sabato 3 giugno 2017

LE EPIDEMIE DI DIAGNOSI NELLA SCUOLA. INTERVISTA A MICHELE ZAPPELLA

A cura di Giorgio Ragazzini

Disturbi specifici di apprendimento (DSA), iperattività, autismo, bisogni educativi speciali (BES): su questi temi abbiamo sentito il professor Michele Zappella, neuropsichiatra molto noto per le sue ricerche sull’autismo, ha dedicato a questo disturbo gran parte del suo lavoro professionale. Ha pubblicato sull’argomento anche diversi libri (tra gli altri, Il Pesce Bambino, Il Bambino nella Luna, Non vedo non sento, non parlo). Fra il 1969 e 1975 è stato uno dei promotori dell’integrazione scolastica dei bambini disabili. Di quel periodo ha parlato, insieme allo psicoterapeuta Giuseppe De Luca, nel volume L’alba dell’integrazione scolastica (2013).

Professor Zappella, sembra che ci sia nella scuola un numero crescente di bambini e ragazzi che presentano problemi di dislessia, disgrafia, discalculia, i cosiddetti DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento). È vero che sono in crescita? E quali sono le cause?
Negli anni sessanta la percentuale di dislessia nel nostro Paese era valutata attorno all’1%. Attualmente raggiunge valori del 6% e oltre, in certe situazioni sale al 10% e a valori anche maggiori. Quest’aumento in realtà dipende dal confondere problematiche diverse: accanto alla dislessia, condizione rara su base neurobiologica, spesso con una componente ereditaria, ci sono le difficoltà di lettura che sono molto più frequenti e sono collegate a fattori ambientali come situazioni socioculturali sfavorevoli, l’abitudine di guardare la tv molte ore al giorno, contesti scolastici caotici o con bullismo, insegnamento inadeguato, eccetera. Questa distinzione, purtroppo, nel nostro Paese non viene fatta quasi mai. Per tutti i casi si parla di dislessia e quasi sempre la diagnosi è affidata soprattutto a dei test. Ma le due cose richiedono differenti strategie di apprendimento, con un ruolo centrale della scuola per le difficoltà di lettura. Per queste ultime, difatti, ci sono varie modalità d’intervento di stampo prettamente scolastico, che possono essere attuate con successo in una collaborazione tra scuola e famiglia. Ciò non avviene quasi mai e i ‘dislessici’, veri e falsi, hanno tutti delle misure compensative a scuola (uso del computer e delle calcolatrici, audiolibri e altri sussidi) e poi vanno in terapia dai logopedisti. A questo proposito è bene chiarire che una diagnosi seria si fa valutando il bambino, conoscendo lui, la sua storia, quella della sua famiglia e le corrispondenti risorse educative: poi ci può essere anche il test.
Da notare che i dati Ocse-Pisa indicano sul tema della lettura un declino dell’Italia, che nel 2016 è scesa al di sotto dei valori medi con il 21% dei ragazzi che all’inizio delle scuole superiori non raggiungono i livelli minimi di competenza nel leggere. I nostri attuali livelli sono persino inferiori a Paesi di lingua inglese (Regno Unito, Irlanda, US), lingua considerata ‘opaca’, perché spesso non c’è corrispondenza tra lo scritto e come lo si legge. L’italiano, viceversa, è una lingua ‘trasparente’, cioè con una corrispondenza quasi sempre precisa tra scrittura e lettura, per cui dovrebbe essere molto più facile imparare a leggere. Quindi c’è una grave decadenza nell’apprendimento delle abilità fondamentali.
Questa vera e propria epidemia di dislessia me ne ricorda un’altra: quella che portava in classi differenziali e a volte speciali soprattutto i figli di emigranti italiani interni. A quel tempo l’etichetta comune era ‘ritardo mentale’ e uno studio fatto in Emilia aveva stabilito che i casi di questo tipo ammontavano al 15%. Oggi invece si attribuisce il ritardo mentale all’1.5% della popolazione. Anche allora la diagnosi si faceva con i test. In realtà a quel tempo i ritardati mentali su base neurobiologica erano una piccola minoranza: la grande maggioranza non erano ritardati, ma fallivano nei test perché parlavano in dialetto, conoscevano poco l’italiano e venivano da ambienti poveri dove non c’era un giornale o un libro. E il ritardo mentale portava a ruoli marginali nel lavoro. Oggi questo è vero per le capacità di lettura, scrittura e calcolo. Allora l’esclusione, cioè la mancata partecipazione di un bambino a un percorso scolastico adatto alle sue potenzialità, era sancita dall’inserimento in classi differenziali; le nuove forme di esclusione, invece, avvengono in classe insieme a tutti gli altri ragazzi, in un’ inclusione illusoria.
