martedì 5 gennaio 2010

LE COMPETENZE E IL RASOIO DI OCCAM


“Ilsussidiario.net” pubblica oggi, sulla diatriba conoscenze-competenze, un intervento di Max Bruschi, consigliere di Mariastella Gelmini, che invita ad applicare alla questione, per cavarne le gambe, il celebre “rasoio” di Occam. Il “dottore invincibile”, infatti, invitava a eliminare i concetti superflui e astratti, attenendosi alla massima semplicità possibile. E questo dovrebbe valere per i concetti, ma anche per il linguaggio con cui si parla e scrive di scuola, una koinè che deve tornare facilmente comprensibile a tutti: insegnanti, genitori, studenti. Se da un lato Bruschi si dice “convinto che la certificazione delle competenze alla fine dell’obbligo formativo sia un atto dovuto e necessario, che non sostituisce ma integra la tradizionale ‘pagella’ “, il suo intervento è allo stesso tempo schierato contro le fumisterie “del pedagogismo a la page”, dalla parte, insomma, di Israel e di Paola Mastrocola. La porta stretta da cui passare consisterebbe nel “fissare obiettivi fondamentali, raggiungibili, verificabili” in termini di conoscenze, abilità e competenze. Nel testo, però, non si fa riferimento allo schema di decreto di cui ci siamo occupati nella nota del 30 dicembre; segno, forse, della difficoltà dell’impresa di “ritornare all’ordine e al buon senso” e ritrovare la perduta koinè. Leggi l'articolo.

GR

8 commenti:

Max Bruschi ha detto...

Avete colto perfettamente lo spirito del mio intervento, e di questo vi ringrazio. Ho l'obbligo, politico ed "etico", di rispondere alla "coda finale": "Nel testo, però, non si fa riferimento allo schema di decreto di cui ci siamo occupati nella nota del 30 dicembre; segno, forse, della difficoltà dell’impresa di “ritornare all’ordine e al buon senso” e ritrovare la perduta koinè". Il riferimento l'ho fatto ("E sono convinto che la certificazione delle competenze alla fine dell’obbligo formativo sia un atto dovuto e necessario, che non sostituisce ma integra la tradizionale “pagella”) e, rileggendo il vostro commento del 30 alla certificazione, ho notato con piacere un elogio a una certa sobrietà del testo.Il problema è che è il "testo base" (l'elenco sfornato da Fioroni, probabilmente senza leggerlo, trattandosi di persona di buon senso) a non andare. Per cui un certo tasso di intorcimento linguistico è rimasto perché toccava riprendere il "dictus" della norma primaria :(. Spero si possa tornare sull'argomento, modificando il testo base che però, ad oggi, è legge dello stato cui era necessario dar seguito.
Max Bruschi

Papik.f ha detto...

