È con vero dispiacere che ci troviamo a scrivere in
morte di Sebastiano Vassalli, uno tra i più importanti narratori italiani, ma
anche intellettuale che ha condiviso diverse nostre iniziative.
Tra cui la lettera aperta del 2008 Scuola:
un partito trasversale del merito e della responsabilità e, l’anno scorso,
l’appello Ridateci il silenzio. Contro la
distruzione della quiete pubblica. Ci
ha anche accomunato la critica a Don Milani e alla pedagogia del priore di
Barbiana, che è diventata alla fine, suo malgrado, una sorta di pedagogia di
Stato. Alla storia e al presente della nostra società Vassalli prestava una
attenzione costante in ogni sua opera e in ogni suo intervento sulle più
prestigiose testate giornalistiche nazionali. Mai accondiscendente nei
confronti delle idee correnti, fu sempre vicino a coloro che dalle
idee correnti erano stati schiacciati; fossero questi l'Antonia della Chimera o il Campana de La notte della cometa.
martedì 28 luglio 2015
mercoledì 1 luglio 2015
MA L’INCARICO DATO DAI PRESIDI PUÒ MIGLIORARE LA SCUOLA?
Facciamo
per un momento l’ipotesi che nessun preside nel “chiamare” i nuovi insegnanti
si faccia influenzare da conoscenze, raccomandazioni o pressioni e li scelga
con rigorosa imparzialità nell’esclusivo interesse della scuola. Ammettiamo,
senza concederlo, che sia agevole valutare le qualità dei candidati dalla
lettura dei curricoli e da un colloquio. In altre parole: depuriamo la questione
della chiamata dalle più comuni obbiezioni e limitiamoci a chiederci se
l’innovazione in sé e per sé può essere utile a elevare la qualità media
dell’insegnamento. Ebbene, dato che tutti
i docenti iscritti nelle liste territoriali dovranno trovare una
collocazione, chiamati o sistemati d’ufficio che siano, è evidente che avremo
soltanto un diverso modo di distribuirli fra le scuole. A sentire invece certe aspettative, sembra quasi che così si possa ottenere la moltiplicazione degli insegnanti bravi. La cosiddetta chiamata
diretta potrebbe essere efficace in senso qualitativo in un sistema che alla
fine lasci fuori chi non è stato scelto, in cui ci sia cioè un libero mercato
professionale in cui far valere competenze dimostrabili, la credibilità dei
titoli di studio, le referenze che si è in grado di produrre. Una cosa del
genere non è pensabile in Italia, per la particolare tutela conferita alla
libertà di insegnamento, in qualche modo paragonabile a quella dell’indipendenza
dei magistrati; un sistema che può diventare più flessibile, ma non essere
abbandonato.
Pare
proprio che in genere i legislatori non sappiano valutare realisticamente gli
effetti concreti dei provvedimenti e si lascino invece abbagliare dalle parole
d’ordine alla moda. Un altro caso esemplare è il tormentone sul “premio ai
migliori” come presunta leva per migliorare la scuola, che dovrebbe trovare
attuazione con questa legge. Abbiamo invece più volte fatto notare che i
docenti molto bravi continuerebbero a lavorare bene anche senza aumenti
retributivi, mentre dove questa pratica esiste ha creato scontento e tensioni
all’interno delle scuole. E ci vuole ben altro che qualche centinaio di euro una
tantum per rendere attraente l’insegnamento per i giovani.
Inutile
cercare scorciatoie; per elevare nel breve e nel medio periodo la qualità
professionale del corpo docente alcune scelte sono indispensabili, anche se
indigeste a parte del ceto politico e sindacale:
-
la selezione dei futuri insegnanti deve essere molto più rigorosa anche sul piano
attitudinale oltre che su quello culturale (in Finlandia diventa docente un
aspirante su nove);
- si devono poter allontanare dall’insegnamento i docenti gravemente inadeguati sul piano
didattico o della correttezza professionale, riconoscendo così il merito della
maggioranza dei colleghi seri;
-
un aggiornamento sistematico dovrebbe valorizzare in primo luogo il patrimonio
professionale già presente nella scuola, favorendo lo scambio di idee e di
esperienze;
-
è poi necessario promuovere la cultura del controllo di regolarità e di
legalità su tutti gli aspetti e i ruoli della vita scolastica da parte di un
corpo ispettivo numeroso e preparato;
- e infine è ora
che anche gli insegnanti italiani possano far riferimento a comuni principi
etico-deontologici della professione. Sarebbe un grande contributo alla
ricostruzione del loro prestigio sociale.
