Una volta evidenziata la diversità di ruoli che insegnanti e genitori (o studenti) dovrebbero avere nel governo di un istituto, i problemi non sono certo finiti. Chiunque abbia esperienza di scuola sa benissimo quanto, nella maggior parte dei casi, sia stato difficile in questi decenni trovare insegnanti che accettassero di candidarsi, soprattutto dopo i primi anni caratterizzati da entusiasmo e spirito di collaborazione. Spesso finiscono per rendersi disponibili persone generose, ma non realmente motivate e tanto meno preparate, e in molti casi gli eletti “obtorto collo” finiscono poi per onorare solo di rado il proprio impegno, tanto che si verifica di frequente la mancanza del numero legale.
Questa concezione volontaristica improntata all’impegno e alla sensibilità sociale, pur apprezzabile, non è più sufficiente. Si tratta di avere chiaro che, come i membri del Consiglio di amministrazione di una qualsiasi azienda di una certa complessità, i docenti eletti in quello che nell’Aprea 2 si chiama “Consiglio di indirizzo”, devono avere quanto meno delle attitudini specifiche, distinte da quelle che servono per insegnare, e assumersi pienamente le responsabilità relative al loro ruolo, a partire da una assidua presenza alle riunioni del Consiglio. Oltre a un incentivo economico (gettone di presenza), che però di per sé non porta necessariamente a un innalzamento della qualità, l’avere svolto per alcuni anni il ruolo di membro del Consiglio potrebbe costituire titolo utile per possibili “sviluppi di carriera”, ad esempio diventare docente senior (per restare nell’ambito del pdl Aprea) o dirigente. In una disposizione del genere chi ha attitudini di carattere organizzativo e progettuale potrebbe trovare un incentivo a candidarsi. In alcuni casi potrebbe essere opportuno organizzare per i nuovi eletti brevi corsi di formazione sulle competenze dell’organismo di cui sono entrati a far parte. (GR)
[Segue]
sabato 8 agosto 2009
mercoledì 5 agosto 2009
NOTE SUL GOVERNO DELLA SCUOLA - 1. Insegnanti e genitori
Come sottolinea il commento di Sergio Casprini, la nuova versione del pdl Aprea riaffida a un genitore la presidenza del “Consiglio di indirizzo” e prescrive la pariteticità della rappresentanza di genitori e docenti. Nelle superiori, con l’aggiunta degli allievi, c’è addirittura il rischio di una preponderanza degli “utenti”.
In altre parole: non si prende atto dell’esaurimento (o meglio del fallimento) del modello di partecipazione nato negli anni ’70, non si provvede all’indispensabile professionalizzazione del governo delle scuole e per di più si rimane al di fuori di una corretta visione delle responsabilità decisionali nella scuola pubblica. Fino a oggi, che si sappia, a nessuno è mai venuto in mente di far presiedere gli ospedali alle associazioni dei consumatori, né a metter sullo stesso piano tecnici e utenti nei consigli di amministrazione.
Su quest’ultimo punto è opportuno leggere almeno qualche riga di un saggio di Carlo Marzuoli, docente di diritto amministrativo nell’Università di Firenze (L’istituto scolastico autonomo in Istruzione e servizio pubblico, Il Mulino):
"Le pubbliche amministrazioni hanno il potere e la responsabilità di operare nell'interesse pubblico e detto potere e responsabilità debbono rimanere in capo all'amministrazione. [...] I diritti di conoscenza e di partecipazione procedimentale, che danno agli interessati [genitori e studenti] la possibilità di far valere il loro punto di vista, le loro esigenze, ecc., contribuiscono a una migliore possibilità di tutela di tali interessi, a completare l'insieme degli elementi di cui l'amministrazione deve tener conto, a rendere più trasparente e controllabile l'amministrazione. Al tempo stesso, non pregiudicano il potere e la responsabilità dell'amministrazione, la quale rimane pur sempre, dopo aver tutti ascoltato e tutto valutato, l'unica responsabile della decisione".
Nel nostro sistema i titolari del governo della P.I. e quindi anche della scuola devono essere designati “con le forme del sistema politico-rappresentativo (organi politici) o del merito tecnico-professionale accertato con procedure pubblicistiche”, come appunto succede (o dovrebbe succedere) per dirigenti e docenti. Un Consiglio di Indirizzo in cui si creasse una presenza consistente o addirittura una maggioranza di genitori (o di genitori e studenti), il criterio dell’interesse pubblico (e in un certo senso lo stesso carattere pubblico della scuola) non potrebbe considerarsi pienamente rispettato. (GR)
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In altre parole: non si prende atto dell’esaurimento (o meglio del fallimento) del modello di partecipazione nato negli anni ’70, non si provvede all’indispensabile professionalizzazione del governo delle scuole e per di più si rimane al di fuori di una corretta visione delle responsabilità decisionali nella scuola pubblica. Fino a oggi, che si sappia, a nessuno è mai venuto in mente di far presiedere gli ospedali alle associazioni dei consumatori, né a metter sullo stesso piano tecnici e utenti nei consigli di amministrazione.
Su quest’ultimo punto è opportuno leggere almeno qualche riga di un saggio di Carlo Marzuoli, docente di diritto amministrativo nell’Università di Firenze (L’istituto scolastico autonomo in Istruzione e servizio pubblico, Il Mulino):
"Le pubbliche amministrazioni hanno il potere e la responsabilità di operare nell'interesse pubblico e detto potere e responsabilità debbono rimanere in capo all'amministrazione. [...] I diritti di conoscenza e di partecipazione procedimentale, che danno agli interessati [genitori e studenti] la possibilità di far valere il loro punto di vista, le loro esigenze, ecc., contribuiscono a una migliore possibilità di tutela di tali interessi, a completare l'insieme degli elementi di cui l'amministrazione deve tener conto, a rendere più trasparente e controllabile l'amministrazione. Al tempo stesso, non pregiudicano il potere e la responsabilità dell'amministrazione, la quale rimane pur sempre, dopo aver tutti ascoltato e tutto valutato, l'unica responsabile della decisione".
Nel nostro sistema i titolari del governo della P.I. e quindi anche della scuola devono essere designati “con le forme del sistema politico-rappresentativo (organi politici) o del merito tecnico-professionale accertato con procedure pubblicistiche”, come appunto succede (o dovrebbe succedere) per dirigenti e docenti. Un Consiglio di Indirizzo in cui si creasse una presenza consistente o addirittura una maggioranza di genitori (o di genitori e studenti), il criterio dell’interesse pubblico (e in un certo senso lo stesso carattere pubblico della scuola) non potrebbe considerarsi pienamente rispettato. (GR)
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sabato 1 agosto 2009
DALL’APREA 1 ALL’APREA 2 IL PASSO... È INDIETRO
Il Disegno di Legge Aprea, presentato all’inizio della Legislatura (maggio 2008) riguarda fondamentalmente due grandi questioni: la governance delle scuole dell’autonomia e un diversa articolazione dei profili professionali dei docenti.
Le recenti polemiche sulla proposta leghista di test sulla conoscenza dei dialetti hanno messo in secondo piano il fatto che quel testo, su cui la Commissione Cultura ha a lungo discusso e su cui lo scorso inverno c’erano state tantissime audizioni (tra cui quella del Gruppo di Firenze), è stato profondamente cambiato e secondo la nostra opinione in peggio. In sintesi ecco le nostre principali obiezioni al nuovo testo.
L’attuale Consiglio d’Istituto nell’Aprea 1 si chiamava “Consiglio di Amministrazione” e la sua composizione veniva in pratica affidata alla discrezionalità dei singoli Istituti, cosa che non può dare alcuna garanzia di buon governo. Nell’Aprea 2 il “Consiglio di indirizzo” (come ora si chiama), conferma invece quasi del tutto l'inadeguato assetto vigente: rappresentanza paritaria di docenti e genitori, a uno dei quali va di nuovo la presidenza del Consiglio, mentre nella versione precedente del DdL questo ruolo toccava giustamente al Dirigente Scolastico. Inoltre negli istituti superiori si dovrà garantire anche una rappresentanza degli studenti, quindi genitori e studenti sarebbero in numero maggiore rispetto ai docenti. Noi pensiamo che il criterio della “partecipazione paritaria” debba essere superato, perché certamente i rappresentanti di genitori e studenti devono svolgere una fondamentale funzione di controllo e di garanzia, ma il governo di un istituto scolastico autonomo, con le nuove e delicatissime responsabilità che il progetto gli assegna, esige un'adeguata competenza e una piena responsabilizzazione dei membri del Consiglio, che a genitori e studenti non possono per forza di cose essere richieste.
Inoltre, ciliegina sulla torta, il Consiglio di Indirizzo redige il Piano dell’offerta formativa che da sempre è stato uno dei compiti fondamentali del Collegio dei docenti.
Anzi, in questo nuovo disegno di legge il Collegio dei docenti non esiste più, sostituito dai dipartimenti di aree disciplinari e interdisciplinari, i quali ovviamene avranno un ruolo solo esecutivo rispetto alle indicazioni didattiche deliberate dal Consiglio di indirizzo in cui i docenti, come si è visto, hanno un minor peso politico, in senso professionale e culturale.
Eppure l’ispirazione iniziale con cui l’Aprea aveva presentato nel 2008 questo disegno di legge era stata quella di ridare al docente prestigio professionale, anche attraverso la creazione di un’area contrattuale autonoma degli insegnanti, obiettivo storico delle associazioni professionali contro le prevaricazione dei sindacati della scuola.
In questa nuova versione del DdL il principio dell’autonomia contrattuale è rimasto, ma con la mancanza di un ruolo più significativo dei docenti nel governo della scuola non ha più la stessa importanza. Aggiungiamo la contemporanea sparizione dal Ddl degli organi di rappresentanza professionale a livello regionale e nazionale, che nell’Aprea 1 dovevano “garantire l'autonomia professionale, la responsabilità e la partecipazione dei docenti ... alle decisioni sul sistema educativo”, per misurare l'entità del passo indietro sul terreno di una decisiva valorizzazione della funzione docente.
(Sergio Casprini)
Le recenti polemiche sulla proposta leghista di test sulla conoscenza dei dialetti hanno messo in secondo piano il fatto che quel testo, su cui la Commissione Cultura ha a lungo discusso e su cui lo scorso inverno c’erano state tantissime audizioni (tra cui quella del Gruppo di Firenze), è stato profondamente cambiato e secondo la nostra opinione in peggio. In sintesi ecco le nostre principali obiezioni al nuovo testo.
L’attuale Consiglio d’Istituto nell’Aprea 1 si chiamava “Consiglio di Amministrazione” e la sua composizione veniva in pratica affidata alla discrezionalità dei singoli Istituti, cosa che non può dare alcuna garanzia di buon governo. Nell’Aprea 2 il “Consiglio di indirizzo” (come ora si chiama), conferma invece quasi del tutto l'inadeguato assetto vigente: rappresentanza paritaria di docenti e genitori, a uno dei quali va di nuovo la presidenza del Consiglio, mentre nella versione precedente del DdL questo ruolo toccava giustamente al Dirigente Scolastico. Inoltre negli istituti superiori si dovrà garantire anche una rappresentanza degli studenti, quindi genitori e studenti sarebbero in numero maggiore rispetto ai docenti. Noi pensiamo che il criterio della “partecipazione paritaria” debba essere superato, perché certamente i rappresentanti di genitori e studenti devono svolgere una fondamentale funzione di controllo e di garanzia, ma il governo di un istituto scolastico autonomo, con le nuove e delicatissime responsabilità che il progetto gli assegna, esige un'adeguata competenza e una piena responsabilizzazione dei membri del Consiglio, che a genitori e studenti non possono per forza di cose essere richieste.
Inoltre, ciliegina sulla torta, il Consiglio di Indirizzo redige il Piano dell’offerta formativa che da sempre è stato uno dei compiti fondamentali del Collegio dei docenti.
Anzi, in questo nuovo disegno di legge il Collegio dei docenti non esiste più, sostituito dai dipartimenti di aree disciplinari e interdisciplinari, i quali ovviamene avranno un ruolo solo esecutivo rispetto alle indicazioni didattiche deliberate dal Consiglio di indirizzo in cui i docenti, come si è visto, hanno un minor peso politico, in senso professionale e culturale.
Eppure l’ispirazione iniziale con cui l’Aprea aveva presentato nel 2008 questo disegno di legge era stata quella di ridare al docente prestigio professionale, anche attraverso la creazione di un’area contrattuale autonoma degli insegnanti, obiettivo storico delle associazioni professionali contro le prevaricazione dei sindacati della scuola.
In questa nuova versione del DdL il principio dell’autonomia contrattuale è rimasto, ma con la mancanza di un ruolo più significativo dei docenti nel governo della scuola non ha più la stessa importanza. Aggiungiamo la contemporanea sparizione dal Ddl degli organi di rappresentanza professionale a livello regionale e nazionale, che nell’Aprea 1 dovevano “garantire l'autonomia professionale, la responsabilità e la partecipazione dei docenti ... alle decisioni sul sistema educativo”, per misurare l'entità del passo indietro sul terreno di una decisiva valorizzazione della funzione docente.
(Sergio Casprini)
giovedì 30 luglio 2009
È PIÙ CLASSISTA LA SCUOLA MINATA NELLA SUA "AUCTORITAS"
Nel suo articolo di ieri sulla "Stampa" (L'anno in cui nelle scuole morì l'autorità), Mario Vargas Llosa giunge alle stesse conclusioni di Luca Ricolfi una settimana prima: l'egualitarismo e il discredito del ruolo di insegnante, propugnati in chiave di libertà dall'oppressione, finiscono per cristallizzare le differenze nelle condizioni di partenza.
mercoledì 29 luglio 2009
ANCORA SUI PRESIDI DAL SUD
"La Stampa" torna sulla questione dei prèsidi meridionali sollevata dall'amministrazione provinciale di Vicenza. Saranno 647 i nuovi dirigenti in servizio dal 1° settembre. "Quasi tutti meridionali", dice l'articolo. Per la verità, gli addendi che dovrebbero portare a questa cifra, elencati più sotto con la specificazione della regione di provenienza, darebbero come somma 719. La sostanza, comunque, non cambia.
Intanto Giovanni Belardelli critica severamente chi ha gridato allo scandalo per l'ordine del giorno vicentino: Lo spauracchio del razzismo per allontanare la verità.
Intanto Giovanni Belardelli critica severamente chi ha gridato allo scandalo per l'ordine del giorno vicentino: Lo spauracchio del razzismo per allontanare la verità.
LA SCUOLA CHE MENTE E INGANNA SÉ STESSA
Il collega Vincenzo Pascuzzi ci invia un lungo testo intitolato Merito, rigore, scrutini finali e voto di consiglio. Quando la scuola mente e inganna se stessa, in cui esamina (peraltro dopo aver premesso di non credere alla "terapia del rigore") "uno snodo, temporale e decisionale, di importanza fondamentale nella vita della scuola: gli scrutini finali di giugno", descrivendo, con riferimento alla propria esperienza nelle scuole superiori, "come essi vengono preparati, gestiti, quali sono gli attori, le parti che recitano sulla scena e dietro le quinte". Pubblichiamo le parti essenziali di questa che potremmo anche chiamare "fenomenologia della valutazione finale".
In genere e in quasi tutte le scuole, gli scrutini intermedi, che avvengono a gennaio-febbraio (se sono quadrimestrali), hanno uno svolgimento semplice e tranquillo: ogni docente mette i suoi voti, si discute della classe, dei singoli alunni, dei programmi e di qualche episodio o situazione particolari, si fanno alcuni confronti all’interno della classe e anche complessivi. [...] Ci sono poi dei colleghi o colleghe che, già all’inizio dell’anno, spontaneamente ti confidano la loro disperazione in relazione ai non-apprendimenti nella loro disciplina. Più o meno: “Non sanno niente, non stanno attenti, non seguono, non fanno i compiti, non portano libri e quaderni, … Ma quest’anno non sarà come l’anno scorso, eh, no! Non mi faccio più fregare, eh, eh, quest’anno boccio, boccio!”. Ciò avviene verso ottobre-novembre, magari in occasione del 1° pagellino. Effettivamente questi colleghi o colleghe arrivano al primo quadrimestre con votacci a chi merita. Poi, già verso marzo-aprile, sfuggono, evitano di parlarti e anche di salutarti e poi – quasi per miracolo - te li ritrovi allo scrutinio finale con quasi tutte le loro insufficienze sanate! [...]
Ma veniamo agli scrutini finali di giugno che decidono su promozioni, bocciature, sospensioni di giudizio. A volte il/la preside inizia i lavori esordendo: “nell’altra classe, appena scrutinata, non abbiamo bocciato nessuno!” oppure “solo uno che però non veniva mai, ritirato di fatto”. Chiunque capisce che questo è un robusto … aperitivo del cosiddetto “buonismo”. Poi lo scrutinio prosegue col definire le situazioni individuali che hanno numerose e gravi insufficienze: oltre sei o sette insufficienze – in genere ma non sempre - non c’è scampo, gli alunni vengono bocciati. Intorno alle cinque o sei insufficienze, indipendentemente dalla loro gravità, si comincia a discutere a confrontarsi. Non si parte dalle indicazioni del Collegio ma dall’opportunità di bocciare l’alunno con riferimento (in genere sotto traccia) alla consistenza numerica della classe. I riferimenti, gli appigli possono essere i più vari: dalle capacità e potenzialità possedute ma non espresse, alla situazione familiare disastrata, all’ipotesi dell’eventuale abbandono della scuola, a minimi miglioramenti di profitto o comportamentali,… insomma non è affatto raro (anzi!) che di sei o cinque insufficienze, due o tre vengano tranquillamente condonate e le altre diventino debito per settembre. Debito formale cioè con esito positivo in genere scontato (al 95%). Così in una classe, in cui la metà doveva essere sicuramente bocciata, solo due o tre alunni vengono respinti. Di conseguenza, si manda rinforzato un chiarissimo messaggio per l’anno scolastico successivo: non serve studiare! Da decenni, la scuola (alunni, docenti, presidi) e le scuole sono come prigioniere di un “vortice” perverso senza speranza e possibilità di poterne uscire! Ogni anno si raccolgono i frutti indigesti o velenosi dell’anno prima e si seminano quelli per l’anno dopo! Al di fuori delle scuole (cioè USP, USR, Miur ma anche partiti, sindacati, associazioni, media) questa situazione o non è percepita o non interessa (oppure fa comodo?). Nello svolgimento degli scrutini, lo strumento che, che viene usato in modo improprio e perverso, che mantiene e alimenta il “vortice” detto è il voto di Consiglio. Questo – a mio giudizio – trova la sua ragion d’essere o nei confronti di singoli (o rari) alunni con difficoltà vere e per loro insormontabili in qualche disciplina o per rimediare l’eccessiva severità di singoli (o rari) docenti. Invece l’uso del voto di Consiglio è adesso massiccio, eccessivo, generalizzato, è diventato un abuso. Le scuole ne sono diventate dipendenti come se fosse una droga! Anzi spesso il voto di Consiglio non viene nemmeno formalizzato. Per fare prima si chiede, si impone ai docenti di modificare direttamente loro le valutazioni insufficienti inizialmente proposte come se le avessero messe con leggerezza, per capriccio, dispetto, errore. Nulla compare nei verbali! È la scuola che mente e inganna se stessa!
domenica 26 luglio 2009
IL VERO SCANDALO DI VICENZA
di Valerio Vagnoli
La mozione pressoché unanime del Consiglio Provinciale di Vicenza, che invita ad escludere i presidi di altre regioni (ma in realtà, e capiremo perché, solo quelli meridionali) dai posti di dirigente vacanti in quella provincia, è pienamente condivisibile; e non si tratta, analizzati i fatti, di uno scandaloso comportamento razzista. Lo scandalo c’è, eccome, ed è di una sconcertante gravità; ma a darlo sono stati ben altri soggetti che non i consiglieri vicentini, che evidentemente non si arrendono al travolgimento della legge che perdura senza rispetto in questo Paese.