Potrebbe aver avuto un’incidenza sull’ “epidemia” di disgrafici e dislessici la minore attenzione che negli anni ’70 si dette alla calligrafia e all’ortografia, viste da alcuni pedagogisti come coartazione della spontaneità infantile?
Credo proprio di sì: l’evidenza dei fatti parla in questa direzione. La nostra scuola è intrisa di indicazioni tratte dal ‘donmilanismo’, per usare una felice espressione della Mastrocola, con una critica feroce ad ortografia, grammatica, matematica e soprattutto a chi studia con successo e merito, ridicolizzato nella figura di Pierino nella Lettera a una professoressa. Tutto ciò è contro i figli delle classi svantaggiate e le loro possibilità di affermarsi. Basta ricordare che fu proprio la valorizzazione del merito scolastico a consentire di realizzare il proprio talento a molti dei principali protagonisti della nostra cultura: si pensi a Cimarosa, figlio di una lavandaia e di un muratore, e allo stesso Verdi, figlio di una filatrice e di un modestissimo rivenditore di vino. Nella prospettiva sopra indicata, cara al consumismo, i ragazzi possono ben restare ignoranti e consumatori di quart’ordine. Essa va bene anche ai figli di papà, i quali, anche se scrivono da cani e non comprendono un testo complesso, possono andare avanti con le conoscenze e le risorse familiari.  
Parliamo dei bambini “iperattivi”, che, oltre ad avere difficoltà di attenzione e concentrazione, creano seri problemi agli insegnanti nella gestione della classe. Nel 1997 uscì Se mi vuoi bene dimmi di no della neuropsichiatra Giuliana Ukmar, il primo di una lunga serie che ha sottolineato l’importanza educativa di porre dei limiti. Cosa possiamo dire oggi su quanto pesano i problemi neurologici e quanto la mancanza di fermezza degli educatori?
I bambini possono essere iperattivi per diverse ragioni. Ci sono quelli che hanno un disturbo dell’attenzione con iperattività e sono di normale intelligenza. È opinione comune che una componente neurobiologica ci sia in buona parte di loro. Con questi bambini bisogna adottare strategie che da un lato limitino l’esposizione agli stimoli, come per esempio metterli al primo banco con davanti una parete senza quadri, dall’altro tengano conto del loro bisogno di muoversi. Quando ero bambino – siamo nella prima età degli anni quaranta – il compagno iperattivo era quello che veniva mandato dal bidello a portare i registri o a chiedere qualche cosa per l’insegnante: una semplice strategia pedagogica che teneva conto del suo bisogno di muoversi. Spesso l’iperattività si riduce o dissolve col crescere, per cui non è più un problema in adolescenza, mentre il disturbo dell’attenzione rimane. Viceversa, l’iperattività può essere uno degli aspetti di bambini che hanno un disturbo del neurosviluppo, specie in quelli con tratti autistici: in questo caso spesso la situazione è più complessa e richiede un intervento più articolato che può cambiare da bambino a bambino.
Poi ci sono bambini iperattivi che hanno un disturbo di eccitazione e possono aver bisogno anche di una gestione farmacologica. Negli uni e negli altri sono frequenti gli atteggiamenti oppositori che possono portare a una relazione di sfida che l’insegnante non deve raccogliere, cercando di non perdere la pazienza e di trovare delle soluzione alternative con calma e fermezza.
È importante, comunque, mettere dei limiti e definire ciò che è lecito fare e ciò che non lo è. In tutti questi casi il problema della loro gestione riguarda anche l'organizzazione strutturale della scuola. Il fatto che sia spesso organizzata solo con le classi è una limitazione e un danno per tutti i ragazzini con difficoltà.
Lei si è occupato molto a lungo e in modo approfondito dei bambini autistici. Quali sono le loro caratteristiche e come si dovrebbe affrontare questo problema in ambito scolastico?
I bambini e ragazzi con un disturbo dello spettro autistico hanno grandi difficoltà nella relazione e nella comunicazione e  delle modalità ripetitive: è un disturbo del comportamento che compare in condizioni e malattie differenti. In prevalenza sono maschi. Nei loro riguardi la scuola ha delle risorse che possono essere molto importanti. Nella scuola materna il loro primo riferimento possono essere le bambine, specialmente se un po’ più grandi, che spesso sono pronte a guidare il compagno in difficoltà, a spiegargli come fare, ad abbracciarlo e con questo a dargli sicurezza. Anche alcuni compagni sono di aiuto e riescono a ottenere risultati che l’adulto spesso non ottiene. Tutto ciò può essere arricchito dall’insegnante, favorendo per un certo tempo il rapporto a due per poi gradualmente renderlo più complesso con più compagni e attività. In seguito può guidarli ad altre attività sociali come i giochi di ruolo, le recite basate su fiabe e altro ancora. La disponibilità ad aiutare spontaneamente un compagno con disabilità è massima nei bambini piccoli e comincia a diminuire verso i dieci anni. Questo suggerisce di modificare nelle età successive le strategie scolastiche finalizzate alla costruzione di un rapporto con gli altri: per esempio, introducendo delle modalità di apprendimento congiunto in piccoli gruppi su determinati temi.
