giovedì 22 ottobre 2015

ECCO PERCHÉ LE GITE VANNO FERMATE

Mercoledì notte, uno studente di Cecina in viaggio di istruzione a Milano con la propria classe è precipitato dal sesto piano dell'Hotel morendo sul colpo. È il secondo caso che si verifica nel giro di pochi mesi. È quasi certo che il ragazzo abbia fatto uso di alcol e di sostanze stupefacenti acquistate prima della partenza per Milano per visitare Expo. Che all'interno delle classi in queste occasioni ci sia spesso qualcuno che ne approfitta per fare esperienze “iniziatiche”, è un dato di fatto, salvo fare come gli struzzi. È sufficiente parlare con i nostri studenti, se godiamo della loro fiducia, per sapere che questo corrisponde a verità. Malgrado le evidenze, i viaggi d'istruzione si continuano a svolgere, con tutti i rischi a cui i ragazzi e i docenti vanno incontro.
Alla notizia della tragedia milanese, la ministra Giannini, oltre a esprimere il proprio sgomento, ha voluto tuttavia ribadire che i viaggi non si mettono in discussione. E invece avremmo dovuto già farlo da anni, spiegando i motivi per cui sarebbe bene abolire quelli di più giorni. In qualche anno scolastico c’è stata una loro diminuzione, ma più che altro perché i docenti si sono rifiutati di parteciparvi per motivi sindacali. Eppure succede spesso durante la notte che qualche gitante esca dalle finestre per raggiungere altre camere, correndo rischi enormi, che vengano danneggiate le camere, che i clienti dell’albergo protestino per il chiasso degli studenti, a volte sotto l’effetto di alcol e droghe; e sono in crescita le agenzie turistiche che chiedono ai gitanti un fondo di riserva per ripagare gli eventuali danni causati agli hotel. Stupisce che, malgrado tutto, i docenti  continuino a farsi carico di un impegno così rischioso e stressante, che peraltro viene incredibilmente assicurato senza il pur minimo riconoscimento economico. E c’è ormai chi vorrebbe che tra i loro doveri ci fossero turni di vigilanza notturna, come già a volte accade e come già pretenderebbero alcune sentenze dei tribunali amministrativi. Purtroppo ci sono già vite di insegnanti rovinate per una vera o pretesa omissione, con tanto di cessione della casa per rifondere i danni e depressioni gravi da curare. Oltre a questo, vedere come alcune gite nascono è deprimente: spesso sono i ragazzi a proporre le destinazioni e a cercare di convincere ora questo ora quel docente ad accompagnarli; e non mancano i genitori che si permettono perfino di contestarli se si negano a questi impegni.
Che le tragedie di quest'anno servano almeno a rendere più responsabile il mondo della scuola, i ragazzi e le loro famiglie! L’Italia ha tali ricchezze artistiche e ambientali che si possono fare utilissime gite anche di una sola  giornata. Ma se si vuole perseverare con le notti in albergo, almeno si prevengano certi comportamenti stabilendo sanzioni severissime per chi sgarra, si assicurino i docenti a carico della scuola e li si retribuisca dignitosamente. Dato che ci siamo, si scelgano e si organizzino le gite in modo che abbiano una reale valenza sul piano didattico. Le bolge di studenti che in questi mesi hanno girovagato per l’Expo, stimolati e invogliati a farlo dallo stesso ministero, sono stati quasi sempre un pessimo esempio di quello che dovrebbe essere un viaggio di istruzione: innanzitutto una scoperta ulteriore di se stessi attraverso la scoperta di cose nuove, e non una ritualità o una semplice ragione per stare insieme.
Valerio Vagnoli

(“Il Corriere Fiorentino”, 21 ottobre 2015)

domenica 11 ottobre 2015

QUATTRO INSEGNANTI TRA I PREMIATI DA MATTARELLA

È una bella novità la scelta del Presidente della Repubblica di dare una delle massime onorificenze a 18 eroi “normali”, come titola il “Corriere della Sera” di oggi. Capita di trovare in casa di un conoscente, in bella mostra alla parete, onorificenze di questo o quel presidente. In genere non suscitano grande interesse,  se addirittura non si sospetta che siano dovute alla conoscenza di qualche politico. Stavolta, invece, viene da pensare che le persone scelte, anche come simbolo di tanti loro colleghi, lo siano state in virtù del loro impegno silenzioso e costante, senza altri fini se non quello di migliorare la vita degli altri, con questo migliorando anche la propria e quella di chi verrà dopo di noi. Tra i diciotto premiati vi sono ben quattro docenti, alcuni ancora in servizio e altri in pensione, che nelle loro storie rappresentano un gran numero di insegnanti italiani, anzi la grande maggioranza, che, oltre a fare benissimo il loro mestiere,  alla scuola dedicano gran parte della loro vita perfino dopo essere andati in pensione.  Altro che 18 ore di lavoro settimanale! Si tratta invece  di impegni e responsabilità che difficilmente sono immaginabili se non si lavora all'interno delle scuole. Di questo impegno si parla solitamente ben poco, né lo si riconosce sul piano economico. Lo stesso Francesco Merlo, non sempre tenero nei confronti degli insegnanti, sostiene che nessuna riforma della scuola potrà avere successo se non si parte da una retribuzione finalmente “europea”.  Le scuole non funzionerebbero, se non ci fossero decine di docenti che si impegnano, non di rado senza essere retribuiti o per pochi euro, nelle commissioni, nelle attività di orientamento, in quelle di alternanza scuola-lavoro, nella formulazione degli orari,  nella redazione di atti e documenti (a volte purtroppo di assoluta inutilità), nella preparazione di materiali didattici, oltre che nei consigli di classe, nei rapporti con genitori sempre più supponenti, nella correzione dei compiti e nella preparazione accurata delle lezioni.
Spesso parliamo innanzitutto delle cose che nella scuola non funzionano, anche per responsabilità del personale che vi opera. Tuttavia sfugge a molti che la quotidianità nella gran parte delle nostre scuole è una fitta trama di contributi, ordinari e straordinari; e il riconoscimento di Mattarella all’impegno e alla generosità di quattro colleghi in qualche misura va anche ai tanti altri che giorno dopo giorno fanno vivere la scuola.
Valerio Vagnoli

