sabato 18 luglio 2009

NON FA MALE RIPETERE UN ANNO

Con questo titolo, la stampa pubblica oggi in prima pagina un intervento di Marco Rossi Doria, insegnante a lungo impegnato come "maestro di strada" contro l'abbandono scolastico, che tra l'altro è stato uno dei principali consulenti del ministro Fioroni. L'autore si schiera dalla parte di coloro che giudicano come un fatto sostanzialmente positivo l'aumento delle bocciature, prendendo le mosse dalla constatazione che praticamente tutte hanno origine in gravi carenze e mancanza di impegno o in comportamenti inaccettabili, come del resto avevamo sottolineato nei giorni scorsi. Giustamente Rossi Doria sostiene che si tratta soprattutto di riprendere a educare all'esercizio della responsabilità.
A questo proposito, sulle pagine dei giornali di oggi va anche segnalato il bel discorso del presidente Obama ai neri d'America, in cui li esorta ad assumersi per l'appunto la responsabilità del proprio destino e in particolare a puntare sull'impegno nello studio per riscattarsi dalla loro condizione: "Crescere in quartieri poveri non è una giustificazione per prendere brutti voti a scuola, nessuno ha già scritto il vostro destino per voi". Sarebbe importante che lo spirito di questo discorso fosse fatto proprio con convinzione anche dal mondo della scuola italiana.
Giorgio Israel sul "Messaggero" ripropone la necessità di valorizzare il merito nella scuola anche attraverso la competizione e rivendica il ruolo del buon senso, seguendo il quale un modesto aumento delle bocciature non è il fallimento della scuola, ma un segno che quest'ultima non è defunta e reagisce.
Infine va segnalato anche, a completare il quadro di chi vede una svolta positiva nel maggior rigore delle valutazioni, l'intervento di Enrico Musso sul "Secolo XIX": Chi ha paura della scuola fondata sul merito.

8 commenti:

Papik.f ha detto...

Sacrosante parole quelle di Enrico Mosso (ma non sarà Enrico Musso?), intervento che mi sembra ancora più meritevole degli altri due segnalati, pur pienamente condivisibili, per l'estrema sintesi con la quale chiarisce gli effetti della lotta alla meritocrazia. A me resterà sempre un dubbio: che questi effetti non siano stati imprevisti, ma ben chiari sin dall'inizio, e che la cosiddetta rivoluzione del sessantotto non sia stata che un modo per eliminare, da parte dei figli di papà, la potenziale concorrenza delle classi sociali emergenti in seguito al "miracolo italiano". In tal caso, quella che è passata alla storia scorrettamente come la "rivoluzione del Gattopardo" (ma che andrebbe piuttosto attribuita al giovane e rampante nipote del medesimo) sarebbe stato un prodigioso esempio di intuizione di qualcosa che era nell'aria e stava per avvenire da parte di un artista e intellettuale sensibile.

zeronove ha detto...

Bocciato? Be happy, don’t worry, ti farà bene. Ma ne siamo proprio sicuri?

di Salvatore Parlagreco

Palermo, 14 luglio 2009


Avete un ragazzo bocciato in casa? Don’t worry, be happy. Gli servirà, temprerà la sua fibra, diventerà migliore, se ne farà una ragione. E ci guadagneremo tutti, non solo lui, perché una scuola più severa seleziona i migliori, premia il merito, punisce gli scansafatiche.

La ministra dell’Istruzione Maria Stella Gelmini coltiva una certezza: la scuola distingue fra chi studia e chi non studia. Punto. Inutile stare lì a girarci attorno, ci sono studenti che non ne vogliono nemmeno a brodo ed è bene che non vadano avanti, ed altri che spendono il loro tempo sui libri, lavorano e faticano, ed è sacrosanto che siano gratificati ed aiutati. Questo manicheismo pedagogico mette a posto la coscienza e, soprattutto, regala la buona coscienza a coloro che si occupano dell’istruzione scolastica. Se sai molte cose, prendi un buon voto e sei promosso; se sai poco o niente, vieni bocciato e buonanotte suonatore. Alla scuola non spetta che fare questo mestiere: promuovere i giovani che prendono sul serio il loro lavoro e apprendono ciò che viene loro insegnato. Ad affidargli altri compiti si è sbagliato.

L’educazione scolastica è la quantità di storia, geografia, matematica e latino che si è “digerito”. Questa quantità è misurabile, può essere espressa con un numero, qualcosa d’indiscutibile. Il giudizio è fuorviante, costringe ad uscire dal seminato, ad imbarcarsi in considerazioni che pretendono la conoscenza del contesto, della società, dei fatti altrui. Il docente non è un investigatore di fatti o sentimenti ma un maestro, cui spetta di rendere comprensibile la materia di studio. Questa visione della scuola oggi prevale ed è stata inaugurata nell’anno scolastico appena concluso. Questo tipo di scuola ha sbandierato i quindicimila bocciati come una medaglia appuntata al petto, la prova provata che si è fatto sul serio. Quindicimila bocciati sono un bel numero. Avere punito tanti ragazzi, a ragione, è indice inequivocabile che i docenti hanno sposato la causa della severità.