Alla base della loro decisione, come ha spiegato con molta chiarezza su vari organi d’informazione l’assessore alla Pubblica Istruzione di quella provincia, vi è lo sdegno per come si sono comportate diverse commissioni d’esame in occasione dell’ultimo concorso per dirigenti scolastici (indetto nel 2004 e completato esattamente due anni fa) e per come sono andate successivamente le cose. Oltre ad essere a carattere regionale, il bando prevedeva in modo preciso e prescrittivo che in ogni regione si rendesse idoneo un numero di concorrenti pari al numero dei posti a disposizione più una riserva del dieci per cento, in modo da poter coprire eventuali nuove sedi resesi libere, sempre a livello regionale, nei due anni successivi. Se in molte regioni italiane le Commissioni d’esame hanno rispettato la legge, procedendo tra l’altro ad una selezione senza precedenti, in altre regioni (spiace dirlo, ma esclusivamente del Sud), le commissioni hanno fatto superare l’esame, oltre al numero previsto per legge, anche ad altre centinaia e centinaia di concorrenti, dichiarati idonei, ma con poche speranze d’essere nominati nei due anni successivi al concorso. Niente paura, però; grazie anche alla sponsorizzazione dei sindacati, in testa l’Associazione Nazionale Presidi, si è trovato il modo di far approvare dal governo Prodi una leggina che permette ora a queste centinaia di persone di poter essere nominate sull’intero territorio nazionale, quando nelle regioni in cui la legge è stata rispettata si siano esaurite le graduatorie. L’ingiustizia è evidente e quindi la protesta pienamente fondata: non c’entra nulla l’essere meridionali, c’entra l’essere stati indebitamente favoriti. Una deroga al numero di idonei previsto dal bando di concorso avrebbe dovuto essere eventualmente autorizzata in ugual misura in tutte le regioni, in modo da non creare una così grave discriminazione. Non per nulla molto probabilmente in Sicilia il concorso venga annullato per le gravissime e palesi irregolarità.
Che i sindacati si siano dati tanto da fare per sponsorizzare tanta nefandezza è, dal loro punto di vista, più che spiegabile: centinaia di nuove tessere sindacali hanno un valore enorme, perché possono essere determinanti, per esempio, nella contrattazione nazionale relativa ai contratti dei presidi e di quant’altro che li riguardi. Altro che il merito!
Meno comprensibile, invece, che politici e commentatori anche autorevoli, come ad esempio Miriam Mafai, parlino, a proposito della posizione presa dalla provincia di Vicenza, di razzismo e apartheid nella scuola. Evidentemente non si sono informati in proposito. Certo, un titolo come Scuola, in Veneto presidi della nostra terra, lanciato in prima pagina dalla “Padania”, cavalca strumentalmente la faccenda in chiave etnica. Ma qui si tratta di stato di diritto, non di etnia e tanto meno di apartheid. E sarà bene che il governo e il parlamento ristabiliscano in questa vicenda un minimo di equità, se non si vuole fomentare proprio quell’intolleranza che tanto si stigmatizza a parole.
[La notizia dell'ordine del giorno della provincia di Vicenza è stata data da "Repubblica" giovedì 23 luglio ed è poi stata ampiamente ripresa e commentata nei giorni seguenti su altri quotidiani]
La mozione pressoché unanime del Consiglio Provinciale di Vicenza, che invita ad escludere i presidi di altre regioni (ma in realtà, e capiremo perché, solo quelli meridionali) dai posti di dirigente vacanti in quella provincia, è pienamente condivisibile; e non si tratta, analizzati i fatti, di uno scandaloso comportamento razzista. Lo scandalo c’è, eccome, ed è di una sconcertante gravità; ma a darlo sono stati ben altri soggetti che non i consiglieri vicentini, che evidentemente non si arrendono al travolgimento della legge che perdura senza rispetto in questo Paese.
Alla base della loro decisione, come ha spiegato con molta chiarezza su vari organi d’informazione l’assessore alla Pubblica Istruzione di quella provincia, vi è lo sdegno per come si sono comportate diverse commissioni d’esame in occasione dell’ultimo concorso per dirigenti scolastici (indetto nel 2004 e completato esattamente due anni fa) e per come sono andate successivamente le cose. Oltre ad essere a carattere regionale, il bando prevedeva in modo preciso e prescrittivo che in ogni regione si rendesse idoneo un numero di concorrenti pari al numero dei posti a disposizione più una riserva del dieci per cento, in modo da poter coprire eventuali nuove sedi resesi libere, sempre a livello regionale, nei due anni successivi. Se in molte regioni italiane le Commissioni d’esame hanno rispettato la legge, procedendo tra l’altro ad una selezione senza precedenti, in altre regioni (spiace dirlo, ma esclusivamente del Sud), le commissioni hanno fatto superare l’esame, oltre al numero previsto per legge, anche ad altre centinaia e centinaia di concorrenti, dichiarati idonei, ma con poche speranze d’essere nominati nei due anni successivi al concorso. Niente paura, però; grazie anche alla sponsorizzazione dei sindacati, in testa l’Associazione Nazionale Presidi, si è trovato il modo di far approvare dal governo Prodi una leggina che permette ora a queste centinaia di persone di poter essere nominate sull’intero territorio nazionale, quando nelle regioni in cui la legge è stata rispettata si siano esaurite le graduatorie. L’ingiustizia è evidente e quindi la protesta pienamente fondata: non c’entra nulla l’essere meridionali, c’entra l’essere stati indebitamente favoriti. Una deroga al numero di idonei previsto dal bando di concorso avrebbe dovuto essere eventualmente autorizzata in ugual misura in tutte le regioni, in modo da non creare una così grave discriminazione. Non per nulla molto probabilmente in Sicilia il concorso venga annullato per le gravissime e palesi irregolarità.
Che i sindacati si siano dati tanto da fare per sponsorizzare tanta nefandezza è, dal loro punto di vista, più che spiegabile: centinaia di nuove tessere sindacali hanno un valore enorme, perché possono essere determinanti, per esempio, nella contrattazione nazionale relativa ai contratti dei presidi e di quant’altro che li riguardi. Altro che il merito!
Meno comprensibile, invece, che politici e commentatori anche autorevoli, come ad esempio Miriam Mafai, parlino, a proposito della posizione presa dalla provincia di Vicenza, di razzismo e apartheid nella scuola. Evidentemente non si sono informati in proposito. Certo, un titolo come Scuola, in Veneto presidi della nostra terra, lanciato in prima pagina dalla “Padania”, cavalca strumentalmente la faccenda in chiave etnica. Ma qui si tratta di stato di diritto, non di etnia e tanto meno di apartheid. E sarà bene che il governo e il parlamento ristabiliscano in questa vicenda un minimo di equità, se non si vuole fomentare proprio quell’intolleranza che tanto si stigmatizza a parole.
[La notizia dell'ordine del giorno della provincia di Vicenza è stata data da "Repubblica" giovedì 23 luglio ed è poi stata ampiamente ripresa e commentata nei giorni seguenti su altri quotidiani]
giovedì 23 luglio 2009
RISPETTO DEI FATTI E LUOGHI COMUNI
“La Stampa” pubblicava ieri in prima pagina un intervento di Umberto Veronesi (Ma io boccio la scuola che boccia), il quale, spiace dirlo, ha pensato di spendere la sua grande autorevolezza in un campo in cui autorevole non è, come mostrano le cose che scrive. Pur dicendo di apprezzare diversi aspetti dell’analisi di Marco Rossi Doria sulle stesse colonne (questa sì autorevole, perché fondata sulla profonda conoscenza delle cose di cui tratta), non sembra averne colto soprattutto il rigoroso riferimento ai fatti. L’articolo di Veronesi mette insieme molti degli slogan e dei luoghi comuni prodotti nelle ultime settimane dal dibattito sulle bocciature (il fallimento della scuola, l’autoritarismo obsoleto, la cultura nozionistica, la bocciatura come punizione), suggerendo che “la scuola dovrebbe essere in grado di stimolare la curiosità e la creatività”, un po’ come consigliare a un chirurgo l’uso del bisturi.
Sempre sul quotidiano torinese, quasi come in risposta a Veronesi, si può leggere oggi un editoriale di Luca Ricolfi (La scuola ha smesso di insegnare). Anche Ricolfi, come Rossi Doria, invita a partire dalla realtà dei fatti, anche se risulta politicamente scorretto, e conclude la sua analisi affermando che “la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.”
Sempre sul quotidiano torinese, quasi come in risposta a Veronesi, si può leggere oggi un editoriale di Luca Ricolfi (La scuola ha smesso di insegnare). Anche Ricolfi, come Rossi Doria, invita a partire dalla realtà dei fatti, anche se risulta politicamente scorretto, e conclude la sua analisi affermando che “la scuola facile si è ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le «masse popolari» non fossero all’altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualità che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i più deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio è una delle poche chance di promozione sociale.”
sabato 18 luglio 2009
NON FA MALE RIPETERE UN ANNO
Con questo titolo, la stampa pubblica oggi in prima pagina un intervento di Marco Rossi Doria, insegnante a lungo impegnato come "maestro di strada" contro l'abbandono scolastico, che tra l'altro è stato uno dei principali consulenti del ministro Fioroni. L'autore si schiera dalla parte di coloro che giudicano come un fatto sostanzialmente positivo l'aumento delle bocciature, prendendo le mosse dalla constatazione che praticamente tutte hanno origine in gravi carenze e mancanza di impegno o in comportamenti inaccettabili, come del resto avevamo sottolineato nei giorni scorsi. Giustamente Rossi Doria sostiene che si tratta soprattutto di riprendere a educare all'esercizio della responsabilità.
A questo proposito, sulle pagine dei giornali di oggi va anche segnalato il bel discorso del presidente Obama ai neri d'America, in cui li esorta ad assumersi per l'appunto la responsabilità del proprio destino e in particolare a puntare sull'impegno nello studio per riscattarsi dalla loro condizione: "Crescere in quartieri poveri non è una giustificazione per prendere brutti voti a scuola, nessuno ha già scritto il vostro destino per voi". Sarebbe importante che lo spirito di questo discorso fosse fatto proprio con convinzione anche dal mondo della scuola italiana.
Giorgio Israel sul "Messaggero" ripropone la necessità di valorizzare il merito nella scuola anche attraverso la competizione e rivendica il ruolo del buon senso, seguendo il quale un modesto aumento delle bocciature non è il fallimento della scuola, ma un segno che quest'ultima non è defunta e reagisce.
Infine va segnalato anche, a completare il quadro di chi vede una svolta positiva nel maggior rigore delle valutazioni, l'intervento di Enrico Musso sul "Secolo XIX": Chi ha paura della scuola fondata sul merito.
A questo proposito, sulle pagine dei giornali di oggi va anche segnalato il bel discorso del presidente Obama ai neri d'America, in cui li esorta ad assumersi per l'appunto la responsabilità del proprio destino e in particolare a puntare sull'impegno nello studio per riscattarsi dalla loro condizione: "Crescere in quartieri poveri non è una giustificazione per prendere brutti voti a scuola, nessuno ha già scritto il vostro destino per voi". Sarebbe importante che lo spirito di questo discorso fosse fatto proprio con convinzione anche dal mondo della scuola italiana.
Giorgio Israel sul "Messaggero" ripropone la necessità di valorizzare il merito nella scuola anche attraverso la competizione e rivendica il ruolo del buon senso, seguendo il quale un modesto aumento delle bocciature non è il fallimento della scuola, ma un segno che quest'ultima non è defunta e reagisce.
Infine va segnalato anche, a completare il quadro di chi vede una svolta positiva nel maggior rigore delle valutazioni, l'intervento di Enrico Musso sul "Secolo XIX": Chi ha paura della scuola fondata sul merito.
giovedì 16 luglio 2009
E IL PRESIDE DISSE: MA PROFESSORESSA, COPIARE NON È UN REATO...
La collega Rossana Cetta ci ha segnalato un suo testo intitolato Rigore, etica, responsabilità: assenti nella scuola. Vi si riferisce tra l’altro il seguente episodio.
“Mi è capitato di essere contestata dagli alunni di una classe perché durante i compiti in classe facevo una sorveglianza troppo attenta, impedendo loro il rituale passaggio di biglietti e sbirciatine sui libri di testo e sui temari. In quell'occasione fui richiamata dal preside il quale tenne a precisarmi che non è un reato copiare il compito da un compagno più bravo e che dovevo instaurare un clima di collaborazione e di maggiore distensione durante le prove di verifica”.
Ogni commento - come suol dirsi - è superfluo. O forse no.
Leggi tutto il testo.
“Mi è capitato di essere contestata dagli alunni di una classe perché durante i compiti in classe facevo una sorveglianza troppo attenta, impedendo loro il rituale passaggio di biglietti e sbirciatine sui libri di testo e sui temari. In quell'occasione fui richiamata dal preside il quale tenne a precisarmi che non è un reato copiare il compito da un compagno più bravo e che dovevo instaurare un clima di collaborazione e di maggiore distensione durante le prove di verifica”.
Ogni commento - come suol dirsi - è superfluo. O forse no.
Leggi tutto il testo.
martedì 14 luglio 2009
ACCADE ANCHE IN ITALIA: LA LEGGE È LEGGE
Era bravissima, era da cento e lode, ma durante la prova di matematica aveva un telefonino in mano e lo guardava. Tanto è bastato per essere allontanata dall'esame di maturità; di conseguenza dovrà ripetere l'anno. Stranamente è successo in Italia. Complimenti agli esaminatori che hanno mantenuto questa difficile, ma giusta decisione. Chissà, forse la studentessa dalle sue precedenti esperienze e osservazioni aveva avuto più di un motivo per concludere che nella scuola e nella società italiane le regole in genere sono considerate al più dei consigli, degli orientamenti di massima che non hanno quasi mai serie conseguenze. Leggi
venerdì 3 luglio 2009
LA BOCCIATURA: "UN SADISMO INUTILE"?
È l'opinione di Sandro Lagomarsini, parroco alla Don Milani di Cassego nel Comune di Varese Ligure, sulle montagne di La Spezia, collaboratore di "Avvenire" e autore del libro Ultimo banco. Per una scuola che non produca scarti (Libreria editrice fiorentina). Convinto che ripetere l'anno non serve mai a nulla (basta sentire "un insegnante di buona esperienza"), con le nuove norme di valutazione della Gelmini prevede il trionfo dei "bocciatori irrudicibili", degli "insegnanti sadici, tipo quelli che in questi giorni pretendevano di metter 'uno' e 'due' nelle schede dei ragazzi respinti". Leggi l'articolo.
mercoledì 1 luglio 2009
MA QUANTO CI COSTA PROMUOVERE CHI NON LO MERITA?
“ItaliaOggi” dedica un articolo alla ricaduta economica dell’aumento dei ripetenti nel prossimo anno scolastico, con le prevedibili conseguenze sul numero dei docenti e del personale ata (Boom di asini: costeranno 500 milioni in più). Il maggior rigore delle valutazioni si ritorcerebbe quindi contro il rigore finanziario.
Ma quanto sono costati al paese decenni di lassismo, cioè di svalutazione del merito, dell’impegno, della serietà? Quali danni hanno inferto all’economia, al livello dei servizi e delle professioni, non meno che all’etica pubblica? Quanto, infine, hanno occultato le insufficienze della scuola?
Intanto anche su “Sussidiario.net”, il quotidiano on line vicino alla Compagnia delle Opere, si discute sull’aumento delle bocciature. Sul numero di oggi (martedì 30 giugno, anche se questa nota viene pubblicata dopo mezzanotte) Giancarlo Tettamanti (Essere bocciati è un male per i ragazzi? Peggio il buonismo…) risponde a Giovanni Cominelli (Bocciare: a cosa serve?) ricordando che nessuna riforma delle scuola e della didattica potrà mai azzerare le responsabilità di un ragazzo riguardo ai suoi risultati scolastici.
Ma quanto sono costati al paese decenni di lassismo, cioè di svalutazione del merito, dell’impegno, della serietà? Quali danni hanno inferto all’economia, al livello dei servizi e delle professioni, non meno che all’etica pubblica? Quanto, infine, hanno occultato le insufficienze della scuola?
Intanto anche su “Sussidiario.net”, il quotidiano on line vicino alla Compagnia delle Opere, si discute sull’aumento delle bocciature. Sul numero di oggi (martedì 30 giugno, anche se questa nota viene pubblicata dopo mezzanotte) Giancarlo Tettamanti (Essere bocciati è un male per i ragazzi? Peggio il buonismo…) risponde a Giovanni Cominelli (Bocciare: a cosa serve?) ricordando che nessuna riforma delle scuola e della didattica potrà mai azzerare le responsabilità di un ragazzo riguardo ai suoi risultati scolastici.
lunedì 29 giugno 2009
LE PROPOSTE DELLA FONDAZIONE AGNELLI SULLA VALUTAZIONE E LA RETRIBUZIONE DEGLI INSEGNANTI
Il "Corriere della Sera" pubblica un intervento del direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto. Ci ripromettiamo di tornare sull'argomento della valutazione degli insegnanti (come, quando, perché) anche a partire da queste proposte. I colleghi, se vogliono, sono invitati a inviarci brevi contributi in proposito, anche di poche parole, o nei "commenti" o tramite l'indirizzo gruppodifirenze@libero.it
domenica 28 giugno 2009
BOCCIATURE COME OPPORTUNITÀ: UNA RISPOSTA AI COMMENTI
di Valerio Vagnoli
Prendo spunto dai commenti al mio intervento E se la bocciatura fosse un’opportunità? sulle bocciature per chiarire alcuni temi.