domenica 4 ottobre 2015

PREVENIRE LE OCCUPAZIONI: PARTECIPAZIONE E NORME AD HOC

Una scuola che abbia davvero a cuore la crescita civile e culturale dei ragazzi non può certo avallare o minimizzare comportamenti come le occupazioni, che ne impediscono il funzionamento e ne danneggiano la credibilità. D'altra parte, la scuola può legittimamente diventare il luogo dove gli allievi possono progettare e organizzare momenti di approfondimento e di discussione su temi di loro interesse. In altre parole, una prevenzione efficace delle occupazioni, come dimostrano alcune esperienze, dovrebbe avere due cardini: la disponibilità a soddisfare le esigenze di autoespressione e di partecipazione degli studenti; la presenza nel regolamento d'istituto di norme ad hoc che indichino con chiarezza limiti e valori da rispettare.
La partecipazione studentesca deve basarsi su progetti concordati tra la scuola e gli studenti, qualcosa di strutturato e di previsto fin dall'inizio dell'anno. Può trattarsi di tre o quattro giornate di "didattica flessibile", sperimentate con successo a Roma, con iniziative di carattere culturale o orientativo, meglio se distribuite nel corso dell'anno; di spazi programmati di discussione, anche nel corso delle assemblee mensili previste; e altro ancora. Bisogna evitare, invece, di concedere, sotto la minaccia dell'occupazione, le cosiddette autogestioni, sia per una questione di principio, sia perché improvvisate e quindi generalmente inconcludenti.
Si dovrebbero prevedere anche occasioni di dialogo preventivo con i genitori, in cui evidenziare i danni sostanziali che derivano dalle occupazioni: spreco di soldi pubblici proprio mentre si rivendicano maggiori finanziamenti per la scuola, percentuali dell'anno scolastico andate perse, quindi conoscenze e competenze non acquisite.
Quanto alle regole da includere nei regolamenti di istituto per scoraggiare le occupazioni, dovrebbero riguardare comportamenti come la permanenza non autorizzata nell'edificio scolastico, l'ingresso nella scuola forzando porte e finestre, l'impedire l'ingresso al personale della scuola, il danneggiamento di ambienti e attrezzature, l'interruzione delle lezioni. Devono essere inoltre esplicitati i compiti dei docenti in caso di occupazione. Va infine chiarito che la valutazione finale del comportamento deve essere fatta in base a tutti e due i quadrimestri e che quindi un'insufficienza nel primo quadrimestre non rimarrà ininfluente.
Sarà naturalmente compito delle singole scuole stabilire le relative sanzioni (anche a scanso di ricorsi). È importante, però, che siano adeguate alla gravità dei comportamenti, perché altrimenti la scuola darebbe ai ragazzi un messaggio educativo debole e contradditorio. Con queste regole, gli studenti potranno essere sanzionati non genericamente per "occupazione", ma per una pluralità di comportamenti di indiscutibile gravità, che però sono spesso assenti nei regolamenti di istituto.

Proposte di integrazione ai regolamenti di istituto

È utile una premessa al Regolamento che sottolinei la responsabilità della scuola come istituzione al servizio della collettività. Per esempio:
Le regole di comportamento indicate in questo regolamento servono a garantire il rispetto reciproco, la cura per l'ambiente scolastico e la serenità necessaria alle attività didattiche. Solo a queste condizioni la scuola può assolvere il compito di trasmettere alle nuove generazioni il patrimonio culturale che ci accomuna. Questo compito le è stato affidato dalla collettività, che lo sostiene con i soldi dei contribuenti.

NORME 

Costituiscono gravi mancanze disciplinare i seguenti comportamenti:
- entrare o rimanere nell'edificio scolastico al di fuori delle ore di lezione, delle attività programmate dall'istituto o di quelle autorizzate dal dirigente scolastico;
- interrompere o impedire lo svolgimento dell'attività didattica;
- non partecipare alle lezioni pur essendo all'interno dell'edificio scolastico (salvo che in casi particolari con l'autorizzazione dell'insegnante);
- entrare nella scuola forzando porte o finestre;
- impedire l'ingresso al personale della scuola o ad altri studenti. 

Danni
- Gli studenti sono tenuti al massimo rispetto degli ambienti scolastici, degli arredi, delle attrezzature, sempre avendo presente che i relativi costi sono sostenuti dalla collettività. Chiunque li danneggia è tenuto a risarcire la scuola e incorre nelle sanzioni disciplinari previste dal presente regolamento.

Voto di condotta
- In sede di scrutini finali il Consiglio attribuirà il voto di condotta tenendo anche conto dei comportamenti relativi al primo quadrimestre, come dispone il Decreto Ministeriale n.5/2000, all'art. 5, comma 1 ("Ai fini della valutazione del comportamento il Consiglio di classe tiene conto dell'insieme dei comportamenti posti in essere dallo stesso durante il corso dell'anno").
- La scuola valuta sul piano disciplinare le infrazioni alle disposizioni del presente regolamento, fatte salve ulteriori responsabilità di carattere penale.
Compiti dei docenti
- In caso di occupazione i docenti sono tenuti a svolgere le lezioni, al limite anche a un solo allievo; nel caso che fosse loro impedito di farlo, devono riferirlo per scritto al dirigente, indicando i nominativi dei responsabili, se ne sono a conoscenza. Sono inoltre tenuti a individuare, in collaborazione con i colleghi, gli allievi che sono presenti a scuola, ma non in classe, e ad annotare i loro nomi, differenziandoli dagli assenti veri e propri.

[Le proposte si basano, con alcune modifiche e integrazioni, sui documenti elaborati da un gruppo di 18 presidi toscani e dal Gruppo di Firenze nel 2011 e sulle indicazioni emerse nel convegno dell'Associazione Nazionale Presidi "La scuola: un bene della comunità", svoltosi il 22 ottobre 2013 a Roma.]

martedì 29 settembre 2015

UN RICORDO DI GIORGIO ISRAEL

Giorgio Israel è stato un acuto e attrezzatissimo critico militante delle politiche scolastiche degli scorsi decenni e degli ultimi anni in particolare. Non era però una delle tante voci “contro” condizionate da ragioni di schieramento politico, spesso con l’aggravante di una conoscenza superficiale delle cose scolastiche. Israel si distingueva invece per una approfondita competenza in materia, per la lucidità unita alla passione e per  l’indipendenza di pensiero anche rispetto a governi da cui pure era stato chiamato a fornire un contributo di idee in commissioni ministeriali, come nei casi della riforma dei licei e del percorso formativo dei futuri insegnanti.
Per noi del Gruppo di Firenze, Israel è stato fin dall’inizio un importante  punto di riferimento e un prezioso sostenitore di tutte le nostre iniziative, a cominciare dalla lettera aperta  del 2008 Scuola, un partito trasversale del merito e della responsabilità, di cui fu uno dei primissimi firmatari. La presentazione del documento al Liceo Visconti fu l’occasione per conoscersi anche di persona. Da lì cominciammo a scriverci e a sentirci per segnalare o commentare l’ennesima sciocchezza ministeriale, per scambiarci documenti oppure per suggerire lui a noi qualche iniziativa o noi a lui di intervenire su una questione all’ordine del giorno. 
Israel ha più volte messo in guardia sull’acritica esaltazione delle tecnologie informatiche (“la faccenda dei nativi digitali è un'immensa bufala, forse inventata dai venditori di materiali informatici”, ci scrisse una volta). Ha criticato più e più volte le pretese di valutazione “oggettiva”, per non parlare delle notissime polemiche sull’Invalsi e sul rischio di orientare l’insegnamento alla soluzione dei test. Ha difeso il ruolo della scuola pubblica e combattuto la tendenza a metterla al servizio degli utenti (“la cultura e la conoscenza non sono prodotti e servizi e nell'istruzione l'interesse sociale e nazionale deve imporsi sugli interessi specifici”). Ha denunciato “l’ideologia della sostituzione della scuola delle conoscenze con la scuola delle ‘competenze’ promossa da un network di pedagogisti e di dirigenti ministeriali”, con la conseguente inondazione di griglie e documenti di certificazione, fino all’ultimo uscito, in cui “si procede fino all’esclusione di ogni possibile valutazione negativa del rendimento dello studente”. Sarebbe molto lungo l’elenco completo dei temi affrontati da Giorgio Israel nei suoi interventi. Ma sarà bene andare spesso a rileggerli sul suo blog. Ne sentiremo un po’ meno la mancanza.

lunedì 21 settembre 2015

IL BAMBINO E L'ACQUA SPORCA NELLA SCUOLA ANNI '70

Dedicato a quel gruppo di colleghe e colleghi di Via dei Bassi che negli anni Settanta,  pur coltivando nei bambini lo straordinario strumento della fantasia, non vennero tuttavia  mai meno al rigore e alla necessità di contrastare alcune idee, non di rado  distruttive, della didattica imperante.