Giorgio Ragazzini
martedì 30 giugno 2015
PERCHÉ NON È VERO CHE È MEGLIO LASCIARE TUTTO COM’È
In queste settimane di proteste contro
la Buona Scuola mi sembra che da parte degli oppositori alla fine la parola
d'ordine sia stata una e soltanto una: niente potere ai presidi e nessun futuro
controllo sull'operato dei docenti. Comprensibilmente la scelta degli
insegnanti da parte del dirigente preoccupa per la possibilità di favoritismi
(peraltro dovranno essere esplicitate le motivazioni delle scelte); e la
possibilità che l'incarico triennale non sia
rinnovato costituirebbe indubbiamente un rischio per la libertà
di insegnamento, rischio che però sembra ridimensionato nella versione
definitiva della legge. D’altra parte ritengo che, grazie all'autonomia
scolastica, sebbene molto parziale, sulla carta qualche potere noi presidi già
ce l’abbiamo. Casomai
non esiste la possibilità di esercitarlo, mancandoci gli strumenti
"effettuali" per poterlo fare. Innanzitutto per il sempre più
esagerato e insostenibile carico di lavoro e di responsabilità non supportato,
salvo rare eccezioni, da un’adeguata struttura amministrativa, permanendo nella
scuola ancora un potere centrale elefantiaco, dominato da una burocrazia da far
invidia a quella zarista. Inoltre anche il sottoscritto non è molto entusiasta
di sobbarcarsi ulteriori compiti, visto che quelli esistenti sono lontani dal
poter essere realmente gestiti. Tuttavia, di fronte all’assoluta mancanza di
proposte alternative a
quelle governative da parte dei contestatori verrebbe quasi voglia di
sottoscrivere in toto il programma renziano. Negare che la scuola stia affogando
pian piano nella propria incapacità di mutare pelle significa infatti
non voler prendere atto che la struttura e la mentalità scolastica continuano
purtroppo ad essere quelle dei decreti delegati del '74. La stesso sbandierare
l’inadeguatezza di gran parte dei presidi alla loro funzione e magari il
rischio corruzione per gli incarichi ai docenti, significa riconoscere
implicitamente che occorre fare qualcosa e quanto prima per rinnovare questo
mondo. Essi dimenticano, nella loro foga polemica, che noi dirigenti proveniamo
tutti quanti dal ruolo della docenza. Vale la pena di ricordare che ancora oggi
sono in servizio molti dirigenti che hanno ottenuto il ruolo grazie a concorsi
riservati a chi aveva accumulato punteggi grazie al ruolo di vicepresidi. E quelli
della mia generazione sanno che, fino a poco più di un decennio fa, i
vicepresidi erano eletti dai collegi dei docenti, in cui era fortissima
l'influenza sindacale. Far finta che tutto vada
bene, madama la marchesa, è insomma una grave mistificazione. Che ci siano
persone che lo fanno in buona fede non si mette in discussione, ma che ce ne
siano altre interessate a mantenere lo status quo non vi è dubbio. Ignorare che
vi sono docenti impreparati, neghittosi, demotivati, nullafacenti, furbi che se
la cavano dando a man bassa sufficienze a tutti per non aver grane da parte
della famiglie è da sciocchi o da correi. E ignorare che questi disgraziati
fanno danni irreversibili ai ragazzi più svantaggiati è da irresponsabili. La
scuola è la struttura fondamentale deputata a garantire la costruzione di una
società migliore, più giusta e dominata dalla mobilità sociale. Che su questo
non abbiano nulla da dire forze sindacali nate per tutelare i più deboli e i
meno garantiti sul piano sociale e culturale è più di un segnale di come il
baratro sia a portato di mano, come spesso nella storia è accaduto quando si è
pensato che del nostro operato non si debba rendere conto a nessuno.
Valerio Vagnoli
(“Il Corriere Fiorentino”,
24 giugno 2015)
martedì 23 giugno 2015
RISPOSTA ALL'APPELLO "NON BOCCIATE I NOSTRI FIGLI"
Intervista di Eleonora Fortunato su “Orizzonte Scuola”.
È di qualche giorno fa l'appello
dei comitati dei genitori di Modena, rivolto ai Consigli di Classe dei bienni
di scuola superiore, a essere meno drastici nelle bocciature. “Nei prossimi
giorni sarete chiamati al difficile e delicato compito di valutare i nostri
ragazzi e di decidere sul loro futuro”, scrivono i genitori, che nel
prosieguo della loro missiva alludono anche alla discrepanza con i voti alti
ricevuti alla fine del primo ciclo. Incuriositi da questa presa di posizione,
abbiamo sollecitato le riflessioni di Andrea Ragazzini del Gruppo di Firenze, i
cui membri sono impegnati da anni per il riconoscimento del merito e della
responsabilità nella scuola.
Prof.
Ragazzini, secondo lei è giusto impostare la discussione così come fanno i
genitori modenesi? Ci sarebbe un’ipotetica supervalutazione degli alunni nella
scuola media che poi si scontra con l’eccessivo rigore dei prof del primo anno
delle superiori?
“Non posso che
dare un giudizio molto negativo di questo appello, che purtroppo conferma come
ormai non pochi genitori concepiscano il rapporto con la scuola e con gli
insegnanti in una logica di tipo sindacale, fatto di continue rivendicazioni,
di disinvolte e talvolta minacciose incursioni nella sfera di competenza
dei docenti, di indebite pressioni. Mi riesce difficile valutare diversamente
una lettera del genere pubblicata la vigilia degli scrutini.I genitori
modenesi si presentano come interlocutori dialoganti, ma si guardano bene dal
chiedersi se anche loro hanno qualcosa da rimproverarsi. Si legge nella
lettera: “Diciamolo, c’è qualcosa che non va. Non nei ragazzi, non nelle loro
famiglie, ma nel funzionamento della scuola italiana”. A sostegno di
questa perentoria affermazione non c’è un solo elemento di analisi e
soprattutto manca la consapevolezza che se dirigenti e insegnanti hanno
una preponderante responsabilità nel far funzionare la scuola, anche gli
studenti e le loro famiglie sono chiamati a fare la loro parte, che non è solo
rivendicazione di diritti. In proposito consiglio a questi genitori come
lettura estiva lo splendido discorso che nel 2009 Barack Obama rivolse agli
studenti americani all’inizio dell’anno scolastico. Cito solo una frase così
come è stata riportata dai quotidiani: “....noi possiamo avere gli insegnanti
più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla
basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste
scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai
genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria
per riuscire.”
Secondo i
dati in nostro possesso, riportati anche nella lettera, all’esame di terza
media la percentuale dei promossi sfiora il 99 per cento, la metà di loro con
punteggi superiori al 7. Gli stessi dati dimostrano che dopo soli 12 mesi gli
stessi ragazzi ottengono, invece, voti disastrosi alla fine della prima
superiore, soprattutto nei tecnici e nei professionali. Qual è il suo commento
a riguardo?
