martedì 4 novembre 2008

LA "PEDAGOGIA DELL’INESISTENZA" : riflessioni sul ruolo dei docenti nei giorni delle occupazioni

di Andrea Perruccio

Quella che segue è la lettera che un insegnante di un Liceo fiorentino ha scritto ad alcuni suoi colleghi, a cui contesta una scarsa consapevolezza del loro ruolo di educatori e un’ambigua solidarietà con gli studenti.

Cari Colleghi,

di fronte alla richiesta di “collaborazione” e di “comprensione” che una parte degli studenti ha rivolto ai docenti del Liceo «Machiavelli», trovo fuorviante porre la discussione sul piano di un eccesso da evitare: “il protrarsi” dell’occupazione sarebbe per voi da scongiurare per le conseguenze che questa prova di forza comporterebbe, in termini di “disagio” fra studenti e di rischio di pregiudizio per il “diritto allo studio”. Chiedete per questo agli altri insegnanti un assenso alla proposta e alla condivisione di forme alternative “più proficue di mobilitazione”, da concordare con gli alunni in cambio dell’interruzione della protesta. Mi sembra che questa impostazione, centrata sull’assioma per cui i contenuti condivisi di un’occupazione la legittimerebbero ipso facto, sia capziosa, compiacente e incongrua.
E’ indubitabile che la natura e i modi dell’espressione delle proprie idee appartengano a una libera scelta di coscienza: ma gli adolescenti dovrebbero essere guidati, proprio nell’acquisizione e nell’affinamento degli strumenti di apertura al mondo e di partecipazione politica, da adulti che abbiano maturato una nitida, magari sofferta, percezione del confine fra ruolo professionale e pratica diretta di manifestazione del dissenso politico. Ora, in virtù di quale paradossale travisamento del proprio ruolo parecchi insegnanti hanno tollerato, se non condiviso, un comportamento illegale come l’occupazione? Quale bene comune viene promosso da una scuola che, dichiarandosi solidale “coi motivi della protesta”, minimizza la gravità di quel comportamento, lo rimuove tendenziosamente dal proprio orizzonte educativo e si limita a rimproverarne sommessamente “il protrarsi”?
A me non sembra coerente con la ragionevolezza di un’etica professionale, approvare un’azione illecita, compiuta da parte di minori durante il loro processo formativo, e nell’istituzione formativa per antonomasia… Sappiamo tutti quanto sia difficile per insegnanti adulti prendere le distanze dalla propria, soggettiva, interiore adolescenza: ma parecchi colleghi ne stanno abusando … Ma è un altro, e per me ben più significativo, il messaggio che sembra provenire dagli studenti, quando chiedono di aiutarli a trovare “altri” metodi, in caso di nostra non condivisione dell’occupazione. Ci chiedono di non abbandonarli: è un messaggio di solitudine.
Quelli di noi che sono anche genitori sanno bene come sia difficile educare l’adolescente a coesistere con la solitudine, ad accettare la propria interiorità, a dar voce alle angosce in modo da fortificarsi nella scoperta della propria fragilità. Ma una parte di noi percepisce soprattutto quanto sia deleteria ogni corriva semplificazione della complessità. In ambito educativo questo si traduce, per me, nel trascurare un valore che si colloca ben al di sopra sia del docente che del discente: la ricerca della verità di un sapere o di una competenza scolastica. E con questa rimozione viene attribuita a studenti, per di più addirittura mediante forme illegali, la finzione di un ruolo attivo e precoce nella partecipazione politica, ovvero la garanzia di visibilità (atroce termine in voga). Se questa non è manipolazione …
Che dire della solitudine oggettiva di un cittadino-consumatore? Fin dal progetto (quello sì!) coerente ed organico di smantellare quanto restava della scuola superiore italiana, coltivato dall’ineffabile accoppiata Berlinguer-Maragliano, i cascami del modello di scuola americana di massa hanno avviato qui da noi a forme di ‘consumismo’ di bassa lega il cliente-studente, fornendogli prodotti massificati e dequalificati, ma gradevoli e rassicuranti. Cosa c’è di più gradevole e rassicurante di un’occupazione avallata con tale leggerezza? Per non parlare di quei genitori che in non poche scuole italiane hanno “occupato” insieme ai loro figli, fulgido esempio di bislacca perversione parentale.