Finalmente si riscopre il dettato. Naturalmente accade all'estero, precisamente in Francia,  ma non è detto che prima o poi ritorni ad essere, soprattutto alle elementari, l'esercizio chiave, un tempo quotidiano, della nostra scuola di base, quello che ha permesso d'insegnare l’italiano agli italiani. L'averlo ridotto ai minimi termini ha contribuito, come ha scritto recentemente Tullio De Mauro, a formare un impressionante numero di disgrafici, dietro al quale forse non mancano operazioni di carattere speculativo. Al dettato aggiungerei anche il riassunto, esercizio anch'esso di primaria importanza per abituare i bambini a strutturare i loro pensieri e le loro competenze, non solo linguistiche. La consequenzialità dei fatti, l'ordine della struttura grammaticale, soprattutto dei tempi verbali, la necessità di scegliere le parole giuste e progressivamente diverse rispetto a quelle presenti nel testo da riassumere, trasferiscono nella mente dei bambini un bagaglio di strumenti indispensabili per  affrontare tutte le materie con una maggior sicurezza; una sicurezza che da decenni non riusciamo quasi più a trovare in molti dei nostri studenti delle superiori e delle stesse università. Da molti anni, inoltre, prendiamo purtroppo atto della sempre più scarsa attenzione per la calligrafia e ciò, oltre a non dare ordine e struttura ai nostri pensieri e alle nostre parole, contribuisce senz'altro a creare ulteriori disgrafici. Se un docente delle superiori si “picca” di pretendere la scrittura in corsivo, è facile che nel giro di pochi giorni spunti fuori una certificazione di dsa che oggi mi sembra non si neghi a chiunque ne faccia richiesta. Devo tuttavia far presente, almeno per la mia esperienza di docente di lettere nelle superiori in tempi in cui i dsa erano meno di moda, che non sempre i miei colleghi erano disposti a stabilire un tempo entro il quale l'allievo doveva imparare il corsivo, pena una pessima valutazione dei compiti. Mi è capitato frequentemente d'incontrare all'esame di Stato ragazzi che ancora non erano in grado di scrivere in corsivo e che dovevano quindi concentrare i loro sforzi, piuttosto che sui contenuti,  nello scrivere in modo leggibile, talvolta senza neanche riuscirvi.
Ma anche la tradizione letteraria era sotto tiro in quegli anni. Come dimenticare una collega  di un  istituto superiore livornese  che al posto dei Promessi sposi faceva leggere l'autobiografia di un calciatore considerato, allora, impegnato!  Quando incontro invece  qualche mio ex allievo, a volte sono stato benevolmente rimproverato perché non gli avevo fatto studiare a memoria altri canti della Commedia o di Leopardi, avendo nel frattempo verificato quanto sia importante, nella vita e nel lavoro, avere una memoria ben sviluppata e allenata. Purtroppo l'ondata “progressista” dei docenti entrati con me nella scuola negli anni settanta voleva rivoluzionare tutto quello che sapeva di stantio, di passato, di borghese, senza nemmeno chiedersi se, insieme a una didattica senz'altro da buttare, vi fosse una tradizione da mantenere. Una tradizione che aveva saputo trovare e conservare strumenti di base fondamentali per insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto anche a bambini i cui retroterra culturali e sociali non avevano nulla da invidiare (si fa per dire) a certi contesti del nostro attuale terzo mondo.  Non riuscì a far riflettere i nostri pedagogisti e il nostro mondo scolastico (smettiamola di pensare che i docenti non abbiano delle responsabilità sulla decadenza della scuola e che siano sempre vittime degli psicopedagogisti o dei governi di turno!) quello che è considerato il testamento spirituale di Italo Calvino, un modernissimo che, poco prima di morire, aveva voluto lasciare agli uomini del nuovo secolo questi consigli: “Se tutto è fantasia non si realizza niente. Imparare poesie a memoria, fare calcoli a mano e combattere l'astrattezza del linguaggio. Sapere che tutto quello che abbiamo ci può essere tolto da un momento all'altro”. (Valerio Vagnoli)

lunedì 14 settembre 2015

L'ETERNO SESSANTOTTO (“Il Corriere Fiorentino”, 13 settembre 2015)

Caro direttore, è legittimo indire per il primo giorno di scuola un’assemblea sindacale, come quella di martedì 15 a Firenze, di quattro ore sulla legge di riforma? Certamente lo è, dato che le norme lo consentono. È stata opportuna questa iniziativa dei sindacati? In merito sono state espresse fondate valutazioni critiche da diversi punti di vista. Non si è tenuto conto dell’importanza del primo giorno di scuola per gli allievi, soprattutto quelli delle prime; appare una scelta furbesca, uno sciopero mascherato che mette in difficoltà molti genitori senza la trattenuta sullo stipendio; è un autogol dei promotori, che rischiano di perdere credibilità e simpatie penalizzando soprattutto le famiglie dei lavoratori. La faccenda si fa ancora più seria se si tiene conto che, nelle intenzioni dei sindacati scuola, questa  vuole essere solo la prima mossa di una “resistenza attiva” alla legge di riforma. La Gilda, ad esempio, invita i docenti a “non accettare la nomina a coordinatore di classe, dipartimento, coordinamento per materia, responsabile di laboratorio, l´incarico di responsabile di plesso, la nomina a staff della dirigenza e quella di collaboratori del dirigente,  oltre che a ostacolare l’elezione del comitato di valutazione degli insegnanti. In pratica, a paralizzare la scuola. “Tuttoscuola” parla di “strappo istituzionale” e sottolinea che “piaccia o no, ora la 107/15 è legge e, come tale, va applicata, soprattutto da parte di chi (dirigenti e personale) ha l’obbligo di farlo. Se vi sono nella legge norme di dubbia legittimità, esistono forme e strumenti per impugnarle”. Per esempio, sul punto forse più contestato della riforma, quello che consente ai presidi di nominare almeno una parte dei docenti, è in corso la raccolta di firme per un referendum abrogativo promosso da Giuseppe Civati.
Ancora una volta sembra che certo mondo scolastico non riesca a scrollarsi di dosso un eterno ‘68, incurante dell’esempio che, come educatori e servitori dello stato, si dovrebbe dare ai ragazzi, innanzitutto quello del rispetto delle leggi. Salvo pensare che questa sia una riforma liberticida e che ciò sia sfuggito ai parlamentari e al Capo dello Stato.
Succede poi spesso che una parte di chi aderisce alle assemblee poi non partecipa, usandole di fatto come permesso, tanto il preside per legge non può controllare le presenze. E in passato, in qualche scuola, la riunione è stata perfino annullata perché non c’era nessuno. Serietà vorrebbe che  questi incontri, importanti sotto il profilo democratico e professionale, si tenessero al pomeriggio. La scuola non è una fabbrica e le riunioni pomeridiane fanno parte della normalità. Ne guadagnerebbero in prestigio i sindacati e gli insegnanti, e si eviterebbe anche uno dei tanti tagli alle lezioni durante l’anno scolastico. 
Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli
Gruppo di Firenze per la scuola
del merito e della responsabilità