Quando parlo di permanere, nel nostro sistema scolastico, di modelli seicenteschi, non intendo riferirmi soltanto alla lezione frontale che giustamente uno degli intervenuti difende come strumento didattico dal quale non si può ancora prescindere (salvo vederla propinata per sei-sette ore di seguito anche da parte di docenti di materie tecniche-professionali che richiederebbero, invece, ben altre strategie didattiche). Seicentesco, nel nostro sistema scolastico, è anche il permanere del modello esclusivo della classe al posto di una organizzazione per gruppi di livello o modulare o per classi aperte, come ad esempio nel modello finlandese. Seicentesca, inoltre, è l’organizzazione dello studio, che andava benissimo per una scuola elitaria; meno per una scuola come la nostra.
In uno degli interventi si sottolinea, giustamente, come le scuole italiane siano strutturalmente inadatte a sperimentare nuove strategie didattiche. È vero, tuttavia anche l’esclusività dell’organizzazione in classi contribuisce a non stimolare i responsabili dell’edilizia scolastica ad investire in modo da rivoluzionare strutture e strumentazioni delle scuole di ogni ordine e grado.
Accade, invece, che edifici scolastici possano essere ricavati (succede in alcune grandi città del sud) anche da appartamenti per civili abitazioni collocati al quarto e quinto piano di palazzoni anonimi e tristi per le stesse famiglie che vi abitano, figuriamoci per dei bambini o per degli adolescenti.
Una scuola ove il ruolo della “classe” - nelle scuole superiori - finisse per essere marginale o per scomparire del tutto costringerebbe gli Enti locali a ripensare gli edifici scolastici. Ovvio, tuttavia, che le scuole dovrebbero essere belle e funzionali a prescindere da questo, ma da noi così non è. Ripenso al mio ultimo viaggio in Francia, alla bellezza di gran parte dei suoi edifici scolastici. Scuole di provincia pensate come una sorta di piccolo villaggio con spazi verdi e sportivi da far impallidire i nostri centri sportivi più alla moda. Mense e laboratori pensati per una scuola che risponde a ben altre dinamiche rispetto alla nostra ancora troppo ancorata al passato. Qualcosa vorrà pur dire se negli ultimi anni il meglio del cinema e della narrativa francese ruota intorno al tema della scuola mentre da noi, salvo rarissimi casi (e tra questi è doveroso annoverare l’alzata di scudi dei 16 intellettuali firmatari dell’appello a favore del merito e della responsabilità), siamo rimasti a qualche film macchiettistico, a Mio figlio professore, a Terza B facciamo l’appello e a Io speriamo che me la cavo, oltre ovviamente la solita, oggi retorica, Lettera a una professoressa.
Per quanto concerne i rilievi a proposito della responsabilità della scuola sulle bocciature e quanto poco si faccia per recuperare i meno bravi, rimando all’intervento dell’amico Giorgio Ragazzini.
Prendo spunto dai commenti al mio intervento E se la bocciatura fosse un’opportunità? sulle bocciature per chiarire alcuni temi.
Quando parlo di permanere, nel nostro sistema scolastico, di modelli seicenteschi, non intendo riferirmi soltanto alla lezione frontale che giustamente uno degli intervenuti difende come strumento didattico dal quale non si può ancora prescindere (salvo vederla propinata per sei-sette ore di seguito anche da parte di docenti di materie tecniche-professionali che richiederebbero, invece, ben altre strategie didattiche). Seicentesco, nel nostro sistema scolastico, è anche il permanere del modello esclusivo della classe al posto di una organizzazione per gruppi di livello o modulare o per classi aperte, come ad esempio nel modello finlandese. Seicentesca, inoltre, è l’organizzazione dello studio, che andava benissimo per una scuola elitaria; meno per una scuola come la nostra.
In uno degli interventi si sottolinea, giustamente, come le scuole italiane siano strutturalmente inadatte a sperimentare nuove strategie didattiche. È vero, tuttavia anche l’esclusività dell’organizzazione in classi contribuisce a non stimolare i responsabili dell’edilizia scolastica ad investire in modo da rivoluzionare strutture e strumentazioni delle scuole di ogni ordine e grado.
Accade, invece, che edifici scolastici possano essere ricavati (succede in alcune grandi città del sud) anche da appartamenti per civili abitazioni collocati al quarto e quinto piano di palazzoni anonimi e tristi per le stesse famiglie che vi abitano, figuriamoci per dei bambini o per degli adolescenti.
Una scuola ove il ruolo della “classe” - nelle scuole superiori - finisse per essere marginale o per scomparire del tutto costringerebbe gli Enti locali a ripensare gli edifici scolastici. Ovvio, tuttavia, che le scuole dovrebbero essere belle e funzionali a prescindere da questo, ma da noi così non è. Ripenso al mio ultimo viaggio in Francia, alla bellezza di gran parte dei suoi edifici scolastici. Scuole di provincia pensate come una sorta di piccolo villaggio con spazi verdi e sportivi da far impallidire i nostri centri sportivi più alla moda. Mense e laboratori pensati per una scuola che risponde a ben altre dinamiche rispetto alla nostra ancora troppo ancorata al passato. Qualcosa vorrà pur dire se negli ultimi anni il meglio del cinema e della narrativa francese ruota intorno al tema della scuola mentre da noi, salvo rarissimi casi (e tra questi è doveroso annoverare l’alzata di scudi dei 16 intellettuali firmatari dell’appello a favore del merito e della responsabilità), siamo rimasti a qualche film macchiettistico, a Mio figlio professore, a Terza B facciamo l’appello e a Io speriamo che me la cavo, oltre ovviamente la solita, oggi retorica, Lettera a una professoressa.
Per quanto concerne i rilievi a proposito della responsabilità della scuola sulle bocciature e quanto poco si faccia per recuperare i meno bravi, rimando all’intervento dell’amico Giorgio Ragazzini.
sabato 27 giugno 2009
IL BUONISMO SI CONFERMA TRASVERSALE: ANCHE PER "FARE FUTURO" LE BOCCIATURE SONO UN FALLIMENTO DELLA SCUOLA
"Libero" dà conto di una polemica interna al PdL e più precisamente tra "L'Occidentale", quotidiano on line vicino alla componente "forzista", e "Ff web magazine", il periodico telematico della fondazione finiana "Fare Futuro". Secondo quest'ultima testata, infatti, "Per ogni ragazzo che non ce la fa superare l'anno, la prima ad aver fallito è l'istituzione scolastica stessa", che è come noto uno degli slogan più fortunati in questi ultimi decenni nel mondo della scuola. Risponde "L'Occidentale": Il futuro scolastico vagheggiato da Farefuturo è perfetto per gli asini. L'articolo su "Libero". Per leggere gli articoli citati: "Ffweb magazine" e "L'Occidentale".
Commento. Il buonismo, come abbiamo sempre detto, pur avendo elaborato i suoi assiomi nell'humus catto-comunista, è poi diventato trasversale e si radica nel carattere italico, mammone e nutrito di colpa e indulgenza tridentine. Tiene a bada la realtà con le astrazioni: chi sono infatti "i bocciati"? Sarebbe utile che qualcuno (adattissimo Giorgio Dell'Arti) sciorinasse davanti ai nostri occhi qualche decina di identikit. Verrebbe forse fuori che una parte non ha potuto scegliere una scuola superiore a lui congeniale per colpa del mito della scuola uguale per tutti che ha squalificato la formazione professionale; qualcuno, partendo da una situazione culturalmente svantaggiata, non si è effettivamente visto offrire tutto l'aiuto che gli era necessario; e che la maggioranza dei bocciati, guardandosi intorno e vedendo andare avanti chi lo non meritava, aveva concluso: "Anche se non studio, mi promuovono lo stesso". (GR)
Commento. Il buonismo, come abbiamo sempre detto, pur avendo elaborato i suoi assiomi nell'humus catto-comunista, è poi diventato trasversale e si radica nel carattere italico, mammone e nutrito di colpa e indulgenza tridentine. Tiene a bada la realtà con le astrazioni: chi sono infatti "i bocciati"? Sarebbe utile che qualcuno (adattissimo Giorgio Dell'Arti) sciorinasse davanti ai nostri occhi qualche decina di identikit. Verrebbe forse fuori che una parte non ha potuto scegliere una scuola superiore a lui congeniale per colpa del mito della scuola uguale per tutti che ha squalificato la formazione professionale; qualcuno, partendo da una situazione culturalmente svantaggiata, non si è effettivamente visto offrire tutto l'aiuto che gli era necessario; e che la maggioranza dei bocciati, guardandosi intorno e vedendo andare avanti chi lo non meritava, aveva concluso: "Anche se non studio, mi promuovono lo stesso". (GR)
mercoledì 24 giugno 2009
VALUTAZIONE DEI DOCENTI: SÌ, MA NON "ALLA BERCHET"
Il "Corriere della Sera" dà notizia delle "pagelle" che gli studenti del liceo "Berchet" di Milano hanno dato agli insegnanti. Il Preside, vi si legge, ha acconsentito ad affiggere i "voti" in bacheca. Ma nel programma di radio 3 Fahrenheit viene fuori che il “progetto” era stato addirittura inserito nel Pof. Una scuola che non riesce ancora ad assumersi di fronte alle nuove generazioni la responsabilità di decidere come, quando e perché valutare gli insegnanti (con rigore ed equità), consente però “democraticamente” agli studenti di ergersi a giudici dei “prof” (addirittura di valutarne “la competenza”), istituzionalizzando una loro iniziativa fra il serio e il goliardico, ma inevitabilmente intrisa di spirito di rivalsa sui docenti meno popolari (e si sa che a essere popolari non sono sempre i migliori). È lo stesso atteggiamento indulgente e demagogico con cui da decenni si avallano le occupazioni e la loro forma “benigna”, le autogestioni. Ma si può ridurre la valutazione degli insegnanti a una questione di pura e semplice “customer satisfaction”, per di più affidandone in toto la gestione agli stessi “clienti”? Senza dire che così facendo si finisce per incentivare quella “cultura della supponenza” di cui Claudio Magris denunciava già anni fa il dilagare.
Alla valutazione dei docenti, ai metodi da usare e agli obbiettivi da porsi abbiamo più volte dedicato riflessioni o riportato contributi di altri. Dovremo tornarci. Sarà bene però, anche alla luce di questo episodio, che gli insegnanti si rendano conto che la non-valutazione è un privilegio indifendibile e si decidano a rivendicare il diritto di dire la loro in proposito, in particolare sull'efficacia dei metodi e sull'appropriatezza degli obbiettivi.
Leggi anche il commento di Isabella Bossi Fedrigotti.
Alla valutazione dei docenti, ai metodi da usare e agli obbiettivi da porsi abbiamo più volte dedicato riflessioni o riportato contributi di altri. Dovremo tornarci. Sarà bene però, anche alla luce di questo episodio, che gli insegnanti si rendano conto che la non-valutazione è un privilegio indifendibile e si decidano a rivendicare il diritto di dire la loro in proposito, in particolare sull'efficacia dei metodi e sull'appropriatezza degli obbiettivi.
Leggi anche il commento di Isabella Bossi Fedrigotti.
martedì 23 giugno 2009
INDAGINE OCSE: L'INDISCIPLINA FRENA L'APPRENDIMENTO
Era ora che nelle indagini internazionali venisse messo in evidenza, come da tempo auspichiamo, il tema del comportamento come causa importante della dequalificazione della scuola. Non si tratta soltanto dei bulli, come il titolo di "ItaliaOggi" potrebbe far pensare, ma anche di ragazzi indisciplinati o semplicemente vivaci; che però fanno perdere in media il 13% del tempo scuola e in un caso su quattro il 30% (circa venti minuti per un'ora di lezione).
L'acronimo TALIS - così si chiama la ricerca - in italiano si scioglie come "Insegnamento e creazione di ambienti di apprendimento efficaci".
La necessità di una scuola più esigente sotto tutti i punti di vista, e in modo particolare rispetto all'impegno e al comportamento, ne esce quindi pienamente convalidata. E' sperabile che nelle prossime indagini il problema venga approfondito, per esempio correlando statisticamente i risultati paese per paese con il livello di serietà richiesto agli studenti dal sistema scolastico. E' indispensabile anche un grosso sforzo per rendere disponibili in tutte le scuole tutti i tipi di qualificate consulenze che l'emergenza richiede. Infine: a quando i primo corsi di aggiornamento sulla condotta? Leggi l'articolo.
L'acronimo TALIS - così si chiama la ricerca - in italiano si scioglie come "Insegnamento e creazione di ambienti di apprendimento efficaci".
La necessità di una scuola più esigente sotto tutti i punti di vista, e in modo particolare rispetto all'impegno e al comportamento, ne esce quindi pienamente convalidata. E' sperabile che nelle prossime indagini il problema venga approfondito, per esempio correlando statisticamente i risultati paese per paese con il livello di serietà richiesto agli studenti dal sistema scolastico. E' indispensabile anche un grosso sforzo per rendere disponibili in tutte le scuole tutti i tipi di qualificate consulenze che l'emergenza richiede. Infine: a quando i primo corsi di aggiornamento sulla condotta? Leggi l'articolo.
venerdì 19 giugno 2009
E SE LA BOCCIATURA FOSSE UN'OPPORTUNITÀ?
di Valerio Vagnoli
Finalmente, viene da dire, il re è nudo, perché dietro all’aumento delle bocciature si può intravedere una scuola nuova che inizia finalmente a dare segni di vita, a fare fino in fondo il proprio dovere, cominciando a trovare il coraggio di prendersi responsabilità che da anni, in generale, non era in grado di prendersi.
Questi dati confermano, anziché il fallimento della scuola, come molti pensano e dichiarano, il vero scandalo durato fin troppo a lungo: quello di aver promosso generazioni di studenti in nome del buonismo o del quieto vivere o per i più svariati timori, non ultimo quello dei ricorsi. Insomma, contrariamente ai molti allarmismi che imperversano un po’ da tutte le parti per i risultati di quest’anno scolastico, mi provo ad andare controcorrente e giudico di buon auspicio quanto è avvenuto. Penso, insomma, che dovremmo rassicurare le famiglie, anche dei bocciati, facendo loro capire che stanno inequivocabilmente per finire i tempi squallidi del diploma “pezzo di carta” da spendere grazie alle raccomandazioni di varia natura, non ultime quelle di stampo clientelare e politico. Non mi dilungo sulle dinamiche economico-sociali che cancelleranno certo costume tipico più di un paese da operetta che non di una nazione che dovrà, oggi più che mai, misurarsi sul piano della competitività e di un’economia sempre più legata alla conoscenza. Mi preme, invece, ricordare e ripetere che solo una scuola in grado di valorizzare il merito può rappresentare un vero ascensore sociale per chi non può contare su clientele o radici familiari fin troppo ramificate nel mondo dei privilegi. Per troppo tempo si è identificato il successo scolastico come patrimonio da distribuire equamente a tutti, impedendo così che si diffondesse, soprattutto tra le famiglie più svantaggiate e povere, la consapevolezza di quanto, invece, proprio la scuola sia importante per ribaltare la loro condizione, spesso storicamente consolidata grazie a chi dalla scuola aveva e continuava ad avere i mezzi e gli strumenti per diventare classe dirigente. Solitamente per molti gruppi politici e per molte delle sigle del sindacato scolastico, la qualità della scuola la si è voluta vedere piuttosto sulla quantità (numero esoso delle materie con corrispondente elevatissimo numero dei docenti, orari scolastici lunghi e tempi della didattica ancora organizzati secondo modelli, non è un’esagerazione, seicenteschi) che non sulla sua qualità: guai a parlare di verifica dei risultati, di valutazione dei docenti e dei dirigenti e via di seguito. Ogni minimo accenno ai principi del pragmatismo da applicare anche al sistema scolastico era ed è ancora oggi esecrato più di quanto don Milani esecrasse i giovani operai del Mugello che alla domenica si mettevano la cravatta. L’irrisione nei confronti delle tre “i” ha contribuito a tener fuori dalla modernità chissà quanti figli di chi con il computer, l’inglese e tanto più con l’impresa, non aveva e non ha niente da spartire. Eppure sono molti i politici e i sindacalisti contrari alle tre “i” che hanno accortamente fatto studiare i loro figli negli Stati Uniti o nelle migliori università italiane ed europee.
Ma torniamo alla bocciatura. Ovvio che non sia una bella cosa ed altrettanto ovvio che si debba fare di tutto per rimuovere qualsiasi ostacolo che impedisce ai più svantaggiati di godere dei frutti straordinari che una buona scuola può dare. Ma se non bocciare rappresentava, come per certi insegnanti ancora rappresenta, una lotta contro le ingiustizie “di classe” o più banalmente ignavia o superficiale senso di bontà o ancora paura di affrontare le reazioni dei genitori, ben venga questo aumento di bocciature. Può rappresentare finalmente una svolta, un salutare scossone per chi alla scuola ha finito con l’assuefarsi senza dare o attendersi nulla, siano essi docenti, famiglie o studenti.
Do per scontato che la scuola debba formare, prima ancora della classe dirigente, dei buoni cittadini, liberi e appagati innanzitutto dalla loro cultura e dal loro senso critico. Anche per questo trovo che sia esecrabile vedere nella bocciatura solo un’esclusione, una sconfitta per la scuola e non un’occasione per aiutare il maggior numero possibile di giovani a diventare, a tutti gli effetti, dei cittadini degni di questo nome.
Finalmente, viene da dire, il re è nudo, perché dietro all’aumento delle bocciature si può intravedere una scuola nuova che inizia finalmente a dare segni di vita, a fare fino in fondo il proprio dovere, cominciando a trovare il coraggio di prendersi responsabilità che da anni, in generale, non era in grado di prendersi.
