domenica 15 luglio 2018

LA LEZIONE SBAGLIATA. Esami di Stato e imbrogli


Con la conclusione degli esami di Stato i dati che cominciano ad arrivare da ogni parte d’Italia sembrano confermare le abituali altissime percentuali di promossi che, almeno in parte, non corrispondono però un’effettiva sufficienza della preparazione.
Non si tratta naturalmente di rivendicare un incondizionato aumento delle bocciature, né di essere nostalgici dei tempi che furono, nei quali, peraltro, la scuola non mancava di pecche gravi e inaccettabili. Senza contare poi che un alto tasso di bocciature non è ovviamente di per sé conferma di un buon sistema scolastico. Ma per essere veramente lo strumento per eccellenza per la conservazione e la promozione del sistema democratico, la scuola deve essere tuttavia innanzitutto seria. E sugli esami di Stato qualche dubbio è lecito. Lo confermano i racconti di chi ha fatto parte delle commissioni di esame e perfino quelli di alcuni studenti che l’esame lo hanno appena sostenuto.
In occasione degli scrutini finali sono diffuse da tempo pessime abitudini. Alcuni docenti si ritrovano, in privato, per «aggiustare» tra di loro i voti di alcuni ragazzi, in modo da evitare che in sede di scrutinio, quello ufficiale, non siano ammessi agli esami. E spesso accade che all’interno degli scrutini la grandissima parte del tempo sia dedicata a cercare tutte le strade e tutte le strategie possibili per «salvare» e ammettere alcuni studenti che hanno un quadro delle materie davvero lontano dal giustificare un’ammissione all’esame. Così se gran parte del tempo lo si dedica a premiare chi non se lo merita, è naturale che non ne rimanga per valorizzare chi, invece, ha lavorato con maggior responsabilità e al quale spesso non viene elargito alcun «riconoscimento».
Non mancano, in sede di esame, quei docenti che comunicano ai propri allievi gli argomenti della terza prova, la più impegnativa e la meno premiante sul piano dei risultati, che non a caso sarà abolita dal prossimo anno. E può anche accadere che i ragazzi siano informati su alcuni argomenti da affrontare nel colloquio.
Durante gli scritti, poi, capita spesso che gli insegnanti evitino di proposito di controllare cosa succede in aula, cioè se si copia da appunti, dai cellulari o dai compagni (come del resto avviene in molti concorsi pubblici). C’è infine chi diffonde traduzioni e soluzioni di problemi.
Probabilmente questi insegnanti non sono consapevoli di come tali comportamenti, professionalmente indecenti, non servano affatto a creare nei loro confronti stima e affetto da parte degli studenti, come invece quasi certamente pensano accada. È invece gravissimo il danno che provocano negli studenti seri e responsabili, anche di altre classi e di altre scuole, che vedono legittimato l’imbroglio o, nel migliore dei casi, avvertono la delusione di vedere come anche il mondo scolastico sia palestra di ingiustizia e come poco paghi fare il proprio dovere e agire con onestà. Una bella educazione alla legalità. Comportamenti del genere, che dovrebbero essere severamente perseguiti sul piano disciplinare, sono dovuti a una forma di corruzione morale assai diffusa nel Paese, che fa del cosiddetto buonismo il proprio criterio di condotta e una comoda alternativa al principio di responsabilità. Naturalmente, al pari degli scorsi decenni, neanche una parola da parte delle autorità, in primis il ministro, sulla necessità che durante gli esami si debbano innanzitutto rispettare le regole e che ciascuno debba corrispondere ai propri compiti in maniera leale. Alla fine, allo stesso modo degli altri anni, i maturandi sono stati sommersi da frasi rassicuranti e consolatorie, come se gli esami non avessero alcun legame con la preparazione alla vita adulta e l’etica pubblica fosse un significativo e consolidato patrimonio della Nazione.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 15 luglio 2018)

venerdì 6 luglio 2018

MA ERA PROPRIO DEL TUTTO SBAGLIATA LA CHIAMATA DIRETTA?

