mercoledì 16 aprile 2014

CLASSICI E NON. RIFLESSIONI SUL CANONE LETTERARIO

In un suo recente articolo, Eugenio Scalfari fa riferimento, parlando dei voltagabbana di professione, al Brindisi di Girella, capolavoro di Giuseppe Giusti; un poeta, come tanti altri del nostro patrimonio letterario, passato da decenni nel più completo dimenticatoio. E siccome Giusti è uno dei miei poeti preferiti, non posso certamente lasciar passare invano, tanto per citare proprio il titolo di una bella poesia del Giusti, questo “Mementomo”, a dire il vero del tutto inaspettato. Continua a leggere.

77 commenti:

Luigi C ha detto...



Ha ragione Vagnoli. Sofri, Bontempi, Senzani,Tony Negri e la speculare banda dell'estrema destra di allora, li avrei ben visti in pieno Seicento nella veste di carnefici. Oggi Sofri è contro la pena di morte. Merita un premio e prima o dopo una santificazione come sta avvenendo per Giovanni Gentile.

Giorgio Ragazzini ha detto...

Come amplificazione del ragionamento di Valerio Vagnoli, va benissimo anche un passaggio molto consonante del libro di Scotto di Luzio La scuola che vorrei: "La scuola ha bisogno non di tecniche e burocrazia, ma di una rinnovata intesa su ciò che è degno di essere conservato e tramandato alle generazioni che verranno.Ma chi deve averla questa idea?Il problema è stato in questi anni proprio il venir meno degli insegnanti.Il mondo della scuola si è letteralmnete consegnato ai suoi nemici culturali,aprendo le porte a tutte le torie e a tutte le tecniche della deculturalizzazione. Le responsabilità degli insegnanti ci sono, ma forse (dico "forse" perché al solito nulla si approfondisce e su tutto si opina)c'è motivo di differenziarle tra ordini di scuola e di distribuirle con più chiarezza tra professionisti e ministero. Sarebbe di grande utilità un'inchiesta fra i docenti su quello che hanno in segnato di fatto negli ultimi decenni, su ciò che vorrebbero recuperare della tradizione poetica e narrativa e sul rapporto tra quanto è irrinunciabile in quest'ultima e la libertà di insegnamento.

Attilio ha detto...

"La scuola svenduta". Perché non create un dossier su questo tema?
Che sia stata svenduta anche con la colpevole complicità dei docenti credo sia lapalissiano.

M. Gulmini ha detto...

Non affanniamoci a predicare la tolleranza, la speranz,il rispetto, l'amore o a tuonare contro la malvagità, la vendetta, l'odio, il tradimento. Non improvvisiamo lezioni sui vari argomenti proposti dal Ministero sotto la spinta dell'emergenza(droga, delinquenza minorile, violenza sull'infanzia, educazione sessuale e stradale ed ecologia e alimentare). No, ma proponi ai tuoi scolari le vicende e le opere dei Grandi della letteratura, fai conoscere loro i valori di cui sono portatori, faglieli assaporare e gustare senza imporli e vedrai che il "classico stabilisce un rapporto personale con chi lo legge".

Ludovica ha detto...

Buona Pasqua.

Unknown ha detto...

Finalmente, nel frastuono dell'aula con LIM, intrattenimenti vari, esperti sociali e test valutativi risuona la voce dei bambini che ripetono l'Infinito di Giacomo Leopardi.
Buona Pasqua a tutti!

giulio ha detto...

Gli stessi principi si possono seguire per molte altre materie. Ritroviamo un canone per ciascuna disciplina insegnata e lasciamo alle mode lo spazio che esse meritano.

Ludovica ha detto...

Il professor Vagnoli ha messo in evidenza diversi argomenti, avendo come filo conduttore il canone letterario, come i voltagabbana del "Brindisi di Girella" del Giusti. I capolavori quasi nascosti dall'insegnamento tradizionale dello stesso Giusti, del Carducci, del Pascoli, del Fucini, del Manzoni.
Il "Pinocchio" di Collodi contestato dagli intellettuali degli anni sessanta e settanta e rivalutato dal regista Comencini.
Il De Roberto da preferire, per certi versi, al Guerrazzi.
Però è vero che nonostante tutto chi era stato abituato ai classici poteva benissimo colmare i vuoti del proprio apprendimento andando ad approfondire gli autori che aveva conosciuto e che più amava e così costruendosi un proprio percorso personale da trasmettere, se insegnanti, ai propri alunni; se genitori, ai propri figli. Classici, appunto, da tramandare, ma anche da tenere come esempi e approfondire, interrogare (come faceva Machiavelli che ogni sera si ritirava in un luogo appartato per "discutere con gli antichi" ossia per leggere nella totale tranquillità le loro opere letterarie immortali).
Oggi tali classici vengono offuscati e umiliati da tanta opinione pubblica che spesso li definisce "noie" da sostituire con altro o che trova interessanti gli allettanti modi di raccontarli da parte delle industrie dell'informatica, per esempio tramite giochi interattivi e app discutibili (orrendo e depistante, per esempio, il Gioco di "Dante's inferno).
Quello che meraviglia è che anche le commissioni di esperti del Miur all'epoca della riforma Gelmini si siano dilettati anch'essi nel togliere di mezzo autori e opere nel percorso di insegnamento dei licei dimostrano di voler continuare l'opera di demolizione del "canone letterario" italiano.
Orrendo e senza senso è stato l'aver messo il silenziatore, nei programmi d'insegnamento dei suddetti licei, ad autori del Novecento come Quasimodo, Sciascia, Vittorini, Silone, Gatto, Scotellaro, Sinisgalli, ma anche il torinese Carlo Levi.
Salvati Verga, De Roberto,Capuana considerati dell'Ottocento.
Ma perchè?
Tutto ciò mi ricorda ciò che diceva la romantica scrittrice Carolina Invernizio a proposito dei personaggi abortiti dei propri romanzi: li immaginava su "nuvolette rosa".
Ecco! I nostri cari autori della classicità italiana messi dal Miur su "nuvolette rosa".

Potranno scendere fra di noi ancora?

VV ha detto...


Grazie per aver citato Sinisgalli, un poeta che amo molto e mi permetta di aggiungere un altro nome alla lista: quello di Beppe Fenoglio, forse l'unico scrittore italiano del '900 ad aver creato una nuova Epica che tuttavia dura fatica, forse per motivi ideologici, ad essere riconosciuto nella sua grandezza. Ma è questo, appunto, il destino dei classici. Come diceva Leopardi " obblio preme chi troppo all'età propria increbbe".

Giorgio Ragazzini ha detto...

I principali avversari dei programmi (cànone)sono stati i cantori della chiave di tutte le riforme, le "competenze", senza peraltro, in tutti questi anni, mettersi d'accordo sulla loro definizione. Ma che cos'altro imparavano, almeno fino ai primi anni '90, gli allievi degli istituti professionali, quando ancora i laboratori giravano a pieno regime e fornivano un adeguato "saper fare"? E che cosa cercavano di insegnare i docenti di italiano alle medie quando si ingegnavano per promuovere le "quattro abilità", magari con una didattica non ancora adeguata? Divenute ideologia, sono state nebulizzate assurdamente su tutte le materie con la pretesa di rivitalizzarle e, insieme, di dissolverle a favore della capacità di utilizzare "in situazione" ciò che si impara, anche se purtroppo nessuno ha spiegato cosa significhi tale espressione per la storia, il latino, il greco e per tante altre discipline. Tutto questo nel contesto di un'altra fissazione, quella di "personalizzare" la scuola come fosse un Ikea da cui ciascuno prende a buon prezzo, cioè senza fatica, quello che gli serve. Nel frattempo, l'idea che la scuola abbia il mandato sociale di trasmettere (non per forza acriticamente) il proprio patrimonio culturale è stata deliberatamente o incoscientemente svalutata e con essa tutti i comportamenti coerenti a raggiungere questo obbiettivo. Se non si recupera questa idea di fondo (che la scuola è al servizio di tutti e non del singolo), le patologie conseguenti continueranno a prosperare, in particolare la pretesa di molte famiglie di adattare la scuola ai figli, anziché i figli alla scuola, cioè alla necessità di imparare il mestiere di vivere insieme agli altri, condividendone una comune base culturale.

Unknown ha detto...

Pinocchio ora e sempre. Rileggere in classe il paese dei balocchi. Un mondo senza scuola dove tutto è strepito e baccano; un adulto corruttore che ammalia i ragazzini per rivenderli come ciuchi e farci tanti soldi.
Mi sembra chiaro il motivo per cui si vogliono rimuovere i classici, ma è dovere della classe docente opporsi leggendoli continuamente.

VV ha detto...

E le pagine sulla giustizia? Non dimenticherò mai le mie prime supplenze alle elementari in classi in cui maestre e maestri "alternativi" leggevano in prima i "nuovissimi" romanzi per l'infanzia e certe filastrocche da formare bambini ostili a qualsiasi letteratura. Alle prime righe di Pinocchio la loro attenzione diventava immediata e le insistenze alla fine perché andassi avanti nella lettura erano davvero incredibili.
Come scrive Giorgio Ragazzini, ero consapevole che leggendo loro Pinocchio rispondevo ad un mandato sociale, alla formazione di un'idea di società e di uomo che era ed è imprescindibile rispetto alla scelta di occuparmi per tutta la vita e per tutta una vita di scuola. Era ogni volta il mio 25 aprile anche se gli altri mi guardavano con una sorta di compassione, coem se fossi rimasto ai tempi di Renzo pezzani e Ada Negri. Alle superiori avrei incontrato e mi sarei scontrato con la moda dell'analisi dei testi che alla fine il testo lo finivano per distruggere e tutto era fuorché il metodo perché i testi parlassero.

Livio ha detto...

Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l'iniqua frode, di cui era stato vittima; dette il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finì col chiedere giustizia.