Questi dati confermano, anziché il fallimento della scuola, come molti pensano e dichiarano, il vero scandalo durato fin troppo a lungo: quello di aver promosso generazioni di studenti in nome del buonismo o del quieto vivere o per i più svariati timori, non ultimo quello dei ricorsi. Insomma, contrariamente ai molti allarmismi che imperversano un po’ da tutte le parti per i risultati di quest’anno scolastico, mi provo ad andare controcorrente e giudico di buon auspicio quanto è avvenuto. Penso, insomma, che dovremmo rassicurare le famiglie, anche dei bocciati, facendo loro capire che stanno inequivocabilmente per finire i tempi squallidi del diploma “pezzo di carta” da spendere grazie alle raccomandazioni di varia natura, non ultime quelle di stampo clientelare e politico. Non mi dilungo sulle dinamiche economico-sociali che cancelleranno certo costume tipico più di un paese da operetta che non di una nazione che dovrà, oggi più che mai, misurarsi sul piano della competitività e di un’economia sempre più legata alla conoscenza. Mi preme, invece, ricordare e ripetere che solo una scuola in grado di valorizzare il merito può rappresentare un vero ascensore sociale per chi non può contare su clientele o radici familiari fin troppo ramificate nel mondo dei privilegi. Per troppo tempo si è identificato il successo scolastico come patrimonio da distribuire equamente a tutti, impedendo così che si diffondesse, soprattutto tra le famiglie più svantaggiate e povere, la consapevolezza di quanto, invece, proprio la scuola sia importante per ribaltare la loro condizione, spesso storicamente consolidata grazie a chi dalla scuola aveva e continuava ad avere i mezzi e gli strumenti per diventare classe dirigente. Solitamente per molti gruppi politici e per molte delle sigle del sindacato scolastico, la qualità della scuola la si è voluta vedere piuttosto sulla quantità (numero esoso delle materie con corrispondente elevatissimo numero dei docenti, orari scolastici lunghi e tempi della didattica ancora organizzati secondo modelli, non è un’esagerazione, seicenteschi) che non sulla sua qualità: guai a parlare di verifica dei risultati, di valutazione dei docenti e dei dirigenti e via di seguito. Ogni minimo accenno ai principi del pragmatismo da applicare anche al sistema scolastico era ed è ancora oggi esecrato più di quanto don Milani esecrasse i giovani operai del Mugello che alla domenica si mettevano la cravatta. L’irrisione nei confronti delle tre “i” ha contribuito a tener fuori dalla modernità chissà quanti figli di chi con il computer, l’inglese e tanto più con l’impresa, non aveva e non ha niente da spartire. Eppure sono molti i politici e i sindacalisti contrari alle tre “i” che hanno accortamente fatto studiare i loro figli negli Stati Uniti o nelle migliori università italiane ed europee.
Ma torniamo alla bocciatura. Ovvio che non sia una bella cosa ed altrettanto ovvio che si debba fare di tutto per rimuovere qualsiasi ostacolo che impedisce ai più svantaggiati di godere dei frutti straordinari che una buona scuola può dare. Ma se non bocciare rappresentava, come per certi insegnanti ancora rappresenta, una lotta contro le ingiustizie “di classe” o più banalmente ignavia o superficiale senso di bontà o ancora paura di affrontare le reazioni dei genitori, ben venga questo aumento di bocciature. Può rappresentare finalmente una svolta, un salutare scossone per chi alla scuola ha finito con l’assuefarsi senza dare o attendersi nulla, siano essi docenti, famiglie o studenti.
Do per scontato che la scuola debba formare, prima ancora della classe dirigente, dei buoni cittadini, liberi e appagati innanzitutto dalla loro cultura e dal loro senso critico. Anche per questo trovo che sia esecrabile vedere nella bocciatura solo un’esclusione, una sconfitta per la scuola e non un’occasione per aiutare il maggior numero possibile di giovani a diventare, a tutti gli effetti, dei cittadini degni di questo nome.
"REPUBBLICA" DEI BOCCIATI
Il quotidiano su cui Mario Pirani si è battuto in questi anni per una scuola più esigente gioca oggi senza mezze misure la carta della "strage degli innocenti", dopo i primi dati che segnalano un aumento delle bocciature. Poteva essere un'occasione di utile giornalismo d'inchiesta; ne viene fuori uno grido d'allarme a suon di luoghi comuni. Completamente dimenticato il fatto che è stato un ministro del PD, Giuseppe Fioroni, a suonare per primo la fine della ricreazione, cosa che del resto lo stesso ex ministro "si scorda" purtroppo di rivendicare e con lui il PD.
L'occhiello del richiamo in prima pagina recita: "Aumentano i respinti e i non ammessi agli esami. L'Ocse critica l'istruzione italiana". In questo modo si suggerisce che lo faccia per questo inizio di maggiore severità, mentre si tratta di tutt'altro, come si scopre nell'interno: "I livelli di apprendimento degli studenti sono tra i più bassi, troppi gli insegnanti, demotivati e mai valutati. Le strutture scolastiche sono vecchie e non dispongono di laboratori moderni. Anche la valutazione degli studenti lascia a desiderare". Delle bocciature non si occupa, né "Repubblica" è sfiorata dal sospetto che i bassi livelli di apprendimento possano avere a che fare
con le promozioni facili dispensate in questi anni (ma anche in questi giorni, purtroppo).
Quasi tutti negativi i commenti raccolti, con tutto il repertorio della colpevolizzazione ultradecennale di quegli insegnanti che non ritengono giusto trattare allo stesso modo chi studia e chi no. Leggi l'articolo di Maria Novella De Luca.
Da aggiungere, infine, alla lista degli interventi contrari anche un pezzo di Ilvo Diamanti su Repubblica.it, in cui si mescola di tutto e di più.
L'occhiello del richiamo in prima pagina recita: "Aumentano i respinti e i non ammessi agli esami. L'Ocse critica l'istruzione italiana". In questo modo si suggerisce che lo faccia per questo inizio di maggiore severità, mentre si tratta di tutt'altro, come si scopre nell'interno: "I livelli di apprendimento degli studenti sono tra i più bassi, troppi gli insegnanti, demotivati e mai valutati. Le strutture scolastiche sono vecchie e non dispongono di laboratori moderni. Anche la valutazione degli studenti lascia a desiderare". Delle bocciature non si occupa, né "Repubblica" è sfiorata dal sospetto che i bassi livelli di apprendimento possano avere a che fare
con le promozioni facili dispensate in questi anni (ma anche in questi giorni, purtroppo).
Quasi tutti negativi i commenti raccolti, con tutto il repertorio della colpevolizzazione ultradecennale di quegli insegnanti che non ritengono giusto trattare allo stesso modo chi studia e chi no. Leggi l'articolo di Maria Novella De Luca.
Da aggiungere, infine, alla lista degli interventi contrari anche un pezzo di Ilvo Diamanti su Repubblica.it, in cui si mescola di tutto e di più.
martedì 16 giugno 2009
CONDOTTA, DEONTOLOGIA, ETICA PUBBLICA
di Giorgio Ragazzini
(Pubblicato sul n. 1 gennaio-marzo 2009 di "Esodo")
Viviamo, per nostra fortuna, nella società dei diritti. Ma ogni diritto ha, per così dire, due guardiani: il dovere di rispettarlo e quello di farlo rispettare. Il primo riguarda tutti, il secondo compete a una serie di ruoli in tutti i settori della società; ma è un dovere sgraditissimo, a cui molti si sottraggono davanti alla prima responsabilità che si delinea all’orizzonte. La verità è che molti non sanno più, o non hanno mai saputo, “chi glielo fa fare”. Meglio adeguarsi al quieto vivere, esibendo magari una sconsolata presa d’atto di come va il mondo... E di una crescente “fuga dalla responsabilità” parlano moltissimi osservatori della società italiana, naturalmente con una varietà di punti di vista e di diagnosi storico-culturali.
Un fatto è certo, però: anche se tutti viviamo immersi nel più vasto contesto sociale, è nella famiglia e nella scuola che soprattutto si impara a rispettare gli altri, ad adempiere con serietà ai propri compiti e a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Sono questi i principali luoghi di trasmissione dei valori (incluso lo spirito critico che ne permette l’adeguamento ai tempi) e quindi – se mi si passa l’espressione industrialista – di “produzione” dell’etica pubblica.
Per fortuna da qualche anno a questa parte sta cominciando a diffondersi la consapevolezza che dobbiamo affrontare una vera e propria crisi dei ruoli educativi, i cui modelli venivano un tempo trasmessi senza dubbi e incertezze da una generazione all’altra. La loro messa in questione, sotto molti aspetti necessaria, non ha dato però luogo in tempi accettabili a una nuova visione, più aperta, ma pur sempre fondata sulla realtà dello sviluppo psicologico. Si è invece verificato un prolungato disorientamento dei genitori e degli insegnanti, anche per via del suo intrecciarsi più che altrove con una forte ideologizzazione della società. La stessa parola “autorità” (il cui etimo ne ricorda tra l’altro la specifica funzione di “favorire la crescita”) è stata fortemente interdetta; e ancor oggi non pochi, sentendola nominare, si affrettano a incoraggiarne la sostituzione con “autorevolezza”; come se il prestigio conquistato sul campo – sempre auspicabile – fosse la stessa cosa dell’appoggio e della legittimazione che una comunità assegna comunque al ruolo di genitore o di insegnante.
Probabilmente i primi ad avviare un ripensamento sono stati alcuni psicoterapeuti, a contatto con le difficoltà e a volte con la disperazione di genitori incapaci di far rispettare qualsiasi regola ai propri figli. Va citato almeno il testo più deciso nel dare l’allarme, Se mi vuoi bene dimmi di no, di Giuliana Ukmar (1997), che incoraggiava padri e madri a riprendere lo scettro lasciato in mano ai “reucci” della casa e a usare senza sensi di colpa il “potere positivo” indispensabile alla loro crescita.
Poco a poco anche riguardo alla scuola si è fatta strada la convinzione che proprio la sua debolezza in campo educativo, ammantata di discorsi sulla “comprensione” e l’ “ascolto”, costituisce probabilmente la maggiore emergenza, ben prima delle riforme ordinamentali, della formazione iniziale dei docenti e persino dell’esiguità delle risorse finanziarie. Una scuola poco esigente quanto a rispetto delle regole non è solo più faticosa, ma anche meno produttiva sul piano dell’apprendimento. Non è certo un caso che nel gruppo di testa delle classifiche P.I.S.A. figurino nazioni come Corea, Giappone, Taiwan con sistemi scolastici estremamente rigorosi, fattore fondamentale del loro tumultuoso progresso economico. Scrivono Federico Rampini e Carlo De Benedetti in Centomila punture di spillo: “Chi ha messo piede in un'aula di scuola media, di liceo o di università in Asia sa che in quei luoghi regnano la disciplina, il rigore, il rispetto dell'autorità, la venerazione del sapere. Non perché gli insegnanti cinesi e indiani siano tutti premi Nobel, ma perché tutti sono d'accordo che il sistema funziona solo rispettando quelle regole. Se i genitori di Pechino o di New Delhi cominciassero a dare ragione ai figli contro i docenti, a invocare promozioni facili per tutti, il progresso economico, scientifico e tecnologico dell'Asia si fermerebbe molto presto. Nel tacito accordo che unisce genitori e insegnanti, in quella vasta area di tre miliardi di persone in corsa verso il benessere, c'è una lezione preziosa per noi”.
Come genitori e come docenti, se probabilmente siamo divenuti mediamente più capaci di vicinanza affettiva verso i figli e gli allievi di quanto fossero le generazioni precedenti (a loro volta mediamente più sicure – non senza cadute nell’autoritarismo – su come fare il loro mestiere), dobbiamo però reimparare (o rassegnarci) a esercitare fino in fondo le responsabilità che competono agli adulti.
Per farlo, però, ci serve più di ogni altra cosa la fermezza. Come nota lo psicologo Osvaldo Poli, nel suo libro dedicato a questa virtù fuori moda (Non ho paura a dirti di no), spesso il prendere e mantenere una decisione educativa esige un costo emotivo che non molti sono in grado di sopportare. Siamo un po’ tutti infettati da “virus” di varia origine che impediscono di “girare” al nostro programma educativo: sensi di colpa, paure, bisogno eccessivo di essere approvati, ricordi di nostre vicissitudini come figli o alunni, potenti suggestioni pedagogiche diffusesi negli scorsi decenni (tipo “con il dialogo si ottiene tutto”). Può però incoraggiare e sostenere chi ha compiti educativi la crescente consapevolezza che il laissez faire si è rivelato rovinoso e che per i giovani è fondamentale avere a che fare con adulti in grado di guidarli.
Per questo va considerata una svolta non da poco nella storia recente della scuola italiana quella del ministro Fioroni in direzione di una scuola più esigente e rigorosa, che si è concretizzata con la riforma degli esami di maturità, con i provvedimenti relativi all'effettivo recupero dei debiti, con le norme sui cellulari a scuola, con una prima revisione e accelerazione delle procedure disciplinari nei confronti dei docenti che hanno commesso reati e con una riforma dello Statuto degli studenti che autorizza ora anche sospensioni superiori ai 15 giorni, fino alla perdita dell'anno scolastico per casi di comportamenti particolarmente gravi. Il che, sia detto per inciso, non contrasta con lo spirito dello Statuto, con la distinzione tra la valutazione del profitto e quella del comportamento; perché una cosa è il voto nelle materie, un'altra è la promozione, che deve necessariamente tenere conto anche del versante educativo della formazione. Altrimenti l'insistenza sull'educazione civica e alla legalità verrebbe ridicolizzata da una scuola che promuovesse persino chi si macchia di reati.
Su questi temi il ministro Gelmini non ha fatto che proseguire sulla strada tracciata da Fioroni. L’attuale dibattito sul cinque in condotta, tuttavia, a prescindere dagli allarmi per una scuola autoritaria e repressiva che non hanno il minimo fondamento nella realtà italiana, mi pare notevolmente riduttivo proprio alla luce di quanto abbiamo detto; e lo è in particolare l’idea che un maggior rigore servirebbe a “combattere il bullismo”. Si tratta invece di ri-orientare complessivamente l’azione educativa, di operare una revisione critica che riguarda tutti i giovani e non solamente i bulli; e di rendersi conto che la scuola si è troppo a lungo dimenticata di tutelare, insieme ai docenti e al loro difficile impegno, i tanti ragazzi che vogliono studiare e imparare e il cui comportamento corretto – che si dà per scontato come l'aria che respiriamo – costituisce una delle condizioni imprescindibili per lavorare con serenità. Così facendo, in un certo senso la pedagogia egemone ha codificato una forma di silenzioso parassitismo degli adulti nei confronti degli allievi corretti, che ha consentito di evitare, insieme a più risolute prese di posizione, la revisione di fallimentari teorie educative. Tra le quali, radicatissima anche al di fuori del contesto scolastico e familiare, la falsa contrapposizione tra educazione e sanzione, mentre la seconda fa parte di ogni sistema educativo, sia pure come strumento a cui ricorrere eccezionalmente. Tanto più eccezionalmente, quanto più chi potrebbe incorrervi sa di non poter assolutamente superare certi limiti. In definitiva la fermezza educativa non è affatto in contrasto con un buon rapporto tra genitori e figli, nonché tra insegnanti e allievi; anzi ne crea le premesse e l'indispensabile cornice.
È vero però che in qualche caso non si tratta più di difficoltà psicologica nel proporre un valore, ma di un vero e proprio disorientamento etico. Per esempio, nel decidere se promuovere o no uno studente, oltre all’ovvio interesse di quest’ultimo, entrano in gioco altri “beni” da tutelare, a cui in genere si dedica poca o nessuna attenzione: la valorizzazione del merito e dell’impegno, che ogni promozione ingiusta indirettamente svaluta; la correttezza e l’imparzialità di cui la scuola dovrebbe dare esempio costante e a cui i docenti devono informarsi nell’esercizio delle loro funzioni anche in quanto parte della Pubblica Amministrazione (ma glielo ha mai detto nessuno?). Esiste certamente l’autonomia professionale, che però non è fatta solo di libertà, ma anche di responsabilità. Non pochi colleghi, invece, sono convinti di godere di una discrezionalità assoluta, per cui si può anche prescindere dai registri pieni di insufficienze, purché ci si appoggi a una qualsiasi motivazione psicologica o sociale. E che l’indulgenza sia stata anche incoraggiata e legittimata, lo prova il fatto che, mentre una bocciatura deve essere abbondantemente motivata e magari accompagnata dalla documentazione di tutte le strategie adottate per prevenirla, sulle promozioni nulla quaestio: vanno sempre bene.
Un’altra falla nell’etica professionale emerge di frequente in occasione delle prove scritte degli esami, con il professore che aiuta più o meno apertamente i suoi allievi o più discretamente si assenta per un caffè, quando non arriva a procurare senz’altro la soluzione del problema. E forse non tutti sanno che tutta una complessa organizzazione pluriennale di rilevamenti nazionali dell’Invalsi sull’apprendimento dell’italiano e della matematica è stata irrimediabilmente mandata a monte dall’indebito aiuto che una parte dei docenti italiani ha ritenuto di prestare ai propri allievi; e si può immaginare con quale beneficio educativo, per tacere dei soldi spesi invano.
Anche questi fenomeni rendono non più rinviabile una riforma dello stato giuridico, che tra l’altro prevederebbe, accanto alla creazione di organismi rappresentativi della professione, l’adozione di principi etico-deontologici e soprattutto un’ampia discussione su questa materia. Sperando che l’occasione non venga persa facendo calare dall’alto un codice preconfezionato.
Torniamo quindi al punto di avvio di questa riflessione: la responsabilità degli educatori rispetto alla situazione dell’etica pubblica. E cioè alla necessità di una più acuta consapevolezza dell’influenza che la qualità dell’istruzione e in particolare lo stile educativo dei docenti sono destinati ad avere anche sulla società. L’educazione civica delle nuove generazioni non passa soltanto dallo studio della Costituzione, ma anche e soprattutto dall’azione di insegnanti sensibili e insieme fermi e perseveranti nel non transigere sul rispetto degli altri; e capaci di essere a loro volta un esempio di rigore, di impegno e di responsabilità di fronte ai loro allievi. Utilizzando con coerenza le due leve dell’educazione civica “in atto” e dell’etica professionale, la scuola sarà in grado di formare cittadini insieme più preparati e più responsabili.
Proprio sul "Corriere della Sera" di oggi un articolo riferisce del richiamo dell'Invalsi ai docenti italiani impegnati nell'esame di terza media. Si chiede, in sostanza, di non aiutare gli alunni nella prova nazionale, come l'anno scorso invece è accaduto (e a tal punto da vanificare in pratica l'utilità della prova stessa). Se è importante che finalmente la questione abbia risalto, si noti però con quale linguaggio felpato si tratta quello che è in realtà un vero e proprio scandalo per chi possieda un minimo di senso della legalità e dell'istituzione in cui opera: "Si consiglia che non siano presenti in aula insegnanti della disciplina oggetto della prova". E l'articolo precisa: "Non è una disposizione, ma una cortese richiesta. Chi vuole può restare a fianco degli alunni.". Leggi
(Pubblicato sul n. 1 gennaio-marzo 2009 di "Esodo")
Viviamo, per nostra fortuna, nella società dei diritti. Ma ogni diritto ha, per così dire, due guardiani: il dovere di rispettarlo e quello di farlo rispettare. Il primo riguarda tutti, il secondo compete a una serie di ruoli in tutti i settori della società; ma è un dovere sgraditissimo, a cui molti si sottraggono davanti alla prima responsabilità che si delinea all’orizzonte. La verità è che molti non sanno più, o non hanno mai saputo, “chi glielo fa fare”. Meglio adeguarsi al quieto vivere, esibendo magari una sconsolata presa d’atto di come va il mondo... E di una crescente “fuga dalla responsabilità” parlano moltissimi osservatori della società italiana, naturalmente con una varietà di punti di vista e di diagnosi storico-culturali.