domenica 23 agosto 2015

IL PREZZO DEL POSTO DI RUOLO

Decine di migliaia di docenti immessi finalmente in ruolo: è una bella novità, che servirà a dare sicurezza economica e psicologica a chi questo lavoro lo ha cercato e voluto a costo di aspettare anni e anni. Eppure non mancano coloro che ci rinunciano, rifiutandosi di andare a lavorare in altre regioni del Paese, solitamente quelle del nord, perché costretti a lasciare la famiglia e a sostenere spese non indifferenti, soprattutto rispetto a stipendi a dire il vero indecorosi. E se anche in passato altre decine e decine di migliaia di insegnanti meridionali si son dovuti sobbarcare l'impegno di trasferirsi in altre regioni, vivendo la difficoltà di allontanarsi dai propri affetti e dal proprio retroterra sociale e culturale, è pur vero che in media gli attuali immessi in ruolo superano i quarant’anni e che non pochi arrivano ai cinquanta: un’età in cui è più difficile cambiare vita. Tuttavia, pur comprendendo tutte queste difficoltà, viene da chiedersi cosa si potessero mai aspettare questi docenti, quando per lunghi anni lottavano per la stabilizzazione. Si sa che le classi nel meridione sono da anni in calo e che da ancora più tempo vi sono in crescita i laureati che aspirano all’insegnamento. Di qui l'inevitabilità, almeno per molti, di spostarsi dove ci sono cattedre libere. A meno di non ricorrere ad una migrazione forzata dei ragazzi di altre regioni verso quelle meridionali… Battute a parte, sarebbe opportuno che chi protesta indicasse almeno un’alternativa plausibile. Nelle attuali condizioni non lo sarebbe la richiesta – seppure sacrosanta in teoria – di un forte aumento di stipendio per la categoria, che consentisse tra l'altro a chi si sposta di compensare in parte il sacrificio. Questo infatti non è possibile e non lo sarà fintanto che il numero dei docenti sarà così esageratamente alto. Da qualche decennio la scuola italiana è una struttura elefantiaca, funzionale in particolare a dare occupazione a centinaia di migliaia di laureati, soprattutto del Sud, che non potrebbero spendere i loro titoli accademici in altro modo. Chi è da tempo nella scuola sa che non è raro imbattersi in consigli di classe in cui il numero dei docenti è addirittura superiore a quello degli allievi e che, salvo i percorsi liceali, gli altri indirizzi sono letteralmente sommersi da un numero tale di materie (e quindi degli insegnanti) da rendere frammentario e dispersivo lo studio e l'impegno degli studenti.
La riforma prevede che in futuro si accederà all'insegnamento attraverso concorsi regionali, ma nulla dice sulla necessità di diminuire il numero delle materie, soprattutto nei tecnici e nei professionali. Con il risparmio che ne verrebbe si potrebbe forse portare finalmente gli stipendi dei docenti italiani a livello dei loro colleghi europei e fornire alle scuole quelle strutture (laboratori, palestre, piscine, mense...) indispensabili a renderle, appunto, delle vere scuole. (VV)

giovedì 13 agosto 2015

PER COMBATTERE LA DISOCCUPAZIONE CI VUOLE UNA VERA FORMAZIONE PROFESSIONALE

“Orizzonte Scuola”, 9 agosto 2015 – Purtroppo la disoccupazione giovanile, dopo alcuni mesi di timida ripresa forse legata alle pur importanti misure governative sul lavoro, ha ripreso a crescere. E temo che ciò sia destinato a confermarsi nel tempo se non porremo i ripari alla necessità di ricostruire il legame tra il mondo del lavoro e i giovani che in Italia si è rotto da qualche decennio.
Da quando, cioè, con responsabilità trasversali di tutti gli orientamenti politico-culturali del Paese, si è demonizzato il lavoro, in particolare quello manuale, in quanto si è pensato che le magnifiche sorti e progressive sarebbero state assicurate da una cultura liceale, e  possibilmente universitaria, aperta a tutti.
Gli ideologi, a parole, del progresso, forse si illudevano che  attraverso questa struttura della scuola sarebbe avvenuto finalmente il riscatto delle masse proletarie alle quali, da sempre, era stata preclusa la formazione liceale quella che, un tempo, assicurava l’appartenenza alla classe dirigente. Insomma, la scuola, come è tipico dei regimi e non delle democrazie, doveva servire a creare dei cittadini modellati su una visione univoca della cultura e della formazione eliminando quello che è il vero scopo della scuola in una democrazia: intercettare le vocazioni dei ragazzi e aiutarle a realizzarsi  anche se orientate verso il lavoro manuale, perché la loro felicità e la loro affermazione nella vita passa dal fare bene e volentieri quello che scelgono di fare: ciascun lavoro ben fatto, qualunque esso sia, è sempre il frutto di un uomo ben fatto. Invece questo tipo di formazione e questa attenzione nei confronti del mondo del lavoro è stata esorcizzata ed esecrata  in ogni modo. L’esperienza pratica è inesistente nella scuola elementare e nella media le ore di educazione tecnica si svolgono solitamente  nelle aule normali perché i laboratori sono stati anch’essi banditi dalle scuole pensando che sarebbero stati sostituiti da quella sorta di mantra pedagogico che nella vulgata formativa di questi anni è diventata, o dovrebbe diventare, la didattica laboratoriale. Gli istituti professionali di Stato  sono talmente lontani dal dare ai ragazzi una vera formazione professionale da rappresentare oramai una vera e propria fucina per riempire certi indirizzi universitari inutili e  destinati in generale  a sfornare futuri disoccupati  e non a formare ragazzi preparati e motivati ad entrare nel mondo del lavoro, a testa alta e con responsabilità.
Anche nella vita quotidiana, magari in quella delle vacanze, ad un adolescente o ad un giovane che lo volesse fare  è pressoché reso impossibile, anche per la stupidità di molta burocrazia, poter svolgere uno qualsiasi di quei lavoretti che tantissimi della mia generazione hanno avuto la fortuna di poter svolgere: dal barista estivo al vendemmiatore autunnale, dalla babysitter,  al magazziniere o al raccoglitore di angurie e  pomodori. Erano esperienze, sebbene svolte purtroppo in regime di sfruttamento, che tuttavia servivano ad orientarci, a valorizzare il lavoro manuale e gli adulti che lo svolgevano.
In compenso, da molti anni, nell’indifferenza di tutti e perfino delle stesse  forze sociali e sindacali, come ha ben messo in evidenza, l’altro giorno su Sette, Gianantonio Stella, molti di questi  lavori manuali sono svolti in condizioni di autentica schiavitù da parte degli immigrati.
La società del bengodi che sembrava  accompagnare la vita delle generazioni future si è  da tempo dileguata ed è compito anche della  scuola aiutare i ragazzi a fare i conti con la realtà e con il lavoro che forse cresce se vi è  anche la consapevolezza della sua importanza e di come sia  altrettanto importante affrontarlo con responsabilità e preparazione. Perché questo accada, le pur innovative  misure prese dal governo in merito all'alternanza scuola-lavoro non sono sufficienti. Occorre, insomma,  trasformare radicalmente i nostri istituti professionali ridando loro  una precisa identità, quella identità che un tempo li caratterizzava e che, non a caso, è stata recuperata dal modello trentino che funziona, eccome se funziona.
Valerio Vagnoli