Il giudice lo ascoltò con molta benignità: prese vivissima arte al racconto: s'intenerì, si commosse: e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, allungò la mano e suonò il campanello.

A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.

Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:

- Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d'oro: pigliatelo dunque e mettetelo subito in prigione

Ludovica ha detto...

C'è chi dice che Pinocchio sia una favola massonica da non far mai leggere ai ragazzi.
Di sicuro è una gran bella storia, ma c'è da diffidare per davvero?

http://giacintobutindaro.org/2013/03/13/pinocchio-e-una-parabola-massonica/

Che dite?

Ludovica ha detto...

Altra perla trovata in Pinocchio.
Collodi è...UN VEGGENTE!
Ecco il discorso di Pinocchio con sè stesso:

«come siamo disgraziati noi altri poveri ragazzi! Tutti ci sgridano, tutti ci ammoniscono, tutti ci dànno dei consigli. A lasciarli dire, tutti si metterebbero in capo di essere i nostri babbi e i nostri maestri; tutti: anche i GRILLI-parlanti. Ecco qui: perché io non ho voluto dar retta a quell’uggioso di GRILLO, chi lo sa quante disgrazie, secondo lui, mi dovrebbero accadere! Dovrei incontrare anche gli assassini!»

Papik.f ha detto...

Un cattolico certamente non incline alle compromissioni massoniche come il card. Giacomo Biffi la pensa molto diversamente su Pinocchio, ad esempio qui:
http://www.tempi.it/liberta-e-riconoscere-di-avere-un-padre-lo-dice-il-cardinale-biffi-spiegando-la-favola-di-pinocchio#.U1oMUPl_tWg
e addirittura lo definisce come "un magnifico catechismo adatto ai bambini come agli adulti", affermando: "Pinocchio è la verità cattolica che erompe travestita da fiaba. E soprattutto facciamo bene a darlo in mano ai ragazzini, in una società come la nostra così distratta ..."
Per quanto riguarda la Massoneria, è probabile che Collodi vi aderisse, cosa del resto abbastanza comune tra gli intellettuali del Risorgimento. Ma mi importa poco o nulla.
Pinocchio è un grande capolavoro, per me il più grande della letteratura italiana in prosa. E un grande capolavoro nella sua ricchezza si offre a chiavi di lettura diverse (personalmente, da cattolico, sono vicino al punto di vista del cardinale) e può anche prestarsi a sollecitare suggestioni che hanno qualcosa della paranoia.
Non sono invece d'accordo sul film di Comencini, pur bello nelle ambientazioni e magnificamente interpretato dagli attori (geniale la scelta di Franchi e Ingrassia), perché l'aver sostituito il processo di crescita con il premio finale della trasformazione in bambino in un'alternanza premio-punizione, con cicli di trasformazione ripetuti, ha snaturato a mio parere il senso dell'opera introducendovi, tra l'altro, un elemento implicitamente sadico. Meglio sarebbe stato il robot di Rambaldi. Ma so di essere tra i pochissimi a pensarla così.

paniscus ha detto...

Un cattolico certamente non incline alle compromissioni massoniche come il card. Giacomo Biffi la pensa molto diversamente su Pinocchio, ad esempio qui:
http://www.tempi.it/liberta-e-riconoscere-di-avere-un-padre-lo-dice-il-cardinale-biffi-spiegando-la-favola-di-pinocchio#.U1oMUPl_tWg


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Se il cardinale Biffi esalta la figura di padre che viene fuori dalla storia di Pinocchio...

...mi aspetto che, coerentemente, il nostro prelato non si permetta più di trovare niente da ridire sulla fecondazione eterologa, sulla genitorialità da single, o su tutte le più varie forme di famiglie ricostruite o "non tradizionali" che reclamano dignità e visibilità nella società di oggi.

Altrimenti è solo fuffa.

L.

paniscus ha detto...

perché l'aver sostituito il processo di crescita con il premio finale della trasformazione in bambino in un'alternanza premio-punizione, con cicli di trasformazione ripetuti, ha snaturato a mio parere il senso dell'opera introducendovi, tra l'altro, un elemento implicitamente sadico. Meglio sarebbe stato il robot di Rambaldi. Ma so di essere tra i pochissimi a pensarla così.

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Ma quella non penso affatto che sia stata una scelta ideologica, quanto un banale (ma obbligato) trucco tecnico: sarebbe stato oggettivamente insostenibile portare avanti tutto il film esclusivamente col pupazzo di legno, facendo comparire il protagonista umano solo alla fine.

Forse oggi sarebbe possibile con i ritocchi in grafica computerizzata (come hanno fatto, ad esempio, con il film "AVATAR", dove i personaggi alieni erano regolarmente interpretati da attori umani, ma visualmente modificati da trucchi tecnici, in modo da apparire con un aspetto fisico completamente diverso), ma 30 o 40 anni fa sicuramente no...

L.

Ludovica ha detto...

Non posso che trovarmi d'accordo con paniscus.
Si avvicina il periodo della dichiarazione dei redditi e come ho fatto ogni anno destinerò il mio 8 per mille allo Stato, ma quest'anno sarò ancora più contenta della mia scelta perchè sarà utilizzato per l'edilizia scolastica (poco male che tale emendamento è stato proposto dal M5s ed è stato votato positivamente in Parlamento il 13 dicembre 2013). Sono stata sempre convinta che la Chiesa cattolica non ha bisogno del miliardo di euro circa all'anno dei contribuenti italiani il quale può (sicuramente con il consenso entusiasta di papa Francesco e di tutte le menti illuminate) essere destinato alle esigenze della bisognosa comunità italiana soprattutto scolastica.

Ieri ho dimenticato di ricordare il fatto che si celebrava la giornata mondiale del libro.

Per oggi auguro a tutti una reale Buona festa di Liberazione (dagli oppressori, dai collaborazionisti, dagli affamatori del popolo, dai traditori della Patria).

Ritornando alla fiaba di Pinocchio.
Ho avuto modo di riflettere sul significato di essa.
Essendo un racconto destinato principalmente ai bambini e ai ragazzi, non ci si può dimenticare di cercare di individuare il tipo di rappresentazione della realtà offerta dall'autore e l'aspetto emulativo che potrebbe suscitare in chi l'ascolta.
E qui caro prof. Vagnoli, benedetta l'analisi testuale che prescrive di andare al di là del racconto in sè e analizzare non solo personaggi, tempi, luoghi, modi di raccontare, e stili linguistici, ma anche di occuparsi della visone di vita dell'autore, delle sue esperienze positive e negative, dei suoi valori, delle sue certezze. Tutte cose, queste ultime, che inevitabilmente, anche inconsciamente, vengono riportate nella produzione scritta!

Gentili Unknown e prof. Vagnoli, la storia bellissima del burattino Pinocchio che prediligete, che visione della vita ha?
Quella di volere che "il buon figliolo" Pinocchio si rassegni senza ribellarsi ad una vita di stenti e di duro lavoro stando accanto al caro babbo.
Il mondo non va cambiato, ma accettato.
I furbi e ricchi e le loro malefatte saranno per sempre e quindi bisogna non combatterli, ma essere o come loro o assecondarli, per cui Pinocchio in carcere si dichiara bugiardamente "criminale" (ossia uguale a loro) per potere essere liberato.
La fata turchina non è lì per aiutarlo a liberarsi dalla povertà e dalle ingiustizie, ma solo per indirizzarlo ad essere "un non ribelle", un integrato, un adattato ad un mondo in cui l'ingiustizia assume forme paradossali. Il premio sarà diventare di carne e ossa,ma avendo per sempre una vita da poveraccio.

Andando all'aspetto emulativo che può suscitare in chi (bambino o adulto) l'ascolta ACRITICAMENTE?
Che la vita è ingiusta, che i furbi abbondano, che non bisogna ribellarsi se no non si è umani ma DI LEGNO (ossia una svalutazione dell'essere pensante a cui non si riconosce la normalità), per cui bisogna ADATTARSI, NON RIBELLARSI, non cercare di migliorare la propria vita.
Che bisogna credere a chi è più potente di noi perchè altrimenti ci fa del male anche in buona fede ( ma direi bene IPOCRITAMENTE) come il giudice che butta Pinocchio innocente in carcere come è citato nello stralcio dell'intervento di Livio.
In questa interpretazione della vita mi pare di sentire tanti italianissimi concittadini del mio vivere quotidiano che dicono che in Italia è normale la disonestà e l'essere bugiardi e pertanto si ostinano a sorreggere e a votare PER FEDE partiti politici e politici bugiardi e disonesti o politici presunti onesti e con fedina penale intonsa che appoggiano e coprono i loro colleghi disonesti o i loro finti antagonisti partitici.
Insomma Pinocchio come simbolo italiano del bugiardo a sè stesso e agli altri.

Non voletemene, per piacere, di aver demolito un così bell'esempio di narrativa per i ragazzi italiano!

(continua)

Ludovica ha detto...

(continua)

Come è differente la fiaba di Pinocchio da quella di Alice nel paese delle meraviglie!
Alice si ribella, lotta, viene torturata psicologicamente e fisicamente, ma non si arrende!
Alla fine si sveglia e si accorge che è stato tutto un sogno e non realtà!!!
Pinocchio, invece, si addomestica e diventa un povero cristo anonimo e sfruttato.

Ecco, allora, si pone una questione di non poco: quando noi desideriamo far conoscere la fiaba Pinocchio a bambini e ragazzi, cosa dbbiamo fare?
Lasciarla assorbire nelle loro menti in modo acritico con il rischio che vi dicevo prima di farli assuefare al messaggio di ADATTARSI ad un mondo disonesto o accompagnarla con una discussione?
E che tipo di discussione dobbiamo fare al ragazzo? Quella in cui gli si chiede di accettare il mondo come è e non provarci nemmeno per sogno a contestare corruttori, furbi, malati mentali potenti e compagnia bella e anzi sostenerli, difenderli, combattere chi si ribella a loro, farseli amici e dargli anche il voto se è necessario???
Oppure dire che non bisogna essere come Pinocchio ossia un bugiardo perenne (anche nei confronti di sè stessi) anche quando è diventato umano, ma sconfitto?