Un fatto è certo, però: anche se tutti viviamo immersi nel più vasto contesto sociale, è nella famiglia e nella scuola che soprattutto si impara a rispettare gli altri, ad adempiere con serietà ai propri compiti e a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Sono questi i principali luoghi di trasmissione dei valori (incluso lo spirito critico che ne permette l’adeguamento ai tempi) e quindi – se mi si passa l’espressione industrialista – di “produzione” dell’etica pubblica.
Per fortuna da qualche anno a questa parte sta cominciando a diffondersi la consapevolezza che dobbiamo affrontare una vera e propria crisi dei ruoli educativi, i cui modelli venivano un tempo trasmessi senza dubbi e incertezze da una generazione all’altra. La loro messa in questione, sotto molti aspetti necessaria, non ha dato però luogo in tempi accettabili a una nuova visione, più aperta, ma pur sempre fondata sulla realtà dello sviluppo psicologico. Si è invece verificato un prolungato disorientamento dei genitori e degli insegnanti, anche per via del suo intrecciarsi più che altrove con una forte ideologizzazione della società. La stessa parola “autorità” (il cui etimo ne ricorda tra l’altro la specifica funzione di “favorire la crescita”) è stata fortemente interdetta; e ancor oggi non pochi, sentendola nominare, si affrettano a incoraggiarne la sostituzione con “autorevolezza”; come se il prestigio conquistato sul campo – sempre auspicabile – fosse la stessa cosa dell’appoggio e della legittimazione che una comunità assegna comunque al ruolo di genitore o di insegnante.
Probabilmente i primi ad avviare un ripensamento sono stati alcuni psicoterapeuti, a contatto con le difficoltà e a volte con la disperazione di genitori incapaci di far rispettare qualsiasi regola ai propri figli. Va citato almeno il testo più deciso nel dare l’allarme, Se mi vuoi bene dimmi di no, di Giuliana Ukmar (1997), che incoraggiava padri e madri a riprendere lo scettro lasciato in mano ai “reucci” della casa e a usare senza sensi di colpa il “potere positivo” indispensabile alla loro crescita.
Poco a poco anche riguardo alla scuola si è fatta strada la convinzione che proprio la sua debolezza in campo educativo, ammantata di discorsi sulla “comprensione” e l’ “ascolto”, costituisce probabilmente la maggiore emergenza, ben prima delle riforme ordinamentali, della formazione iniziale dei docenti e persino dell’esiguità delle risorse finanziarie. Una scuola poco esigente quanto a rispetto delle regole non è solo più faticosa, ma anche meno produttiva sul piano dell’apprendimento. Non è certo un caso che nel gruppo di testa delle classifiche P.I.S.A. figurino nazioni come Corea, Giappone, Taiwan con sistemi scolastici estremamente rigorosi, fattore fondamentale del loro tumultuoso progresso economico. Scrivono Federico Rampini e Carlo De Benedetti in Centomila punture di spillo: “Chi ha messo piede in un'aula di scuola media, di liceo o di università in Asia sa che in quei luoghi regnano la disciplina, il rigore, il rispetto dell'autorità, la venerazione del sapere. Non perché gli insegnanti cinesi e indiani siano tutti premi Nobel, ma perché tutti sono d'accordo che il sistema funziona solo rispettando quelle regole. Se i genitori di Pechino o di New Delhi cominciassero a dare ragione ai figli contro i docenti, a invocare promozioni facili per tutti, il progresso economico, scientifico e tecnologico dell'Asia si fermerebbe molto presto. Nel tacito accordo che unisce genitori e insegnanti, in quella vasta area di tre miliardi di persone in corsa verso il benessere, c'è una lezione preziosa per noi”.
Come genitori e come docenti, se probabilmente siamo divenuti mediamente più capaci di vicinanza affettiva verso i figli e gli allievi di quanto fossero le generazioni precedenti (a loro volta mediamente più sicure – non senza cadute nell’autoritarismo – su come fare il loro mestiere), dobbiamo però reimparare (o rassegnarci) a esercitare fino in fondo le responsabilità che competono agli adulti.
Per farlo, però, ci serve più di ogni altra cosa la fermezza. Come nota lo psicologo Osvaldo Poli, nel suo libro dedicato a questa virtù fuori moda (Non ho paura a dirti di no), spesso il prendere e mantenere una decisione educativa esige un costo emotivo che non molti sono in grado di sopportare. Siamo un po’ tutti infettati da “virus” di varia origine che impediscono di “girare” al nostro programma educativo: sensi di colpa, paure, bisogno eccessivo di essere approvati, ricordi di nostre vicissitudini come figli o alunni, potenti suggestioni pedagogiche diffusesi negli scorsi decenni (tipo “con il dialogo si ottiene tutto”). Può però incoraggiare e sostenere chi ha compiti educativi la crescente consapevolezza che il laissez faire si è rivelato rovinoso e che per i giovani è fondamentale avere a che fare con adulti in grado di guidarli.
Per questo va considerata una svolta non da poco nella storia recente della scuola italiana quella del ministro Fioroni in direzione di una scuola più esigente e rigorosa, che si è concretizzata con la riforma degli esami di maturità, con i provvedimenti relativi all'effettivo recupero dei debiti, con le norme sui cellulari a scuola, con una prima revisione e accelerazione delle procedure disciplinari nei confronti dei docenti che hanno commesso reati e con una riforma dello Statuto degli studenti che autorizza ora anche sospensioni superiori ai 15 giorni, fino alla perdita dell'anno scolastico per casi di comportamenti particolarmente gravi. Il che, sia detto per inciso, non contrasta con lo spirito dello Statuto, con la distinzione tra la valutazione del profitto e quella del comportamento; perché una cosa è il voto nelle materie, un'altra è la promozione, che deve necessariamente tenere conto anche del versante educativo della formazione. Altrimenti l'insistenza sull'educazione civica e alla legalità verrebbe ridicolizzata da una scuola che promuovesse persino chi si macchia di reati.
Su questi temi il ministro Gelmini non ha fatto che proseguire sulla strada tracciata da Fioroni. L’attuale dibattito sul cinque in condotta, tuttavia, a prescindere dagli allarmi per una scuola autoritaria e repressiva che non hanno il minimo fondamento nella realtà italiana, mi pare notevolmente riduttivo proprio alla luce di quanto abbiamo detto; e lo è in particolare l’idea che un maggior rigore servirebbe a “combattere il bullismo”. Si tratta invece di ri-orientare complessivamente l’azione educativa, di operare una revisione critica che riguarda tutti i giovani e non solamente i bulli; e di rendersi conto che la scuola si è troppo a lungo dimenticata di tutelare, insieme ai docenti e al loro difficile impegno, i tanti ragazzi che vogliono studiare e imparare e il cui comportamento corretto – che si dà per scontato come l'aria che respiriamo – costituisce una delle condizioni imprescindibili per lavorare con serenità. Così facendo, in un certo senso la pedagogia egemone ha codificato una forma di silenzioso parassitismo degli adulti nei confronti degli allievi corretti, che ha consentito di evitare, insieme a più risolute prese di posizione, la revisione di fallimentari teorie educative. Tra le quali, radicatissima anche al di fuori del contesto scolastico e familiare, la falsa contrapposizione tra educazione e sanzione, mentre la seconda fa parte di ogni sistema educativo, sia pure come strumento a cui ricorrere eccezionalmente. Tanto più eccezionalmente, quanto più chi potrebbe incorrervi sa di non poter assolutamente superare certi limiti. In definitiva la fermezza educativa non è affatto in contrasto con un buon rapporto tra genitori e figli, nonché tra insegnanti e allievi; anzi ne crea le premesse e l'indispensabile cornice.
È vero però che in qualche caso non si tratta più di difficoltà psicologica nel proporre un valore, ma di un vero e proprio disorientamento etico. Per esempio, nel decidere se promuovere o no uno studente, oltre all’ovvio interesse di quest’ultimo, entrano in gioco altri “beni” da tutelare, a cui in genere si dedica poca o nessuna attenzione: la valorizzazione del merito e dell’impegno, che ogni promozione ingiusta indirettamente svaluta; la correttezza e l’imparzialità di cui la scuola dovrebbe dare esempio costante e a cui i docenti devono informarsi nell’esercizio delle loro funzioni anche in quanto parte della Pubblica Amministrazione (ma glielo ha mai detto nessuno?). Esiste certamente l’autonomia professionale, che però non è fatta solo di libertà, ma anche di responsabilità. Non pochi colleghi, invece, sono convinti di godere di una discrezionalità assoluta, per cui si può anche prescindere dai registri pieni di insufficienze, purché ci si appoggi a una qualsiasi motivazione psicologica o sociale. E che l’indulgenza sia stata anche incoraggiata e legittimata, lo prova il fatto che, mentre una bocciatura deve essere abbondantemente motivata e magari accompagnata dalla documentazione di tutte le strategie adottate per prevenirla, sulle promozioni nulla quaestio: vanno sempre bene.
Un’altra falla nell’etica professionale emerge di frequente in occasione delle prove scritte degli esami, con il professore che aiuta più o meno apertamente i suoi allievi o più discretamente si assenta per un caffè, quando non arriva a procurare senz’altro la soluzione del problema. E forse non tutti sanno che tutta una complessa organizzazione pluriennale di rilevamenti nazionali dell’Invalsi sull’apprendimento dell’italiano e della matematica è stata irrimediabilmente mandata a monte dall’indebito aiuto che una parte dei docenti italiani ha ritenuto di prestare ai propri allievi; e si può immaginare con quale beneficio educativo, per tacere dei soldi spesi invano.
Anche questi fenomeni rendono non più rinviabile una riforma dello stato giuridico, che tra l’altro prevederebbe, accanto alla creazione di organismi rappresentativi della professione, l’adozione di principi etico-deontologici e soprattutto un’ampia discussione su questa materia. Sperando che l’occasione non venga persa facendo calare dall’alto un codice preconfezionato.
Torniamo quindi al punto di avvio di questa riflessione: la responsabilità degli educatori rispetto alla situazione dell’etica pubblica. E cioè alla necessità di una più acuta consapevolezza dell’influenza che la qualità dell’istruzione e in particolare lo stile educativo dei docenti sono destinati ad avere anche sulla società. L’educazione civica delle nuove generazioni non passa soltanto dallo studio della Costituzione, ma anche e soprattutto dall’azione di insegnanti sensibili e insieme fermi e perseveranti nel non transigere sul rispetto degli altri; e capaci di essere a loro volta un esempio di rigore, di impegno e di responsabilità di fronte ai loro allievi. Utilizzando con coerenza le due leve dell’educazione civica “in atto” e dell’etica professionale, la scuola sarà in grado di formare cittadini insieme più preparati e più responsabili.
Proprio sul "Corriere della Sera" di oggi un articolo riferisce del richiamo dell'Invalsi ai docenti italiani impegnati nell'esame di terza media. Si chiede, in sostanza, di non aiutare gli alunni nella prova nazionale, come l'anno scorso invece è accaduto (e a tal punto da vanificare in pratica l'utilità della prova stessa). Se è importante che finalmente la questione abbia risalto, si noti però con quale linguaggio felpato si tratta quello che è in realtà un vero e proprio scandalo per chi possieda un minimo di senso della legalità e dell'istituzione in cui opera: "Si consiglia che non siano presenti in aula insegnanti della disciplina oggetto della prova". E l'articolo precisa: "Non è una disposizione, ma una cortese richiesta. Chi vuole può restare a fianco degli alunni.". Leggi
domenica 14 giugno 2009
SCUOLE MEDIE PIÙ SEVERE (+ 55% di non ammessi).
Sul "Corriere della Sera" si comincia a fare il punto sui risultati nella scuola media. Gli esami non sono ancora cominciati, ma si sa che in genere i ragazzi impreparati non vengono neppure ammessi. Circa 70.000 allievi dovranno ripetere l'anno (di cui ben 10.000 - circa uno su 100 - per via di un 5 in condotta), contro i 45.000 del 2008 (+ 55%). La giovane-giovanilista ministra Meloni si candida per guidare l'ala buonista del centro-destra e ricorda agli insegnanti che "la buona scuola non si fa soltanto con le bocciature". Ah. (Leggi.)
Il quotidiano raccoglie anche diversi altri pareri , in cui prevalgono le valutazioni negative. In apertura quella di Domenico Starnone, un classico della colpevolizzazione dei docenti negli scorsi decenni: "Quando un insegnante boccia, alla fine boccia se stesso".
Bisognerà però ritornare sulla nuova normativa introdotta dalla Gelmini in fatto di valutazione, per cui non ci deve essere neppure un'insufficienza per poter promuovere un allievo. Sarebbe infatti logico a questo punto tornare (in analogia con le superiori) a una qualche forma di esame di riparazione. In questo senso si schiera anche l'Unione Genitori
Intanto molte scuole hanno dovuto inventarsi qualcosa per ripristinare la trasparenza delle valutazioni, che sarebbe compromessa dalla pura e semplice trasformazione del 5 in 6, nel caso in cui la preparazione complessiva di un ragazzo non sia così compromessa da dover ripetere l'anno. Alcune lo hanno fatto scrivendo "Voto di consiglio" accanto al "falso" 6 (con annessa nota esplicativa).
Anche di questo parla il bell'articolo di Giorgio Israel pubblicato ieri su "Messaggero" e "Mattino": Riportiamo a scuola merito e rigore.
Il quotidiano raccoglie anche diversi altri pareri , in cui prevalgono le valutazioni negative. In apertura quella di Domenico Starnone, un classico della colpevolizzazione dei docenti negli scorsi decenni: "Quando un insegnante boccia, alla fine boccia se stesso".
Bisognerà però ritornare sulla nuova normativa introdotta dalla Gelmini in fatto di valutazione, per cui non ci deve essere neppure un'insufficienza per poter promuovere un allievo. Sarebbe infatti logico a questo punto tornare (in analogia con le superiori) a una qualche forma di esame di riparazione. In questo senso si schiera anche l'Unione Genitori
Intanto molte scuole hanno dovuto inventarsi qualcosa per ripristinare la trasparenza delle valutazioni, che sarebbe compromessa dalla pura e semplice trasformazione del 5 in 6, nel caso in cui la preparazione complessiva di un ragazzo non sia così compromessa da dover ripetere l'anno. Alcune lo hanno fatto scrivendo "Voto di consiglio" accanto al "falso" 6 (con annessa nota esplicativa).
Anche di questo parla il bell'articolo di Giorgio Israel pubblicato ieri su "Messaggero" e "Mattino": Riportiamo a scuola merito e rigore.
lunedì 8 giugno 2009
RIFORMA DEI LICEI ALLA TERZA BOZZA: ANCORA POTATURE, MA ANCHE PIÚ BUON SENSO
Leggendo la terza bozza di riforma dei licei, che dovrebbe essere la definitiva, si constata anzitutto che il criterio guida della riforma, quello di una forte potatura delle ore, ha imposto ulteriori tagli. Nella maggior parte dei bienni (classico, scientifico, linguistico, delle scienze umane) le ore sono state ridotte da 30 a 27. Un ridimensionamento che comporta ovviamente il sacrificio di alcune discipline e che ci pare si giustifichi solo in una logica tremontiana, a differenza di quello, condivisibile, del monte ore nei professionali, nei tecnici, nei licei artistici.
Ci sono però anche cambiamenti positivi, quanto meno sono state eliminate alcune delle più macroscopiche storture della precedente bozza. Ad esempio:
▪ è stato abbandonato il velleitario proposito di introdurre un po’ dappertutto una seconda lingua straniera (al grido “l’Europa lo vuole”), prendendo forse coscienza dei problemi che gli studenti hanno già con la lingua madre;
▪ si è rinunciato a bizzarri accorpamenti in un unico insegnamento di materie da sempre distinte, come nel caso di storia e filosofia al Liceo Artistico;
▪ è stata eliminata l’insensata previsione di 1 sola ora di insegnamento settimanale per la storia dell’arte nei licei classico, linguistico, delle scienze umane (come forse i lettori del nostro Blog ricorderanno, la questione fu oggetto di una nostra lettera al Ministro). La soluzione adottata (2 ore settimanali nel solo triennio) è certamente un compromesso, inadeguato in particolare negli indirizzi di studio dove è indispensabile rappresentare lo stretto legame della produzione artistica con le radici storiche, letterarie e filosofiche della nostra civiltà; ma se non altro si è recuperato per questa materia un minimo di praticabilità didattica.
A proposito di arte, fra tutti gli indirizzi previsti dalla riforma (licei, tecnici, professionali) si cerca invano l’Istituto d’arte, escluso dal quadro dei nuovi licei (in passato si era pensato ad una unificazione delle scuole artistiche), ma anche non esplicitamente elencato fra i professionali dell’industria e dell’artigianato. Mentre si straparla di “didattica del fare” sarebbe un grave danno perdere la specificità e la lunga tradizione di una scuola che mette preziosamente insieme la capacità di pensare (progettare) delle cose e la concreta possibilità di realizzarle.
(A.R.)
Ci sono però anche cambiamenti positivi, quanto meno sono state eliminate alcune delle più macroscopiche storture della precedente bozza. Ad esempio:
▪ è stato abbandonato il velleitario proposito di introdurre un po’ dappertutto una seconda lingua straniera (al grido “l’Europa lo vuole”), prendendo forse coscienza dei problemi che gli studenti hanno già con la lingua madre;
▪ si è rinunciato a bizzarri accorpamenti in un unico insegnamento di materie da sempre distinte, come nel caso di storia e filosofia al Liceo Artistico;
▪ è stata eliminata l’insensata previsione di 1 sola ora di insegnamento settimanale per la storia dell’arte nei licei classico, linguistico, delle scienze umane (come forse i lettori del nostro Blog ricorderanno, la questione fu oggetto di una nostra lettera al Ministro). La soluzione adottata (2 ore settimanali nel solo triennio) è certamente un compromesso, inadeguato in particolare negli indirizzi di studio dove è indispensabile rappresentare lo stretto legame della produzione artistica con le radici storiche, letterarie e filosofiche della nostra civiltà; ma se non altro si è recuperato per questa materia un minimo di praticabilità didattica.
A proposito di arte, fra tutti gli indirizzi previsti dalla riforma (licei, tecnici, professionali) si cerca invano l’Istituto d’arte, escluso dal quadro dei nuovi licei (in passato si era pensato ad una unificazione delle scuole artistiche), ma anche non esplicitamente elencato fra i professionali dell’industria e dell’artigianato. Mentre si straparla di “didattica del fare” sarebbe un grave danno perdere la specificità e la lunga tradizione di una scuola che mette preziosamente insieme la capacità di pensare (progettare) delle cose e la concreta possibilità di realizzarle.
