venerdì 18 marzo 2011

DUE PRIORITÀ PER LA VALUTAZIONE DEGLI INSEGNANTI

Lo scorso 16 marzo si è svolto a Roma un convegno dal titolo “Qualità, merito e innovazione nella Scuola, un traguardo per la Nazione”, promosso dalla Fondazione Liberamente, a cui è stato invitato il Gruppo di Firenze. Di seguito pubblichiamo l’intervento che Giorgio Ragazzini ha svolto a nome del gruppo. Era presente il Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.


Comincerei con una domanda: qual è il principale obbiettivo della valutazione degli insegnanti? La risposta sembra ovvia: innalzare la qualità media dell’insegnamento e quindi della scuola. Da questo punto di vista, è davvero prioritario, oggi come oggi, premiare i più bravi fra i docenti? Siamo certi che questo avrà delle ricadute positive sulla scuola e che non ci siano importanti controindicazioni?
Prescindiamo qui, per brevità, dall’attendibilità dei metodi usati per individuarli. Il buon senso suggerisce che si tratta di colleghi che hanno sempre lavorato bene e che continueranno certamente a farlo anche in assenza di un riconoscimento economico, essendo sorretti da forti motivazioni e dalla soddisfazione per i risultati che ottengono. A quanto so, anche le indagini internazionali in merito non incoraggiano a andare in questa direzione. D’altra parte è probabile che molti dei buoni insegnanti esclusi dagli aumenti o dai premi si sentano svalutati e che il loro lavoro ne risenta negativamente.
La raccomandazione che ci permettiamo di fare al Ministro è di cominciare dal basso invece che dall’alto. La scuola italiana continua a non voler affrontare il problema dell’esistenza di un certo numero di docenti, (nonché di dirigenti), che sono semplicemente inadeguati al loro compito e che oggi difficilmente possono essere messi in condizioni di non nuocere. Probabilmente non sono moltissimi, ma la loro presenza è senza dubbio dannosa per l’immagine della scuola pubblica e per quei ragazzi che costringiamo a subirli, oltre che per i cattivi esempi che, in quanto tollerati, possono indurre disimpegno e demotivazione. Lo stesso Abràvanel indica nell’impossibilità di “allontanare i disastri” uno dei punti deboli del nostro sistema. Ma è anche un’ingiusta penalizzazione per gli studenti più svantaggiati, che non possono recuperare in altro modo ciò che certi docenti inadeguati gli negano. Se non si possono assicurare a tutti insegnanti eccelsi, dobbiamo garantire alle famiglie che siano quanto meno “sufficientemente buoni”.
Se poi guardiamo le cose anche dal punto di vista dell’equità e del riconoscimento del merito, certamente la grande maggioranza dei colleghi considera profondamente ingiusto che chi è gravemente inadeguato o scorretto sul piano professionale sia messo sullo stesso piano di chi - ottimo, buono o sufficiente che sia - ha sempre fatto il suo dovere.
Sopra alla fascia dei decisamente insufficienti - quella che potremmo chiamare del “demerito” - ce n’è un’altra su cui dovremmo investire: i colleghi in difficoltà. Logorati da classi difficili, carenti per questo o quell’aspetto della loro preparazione, spesso non sorretti dai dirigenti e da un clima di fermezza nel rispetto delle regole, questi insegnanti avrebbero invece bisogno di essere sostenuti e aiutati anche tramite opportune consulenze (psicologi, logopedisti, assistenti sociali, ecc), del resto sempre più necessarie al buon funzionamento della scuola in genere. L’insegnante “lasciato solo” alle prese con un mestiere sempre più difficile costituisce uno dei luoghi comuni meglio fondati nella realtà della scuola italiana.
Ma c’è una seconda, importante priorità che coinvolge la valutazione ed è quella, altrettanto urgente, della cosiddetta “carriera”: la creazione, cioè, di nuovi ruoli qualificati da affidare a docenti che possiedano ulteriori talenti oltre a quello di saper insegnare e che affianchino il dirigente nel governo della scuola autonoma: insegnanti che si occupino dell’aggiornamento e della ricerca, della formazione dei nuovi docenti (anche tramite distacchi presso l’università), dei servizi alla didattica e via dicendo.
Riassumendo questo breve contributo al problema della valutazione dei docenti, sono due gli obbiettivi assolutamente prioritari: innalzare la qualità media del corpo docente partendo, per così dire, dal basso invece che dall’alto; creare una vera e propria “classe dirigente” all’interno degli istituti scolastici.
Vi ringrazio dell’attenzione.