Come si vede nulla può essere accettato o trasmesso acriticamente neanche un racconto per bambini. Dipende sempre dallo stabilire che cosa vogliamo ottenere.

Tutte le fiabe, favole, romanzi e racconti hanno il loro messaggio subliminare, anche la Fiaba di Cappuccetto rosso. Questo non sgnifica astenersi dal raccontarle.
Sono come la bomba atomica: dipende l'intenzione di chi ne fa uso e non è possibile ignoranza delle conseguenze.

Vi segnalo uno dei tanti siti per una visone critica delle fiabe e non solo.

http://www.favoleamerenda.it/index.php/approfondiamo-una-fiaba/102-simbologia-e-significati-psicologici-nelle-favole-riflessioni-di-grandi-studiosi.html

Papik.f ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Papik.f ha detto...

@Paniscus Per quanto riguarda la scelta di sceneggiatura, invece fu proprio ideologica ed è abbastanza noto che Carlo Rambaldi rimpianse fino agli ultimi giorni di vita che non si fosse usato il robot da lui progettato e realizzato. Del resto, non molti anni dopo fece ET.
Per quanto riguarda le questioni su fecondazione eterologa ecc., naturalmente non sono in nulla e per nulla d'accordo con lei, ma ritengo che qui si debba parlare solo di scuola e quindi non esporrò il mio modo di pensare.
Mi limito a segnalare che secondo il mio sentire, usare espressioni come "non si permetta più di trovare niente da ridire" non rientrano in una forma corretta di discussione.
Ludovica: Lei forse avrà anche demolito un bell'esempio di letteratura per ragazzi, non saprei; a me le sue argomentazioni sembrano alquanto datate "anni settanta" e per quanto mi riguarda mi offrono un ottimo riassunto dei motivi per cui mai voterò per il M5S.
La morale di Pinocchio, per come la vedo io, non è che il mondo vada accettato com'è, ma che l'unico modo per cambiarlo è partire da sé stessi, dalla propria interiorità e dai propri comportamenti.

Giorgio Ragazzini ha detto...

Pinocchio non è un ribelle in vena di cambiare il mondo che alla fine diventa conformista, come si amava vederlo appunto negli anni settanta, ma un ragazzo scapestrato che diventa responsabile dopo aver ricevuto parecchie "musate" dalla realtà. Lasciamo agli inguaribili tardoadolescenti - quelli che per esempio scambiano le occupazioni per cose serie (e sono invece uno scampolo del paese dei balocchi)- l'impossibile compito di spiegarci quali erano i cambiamenti in meglio del mondo che Pinocchio burattino si proponeva di realizzare.

ludovica ha detto...

Avete dimenticato il paragone che ho fatto con Alice. Riconsideratelo invece di essere parziali e dare dei giudizi di valore affrettati. Alice dalle sue situazioni paradossali esce se stessa e non adattata. E il suo sogno altro non è che la trasposizione delle sue difficoltà con adulti paradossali della realtà.

ludovica ha detto...

Alice ha un altro approccio basato sulla verità al contrario di Pinocchio

Ludovica ha detto...

@Giorgio Ragazzini.
A proposito del volere cambiare il mondo da parte del burattino: ho voluto sottolineare che Pinocchio è un ribelle in cerca di se stesso e di una vita migliore, ma che alla fine diventa un adattato e non cambia per niente, così, il "suo mondo" (e non "TUTTO il mondo") restando ai piani bassi.
Inoltre, (per come ho sottolineato negli ultimi due miei brevi interventi) l'approccio di Pinocchio ai suoi "adulti" e ai suoi "coetanei" è di tipo opportunistico e fa ricorso alla bugia e, quando non può togliersi dai pasticci, alla preghiera accorata o ai voltafaccia ("sono un criminale!").
Pinocchio mi fa tanta tenerezza e anche mi suscita malinconia.
Un bimbo (o burattino) con la prorompente voglia di vivere la sua vita che si deve confrontare con un mondo bruto e sadico e che gli nega la dignità di esistere e di poter giocare, fidarsi degli altri e sperare nel futuro. Dopo vari tentativi per forzare la mano che gli resta? Solo il suo babbo e l'amore di questi e basta.


Alice no. Alice chiede e dà verità. Non accetta paradossi, compromessi e poi alla fine, quando si sveglia, il suo "mondo" interiore è rimasto integro e migliorato. E tutto ciò nonostante le "musate" a cui è stata sottoposta.

Sono due modi opposti di reagire ad una realtà dura fatta di ingiustizia e paradosso.

Poi non sapevo che negli anni settanta si criticasse Pinocchio mettendolo a confronto con Alice e sottolineando la diversità nei modi di agire di fronte alle difficoltà usando lui la bugia e lei la verità.
Pensavo di essere stata originale!

Gentile Prof. Ragazzini volevo ringraziarla per quel "tardoadolescenziale" scritto nel suo intervento.
Lo sento un complimento anche nei miei riguardi perchè mi ricorda il famoso detto di Gesù: "Se non diventerete come dei bambini non entrerete nel regno dei cieli".
Mi ricorda anche il bambino che nella sua innocenza e verità nella favola di Handersen dice "Il re è nudo".


valerio vagnoli ha detto...


Ludovica ha scritto: "E qui caro prof. Vagnoli, benedetta l'analisi testuale che prescrive di andare al di là del racconto in sè e analizzare non solo personaggi, tempi, luoghi, modi di raccontare, e stili linguistici, ma anche di occuparsi della visone di vita dell'autore, delle sue esperienze positive e negative, dei suoi valori, delle sue certezze. Tutte cose, queste ultime, che inevitabilmente, anche inconsciamente, vengono riportate nella produzione scritta"!
Gent.ma Ludovica, per me l'analisi testuale è sempre stata finalizzata ad altro: soprattutto a non dialogare, se non formalmente, con l'autore. Tuttavia se usandola si ottiene il risultato che come docenti ci attendiamo nulla osta. Anzi, la libertà d'insegnamento consiste proprio in questo: e cioè nel lasciar liberi i docenti(statali) nell'usare gli strumenti che essi trovano più adeguati per rappresentare ai ragazzi i contenuti e lo statuto disciplinare proprio di ciascuna materia.
Per quanto concerne la lettura di Pinocchio, quando lo leggevo e lo commentavo in classe( anche al liceo e quando lo lasciai per provare l'esperienza del Tecnico salutai i ragazzi-più o meno quasi tutti gli allievi della scuola riuniti in assemblea- leggendo loro alcuni brani proprio di Collodi); quando, come scrivo sopra, lo leggevo e lo commentavo in classe, mi fermavo sempre un attimo prima della mia eventuale conclusione, che non c'era e che non ci doveva essere. A loro il piacere d'immaginare e di pensare cosa significasse quel brano o quell'altro.
Dimenticavo: per esperienza posso affermare che leggere il maggior numero dei testi in classe è assai importante e sarebbe indispensabile che ciascun docente di lettere mettesse la dovuta attenzione nel leggere bene ad alta voce.

VV ha detto...

Con l'amico Stefano Sonnati abbiamo commentato in privato gli interessanti interventi relativi a Pinocchio e non a caso mi suggeriva, a significare che tipi di archetipi riesca a smuovere la favola collodiana, la seguente barzelletta che conoscevo ma che non ricordavo e che copio da internet;

Gesu' o Pinocchio

C'e' sciopero in Paradiso e Gesu` sostituisce Pietro all'ingresso. Ad un certo punto Gesu` vede avvicinarsi un vecchiettino.
"Benvenuto buon uomo, qual è il tuo nome ?"
E il vecchietto: "Mi chiamo Giuseppe."
"E che lavoro facevi Giuseppe?"
"Il falegname"
"E dimmi: hai avuto prole ?"
"Ho avuto un figlio ma per miracolo, non so neanch'io come potuto accadere."
"Ah si ?!?" (Gesu` diventa pensieroso) "E... cosa faceva questo figlio ?"
"Eeeeh! Mi dava un sacco di grattacapi. Era sempre via insieme a persone sconosciute. Ma io lo sapevo che un giorno o l'altro lo avrebbero tradito !"
Gesu` sussulta un attimo, poi gli fa ancora una domanda:
"E... ehm, senti, com'era il suo rapporto con... la gente ?"
"Mah, qualcuno gli voleva bene, altri no. Ha avuto problemi con le forze dell'ordine... eppoi, tutta quella gente che lo metteva sempre in croce !"
Gli occhi di Gesu` ebbero un guizzo: levo` le braccia al cielo e grido`: "Papa` !"
E il vecchietto: "Pinocchio !!!"

Ludovica ha detto...

Gentile prof. Vagnoli. Bella la storiella! ;-))
Complimenti! Non è facile trovarne una graziosa come quella che ha scelto.
Però, povero Gesù!