martedì 28 luglio 2015

RICORDO DI SEBASTIANO VASSALLI

È con vero dispiacere che ci troviamo a scrivere in morte di Sebastiano Vassalli, uno tra i più importanti narratori italiani, ma anche intellettuale che ha condiviso diverse nostre iniziative. Tra cui la lettera aperta del 2008 Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità e, l’anno scorso, l’appello Ridateci il silenzio. Contro la distruzione della quiete pubblica.  Ci ha anche accomunato la critica a Don Milani e alla pedagogia del priore di Barbiana, che è diventata alla fine, suo malgrado, una sorta di pedagogia di Stato. Alla storia e al presente della nostra società Vassalli prestava una attenzione costante in ogni sua opera e in ogni suo intervento sulle più prestigiose testate giornalistiche nazionali. Mai accondiscendente nei confronti  delle  idee correnti, fu sempre vicino a coloro che dalle idee correnti erano stati schiacciati; fossero questi l'Antonia della Chimera o il Campana de La notte della cometa. 

mercoledì 1 luglio 2015

MA L’INCARICO DATO DAI PRESIDI PUÒ MIGLIORARE LA SCUOLA?

Facciamo per un momento l’ipotesi che nessun preside nel “chiamare” i nuovi insegnanti si faccia influenzare da conoscenze, raccomandazioni o pressioni e li scelga con rigorosa imparzialità nell’esclusivo interesse della scuola. Ammettiamo, senza concederlo, che sia agevole valutare le qualità dei candidati dalla lettura dei curricoli e da un colloquio. In altre parole: depuriamo la questione della chiamata dalle più comuni obbiezioni e limitiamoci a chiederci se l’innovazione in sé e per sé può essere utile a elevare la qualità media dell’insegnamento. Ebbene, dato che tutti i docenti iscritti nelle liste territoriali dovranno trovare una collocazione, chiamati o sistemati d’ufficio che siano, è evidente che avremo soltanto un diverso modo di distribuirli fra le scuole. A sentire invece certe aspettative, sembra quasi che così si possa ottenere la moltiplicazione degli insegnanti bravi. La cosiddetta chiamata diretta potrebbe essere efficace in senso qualitativo in un sistema che alla fine lasci fuori chi non è stato scelto, in cui ci sia cioè un libero mercato professionale in cui far valere competenze dimostrabili, la credibilità dei titoli di studio, le referenze che si è in grado di produrre. Una cosa del genere non è pensabile in Italia, per la particolare tutela conferita alla libertà di insegnamento, in qualche modo paragonabile a quella dell’indipendenza dei magistrati; un sistema che può diventare più flessibile, ma non essere abbandonato.
Pare proprio che in genere i legislatori non sappiano valutare realisticamente gli effetti concreti dei provvedimenti e si lascino invece abbagliare dalle parole d’ordine alla moda. Un altro caso esemplare è il tormentone sul “premio ai migliori” come presunta leva per migliorare la scuola, che dovrebbe trovare attuazione con questa legge. Abbiamo invece più volte fatto notare che i docenti molto bravi continuerebbero a lavorare bene anche senza aumenti retributivi, mentre dove questa pratica esiste ha creato scontento e tensioni all’interno delle scuole. E ci vuole ben altro che qualche centinaio di euro una tantum per rendere attraente l’insegnamento per i giovani.
Inutile cercare scorciatoie; per elevare nel breve e nel medio periodo la qualità professionale del corpo docente alcune scelte sono indispensabili, anche se indigeste a parte del ceto politico e sindacale:
- la selezione dei futuri insegnanti deve essere molto più rigorosa anche sul piano attitudinale oltre che su quello culturale (in Finlandia diventa docente un aspirante su nove);
- si devono poter allontanare dall’insegnamento i docenti gravemente inadeguati sul piano didattico o della correttezza professionale, riconoscendo così il merito della maggioranza dei colleghi seri;
- un aggiornamento sistematico dovrebbe valorizzare in primo luogo il patrimonio professionale già presente nella scuola, favorendo lo scambio di idee e di esperienze;
- è poi necessario promuovere la cultura del controllo di regolarità e di legalità su tutti gli aspetti e i ruoli della vita scolastica da parte di un corpo ispettivo numeroso e preparato;
- e infine è ora che anche gli insegnanti italiani possano far riferimento a comuni principi etico-deontologici della professione. Sarebbe un grande contributo alla ricostruzione del loro prestigio sociale. 
Giorgio Ragazzini

martedì 30 giugno 2015

PERCHÉ NON È VERO CHE È MEGLIO LASCIARE TUTTO COM’È

In queste settimane di proteste contro la Buona Scuola mi sembra che da parte degli oppositori alla fine la parola d'ordine sia stata una e soltanto una: niente potere ai presidi e nessun futuro controllo sull'operato dei docenti. Comprensibilmente la scelta degli insegnanti da parte del dirigente preoccupa per la possibilità di favoritismi (peraltro dovranno essere esplicitate le motivazioni delle scelte); e la possibilità che l'incarico triennale non sia rinnovato costituirebbe indubbiamente un rischio per la libertà di insegnamento, rischio che però sembra ridimensionato nella versione definitiva della legge. D’altra parte ritengo che, grazie all'autonomia scolastica, sebbene molto parziale, sulla carta qualche potere noi presidi già ce l’abbiamo. Casomai non esiste la possibilità di esercitarlo, mancandoci gli strumenti "effettuali" per poterlo fare. Innanzitutto per il sempre più esagerato e insostenibile carico di lavoro e di responsabilità non supportato, salvo rare eccezioni, da un’adeguata struttura amministrativa, permanendo nella scuola ancora un potere centrale elefantiaco, dominato da una burocrazia da far invidia a quella zarista. Inoltre anche il sottoscritto non è molto entusiasta di sobbarcarsi ulteriori compiti, visto che quelli esistenti sono lontani dal poter essere realmente gestiti. Tuttavia, di fronte all’assoluta mancanza di proposte alternative a quelle governative da parte dei contestatori verrebbe quasi voglia di sottoscrivere in toto il programma renziano. Negare che la scuola stia affogando pian piano nella propria incapacità di mutare pelle significa infatti non voler prendere atto che la struttura e la mentalità scolastica continuano purtroppo ad essere quelle dei decreti delegati del '74. La stesso sbandierare l’inadeguatezza di gran parte dei presidi alla loro funzione e magari il rischio corruzione per gli incarichi ai docenti, significa riconoscere implicitamente che occorre fare qualcosa e quanto prima per rinnovare questo mondo. Essi dimenticano, nella loro foga polemica, che noi dirigenti proveniamo tutti quanti dal ruolo della docenza. Vale la pena di ricordare che ancora oggi sono in servizio molti dirigenti che hanno ottenuto il ruolo grazie a concorsi riservati a chi aveva accumulato punteggi grazie al ruolo di vicepresidi. E quelli della mia generazione sanno che, fino a poco più di un decennio fa, i vicepresidi erano eletti dai collegi dei docenti, in cui era fortissima l'influenza sindacale. Far finta che tutto vada bene, madama la marchesa, è insomma una grave mistificazione. Che ci siano persone che lo fanno in buona fede non si mette in discussione, ma che ce ne siano altre interessate a mantenere lo status quo non vi è dubbio. Ignorare che vi sono docenti impreparati, neghittosi, demotivati, nullafacenti, furbi che se la cavano dando a man bassa sufficienze a tutti per non aver grane da parte della famiglie è da sciocchi o da correi. E ignorare che questi disgraziati fanno danni irreversibili ai ragazzi più svantaggiati è da irresponsabili. La scuola è la struttura fondamentale deputata a garantire la costruzione di una società migliore, più giusta e dominata dalla mobilità sociale. Che su questo non abbiano nulla da dire forze sindacali nate per tutelare i più deboli e i meno garantiti sul piano sociale e culturale è più di un segnale di come il baratro sia a portato di mano, come spesso nella storia è accaduto quando si è pensato che del nostro operato non si debba rendere conto a nessuno.
Valerio Vagnoli
(“Il Corriere Fiorentino”, 24 giugno 2015)