“Secondo le
semplicistiche (e non disinteressate) conclusioni degli estensori della
lettera, la responsabilità ricade tutta intera sui docenti delle superiori, ma ovviamente
il problema dell’alto numero di bocciature nelle prime classi, in particolare
negli istituti tecnici e professionali, è un po’ più complesso. Sottolineerei
soprattutto due questioni, che sono state molte volte al centro delle
iniziative del Gruppo di Firenze. La prima
riporta, per contrasto, al discorso di Obama: come è noto, negli ultimi decenni
una parte maggioritaria della cultura pedagogica italiana e gli indirizzi del
Ministero, con rarissime eccezioni, hanno provveduto a cancellare l’idea che il
successo scolastico, quello vero, non può prescindere dall’impegno degli
interessati e dalla fatica che spesso comporta misurarsi con le
difficoltà e i limiti che ciascuno di noi si trova inevitabilmente ad
affrontare. Si sente spesso ripetere che “la bocciatura è sempre un
fallimento della scuola”, con il duplice risultato di colpevolizzare gli
insegnanti e di azzerare la responsabilità del discente. Ma l’educazione
all’impegno e alla responsabilità dovrebbe stare alla base di ogni percorso
didattico e formativo. Il poco credibile 99% di promozioni all’esame di terza
media è figlio anche di questo.
C’è una
seconda questione che penalizza il nostro sistema scolastico e produce la
maggior parte delle bocciature e degli abbandoni nella secondaria superiore. È
la questione dell’istruzione professionale, che a partire dai primi anni
Novanta e infine con la riforma Gelmini ha subito un continuo processo di
licealizzazione, per il pregiudizio tutto ideologico che vede nella cultura
“disinteressata” l’unico possibile strumento di compensazione delle
disuguaglianze culturali e sociali. Il bel
risultato che si è ottenuto è che gli istituti professionali continuano
ad essere considerati delle scuole di serie B, mentre i ragazzi che per
attitudini e interessi potrebbero ottenere gratificazioni e risultati positivi
in una scuola più orientata al fare, si scontrano con una pletora di materie
teoriche e con un numero risibile di ore di laboratorio. E molti di loro
naturalmente finiscono per fallire”.
A suo
avviso si intravedono soluzioni intelligenti per governare questo fenomeno? Il
Gruppo di Firenze cosa proporrebbe?
“Per quanto
dicevo poco fa occorre prima di tutto una riforma dell’istruzione professionale
che ne ridefinisca in modo coerente l’identità e il curriculum. In un recente
convegno a Firenze, a cui hanno partecipato il Sottosegretario Toccafondi e
l’Assessore Regionale all’istruzione Bobbio, abbiamo indicato come prospettiva
l’unificazione di istruzione e formazione professionale, secondo un modello in
qualche modo affine, anche se non uguale, a quello sperimentato in Trentino,
che oltretutto costituirebbe una semplificazione e una razionalizzazione del
sistema. Nell’immediato
bisogna quanto meno rimettere mano al curriculum degli istituti professionali,
rivedendo completamente fin dal primo biennio l’equilibrio tra le discipline
teoriche e quelle professionali, in modo da corrispondere davvero alle
aspettative e ai talenti dei ragazzi che si iscrivono a questo percorso di
istruzione. È indispensabile però anche una forte battaglia culturale perché
l’istruzione/formazione professionale abbia il prestigio che ha in altri
paesi europei, prima fra tutti la Germania, dove oltretutto questo canale
scolastico è in grado di garantire una qualificata occupazione alla quasi
totalità degli studenti”.
A quanto
pare, nell’ambito del Ddl “La Buona Scuola” si sta discutendo della possibilità
di legare la valutazione dei presidi alla loro capacità di incidere
positivamente sulla dispersione scolastica. Questo non potrebbe portare
all’equazione meno bocciati = più soldi alle scuole? Come si fa a combattere la
dispersione senza inaugurare una nuova stagione del 6, o del 7, politico?
“Occorre
certamente una piena responsabilizzazione di dirigenti e insegnanti, il che
significa anche una seria attività di indirizzo e soprattutto di controllo,
tanto dell’operato degli insegnanti da parte dei dirigenti che di quello dei
dirigenti da parte del Ministero e dei suoi organi periferici. Nella mia
esperienza la maggior parte dei dirigenti scolastici preferisce far finta di
nulla o si limita a provvedimenti molto blandi di fronte a inadempienze o
scorrettezze anche gravi di qualche docente, anche se è vero che gli strumenti
a disposizione sono inadeguati. L’idea di dare
più risorse alle scuole che bocciano meno è ovviamente una sciocchezza e
sospetto che non sia una sciocchezza in buona fede, dato che, come Lei
giustamente osserva, sarebbe un incentivo per incrementare le
finte promozioni, che già oggi non sono poche. La dispersione, oltre che con
quanto abbiamo detto in tema di indirizzi di studio, si combatte con una scuola
più seria, che abbia veramente come obiettivo quello di fornire soprattutto a
chi parte con uno svantaggio sociale e culturale (“i capaci e meritevoli, anche
se privi di mezzi”) gli strumenti per affermarsi.