Leggere è una abilità (e anche passione) che va costruita nel tempo a partire dalla scuola dell'infanzia, per poi proseguire alla Primaria e consolidarsi alle scuole secondarie.
Nelle tre ore in classe settimanali dedicati alla narrativa, alla letteratura e all'antologia cerco sempre di far leggere a turno tutti e in questo turno sono compresa anche io.
Lascio come compiti per le vacanze la lettura di almeno due libri a piacere e ogni mese scolastico chiedo la lettura di almeno uno da prelevare dalla biblioteca scolastica o da quella comunale.
Purtroppo, caro professore, contro l'acquisizione della passione per la lettura remano contro il poco tempo a disposizione a scuola (le faccio presente che la Ministra Gelmini si è prodigata a tagliare il tempo prolungato a scuola, provocando l'eliminazione dei bei laboratori dedicati alla scrittura, alla lettura, al cinema, al teatro, alla musica, all'arte e a tanto altro ancora) , ma anche l'abitudine di tantissime famiglie a considerare l'acquisto o il regalo di un libro una cosa di poco conto.
Tanti nonni, zii, amici pensano di fare una pessima figura a regalare un libro ad un ragazzino, e ripiegano, come scelta, verso un telefonino ( o, come si dice ora, uno smartphone), un tablet oppure un Nintendo o un'altra diavoleria elettronica. Sia lei, che io che chiunque frequenta questo blog sa, invece, la potenza delle pagine scritte e l'emozione che suscita una storia ben narrata.
Eppure vi sono diversi libri bellissimi dedicati ai ragazzi! Io adoro e regalo quelli della collana Stilton!
Nei giorni scorsi ho potuto assistere ad una scenetta in una cartoleria.
La madre, elegantissima, guardava un po' in giro. La figlia cercava qualcosa fra gli scaffali dei quaderni e delle righe. Ad un certo punto la ragazza viene attirata dalle copertine dei libri per i ragazzi. Ne prende uno e lo comincia a leggere. Subito interviene la madre chiedendole che stava facendo. La ragazzina risponde che le piaceva la storia narrata (un libricino che sì e no costava sui tre euro il cui titolo era “Il barone di Münchhausen” ). La madre la rimprovera dicendole che aveva di già il Nintendo per passare tempo e che piuttosto pensasse a comprarsi il quaderno che le serviva invece di perdere tempo in stupidaggini e che per lettura aveva di già i libri per la scuola.
Che dire? Come siamo caduti in basso...

Ludovica ha detto...

Dimenticavo.
Abituare i ragazzi a commentare i testi scritti è quanto di più facile ci possa essere nel momento in cui tolgono da se stessi la convinzione di essere sotto esame.
A differenza di quanto avviene qui in blog, cerco di nascondere il più possibile le mie riflessioni personali e piuttosto chiedo sempre se la storia è piaciuta; perchè; cosa avrebbero fatto loro al posto dei personaggi; come si sarebbero sentiti al loro posto, se hanno storie simili da raccontare.
Sono domande semplici ma che, ho notato, stimolano piano piano nel tempo, dopo gli imbarazzi delle prime volte, a ragionare autonomamentee e a confrontarsi liberamente e in modo argomentativo con gli altri.
All'inizio capita che entrino in polemica fra loro, ma poi imparano ad accettare i commenti altrui anche se non li condividono.
Il mio suggerimento per i confronti anche accesi è ciò che diceva Robespierre: "Non sono d'accordo con te, ma darei la vita perchè tu possa esprimere sempre la tua opinione liberamente".

Ludovica ha detto...

Chiedo scusa. Purtroppo sbaglio per stanchezza. E' Voltaire ad aver detto la famosa frase e non Robespierre.

VV ha detto...

Carissima Professoressa, la sua citazione del Barone di Münchhausen mi fa venire in mente che il protagonista eponimo finisce come il Giona biblico e l'Astolfo ariostesco nel ventre della balena. Insomma, Pinocchio ha antenati illustri e un padre, quello vero, Collodi, non proprio sempliciotto come molti critici snob, che appunto volutamente lo hanno snobbato, avrebbero voluto farci credere.

Unknown ha detto...

Questo è uno degli aspetti da sottolineare: la profondità culturale che può essere porta anche a dei bambini attraverso Pinocchio. L'altro aspetto è quello linguistico: iniziare a sperimentare attraverso un testo godibile un buon livello di lingua letteraria, un po' più complessa e distante (anche diacronicamente) da quella quotidiana e banalizzante dei media. Per questo è importante che la scuola porga a tutti la letteratura, attraverso la quale si sviluppa sia il gusto estetico sia il pensiero complesso.

VV ha detto...

Concordo pienamente.

Papik.f ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Papik.f ha detto...

Chiarisco meglio quanto intendevo dire nel precedente post, nel quale sono forse stato un po’ troppo tagliente e me ne scuso con Ludovica.
Questa la conclusione delle avventure di Pinocchio:

— Levatemi una curiosità, babbino: ma come si spiega tutto questo cambiamento improvviso? — gli domandò Pinocchio saltandogli al collo e coprendolo di baci.
— Questo improvviso cambiamento in casa nostra è tutto merito tuo — disse Geppetto.
— Perché merito mio?...
— Perché quando i ragazzi, di cattivi diventano buoni, hanno la virtù di far prendere un aspetto nuovo e sorridente anche all’interno delle loro famiglie.
— E il vecchio Pinocchio di legno dove si sarà nascosto?
— Eccolo là — rispose Geppetto: e gli accennò un grosso burattino appoggiato a una seggiola, col capo girato sur una parte, con le braccia ciondoloni e con le gambe incrocicchiate e ripiegate a mezzo, da parere un miracolo se stava ritto.
Pinocchio si voltò a guardarlo; e dopo che l’ebbe guardato un poco, disse dentro di sé con grandissima compiacenza:
— Com’ero buffo, quand’ero un burattino! e come ora son contento di esser diventato un ragazzino perbene!...

Ora, certamente a un orecchio attuale la definizione di “ragazzino perbene” suona eccessivamente convenzionale. E certamente il Pinocchio burattino è più simpatico e desta un po’ di rimpianto nel lettore, del resto le avventure di un ragazzino perbene non avrebbero interessato nessuno, non sarebbero state avventure affatto.
Ma la questione di fondo è un’altra. O si ritiene che dentro ciascuno di noi, fin dalla nascita, vi sia una spinta verso il bene e miglioramento e un’altra verso il male. Ciò che il cattolicesimo spiega con il peccato originale, ma non credo affatto che sia necessario aderire a questa dottrina per pensare che le cose stiano così.
O ciascuna persona è di per sé buona nello stato naturale, ogni pulsione che viene dall’interno è positiva e il male viene solo dalla sovrastruttura esterna, concezione che forse potemmo far risalire a Rousseau ma non saprei se le cose stanno proprio così, non avevo un buon insegnante di Filosofia al Liceo.
Questa seconda concezione ha trovato una sua espressione diffusa e banalizzata nel Sessantotto e nel “vietato vietare”, per questo ho citato gli anni settanta più che altro “a orecchio” e sulla base di sensazioni personali, trovando poi conferma nel post di Giorgio Ragazzini.
Su questo ho anche discusso con un’amica insegnante di lettere che considera, appunto, Pinocchio “moralistico”. “Moralistico” è un po’ una definizione che si dà a chi espone una morale che non si condivide. Io, quindi, trovo ad esempio moralistici certi racconti per ragazzi del pur grande Rodari, nei quali il male è sempre portato dall’esterno e in particolare dall’autorità, da un re (vedi anche Fo-Jannacci), da un potente. Per cui per ritornare alla situazione ideale basterebbe allontanare questo potere esterno malvagio. In Collodi, invece, il male è nell’interno, bisogna prima di tutto vincere sé stessi e le cose prenderanno poi un “aspetto nuovo e sorridente”, all’interno della famiglia, ma non è detto affatto che ciò non si espanda anche al di fuori, anzi secondo me è sottinteso. E considero questa una grande lezione di morale, tutt’altro che “moralismo”.
Per il resto sono d’accordo con Valerio Vagnoli, la lettura di Pinocchio smuove archetipi profondissimi. È una delle ragioni della sua grandezza.

paniscus ha detto...

papik, hai mai provato a leggere qualcosa di abbastanza recente sulle ipotesi di origine BIOLOGICA degli istinti di morale, di empatia e di giustizia, e sulla presenza di eventuali tracce di tali istinti anche nelle specie non umane?

E bada che non sto parlando di visioni riduzioniste che riconducono tutto esclusivamente al meccanismo di lotta tra fattori genetici...

...ma di quelle più elastiche che partono dall'etologia, e quindi dall'osservazione complessiva dei comportamenti sociali di tali specie.

Non dico che si debbano per forza condividere, ma di sicuro è un punto di vista interessantissimo, che è stato inspiegabilmente sottovatutato per decenni.

Ovvero, non ha il minimo senso chiedersi se "siamo buoni per natura ma poi ci siamo corrotti" o se piuttosto "siamo cattivi per natura ma poi abbiamo imparato a controllarci e a correggerci", se non si fa un discorso molto più generale sulle nostre origini veramente profonde e viscerali, che vanno molto oltre le ideologie dei singoli periodi storici (durati pochidecenni o pochi secoli, che in confronto alla storia dell'umanità non sono nulla).


Se l'argomento ti interessa, provaci... ad esempio ci sono un sacco di cose scritte da Frans de Waal, biologo e antropologo, che per tutta la vita si è occupato di comportamenti sociali sia delle scimmie sia degli umani!

L.

Ludovica ha detto...