La posizione del dott. Bruschi, che è comunque persona cortese e attenta, come dimostra il suo intervento in questa sede, mi sembra alquanto dubbia, visto che egli si dichiara dalla parte degli Israel e delle Mastrocola ma al contempo cita con ammirazione Carleton W. Washburne, coordinatore della sottocommissione alleata per l’istruzione operante in Italia nel 1944-45, principale allievo e sodale di quel John Dewey al quale (e alla cui concezione di “scuola attiva”) il prof. Israel fa risalire i primi e più gravi danni apportati al nostro sistema formativo negli ultimi decenni. Non vorrei per questo accusarlo di "cerchiobottismo", anche perché mi sembra che nei fatti egli stia molto più dalla parte di Washburne e di Dewey. Né vorrei intromettermi in diatribe ad alto livello pedagogico per le quali non sono preparato. Mi chiedo però se sia proprio vero che la certificazione delle competenze alla fine del percorso formativo è un atto dovuto e necessario. A me sembra piuttosto che il sistema dell’istruzione primario e secondario dovrebbe offrire a ogni individuo agli individui per sviluppare le proprie “conoscenze, abilità, competenze”, se proprio sono questi i termini convenuti in sede europea; e che dovrebbe essere poi il confronto con la realtà del lavoro e dell’istruzione universitaria a verificare in quale misura ciascuno li abbia conseguiti. E che, se da una determinata scuola escono regolarmente persone prive delle competenze necessarie, dovrebbe essere naturale conseguenza che quella scuola rimanga senza iscritti e il suo dirigente e i suoi docenti rimangano senza lavoro. So benissimo che ciò attualmente non accade né può accadere, ma a mio parere è a una soluzione di questo genere che si dovrebbe puntare in prospettiva, e non a una certificazione da parte della stessa scuola che si riduce necessariamente a un’autocertificazione. Per fare un esempio rozzo e improprio che vale sino al punto in cui vale: se dovete comprare una nuova auto e pensate a un determinato modello, credete di più ai dépliant della casa produttrice o alle prove delle riviste specializzate e ai pareri di chi già ha quel modello?
Se proprio si deve pensare a una certificazione da parte dell’Istituzione, si dovrebbe allora guardare piuttosto al modello proposto da Gentile nel 1923, che aveva realmente le caratteristiche impropriamente (a mio parere) attribuite da Bruschi ai programmi del 1945, ma al quale era stato già posto fine dal ministro De Vecchi nel 1939, poiché non coerente con le concezioni autoritarie del regime. Tra il 1923 e il 1939, infatti, erano realmente in vigore dei programmi d’esame che indicavano gli obiettivi cui giungere, lasciando completa libertà ai “consigli dei professori” sulla strada – metodologica, organizzativa e, sino a un certo punto, anche contenutistica – da percorrere per raggiungerli. Solo che il loro raggiungimento era poi valutato e certificato da commissioni completamente esterne alla scuola, composte da docenti che si spostavano per tutta Italia e non da una quadriglia di insegnanti che da un anno all’altro si scambiano sedi vicine a quella di loro servizio abituale. Una soluzione che oggi mi sembra del tutto improponibile, non solo per i costi elevatissimi: e difatti nessuno la propone.

Papik.f ha detto...

Chiedo scusa per un refuso nel precedente post: volevo dire che "il sistema dell’istruzione ... dovrebbe offrire a ogni individuo LE OPPORTUNITA' per sviluppare ..."

Papik.f ha detto...

Ho commesso anche un altro errore: i programmi De Vecchi sono del maggio 1936 e non del 1939. Chiedo ancora scusa, anche per lo spazio che sto occupando.

Giorgio Ragazzini ha detto...

Il dottor Bruschi ha ragione: la frase sul mancato riferimento al decreto non è chiara. Avrei dovuto scrivere che non era entrato nel merito di come quell'esigenza di certificazione veniva concretamente realizzata nello schema di decreto (scelta delle competenze, linguaggio, ecc.). Lo ringrazio di averlo fatto nel suo commento, in cui spiega la
genesi di quel testo insieme alla ragione del tasso di "intorcimento linguistico". Mi fa anche piacere che il dottor Bruschi non escluda per il futuro la possibilità di modificarlo.

I commenti di Papik.f sono sempre apprezzati e anche il fatto che corregga quello che scrive.

Valerio Vagnoli ha detto...