domenica 13 marzo 2011

LA SCUOLA CHE NON AMA GLI INSEGNANTI

Sul "Corriere della Sera" di ieri lo storico della filosofia Tullio Gregory fa un quadro desolato della scuola italiana, un’analisi in cui peraltro si possono ritrovare molti dei temi trattati su questo blog e che il professore emerito focalizza particolarmente sulla condizione degli insegnanti. Il cui ruolo è stato profondamente pervertito dalla convergente pressione di diversi attori, in particolare la “pedagogia progressista” e le famiglie (e, aggiungiamo noi, la classe politica nel suo insieme), in larga misura interessati a fare della scuola “una zona di parcheggio che non deve creare problemi”. Una trasformazione che nega l’idea stessa di scuola pubblica come luogo “di promozione sociale e civile”, in quanto “si è scambiata la scuola democratica con la scuola facile, la scuola aperta a tutti con quella che promuove tutti."
Nell’articolo si percepisce la passione per la scuola pubblica e il suo insostituibile ruolo, ma anche una profonda sfiducia nella possibilità di arrestarne il degrado (anche fisico) e alla fine Gregory esprime la sua comprensione per gli insegnanti che, smarriti e frustrati, vanno in pensione prima del tempo “per ritrovare forse qualche serenità in una normale vita di studio e di affetti.”

(A.R.)

giovedì 10 marzo 2011

RISULTATI SCOLASTICI E EDUCAZIONE ALLA RESPONSABILITÀ

Lo psicoterapeuta Osvaldo Poli, più volte citato su questo blog, tiene da alcuni mesi una rubrica fissa su “Famiglia Cristiana”: Un adolescente in casa. Nel numero in edicola coglie l’occasione della prima pagella per paragonare due diversi stili educativi, riferibili (ma solo tendenzialmente) rispettivamente alla madre e al padre. Nello stile “paterno” l’attenzione è puntata, più che sullo scongiurare una bocciatura, sull’assunzione di responsabilità del figlio, chiamato a prendere una decisione sul proprio impegno scolastico. È appena il caso di osservare che qui non si parla né di “disagio” del ragazzo, né di presunte colpe degli insegnanti. Leggi.

domenica 6 marzo 2011

SCUOLA E RISORGIMENTO

di Sergio Casprini

Giorni fa mi è capitato tra le mani un volumetto sgualcito ed ingiallito dal tempo, con sulla copertina una grossa coccarda tricolore accanto alla quale sta scritto Nel primo centenario dell’Unità d’Italia. I grandi fatti che portarono all’Unità. Nella prima pagina si legge “questo volume è consegnato per incarico del ministro della Pubblica Istruzione…” Seguono firma del preside e timbro della scuola. Cinquant’anni fa quello era un modo - forse un po’ retorico- per ricordare agli studenti il cammino difficoltoso verso l’unificazione. E ora?

(Rubrica delle lettere della "Repubblica" del 3 marzo scorso).

