giovedì 23 novembre 2017

IL DECLINO DELL’ITALIANO NEL PAESE DEI CONDONI

(Pubblicato sulla rivista Il governo delle idee, settembre-ottobre 2017)
Nel febbraio scorso la lettera aperta di oltre seicento docenti universitari che denunciava le carenze in italiano dei loro studenti suscitò consensi, ma anche reazioni negative solo in minima parte attente a quello che effettivamente diceva il testo. Fra i critici, soprattutto i linguisti sembrarono vivere l’iniziativa come un’invasione di campo – benché fossero numerosi i loro colleghi tra i firmatari, di cui otto accademici della Crusca – e alcuni chiesero su quali dati scientifici si basasse quell’allarme; quasi che le numerose notizie di stampa succedutesi negli anni precedenti sul semi-analfabetismo di molte matricole non fossero un motivo sufficiente per porre il problema; e come se il numero stesso dei sottoscrittori non fosse di per sé una prova di quanto grave sia la situazione. Altri, inforcando gli occhiali dell’ideologia, parlarono di nostalgia della scuola classista del passato, un’accusa basata soltanto sulla richiesta di regolari verifiche degli apprendimenti linguistici, comprendenti tra l’altro dettato, analisi grammaticale e chiarezza della scrittura corsiva (anche ultimamente rivalutata in quanto utile allo sviluppo cognitivo). Altri ancora, scambiando l’appello per un manifesto didattico, denunciarono l’assenza di questa o quella metodologia. Molti infine vi hanno visto un puro e semplice atto di accusa contro la scuola primaria, solo perché si sottolinea che al termine della scuola media dovrebbe essere raggiunta una sufficiente padronanza della lingua – come del resto prescrivono le indicazioni nazionali. Il che non implica affatto che non si debba continuare a lavorare anche in seguito sulle competenze linguistiche.
In realtà, se si legge la lettera “dei 600” sine ira et studio, dovrebbe saltare agli occhi che l’obbiettivo di carattere generale è la necessità di “una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti oltre che più efficace nella didattica”; che quello più specifico che riguarda l’italiano è “il raggiungimento, al termine del primo ciclo, di un sufficiente possesso degli strumenti linguistici di base da parte della grande maggioranza degli studenti; e che la strada da percorrere in concreto dovrebbe prevedere anche “l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo”. A differenza di quanto si fa con i test Invalsi, che si propongono (o pretendono) di valutare competenze complesse, si tratterebbe di accertare solo conoscenze e abilità assolutamente imprescindibili a un certo livello del percorso scolastico. D’altra parte, se le stesse indicazioni nazionali per l’italiano stabiliscono alcuni traguardi “ineludibili” e “prescrittivi” già per la fine della scuola primaria, tra cui quello di saper scrivere “testi corretti nell’ortografia, chiari e coerenti”, cosa c’è di più logico e anzi doveroso di una verifica? E il carattere “nazionale” di queste verifiche, che sarebbero cioè le stesse – a ciascun livello – per tutte le scuole italiane, è indispensabile se si vogliono confrontare e valutare i risultati degli sforzi fatti per migliorare la situazione. Inoltre costituiscono un incentivo per un maggiore impegno di tutti.
Eppure è proprio qui che casca l’asino. La scuola italiana manifesta da decenni una palese insofferenza per la cultura del controllo (serio) dei risultati. Di qui l’abolizione degli esami nella scuola elementare (ce n’erano due) e al termine del biennio ginnasiale; di qui la ripetuta semplificazione di quelli che rimangono solo perché prescritti dalla Costituzione; di qui non di rado la vera e propria falsificazione delle valutazioni negli scrutini di fine anno all’ombra del “voto di consiglio”, in cui miracolosamente i quattro si trasformano in sei in barba a quanto risulta dai registri. Eppure una scuola rigorosa (che alla fine può bocciare di meno perché sollecita di più l’impegno degli studenti) è nell’interesse prima di tutto dei ragazzi che partono svantaggiati dal contesto familiare.
C’è poi da aggiungere, a proposito di valutazione dei risultati, la latitanza del ministero rispetto a una minoranza di docenti, la cui grave inadeguatezza sul piano delle capacità o della correttezza professionale può continuare per anni a rovinare indisturbata intere classi oltre che il prestigio della categoria.
Infine, sulla diffusa pratica del copiare durante gli scritti degli esami di Stato, moltiplicatasi con l’avvento di internet, le istituzioni tacciono ostinatamente. Mai si è sentito un ammonimento da parte del ministro di turno, mai si è provveduto a serie forme di prevenzione nonostante le ripetute campagne del Gruppo di Firenze e dell’Associazione Nazionale Presidi; e mai naturalmente si è saputo di provvedimenti disciplinari a carico di quei colleghi che ritengono giusto “aiutare” i candidati non solo chiudendo un occhio o due, ma a volte fornendo loro stessi traduzioni e soluzioni di problemi.
Potremmo continuare, ma il contesto è ormai chiaro: il paese dei condoni edilizi e fiscali è anche quello dei condoni scolastici e educativi, in cui merito e responsabilità vengono di regola snobbati o penalizzati, benché in realtà assicurino (anche se con crescente fatica) la tenuta complessiva del sistema, scolastico o sociale che sia.
Ecco quindi perché non stupisce che la proposta centrale dell’appello sulla crisi dell’italiano, quella delle verifiche periodiche, non sia stata accolta – almeno per il momento – dal governo della scuola. Va naturalmente riconosciuta la cortesia istituzionale che ha spinto la ministra Fedeli a ricevere i promotori dell’iniziativa, dedicando loro un incontro non frettoloso. Facendo però capire che si stanno battendo altre strade per affrontare il problema, peraltro in vario modo ridimensionato dai dirigenti ministeriali presenti*. Non sarà quindi facile vincere le resistenze alla cultura della verifica, ma neppure far dimenticare una denuncia che ha messo il dito in una piaga aperta della scuola italiana.
Giorgio Ragazzini