Quanto alla
valutazione, abbiamo detto in molte sedi che la priorità non è premiare gli
insegnanti più bravi, ma poter intervenire efficacemente nel caso di docenti
palesemente inadeguati o che tengono comportamenti in contrasto con i
propri doveri professionali. Si tratta certamente di una ridotta minoranza, ma
i loro studenti ne sono gravemente danneggiati”.
martedì 16 giugno 2015
CORRETTEZZA DEGLI ESAMI, DISPOSIZIONI ANCORA INSUFFICIENTI
Nei
giorni scorsi è stata diramata dal Miur una circolare, analoga a quella dello
scorso anno, in cui si precisa “che
è assolutamente
vietato, nei giorni delle prove scritte, utilizzare a scuola telefoni
cellulari, smartphone di qualsiasi tipo, dispositivi di qualsiasi natura e
tipologia in grado di consultare file, di inviare fotografie ed immagini,
nonché apparecchiature a luce infrarossa o ultravioletta di ogni genere;
che è vietato l’uso di apparecchiature elettroniche portatili di tipo palmare o personal computer portatili di qualsiasi genere in grado di collegarsi all’esterno degli edifici scolastici tramite connessioni wireless, comunemente diffusi nelle scuole, o alla normale rete telefonica con qualsiasi protocollo;
che nei confronti di coloro che violassero tali disposizioni è prevista, secondo le norme vigenti in materia di pubblici esami, la esclusione da tutte le prove di esame.” Si aggiunge che “nel corso dello svolgimento delle prove scritte dovrà essere disattivato il collegamento alla rete Internet di tutti gli altri computer presenti all’interno delle sedi scolastiche interessate dalle prove scritte. Saranno, altresì, resi inaccessibili aule e laboratori di informatica”.
Come si vede, non si fa ancora parola del possibile utilizzo di quei rilevatori di cellulari accesi che fu sollecitato per due volte dall’Associazione Nazionale Presidi. Si tratta comunque di disposizioni apprezzabili, ma perché non si premette che è “assolutamente vietato” copiare in tutti i modi possibili e immaginabili e che le conseguenze saranno identiche se si usa un cellulare, un bigliettino o la comunicazione orale tra candidati? La precisazione sarebbe tra l’altro utile per prevenire (per quanto possibile) l’intervento del solito Tar, il quale potrebbe formalisticamente obbiettare che nella circolare si parla solo di apparecchiature elettroniche.
Nessun cenno, ovviamente (sarebbe politicamente scorretto), alle conseguenze disciplinari di eventuali collusioni da parte di chi vigila durante le prove scritte: omessa vigilanza, aiutini, aiutoni. Eppure non sono fatti rarissimi; e in passato ne abbiamo documentati parecchi. (GR)
Puoi leggere anche: Esami di Stato. Gruppo di Firenze: commissioni tutte esterne, adottare misure tecniche contro uso smartphone (su “Orizzonte Scuola”)
che è vietato l’uso di apparecchiature elettroniche portatili di tipo palmare o personal computer portatili di qualsiasi genere in grado di collegarsi all’esterno degli edifici scolastici tramite connessioni wireless, comunemente diffusi nelle scuole, o alla normale rete telefonica con qualsiasi protocollo;
che nei confronti di coloro che violassero tali disposizioni è prevista, secondo le norme vigenti in materia di pubblici esami, la esclusione da tutte le prove di esame.” Si aggiunge che “nel corso dello svolgimento delle prove scritte dovrà essere disattivato il collegamento alla rete Internet di tutti gli altri computer presenti all’interno delle sedi scolastiche interessate dalle prove scritte. Saranno, altresì, resi inaccessibili aule e laboratori di informatica”.
Come si vede, non si fa ancora parola del possibile utilizzo di quei rilevatori di cellulari accesi che fu sollecitato per due volte dall’Associazione Nazionale Presidi. Si tratta comunque di disposizioni apprezzabili, ma perché non si premette che è “assolutamente vietato” copiare in tutti i modi possibili e immaginabili e che le conseguenze saranno identiche se si usa un cellulare, un bigliettino o la comunicazione orale tra candidati? La precisazione sarebbe tra l’altro utile per prevenire (per quanto possibile) l’intervento del solito Tar, il quale potrebbe formalisticamente obbiettare che nella circolare si parla solo di apparecchiature elettroniche.
Nessun cenno, ovviamente (sarebbe politicamente scorretto), alle conseguenze disciplinari di eventuali collusioni da parte di chi vigila durante le prove scritte: omessa vigilanza, aiutini, aiutoni. Eppure non sono fatti rarissimi; e in passato ne abbiamo documentati parecchi. (GR)
Puoi leggere anche: Esami di Stato. Gruppo di Firenze: commissioni tutte esterne, adottare misure tecniche contro uso smartphone (su “Orizzonte Scuola”)
sabato 30 maggio 2015
IL DIRITTO A NON FARE COMPITI ESTIVI
Parlare con equilibrio e buon senso dei compiti
estivi, nonché di quelli per casa durante l’anno, sembrerebbe facile ma a
quanto pare non lo è. Anche quest’anno si fanno avanti granitiche certezze
sulla loro inutilità, per non dire nocività. Sulla piattaforma Change.org è
stata promossa una petizione firmata da genitori, maestri, pedagogisti e
dirigenti, che con toni parecchio sopra le righe ne chiedono l’abolizione, per
evitare disagi e sofferenze agli allievi quando non “odio per la scuola e
repulsione per la cultura”. Da decenni sono usciti di scena temi educativi
fondamentali come la volontà, l’impegno, la costanza in vista di un risultato, la
cura nell’esecuzione del lavoro. Una parte dei genitori e anche non pochi colleghi e dirigenti
sono afflitti dalla sindrome dell’iperprotezione, che guarda con angoscia
e biasimo ogni esposizione dei giovani alle difficoltà, agli insuccessi, alla
fatica. Generazioni di bambini e ragazzi sono state chine sui libri, ma quelli
odierni hanno un diritto inalienabile a pomeriggi liberi e vacanze sterminate che nessuno dovrebbe interrompere
o disturbare con qualcosa che ricordi la scuola. Durante l’estate si possono fare letture, si può riflettere
scrivendo sulle proprie esperienze e, con le istruzioni degli insegnanti, si può colmare
qualche lacuna. Imporre valanghe di compiti è
ovviamente una fesseria che può fare seri danni, come l’abuso delle medicine o
l’eccesso di esercizio nello sport. Ma non per questo qualcuno ha proposto l’abolizione dei
farmaci e degli allenamenti. D’altra parte, come sensatamente pensa Laura
Montanari nel servizio su “La Repubblica”, “la maggioranza della scuola italiana continua
a sostenere l’utilità dei compiti”.