Gentile Prof. Vagnoli, molti pretesi critici spesso prendono cantonate da paura nel volere giudicare un autore, un cantante, un attore. Per esempio attori come Totò, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia sono stati per lungo tempo stroncati da quella critica che lei dice snob, mentre con il tempo si è dato loro giusto onore di professionalità, di bravura e di profondità. Come abbiamo tanti detto in questo thread Collodi può essere letto in tanti modi e naturalmente riporta nella sua opera la sua visione di vita e i suoi valori.
Il suo racconto è nato per essere messo a puntate come appendice per i ragazzi in un giornale di allora e ha avuto come prima conclusione quella in cui gli “assassini” lo impiccano. Dopo le reiterate lettere di protesta dei ragazzini che non accettavano un’interruzione così ingloriosa e senza lieto fine del loro caro burattino, Collodi sotto le pressioni dell’editore si decise a continuare la narrazione delle burrascose vicende di Pinocchio fino all’ultimo lieto fine che è stato l’ottenere di diventare bambino. Questo ha dato l’impressione a tanti che Collodi non sopportasse tanto la sua creatura e che nonostante la sua genialità nel raccontarlo non lo amasse abbastanza. Il successo, secondo me, è arriso a Collodi nonostante tutto. Forse non se lo aspettava per niente. Poi le varie puntate sono state raccolte in un unico libro e così è passato all’eternità della gloria letteraria. Forse per questo alcuni critici lo hanno snobbato? O forse perché era dedicato ai ragazzi e non agli adulti e quindi considerato di seconda classe? Chissà.
Un'altra cosa che ho notato nella fiaba è una svalutazione completa del gioco. Pinocchio appare come se non avesse diritto a giocare: il paese dei balocchi è rappresentato in una forma demoniaca. Questo mi lascia da pensare.
Vi risulta che Pinocchio in qualche altra parte della fiaba giochi o abbia altri svaghi?
La sua vita da bravo bambino-burattino doveva essere tutta duro studio e poi lavoro? Ma che vita è?
E poi a parte il lieto fine, ma da operaio che lavora da mattina a sera per un tozzo di pane e un po’ di latte, come sarà continuata la sua vita? Avrà fatto dei progressi? Avrà avuto di meglio? Che bello se vi fosse stato un “Pinocchio bis”. In ogni caso il “Pinocchio 1” finisce con l’adattarsi di questi ad una vita fatta di stenti. Sinceramente per me è un finale oltremodo melanconico e che dà il messaggio subliminale che non ci si deve ribellare al destino di povero altrimenti si passano guai e “la fatina turchina” si arrabbia e invece di farci diventare bambini ci lascia in balia degli “assassini”. Ossia lo stesso messaggio di Verga per i Malavoglia.

Ludovica ha detto...

Per Papik. F.
Stia tranquillo, non me la sono presa. Grazie, comunque, per le sue scuse. Sopportiamoci a vicenda. Anche io spesso l’ho fatta arrabbiare. No? :-)
Anche io non sopporto i modi di ragionare dei sessantottini (anche odierni) che vantano la ribellione fine a se stessa spacciata per eroismo e genialità e soprattutto si impegnano nella continua violazione delle regole in quanto regole come disprezzo della moralità e soprattutto della legalità.
A questo punto avrei da dire qualcosina contro le attuali destra e sinistra del nostro paese, ma...per questa volta mi fermo.

Per Papik. F e Paniscus
Non credo molto alla tesi di Rousseau che diceva che gli uomini nascono buoni e che, poi, a causa dell’influsso della società diventano diversi. Nietzsche diceva nella “Gaia scienza” che l’uomo è sopravvissuto nel mondo soprattutto per le cattive azioni che ha commesso piuttosto che per le buone. Per cui (come dice Paniscus) nel nostro corredo genetico vi è qualcosa che ci spinge a quella che chiamiamo cattiveria o bontà, visi e virtù, come negli animali, per una questione di sopravvivenza.
A me piace molto fermarmi davanti al quadro del Centauro con Minerva del Botticelli.
Questo perché il centauro rappresenta bene ciò che siamo noi: istinto prevalente che però Minerva (la ragione) domina tirando dolcemente i capelli in modo tale da far calmare e ragionare la parte senziente di quel mostro ibrido che siamo.

Ludovica ha detto...

Anche il viaggio verso l'Iperuranio, rappresentato da Platone, delle anime su bighe trainate da due cavalli o entrambi bianchi o entrambi neri o uno nero e uno bianco in cui quello nero scendeva verso il basso e quello bianco andava verso l'altro rappresenta bene quello spirito nella prigione di carne quali siamo noi.

Papik.f ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Papik.f ha detto...

Non so se l'origine degli istinti e degli impulsi che ci spingono sia da ricercare nella genetica o, come negli autori cui si riferisce Paniscus, soprattutto nei fattori studiati dall'etologia (personalmente propenderei per la seconda ipotesi, certamente ritengo che simili studi siano ben più interessanti del riduzionismo genetico).
In ogni caso non dubito che esista un salto ontologico tra gli animali e gli esseri umani, per il quale i primi non possono andare al di là di tali istinti e impulsi, che ne dettano il comportamento e possono essere parzialmente modificati e controllati solo per alcune specie e solo per un'azione esterna umana (addomesticamento), mentre noi possiamo e dobbiamo dominare i nostri impulsi e istinti in quanto possediamo una coscienza.
So bene che qualcuno sostiene trattarsi di preconcetti e di autoillusioni in quanto in realtà anche le nostre scelte e azioni sarebbero obbligate, anche quando crediamo di controllarle.
Chi la pensa così, chi nega l'esistenza di tale salto ontologico, tuttavia, non è stato sinora in grado di presentarci un Pinocchio, o una Divina Commedia, o una Gioconda, o un Concerto Brandeburghese, o una dimostrazione di geometria, o una ricerca scientifica, opera di un animale; né, d'altra parte, un campo di sterminio o un'associazione di stampo mafioso.

ludovica ha detto...

Insomma, una parte di noi non è terrestre.

Papik.f ha detto...

Di questo, personalmente, ormai non dubito più da molto tempo ...

ludovica ha detto...

@papik.f
Allora le segnalo il libro ". Quando i giganti abitavano la terra" dei, semidei, e DNA alieno : l'anello mancante dell'evoluzione umana di Zecharia Sitchin.
L'autore analizza i miti sumeri ed ebrei a partire dalla lettura di
Gigalmesh e della Genesi.

VV ha detto...


e che dire del brano del Manzoni sulla vigna di Renzo? e sempre dello stesso Manzoni (Morale cattolica)il brano in cui a proposito dell'uomo egli afferma che il nostro ruolo nel mondo è quello di " far torto o subirne"?
Appassionanti questi scambi, non c'è che dire. Chissà che non possano servire da spunto a qualche estensore delle tracce d'italiano per la maturità! O è troppo chiedere?

VV ha detto...

L'essermi dimenticato di Leopardi non ha attenuanti e per rendergli il doveroso omaggio ecco la citazione per intero di un suo famosissimo brano sulla infelicità di tutti gli esseri viventi:

"Non gli uomini solamente, ma il genere umano fu e sarà sempre infelice di necessità. Non il genere umano solamente ma tutti gli animali. Non gli animali soltanto ma tutti gli altri esseri al loro modo. Non gl'individui, ma le specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi.

Entrate in un giardino di piante, d'erbe, di fiori. Sia pur quanto volete ridente. Sia nella più mite stagione dell'anno. Voi non potete volger lo sguardo in nessuna parte che voi non vi troviate del patimento. Tutta quella famiglia di vegetali è in istato di souffrance, qual individuo più, qual meno.

Là quella rosa è offesa dal sole, che gli ha dato la vita; si corruga, langue, appassisce. Là quel giglio è succhiato crudelmente da un'ape, nelle sue parti più sensibili, più vitali. Il dolce mele non si fabbrica dalle industriose, pazienti, buone, virtuose api senza indicibili tormenti di quelle fibre delicatissime, senza strage spietata di teneri fiorellini. Quell'albero è infestato da un formicaio, quell'altro da bruchi, da mosche, da lumache, da zanzare; questo è ferito nella scorza e cruciato dall'aria o dal sole che penetra nella piaga; quello è offeso nel tronco, o nelle radici; quell'altro ha più foglie secche; quest'altro è roso, morsicato nei fiori; quello trafitto, punzecchiato nei frutti. Quella pianta ha troppo caldo, questa troppo fresco; troppa luce, troppa ombra; troppo umido, troppo secco. L'una patisce incomodo e trova ostacolo e ingombro nel crescere, nello stendersi; l'altra non trova dove appoggiarsi, o si affatica e stenta per arrivarvi.

In tutto il giardino tu non trovi una pianticella sola in istato di sanità perfetta. Qua un ramicello è rotto o dal vento o dal suo proprio peso; là un zeffiretto va stracciando un fiore, vola con un brano, un filamento, una foglia, una parte viva di questa o quella pianta, staccata e strappata via. Intanto tu strazi le erbe co' tuoi passi; le stritoli, le ammacchi, ne spremi il sangue, le rompi, le uccidi. Quella donzelletta sensibile e gentile, va dolcemente sterpando e infrangendo steli. Il giardiniere va saggiamente troncando, tagliando membra sensibili, colle unghie, col ferro.

Certamente queste piante vivono; alcune perché le loro infermità non sono mortali, altre perché ancora con malattie mortali, le piante, e gli animali altresì, possono durare a vivere qualche poco di tempo. Lo spettacolo di tanta copia di vita all'entrare in questo giardino ci rallegra l'anima, e di qui è che questo ci pare essere un soggiorno di gioia. Ma in verità questa vita è trista e infelice, ogni giardino è quasi un vasto ospitale (luogo ben più deplorabile che un cemeterio), e se questi esseri sentono, o vogliamo dire, sentissero, certo è che il non essere sarebbe per loro assai meglio che l'essere".

paniscus ha detto...

in ogni caso non dubito che esista un salto ontologico tra gli animali e gli esseri umani,

Posso sapere per quale motivo sei tanto sicuro di questa convinzione? Voglio dire, perché mai dovrebbe esserci addirittura un "salto ontologico" unico e inconfondibile proprio tra gli unami e TUTTO il resto degli animali (che sono abissalmente diversi tra di loro, molto di più di quanto alcuni di essi siano diversi dall'uomo)?

In parole povere, perché mai si dovrebbe mettere da una parte del "salto ontologico" l'uomo da solo, e dall'altra QUALSIASI altra specie, tutte nel mucchio, dall'elefante alla cavalletta, dall'orangutan al lombrico, dall'antilope alla lucertola?