(A.R.)
domenica 31 maggio 2009
SOSPESE PERCHÉ IMPRIGIONARONO STUDENTI E PROFESSORI. I GENITORI: "PROVVEDIMENTO REPRESSIVO"
Ci viene meritevolmente segnalato un articolo (Consiglio per la Gelmini: prima della scuola, riformiamo i genitori) pubblicato nel dicembre scorso sul giornale on line "Pensalibero.it". Vi si parla di una bravata avvenuta "in un noto liceo classico" di Firenze durante le proteste anti-Gelmini. La racconta e commenta Chiara Boriosi. Leggi.
venerdì 29 maggio 2009
DUE INTERVENTI SUL MERITO NELLA SCUOLA
Giorgio Israel e Giovanni Sabbatucci si occupano ancora di merito sul Messaggero (rispettivamente di ieri e di oggi). Il quotidiano romano fu, tra i giornali maggiori, quello che dette maggior rilievo alla Lettera aperta Scuola, un partito del merito e della responsabilità del marzo 2008. Leggi Il merito in cattedra per salvare la scuola e Il voto ai talenti, la sfida di un Paese.
mercoledì 27 maggio 2009
NON È OBBLIGATORIA LA CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE
Il 15 aprile "Tuttoscuola" aveva pubblicato un articolo in cui si sosteneva che la certificazione delle competenze non poteva che essere considerata facoltativa da parte delle singole scuole. Il testo si concludeva tra l'altro con una considerazione di fondamentale importanza, anche se trascurata nel generale conformismo che regna nelle scuole: e cioè che, "prima di passare all'applicazione definitiva, occorrerà rispondere preliminarmente a questa semplice domanda: ma cosa sono le competenze? Troppe scuole di pensiero hanno una propria definizione delle competenze, ma spetta al Miur fare doverosamente scelta". Ma forse la scelta giusta sarebbe di non farne di niente e mettere da parte questa infatuazione piuttosto insensata.
In un'altra nota del 20 maggio scorso, la conferma della facoltatività. Leggi.
In un'altra nota del 20 maggio scorso, la conferma della facoltatività. Leggi.
martedì 19 maggio 2009
I PRESIDI DISCRIMINATI NON CI STANNO
Pubblichiamo la lettera ai colleghi con cui due dirigenti scolastici della provincia di Cosenza avviano un'iniziativa per la modifica del contratto nazionale all'origine della discriminazione economica di cui abbiamo parlato l'11 maggio scorso (Il merito non riconosciuto). Dopo aver riportato la lettera di Valerio Vagnoli e degli altri dirigenti scolastici toscani, i due presidi calabresi aggiungono quanto segue:
Per ottenere l’equiparazione retributiva agli altri dirigenti scolastici... [Leggi tutto]
Per ottenere l’equiparazione retributiva agli altri dirigenti scolastici... [Leggi tutto]
lunedì 18 maggio 2009
SUPERIORI: RIFORMA COL MACHETE?
Si infittiscono le indiscrezioni sulla riforma delle superiori. Siamo da sempre sostenitori di uno snellimento degli orari e di una riduzione degli indirizzi, ma anche di una "filosofia" molto precisa per orientarsi in questa non facile operazione: ridare centralità alle materie caratterizzanti di ciascun tipo di scuola. E abbiamo anche preso un'iniziativa contro il ruolo ancillare riservato alla storia dell'arte, soprattutto nel liceo classico, dove costituirebbe invece il necessario complemento di latino, greco, storia e filosofia per comprendere le basi della civiltà occidentale. Sui lavori della commissione ad hoc, "L'Unità" di oggi pubblica un preoccupante retroscena. E non vorremmo che la necessità di reperire nuove risorse per l'Abruzzo spingesse davvero a terremotare, anziché a riformare seriamente, le scuole superiori.
LIBRI SCOLASTICI: DALLA PARTE DEGLI EDITORI
Già in una nota del 22 agosto scorso avevamo messo in evidenza i pregiudizi e la demagogia che alimentano da decenni la polemica contro l'editoria scolastica, trattata come se producesse mine antiuomo anziché libri. Venerdì scorso Alessandro Laterza, editore e presidente della Commissione cultura di Confindustria, riassume in un articolo fermo e equilibrato le critiche di questo settore produttivo ai provvedimenti governativi, che avranno anche serie conseguenze occupazionali.
Per i libri di testo c'è una giusta proposta del PD che potrebbe favorire il superamento del sistema dei "tetti di spesa" rivelatosi fallimentare. Leggi
Per i libri di testo c'è una giusta proposta del PD che potrebbe favorire il superamento del sistema dei "tetti di spesa" rivelatosi fallimentare. Leggi
ELOGIO DELLE CLASSI MISTE
Francesco Alberoni prende posizione contro le proposte di classi unisex circolate nei mesi scorsi nei paesi anglosassoni. Leggi
lunedì 11 maggio 2009
IL MERITO NON RICONOSCIUTO
La lettera ai giornali di alcuni dirigenti scolastici assunti per concorso, che guadagnano 500 euro meno dei loro colleghi.
MAMMA LASCIAMI CRESCERE
Per la festa della mamma, "Famiglia Cristiana" presenta il nuovo libro dello psicologo Osvaldo Poli: Mamme che amano troppo. Leggi.
mercoledì 6 maggio 2009
RIPRENDE IL CAMMINO DEL NUOVO STATO GIURIDICO DEI DOCENTI
In questa intervista rilasciata a "Italia Oggi", che il martedì esce da molti anni con un inserto dedicato alla scuola, Mariastella Gelmini ha annunciato il pieno appoggio del governo al disegno di legge di Valentina Aprea sul nuovo stato giuridico degli insegnanti e sul governo della scuola. Negli ultimi mesi, a dire il vero, si erano sentite voci di un conflitto sotterraneo tra il ministro e la presidente della Commissione Cultura della Camera. Vedremo nei prossimi giorni come andranno le cose. Leggi.
lunedì 4 maggio 2009
INSEGNARE SENZA EFFETTI SPECIALI
di Giorgio Israel
La retorica come arte di far lezione in modo chiaro e convincente.
Per secoli la retorica, come arte dell’esposizione del pensiero, è stata una branca fondamentale della conoscenza. Sebbene, a livello specialistico, vi sia un nuovo interesse per la retorica, nell’accezione comune il termine ha un connotato negativo, quasi spregevole, sinonimo della capacità di vendere fumo per arrosto. La retorica altererebbe la trasmissione onesta e oggettiva dei concetti e andrebbe proscritta nell’istruzione per evitare che l’allievo sia ridotto a subire passivamente le prodezze verbali dell’insegnante. Di qui il discredito della lezione “ex-cathedra” simbolo di un’istruzione retorica e trasmissiva, che uccide la partecipazione attiva del discente. Chi è nostalgico della lezione “ex-cathedra” sarebbe un “laudator temporis acti”, un lodatore del passato.Si tratta di affermazioni “retoriche” nel senso cattivo del termine. L’insegnamento partecipato e che vede l’intervento attivo dell’allievo è vecchio di più di duemila anni quantomeno fin dalla scuola peripatetica e non esclude affatto l’utilità delle lezioni “ex-cathedra”. Piuttosto, nell’ansia di compiacere i giovani e accattivarseli secondo quello stile dei vecchi privi di dignità bene descritto nella Repubblica di Platone abbiamo trascurato l’importanza di ascoltare. Bisognerebbe leggere nelle scuole e nelle università l’Arte di ascoltare di Plutarco per rammentare che “se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e riceverla, nell’uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto” e che occorre apprendere, ascoltando un altro, a evitare di “agitarsi o abbaiare a ogni sua affermazione, e anche se il discorso non è troppo gradito, pazientare e attendere che chi sta dissertando sia arrivato alla conclusione” e poi “guardarsi dall’investirlo subito di obiezioni” ma prima riflettere a fondo.Perciò, il necessario coinvolgimento dell’allievo (più in generale, dell’ascoltatore) nel discorso deve essere preceduto da una presentazione organica e pienamente dispiegata. E ciò significa anche presentare bene, con un’arte del discorso. Non si tratta di un aspetto formale, bensì profondamente sostanziale.Chi presenta bene ha pensato a fondo a come rendere chiari e trasparenti i concetti che vuol comunicare e il dispendio di tempo ed energie che ha posto in quest’opera esprime il rispetto che porta per chi ascolta. Egli non si limita a sciorinare piattamente una serie di concetti per abbandonarli subito alla discussione, ma impegna tutto se stesso in una presentazione convincente, chiara e anche appassionata. Con questa passione trasmette l’importanza che egli attribuisce a quel che dice e sottolinea gli aspetti che lo studio e la riflessione gli hanno fatto ritenere fondamentali. Pertanto l’arte retorica è una componente fondamentale del discorso e dell’insegnamento. Lo sa bene chi abbia avuto un vero maestro, uno di quelli che sanno appassionarti a una materia e sanno stabilire un dialogo autentico, non l’abbaiare fintamente democratico di cui parla Plutarco.Tra le manifestazioni di falsa democrazia va annoverato un certo stile disinvolto di insegnanti che si presentano in aula con l’aria del genio pazzo, trascinando sulle ciabatte jeans sdruciti per propinare sciattamente una filastrocca di nozioni in cui l’arte retorica si riduce a ravvivare l’esposizione con battute umoristiche. Si trascura il fatto che lo stile impresso a un incontro intellettuale ne determina il livello dei contenuti e un certo rigore (non formale) induce a pensare in modo riflessivo e non superficiale.L’introduzione di nuovi e potenti mezzi tecnologici dall’ormai arcaica lavagna luminosa alle presentazioni multimediali “powerpoint” mediante il calcolatore, fino alle lezioni registrate scaricabili in rete richiedono un ripensamento delle modalità dell’insegnamento e della comunicazione intellettuale. Da un lato, sarebbe puerile e vano pensare di farne a meno: si rischierebbe di fare come quel mio lontano parente che, proprietario di una ditta di trasporti a cavallo, all’apparire dei camion disse “non dura”, e naturalmente fallì. D’altro lato, non bisogna dimenticare che ogni strumento tecnologico non deve diventare il fine bensì essere piegato a un fine, che è quello di comunicare pensieri e concetti. Pertanto l’arte retorica non scompare con i nuovi strumenti ma deve assoggettarli.Purtroppo spesso accade il contrario: insegnanti e conferenzieri (ma anche laureandi) ridotti a bacchette che indicano liste di concetti numerati in una “slide”. L’autore della presentazione scompare: egli legge con gli astanti quanto è scritto nella presentazione. Nessuno gli bada, tutti guardano lo schermo, nella noia mortale di una voce inevitabilmente piatta e anonima. Gli studenti sono costretti a passare ore nella penombra. Non c’è pathos partecipativo e la lista della spesa dei concetti perde ogni forza di convincimento. In fondo, non si sa più neppure se chi la presenta l’abbia pensata davvero o l’abbia scopiazzata da qualche parte. Tanto è evidente il rischio della noia e del disinteresse che i programmi informatici offrono una pletora di “animazioni” volte a ravvivare l’attenzione: potrebbe darsi una prova migliore di quanto l’arte retorica sia necessaria? Ma chi usa queste animazioni in modo passivo anziché funzionale ai suoi scopi, ne cade vittima. Ricordo il caso di un conferenziere che ricorse a tutte le animazioni visive e sonore possibili, dal rumore di vetri infranti allo scroscio d’acqua, fino a che dal fondo della sala un sarcastico “troppi effetti speciali!” demolì la conferenza in una risata generale.L’arte retorica è ineliminabile. Tanto vale porre al centro quella autenticamente umana. In quest’ottica un uso molto parco e accuratamente pensato dei mezzi tecnologici può essere efficacissimo: qualche immagine di un personaggio di cui si parla, una citazione importante di un paio di righe al massimo e, quando si vuol concentrare pienamente l’attenzione su quanto si dice, uno sfondo vuoto. Al contrario, chi sostituisce la tecnica retorica con quella formalizzata nel programma informatico riduce se stesso a un imbarazzante burattino di cui non si sa neppure se sia capace di pensare autonomamente. Per questo motivo l’uso delle presentazioni “powerpoint” nelle sedute di laurea andrebbe vietato (con l’eccezione dei materiali contenenti grafica complicata). Quanto a chi crede che le lezioni possano essere sostituite completamente da registrazioni scaricabili in rete, non si rende conto che una lezione (come qualsiasi comunicazione orale) è innanzitutto una relazione tra persone che trae il suo fascino e trova la sua pienezza in un rapporto che deve avere una fisicità, una collocazione spazio-temporale definita. Non rendersi conto di questo e pensare di poter eliminare la relazione interpersonale diretta non può che aprire la strada a forme gravi di degrado intellettuale e culturale.
("Il Messaggero")
La retorica come arte di far lezione in modo chiaro e convincente.
Per secoli la retorica, come arte dell’esposizione del pensiero, è stata una branca fondamentale della conoscenza. Sebbene, a livello specialistico, vi sia un nuovo interesse per la retorica, nell’accezione comune il termine ha un connotato negativo, quasi spregevole, sinonimo della capacità di vendere fumo per arrosto. La retorica altererebbe la trasmissione onesta e oggettiva dei concetti e andrebbe proscritta nell’istruzione per evitare che l’allievo sia ridotto a subire passivamente le prodezze verbali dell’insegnante. Di qui il discredito della lezione “ex-cathedra” simbolo di un’istruzione retorica e trasmissiva, che uccide la partecipazione attiva del discente. Chi è nostalgico della lezione “ex-cathedra” sarebbe un “laudator temporis acti”, un lodatore del passato.Si tratta di affermazioni “retoriche” nel senso cattivo del termine. L’insegnamento partecipato e che vede l’intervento attivo dell’allievo è vecchio di più di duemila anni quantomeno fin dalla scuola peripatetica e non esclude affatto l’utilità delle lezioni “ex-cathedra”. Piuttosto, nell’ansia di compiacere i giovani e accattivarseli secondo quello stile dei vecchi privi di dignità bene descritto nella Repubblica di Platone abbiamo trascurato l’importanza di ascoltare. Bisognerebbe leggere nelle scuole e nelle università l’Arte di ascoltare di Plutarco per rammentare che “se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e riceverla, nell’uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto” e che occorre apprendere, ascoltando un altro, a evitare di “agitarsi o abbaiare a ogni sua affermazione, e anche se il discorso non è troppo gradito, pazientare e attendere che chi sta dissertando sia arrivato alla conclusione” e poi “guardarsi dall’investirlo subito di obiezioni” ma prima riflettere a fondo.Perciò, il necessario coinvolgimento dell’allievo (più in generale, dell’ascoltatore) nel discorso deve essere preceduto da una presentazione organica e pienamente dispiegata. E ciò significa anche presentare bene, con un’arte del discorso. Non si tratta di un aspetto formale, bensì profondamente sostanziale.Chi presenta bene ha pensato a fondo a come rendere chiari e trasparenti i concetti che vuol comunicare e il dispendio di tempo ed energie che ha posto in quest’opera esprime il rispetto che porta per chi ascolta. Egli non si limita a sciorinare piattamente una serie di concetti per abbandonarli subito alla discussione, ma impegna tutto se stesso in una presentazione convincente, chiara e anche appassionata. Con questa passione trasmette l’importanza che egli attribuisce a quel che dice e sottolinea gli aspetti che lo studio e la riflessione gli hanno fatto ritenere fondamentali. Pertanto l’arte retorica è una componente fondamentale del discorso e dell’insegnamento. Lo sa bene chi abbia avuto un vero maestro, uno di quelli che sanno appassionarti a una materia e sanno stabilire un dialogo autentico, non l’abbaiare fintamente democratico di cui parla Plutarco.Tra le manifestazioni di falsa democrazia va annoverato un certo stile disinvolto di insegnanti che si presentano in aula con l’aria del genio pazzo, trascinando sulle ciabatte jeans sdruciti per propinare sciattamente una filastrocca di nozioni in cui l’arte retorica si riduce a ravvivare l’esposizione con battute umoristiche. Si trascura il fatto che lo stile impresso a un incontro intellettuale ne determina il livello dei contenuti e un certo rigore (non formale) induce a pensare in modo riflessivo e non superficiale.L’introduzione di nuovi e potenti mezzi tecnologici dall’ormai arcaica lavagna luminosa alle presentazioni multimediali “powerpoint” mediante il calcolatore, fino alle lezioni registrate scaricabili in rete richiedono un ripensamento delle modalità dell’insegnamento e della comunicazione intellettuale. Da un lato, sarebbe puerile e vano pensare di farne a meno: si rischierebbe di fare come quel mio lontano parente che, proprietario di una ditta di trasporti a cavallo, all’apparire dei camion disse “non dura”, e naturalmente fallì. D’altro lato, non bisogna dimenticare che ogni strumento tecnologico non deve diventare il fine bensì essere piegato a un fine, che è quello di comunicare pensieri e concetti. Pertanto l’arte retorica non scompare con i nuovi strumenti ma deve assoggettarli.Purtroppo spesso accade il contrario: insegnanti e conferenzieri (ma anche laureandi) ridotti a bacchette che indicano liste di concetti numerati in una “slide”. L’autore della presentazione scompare: egli legge con gli astanti quanto è scritto nella presentazione. Nessuno gli bada, tutti guardano lo schermo, nella noia mortale di una voce inevitabilmente piatta e anonima. Gli studenti sono costretti a passare ore nella penombra. Non c’è pathos partecipativo e la lista della spesa dei concetti perde ogni forza di convincimento. In fondo, non si sa più neppure se chi la presenta l’abbia pensata davvero o l’abbia scopiazzata da qualche parte. Tanto è evidente il rischio della noia e del disinteresse che i programmi informatici offrono una pletora di “animazioni” volte a ravvivare l’attenzione: potrebbe darsi una prova migliore di quanto l’arte retorica sia necessaria? Ma chi usa queste animazioni in modo passivo anziché funzionale ai suoi scopi, ne cade vittima. Ricordo il caso di un conferenziere che ricorse a tutte le animazioni visive e sonore possibili, dal rumore di vetri infranti allo scroscio d’acqua, fino a che dal fondo della sala un sarcastico “troppi effetti speciali!” demolì la conferenza in una risata generale.L’arte retorica è ineliminabile. Tanto vale porre al centro quella autenticamente umana. In quest’ottica un uso molto parco e accuratamente pensato dei mezzi tecnologici può essere efficacissimo: qualche immagine di un personaggio di cui si parla, una citazione importante di un paio di righe al massimo e, quando si vuol concentrare pienamente l’attenzione su quanto si dice, uno sfondo vuoto. Al contrario, chi sostituisce la tecnica retorica con quella formalizzata nel programma informatico riduce se stesso a un imbarazzante burattino di cui non si sa neppure se sia capace di pensare autonomamente. Per questo motivo l’uso delle presentazioni “powerpoint” nelle sedute di laurea andrebbe vietato (con l’eccezione dei materiali contenenti grafica complicata). Quanto a chi crede che le lezioni possano essere sostituite completamente da registrazioni scaricabili in rete, non si rende conto che una lezione (come qualsiasi comunicazione orale) è innanzitutto una relazione tra persone che trae il suo fascino e trova la sua pienezza in un rapporto che deve avere una fisicità, una collocazione spazio-temporale definita. Non rendersi conto di questo e pensare di poter eliminare la relazione interpersonale diretta non può che aprire la strada a forme gravi di degrado intellettuale e culturale.