* Successivamente alla pubblicazione di questo articolo sul "Governo delle idee", la Ministra ha chiesto al noto linguista Luca Serianni di presiedere una commissione incaricata di studiare il problema posto dai docenti universitari. Si dovrebbe occupare, a quanto ha detto Valeria Fedeli, di rivedere le indicazioni nazionali del primo ciclo di studi, che, secondo un'altra proposta contenuta nell'appello, dovrebbero essere rese più essenziali. Ma non risulta che si intenda andare anche verso un sistema strutturato di verifiche nazionali dei risultati.

12 commenti:

Busiride ha detto...

Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur.

Vishnu ha detto...

Molti insegnanti di lettere fanno scrivere poco, fanno leggere pochi classici e non correggono la punteggiatura. V

Vishnu ha detto...

Inoltre da quando c'è la buona scuola i ds impongono ai docenti di dare pochi compiti e molti docenti si adeguano. I ragazzini sono abbandonati a se stessi. V

Anonimo ha detto...

Ogni riforma ha segnato un abbassamento di livello (e nel resto d'Europa non è andata meglio, anzi ...).
Ma considerate la responsabilità dei professori universitari di Lettere: dopo il '68 hanno messo in cattedra allievi mediocri, impregnati di decostruzionismo, modernità, complessi di colpa, autorazzismo. Hanno fatto credere agli studenti che i nostri grandi erano vecchiume, il Secondo Novecento meglio di tutto il resto, le letterature straniere (lette ovviamente in traduzione) meglio di quelle italiane; la lingua dei giornali meglio di quella letteraria ...
E poi l'era tecnologica etc. etc.
Oggi un laureato in Lettere Moderne (che sempre più spesso non sa neppure il latino, ma ne acquisisce i crediti con esami-burla)fa una tesi triennale in archeologia cinese e una tesi specialistica sull'uso della LIM per dislessici. Insomma, non ha mai svolto un lavoro storico-critico sulla sua lingua. Spesso non sa la punteggiatura e se ne vanta; spessissimo il docente non lo corregge perché non ne ha voglia; in seduta di tesi si leggono e sentono svarioni di italiano ma il relatore fa finta di niente e assegna la lode senza discuterne con la commissione.
Che professori credete che escano da un sistema siffatto???
RR
ps: tutti gli esempi citati sono rigorosamente reali.

