso ancora una volta l'occasione per una svolta davvero coraggiosa e risolutiva, che parta dall'unificazione dei percorsi di formazione con quelli di istruzione professionale. Una decisione che tra l'altro contribuirebbe a evitare che la formazione professionale continui, soprattutto nel sud, a essere vissuta dai ragazzi e dalle loro famiglie come una sorta di ultima spiaggia, una strada da prendere dopo aver fallito in altri indirizzi e non perché si ha un'intelligenza indirizzata alla pratica. Vale inoltre la pena di ricordare alle famiglie e ai docenti delle medie impegnati nell'orientamento che un'intelligenza inclinata al fare svilupperà sempre, nel tempo, anche quella astratta; mentre raramente accade il contrario.
Infine, ritengo che sia sempre più necessario investire molto sull'alta formazione professionale. Oltre agli Its, i cui successi sono innegabili come lo sono purtroppo i costi che ne limitano il numero, mi sembra siano maturi i tempi anche per pensare a un progressivo coinvolgimento delle università nel progettare lauree brevi di alta formazione professionale.
Valerio Vagnoli

lunedì 25 giugno 2018

ALLA RICERCA DI UN MAESTRO. L’attesa per le decisioni del governo, le nuove sfide educative

Il tempo della scuola è per la maggior parte dei ragazzi lentissimo, quasi quanto quello della lunga durata della storia, secondo le note categorie del tempo storico di Fernand Braudel.
Per i docenti, almeno per quelli bravi, è invece velocissimo, al pari di quello dei pensionati che, per non misurarlo, abbandonano spesso nei comodini i loro antichi orologi. In questo periodo molti insegnanti, proprio come gli anziani che fanno il bilancio della loro esistenza, saranno tormentati dal rimorso di non aver svolto tutto il programma o di aver saltato argomenti che forse, col senno di poi (il senno è sempre «di poi», come ci insegnano Ariosto e Cervantes), andavano invece privilegiati. Così è la scuola, la vera scuola: mai dominata dalle certezze e mai in grado di lasciare in pace le coscienze di chi ci lavora, perché insegnare non è uno scherzo! Oltre a dare contenuti allo spirito dei ragazzi, dobbiamo infatti aiutarli al formarsi una coscienza, però rispettandola e insegnando loro a rispettare quella degli altri. Sarebbe bellissimo se questo aiuto fosse garantito a tutti. Invece, non è così, perché non tutti i docenti hanno consapevolezza e sufficiente preparazione da poterlo garantire ai loro allievi. E questa consapevolezza è da decenni venuta meno anche a buona parte della classe dirigente, che non ha voluto mai realmente occuparsi della reale funzione che la scuola dovrebbe avere. Forse prevale il timore di andare incontro alle contestazioni dei sindacati o degli studenti, probabilmente insopportabili a quei politici che preferiscono vivacchiare alla meno peggio anziché governare. Per di più una buona parte dei pedagogisti e della burocrazia ministeriale perde la testa per tutto ciò che è contemporaneità, educazioni, nuovismo, sperimentazioni e non si accorge che la scuola sta perdendo di valore e di significato, soprattutto grazie al suo consumarsi in una didattica che faccia notizia e desti scalpore. E sta altresì trascurando la costruzione dell’identità nazionale, lasciandola oramai a qualche canale televisivo e a qualche, sempre più raro, evento sportivo di successo. Per l’immediato futuro restiamo in attesa di quanto deciderà il Ministro dell’istruzione. Nel «contratto» (cioè nel programma) di governo ci sono molte ovvietà e poche proposte precise. Si vuole «superare» la Buona scuola, ma speriamo che della abborracciata riforma dei passati governi non vengano abolite, ma solo corrette, le non molte novità positive come l’alternanza scuola lavoro, la chiamata diretta dell’organico potenziato o l’intenzione di valorizzare le esigenze e le proposte dei docenti nell’aggiornamento professionale. Che fine farà poi il proposito della ministra Fedeli di affrontare il problema degli insegnanti inadeguati? Peraltro le politiche scolastiche sono spesso penalizzate anche dall’essere date in gestione a un apparato di funzionari per i quali dovrebbe essere obbligatorio ogni tanto un anno sabbatico nelle aule scolastiche, per rendersi conto di quanto siano incomprensibili i loro atti e le loro circolari (anche una ventina al giorno) e di cosa siano diventate da tempo molte scuole. Non quelle dove vanno a studiare i loro figli, ma quelle di periferia, i percorsi accidentati di certi tecnici e professionali, questi ultimi definitivamente snaturati con la recente revisione degli ordinamenti. Tuttavia, come scriveva mio padre dalla guerra, bisogna sperare di tornare e di ripartire con ottimismo confidando in uomini di ben altra moralità, come è giusto augurare ai ragazzi che a settembre torneranno a scuola di trovare sulla loro strada dei bravi docenti che abbiano anch’essi una precisa consapevolezza morale di quello che sarà il loro futuro. Perché di bravi, malgrado tutto, ce ne sono e sono loro a mandare avanti la baracca (con certi edifici scolastici del nostro sud il termine è quanto mai appropriato). E per coloro che fortunatamente li incontreranno, l’anno nuovo sarà senz’altro bellissimo, perché un vero maestro se lo porteranno dietro per tutta la vita, anche se non avessero più l’occasione di rivederlo, neppure su una panchina, senza orologio, intento a rallentare il tempo che invece fugge; anche per i ragazzi, malgrado non se ne rendano conto, anche per i ragazzi. Speriamo che lo abbiano presente coloro che metteranno ora mano al destino della nostra scuola.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 16 giugno 2018)