Insomma, perché mai tra l'uomo e lo scimpanzé dovrebbe esserci un "salto ontologico" più marcato di quello che c'è tra il gatto e la balena, o tra il pipistrello e il cervo (tanto per rimanere SOLO all'interno dei mammiferi, che sono già anche troppo vicini tra di loro)?

per il quale i primi non possono andare al di là di tali istinti e impulsi, che ne dettano il comportamento e possono essere parzialmente modificati e controllati solo per alcune specie e solo per un'azione esterna umana (addomesticamento),

Senza nessun intento di offesa personale, ma questo a mio avviso denota solo una grandissima ignoranza (in senso innocuo, semplicemente di "non essere informati") in materia di biologia e scienze naturali.

Tu assumi che tutte le altre specie possano essere considerate solo "in rapporto all'uomo" o "viste dal punto di vista dell'uomo".

Ma in realtà la stragrande maggioranza delle specie viventi può fare benissimo a meno dell'esistenza dell'uomo, non la calcola proprio... e non gliene può fregare di meno del vero o presunto "addomesticamento".

Giuro che non è ideologia, è proprio evidenza di fatto concreta...

L.

Giorgio Ragazzini ha detto...

Lo stesso Leopardi, però, aveva tradotto nel 1825 il Manuale di Epitteto, oggi considerato un precorritore della psicologia (e quindi anche della psicoterapia) cognitivista. Si cita sempre in proposito questo passaggio:
Gli uomini sono agitati e turbati, non dalle cose, ma dalle opinioni che eglino hanno delle cose. […] Per tanto, quando noi siamo attraversati o turbati o afflitti, non dobbiamo però accagionare gli altri, ma sì veramente noi medesimi, cioè le nostre opinioni.
È quindi lo sguardo di Leopardi che trasforma in un grande ospedale il bellissimo giardino, facendogli cogliere certamente un possibile modo di descrivere la realtà (lo stesso intravisto da Montale in una delle più belle poesie del novecento, quella del “male di vivere”), ma non senz’altro LA realtà delle cose.

Papik.f ha detto...

@Paniscus Perché non esistono opere d'arte o di pensiero elevate da animali, perché nella storia degli animali non c'è progresso sociale né tecnico, nella vita degli animali (che peraltro amo) non ci sono comportamenti che non siano dettati all'istinto, sia questo innato (genetica) o acquisito (etologia) o abbia un po' di entrambe le componenti. Naturalmente lei o chiunque altro può pensarla diversamente, ma io la mia motivazione l'ho (l'avevo già) data ed è questa.

VV ha detto...

Per dirla con Leopardi, amo gli animali e provo per loro la tenerezza che si prova per i neonati tutti compresi nella loro inconsapevole realtà dell'esistenza. Il mio vecchio gatto Ugo è antropomorfizzato non solo nel nome ma, come tutti gli altri gatti che hanno accompagnato la mia esistenza, nel mio rapportarmi quotidianamente, per celia o per convinzione, con lui, per esempio esternandogli le mie riflessioni che per sua fortuna lo lasciano indifferente. Il suo essere compreso nell'istinto e nella sua pacata, vecchia tranquillità meditativa dei suoi 17 anni, mi provoca un senso di serena tenerezza. Ma quanto è stato fortunato nell'essergli toccato in sorte di non doversi trovare da solo i modi per sopravvivere! Non è diventato selvatico e grazie al nostro affetto eccessivo è viziato a tal punto da condizionare, senza pietà, la nostra esistenza. E noi, bischeri, ci caschiamo sempre e abbandonando davanti a lui ogni nostro ricorso alla ragione, plachiamo la rabbia della nostra vita e forse vigliaccamente siamo accontentati dal suo comportamento tutto legato all'istinto, anche se addolcito da quello che ha assimilato da un contesto di persone, credo, perbene e miti. Il suo dipendere da noi ci conforta e ci fa sentire utili. Piangeremo quando se ne andrà, come abbiamo fatto con gli altri che l'hanno preceduto e come abbiamo fatto per le persone che abbiamo molto amato. Sarà stato un grande conforto averlo avuto tra noi, ci provocherà un grande dolore non averlo più intorno a noi. Così passa la vita e tra un gatto e l'altro, tra un problema e l'altro ci ricorderemo con piacere di quei nostri pochi momenti d'inconsapevole felicità. E in questo i gatti ci avranno dato una mano a spingerci ad essere stati inconsapevoli, come le pagine più belle del Pinocchio ci insegnano ancora e dalle quali, naturalmente occorre prendere le distanze. Ci mancherebbe altro. Serietà signori.

paniscus ha detto...

papik:

ma quello che mi chiedo io è COME si farebbe ad essere tanto sicuri a priori di "che cosa sia dettato dall'istinto" e che cosa invece sia dettato da altro...

...se si ammette dichiaratamente di prescindere del tutto da evidenze sperimentali etologiche e biologiche, e di basarsi solo su interpretazioni a sfondo filosofico?????

Voglio dire, c'è gente che da 50 anni si sbatte sul campo (letteralmente) a studiare quali siano le evidenze DI FATTO dei comportamenti sociali ed emotivi degli scimpanzé, dei bonobo, degli oranghi, e anche di altri animali apparentemente molto diversi, e che ha prodotto un corpus immenso di relazioni, descrizioni, riflessioni e prove.

Una cosa è dire "non me ne intendo, sono conscio di non sapere abbastanza, e quindi sospendo il giudizio".

Ma come cavolo si fa a dire "non me ne intendo, ma non me ne frega niente e decido ugualmente di far finta che quelle evidenze non esistano, tanto la mia idea irremovibile ce l'ho già"
?????

L.

paniscus ha detto...

Ah, aggiungo: chi cavolo l'ha detto, che "nella vita degli animali non c'è progresso sociale né tecnico"????

Tra le comunità di scimmie antropomorfe in libertà (e quindi PER NULLA condizionate dalla convivenza con gli umani o dall'imitazione dei comportamenti umani) sono state individuate decine o centinaia di comportamenti culturali diversi, che si tramandano fra individuo e individuo con apprendimento complesso e strutturato, e che sono appunto DIVERSE da un gruppo all'altro.

E non parlo solo di comportamenti sociali, ma proprio TECNICI: ovvero uso di strumenti materiali o di procedure ingegnose per ottenere risultati concreti, che vengono via via scoperti o inventati ex novo da individui diversi, e trasmessi ai loro simili con sequenze di apprendimento che possono essere anche lunghissime.

Cioè, magari una comunità di scimpanzé della regione X della Nigeria ha sviluppato una tecnica avanzatissima per rompere le noci martellandole con le pietre, mentre non ha idea di come utilizzare un bastone di legno come pertica per guadare un ruscello... mentre in un'altra comunità di scimpanzé della regione Y della Costa d'Avorio sono abilissimi a guadare i fiumi con le pertiche ma non sanno impugnare i sassi per rompere le noci.

Esattamente come una certa popolazione umana ha inventato la ruota ma non la scrittura, e un'altra ha inventato la scrittura ma non la ruota.

Poi, quando sono venute a contatto tra di loro, sono state capacissime di copiarsi l'una con l'altra e di scambiarsi gli esempi... ma questo, appunto, anche gli scimpanzé lo sanno fare!

Questa visione secondo cui l'uomo sarebbe l'unica creatura capace di un continuo progresso spontaneo giorno per giorno, mentre tutte le altre specie "agiscono solo per istinto" e rimangono sempre identiche a se stesse per milioni di anni finché non arriva l'uomo che le "addomestica" insegnando loro qualcosa di buono...

...è francamente patetica, alla luce delle conoscenze scientifiche che esistono oggi e che sono alla portata di chiunque voglia leggersi un libro divulgativo!!!!!

L.

paniscus ha detto...

VV scrive:

Ma quanto è stato fortunato nell'essergli toccato in sorte di non doversi trovare da solo i modi per sopravvivere!

Probabilmente tu fai il paragone istintivo tra il gatto che "ha avuto la fortuna" di essere ospitato affettuosamente in una casa di umani (e per di più di umani appartenenti a una civiltà benestante, industrializzata, colta, e dalla vita comoda)...

...rispetto al gatto randagio o semiselvatico costretto a vivere in condizioni di natura (che poi naturali non sarebbero affatto, visto che si tratterebbe comunque di un paesaggio e di un ambiente pesantemente condizionati dall'artificialità).

Perché non mi si venga a dire che il gatto selvatico in natura rischia di finire sotto una macchina, o di avvelenarsi bevendo l'acqua di fogna, perché in natura non esistono né le automobili né le fogne.

Se invece si vuole fare una differenza generale tra chi è vissuto in un ambiente in cui è data per scontata l'abbonzanza di risorse, e l'abitudine all'empatia e all'amichevolezza altrui, e chi invece è vissuto in un ambiente duro e impietoso in cui bisogna lottare tutti i giorni per sopravvivere in mezzo a mille pericoli e minacce senza nessun diritto garantito...

...beh, faccio presente che tale diferenza esiste anche tra gli umani, e non solo per i gatti.

Guarda che anche a noi, rispetto a miliardi di altri umani di popolazioni diverse dalla nostra e di storie diverse dalle nostre, è andata di lusso esattamente nello stesso modo.

saluti
Lisa

paniscus ha detto...

Ah, tengo a precisare che il gatto ce l'ho pure io, e GUAI a chi me lo mette in dubbio, eh! :- )

pippo ha detto...

Li sorci s0' mejo de li gatti
per me voi siete tutti matti
trattali come le persone:
so' gatti, nun fate confusione
li sorci so'ppiù vivi più gaiardi
e mo' ve lascio chesse fatto tardi

Papik.f ha detto...