venerdì 15 maggio 2015
CHE BRUTTO ESEMPIO DÀ UN PROF, SE BOICOTTA IL TEST [“Il Corriere Fiorentino”, 15 maggio 2015]
Sono giorni
brutti per la scuola, comunque la si metta e chiunque alla fine riesca a
vincere la partita tra sindacati dei docenti e governo. Continua a leggere.
giovedì 14 maggio 2015
LA TESTIMONIANZA DI UN GENITORE SULL'INVALSI TAROCCATO E SULL’INTIMIDAZIONE DI UN’ ALLIEVA
Marcello Dei, il sociologo
che ha dedicato alla scuola buona parte delle sue ricerche ed è noto per il
libro RAGAZZI SI COPIA. A lezione di imbroglio nelle
scuole italiane, ci ha inviato lo scambio
di lettere con un genitore a proposito dello svolgimento dei test Invalsi in
una scuola elementare, che pubblichiamo nelle parti essenziali, opportunamente
modificate per non rendere riconoscibili i protagonisti. Riprendiamo quindi il
tema, già trattato nei giorni scorsi, dell’assenza nella scuola italiana di
qualsiasi riflessione sull’etica professionale, i cui principi fondamentali non
dovrebbero mai essere sacrificati neppure alla più motivata delle battaglie, anche
perché non mancano i mezzi per farsi sentire, come ha dimostrato lo sciopero
del 5 maggio. Di particolare rilievo è il punto della responsabilità educativa,
anche attraverso i comportamenti, nei confronti degli allievi. Ma sarebbe forse
sufficiente prendere sul serio l’articolo 54 di quella Costituzione che in
tanti sbandierano di voler difendere a ogni costo. Dice: “I cittadini cui sono
affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di
adempierle con disciplina ed onore”. Continua a leggere.
mercoledì 6 maggio 2015
SUI POTERI DEI PRÈSIDI: CHIAMATA E VALUTAZIONE DEI DOCENTI
Per capire che cosa è in gioco quando si
parla di poteri dei dirigenti scolastici bisogna partire da una caratteristica
fondante dell’istruzione pubblica, e cioè la sua neutralità ideologica. Ciò
significa che non vi si può né
privilegiare né discriminare alcuna tendenza religiosa, politica, culturale. In
altre parole, è essenziale che la scuola pubblica non sia di parte. Questo si
realizza necessariamente attraverso la libertà di insegnamento, cioè di
pensiero e di metodo, di ciascun insegnante, un po’ come la funzione della
giustizia si realizza attraverso l’indipendenza del giudice, condizione
ineliminabile della sua imparzialità. Tra le principali garanzie di questa
libertà, come dell’indipendenza del giudice, ci sono adeguate modalità di
reclutamento (concorso pubblico) e la stabilità
del posto di lavoro. Stabilità che la riforma non garantisce. Com’è noto, infatti,
è prevista l’istituzione di albi territoriali formati dai nuovi assunti e dai
docenti che faranno domanda di trasferimento. Tra questi i presidi potranno
scegliere gli insegnanti a cui proporre un contratto triennale rinnovabile; e dunque
anche non rinnovabile. È vero che il
docente non verrà licenziato, verrà però rispedito negli albi territoriali,
oltretutto accompagnato dallo stigma del mancato rinnovo. Per tornare
all’analogia con i giudici, si sa che questi possono essere trasferiti solo su
loro richiesta o in seguito a provvedimenti disciplinari. È facile immaginare
quale condizionamento il timore di questa eventualità potrà esercitare sui suoi
rapporti con il dirigente in termini di libertà di espressione nell’ambito
degli organi collegiali, di disponibilità a partecipare o meno ai progetti
della scuola o a uniformarsi a impostazioni metodologiche maggioritarie, che
magari scoraggino fortemente le insufficienze gravi, le ripetenze o le sanzioni
disciplinari. Non si può invece escludere la possibilità di avvalersi, per
necessità specifiche che non si possono soddisfare con le risorse interne, di
personale a tempo indeterminato in aggiunta, e non in sostituzione, di chi
riveste la vera e propria funzione docente.
Sarebbe infine l’ora di rendere possibile l’allontanamento
in tempi brevi dalle classi degli insegnanti palesemente non all’altezza del
loro ruolo, cosa attualmente molto difficile. Eppure dovrebbe essere pacifico
il sacrosanto diritto degli allievi di avere docenti adeguati e di non subire
per anni gravi danni alla propria crescita culturale. I colleghi in seria
difficoltà, invece, non devono essere lasciati a se stessi, né colpevolizzati,
ma aiutati in modo efficace e tempestivo.
Un altro potere contestato del dirigente è
quello di valutare da solo i docenti, soprattutto in relazione agli annunciati
premi stipendiali per “i migliori”.
Anche alcuni presidi hanno proposto che in questo ruolo il dirigente debba
essere affiancato da una commissione, possibilmente integrata (organico
permettendo) da un ispettore. Purtroppo il rimedio che si annuncia è peggiore
del male: se ne occuperà un comitato formato dal dirigente, da due docenti e,
ahimè, da due genitori (nel primo ciclo; nelle superiori da un genitore e da
uno studente). Siamo perfettamente nel solco di quell’idea demagogica di
“partecipazione” che va avanti da un trentennio e che non accenna a tramontare.
Solo nella scuola ci si fa beffe della qualificazione tecnico-professionale che
dovrebbe legittimare chi riveste certi ruoli. Per il momento almeno, gli utenti
non sono stati inseriti negli organi di valutazione delle aziende sanitarie,
figuriamoci poi in quelli della magistratura (il che non significa che i pareri
di studenti e genitori non debbano figurare tra gli elementi da prendere in
considerazione, soprattutto in relazione alla correttezza professionale).