martedì 19 giugno 2018

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE DIECI PROPOSTE DI GALLI DELLA LOGGIA


Il 5 giugno scorso, Ernesto Galli della Loggia ha indirizzato al nuovo ministro dell’Istruzione Bussetti una lettera con le seguenti dieci proposte, che vale la pena di commentare una per una.
1) Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico  non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo.
La proposta suona molto più come un’utile provocazione, che come indicazione da prendere alla lettera. Che debba essere recuperata una “limpida chiarezza” sulla necessaria asimmetria del rapporto tra insegnante e allievo, cioè tra chi sa e chi non sa, non c’è il minimo dubbio. Mi pare però, anche per aver insegnato con e senza pedana, che in concreto quei 20 centimetri circa in più abbiano una forza simbolica modesta nella percezione degli allievi, a differenza del gesto di alzarsi tutti insieme in segno di rispetto all’arrivo dell’insegnante, (proposta numero 2).  
2) Sempre a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del docente.
Insieme alla proposta precedente, il rilancio di questo semplice ed efficace gesto di buona educazione ha attivato in automatico in alcuni commentatori i fantasmi dell’autoritarismo e del ritorno a un passato di sadismo pedagogico. Scrive  il preside fiorentino Ludovico Arte: “Fra l’altro, Galli della Loggia suggerisce l’obbligo per legge di alzarsi in piedi all’ingresso dei docenti. Stupisce che non abbia rispolverato anche le bacchettate sulle dita e gli studenti in ginocchio sui ceci”. L’ispettore Emanuele Contu ne trae spunto sul “Sussidiario” per attaccare il feticcio della “didattica trasmissiva”, contro cui si accanisce da tempo anche Luigi Berlinguer: “Il punto è che da tempo abbiamo superato una visione dell'insegnamento come operazione trasmissiva e del docente come depositario di una sapienza predicatoria, da inculcare dall'alto del pulpito nelle menti rigorosamente passive di un popolino che si ammaestra con l'antica liturgia della bella lezione frontale”. Come si vede, i due pareri sono accomunati dalla volontà di squalificare l’interlocutore attraverso una caricatura delle sue posizioni (in barba alla retorica dell’ altro e del diverso) e dalla mancata consapevolezza della grave crisi del rapporto docente-allievi. Sarebbe infine interessante sapere quanto la pratica è già diffusa, ma nella mia ultima scuola avevamo inserito la norma nel regolamento di istituto con il pieno accordo di tutti.
3) Divieto deciso nei confronti di tutte le «occupazioni» più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna cominciare a dire le cose come stanno.
È stupefacente che dopo decenni di occupazioni manchi nello Statuto degli studenti e in molti regolamenti di disciplina un qualche accenno al fenomeno. Più che parlare genericamente di occupazioni, è comunque preferibile indicare il divieto di alcuni comportamenti collegati, da sanzionare severamente sul piano della condotta, senza ovviamente escludere la denuncia per quelli che costituiscono anche reato:
- entrare nella scuola forzando porte o finestre;
- impedire l'ingresso al personale della scuola o ad altri studenti; 
- interrompere o impedire lo svolgimento dell'attività didattica;
- rimanere senza permesso nell'edificio scolastico al di fuori delle ore di lezione o di altre attività programmate o autorizzate dal dirigente scolastico;
- non partecipare alle lezioni pur essendo all'interno dell'edificio scolastico.
Per l’aggiornamento dei regolamenti interni, abbiamo messo a punto negli anni scorsi un vademecum, poi diffuso via internet, che nella premessa distingue le “autogestioni”, in genere ottenute sotto la minaccia - più o meno velata - dell’occupazione, dalle giornate di attività culturali organizzate per tempo dagli studenti con la collaborazione dei docenti (https://bit.ly/2JBc5rb).
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.