I nostri ragazzi risultano dunque appiattiti nella gretta dimensione del presente e dell’immediato, in sterile e distruttiva attesa di un futuro che si prospetta loro senza speranza d’investimento positivo. Spetterebbe invece a noi insegnanti fondare il nostro fine formativo proprio sulla continuità, sulla concentrazione, sulla tensione costruttiva delle abilità e dei saperi. Solo una scuola pacatamente separata, rispetto al mondo esterno (non certo asettica né impermeabile), è in grado di valorizzare quei percorsi di pazienza laboriosa che davvero scongiurino, nell’adolescente, tentazioni di efficientismo immediato, o, all’opposto, di evasione ludica e auto-annientamento consumistico. E’ stato detto efficacemente (se non sbaglio fin da Pasolini!) che una generazione da mordi e fuggi, abituata ad essere esaudita prima ancora d’aver dato nome all’oggetto desiderato, è una generazione non di cittadini, ma di spostati, di sudditi.
Accarezzando così le velleità studentesche di un illusorio protagonismo, ben lontana dall’esigere metodo e rigore, cedendo invece alla lusinga del dare e dire tutto e subito, la scuola abdica di fatto a se stessa, consegnandosi ad una mostruosa ideologia ‘democraticistica’, che, indebolendo strutture e ritmi formativi, finisce con l’attuare un classismo più feroce di quello censitario di un tempo: la scuola viene di fatto meno ad una reale funzione pubblica, la sola che consenta a ragazzi di famiglie deboli di superare limiti di partenza.
Per tutti questi motivi alcuni di noi, pur con difficoltà, stanno sperimentando un dialogo di tipo nuovo con le proprie classi. Cerchiamo di ricucire lo strappo tra chi occupa e chi è contrario; di incanalare in forme varie (cartaceo, rete, dibattiti) ragioni di legittimo dissenso, documentate ed argomentate, che corroborino la stessa protesta anti-governativa; di convincere i nostri studenti che devono poter comprendere (anche senza condividerle) le motivazioni della nostra richiesta di ‘indennizzo’ delle ore irresponsabilmente (non per colpa loro) perdute.
Mi sentirei di poter applicare a questa occupazione studentesca alcune recenti acquisizioni di Roberta De Monticelli proprio in tema di etica ed educazione. Tutte le volte che ci asteniamo, per comodità o per calcolo, dal pronunciare i “no che aiutano a crescere”, neghiamo di fatto una responsabilità individuale: al soggetto togliamo la libertà di rispondere della propria vita. Negando la responsabilità di un atto illegale, veniamo a mancare di rispetto, come insegnanti, proprio nei confronti di quegli “occupanti” che a loro modo affermano esistenza e libertà. La sanzione, anche la più blanda, ma comunque certa e concreta, implica che chi trasgredisce esiste ed è libero, perché ciò che fa ha conseguenze. Docenti che si riconoscano nel “sono con te, lotta per noi” (o che surrettiziamente lo facciano dire e mettere in pratica agli studenti, avallando un’occupazione illegale) inducono una conseguenza mortificante: “la tua azione non ha conseguenze, non sei neppure libero di trasgredire”. Alle tentazioni di questa pedagogia dell’inesistenza, che cancella la libertà del ragazzo in quanto irresponsabile, dovremmo sottrarci con maggior vigore.

Firenze, 28 ottobre 2008

2 commenti:

Giuseppe ha detto...

dal "DOCUMENTO DEL CNPI SUL CODICE DEONTOLOGICO DEL PERSONALE DELLA SCUOLA:
"... il codice deontologico è utile solo se le indicazioni in esso contenute vengono sentite come punti di forza per l’attività professionale, al di là dei diversi orientamenti culturali,
politici, sindacali e associativi"

Paolo Chiappe ha detto...

Il testo di Andrea Perruccio merita rispetto ma mi colpisce che non contenga nemmeno una parola, ma proprio nemmeno una sulle motivazioni delle lotte studentesche. Se per ipotesi (non tropo)fantascientifica le leggi di questo governo fossero dirette a tagliare il 20% della scuola pubblica avrebbe ancora senso lamentarsi del fatto che le occupazioni fanno perdere lo 0 virgola qualcosa di per cento di lezioni?