Proprio in queste settimane sperimento direttamente quale significato possa
avere la certificazione delle competenze al termine del percorso d'istruzione
per quei ragazzi che si apprestano ad entrare in quello della formazione professionale
predisposto dalla Regione Toscana con la collaborazione degli
istituti scolastici. A dire il vero, già negli scrutini di giugno ci eravamo
preoccupati, come scuola, di certificare le competenze per quei ragazzi che
presupponevamo decidessero d'interrompere gli studi o che avevano manifestato
interesse per transitare verso il terzo anno professionalizzante, quello finalizzato al rilascio del diploma di secondo livello di qualifica professionale.
In questi giorni, poi, la commissione preposta alla
valutazione delle competenze sta esaminando i ragazzi ( nullafacenti e già da
tempo usciti dal canale dell'istruzione) che i Centri per l'impiego ci stanno
inviando perché interessati al " nostro" terzo anno finalizzato alla formazione
di esperti nella ristorazione collettiva. Alla fine ciascun ragazzo,
unitariamente al corso di formazione professionale, dovrà frequentare dei
moduli tesi a fargli acquisire quelle competenze che ad oggi non possiede. In
questi giorni di chiusura della normale attività scolastica era un'immagine
davvero confortante vedere il corridoio principale della scuola attraversato in
lungo e largo da ragazzi pronti a sostenere le verifiche utili a certificare le
loro competenze: confortava sapere che dei ragazzi sarebbero rientrati in un
percorso educativo-formativo importante e qualificato e confortava altresì
sapere che qualunque fosse stata la loro preparazione di base questa avrebbe
avuto un'ulteriore possibilità di venire nei prossimi mesi arricchita.
Articolare, da parte nostra, da parte cioè della scuola, una struttura che
finalmente diventasse, come è avvenuto, autonoma nella gestione di questo tipo
di certificazioni malgrado il groviglio di linguaggi e schemi "ministeriali e
regionali" non è stato facile. Tanto per fare un esempio, già da due anni avevo
indirizzato alcuni docenti verso percorsi di formazione universitaria perché
acquisissero, a loro volta, le competenze da trasmettere ai loro colleghi.
E' molto apprezzabile quello che il prof. Bruschi scrive a proposito delle
certificazioni, in particolare sulla necessità di attenersi alla massima
semplicità possibile. Egli propone di limitarle alla fine dell'obbligo
formativo, e anche su questo non posso che essere d'accordo. Estenderle ad
altre tappe della carriera scolastica dei nostri studenti significherebbe
arrivare in breve tempo alla compilazione semiautomatica di prestampati simili
alle griglie di valutazione delle prove dell'esame di Stato, utili solo agli
avvocati per dimostrare loro che il braccio che segna un voto risponde
pienamente alla mente che lo ha elaborato. Invece sarebbe opportuno
utilizzarle, appunto, alla fine dell'obbligo formativo, in particolare quando
un ragazzo decida di smettere con il percorso dell'istruzione o di passare ad un altro indirizzo scolastico. In questi casi è opportuno che la scuola si prenda la responsabilità di chiarire, oltre ai voti, quali siano le competenze che lo studente si porta dietro, per non ripartire da capo o da un voto che in questo caso potrebbe essere troppo poco per far capire
ciò che un ragazzo sa o non sa veramente fare.

Max Bruschi ha detto...

Ringrazio Papik per il commento che mi consente di chiarire un ulteriore passaggio: la mia ammirazione per Carleton W. Washburne è dovuta al metodo che seguì... avrebbe potuto imporre una concezione didattica, e non lo fece... La certificazione era un atto dovuto che deriva da una legge dello stato. Lo scorso anno le scuole hanno provveduto autonomamente, in una situazione transitoria. Personalmente, sono piuttosto ferreo nel cercare di far sì che le leggi, anche quelle che non condivido, siano applicate e rispettate. E vengo a un punto su cui invece condivido totalmente la posizione di Papik: la certificazione delle competenze non può valere come parte della valutazione di una scuola. Riuscire a far fare passi avanti al sistema di valutazione, peraltro, non è semplice, ma è uno degli obiettivi del ministro che condivido appieno. Sui programmi: sono saltato dal 23 alla revisione del 44/45: mi interessava prendere spunto da due momenti storici diversi, più che compiere una disamina analitica dei diversi programmi, che avrebbe richiesto uno spazio ben più ampio e un taglio diverso. Però mi ha dato una idea! Mi complimento invece con Vagnoli per la sua esperienza. Non sono sicuro (dura lex!) di poter limitare la certificazione al biennio, ma indubbiamente l'unica ulteriore certificazione dovrebbe avvenire al termine dei percorsi: mi sembra avrebbe un senso, o no? Insomma, siccome le certificazioni delle competenze le abbiamo, tanto vale cercare di farlke funzionare correttamente!