Certamente vi sono animali che riescono a risolvere, ad esempio, problemi costruttivi anche complessi. Ma non mi risulta che siano mai riusciti a tramandarsi la risoluzione da un individuo all'altro migliorandola progressivamente tra diverse generazioni.
L'osservazione, ad esempio, dei resti di un'abitazione umana del Pleistocene e il suo paragone con una attuale fanno percepire un livello di differenza che non mi sembra riscontrabile nelle tane dei primati(se preferisce, degli altri primati), sia pur dei più evoluti. Noi non ci stiamo scambiando opinioni sul web dei gatti né su quello degli oranghi, ma su quello degli uomini.
Dico questo non perché l'evoluzione tecnologica importi in sé, ma perché attesta un livello di elaborazione del pensiero e la possibilità di trasmettere l'esperienza e l'informazione da un individuo all'altro e da una generazione all'altra, progressivamente accrescendola, attraverso l'uso di linguaggi simbolici.
A me sembra indiscutibile che questa capacità, come pure altre caratteristiche quali il seppellimento e il culto dei morti, o l'espressione poetica e artistica, segnino una evidente e netta discontinuità rispetto agli altri esseri viventi, che pur certamente non sono uguali tra loro, poiché è innegabile che vi sia una notevole differenza tra un bonobo e una medusa (per andare agli estremi). Una differenza che però non pone il primo sul piano ontologico di un essere umano.

Ludovica ha detto...

Ahinoi! Nella nostra bella discussione sui canoni letterari ( e di alcune opere famosissime e popolari) ci siamo dimenticati di parlare delle opere di scrittrici, poetesse e scienziate italiane. Si parla sempre di uomini e mai di donne?
Faccio presente l'importanza, nel canone scientifico, di scienziate come Rita Levi Montalcini e Margherita Hack.
per il canone letterario
Poetesse come la grande Alda Merini, Amelia Rosselli, Margherita Guidacci, Fernarda Romagnoli, Antonia Pozzi, Giovanna Bemporad, etc, etc.
Scrittrici come Ada Negri, Grazia Deledda, Matilde Serao, e anche qui etc, etc.

Scrittrici italiane
http://www.maldura.unipd.it/italianistica/ALI/principale.html


Poetesse italiane

http://27esimaora.corriere.it/articolo/poetesse-amate-poetesse-dimenticate/

Ludovica ha detto...

Un buon primo maggio a tutti!

Anzi! Una buona festa di disoccupazione per tutti quanti!
E un augurio a tutti gli uomini politici, lobbisti, affiliati a presto ad onorare per se stessi ogni giorno tale festa 365 giorni all'anno.

Si dovrebbe iniziare un nuovo canone letterario politico in cui spiegare:
- cosa è il reddito di cittadinanza proposto dal M5s (non presente solo in Italia e in Grecia) ossia un assegno di disoccupazione per ogni cittadino/a italiano/a disoccupato/a in attesa di occupazione. Tale assegno va dato riorganizzando gli uffici di collocamento e annullato solo dopo tre proposte di lavoro rifiutate.

Dove trovare le risorse? Monti, Letta e l'attuale non hanno avuto problemi a mantenere stipendi e pensioni d'oro per gli alti papaveri e ancora vi sono manager con otto incarichi e relative remunerazoni. Non hanno avuto problemi a trovare 35 miliardi per gli f35, i sette miliardi per la rivalutazione della Banca d'Italia, i 95 miliardi per non fare pagare l'evasione fiscale ai patron delle slot machine.
Non si vuole parlare di seria lotta all'evasione fiscale e alle mafie con l'incrocio dei dati finanziari e di possesso italiano ed estero.

Vuol dire che al limite, si annullano tutti i bei miliardi sopra inutili e li si dà per il reddito di cittadinanza e per la costruzione di scuole, strate, e per tutti i servizi pubblici.

- come partiti politici con i loro orpello di lobbisti, faccendieri e affiliati hanno prodotto, con la loro costante politica di corruzione e di vicinanza alla criminalità, l'impoverimento dello stato italiano, dei cittadini italiani e come si sono venduti ( e vogliono ancora vendere)alle lobby e multinazionali estere il patrimonio museale, culturale, delle spiagge e del demanio pubblico italiano spacciandolo per cosa posizitiva e lasciando intonsi i loro corrtti privilegi di casta e di lobby.

- cosa deve fare il cittadino/a italiano/a per non farsi menare per il naso, rimbambire, impoverire e portare al macello.

Ludovica ha detto...

Sempre a riguardo il canone letterario è da indicare per quello religioso la profezia di Teresa Newman a proposito del "tempo di caino" che va dal 1999 al 2017.

http://www.escatologia.biz/baschera_tneumann01.htm

http://www.youtube.com/watch?v=8xQEnMv4nxI

VV ha detto...

Ho una bestiola, una gatta: il suo nome è Minna.

Ciò ch’io le metto nel piatto, essa mangia,
e ciò che le metto nella scodella, beve.

Sulle ginocchia mi viene, mi guarda, e poi dorme,
tale che mi dimentico d’averla. Ma se poi,
memore, a nome la chiamo, nel sonno un orecchio
le trema: ombrato dal suo nome è il suo sonno.

Gioie per dire, e grazie, una chitarretta essa ha:
se la testina le gratto, o il collo, dolce suona.

Se penso a quanto di secoli e cose noi due divide,
spaùro. Per me spaùro: ch’essa di ciò nulla sa.
Ma se la vedo con un filo scherzare, se miro
l’iridi sue celesti, l’allegria mi riprende.

I giorni di festa, che gli uomini tutti fan festa,
di lei pietà mi viene, che non distingue i giorni.
Perché celebri anch’essa, a pranzo le do un pesciolino;
né la causa essa intende: pur beata lo mangia.

Il cielo, per armarla, unghie le ha dato, e denti:
ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra.
Pietà mi viene al pensiero che, se pur la uccidessi,
processo io non ne avrei, né inferno, né prigione.

Tanto mi bacia, a volte, che d’esserle cara io m’illudo,
ma so che un’altra padrona, o me, per lei fa uguale.
Mi segue, sì da illudermi che tutto io sia per lei,
ma so che la mia morte non potrebbe sfiorarla.
Elsa Morante

Ludovica ha detto...

Che bella poesia, caro prof Vagnoli!
Sa, anche io sono una accanita adoratrice di gatti.
A proposito. Per adesso nel mio giardino vi è un adorabile drappello di sei gattini con annessi fratellone, sorella di un anno insieme alla gatta mamma regina.

Ludovica ha detto...

E allora, sempre della nostra poetessa Elsa Morante, aggiungiamo il

"Canto per il gatto Alvaro"

Fra le mie braccia è il tuo nido,
o pigro, o focoso genio, o lucente,
o mio futile! Mezzogiorni e tenebre
son tue magioni, e ti trasformi
di colomba in gufo, e dalle tombe
voli alle regioni dei fumi.
Quando ogni luce è spenta, accendi al nero
le tue pupille, o doppiero
del mio dormiveglia, e s’incrina
la tregua solenne, ardono effimere
mille torce, tigri infantili
s’inseguono nei dolci deliri.
Poi riposi le fatue lampade
che saranno al mattino il vanto
del mio davanzale, il fior gemello
occhibello. E t’ero uguale!
Uguale! Ricordi, tu,
arrogante mestizia? Di foglie
tetro e sfolgorante, un giardino
abitammo insieme, fra il popolo
barbaro del Paradiso. Fu per me l’esilio,
ma la camera tua là rimane,
e nella mia terrestre fugace passi
giocante pellegrino. Perché mi concedi
il tuo favore, o selvaggio?

Mentre i tuoi pari, gli animali celesti
gustan le folli indolenze, le antelucane feste
di guerre e cacce senza cuori, perché
tu qui con me? Perenne, tu, libero, ingenuo,
e io tre cose ho in sorte:
prigione peccato e morte.
Fra lune e soli, fra lucenti spini, erbe e chimere
saltano le immortali giovani fiere,
i galanti fratelli dai bei nomi: Ricciuto,
Atropo, Viola, Fior di Passione, Palomba,
nel fastoso uragano del primo giorno…
E tu? Per amor mio?

Non mi rispondi? Le confidenze invidiate
imprigioni tu, come spada di Damasco le storie d’oro
in velluto zebrato. Segreti di fiere
non si dicono a donne. Chiudi gli occhi e cantami
lusinghe lusinghe coi tuoi sospiri ronzanti,
ape mia, fila i tuoi mieli.
Si ripiega la memoria ombrosa
d’ogni domanda io voglio riposarmi.
L’allegria d’averti amico
basta al cuore. E di mie fole e stragi
coi tuoi baci, coi tuoi dolci lamenti,
tu mi consoli,
o gatto mio!

Papik.f ha detto...

Anche io ho un anziano gatto "ufficiale" più una gattina ex randagia che si è accasata nel piccolo giardino e ha fatto tre cuccioli, fatti sterilizzare e tenuti da noi, anche se si verificano saltuari scontri col gattone di casa. Ho avuto anche diversi cani in passato (che hanno sempre convissuto felicemente coi gatti), ma un cane richiede troppo tempo e troppo impegno, ci ho rinunciato.

GR ha detto...

Visto che la discussione ha preso questa morbida piega, mi permetto di proporvi un sonetto di Roberto Piumini dalla raccolta L'amore in forma chiusa:

Sonetto nuovo, fa come un gatto:
saltale in grembo molto dolcemente,
così garbato che non senta niente,
tanto leggero che non senta affatto.

Non la svegliare con male di graffi
o il caldo e vellutoso strofinìo,
o qualche piagnistoso miagolìo:
neppure col solletico dei baffi.

Sfiora soltanto con la tua presenza
la calma del suo corpo sognatore:
levale solo il sogno dell'assenza.

Appoggiati, poesia, quieta bestiola,
alla sua mente avvolta nel sopore:
levale solo il sogno di esser sola.

Livio ha detto...

Mi unisco



LA TUA GATTINA È DIVENTATA MAGRA.
ALTRO MALE NON È IL SUO CHE D’AMORE:
MALE CHE ALLE TUE CURE LA CONSACRA.