Sui social, e non solo, docenti e sindacati scuola festeggiano l'accordo con il nuovo ministro della Pubblica istruzione con cui si abolisce la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei presidi. Entro certi limiti, questo istituto rappresentava una delle poche misure sensate contenute nella Legge 107. Anche se si trattava di un provvedimento alquanto raffazzonato, la novità c'era e poteva essere nel tempo molto utile. Cosa non andava e cosa poteva servire in quella norma? Prima di tutto, non erano state previsti efficaci controlli e forme di valutazione per “incentivare i presidi ad assumere gli insegnanti migliori invece che i loro protetti”, come ha scritto Andrea Ichino. In secondo luogo, non sarebbe stato opportuno estendere la chiamata diretta a tutti i docenti, come prevedeva la 107 dopo una prima fase in cui era riservata all’organico funzionale. Questo in considerazione della particolare tutela della libertà di insegnamento prevista nel nostro sistema (concorso pubblico e stabilità del posto di lavoro), a cui però si possono fare motivate eccezioni per esigenze specifiche; in altre parole, per costruire un organico d’istituto davvero funzionale. Ed è a questo scopo che la “chiamata diretta” prometteva di essere molto utile. Tant’è vero che fin dal primo anno della sua applicazione la stragrande maggioranza dei dirigenti abbandonò perfino i luoghi di vacanza per rintracciare i docenti disponibili a trasferirsi nella loro scuola, impegnandosi, come la legge prevedeva, a restarvi per almeno tre anni. Purtroppo alla fine gli unici, o quasi, ad accettare il contratto, furono gli insegnanti che avevano perso la cattedra e non quelli che sarebbero serviti ad arricchire e potenziare l'offerta formativa. Forti di un allenamento quotidiano al fare di ogni necessità virtù, sia i presidi che i loro collaboratori, senza perdersi d'animo, nella gran parte dei casi riuscirono a dare comunque un senso alla presenza di questi nuovi docenti, ai quali si chiedeva non solo di fare supplenze, ma anche di mettere a disposizione dei ragazzi e dei nuovi colleghi le loro particolari competenze.
L'entusiasmo di molti presidi rispetto a questa novità non nasceva infatti, come da molte voci sindacali si sostiene per giustificare la scelta del nuovo Ministro, dal potersi sentire dei "capetti" pronti a chissà quali nefandezze e arbìtri contro gli indifesi docenti, ma proprio dal percepire la possibilità che, malgrado le approssimazioni contenute nella 107, si potesse finalmente realizzare il famoso organico funzionale. Chi, come il sottoscritto, lavorava nella scuola già dagli anni settanta non ha dimenticato che si trattava di una rivendicazione della sinistra, anche sindacale, di allora. Come darle torto? Finalmente ogni scuola avrebbe potuto contare su docenti, tenuti a rimanervi per alcuni anni, in grado di arricchire l'offerta formativa a seconda del contesto (o territorio, come allora usava dire), in cui si trovava: per esempio, potendo disporre di un numero maggiore di docenti di italiano in relazione alla presenza di molti studenti stranieri.
Certo, il meccanismo era da perfezionare. Ma quello che per i sindacati ha contato, invece, è la necessità di tutelare innanzitutto l' “autonomia” e la “dignità” degli insegnanti messa a rischio, secondo loro, dall' autoritarismo dei Presidi. E sui social si legge anche che la chiamata diretta dei docenti avrebbe potuto permettere al dirigente di utilizzarli per il proprio tornaconto e per rafforzare il proprio potere. I rischi esistono ma, come ha sottolineato Ichino, si tratta di trovare i modi per evitare abusi, non di buttare il bambino con l’acqua sporca.
In realtà con la completa abolizione di questa possibilità i sindacati della scuola, in collaborazione col Ministero, si portano a casa quella che dal loro punto di vista è una bella vittoria: essere cioè riusciti, ancora una volta, a eliminare il rischio che valorizzando il merito la classe docente possa dividersi e perdere quella compattezza che rende tanto potenti, anche sul piano economico, le sue rappresentanze.
Un’ultima considerazione. Quale che sia il metodo di assegnazione alle scuole degli insegnanti e dei dirigenti, un sistema scolastico dovrebbe garantire non solo che non ci siano “capetti” e “raccomandati”, ma soprattutto che TUTTI, nessuno escluso, siano in grado di svolgere i loro compiti. Lo si fa con una severa selezione iniziale e con l’allontanamento di chi non è all’altezza. Ma di garantire questo elementare diritto degli studenti i sindacati non parlano.
Valerio Vagnoli