Leggi il seguito sul sito del Comitato Fiorentino per il Risorgimento.

giovedì 3 marzo 2011

ANCORA SULLA "SOLUZIONE AUSTRIACA"

Sul “Corriere della Sera” si torna a parlare della svolta austriaca antibocciatura, che come previsto riscuote non poche simpatie nella trasversale Lega per la Deresponsabilizzazione Totale degli Studenti.
Interviene sostanzialmente a favore il pedagogista Benedetto Vertecchi, che esordisce cripticamente (“alle bocciature corrisponde un peggioramento delle condizioni educative, che si risolve in una perdita nella qualità dell’istruzione”) e prosegue con altre argomentazioni di cui mi sfugge la pertinenza (tipo: “Offrire a tutti l’opportunità di compiere esperienze apprezzabili è il modo per rendere più omogenei i risultati conseguiti dagli allievi”).
Molto forti, invece, le basi del parere contrario di Silvia Vegetti Finzi, certamente fondato anche sulle evidenze della pratica clinica. Da leggere.

GR

mercoledì 2 marzo 2011

GIUSTE LE PROTESTE, MA FUORI DALLA SCUOLA

Comprensibilmente risentiti per il recente giudizio di Berlusconi sulla scuola pubblica (vedi nota del 27 febbraio), alcuni colleghi hanno espresso in vario modo il loro dissenso sul luogo di lavoro: in diverse scuole è stato scelto il minuto di silenzio in classe proposto da un’insegnante di Andria; a Lamezia Terme i docenti sono usciti in giardino con lo striscione “Io amo la scuola pubblica che non educa al bunga bunga”; a Roma, qua e là si sono visti professori-sandwich nelle aule, mentre una maestra di San Giuliano milanese non ha trovato di meglio che fare lezione facendo accovacciare i bambini nel corridoio.
Evidentemente a nessuno di questi colleghi è venuto in mente che una manifestazione politica a scuola è - letteralmente - fuori luogo e che purtroppo nel caso specifico simili iniziative portano acqua, senza volere, al mulino di chi accusa gli insegnanti proprio di utilizzare la cattedra per fare propaganda di parte. Del resto, basta porsi una domanda per rendersi conto dell’errore: non avrebbero nulla da dire questi docenti se dei loro colleghi facessero lo stesso a parti rovesciate, schierandosi cioè a favore del premier di fronte ai bambini?
L’istituzione scuola la si difende solo tenendo ferma la sua neutralità ideologica e politica, facendo cioè in modo che chiunque, senza nessuna eccezione - insegnante, allievo o genitore che sia - si possa sentire sempre e comunque a casa propria. E il ruolo e la credibilità degli insegnanti li si afferma dimostrando di saper far crescere ogni giorno nei propri allievi, con la forza del proprio esempio e del proprio lavoro, la conoscenza, lo spirito critico, il rispetto degli altri, senza scorciatoie che sviliscono, al di là delle intenzioni, la funzione che la collettività ci affida.
Certo che un insegnante ha le sue idee e non è affatto detto che non le possa anche manifestare, ma lo deve eventualmente fare in un contesto di dialogo e di confronto, e dando agli altri, soprattutto ai suoi studenti, pari possibilità di esprimersi e pari dignità di interlocutori, fossero anche (e lo sono a quanto pare non pochi italiani) sostenitori di Berlusconi.

"La Repubblica"
"Il Giornale"

domenica 27 febbraio 2011

BERLUSCONI E LA SCUOLA PUBBLICA

Le affermazioni di Silvio Berlusconi sulla scuola statale[1], fatte in questo momento con lo scopo non proprio recondito di risalire la graduatoria dei preferiti Oltretevere, hanno naturalmente provocato molte severe reazioni. È tra l’altro singolare che a screditare l’istruzione pubblica, in un momento in cui le si riconosce, con tutti i suoi difetti, il merito di aver contribuito in modo decisivo alla crescita civile dell’Italia unita, sia proprio il Presidente del Consiglio.
Su come sia configurata costituzionalmente la libertà di insegnamento (e sul fatto che la legge voluta dal Ministro Berlinguer preveda attualmente una disparità di regole tra pubblico e privato a favore di quest’ultimo), chi vuole può leggere o rileggere quanto scritto sul questo blog il 2 maggio scorso.
Tra i vari commenti, invece, ci piace segnalare quello pienamente condivisibile di Saro Salamone, preside del Liceo Visconti di Roma, un uomo di scuola le cui idee hanno molte affinità con le nostre e che tra l’altro ospitò nel suo istituto la conferenza stampa di presentazione della Lettera aperta ai partiti e ai candidati per le politiche del 2008 (Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità).