NON PROVI UN’ACCORATA TENEREZZA?
NON LA SENTI VIBRARE COME UN CUORE
SOTTO ALLA TUA CAREZZA?
AI MIEI OCCHI È PERFETTA
COME TE QUESTA TUA SELVAGGIA GATTA,
MA COME TE RAGAZZA
E INNAMORATA, CHE SEMPRE CERCAVI,
CHE SENZA PACE QUA E LÀ T’AGGIRAVI,
CHE TUTTI DICEVANO: <>.

È COME TE RAGAZZA.

Umberto Saba

GR ha detto...

Bella, ma al penultimo verso manca "E' pazza".

paniscus ha detto...

per papik:

A me sembra indiscutibile che questa capacità, come pure altre caratteristiche quali il seppellimento e il culto dei morti, o l'espressione poetica e artistica, segnino una evidente e netta discontinuità rispetto agli altri esseri viventi, che pur certamente non sono uguali tra loro, poiché è innegabile che vi sia una notevole differenza tra un bonobo e una medusa (per andare agli estremi). Una differenza che però non pone il primo sul piano ontologico di un essere umano.

--------------

Ma io non metto in dubbio gli evidenti "maggiori successi" conseguiti dalla specie umana in un'infinita varietà di attività concrete.

Quello che non capisco è perché mai questo dovrebbe essere la prova di un "salto ontologico", diverso da quello che potrebbe aver contraddistinto ALTRI passi dell'evoluzione biologica altrettanto importanti.

(anzi, francamente è proprio la definizione stessa di "salto ontologico" che non è affatto chiara, indipendentemente da dove situarlo)

Voglio dire, per quale motivo il presunto "salto ontologico" tra un umano e un bonobo dovrebbe essere tanto più profondo e tanto più radicale rispetto al "salto ontologico" che avvenne quando, dopo un gruppo di esseri viventi uscì dall'acqua ed escogitò delle strategie per viverse sulla terraferma, oppure a quell'altro che avvenne quando un altro sottogruppo smise di deporre le uova e "inventò" la riproduzione di tipo mammifero, con tutto ciò che ne consegue in termini di cure familiari e di attaccamento?

Invece no, pare che l'unico "salto" importante sia quello tra l'uomo e TUTTO il resto degli animali...

L.

Ludovica ha detto...

Quasi quasi mi sto dispiacendo di lasciare la cosiddetta "piega morbida" (gattesca) del thread per andare a sorvolare sull'argomento-ginepraio dell'ontologico che arrovella paniscus.

@Paniscus.
chiedo scusa se mi intrometto nel discorso fra lei e Papik.f.

Riassumendo, per quello che è nelle mie conoscenze, le spiegazioni attuali (direi "universali" fra gli studiosi o presunti tali) per il cosiddetto salto ontologico (sia per umani che per animali) possono essere collocate:
- nella sfera "creazionistica"
- nella sfera "darwinista"
- nella sfera "ufologica"

Io propendo, sinceramente e a mio malincuore, più per la terza da quando ho avuto modo di approfondire da autodidatta questa tematica.
Non per nulla ho parlato di Sitchin e del suo saggio più famoso qual è "Quando i giganti abitavano la terra". Ma queste sono mie opinioni a cui do lo stesso peso di quelli che hanno altre posizioni.

Cercando in rete ho trovato nel sito dell' UAAR un articolo che parla "dell'ontologico salto umano (o animale)" mettendo in evidenza le due posizioni tradizionali "creazionismo" e "darwinismo".

http://www.uaar.it/uaar/ateo/archivio/2008_1_art2.html

Sicuramente avrò fatto la scoperta dell'acqua calda, ma se serve...

Prof. Vagnoli, qui siamo nell'ambito del canone letterario-scientifico-filosofico! Non è vero?
Non si è fuori tema, spero.

Mi si tolga una curiosità: 69 o 70 interventi in un thread di questo blog sono un record oppure no?

Buona domenica.

GR ha detto...

La discussione sulla discontinuità o meno tra gli altri primati e l'uomo per me è relativamente interessante e comunque lascio la parola agli scienziati, anche se francamente mi basta guardarmi intorno e volgermi all'indietro (storia) per capire l'enormità del salto tra scimmie antropomorfe e homo sapiens. Più interessante è riflettere sull'humus emotivo-filosofico della disputa. Per esempio, tendere a ridurre al minimo la distanza tra uomo e animali (che possiamo anche vedere come una reincarnazione del proletariato sottoposto a sfruttamento)è una forma di risarcimento rispetto a un passato di indiscussa sottomissione o nasce piuttosto dalle penose condizioni in cui vengono spesso allevati molti animali? E questa nuova sensibilità è più dovuta alla diffusione degli studi etologici o all'umanizzazione delle bestiole a opera di Walt Disney?

pippo ha detto...

GR ha ragione. Walt Disney ha fatto dei danni bestiali agli animali

VV ha detto...

Ludovica non si preoccupi, le nostre discussioni ci conducono verso un'idea di canone ben più vasta rispetto a quella che per troppo tempo lo voleva rigidamente relegato all'interno della sfera letteraria. E all'interno del dibattito sul canone lo siamo rimasti anche parlando dei gatti e scambiandoci testi poetici a loro dedicati, applicando così la teoria auspicata nel mio post: quella, cioè, che pur non facendo a meno dei punti di riferimento imprenscindibili in campo artistico ( sono convinto che tutti noi volutamente abbiamo dato per scontato che era inutile citare Baudelaire)siamo tuttavia animati dalla volontà di non rimanere ingabbiati dal capolavoro, dall'opera conosciuta, dall'opera antologizzata. Costruire un canone, allo stesso modo dell'insegnare, significa scambio di idee, voglia di ricercare opere e autori in grado di toccare la corda giusta, sia del sentimento che della riflessione, e magari farci illudere che, al pari della Gattina della Morante, quell'opera sia stata scritta per noi.
Buona domenica

paniscus ha detto...

"The Naming of Cats is a difficult matter,
It isn't just one of your holiday games;
You may think at first I'm as mad as a hatter
When I tell you, a cat must have THREE DIFFERENT NAMES.

First of all, there's the name that the family use daily,
Such as Peter, Augustus, Alonzo or James,
Such as Victor or Jonathan, George or Bill Bailey--
All of them sensible everyday names.

There are fancier names if you think they sound sweeter,
Some for the gentlemen, some for the dames:
Such as Plato, Admetus, Electra, Demeter--
But all of them sensible everyday names.

But I tell you, a cat needs a name that's particular,
A name that's peculiar, and more dignified,
Else how can he keep up his tail perpendicular,
Or spread out his whiskers, or cherish his pride?

Of names of this kind, I can give you a quorum,
Such as Munkustrap, Quaxo, or Coricopat,
Such as Bombalurina, or else Jellylorum-
Names that never belong to more than one cat.

But above and beyond there's still one name left over,
And that is the name that you never will guess;
The name that no human research can discover--
But THE CAT HIMSELF KNOWS, and will never confess.

When you notice a cat in profound meditation,
The reason, I tell you, is always the same:
His mind is engaged in a rapt contemplation
Of the thought, of the thought, of the thought of his name:

His ineffable effable

effanineffable

deep and inscrutable singular NAME. "

T. S. Eliot

Anonimo ha detto...

Di T.S.Eliot

The Naming of Cats

Il nome dei gatti è una questione difficile,
Non è solo uno dei vostri giochi di vacanza;
Si potrebbe pensare in un primo momento io sono matto come un cappellaio
Quando vi dico, un gatto deve avere TRE NOMI DIVERSI.
Prima di tutto, c'è il nome che la famiglia usa ogni giorno,
Come Pietro, Augusto, Alonzo o Giacomo,
Come Vittorio o Gionata, Giorgio o Bill Bailey -
Tutti i nomi di tutti i giorni sensati.
Ci sono nomi fantasiosi se si pensa che il suono più dolce,
Alcuni per i signori, altri per le dame:
Come Platone, Admeto, Elettra, Demetra -
Ma tutti i nomi di tutti i giorni sensati.
Ma io vi dico che un gatto ha bisogno di un nome che è particolare,
Un nome che è peculiare, e più dignitoso,
Altrimenti come può mantenere la coda perpendicolare,
Oppure stendere i baffi, o sentirsi orgoglioso?
Di nomi di questo genere, posso darvi un quorum,
Come Munkustrap, Quaxo, o Coricopat,
Come Bombalurina, o Jellylorum-
Nomi che non appartengono a più di un gatto.
Ma al di sopra e al di là c'è ancora un nome rimasto,
E questo è il nome che non lo farà mai indovinare;
Il nome che nessuna ricerca umana può scoprire -
Ma il gatto conosce se stesso, e non potrà mai confessare.
Quando vedete un gatto in profonda meditazione,
La ragione, io vi dico, è sempre la stessa:
La sua mente è impegnata in una contemplazione estatica
Del pensiero, del pensiero, del pensiero del suo nome:
Il suo effabile ineffabile
Effanineffable
Profonda e imperscrutabile nome singolare.

Unknown ha detto...

Un'altra lettura fondamentale per ragazzini, da fare in classe e a casa: Il giornalino di Gian Burrasca. Scritto in eccellente toscano, demistifica in modo irriverente le ipocrisie degli adulti e offre una prospettiva storica di confronto tra infanzia di cento anni fa e infanzia attuale.

ludovica ha detto...

Giamburrasca? Già fatto. Non lo consiglio neanche alle scuole medie, figuriamoci alle elementari. Imitano a più non posso a casa e a scuola
E un'istigazione a comportarsi male, dalla maleducazione, all'invadenza a fare scherzi cattivi

Raffaella ha detto...

siamo sicuri che un po' di Cuore di De Amicis non faccia male? Che ne dice Vagnoli?