martedì 23 giugno 2015

RISPOSTA ALL'APPELLO "NON BOCCIATE I NOSTRI FIGLI"

Intervista di Eleonora Fortunato su  “Orizzonte Scuola”.
È di qualche giorno fa l'appello dei comitati dei genitori di Modena, rivolto ai Consigli di Classe dei bienni di scuola superiore, a essere meno drastici nelle bocciature. “Nei prossimi giorni sarete chiamati al difficile e delicato compito di valutare i nostri ragazzi e di decidere sul loro futuro”, scrivono i genitori,  che nel prosieguo della loro missiva alludono anche alla discrepanza con i voti alti ricevuti alla fine del primo ciclo. Incuriositi da questa presa di posizione, abbiamo sollecitato le riflessioni di Andrea Ragazzini del Gruppo di Firenze, i cui membri sono impegnati da anni per il riconoscimento del merito e della responsabilità nella scuola.
Prof. Ragazzini, secondo lei è giusto impostare la discussione così come fanno i genitori modenesi? Ci sarebbe un’ipotetica supervalutazione degli alunni nella scuola media che poi si scontra con l’eccessivo rigore dei prof del primo anno delle superiori?
“Non posso che dare un giudizio molto negativo di questo appello, che purtroppo conferma come ormai non pochi genitori concepiscano il rapporto con la scuola e con gli insegnanti in una logica di tipo sindacale, fatto di continue rivendicazioni, di disinvolte e talvolta minacciose  incursioni nella sfera di competenza dei docenti, di indebite pressioni. Mi riesce difficile valutare diversamente una lettera del genere pubblicata la vigilia degli scrutini.I genitori modenesi si presentano come interlocutori dialoganti, ma si guardano bene dal chiedersi se anche loro hanno qualcosa da rimproverarsi. Si legge nella lettera: “Diciamolo, c’è qualcosa che non va. Non nei ragazzi, non nelle loro famiglie, ma nel funzionamento della scuola italiana”.  A sostegno di questa perentoria affermazione non c’è un solo elemento di analisi e soprattutto manca  la consapevolezza che se dirigenti e insegnanti hanno una preponderante responsabilità nel far funzionare la scuola, anche gli studenti e le loro famiglie sono chiamati a fare la loro parte, che non è solo rivendicazione di diritti. In proposito consiglio a questi genitori  come lettura estiva lo splendido discorso che nel 2009 Barack Obama rivolse agli studenti americani all’inizio dell’anno scolastico. Cito solo una frase così come è stata riportata dai quotidiani: “....noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.” 
Secondo i dati in nostro possesso, riportati anche nella lettera, all’esame di terza media la percentuale dei promossi sfiora il 99 per cento, la metà di loro con punteggi superiori al 7. Gli stessi dati dimostrano che dopo soli 12 mesi gli stessi ragazzi ottengono, invece, voti disastrosi alla fine della prima superiore, soprattutto nei tecnici e nei professionali. Qual è il suo commento a riguardo?
“Secondo le semplicistiche (e non disinteressate) conclusioni degli estensori della lettera, la responsabilità ricade tutta intera sui docenti delle superiori, ma ovviamente il problema dell’alto numero di bocciature nelle prime classi, in particolare negli istituti tecnici e professionali, è un po’ più complesso. Sottolineerei soprattutto due questioni, che sono state molte volte al centro delle iniziative del Gruppo di Firenze. La prima riporta, per contrasto, al discorso di Obama: come è noto, negli ultimi decenni una parte maggioritaria della cultura pedagogica italiana e gli indirizzi del Ministero, con rarissime eccezioni, hanno provveduto a cancellare l’idea che il successo scolastico, quello vero, non può prescindere dall’impegno degli interessati e dalla fatica che spesso comporta misurarsi con  le difficoltà e i limiti che ciascuno di noi si trova inevitabilmente ad affrontare. Si sente spesso ripetere che “la bocciatura è sempre un fallimento della scuola”, con il duplice risultato di colpevolizzare gli insegnanti e di azzerare la responsabilità del discente. Ma l’educazione all’impegno e alla responsabilità dovrebbe stare alla base di ogni percorso didattico e formativo. Il poco credibile 99% di promozioni all’esame di terza media è figlio anche di questo.
C’è una seconda questione che penalizza il nostro sistema scolastico e produce la maggior parte delle bocciature e degli abbandoni nella secondaria superiore. È la questione dell’istruzione professionale, che a partire dai primi anni Novanta e infine con la riforma Gelmini ha subito un continuo processo di licealizzazione, per il pregiudizio tutto ideologico che vede nella cultura “disinteressata” l’unico possibile strumento di compensazione delle disuguaglianze culturali e sociali. Il bel risultato che si è ottenuto è che gli istituti professionali continuano  ad essere considerati delle scuole di serie B, mentre i ragazzi che per attitudini e interessi potrebbero ottenere gratificazioni e risultati positivi in una scuola più orientata al fare, si scontrano con una pletora di materie teoriche e con un numero risibile di ore di laboratorio. E molti di loro naturalmente finiscono per fallire”.
A suo avviso si intravedono soluzioni intelligenti per governare questo fenomeno? Il Gruppo di Firenze cosa proporrebbe?   
“Per quanto dicevo poco fa occorre prima di tutto una riforma dell’istruzione professionale che ne ridefinisca in modo coerente l’identità e il curriculum. In un recente convegno a Firenze, a cui hanno partecipato il Sottosegretario Toccafondi e l’Assessore Regionale all’istruzione Bobbio, abbiamo indicato come prospettiva l’unificazione di istruzione e formazione professionale, secondo un modello in qualche modo affine, anche se non uguale, a quello sperimentato in Trentino, che oltretutto costituirebbe una semplificazione e una razionalizzazione del sistema. Nell’immediato bisogna quanto meno rimettere mano al curriculum degli istituti professionali, rivedendo completamente fin dal primo biennio l’equilibrio tra le discipline teoriche e quelle professionali, in modo da corrispondere davvero alle aspettative e ai talenti dei ragazzi che si iscrivono a questo percorso di istruzione. È indispensabile però anche una forte battaglia culturale perché l’istruzione/formazione professionale abbia il prestigio che ha in altri paesi europei, prima fra tutti la Germania, dove oltretutto questo canale scolastico è in grado di garantire una qualificata occupazione alla quasi totalità degli studenti”.
A quanto pare, nell’ambito del Ddl “La Buona Scuola” si sta discutendo della possibilità di legare la valutazione dei presidi alla loro capacità di incidere positivamente sulla dispersione scolastica. Questo non potrebbe portare all’equazione meno bocciati = più soldi alle scuole? Come si fa a combattere la dispersione senza inaugurare una nuova stagione del 6, o del 7, politico?
“Occorre certamente una piena responsabilizzazione di dirigenti e insegnanti, il che significa anche una seria attività di indirizzo e soprattutto di controllo, tanto dell’operato degli insegnanti da parte dei dirigenti che di quello dei dirigenti da parte del Ministero e dei suoi organi periferici. Nella mia esperienza la maggior parte dei dirigenti scolastici preferisce far finta di nulla o si limita a provvedimenti molto blandi di fronte a inadempienze o scorrettezze anche gravi di qualche docente, anche se è vero che gli strumenti a disposizione sono inadeguati. L’idea di dare più risorse alle scuole che bocciano meno è ovviamente una sciocchezza e sospetto che non sia una sciocchezza in buona fede, dato che, come Lei giustamente osserva, sarebbe un incentivo per  incrementare  le finte promozioni, che già oggi non sono poche. La dispersione, oltre che con quanto abbiamo detto in tema di indirizzi di studio, si combatte con una scuola più seria, che abbia veramente come obiettivo quello di fornire soprattutto a chi parte con uno svantaggio sociale e culturale (“i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”) gli strumenti per affermarsi.
Quanto alla valutazione, abbiamo detto in molte sedi che la priorità non è premiare gli insegnanti più bravi, ma poter intervenire efficacemente nel caso di docenti palesemente  inadeguati o che tengono comportamenti in contrasto con i propri doveri professionali. Si tratta certamente di una ridotta minoranza, ma i loro studenti ne sono gravemente danneggiati”.