Va tenuto presente che in molti casi siamo di fronte a soggetti con un disturbo del neurosviluppo nel quale il comportamento autistico è soltanto uno degli aspetti. Oltre a questo ci può essere disabilità intellettiva di vario grado, a volte anche gravissima, disturbi del linguaggio, di coordinazione motoria, disprassia, iperattività, crisi convulsive, periodi di eccitazione psicomotoria o di depressione. Con bambini e ragazzi di questo tipo ci vuole una scuola più flessibile a partire dalla sua struttura. È importante avere una “stanza sensoriale” di rilassamento, che consenta tra l’altro di tenersi lontano dal chiasso eccessivo: molti bambini autistici sono iperacusici e ne hanno bisogno in alcune parti della giornata. È utile avere ambienti adatti a diverse esigenze (teatro, pittura, musica),utili sia per gli alunni con difficoltà di vario tipo e gravità che per tutti gli altri. La socializzazione si può svolgere anche in questi ambienti forse meglio che in classe. 
Contro questo indirizzo “flessibile” va un vecchio slogan che risale alla parte più ottusa della cultura postsessantottina: ‘Devono fare quello che fanno gli altri’. Col che si pretende che la classe sia il solo luogo di permanenza dei bambini con difficoltà, perché sarebbe lì che dovrebbero socializzare. Così può succedere che un adolescente di quindici anni con basso livello intellettivo e carenze gravi nel linguaggio espressivo si trovi ad avere un insegnante di sostegno che gli prepara la sintesi del romanzo di uno scrittore contemporaneo, in una situazione in cui il suo allievo riesce a leggerle a fatica e senza comprenderne il significato. È un modo distorto di concepire il lavoro degli insegnanti di sostegno, che li impegna nella sintesi di argomenti lontanissimi dall’interesse del ragazzo. Così non si tiene conto dei suoi interessi e bisogni, sia nell’immediato che nella prospettiva della sua crescita.
             All’opposto la scuola può correre il rischio di diventare il terreno di terapie totalizzanti. Una di questa è l’ABA, una terapia comportamentale che può essere estesa fino a 40 ore alla settimana. Uno studio svedese ha dimostrato che questa terapia fatta per 10 ore alla settimana dà gli stessi risultati di quando si protrae per 40 ore. Questi dati ci invitano a un maggiore equilibrio e a far sì che la scuola rimanga tale: eventualmente facendo propri alcuni aspetti di una terapia, ma rimanendo la sola protagonista come struttura e come figure educative. Ci dev’essere un tempo per la scuola e un tempo per la terapia, senza sovrapposizioni.
Ci sono poi bambini e ragazzi di normale intelligenza che hanno importanti difficoltà nella relazione e modalità ripetitive, ma hanno una comprensione ed espressione del linguaggio adeguata: alcuni studiosi li considerano all’interno dello spettro autistico, altri come un poco differenti e si parla in questi casi di sindrome di Asperger. Questi giovani sono ad alto rischio di diventare vittime di bullismo e vanno protetti. Hanno, viceversa, degli interessi e delle abilità particolari. Si pensi ad Alan Turing, che verosimilmente aveva questo disturbo e scoprì il linguaggio cifrato dei nazisti, dando poi un contributo importante alla realizzazione dei primi computer. Vanno quindi valorizzati nei loro punti forti, mentre non bisogna insistere sui punti deboli, evitando il rischio di umiliarli.
Il fenomeno dell’autismo è in crescita?
Per l'autismo l'epidemia delle diagnosi è clamorosa. Si pensi che negli anni sessanta, settanta e ottanta c’erano cinque studi di prevalenza fatti in diverse parti del mondo che davano lo stesso risultato: solo 4 casi su 10.000.  Oggi si va dall’ 1%  secondo il DSM, il manuale diagnostico più diffuso, al 2-3% di altri studi. L’impennata nella prevalenza è collegata in parte al fatto che vengono diagnosticate come autistiche persone di normale intelligenza, ciò che in passato avveniva più di rado, e in parte all’attribuire un significato diagnostico ad alcuni test mentali. Sotto questa etichetta, insomma, vengono in realtà fatte passare situazioni diverse che richiedono interventi più articolati e specifici.