Leggi l’intervista al prof. Salamone e di seguito una lettera aperta di Valerio Vagnoli (anche lui preside) al Presidente del Consiglio.


LETTERA APERTA DI UN PRESIDE AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

di Valerio Vagnoli

Signor Presidente del Consiglio dei ministri, nella certezza assoluta che mai Ella leggerà queste mie poche righe, tuttavia Le scrivo anche perché scrivere è utile innanzitutto a chi lo fa. Forse a differenza di Lei, ho letto da ragazzo, grazie proprio alla segnalazione di un docente della scuola pubblica, il Messaggio dell’imperatore di Kafka, e so benissimo come vanno queste cose. Continua a leggere


[1] “Ciascuno deve avere il diritto di poter educare i figli liberamente e liberamente vuol dire di non essere costretto a mandarli a scuola in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell'ambito della loro famiglia".

venerdì 25 febbraio 2011

“UNA PALESE MALEDUCAZIONE IMPERA...”

Ha la sua importanza il fatto che “La Repubblica” dedichi due pagine alla crisi educativa, dopo avere a lungo isolato il “laudator temporis acti” Mario Pirani, che, con la consueta libertà di giudizio, aveva apprezzato il Ministro Gelmini per i provvedimenti sulla condotta, come già aveva fatto con Fioroni.
La testimonianza di Marco Lodoli su quello che succede nelle sue classi è drammatica, sferzante l’ironia sul facile discettare di “autorevolezza, non autoritarismo”, esemplari i quadretti familiari con i figli iscritti al “Club dei Diritti Assoluti”. Deludente però il finale, dove ancora, nonostante tutto, schematicamente si contrappone l’amore alla “caserma”. Leggi.
L’articolo di Vera Schiavazzi, soprattitolato Professori e genitori riscoprono la disciplina, fa un quadro a più voci, però il tono prevalente lo danno quelle favorevoli a una svolta antibuonista. Leggi.
Sul “Corriere della Sera”, infine, Cesare Segre, notissimo italianista, prende spunto anche lui dall’ultimo libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, per una serrata requisitoria contro la “scuola facile” e a favore di un rivalutazione delle discipline e “dello studio astratto e teoretico”. I due punti di vista - l’ingrediente della “buona educazione” come premessa ineliminabile di una scuola che funzioni e il rigore degli studi - si completano a vicenda. A margine possiamo soltanto precisare che la giusta presa di distanza dai facili slogan “scuola del fare, del saper essere, del saper stare insieme”, non deve farci dimenticare che è necessario offrire alle diverse intelligenze, accanto alla scelta liceale a cui probabilmente pensa Segre, la più vasta gamma possibile di qualificate opzioni formative all'uscita dalla scuola media, con la valorizzazione e il riconoscimento di una pari dignità - anche culturale - dei percorsi più basati proprio “sul fare”, quelli dell’istruzione e della formazione professionale. Leggi.