martedì 16 giugno 2015

CORRETTEZZA DEGLI ESAMI, DISPOSIZIONI ANCORA INSUFFICIENTI

Nei giorni scorsi è stata diramata dal Miur una circolare, analoga a quella dello scorso anno, in cui si precisa “che è  assolutamente vietato, nei giorni delle prove scritte, utilizzare a scuola telefoni cellulari, smartphone di qualsiasi tipo, dispositivi di qualsiasi natura e tipologia in grado di consultare file, di inviare fotografie ed immagini, nonché apparecchiature a luce infrarossa o ultravioletta di ogni genere;
che è vietato l’uso di apparecchiature elettroniche portatili di tipo palmare o personal computer portatili di qualsiasi genere in grado di collegarsi all’esterno degli edifici scolastici tramite connessioni wireless, comunemente diffusi nelle scuole, o alla normale rete telefonica con qualsiasi protocollo;
che nei confronti di coloro che violassero tali disposizioni è prevista, secondo le norme vigenti in materia di pubblici esami, la esclusione da tutte le prove di esame.” Si aggiunge che “nel corso dello svolgimento delle prove scritte dovrà essere disattivato il collegamento alla rete Internet di tutti gli altri computer presenti all’interno delle sedi scolastiche interessate dalle prove scritte. Saranno, altresì, resi inaccessibili aule e laboratori di informatica”.
Come si vede, non si fa ancora parola del possibile utilizzo di quei rilevatori di cellulari accesi che fu sollecitato per due volte dall’Associazione Nazionale Presidi. Si tratta comunque di disposizioni apprezzabili, ma perché non si premette che è “assolutamente vietato” copiare in tutti i modi possibili e immaginabili e che le conseguenze saranno identiche se si usa un cellulare, un bigliettino o la comunicazione orale tra candidati? La precisazione sarebbe tra l’altro utile per prevenire (per quanto possibile) l’intervento del solito Tar, il quale potrebbe formalisticamente obbiettare che nella circolare si parla solo di apparecchiature elettroniche.
Nessun cenno, ovviamente (sarebbe politicamente scorretto), alle conseguenze disciplinari di eventuali collusioni da parte di chi vigila durante le prove scritte: omessa vigilanza, aiutini, aiutoni. Eppure non sono fatti rarissimi; e in passato ne abbiamo documentati parecchi.  (GR) 
Puoi leggere anche: Esami di Stato. Gruppo di Firenze: commissioni tutte esterne, adottare misure tecniche contro uso smartphone (su “Orizzonte Scuola”)

sabato 30 maggio 2015

IL DIRITTO A NON FARE COMPITI ESTIVI

Parlare con equilibrio e buon senso dei compiti estivi, nonché di quelli per casa durante l’anno, sembrerebbe facile ma a quanto pare non lo è. Anche quest’anno si fanno avanti granitiche certezze sulla loro inutilità, per non dire nocività. Sulla piattaforma Change.org è stata promossa una petizione firmata da genitori, maestri, pedagogisti e dirigenti, che con toni parecchio sopra le righe ne chiedono l’abolizione, per evitare disagi e sofferenze agli allievi quando non “odio per la scuola e repulsione per la cultura”. Da decenni sono usciti di scena temi educativi fondamentali come la volontà, l’impegno, la costanza in vista di un risultato, la cura nell’esecuzione del lavoro. Una parte dei genitori e anche non pochi colleghi e dirigenti sono afflitti dalla sindrome dell’iperprotezione, che guarda con angoscia e biasimo ogni esposizione dei giovani alle difficoltà, agli insuccessi, alla fatica. Generazioni di bambini e ragazzi sono state chine sui libri, ma quelli odierni hanno un diritto inalienabile a pomeriggi liberi e vacanze sterminate che nessuno dovrebbe interrompere o disturbare con qualcosa che ricordi la scuola. Durante l’estate si possono fare letture, si può riflettere scrivendo sulle proprie esperienze e, con le istruzioni degli insegnanti, si può colmare qualche lacuna.  Imporre valanghe di compiti è ovviamente una fesseria che può fare seri danni, come l’abuso delle medicine o l’eccesso di esercizio nello sport. Ma non per questo qualcuno ha proposto l’abolizione dei farmaci e degli allenamenti. D’altra parte, come sensatamente pensa Laura Montanari nel servizio su “La Repubblica”, “la maggioranza della scuola italiana continua a sostenere l’utilità dei compiti”.

venerdì 15 maggio 2015

CHE BRUTTO ESEMPIO DÀ UN PROF, SE BOICOTTA IL TEST [“Il Corriere Fiorentino”, 15 maggio 2015]