Detto questo, dare più soldi a un certo numero
di insegnanti valutati come migliori, ammesso che si possa farlo senza troppa
arbitrarietà, difficilmente migliorerà le loro prestazioni, già remunerate
dalle soddisfazioni professionali, mentre può demotivare molti bravi
insegnanti, anche perché si domanderanno perché chi lavora poco o male continui
a essere retribuito come loro. Il primo merito da riconoscere è infatti quello
della grande maggioranza dei docenti seri e impegnati. Paradossalmente, invece,
l’impostazione premiale si risolverà facilmente in ulteriore perdita di
motivazioni del corpo docente e peggiorerà il clima interno.
Quanto alla cosiddetta “carriera”, chi ha il
desiderio e l’accertata capacità di contribuire al funzionamento della scuola in
ruoli di coordinamento o di progettazione deve invece essere retribuito
adeguatamente per il lavoro in più oppure esonerato parzialmente
dall’insegnamento. Che almeno una parte di questi insegnanti siano scelti dai
dirigenti non sembra francamente illogico.
Infine, gli scatti di anzianità non possono essere residuali, come sembra attualmente previsto; non devono però essere assegnati a tutti indistintamente, ma solo a chi ha lavorato senza demerito, cioè con merito; ed è sicuramente la maggioranza. La stessa distinzione dovrebbe valere anche per l’assegnazione del punteggio nelle graduatorie, fino a oggi quasi del tutto impermeabili ad altri criteri che noi siano il passare del tempo. (GR)
Infine, gli scatti di anzianità non possono essere residuali, come sembra attualmente previsto; non devono però essere assegnati a tutti indistintamente, ma solo a chi ha lavorato senza demerito, cioè con merito; ed è sicuramente la maggioranza. La stessa distinzione dovrebbe valere anche per l’assegnazione del punteggio nelle graduatorie, fino a oggi quasi del tutto impermeabili ad altri criteri che noi siano il passare del tempo. (GR)
giovedì 30 aprile 2015
QUANDO CI SI SCORDA DI ESSERE INSEGNANTI
Nei giorni scorsi, alla festa bolognese del Pd, la ministra Giannini e
Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, sono state contestate da una
cinquantina di docenti, genitori e studenti, che, nonostante la ricerca di
dialogo testimoniata dalla Puglisi, hanno alla fine costretto le due a
rinunciare all’incontro. Un caso palmare di intolleranza e di violazione del
fondamentale diritto di espressione? Continua a leggere.
martedì 28 aprile 2015
OMBRE E LUCI DELLA RIFORMA. INTERVISTA A VALERIO VAGNOLI
La contestazione alla ministra Giannini, gli aspetti negativi e quelli positivi della riforma in una breve intervista a Valerio Vagnoli. Leggi.
sabato 18 aprile 2015
È MORTO MARIO PIRANI, DIFENSORE DELLA SCUOLA SERIA
La scorsa notte è morto Mario Pirani; avrebbe compiuto novant'anni il 3 agosto. Avendo più volte collaborato con lui dal 2008 in poi in nome del comune
interesse per una scuola seria e qualificata, la sua scomparsa ci rattrista
particolarmente. Ha sempre dimostrato indipendenza di giudizio e la non comune capacità di valutare nel merito l'operato dei vari governi invece di basarsi su logiche di schieramento. Apprezzò in pari misura i ministri Fioroni e Gelmini per le loro iniziative tese a dare maggiore serietà alla scuola. Memorabile il suo articolo del 2001 Professori, tornate al 7 in condotta, un tema controcorrente che avrebbe ripreso più volte negli anni successivi. Fu contro l'abolizione degli esami di riparazione e contro le commissioni degli esami di Stato formate solo da membri interni. Fu il primo firmatario del nostro appello del 2008 Scuola, un partito trasversale del merito e della responsabilità, e successivamente appoggiò le nostre campagne per la correttezza degli esami di Stato. Lo ricorderemo con riconoscenza, stima e affetto.
Alcuni articoli di Mario Pirani:
Professori tornate al 7 in condotta, 21 gennaio 2001
Catastrofe scolastica e cecità politica, 31 marzo 2008
Esiste nella scuola la questione morale?, 26 marzo 2012
Esiste nella scuola la questione morale?, 26 marzo 2012
mercoledì 8 aprile 2015
FORUM: PRESEPI, CROCIFISSI, BENEDIZIONI PASQUALI A CONFRONTO CON LA LAICITÀ DELLO STATO
Nei giorni scorsi si sono verificati episodi di
tensione tra alcuni parroci che volevano benedire le scuole aula per aula e i
dirigenti degli istituti che hanno negato il permesso non ritenendolo opportuno.
È successo a Bologna, a Casalguidi nel Pistoiese, a Perignano in provincia di
Pisa. Dato che su questi temi si polemizza ciclicamente ormai da molti anni, abbiamo
pensato che possa essere utile aprire sul nostro blog una discussione civile e
argomentata, prima tra di noi e poi con chi desidera farlo attraverso i commenti.
Si raccomanda di non firmarsi “Anonimo”: è sufficiente cliccare sulla scelta
Nome/url e firmarsi, anche con uno pseudonimo, nel campo “Nome”. Grazie.
Valerio Vagnoli
TRADIZIONE SÌ,
BENEDIZIONI NO
Come molti sanno, varie norme di diverso rango,
corroborate da alcune sentenze, impongono il crocifisso nelle aule scolastiche.