GR

giovedì 24 febbraio 2011

UNA PRIMA ADESIONE ALLA VIA AUSTRIACA

Ci è stato segnalato un intervento del professor Maurizio Tiriticco (L’Austria insegni!) che parte dell’annuncio austriaco di eliminare le bocciature per delineare un’analisi della scuola italiana e per avanzare una serie di proposte che dovrebbero rivoluzionarla.
Si tratta di una buona sintesi di quell’insieme di idee che, sottolineando la responsabilità dell’istituzione e dei docenti, tendenzialmente àbroga - insieme al merito - quella degli allievi, che per nascere e rafforzarsi deve invece essere via via messa alla prova in misura adeguata all’età. I ragazzi, in questa visione, sono visti come oggetto di una buona o di una cattiva didattica e non - ovviamente entro certi limiti - come soggetto che si impegna o non si impegna, che accetta o rifiuta, che collabora o non collabora. Tra parentesi, l'autore cita in modo incompleto l'articolo 34 della Costituzione, che non garantisce senz'altro a tutti "di raggiungere i più alti gradi degli studi". Sono "i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi" che hanno questo diritto. La nuova scuola di Tiriticco va molto oltre la proposta austriaca nella parte propositiva, una vaga utopia di chiara impronta russoiana:
"Le classi d’età dovrebbero e potrebbero essere sostituite da gruppi di interesse e di motivazione, attivi per un dato periodo di tempo attorno a determinate iniziative: gruppi che nascono, maturano, invecchiano per infine sciogliersi e permettere ai singoli membri di riaggregarsi in altri nuovi gruppi, con altri interessi, con altre finalità: che saranno periodicamente rinnovati attorno a nuove ricerche, nuovi obiettivi; gruppi in cui l’età dei membri sia solo una variabile tra tante altre".
Degli insegnanti non si parla, ma si possono immaginare aggirarsi come premurosi facilitatori da un gruppo all’altro. Si prende così la scorciatoia del principio del piacere - tipica di chi sottomette il sogno alla cosa - al posto della via della realtà. I ragazzi non si formano per magia naturale appena li lasciamo liberi di farlo a proprio piacimento e secondo quello che detta loro il cuore. Gli adulti (genitori e insegnanti in particolare) non possono sottrarsi al loro ruolo di guida attiva e propositiva senza fare gravi danni, benché a volte l’esercitarlo possa risultare molto impegnativo e anche emotivamente costoso.

lunedì 21 febbraio 2011

LA SCUOLA FELIX AUSTRIACA ABOLIRÀ LE BOCCIATURE

Dal 2012 in Austria non si boccerà più. Ne riferisce anche “Tuttoscuola” discutendone in termini possibilistici. Per i ragazzi che ne hanno bisogno, verrà attivato “un sistema di corsi di recupero e rinforzo, in particolare per il tedesco, la matematica e le lingue straniere”. Ma se qualcuno non si impegna neppure in questi corsi?
In attesa di saperne di più, e sperando che lo stesso orientamento ad abolire il sintomo invece di curare la malattia non venga esteso ad altri settori della società, non è improbabile che anche da noi si formi un partito austriacante, a sostegno di questa nuova versione del famigerato “diritto al successo formativo”.
Prescindendo dall’indiscutibile necessità di elevare il livello qualitativo della scuola attraverso una molteplicità di interventi (che via via abbiamo indicato su questo blog), l’unica possibile riforma seria della bocciatura (però assai complessa) si avrebbe organizzando la scuola superiore per corsi (o livelli), invece che per classi, un po’ come succede all’università. Gli studenti ripeterebbero solo i corsi in cui avessero conseguito risultati insufficienti. In questo modo avremmo anche un progresso sul piano della trasparenza, perché si disincentiverebbe il mercato di compromessi e di falsificazioni che tanto danneggiano la credibilità dei consigli di classe in occasione degli scrutini finali.