L’ultimo tema su cui le chiedo un parere è la normativa sui BES, i bisogni educativi speciali. Invece di affiancare agli insegnanti  validi consulenti, come succede per in Finlandia, si è scelta ancora una volta quella che si può definire “illusione procedurale”, per cui i problemi si possono risolvere attraverso un insieme di prescrizioni, con un iter burocratico. Si varano delle linee guida, si costituisce una molteplicità di gruppi e comitati poco qualificati, infine il Consiglio di Classe, decide se fare o no il PDP, il piano didattico personalizzato. Ci risulta che tutto questo abbia dato luogo a una crescita esponenziale di certificazioni e di pressioni da parte dei genitori, forse come scorciatoia per la promozione. Risulta anche a Lei?
Risulta anche a me. In tutta apparenza l’ “illusione procedurale” è  l’impalcatura di quella sostanza di cui abbiamo parlato all’inizio, di come cioè la diagnosi di dislessia, condizione rara, venga nei fatti a coprire difficoltà di apprendimento di varia natura. Tra l’altro la molteplicità di gruppi e comitati contribuisce sciaguratamente a render nota la diagnosi a tutti, compresi i compagni di classe e i loro genitori. In questo modo la diagnosi, non importa se inesatta, diventa un’etichetta che in molti casi i ragazzi introiettano, definendosi da soli: ‘io sono un dislessico’, mentre alcuni genitori si adattano e arrivano ad apprezzare ‘le facilitazioni’ che il figlio viene ad avere. Questo è un danno grave alla stima di sé, alla forza per migliorare.  Un esperto che sia di aiuto agli insegnanti apre una prospettiva migliore: ma è anche necessario che la cultura di questo specialista sappia muoversi adeguatamente in questo campo, facendo le opportune differenze diagnostiche e riabilitative.
La cosa quindi non si deve risolvere in una scuola più facile, ma nel cercare una modalità di apprendimento che aiuti il ragazzo. Nella pratica però il concetto di bisogno educativo speciale si amplia indefinitamente, estendendosi a volte anche a dei ragazzi che hanno temporaneamente dei normali problemi familiari, esonerandoli dal normale impegno, che forse invece gli farebbe bene.
Con una normativa del genere questo rischio è alto. D’altra parte, se c’è per esempio un bambino indietro nella lettura, non è più semplice cercare in un primo tempo di aiutarlo chiedendo anche la collaborazione quotidiana dei genitori? Nel caso che le difficoltà siano più gravi, si può far intervenire successivamente un professionista. Finché questo bambino non legge e scrive come il resto della classe, per quale ragione dovrebbe essere costretto a leggere a voce alta ed umiliato davanti ai compagni?  E a un bambino con gravi difficoltà di calcolo perché non si dovrebbe dare la calcolatrice? Per fare queste semplici cose è necessaria un’etichetta? I cosiddetti bisogni educativi speciali sono un’altra  via maestra  verso una forma di esclusione prodotta in classe in mezzo agli altri: e della sua diffusione.