("Il Messaggero")
lunedì 27 aprile 2009
DOMANDA DI SCUOLA. UN NUMERO DELLA RIVISTA "ESODO"
Interventi:
Renza Bertuzzi, Perchè una Carta etica dei docenti
Paola Cavallari, Un protezionismo stolto
Giorgio Ragazzini, Condotta, deontologia, etica pubblica
Giancarlo Azzano, Scuola di massa, una scuola del disagio
Paolo Ferliga, Autorità e sentimento nel processo educativo
Paolo Ricca, " Serve" Dio nell'educazione?
Interviste
Renza Bertuzzi, Perchè una Carta etica dei docenti
Paola Cavallari, Un protezionismo stolto
Giorgio Ragazzini, Condotta, deontologia, etica pubblica
Giancarlo Azzano, Scuola di massa, una scuola del disagio
Paolo Ferliga, Autorità e sentimento nel processo educativo
Paolo Ricca, " Serve" Dio nell'educazione?
Interviste
http://associazionesodo.webnode.it/
venerdì 24 aprile 2009
SCUOLA SERIA: LA RESPONSABILITÀ DELLE FAMIGLIE
Sul "Cittadino" oggi un articolo del dirigente scolastico Corrado Sancilio sulla collaborazione fra scuola e genitori nell'educazione dei ragazzi. Leggi.
ABBANDONO SCOLASTICO: UN DESTINO CHE SI PUÒ CAMBIARE
"Avvenire" di ieri riserva l'intera pagina 3 e un editoriale all'analisi della cosiddetta dispersione scolastica (a cui l'Isfol, l'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, ha dedicato di recente un 'indagine approfondita) e ad alcune proposte in merito, basate sulle esperienze positive già esistenti. La soluzione del drammatico problema del rifiuto della scuola deve partire a nostro parere dal superamento di pregiudizi - di origine ideologica - riguardanti la formazione professionale come scelta alternativa all'istruzione liceale e tecnica.
Dispersi - Dietro il rifiuto dello studio - L'apprendistato, un volano - ... Ma è un destino che si può cambiare.
Dispersi - Dietro il rifiuto dello studio - L'apprendistato, un volano - ... Ma è un destino che si può cambiare.
sabato 18 aprile 2009
NUOVI PRESIDI E VECCHIO QUIETO VIVERE
Nell'ultima "Lettera" dell'ASASI (Associazione scuole autonome siciliane) compare un articolo (vedi sotto) che la dice lunga sulla difficoltà di far rispettare, in molte scuole, le regole. Si badi bene, non da parte - in questo caso - degli studenti, ma di certi docenti e non docenti, che evidentemente continuano a pensare alla scuola come luogo ove tutto è possibile. Così si va dai Collegi dei docenti trasformati in assemblee sindacali, alla malattia che colpisce, contemporaneamente, tutti quanti gli impiegati di un Istituto, dopo che questi avevano avuto un contrasto con la dirigente. C'è di che riflettere, soprattutto alla notizia dell'invio dell'ispezione contro la preside che evidentemente aveva scardinato chissà quale diritto acquisito e comunque il quieto vivere di quel personale ATA; quieto vivere che tanto piace a taluni, che dovrebbero invece controllare il buon funzionamento della pubblica amministrazione.Quello che però fa ben sperare nel medesimo articolo è la constatazione, da parte dell'estensore, che i dirigenti vincitori dell'ultimo concorso sono ben intenzionati a riportare un po' d'ordine nella vita scolastica. Non che i "vecchi" dirigenti non lo abbiano mai fatto. Quello che però probabilmente si sottintende nell'articolo è relativo alle motivazioni fresche e autentiche che hanno gli ultimi arrivati. Segno evidente che rinnovare il personale della pubblica amministrazione serve, eccome; e che se viene selezionato con concorsi seri, ciò può garantire motivazioni che non sempre nascono da immissioni in ruolo ope legis, destinate solo a sanare situazioni pregresse. (Valerio Vagnoli)
LETTERE ANONIME E TENSIONI IN MOLTE SCUOLE CON I NUOVI DIRIGENTI
(Da "La letterina" ASASI n.193)
Ci giunge notizia che a Catania il dirigente dell’USP ha inviato un ispettore a un preside, in seguito al ricevimento di una lettera anonima. Apprendiamo anche che il dirigente dell’USP di Palermo ha invece la corretta abitudine di cestinare le lettere anonime e così pure il Direttore Regionale. Sarebbe opportuna una direttiva del Dr. Guido Di Stefano agli USP per spiegare che l’uso delle lettere anonime non è poi un metodo, né leale, né trasparente. Oggi ci sono molti modi per protestare contro eventuali comportamenti illegittimi dei dirigenti scolastici: la RSU, il giudice del lavoro, i sindacati, le lettere argomentate e firmate. È importante quindi che il dirigente dell’USP di Catania ci chiarisca se ritiene le lettere anonime un valido strumento di democrazia: perché è così, le scriviamo anche noi e almeno ci divertiamo un po’.Riceviamo invece molte lettere relative a conflitti che si sono prodotti in scuole nelle quali sono arrivati DS di nuova nomina. Generalmente, ci sembra di capire che si tratta di casi nei quali le scuole si trovavano in situazione di allegra baldoria o di sapiente anarchia: ore di lezione ridotte e non recuperate, lavoro straordinario non eseguito ma pagato, buoni d’ordine per acquisto di materiali di consumo fatti per telefono senza indagine di mercato, RSU che decidevano a chi dare gli incarichi retribuiti e via di questo passo. L’arrivo di dirigenti vincitori di concorso, intenzionati a riportare un po’ d’ordine, ha creato tensioni, boicottaggi (lettere anonime), si sono avuti collegi dei docenti trasformati in sedi di rivendicazioni sindacali e politiche. In una scuola media di Palermo, la settimana scorsa, si sono assentati per malattia contemporaneamente tutti e cinque gli assistenti amministrativi e il DSGA, dopo un contrasto con la preside. Sappiamo che la preside, che come noi non crede alle coincidenze, ha avvisato la Guardia di Finanza e l’USP. Sappiamo anche che l’unico fatto che si è verificato è stato l’arrivo di un ispettore contro la preside.Vorremmo chiarire che in Sicilia non c’è la stessa situazione che c’è nel Trentino, nel pubblico impiego. In Trentino lavorano tutti. Da noi c’é una parte del personale che non sa cosa voglia dire lavorare con impegno e competenze e pesa sul resto del personale che è costretto a lavorare il doppio. I presidi non hanno molti poteri per convincere i fannulloni a guadagnarsi lo stipendio, invece di lamentarsi addosso. Le nostre Autorità, che dall’alto ci osservano, dovrebbero capirlo. Mandino dunque dei segnali ai dirigenti per chiarire se è il caso che si impegnino in un’azione di risanamento, o se invece bisogna tirare i remi in barca e osservare con distacco la deriva dilagante.
Roberto Tripodi
LETTERE ANONIME E TENSIONI IN MOLTE SCUOLE CON I NUOVI DIRIGENTI
(Da "La letterina" ASASI n.193)
Ci giunge notizia che a Catania il dirigente dell’USP ha inviato un ispettore a un preside, in seguito al ricevimento di una lettera anonima. Apprendiamo anche che il dirigente dell’USP di Palermo ha invece la corretta abitudine di cestinare le lettere anonime e così pure il Direttore Regionale. Sarebbe opportuna una direttiva del Dr. Guido Di Stefano agli USP per spiegare che l’uso delle lettere anonime non è poi un metodo, né leale, né trasparente. Oggi ci sono molti modi per protestare contro eventuali comportamenti illegittimi dei dirigenti scolastici: la RSU, il giudice del lavoro, i sindacati, le lettere argomentate e firmate. È importante quindi che il dirigente dell’USP di Catania ci chiarisca se ritiene le lettere anonime un valido strumento di democrazia: perché è così, le scriviamo anche noi e almeno ci divertiamo un po’.Riceviamo invece molte lettere relative a conflitti che si sono prodotti in scuole nelle quali sono arrivati DS di nuova nomina. Generalmente, ci sembra di capire che si tratta di casi nei quali le scuole si trovavano in situazione di allegra baldoria o di sapiente anarchia: ore di lezione ridotte e non recuperate, lavoro straordinario non eseguito ma pagato, buoni d’ordine per acquisto di materiali di consumo fatti per telefono senza indagine di mercato, RSU che decidevano a chi dare gli incarichi retribuiti e via di questo passo. L’arrivo di dirigenti vincitori di concorso, intenzionati a riportare un po’ d’ordine, ha creato tensioni, boicottaggi (lettere anonime), si sono avuti collegi dei docenti trasformati in sedi di rivendicazioni sindacali e politiche. In una scuola media di Palermo, la settimana scorsa, si sono assentati per malattia contemporaneamente tutti e cinque gli assistenti amministrativi e il DSGA, dopo un contrasto con la preside. Sappiamo che la preside, che come noi non crede alle coincidenze, ha avvisato la Guardia di Finanza e l’USP. Sappiamo anche che l’unico fatto che si è verificato è stato l’arrivo di un ispettore contro la preside.Vorremmo chiarire che in Sicilia non c’è la stessa situazione che c’è nel Trentino, nel pubblico impiego. In Trentino lavorano tutti. Da noi c’é una parte del personale che non sa cosa voglia dire lavorare con impegno e competenze e pesa sul resto del personale che è costretto a lavorare il doppio. I presidi non hanno molti poteri per convincere i fannulloni a guadagnarsi lo stipendio, invece di lamentarsi addosso. Le nostre Autorità, che dall’alto ci osservano, dovrebbero capirlo. Mandino dunque dei segnali ai dirigenti per chiarire se è il caso che si impegnino in un’azione di risanamento, o se invece bisogna tirare i remi in barca e osservare con distacco la deriva dilagante.
Roberto Tripodi
giovedì 16 aprile 2009
LA CONDOTTA DEVE FARE MEDIA?
Pubblichiamo una nostra lettera a commento a un articolo di "Tuttoscuola" in cui se ne sostiene l'opportunità. La lettera è stata pubblicata sul sito della rivista.
Gentile Direttore,
a proposito del voto in condotta e dell'opportunità che faccia media, "Tuttoscuola" osserva che la scala di valutazione adottata è ormai analoga a quella delle materie e che non si vede il motivo per cui non dovrebbe fare media. Ma è così solo apparentemente, mentre, guardando meglio, si tratta di una scala del tutto anomala. Il cinque in condotta rappresenta il risultato di comportamenti così gravi o ripetuti, che comporta la non ammissione alla classe successiva o all'esame finale. Mentre nelle altre materie la gravità dell'insufficienza si può graduare (diciamo dal cinque al tre), in questo caso no. Quindi, se il sei in condotta si interpreta come propone in un articolo Tuttoscuola ("equivale a un sei in italiano o in matematica, significa che il comportamento dell'allievo è sufficientemente corretto"), sparisce ogni possibilità di valutazione intermedia tra una condotta tale da far ripetere l'anno e una davvero sufficientemente corretta. In questo modo, dando per scontato che la sanzione della ripetenza non sarà frequente, il risultato paradossale sarebbe quello di riconoscere come corretto il comportamento dei non pochi ragazzi che si comportano male, ma non fino al punto da essere bocciati.Ecco perché molte scuole, al solito arrangiandosi con il buon senso, hanno fatto sapere agli alunni e ai genitori che il sei e il sette indicano una condotta non soddisfacente (nella mia scuola media corrispondono rispettivamente a "spesso scorretto" e "non sempre corretto" degli anni passati). Ed ecco perché la condotta deve incidere, ma non fare media: perché in molti casi contribuirebbe impropriamente ad alzarla. E' giusto, invece, che abbassi significativamente, con un apposito punteggio negativo il credito scolastico negli esami di fine ciclo (e se ne potrebbe prevedere, d'altra parte, uno positivo per il nove e per il dieci). E a proposito di evitare gli occultamenti, colgo l'occasione per segnalare che il Collegio della scuola in cui insegno, di fronte all'obbligo di avere tutti sei per essere promossi, è orientato a segnalare con la dicitura "Voto di Consiglio" le sufficienze non effettive che si rendessero necessarie per non bocciare allievi che si ritiene opportuno mandare avanti nonostante qualche carenza non irrecuperabile. E concludo con una domanda: sarebbe opportuno tornare anche alle medie a una verifica settembrina?Grazie dell'attenzione,
Giorgio Ragazzini
(Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità)
(Aggiungiamo un'ulteriore - non nuova - considerazione: in una media tra dieci e più materie, quello della condotta è in ogni caso un apporto modestissimo - nel migliore dei casi un terzo di voto). Insomma, il classico topolino partorito dalla montagna.
Segnaliamo anche un'intervista del "Giornale" a Ernesto Galli della Loggia, in cui si parla di merito, ma anche della necessità che la formazione dei giovani continui ad avere come base il canone letterario e filosofico occidentale. Leggi.
Gentile Direttore,
a proposito del voto in condotta e dell'opportunità che faccia media, "Tuttoscuola" osserva che la scala di valutazione adottata è ormai analoga a quella delle materie e che non si vede il motivo per cui non dovrebbe fare media. Ma è così solo apparentemente, mentre, guardando meglio, si tratta di una scala del tutto anomala. Il cinque in condotta rappresenta il risultato di comportamenti così gravi o ripetuti, che comporta la non ammissione alla classe successiva o all'esame finale. Mentre nelle altre materie la gravità dell'insufficienza si può graduare (diciamo dal cinque al tre), in questo caso no. Quindi, se il sei in condotta si interpreta come propone in un articolo Tuttoscuola ("equivale a un sei in italiano o in matematica, significa che il comportamento dell'allievo è sufficientemente corretto"), sparisce ogni possibilità di valutazione intermedia tra una condotta tale da far ripetere l'anno e una davvero sufficientemente corretta. In questo modo, dando per scontato che la sanzione della ripetenza non sarà frequente, il risultato paradossale sarebbe quello di riconoscere come corretto il comportamento dei non pochi ragazzi che si comportano male, ma non fino al punto da essere bocciati.Ecco perché molte scuole, al solito arrangiandosi con il buon senso, hanno fatto sapere agli alunni e ai genitori che il sei e il sette indicano una condotta non soddisfacente (nella mia scuola media corrispondono rispettivamente a "spesso scorretto" e "non sempre corretto" degli anni passati). Ed ecco perché la condotta deve incidere, ma non fare media: perché in molti casi contribuirebbe impropriamente ad alzarla. E' giusto, invece, che abbassi significativamente, con un apposito punteggio negativo il credito scolastico negli esami di fine ciclo (e se ne potrebbe prevedere, d'altra parte, uno positivo per il nove e per il dieci). E a proposito di evitare gli occultamenti, colgo l'occasione per segnalare che il Collegio della scuola in cui insegno, di fronte all'obbligo di avere tutti sei per essere promossi, è orientato a segnalare con la dicitura "Voto di Consiglio" le sufficienze non effettive che si rendessero necessarie per non bocciare allievi che si ritiene opportuno mandare avanti nonostante qualche carenza non irrecuperabile. E concludo con una domanda: sarebbe opportuno tornare anche alle medie a una verifica settembrina?Grazie dell'attenzione,
Giorgio Ragazzini
(Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità)
(Aggiungiamo un'ulteriore - non nuova - considerazione: in una media tra dieci e più materie, quello della condotta è in ogni caso un apporto modestissimo - nel migliore dei casi un terzo di voto). Insomma, il classico topolino partorito dalla montagna.
Segnaliamo anche un'intervista del "Giornale" a Ernesto Galli della Loggia, in cui si parla di merito, ma anche della necessità che la formazione dei giovani continui ad avere come base il canone letterario e filosofico occidentale. Leggi.
giovedì 9 aprile 2009
ESAME DI STATO, IL 6 DI MEDIA UN CRITERIO DA RIPENSARE
Con l' Ordinanza Ministeriale n. 40 dell' 8 aprile si definisce finalmente il quadro normativo per l'ammissione all'Esame di Stato, con il ritorno, per questo anno scolastico, alla norma prevista da Fioroni proprio a partire dal 2008/2009 (D.M. n. 42 /2007, art. 1, comma 3) : è ammesso chi ha la media del 6, il prossimo anno si vedrà. Come gli era stato chiesto da quasi tutti, incluso il nostro gruppo, il Ministro è tornato sulla sua precedente decisione e la cosa è da valutare positivamente, ma non si può non rilevare che, a distanza di pochi mesi dalla vicenda del 5 in condotta, si è ripetuto lo sconcertante spettacolo di un provvedimento poco meditato e di una sucessiva marcia indietro.
Nel merito del provvedimento: la media del 6 è un criterio di ammissione certamente assai più sensato del precedente (vedi post del 24 marzo scorso), ma sarà il caso di riflettere bene prima di adottarlo in via definitiva, come alcuni chiedono. Infatti è un criterio che può risultare tutt'altro che rigoroso e consentire ammissioni di studenti con molte insufficienze, anche gravi. In una terza Liceo Classico, per fare un esempio, uno studente con 5 in Italiano,Latino,Greco,Inglese e Matematica può, anzi deve, essere ammesso all'esame se ha 8 in Educazione Fisica, 9 in Condotta e 6 nelle altre cinque materie. Oppure: in una quinta di Liceo Artistico uno studente sarebbe ammesso con sette materie su dodici valutate 5 avendo 7 nelle tre materie di indirizzo e 8 in Educazione fisica e Condotta.
Nel merito del provvedimento: la media del 6 è un criterio di ammissione certamente assai più sensato del precedente (vedi post del 24 marzo scorso), ma sarà il caso di riflettere bene prima di adottarlo in via definitiva, come alcuni chiedono. Infatti è un criterio che può risultare tutt'altro che rigoroso e consentire ammissioni di studenti con molte insufficienze, anche gravi. In una terza Liceo Classico, per fare un esempio, uno studente con 5 in Italiano,Latino,Greco,Inglese e Matematica può, anzi deve, essere ammesso all'esame se ha 8 in Educazione Fisica, 9 in Condotta e 6 nelle altre cinque materie. Oppure: in una quinta di Liceo Artistico uno studente sarebbe ammesso con sette materie su dodici valutate 5 avendo 7 nelle tre materie di indirizzo e 8 in Educazione fisica e Condotta.
sabato 4 aprile 2009
LA MATURITÀ SOSPESA
Non c'è ancora una decisione definitiva sulla conferma o meno del nuovo criterio di ammissione all'esame di Stato al termine delle superiori. L'annuncio che anche un solo 5 impedirà di accedere all'esame ha generato discussioni e obbiezioni nel mondo della scuola. Ne parla anche oggi "La Stampa" (Maturità, il rebus delle ammissioni). In questo blog ne abbiamo parlato il 24 marzo scorso. Le nostre considerazioni ricalcavano in buona parte il contenuto di una lettera al Ministro Gelmini da noi inviata in quei giorni, che concludevamo suggerendo il rinvio della nuova normativa all'anno prossimo.
giovedì 2 aprile 2009
PANEBIANCO: PIÙ EFFICACI GLI ESAMI IN ENTRATA DI QUELLI IN USCITA
Da tempo c'è chi propone di togliere valore legale ai titoli di studio per spronare le scuole e le università a dare una preparazione più seria agli studenti. Angelo Panebianco è stato sempre favorevole a questa soluzione, ma suggerisce un'alternativa in considerazione delle difficoltà di carattere giuridico che rendono problematico il provvedimento (Requiem per un esame).
lunedì 30 marzo 2009
IL TRENTINO RESISTE NELLA TRINCEA DEL BUONISMO
Mentre il Ministro Gelmini, nel suo discorso al Congresso del PdL, dice che "nella scuola è cominciata la rivoluzione della responsabilità e del merito", il Trentino si propone come Vandea buonista: niente voto in condotta, niente recupero obbligatorio dei debiti e neppure voti numerici. Così vuole il governatore Lorenzo Dellai, che già in agosto si era espresso in questo senso («Per dare autorevolezza alla scuola non bisogna evocare punizioni pesanti, basta puntare sull'educazione»).