Del sistema degli “organi collegiali” istituito nel 1974 sono ormai tutti scontenti, anche perché spesso ci vuole del bello e del buono per trovare chi è disposto a farne parte. Ma sono anche il  frutto di un’idea di partecipazione in cui si confondono poteri e responsabilità differenti. Le decisioni di carattere tecnico-professionale non dovrebbero essere materia di cogestione, invece gli studenti (nelle scuole superiori) e i genitori sono membri del consiglio d’istituto in posizione più meno paritetica rispetto al preside e ai docenti; e per di più il presidente è un genitore. Gli studenti e le loro famiglie potrebbero essere meglio garantiti da ampi poteri e diritti di conoscenza, critica, proposta, consultazione, assemblea; e magari da un istituto di “difesa civica” esterno alla scuola. Sarebbe bene, quindi, riformarli in questo senso. Peraltro la proposta di Galli della Loggia deriva forse di più dal noto fenomeno dei genitori sindacalisti dei figli, molto più numerosi dei loro rappresentanti, che in non pochi casi diventano aggressori dei docenti. In questo caso bisognerebbe sempre denunciare il teppista o la teppista di turno, ricordandosi che chiunque “offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto d’ufficio e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni è punito con la reclusione fino a tre anni”. E sarebbe dovere del Ministero assicurare all’offeso il rimborso delle spese legali e processuali.
5) Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee, riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo quattro volte al mese. La scuola non deve essere un riunionificio.
Le riunioni possono essere utili o inutili. E anche quelle utili possono pesare a professionisti oberati di compiti extra-didattici. In una scuola debitamente sburocratizzata, in cui agli insegnanti fosse riservato solo l’insegnamento e le necessarie pertinenze, tra le quali il fondamentale scambio di idee e di esperienze tra docenti, le riunioni, entro limiti ragionevoli, servirebbero. Altrimenti ha ragione Galli Della Loggia.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni. Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio iniziarla proprio nella scuola?
In un paese ipersindacalizzato come il nostro si è subito obbiettato che in questo modo si cancellano posti di lavoro e si sfrutta il lavoro minorile. Ma così si evita il giudizio sulla validità educativa della proposta e si preclude una riflessione su come attuarla. In questa logica, d'altra parte, anche la collaborazione dei figli ai lavori domestici dovrebbe essere interdetta in quanto danneggia le colf. Non è però pensabile far venire un’ora prima gli allievi. Basterebbe una modalità più minimale, per esempio trattenersi a turno dieci - quindici minuti per pulire la propria classe.
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici cellulari).
Ci sono ormai evidenze irrefutabili sui danni che i cellulari a scuola possono provocare o intensificare: distrazione continua rispetto al lavoro, utilizzo per copiare, facilitazione del “cyberbullismo” contro compagni e insegnanti, rafforzamento della dipendenza. Eppure si continua a parlare con faciloneria di educazione a un loro uso “responsabile”. E l’educazione a non usarli per un po’?
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca e cineteca con regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto della scuola diventi: «Il buon cinema e la lettura della pagina scritta innanzi tutto!»
L’idea di tenere aperte le scuole per tutta una serie di attività – dai compiti a casa al recupero, dall’educazione degli adulti ad attività di quartiere – ha ormai alle spalle diversi anni di storia e di variazioni sul tema. Probabilmente è più utile nei quartieri disagiati, dove bambini e ragazzi hanno poche occasioni di socializzazione e di svago; e in questo senso bisognerebbe aggiungere all’offerta anche la palestra. In altre zone della città molti giovani hanno ormai troppi impegni pomeridiani (sport, danza, musica) per essere attratti dalla biblioteca o dalla cineteca. Escluderei quindi l’obbligo, mentre sarebbe auspicabile il sostegno ministeriale alle scuole in cui l’apertura pomeridiana è veramente utile.
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a Matera? L’Europa comincia a casa propria.
Personalmente sarei d’accordo sull’obbligo di limitare le gite all’Italia o per lo meno su una loro decisa incentivazione. Difficile però farne una norma generale sull’istruzione, a scapito dell’autonomia delle scuole.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non dispiace avere un passato.
In genere (non sempre) le singole sedi sono intitolate a personaggi illustri. Sono gli istituti comprensivi che a volte assumono il nome del quartiere, della strada o del paese. Non credo però che qualcuno dica di frequentare l’Istituto comprensivo Calenzano (comune vicino a Firenze), ma “la Rodari”, “la Collodi” o un’altra delle sedi che formano l’istituto. Dove questo non è, si segua senz’altro questa proposta. Sarebbe altrettanto importante far conoscere qualcosa dei personaggi a cui sono dedicate le scuole. E già che ci siamo, evitiamo di esporre bandiere sporche e stracciate... (GR)