6 commenti:

Paolo ha detto...

D'accordo su tutto. Meno male che c'è questo blog a dar voce a chi non crede al dilagare di certe 'patologie'...se ci si esprimesse a scuola in questi termini si verrebbe subito accusati di insensibilità verso i problemi degli alunni e incompetenza...che tristezza

Papik.f ha detto...

Immagino la facile risposta a esempi come quelli di Cimarosa e Verdi citati nell'intervista: si tratta solo di aneddotica. E' vero. Ma fa aneddotica anche chi parla di suo nonno che non poté studiare perché di famiglia umile o cose simili. Sono casi aneddotici anche i Pierini di Don Milani e il ragazzo per il quale scrisse la Lettera a una professoressa.
Occorrerebbe sapere che probabilità aveva, percentualmente, un ragazzo di umili origini di accedere a una professione o a una carriera soddisfacente quando la scuola era selettiva e quante ne ha oggi. Concetto da non confondere con il conseguimento di un titolo di studio, che è cosa ben diversa, perché poi bisogna vedere quali possibilità concrete offre quel titolo di studio nel campo lavorativo.
Si potrà mai volgere una simile indagine con criteri quanto più oggettivi possibile e libera da pregiudizi ideologici?
Non lo so, ma certo sarebbe molto interessante e utile.

anna ha detto...

Condivido la posizione espressa dall'intervistato. Su un particolare non sono d'accordo, il riferimento al "donmilanismo",espressione per niente felice a mio avviso anche se coniata da persona che vive in prima linea le problematiche dell'istruzione a scuola. Chiamiamola come si vuole, ma dentro di me qualcosa si ribella quando viene usato questo riferimento per dare una lettura della situazione nella quale ci troviamo. Sicuramente molta responsabilità l'abbiamo anche noi docenti, che non abbiamo curato alcuni aspetti; certamente qualcuno ha esagerato nel non dare importanza a ortografia, calligrafia, sintassi, lessico ecc. Ma il male alla scuola lo ha fatto una politica che da anni non l'ha veramente a cuore e che, a corto di fondi, ha inventato tra le tante i "progetti" e ora anche il "bonus premiale". E' la scuola progettificio che ha distolto l'attività di molti docenti che, per racimolare pochi euro, per la scuola e per veder ricompensato il loro grande lavoro, hanno speso tempo ed energie in attività che non hanno arricchito ma impoverito il loro lavoro.
Anna

Concetta ha detto...

Da circa un mese non insegno nelle mie classi impegnate nella Alternanza Scuola-Lavoro.Bivacco così a scuola in attesa di fare qualche sostituzione,insieme ai docenti del potenziamento e di sostegno. I docenti tutors, anche questa volta per la solita mancetta, si danno da fare telefonando ai tutors aziendali per sapere se tutto procede a dovere.Intanto i ragazzi spazzano, fanno fotocopie,in molti casi perdono tempo mentre io taglio il programma rassegnata nel vedere che spesso il niente prevale sulle mie lezioni.

Giorgio Ragazzini ha detto...

Non so dire chi abbia coniato il termine "donmilanismo", certo non è un'invenzione di oggi. Per dirne una, c'è in un nostro articolo del 2006, intitolato "Dimenticare don Milani".

Theresa williams ha detto...

Ciao, sono Theresa Williams. Dopo anni di rapporti con Anderson, mi ha interrotto, ho fatto tutto il possibile per riportarlo indietro, ma tutto era inutile, lo volevo tornare così a causa dell'amore che ho per lui, Gli ho pregato con tutto, ho fatto promesse ma lui ha rifiutato. Ho spiegato il mio problema al mio amico e lei ha suggerito che dovrei piuttosto contattare un incantesimo che potrebbe aiutarmi a lanciare un incantesimo per riportarlo indietro, ma sono il tipo che non credo mai in magia, non avevo altra scelta che provarlo. Inviò il coclea di incantesimi e mi disse che non c'era nessun problema che tutto andrà bene prima di tre giorni, che il mio ex tornerà da me prima di tre giorni, lancia l'incantesimo e, sorprendentemente, nel secondo giorno, era alle 16.00. Il mio ex mi ha chiamato, sono stato così sorpreso, ho risposto alla chiamata e tutto quello che ha detto era che lui era così dispiaciuto per tutto quello che è accaduto che voleva che me ne tornassi, che mi ama tanto. Sono stato così felice e sono andato a lui che è stato come abbiamo iniziato a vivere insieme felicemente di nuovo. Da allora, ho promesso che chiunque conosco che abbia un problema di relazione, sarei d'aiuto a tale persona facendogli riferimento all'unico vero e potente cronometro che mi ha aiutato con il mio problema. Email: drogunduspellcaster@gmail.com potrai inviarlo via email se hai bisogno della sua assistenza nel tuo rapporto o in qualsiasi altro caso.

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