Ma siamo davvero sicuri che la scuola sia migliorata? Che mettere il freno alle indulgenze sia l’unico modo per esprimere una qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento più elevata? Siamo sicuri che l’esercito di bocciati avrà appreso la lezione “salutare” e il prossimo anno, zaino in spalle, si curverà sui libri? Siamo sicuri che chi non ha raggiunto il grado di apprendimento richiesto si sia meritata la punizione e chi, invece, vi è riuscito, abbia faticato di più? Quanto hanno contato il contesto economico, familiare? O le attitudini, le abilità, la capacità di apprendimento? Che cosa è stato fatto per aiutare chi non ce la faceva a migliorare la sua capacità di apprendimento? La scuola ha il peso dell’educazione di un allievo, non solo il compito di migliorarne il sapere. Perfino il carcere ha un valore educativo, perché non dovrebbe averla la scuola? La pagella non può essere solo uno strumento per selezionare i buoni e i cattivi, ma deve essere un mezzo per orientare, comunicare il da farsi, aiutare gli allievi a migliorarsi ed a migliorare se stessi e la scuola nella quale hanno lavorato.

(segue)

http://www.siciliainformazioni.com/giornale/scuola/57949/bocciato-happy-dont-worry-bene-siamo-proprio-sicuri.htm

zeronove ha detto...

Bocciato? Be happy, don’t worry, ti farà bene. Ma ne siamo proprio sicuri?

di Salvatore Parlagreco

Palermo, 14 luglio 2009


(seguito)

E questo può avvenire solo attraverso la conoscenza dell’allievo. L’apprendimento non è solo fatica, ma il risultato di un approccio positivo, di un interesse. L’insegnamento che trascura “l’interesse” è destinato al fallimento. E l’interesse può essere sollecitato solo dalla conoscenza dell’allievo, oltre che dalla quantità delle nozioni apprese. Non c’è pedagogista, educatori, maestro, docente che non abbia riflettuto su questi elementari strumenti dell’educazione scolastica. Eppure sta prevalendo dell’altro.

Si affidano al grembiulino le qualità taumaturgiche. Basta indossarlo e la scuola è più bella a vedersi; del pari, si affida alla pagella le qualità taumaturgiche dell’apprendimento. L’organizzazione scolastica, le risorse ad essa destinate, il sistema di reclutamento e di retribuzione dei docenti, non permettono una scuola che metta al centro l’alunno, perciò si sceglie la strada più corta e quel che è peggio si pretende di fare passare le bocciature come un indicatore positivo. Dovremmo essere tutti contenti perché abbiamo finalmente una scuola seria.

E’ una logica aberrante, una idiozia sovrumana, una presa per i fondelli. E’ il grembiulino, insomma. L'istruzione è l'investimento maturo di un Paese civile, non il giocattolino in mano a palestrati del pensiero debole.


http://www.siciliainformazioni.com/giornale/scuola/57949/bocciato-happy-dont-worry-bene-siamo-proprio-sicuri.htm

GdF ha detto...

A Papik.f grazie per averci segnalato (molto garbatamente) la svista ortografica e congratulazioni per i suoi sempre acuti commenti.
Purtroppo mi pare difficile che a un lungo periodo di comportamenti ingiusti faccia séguito una fase in cui tutti di colpo si conformano a una più decente etica professionale. Speriamo che il buon esempio faccia proseliti, sostenuti anche dalla perseveranza di tutti noi partigiani della scuola seria.

zeronove ha detto...

La scuola ha smesso di insegnare

di LUCA RICOLFI

La Stampa - 23/7/2009

Sulla scuola e l’università ognuno ha le sue idee, più o meno progressiste, più o meno laiche, più o meno nostalgiche. C’è un limite, però, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite è costituito dalla nuda realtà dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l’utopia che ciascuno di noi può avere in testa, la realtà com’è dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che è, anziché ostinarci a travestire con i nostri sogni.

Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all’ennesimo dibattito pubblico su scuola e università, bocciature e cultura del ’68, un dibattito dove - nonostante alcune voci fuori dal coro - la nuda realtà stenta a farsi vedere per quella che è. La nuda realtà io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realtà non si può dire, è politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilità offese.

Io vorrei dirla lo stesso, però. La realtà è che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall’università è sostanzialmente priva delle più elementari conoscenze e capacità che un tempo scuola e università fornivano.

Non hanno perso solo la capacità di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l’arte della parola, ovvero la capacità di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacità di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perché credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un «bastoncino» (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.

Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l’università è costretta a fare corsi di «azzeramento» per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee più catastrofiche di questi anni, anche perché è la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creatività).

(segue)

zeronove ha detto...

La scuola ha smesso di insegnare

di LUCA RICOLFI

La Stampa - 23/7/2009

(seguito)

Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacità nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perché non è capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto «dentro»). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, né le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilità nelle relazioni e nella vita di gruppo. È rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocità vertiginosa.

Però il punto non è se siano più le capacità perse o quelle acquisite, il punto è se quel che si è perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui però non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi così facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realtà ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicità e disorientamento.

La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilità di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilità economiche di ogni famiglia, nulla è stato negato, pochissimo è stato richiesto, nessuna vera frustrazione è mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, è stato fatto credere di possedere un’istruzione, là dove in troppi casi esisteva solo un’allegra infarinatura. Ora la realtà presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l’ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo più manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l’ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di élite.

Un vero paradosso della storia. Partita con l’idea di includere le masse fino allora escluse dall’istruzione, la generazione del ’68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Già, perché la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.

Forse, a questo punto, più che dividerci sull’opportunità o meno di bocciare alla maturità, quel che dovremmo chiederci è se non sia il caso di ricominciare - dalla prima elementare! - a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d’anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.

Anonimo ha detto...

Si, probabilmente lo e

Anonimo ha detto...

quello che stavo cercando, grazie