Lodevolmente critico il segretario provinciale della Cisl scuola. Leggi
Lodevolmente critico il segretario provinciale della Cisl scuola. Leggi
mercoledì 25 marzo 2009
5 IN CONDOTTA: COMMENTI DEI COLLEGHI
La scuola in quanto luogo di istruzione, di scambi interculturali, di idee, di esperienze... deve essere un ambiente in cui alunni e insegnanti lavorano, condividono in modo sereno le loro giornate sempre nel massimo rispetto reciproco. Da qui si costruisce il "sapere". Quando tutto ciò non avviene, e questo sia da parte dello studente ma anche del docente, quando viene a mancare il rispetto per gli altri, per cose ed oggetti di tutti, allora è il momento di puntualizzare che qualcosa non va e va evidenziato perché tutti ne siano al corrente. Ecco che è arrivato in "soccorso" il fatidico CINQUE !!! Io sono molto daccordo!! Daniela Bizzarri
Benvenuto il cinque anche se non basta, anche se può creare, talvolta, alibi agli insegnanti (pochi, per fortuna) apatici e poco motivati. Ma ben venga il cinque, perché trasmette ai ragazzi, se non altro, la consapevolezza dei limiti che ognuno deve avere, soprattutto nei confronti degli altri. Serve a renderli consapevoli che rispetto all'irresponsabilità delle azioni ci sono delle conseguenze e che insieme alla comprensione e al dialogo vi deve essere la sanzione che forse smuove l'anima che resta spesso sorda al dialogo e alla comprensione degli altri. Ben venga il cinque, se serve a far capire ai ragazzi che le stiamo provando tutte, ma proprie tutte, pur di non abbandonarli all'indifferenza del loro destino senza confini. Ben venga il cinque soprattutto se vi sono educatori consapevoli della grande forza educativa del cinque! Giacomo
Benvenuto il cinque anche se non basta, anche se può creare, talvolta, alibi agli insegnanti (pochi, per fortuna) apatici e poco motivati. Ma ben venga il cinque, perché trasmette ai ragazzi, se non altro, la consapevolezza dei limiti che ognuno deve avere, soprattutto nei confronti degli altri. Serve a renderli consapevoli che rispetto all'irresponsabilità delle azioni ci sono delle conseguenze e che insieme alla comprensione e al dialogo vi deve essere la sanzione che forse smuove l'anima che resta spesso sorda al dialogo e alla comprensione degli altri. Ben venga il cinque, se serve a far capire ai ragazzi che le stiamo provando tutte, ma proprie tutte, pur di non abbandonarli all'indifferenza del loro destino senza confini. Ben venga il cinque soprattutto se vi sono educatori consapevoli della grande forza educativa del cinque! Giacomo
martedì 24 marzo 2009
LOTTA AL BUONISMO E ETEROGENESI DEI FINI
I frequentatori di questo blog sanno benissimo che la valorizzazione del merito e il contrasto a tutte le forme di buonismo sono la ragione sociale del Gruppo di Firenze. Tuttavia quanto stabilito dal Ministro per l'ammissione all'esame di Stato conclusivo del secondo ciclo - e cioè la necessità di avere almeno sei in ciascuna disciplina - suscita non pochi dubbi per la tempistica (siamo a tre mesi dagli esami) e per gli effetti indesiderati che può innescare. Infatti, come è già stato notato, questa norma produrrà quasi certamente risultati di segno opposto a quelli auspicati (maggiore serietà e rigore), poiché è prevedibile che non pochi consigli di classe, in presenza di due / tre insufficienze non gravi, trasformeranno quelle insufficienze in sei, con due conseguenze molto negative:
▪ un quadro delle valutazioni alterato e non corrispondente alla realtà, inattendibile anche come fonte integrativa di informazioni per la Commissione di esame, in aggiunta al credito scolastico;
▪ un’ingiusta equiparazione, per quanto riguarda il credito scolastico, degli studenti con insufficienze con quelli che la sufficienza l’hanno raggiunta con le proprie forze. Per esempio uno studente potrebbe passare da una media “reale” compresa tra il 5 e il 6 (con un credito da 1 a 3 punti) ad una media tra 6 e il 7 (con un credito tra i 4 e i 5 punti).
C’è insomma un concreto rischio di “eterogenesi dei fini” rispetto all’obbiettivo auspicato di valutazioni più rigorose . Si può certo pensare a una formulazione più stringente degli attuali criteri di ammissione (nella Legge Fioroni si parla di “valutazione positiva”: un po’ vago); ma ci pare che un’ulteriore riflessione sull’argomento, rinviando il cambiamento al prossimo anno, sarebbe senz’altro opportuna.
▪ un quadro delle valutazioni alterato e non corrispondente alla realtà, inattendibile anche come fonte integrativa di informazioni per la Commissione di esame, in aggiunta al credito scolastico;
▪ un’ingiusta equiparazione, per quanto riguarda il credito scolastico, degli studenti con insufficienze con quelli che la sufficienza l’hanno raggiunta con le proprie forze. Per esempio uno studente potrebbe passare da una media “reale” compresa tra il 5 e il 6 (con un credito da 1 a 3 punti) ad una media tra 6 e il 7 (con un credito tra i 4 e i 5 punti).
C’è insomma un concreto rischio di “eterogenesi dei fini” rispetto all’obbiettivo auspicato di valutazioni più rigorose . Si può certo pensare a una formulazione più stringente degli attuali criteri di ammissione (nella Legge Fioroni si parla di “valutazione positiva”: un po’ vago); ma ci pare che un’ulteriore riflessione sull’argomento, rinviando il cambiamento al prossimo anno, sarebbe senz’altro opportuna.
lunedì 23 marzo 2009
SUL 5 IN CONDOTTA DECIDONO LE SCUOLE
Il nuovo schema di regolamento sulla valutazione delle materie e della condotta è molto diverso da quello che fu liquidato da Mariastella Gelmini all’indomani della sua emanazione. Purtroppo nella normativa nostrana per capirci qualcosa bisogna destreggiarsi tra un frasario involuto e una selva di rimandi a commi e articoli di leggi, decreti e regolamenti (ma possibile che non si possa almeno coordinare il tutto in un testo unico?).
Tuttavia sembra assodato che toccherà a ciascuno degli undicimila istituti italiani stabilire un criterio in base al quale un consiglio di classe potrà far ripetere l’anno a un allievo a causa del suo comportamento. Certamente sarebbe stato preferibile stabilire un indirizzo uniforme a livello nazionale, ma si tratta comunque di una tappa di grandissima importanza verso una scuola che educhi sul serio alla responsabilità.
Il testo dice: “La valutazione del comportamento con voto inferiore a sei decimi in sede di scrutinio intermedio o finale è decisa dal consiglio di classe nei confronti dell’alunno cui sia stata precedentemente irrogata una sanzione disciplinare ai sensi dell’articolo 4, comma 1," dello Statuto degli studenti “e al quale si possa attribuire la responsabilità” di comportamenti di particolare gravità (quelli previsti dai commi 9 e 9-bis dell’articolo 4 dello Statuto) o che comunque “violino i doveri di cui ai commi 1, 2 e 5 dell’articolo 3” del medesimo Statuto (Doveri degli studenti). Questi tre commi recitano:
“1. Gli studenti sono tenuti a frequentare regolarmente i corsi e ad assolvere assiduamente agli impegni di studio. 2. Gli studenti sono tenuti ad avere nei confronti del capo d'istituto, dei docenti, del personale tutto della scuola e dei loro compagni lo stesso rispetto, anche formale, che chiedono per se stessi.
5. Gli studenti sono tenuti a utilizzare correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici e a comportarsi nella vita scolastica in modo da non arrecare danni al patrimonio della scuola.”
La norma è tutt’altro che cristallina. Vedremo come verrà interpretata e applicata dalle scuole.
Il testo integrale dello schema di regolamento.
Tuttavia sembra assodato che toccherà a ciascuno degli undicimila istituti italiani stabilire un criterio in base al quale un consiglio di classe potrà far ripetere l’anno a un allievo a causa del suo comportamento. Certamente sarebbe stato preferibile stabilire un indirizzo uniforme a livello nazionale, ma si tratta comunque di una tappa di grandissima importanza verso una scuola che educhi sul serio alla responsabilità.
Il testo dice: “La valutazione del comportamento con voto inferiore a sei decimi in sede di scrutinio intermedio o finale è decisa dal consiglio di classe nei confronti dell’alunno cui sia stata precedentemente irrogata una sanzione disciplinare ai sensi dell’articolo 4, comma 1," dello Statuto degli studenti “e al quale si possa attribuire la responsabilità” di comportamenti di particolare gravità (quelli previsti dai commi 9 e 9-bis dell’articolo 4 dello Statuto) o che comunque “violino i doveri di cui ai commi 1, 2 e 5 dell’articolo 3” del medesimo Statuto (Doveri degli studenti). Questi tre commi recitano:
“1. Gli studenti sono tenuti a frequentare regolarmente i corsi e ad assolvere assiduamente agli impegni di studio. 2. Gli studenti sono tenuti ad avere nei confronti del capo d'istituto, dei docenti, del personale tutto della scuola e dei loro compagni lo stesso rispetto, anche formale, che chiedono per se stessi.
5. Gli studenti sono tenuti a utilizzare correttamente le strutture, i macchinari e i sussidi didattici e a comportarsi nella vita scolastica in modo da non arrecare danni al patrimonio della scuola.”
La norma è tutt’altro che cristallina. Vedremo come verrà interpretata e applicata dalle scuole.
Il testo integrale dello schema di regolamento.
domenica 15 marzo 2009
ANNUNCIATO IL NUOVO REGOLAMENTO SUL 5 IN CONDOTTA
Non è ancora stato pubblicato perché deve passare al vaglio del Consiglio di Stato, ma l'essenziale del nuovo regolamento sulla condotta è stato comunicato ieri l'altro dal Ministro Gelmini in conferenza stampa. Aspettiamo il testo per un giudizio definitivo, ma certamente la nuova normativa può costituire una svolta storica; dipenderà anche da quanto si consoliderà, in un terreno devastato dal buonismo, la convinzione che far rispettare delle giuste regole è assolutamente essenziale per il funzionamento della scuola e della società. Da capire anche quale sarà esattamente il ruolo del Collegio. (Leggi la parte del comunicato stampa del Governo che riguarda questo tema).
Dopo che il regolamento precedente, commentato su questo blog il 19 gennaio scorso, fu di fatto delegittimato dal Ministro poco dopo averlo licenziato, sembra che siamo arrivati a una normativa che potrà costituire un reale deterrente non solo per i bulli, ma anche per i maleducati. Molti quotidiani di ieri (per esempio "La Stampa") sottolineano il ruolo di "cartellino giallo" assegnato a un primo provvedimento disciplinare (vedremo di quale entità).
Purtroppo sconfortante la reazione di Giuseppe Fioroni, deciso a rinnegare, in nome di un'opposizione pregiudiziale, il suo meritorio impulso verso una scuola più rigorosa: "Un'imbiancata superficiale su crepe profonde: questo rischia di essere il cinque in condotta senza una parallela azione di recupero dei ragazzi e senza aiutare le scuole, ormai allo stremo per mancanza di risorse e di personale". Per la sua collaboratrice Mariangela Bastico e per Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in Commissione Cultura, è addirittura"un trucco per distrarre l'attenzione dalle condizioni disastrose in cui versa la nostra scuola". Mimmo Pantaleo (Flc-Cgil)ora difende il precedente regolamento che in pratica rendeva possibile il 5 condotta solo in presenza di gravi reati (e in assenza di qualche segno di ravvedimento).
Segnaliamo infine un intervento sul "Messaggero" di Giorgio Israel, che tocca vari temi, oltre a quelli indicati dal titolo (La sfida della scuola è tornare ai contenuti).
Dopo che il regolamento precedente, commentato su questo blog il 19 gennaio scorso, fu di fatto delegittimato dal Ministro poco dopo averlo licenziato, sembra che siamo arrivati a una normativa che potrà costituire un reale deterrente non solo per i bulli, ma anche per i maleducati. Molti quotidiani di ieri (per esempio "La Stampa") sottolineano il ruolo di "cartellino giallo" assegnato a un primo provvedimento disciplinare (vedremo di quale entità).
Purtroppo sconfortante la reazione di Giuseppe Fioroni, deciso a rinnegare, in nome di un'opposizione pregiudiziale, il suo meritorio impulso verso una scuola più rigorosa: "Un'imbiancata superficiale su crepe profonde: questo rischia di essere il cinque in condotta senza una parallela azione di recupero dei ragazzi e senza aiutare le scuole, ormai allo stremo per mancanza di risorse e di personale". Per la sua collaboratrice Mariangela Bastico e per Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd in Commissione Cultura, è addirittura"un trucco per distrarre l'attenzione dalle condizioni disastrose in cui versa la nostra scuola". Mimmo Pantaleo (Flc-Cgil)ora difende il precedente regolamento che in pratica rendeva possibile il 5 condotta solo in presenza di gravi reati (e in assenza di qualche segno di ravvedimento).
Segnaliamo infine un intervento sul "Messaggero" di Giorgio Israel, che tocca vari temi, oltre a quelli indicati dal titolo (La sfida della scuola è tornare ai contenuti).
sabato 7 marzo 2009
VOTO IN CONDOTTA COME LEGITTIMA DIFESA
Un lettore del "Corriere della Sera", risponde a una lettera che aveva definito una "resa" della scuola la (cosiddetta) valanga di 5 in condotta. E' la stessa logica per cui ogni bocciatura sarebbe un "fallimento della scuola", cioè la logica pluridecennale che ha cercato in ogni modo di disarmare e delegittimare gli insegnanti, a sostegno di una linea educativa indulgente e priva di fermezza.
Visti i risultati di questa impostazione rivelatasi deleteria anche per la serenità dei docenti, non c'è niente di scandaloso nel punto di vista espresso in questa breve ed efficace lettera al "Corriere". Leggi
Visti i risultati di questa impostazione rivelatasi deleteria anche per la serenità dei docenti, non c'è niente di scandaloso nel punto di vista espresso in questa breve ed efficace lettera al "Corriere". Leggi
lunedì 2 marzo 2009
FORSE LA SCUOLA STA DIVENTANDO PIÙ SERIA
Lo pensano molti commentatori dopo i dati sul 5 in condotta
Tutti i quotidiani riportano i dati diffusi dal Ministero dell’Istruzione sui risultati degli studenti delle scuole superiori nel primo quadrimestre, con particolare attenzione ai numerosi 5 in condotta, oltre 34 mila. Pioggia, raffica, valanga le immagini più usate. Qualcuno sostiene che in definitiva non sono poi così tanti su un totale di circa due milioni e mezzo di studenti (sarebbe l’1,36%). Sarà, però le insufficienze sono fioccate nonostante che il decreto che ne regolava l’uso prevedesse il cinque esclusivamente per comportamenti puniti con la sospensione di oltre quindici giorni, anche se è vero che il Ministro ha di fatto svuotato questa disposizione ancora vigente annunciandone un’altra molto meno restrittiva. Inoltre molte scuole hanno chiarito che anche il 6 e il 7 in condotta, valutazioni formalmente non insufficienti, devono essere intesi come giudizi negativi. Tra le sintesi giornalistiche dei dati si può leggere quella molto chiara di Giorgio Dell’Arti sulla “Gazzetta dello Sport”.
Molti i commenti positivi, cioè propensi a considerare questi dati come una svolta verso un maggior rigore (vedremo a fine anno). Lo dice la preside di un istituto alberghiero sentita dalla “Stampa” (la maggiore indisciplina si registra nei tecnici e nei professionali). Lo conferma la professoressa Mastrocola sullo stesso quotidiano. Sul “Giornale” Michele Brambilla invita i genitori a prendere esempio dalla scuola. Sul “Messaggero” lo storico Giovanni Sabbatucci saluta “il ritorno all’onor del mondo dei tradizionali strumenti valutativi di cui la scuola si è sempre servita per premiare il merito e sanzionare il demerito”.
Tutti i quotidiani riportano i dati diffusi dal Ministero dell’Istruzione sui risultati degli studenti delle scuole superiori nel primo quadrimestre, con particolare attenzione ai numerosi 5 in condotta, oltre 34 mila. Pioggia, raffica, valanga le immagini più usate. Qualcuno sostiene che in definitiva non sono poi così tanti su un totale di circa due milioni e mezzo di studenti (sarebbe l’1,36%). Sarà, però le insufficienze sono fioccate nonostante che il decreto che ne regolava l’uso prevedesse il cinque esclusivamente per comportamenti puniti con la sospensione di oltre quindici giorni, anche se è vero che il Ministro ha di fatto svuotato questa disposizione ancora vigente annunciandone un’altra molto meno restrittiva. Inoltre molte scuole hanno chiarito che anche il 6 e il 7 in condotta, valutazioni formalmente non insufficienti, devono essere intesi come giudizi negativi. Tra le sintesi giornalistiche dei dati si può leggere quella molto chiara di Giorgio Dell’Arti sulla “Gazzetta dello Sport”.
Molti i commenti positivi, cioè propensi a considerare questi dati come una svolta verso un maggior rigore (vedremo a fine anno). Lo dice la preside di un istituto alberghiero sentita dalla “Stampa” (la maggiore indisciplina si registra nei tecnici e nei professionali). Lo conferma la professoressa Mastrocola sullo stesso quotidiano. Sul “Giornale” Michele Brambilla invita i genitori a prendere esempio dalla scuola. Sul “Messaggero” lo storico Giovanni Sabbatucci saluta “il ritorno all’onor del mondo dei tradizionali strumenti valutativi di cui la scuola si è sempre servita per premiare il merito e sanzionare il demerito”.
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