Sono giorni brutti per la scuola, comunque la si metta e chiunque alla fine riesca a vincere la partita tra sindacati dei docenti e governo. Continua a leggere.

giovedì 14 maggio 2015

LA TESTIMONIANZA DI UN GENITORE SULL'INVALSI TAROCCATO E SULL’INTIMIDAZIONE DI UN’ ALLIEVA

Marcello Dei, il sociologo che ha dedicato alla scuola buona parte delle sue ricerche ed è noto per il libro RAGAZZI SI COPIA. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane, ci ha inviato lo scambio di lettere con un genitore a proposito dello svolgimento dei test Invalsi in una scuola elementare, che pubblichiamo nelle parti essenziali, opportunamente modificate per non rendere riconoscibili i protagonisti. Riprendiamo quindi il tema, già trattato nei giorni scorsi, dell’assenza nella scuola italiana di qualsiasi riflessione sull’etica professionale, i cui principi fondamentali non dovrebbero mai essere sacrificati neppure alla più motivata delle battaglie, anche perché non mancano i mezzi per farsi sentire, come ha dimostrato lo sciopero del 5 maggio. Di particolare rilievo è il punto della responsabilità educativa, anche attraverso i comportamenti, nei confronti degli allievi. Ma sarebbe forse sufficiente prendere sul serio l’articolo 54 di quella Costituzione che in tanti sbandierano di voler difendere a ogni costo. Dice: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Continua a leggere.

mercoledì 6 maggio 2015

SUI POTERI DEI PRÈSIDI: CHIAMATA E VALUTAZIONE DEI DOCENTI

Per capire che cosa è in gioco quando si parla di poteri dei dirigenti scolastici bisogna partire da una caratteristica fondante dell’istruzione pubblica, e cioè la sua neutralità ideologica. Ciò significa  che non vi si può né privilegiare né discriminare alcuna tendenza religiosa, politica, culturale. In altre parole, è essenziale che la scuola pubblica non sia di parte. Questo si realizza necessariamente attraverso la libertà di insegnamento, cioè di pensiero e di metodo, di ciascun insegnante, un po’ come la funzione della giustizia si realizza attraverso l’indipendenza del giudice, condizione ineliminabile della sua imparzialità. Tra le principali garanzie di questa libertà, come dell’indipendenza del giudice, ci sono adeguate modalità di reclutamento (concorso pubblico) e la stabilità del posto di lavoro. Stabilità che la riforma non garantisce. Com’è noto, infatti, è prevista l’istituzione di albi territoriali formati dai nuovi assunti e dai docenti che faranno domanda di trasferimento. Tra questi i presidi potranno scegliere gli insegnanti a cui proporre un contratto triennale rinnovabile; e dunque anche non rinnovabile. È vero che il docente non verrà licenziato, verrà però rispedito negli albi territoriali, oltretutto accompagnato dallo stigma del mancato rinnovo. Per tornare all’analogia con i giudici, si sa che questi possono essere trasferiti solo su loro richiesta o in seguito a provvedimenti disciplinari. È facile immaginare quale condizionamento il timore di questa eventualità potrà esercitare sui suoi rapporti con il dirigente in termini di libertà di espressione nell’ambito degli organi collegiali, di disponibilità a partecipare o meno ai progetti della scuola o a uniformarsi a impostazioni metodologiche maggioritarie, che magari scoraggino fortemente le insufficienze gravi, le ripetenze o le sanzioni disciplinari. Non si può invece escludere la possibilità di avvalersi, per necessità specifiche che non si possono soddisfare con le risorse interne, di personale a tempo indeterminato in aggiunta, e non in sostituzione, di chi riveste la vera e propria funzione docente. 
Sarebbe infine l’ora di rendere possibile l’allontanamento in tempi brevi dalle classi degli insegnanti palesemente non all’altezza del loro ruolo, cosa attualmente molto difficile. Eppure dovrebbe essere pacifico il sacrosanto diritto degli allievi di avere docenti adeguati e di non subire per anni gravi danni alla propria crescita culturale. I colleghi in seria difficoltà, invece, non devono essere lasciati a se stessi, né colpevolizzati, ma aiutati in modo efficace e tempestivo.
Un altro potere contestato del dirigente è quello di valutare da solo i docenti, soprattutto in relazione agli annunciati premi stipendiali  per “i migliori”. Anche alcuni presidi hanno proposto che in questo ruolo il dirigente debba essere affiancato da una commissione, possibilmente integrata (organico permettendo) da un ispettore. Purtroppo il rimedio che si annuncia è peggiore del male: se ne occuperà un comitato formato dal dirigente, da due docenti e, ahimè, da due genitori (nel primo ciclo; nelle superiori da un genitore e da uno studente). Siamo perfettamente nel solco di quell’idea demagogica di “partecipazione” che va avanti da un trentennio e che non accenna a tramontare. Solo nella scuola ci si fa beffe della qualificazione tecnico-professionale che dovrebbe legittimare chi riveste certi ruoli. Per il momento almeno, gli utenti non sono stati inseriti negli organi di valutazione delle aziende sanitarie, figuriamoci poi in quelli della magistratura (il che non significa che i pareri di studenti e genitori non debbano figurare tra gli elementi da prendere in considerazione, soprattutto in relazione alla correttezza professionale).
Detto questo, dare più soldi a un certo numero di insegnanti valutati come migliori, ammesso che si possa farlo senza troppa arbitrarietà, difficilmente migliorerà le loro prestazioni, già remunerate dalle soddisfazioni professionali, mentre può demotivare molti bravi insegnanti, anche perché si domanderanno perché chi lavora poco o male continui a essere retribuito come loro. Il primo merito da riconoscere è infatti quello della grande maggioranza dei docenti seri e impegnati. Paradossalmente, invece, l’impostazione premiale si risolverà facilmente in ulteriore perdita di motivazioni del corpo docente e peggiorerà il clima interno.
Quanto alla cosiddetta “carriera”, chi ha il desiderio e l’accertata capacità di contribuire al funzionamento della scuola in ruoli di coordinamento o di progettazione deve invece essere retribuito adeguatamente per il lavoro in più oppure esonerato parzialmente dall’insegnamento. Che almeno una parte di questi insegnanti siano scelti dai dirigenti non sembra francamente illogico. 
Infine, gli scatti di anzianità non possono essere residuali, come sembra attualmente previsto; non devono però essere assegnati a tutti indistintamente, ma solo a chi ha lavorato senza demerito, cioè con merito; ed è sicuramente la maggioranza. La stessa distinzione dovrebbe valere anche per l’assegnazione del punteggio nelle graduatorie, fino a oggi quasi del tutto impermeabili ad altri criteri che noi siano il passare del tempo. (GR)

giovedì 30 aprile 2015

QUANDO CI SI SCORDA DI ESSERE INSEGNANTI

Nei giorni scorsi, alla festa bolognese del Pd, la ministra Giannini e Francesca Puglisi, responsabile scuola del Pd, sono state contestate da una cinquantina di docenti, genitori e studenti, che, nonostante la ricerca di dialogo testimoniata dalla Puglisi, hanno alla fine costretto le due a rinunciare all’incontro. Un caso palmare di intolleranza e di violazione del fondamentale diritto di espressione? Continua a leggere.