martedì 3 luglio 2018

ISTRUZIONE PROFESSIONALE, TUTTI GLI ERRORI DI UNA CATTIVA RIFORMA


La revisione degli istituti professionali darà la luce a corsi di studio peggiorativi, aumentando la dispersione.
 “ilsussidiario.net”, 12 giugno 2018
La revisione degli istituti professionali è già stata oggetto di un mio recente intervento sul Sussidiario, in cui sottolineavo che vi erano stati confermati i due principali fattori della loro crisi: l'abnorme numero di materie e la grave insufficienza delle ore di laboratorio. Da allora, nonostante le proteste delle varie associazioni interessate, poco è cambiato. L'unica vera novità consiste nell'aver portato a sei le compresenze obbligatorie fra materie di indirizzo. Tuttavia a tre mesi dall'avvio del nuovo anno scolastico e con le problematiche legate alla formalizzazione degli organici in alcuni indirizzi non si sa ancora quali saranno queste materie. Ma anche per gli altri è probabile che alla fine una delle due dovrà essere scelta tra quelle che abbondano di docenti soprannumerari (come diritto, musica, discipline artistiche e altre), anche se non sono specifiche degli indirizzi, purché servano in qualche modo a far lavorare con qualche parvenza di novità. Insomma, sarà necessario per molti dirigenti e collegi dei docenti affidarsi alla fantasia per inventare percorsi condivisi tra materie che rischiano di essere tra di loro agli antipodi.
Si sono comunque organizzati, in gran numero, riunioni e assemblee per illustrare le potenzialità della riforma. Per contrastare le altissime percentuali di insuccessi scolastici e di abbandoni, si punta soprattutto su tre strumenti. 
Il primo è la personalizzazione dei percorsi di apprendimento, di cui il decreto 61/2017 è molto netto nel sottolineare l'importanza; ma la cosa è tutt'altro che semplice da organizzare. E molta chiarezza si dovrà fare nella gestione delle quote di autonomia e di flessibilità (secondo strumento indicato) per stabilire, ciascuna scuola, come organizzare il curriculum. Infine, il decreto 61 prevede che le istituzioni scolastiche "nell'esercizio della propria autonomia organizzativa e didattica, e con riferimento al Progetto formativo individuale, possono organizzare il primo biennio in periodi didattici". Non so se sia stato scritto di proposito o no in modo così criptico, fatto sta che il ministero è all'opera per diffonderne l'interpretazione più funzionale a diminuire drasticamente la percentuale dei bocciati, e cioè l'eliminazione della valutazione degli studenti al termine del primo anno.
Ma la valanga di ripetenze nel primo biennio dipende essenzialmente, come non mi stanco di ripetere, dal fatto che i professionali hanno perso e continuano a perdere la loro identità originaria. Per riacquistarla basterebbe ispirarsi, senza andare troppo lontani, a quello che accade in certe provincie e regioni del nord Italia. E invece, quasi a voler dimostrare che il nostro sistema non si può riformare, l'apparato ministeriale contrappone, a chi lo contesta, il sistema tedesco, ovviamente non riproducibile nel nostro Paese anche perché i rispettivi sistemi economici sono diversissimi. Ma diverso non è il sistema economico del Trentino e non lo è neanche quello di altre regioni settentrionali dove la formazione professionale, sia gestita da enti pubblici che da privati, spesso eccelle e dove non è assolutamente considerata di serie inferiore rispetto agli altri indirizzi. Come se non bastasse, di recente ha messo mano al decreto 61 anche la Conferenza Stato-Regioni, per indicare modalità comuni a tutta Italia relativamente ai passaggi dal sistema dell'istruzione professionale a quello dell'istruzione e formazione professionale e viceversa. E queste modalità, regolate da una decina e più di riferimenti normativi anche europei, contribuiscono a vincolare gran parte del lavoro scolastico a una sequela di compiti burocratici d'inaudita complessità. Chi abbia voglia di scrivere un atto unico di stampo surreale si legga gli articoli 2, 7 e 8 e il capolavoro è a portata di mano. Senza contare che di per sé sarà improbo omologare tutto il sistema, in quanto l'organizzazione della formazione professionale è diversissima da regione e regione (e in alcune di esse manca ancora del tutto). E lo diventa ancora di più se pensiamo, come sopra ricordato, che ogni singola scuola può utilizzare le quote di autonomia e di flessibilità, con l'altissima probabilità di produrre percorsi formativi in gran parte difformi tra una scuola e l'altra.
Insomma, a mio parere abbiamo perso ancora una volta l'occasione per una svolta davvero coraggiosa e risolutiva, che parta dall'unificazione dei percorsi di formazione con quelli di istruzione professionale. Una decisione che tra l'altro contribuirebbe a evitare che la formazione professionale continui, soprattutto nel sud, a essere vissuta dai ragazzi e dalle loro famiglie come una sorta di ultima spiaggia, una strada da prendere dopo aver fallito in altri indirizzi e non perché si ha un'intelligenza indirizzata alla pratica. Vale inoltre la pena di ricordare alle famiglie e ai docenti delle medie impegnati nell'orientamento che un'intelligenza inclinata al fare svilupperà sempre, nel tempo, anche quella astratta; mentre raramente accade il contrario.
Infine, ritengo che sia sempre più necessario investire molto sull'alta formazione professionale. Oltre agli Its, i cui successi sono innegabili come lo sono purtroppo i costi che ne limitano il numero, mi sembra siano maturi i tempi anche per pensare a un progressivo coinvolgimento delle università nel progettare lauree brevi di alta formazione professionale.
Valerio Vagnoli