In una delle mie due attuali "presidenze mi fa compagnia una croce in
legno, nell’altra, in assenza del crocifisso, un olio di mia
proprietà, opera di un bravo pittore fiorentino del primo '900, che raffigura
la crocifissione di Cristo. Ogni tanto mi capita di buttare un'occhiata su
questi simboli che hanno fatto e fanno
parte della mia vita, più o meno intensamente a seconda degli stati d'animo,
che si alimentano del mio passato e in particolare dei ricordi familiari.
Perché nella croce è sintetizzata una cultura che mi appartiene e a cui debbo
molte cose, a partire dalla profonda religiosità di mia madre, fatta di tante
preghiere, ma anche di tanti aiuti silenziosi e disinteressati ai più
sfortunati di lei, che pure non aveva avuto una vita facile.
L’Educandato in cui sono reggente fa anche parrocchia
e per questo vi abita un prete, con cui ho un rapporto di sincera
amicizia, fatto anche di sconfinamenti in ambiti religiosi e teologici nei
sempre più avari ritagli di tempo. Nel periodo natalizio, senza che sia
lui a invitare a farlo, alcune ragazze, con la collaborazione delle educatrici,
abbelliscono un vecchio abete per farlo diventare albero di Natale. Altri
costruiscono un essenziale presepe fatto di statuine storiche che da oltre un
secolo, mi dicono, fanno parte della tradizione natalizia della nostra scuola.
Onestamente non ci trovo niente di male e neanche mi sembra irriguardoso nei
confronti di ragazze e ragazzi che provengono da altre culture e che professano
anche religioni diverse da quella cattolica. Sono infatti convinto
che scoprire certi aspetti della nostra cultura religiosa sia anche
per loro un arricchimento, soprattutto quando la nostra tradizione
religiosa non è invasiva, imposta o comunque, in un modo o
nell'altro, esibita o proposta come rito religioso. Capita anche,
purtroppo, che per la morte di qualcuno legato alla scuola sia celebrata nella
chiesetta interna alla villa una funzione religiosa. A nessuno tuttavia, a
partire da Don Sergio, è mai passato per la mente di farlo in orario
scolastico. Credenti e non credenti si ritrovano, in queste occasioni,
a riflettere sul dolore e sul destino umano e non importa se
qualcuno lo fa attraverso canti e preghiere e altri attraverso un
privato raccoglimento interiore. Ciò che tuttavia non potrei mai
accettare, e che don Sergio sono certo non si sognerebbe mai di proporre,
sarebbe la benedizione delle aule e degli studenti. Benedire le aule di una
scuola pubblica non ha più niente a che fare con una tradizione
religiosa e culturale, poiché quel gesto prefigura un rito, una
simbologia che prepotentemente bagna, cioè segna, persone e luoghi che loro malgrado
subiscono attraverso la benedizione una vera e propria funzione
sacra, addirittura un surrogato del battesimo. Che dei parroci e
dei genitori, come è pur avvenuto in questi giorni, rivendichino il diritto di
benedire le scuole pubbliche mi sembra, appunto, un atto di mera
prepotenza, espressione di una volontà di propaganda religiosa da cui le
scuole dovrebbero rimanere immuni.
Naturalmente gli organi periferici del
ministero sono stati del tutto assenti di fronte a quanto è accaduto
e hanno lasciato soli quei dirigenti scolastici che hanno avuto la dignità e la
forza di tutelare la legalità.
Andrea Ragazzini
MA LE TRADIZIONI NON SI IMPONGONO
Quando si discuteva di abolizione o meno del Concordato la questione era di principio: può lo Stato laico e repubblicano privilegiare da molti punti di vista la religione cattolica e addirittura imporre i suoi simboli negli edifici pubblici? Poi quando sempre più numerosi bambini musulmani hanno cominciato a popolare le scuole italiane e alcuni di loro, pare, si sono presi paura per quel tale inchiodato sulla croce, spingendo i loro genitori a reclamarne la rimozione, la questione si è spostata insensibilmente sul piano della difesa delle radici o della tradizione, secondo me creando, volutamente o meno, non poca confusione. Le tradizioni infatti, dagli illuministi in poi, non si impongono, o non si dovrebbero imporre, per legge, salvo ad esempio negli stati islamici dove cristiani ed ebrei hanno ben altro di che spaventarsi che un simbolo appeso alla parete.
Personalmente sono d'accordo che la tradizione del presepe non sia da ritenere un pericolo per la laicità della scuola pubblica, a patto che non ci sia un contorno di catechesi e preghierine, ma che sia presentato in modo diciamo così oggettivo, come il ricordo di un fatto ancora importante per molti cittadini italiani e che ha avuto un certo peso nella storia del mondo. Quanto all'albero di Natale, si tratta di una tradizione che non ha le sue radici nel Cristianesimo. D'accordissimo anche sul no alle benedizioni e sul fatto che si tratta di un'esplicita pratica religiosa che coinvolge volenti o nolenti tutti gli alunni e dunque è certamente non rispettosa dei diversi orientamenti delle famiglie.A me pare innegabile però che per chi professa un'altra religione o non è credente anche il Crocifisso imposto per legge sulle pareti di un'aula può con la sua forza simbolica risultare profondamente invasivo di una sfera, quella delle convinzioni personali, che la Costituzione esplicitamente tutela (Art.3), quali che esse siano.
MA LE TRADIZIONI NON SI IMPONGONO
Quando si discuteva di abolizione o meno del Concordato la questione era di principio: può lo Stato laico e repubblicano privilegiare da molti punti di vista la religione cattolica e addirittura imporre i suoi simboli negli edifici pubblici? Poi quando sempre più numerosi bambini musulmani hanno cominciato a popolare le scuole italiane e alcuni di loro, pare, si sono presi paura per quel tale inchiodato sulla croce, spingendo i loro genitori a reclamarne la rimozione, la questione si è spostata insensibilmente sul piano della difesa delle radici o della tradizione, secondo me creando, volutamente o meno, non poca confusione. Le tradizioni infatti, dagli illuministi in poi, non si impongono, o non si dovrebbero imporre, per legge, salvo ad esempio negli stati islamici dove cristiani ed ebrei hanno ben altro di che spaventarsi che un simbolo appeso alla parete.