Giorgio Israel ha detto...

Inutile dire che condivido lo spirito e apprezzo le intenzioni eccellenti di Max Bruschi. Resta il problema che quando si è costretti a restare all'interno di uno schema intrinsecamente insensato - il "dictus" della norma primaria che, a mio avviso, è meritevole soltanto di abolizione - nascono grandi difficoltà. Difatti, se volessimo usare fino in fondo e coerentemente il rasoio di Occam, occorrerebbe semplicemente tagliar fuori la distinzione tra conoscenze e competenze che nessuna persona sensata può riuscire a definire e a sostenere. Non esiste alcuna definizione possibile di competenza che sia a intersezione vuota con l'idea di conoscenza. Semplicemente perché non esiste alcuna possibilità di dare una definizione consistente e univoca di competenza. Quando una persona che per polemizzare con me non trova miglior argomento (incivile) che definirmi "ineffabile", sostiene che le competenze senza conoscenze sono vuote e che le conoscenze senza competenze sono improponibili non fa altro che esprimere da un lato l'impossibilità della detta definizione e dall'altro ricordare alla maniera di Monsieur de la Palice un vecchio precetto caro a qualsiasi sana e valida forma di insegnamento: e cioé che se non si sa far uso delle nozioni apprese si è studiato e insegnato male e che il possesso mnemotecnico di regole e metodi senza contenuti è vuoto e inutile. Ma tutto ciò sta pienamente - ed è sempre stato pensato - all'interno dell'idea di conoscenza. Per cui, siamo di fronte a una scoperta dell'ombrello tipica dei metodologi (scienziati del nulla). Chi insegna e studia diversamente semplicemente è un cattivo insegnante e un cattivo allievo. E voler far credere che siano soltanto i "disciplinaristi" a incorrere nell'errore è una forma inaccettabile di linciaggio ideologico.
Che poi sia l'euroburocrazia a proporci quella pozione indigeribile non significa nulla: non siamo mica asini ammaestrati. Dovremmo essere capaci di pensare con la propria testa, altrimenti saremmo... incompetenti....
In linea generale, esistono insegnanti incapaci di ogni tipo. Ma è fuori di dubbio che siamo invasi da personaggi che credono che basti introdurre la certificazione delle competenze per risanare la scuola, ovvero che basti introdurre metodologie di valutazione delle competenze per migliorare la situazione indipendentemente dai contenuti trasmessi. Non è dato mai leggere un rigo o un esempio relativo allo sfascio dei libri di testo. Potrei farne a centinaia sulla matematica. E sono libri scritti tutti - dico tutti - da ossessi della metodologia che guarda caso violano sistematicamente il rasoio di Occam nel definire le nozioni introdotte. Ma chi si preoccupa dei contenuti? Di certo non i metodologi di professione che non possiedono altra scienza che le tecniche di insegnamento.
Aggiungo che la certificazione delle competenze - che sarebbe il toccasana - è basata tutta su un'idea completamente infondata. E cioè che le competenze oltre che essere definibili siano misurabili. Una sciocchezza che merita il cappello d'asino.
Voglio proprio vedere come sarà possibile formulare uno schema di certificazione delle competenze che non sprofondi nel ridicolo. Non auguro a nessuno di dover affrontare un simile compito ingrato.
P.S. Tanto capisco i problemi di Max Bruschi che nel regolamento sulla formazione abbiamo usato la parola "competenza", in ossequio a un dictus normativo, e pur con mio sommo disgusto. Difatti, l'abolizione delle norme non compete altro che al potere politico. Resta la consolazione che in quel regolamento non era prevista la certificazione delle competenze, per cui era sempre possibile interpretare la parola nel senso ragionevole del vocabolario....