L.Guerrini ha detto...

Condivido in toto tutto quanto il contenuto dell'articolo. In generale stanno emergendo ormai con chiarezza i danni prodotti da una politica scolastica demagogica che dura ormai da almeno 30 anni e gli studenti ne sono le prime vittime, purtroppo quasi sempre inconsapevoli

paniscus ha detto...

per RR:

penso che la tua ricostruzione di ciò che è accaduto nelle facoltà di Lettere negli ultimi decenni, per quanto esageratamente sarcastica, sia sostanzialmente vera.

Quello che non mi torna è perché mai l'unica categoria dei laureati in lettere, che poi sono andati a insegnare italiano, latino, storia e altre materie umanistiche, avrebbe dovuto, da sola, essere così onnipotente da piegare ai propri criteri tutta l'impostazione della scuola contemporanea.

Perché ti assicuro che nelle facoltà scientifiche, qualunque cosa si possa pensare del famigerato sessantotto, non è andata così. Fino a una quindicina di anni fa, per laurearsi in matematica o in fisica si sputava sangue, e soprattutto c'era pochissima libertà di scelta nei piani di studio e si doveva superare una base tostissima di esami generali obbligatori per tutti.

Il fenomeno descritto e deplorato sopra riguardo alle facoltà umanistiche (ossia il tizio che si laurea in lettere senza aver mai fatto nemmeno un esame di latino perché l'ha sostituito con quello di sociologia dello sport o di tecniche della comunicazione creativa), nelle facoltà scientifiche non è mai esistito. Non è mai esistito che ci si potesse laureare in matematica senza aver mai fatto nemmeno un esame di geometria "perché tanto io voglio occuparmi solo di calcolo delle probabilità", o viceversa. E non esisteva che ci si potesse laureare in scienze naturali senza aver fatto nemmeno un esame di zoologia, "perché tanto io voglio occuparmi solo di fiori".

Poi il crollo del livello è avvenuto comunque, a causa delle riforme più recenti, quelle dell'università-azienda e delle lauree veloci da garantire a tutti... ma non certo per ragioni legate all'ideologia dei docenti, che anzi hanno fatto di tutto per contrastare questo andazzo. E comunque, parecchi decenni dopo rispetto ai fatti che descrivi tu.

I laureati in matematica, in fisica, in chimica, in biologia, in ingegneria, compresi quelli che adesso insegnano a scuola, si sono formati in un mondo accademico completamente diverso da quello che descrivi tu (almeno quelli che adesso hanno dai 35-40 anni in su), e sono sempre stati abituati a un altro modo di lavorare. Posso assicurare che in tali corsi il decostruzionismo e il relativismo postmoderno non ci sono mai entrati, di trippa per gatti ne hanno sempre trovata pochissima!

Per cui: ammettendo pure che sia vero, che nelle facoltà di Lettere sia andata come dici tu, come si spiega che l'intero mondo della scuola attuale sia stato influenzato quasi integralmente solo dalla componente umanistica del corpo docente e/o dirigente? L'influenza degli insegnanti di materie scientifiche è zero?

saluti

Anonimo ha detto...