Personalmente sono d'accordo che la tradizione del presepe non sia da ritenere un pericolo per la laicità della scuola pubblica, a patto che non ci sia un contorno di catechesi e preghierine, ma che sia presentato in modo diciamo così oggettivo, come il ricordo di un fatto ancora importante per molti cittadini italiani e che ha avuto un certo peso nella storia del mondo. Quanto all'albero di Natale, si tratta di una tradizione che non ha le sue radici nel Cristianesimo. D'accordissimo anche sul no alle benedizioni e sul fatto che si tratta di un'esplicita pratica religiosa che coinvolge volenti o nolenti tutti gli alunni e dunque è certamente non rispettosa dei diversi orientamenti delle famiglie.A me pare innegabile però che per chi professa un'altra religione o non è credente anche il Crocifisso imposto per legge sulle pareti di un'aula può con la sua forza simbolica risultare profondamente invasivo di una sfera, quella delle convinzioni personali, che la Costituzione esplicitamente tutela (Art.3), quali che esse siano.
Giorgio Ragazzini
LA QUESTIONE MALPOSTA DEL CROCIFISSO DI STATO
La questione del crocifisso-sì-o-no sembrerebbe molto semplice da risolvere. Lo Stato deve essere neutrale rispetto alle ideologie e alle religioni. Questa condizione si definisce come “laicità dello Stato” e costituisce una garanzia sia della sua indipendenza rispetto alle Chiese, sia della loro libertà e di quella dei singoli cittadini, compresi i numerosi non credenti.
Ovviamente neutrale non è la stessa cosa di neutro: lo Stato ha anzi una sua carta di identità ideale e organizzativa, che è la Costituzione. Per il resto, ogni cittadino deve potersi sentire al cento per cento a casa propria quando entra in un tribunale, in un ospedale, in una scuola.
In teoria dovrebbe essere superfluo sottolineare che togliere il crocifisso dai luoghi pubblici non ha nulla a che fare con l’enorme importanza storico-culturale del cristianesimo. Eppure è proprio lo scivolamento su questo terreno improprio da quello delle questioni di principio a caratterizzare le prese di posizione di chi difende i crocifissi in nome della tradizione, a cominciare dalla citatissima Natalia Ginsburg, in questi giorni rievocata con vivo apprezzamento dal governatore Enrico Rossi. In poche parole, togliere il crocifisso da scuole e tribunali equivarrebbe a rinnegare o svilire la nostra storia e le sue radici cristiane.
La tesi ha del paradossale. Viviamo in
una terra in cui sono state costruite decine di migliaia di chiese e di
conventi. La gran parte del nostro immenso patrimonio artistico è di soggetto religioso.
Nonostante la secolarizzazione, le leggi, i costumi, i modi di pensare sono
profondamente intrisi di valori cristiani. La maggior parte degli italiani si
dichiara ancora credente, si sposa in chiesa, battezza i figli, gli fa fare
cresima e comunione. La storia, la filosofia, la letteratura che studiamo a
scuola non sono in buona parte neppure pensabili senza la presenza della
Chiesa, dei movimenti religiosi e della fede cristiana diffusa ovunque. Per di
più abbiamo in casa il papa, ai cui discorsi e viaggi i mezzi di comunicazione
danno quotidianamente o quasi il massimo rilievo. E con tutto questo temiamo
che la continuità del nostro patrimonio culturale dipenda dalla presenza del
crocifisso sui muri dei locali pubblici? Suvvia.
Sergio Casprini
IL PASSO CHE LA CHIESA NON HA ANCORA FATTO
A Firenze il 20 settembre ogni anno le associazioni ed i partiti di ispirazione laica e radicale si ritrovano a commemorare in Piazza dell’Unità la Breccia di Porta Pia, con discorsi e la deposizione di una corona d’alloro sul basamento dell’obelisco eretto in memoria delle battaglie risorgimentali per l’Indipendenza e l’Unità dell’Italia.
E ogni volta risuonano accenti anticlericali come se fossimo ancora ai tempi del sillabo e di Pio IX, quando da tempo la Chiesa di Roma ufficialmente riconosce i principi democratici e repubblicani dello Stato Italiano e della sua Carta Costituzionale, senza alcun rimpianto per il passato potere temporale. D’altronde lo stesso Stato repubblicano, recependo in Costituzione i patti Lateranensi, al di là del giudizio storico e politico che se ne può dare, ha voluto riconoscere i valore e le radici del cristianesimo prima e del cattolicesimo poi come fattori costitutivi della storia del nostro Paese. Quindi sarebbe auspicabile che le prossime celebrazioni del 20 settembre vedessero assieme laici e cattolici in una condivisione della memoria storica che ha visto la nascita della nazione italiana.
Se dunque appare decisamente anacronistico insistere oggi su polemiche di sapore ottocentesco, non si può però non essere preoccupati per la presenza ancora pervasiva della Chiesa cattolica nella società civile, come se per essa la distinzione tra sfera religiosa e profana valesse solo nell’ambito politico e non nella dimensione sociale, investita anch’essa ormai da molto tempo dai processi di secolarizzazione.
In questo senso, la discussione e le polemiche sulla presenza dei crocifissi nelle scuole italiane e sulle benedizioni pasquali nelle aule scolastiche non sono in questo caso una riedizione delle battaglie massoniche e laiciste di due secoli fa, sono invece la riaffermazione di principi di libertà e di tolleranza per tutti, credenti o no, e pertanto il programma cavouriano Libera Chiesa in Libero Stato mantiene intatta ancora oggi la sua validità.
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