domenica 3 giugno 2018

LA CONOSCENZA È VITA. GRAMSCI E L’IMPORTANZA DELLA CULTURA


Davvero stimolante, equilibrata e opportuna la rivisitazione della figura di Antonio Gramsci da parte di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, uscita da poche settimane con la prefazione di Marco Revelli (Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere, L'Asino d'oro edizioni). Il saggio non si sofferma soltanto sul pensiero pedagogico dell’uomo politico e dell’ intellettuale che è stato tra i più importanti del secolo scorso, ma lo analizza a tutto tondo; e gli rende anche giustizia, viste le manipolazioni e le omissioni che Gramsci ha dovuto subire proprio a opera di una parte della sinistra, che negli ultimi decenni, al contrario di quanto è accaduto in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, lo ha quasi del tutto rimosso. Per quanto concerne poi la sua pedagogia, la rimozione è stata ancora maggiore, dato che la sinistra ha scelto come suo principale riferimento in questo campo la figura di Don Milani, praticamente santificandola quando la Chiesa, almeno per ora, non ci pensa neanche.
Un intero capitolo del libro è dedicato proprio a don Milani, giustamente definito, in merito alla visione della scuola, un anti-Gramsci. E i due autori mettono meticolosamente in risalto quanto la pedagogia del priore di Barbiana abbia poco a che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito di una scuola pubblica e democratica. Basterebbe, a significare l'abissale distanza che corre tra i due, quella che è la visione gramsciana del maestro rispetto alle rigidità dogmatiche di Don Milani. Come puntualmente gli autori scrivono, sintetizzando le riflessioni di Gramsci a proposito di alcuni suoi maestri, “il vero maestro avvicina cultura e vita, rende possibili esperienze nuove e agevola il distacco dai suoi insegnamenti agli allievi disposti a seguirlo”. Tutt'altra visione del mondo e dell'educazione quella del priore; e le pagine dedicate a questo confronto lo chiariscono con molta precisione. E lo conferma, mi permetto di aggiungere, la totale e granitica devozione che tutti i suoi allievi hanno continuato ad avere nei suoi confronti, perdonandogli perfino le cinghiate e il divieto assoluto del gioco fine a se stesso, si trattasse pure di schizzarsi con l'acqua della piccola piscina che doveva servire solo a imparare a nuotare.
Ma il libro, come dicevamo all'inizio, parla di molto altro, a partire dalla formazione, spesso sofferta e faticosa, del giovane studioso sardo, che fin da piccolo è spinto da una miriade d'interessi, non escluso quello per la cultura popolare e il folclore. Temi, aggiungo, che ancora neI primissimi anni sessanta del secolo scorso trovavano un forte ostracismo all'interno del gruppo dirigente comunista, come ebbe a sperimentare lo stesso Ernesto De Martino. Naturalmente il Pci non si poteva permettere, soprattutto negli anni successivi alla guerra, di rimuovere il pensiero di Gramsci, ma lo adattò, anche censurandolo, via via alla linea ufficiale e culturale del partito, fino ad accantonarlo quasi del tutto. Gli rende invece piena giustizia questo bel saggio che appassiona e si fa leggere tutto d'un fiato per come è ben scritto, oltre che per l’indubbia grandezza del protagonista.
Valerio Vagnoli

3 commenti:

Antimo ha detto...

C'è una bella differenza tra don Milani e Gramsci.Il primo la voleva pubblica, di qualità e aperta a tutti. Il seconso era contro la scuola pubblica e i docenti ed esaltava quelle degli scolopi e dei barnabiti. Ma i suoi ragazzi li mandava a dar l'esame alle statali per dimostrare che erano da cancellare perché ingiuste e classiste. Li avesse mandati agli scolopi sarbbero stati tutti promosi ma non avrebbe fatto il suo gioco. Li utilizzò per avere conferma che aveva ragione e che la pubblica andava eliminata. Un grand'uomo, non c'è che dire e un gran prete pieno di carità cristiana.....

Io Non Sto con Oriana ha detto...

Certo Antimo, certo.

Vishnu ha detto...

Gramsci grande uomo.di cultura. Oggi sarebbe a disagio.e non si riconoscerebbe nella sinistra.