Gentile Paniscus,
grazie per la risposta.
In realtà mi riferivo alla componente umanistica del sapere, quella scientifica mi sembra messa meglio e oggi, in genere, attrae gli studenti migliori (anche su spinta delle famiglie). Sul latino: la maggior parte degli studenti non lo sa e la loro pressione numerica induce, piuttosto che insegnarglielo, a far passare l'esame che pure è richiesto.
Il degrado dell'istruzione umanistica è una realtà molto concreta, frutto di due guerre di sterminio, di due totalitarismi e del trionfo delle ideologie tecnocratiche e di una classe intellettuale veramente succube e corrotta, convintasi forse di essere inutile.
Nella quale, tra l'altro, comprendo il nostro Serianni, che ha proposto di abolire lo studio della quarta e quinta declinazione per facilitare lo studio del latino, con il compare Maurizio Bettini, che addirittura propone di non tradurre dalle lingue classiche!
Ora, nessun matematico mai, credo, proporrebbe di studiare la matematica abolendo i calcoli e le operazioni: tutti lo prenderebbero per un idiota e sarebbe oggetto di ludibrio. Invece, a quanto pare, l'umanista autodistruttivo passa pure per guru del sapere e riceve i salamelecchi del Ministero.
Questo per dare un'idea della follia a cui siamo arrivati.
Ciò detto, la scuola italiana mi sembra ancora ben impostata ed è tempo di ricostruire qualcosa grazie alle persone che credono profondamente nei valori storico-letterari da tramandare alle generazioni future.
Non sarà con il ministero ma nonostante il ministero e nonostante Bruxelles, che ormai dirige l'istruzione indirizzando massicciamente gli obiettivi verso 'inclusione' e 'innovazione', ovvero in direzione di uno smantellamento del sapere tradizionale.
Secondo me è il momento di tenere duro e remare contro.
RR
RR

Busiride ha detto...

Non direi proprio che i docenti "hanno fatto di tutto per contrastare questo andazzo". Anzi. Quando fu introdotta la riforma Berlinguer-Zecchino del 3+2, nel 1999, nessuno fiatò ufficialmente. Molti brontolamenti e molti mugugni in privato, "3+2=0" sussurrato tra colleghi, ma non un giorno di sciopero, non una manifestazione, nulla. Perché la riforma veniva da un governo politicamente amico, e quindi non bisognava disturbare il manovratore. Qualche anno dopo, ai tempi del ministro Moratti, per piccole riforme molto, ma molto meno invasive, si ebbero settimane e settimane di blocco delle lezioni, con annesse intimidazioni da parte degli "strutturati" a quei contrattisti che volevano continuare a far lezione. Tutte cose vissute personalmente.

paniscus ha detto...

"Nella quale, tra l'altro, comprendo il nostro Serianni, che ha proposto di abolire lo studio della quarta e quinta declinazione per facilitare lo studio del latino, "
----------------

Questa mi mancava. Ma è vera o è uno scherzo?

E come si farebbe a togliere dal latino qualsiasi termine appartenente alla quarta e quinta declinazione, visto che lo studio del latino include inevitabilmente una buona parte di comprensione e analisi di brani classici originali, in cui quelle parole compaiono spontaneamnete, mescolate insieme alle altre?

Si mettono gli "omissis" sulle righe dei brani classici?

Oppure si abolisce del tutto anche la lettura di brani classici, e si fa il latino solo su testi artificiali contemporanei, costruiti apposta da docenti e redattori di oggi, censurando qualsiasi contatto con la letteratura latina vera, o selezionando scrupolosamente soltanto brani che non contengano alcuna delle parole incriminate?

Mi pare un giochino di enigmistica -anzi, di ludolinguistica- che va sotto il nome di "lipogramma" (tipo: riscrivere il testo di una canzone o la trama di un romanzo senza mai usare una certa lettera dell'alfabeto), ma almeno quello fa ridere.

Busiride ha detto...

In Austria fanno esattamente così. Sono disciplinati per legge persino i vocaboli da sapere, e agli esami i testi da tradurre sono manipolati in modo che non contengano nulla di non precedentemente conosciuto. Loro sono avanti col programma, ma prima o poi ci arriveremo anche noi.

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