Fa discutere anche la proposta di Paola Mastrocola, contenuta nel suo nuovo libro, TOGLIAMO IL DISTURBO. Saggio sulla libertà di non studiare. Marco Imarisio, sul “Corriere della Sera”, la sintetizza così: “Una preparazione di base eccellente dagli 8 [?] ai 14 anni, e poi liberi tutti di scegliere tre diverse opzioni. Una scuola per il lavoro, una per la comunicazione e infine una per lo studio”. Detta così non è il massimo della chiarezza, specie per quella “scuola della comunicazione”, forse riservata alla nuova specie dei “nativi digitali” a cui ormai apparterrebbe una parte delle nuove generazioni. Più chiaro l’insieme dei valori a cui l’insegnante scrittrice afferma di ispirarsi[1]: libertà, scelta, individuo, responsabilità. Siamo quindi vicini al nostro modo di vedere la scuola (anche se non è indifferente il modo in cui poi concretamente si declinano). Una scuola che nella formazione dei giovani dovrebbe perseguire non l’uniformità, ma l’uguaglianza delle possibilità di sviluppare i propri specifici talenti, fermo restando l’obbligo formativo a 18 anni. In questo un ruolo decisivo deve avere la formazione professionale, sempre più diversificata e altamente qualificata. Ma anche l’apprendistato può dare una chance ad alcuni ragazzi, insieme all’alternanza “scuola-lavoro”. E poi Istituti professionali non più configurati come simil-tecnici, ma ricchi di operatività e di laboratori. Perché la libertà di scelta della scuola superiore diventa una presa in giro se le scelte sono troppo poche. Risultato: un’alta percentuale di insuccessi e di abbandoni. Speriamo quindi che in Italia si cerchi sempre di più di curare le malattie della scuola nelle loro cause, invece di occultarle con i falsi 6, le promozioni regalate o, non sia mai, con la ripetenza vietata per legge. (GR)

[1] Dal sito “WUZ, cultura e spettacolo”

venerdì 18 febbraio 2011

LA PROFESSORESSA DI PALERMO LASCIATA SOLA DALLA SCUOLA

La vicenda dell’insegnante palermitana, che, come ben riferisce tra gli altri “Avvenire”, è stata condannata in appello a un mese di detenzione - sospesa e condonata - per abuso di mezzi di correzione contro un bulletto, è veramente istruttiva di come vanno spesso le cose nella scuola e nella società del nostro paese. Istruttiva intanto per la lunghezza di quello che certo non è un maxiprocesso: l’episodio risale al 2006, la sentenza di primo grado è del giugno 2007 (e fu di assoluzione), ma ci sono voluti altri quattro anni per arrivare al giudizio di appello. Il che costituisce una forma di illegittima pena accessoria che colpisce in Italia quasi tutti gli imputati.
Istruttiva, la vicenda, anche per il contesto strettamente scolastico, tipico di moltissimi istituti: benché negli ultimi anni, grazie ad alcuni provvedimenti di Fioroni e della Gelmini, l’idea che un comportamento scorretto possa anche essere sanzionato abbia fatto dei passi avanti, è ancora molto diffusa la convinzione che la punizione sia più espressione di autoritarismo, di incapacità di educare e magari di un certo sadismo, piuttosto che la naturale ed educativa conseguenza di un comportamento scorretto, e magari gravemente scorretto (su questa tendenza, vedi l’illuminante commento di Maria Rita Parsi). Il logico risultato di questo atteggiamento è spesso l’accumularsi inefficace di rimproveri e magari di note sul registro, senza che ci si decida a fare nulla di più. Esattamente quello che era successo nel 2006 a Palermo. Un ragazzo con numerosi “precedenti”, incoraggiato dai troppo blandi provvedimenti (le cronache dicono ora sette ora dodici note sul registro), insieme a due amichetti insulta e umilia un compagno definendolo gay e femminuccia e impedendogli di entrare nel bagno dei maschi. La professoressa di lettere li sgrida e i due “compari” chiedono scusa alla vittima. Lui no, la guarda storto e si rifiuta tassativamente di scusarsi. La docente, decisa a non lasciare impunita una grave mancanza, gli impone di scrivere cento volte “Sono un deficiente”. Già allora scrivemmo che la frase avrebbe potuto piuttosto essere "Mi sono comportato da deficiente", ma che la vera domanda da farsi era: se la scuola avesse regolarmente sanzionato le infrazioni gravi con qualche giorno di sospensione, anziché regolarmente passarci sopra, la docente avrebbe sentito il bisogno di inventarsi su due piedi una punizione il più possibile adeguata alla gravità del fatto? Del resto va detto che in questo caso molti si schierarono con la professoressa. E meritoriamente l’Associazione radicale “Andrea Tamburi” di Firenze lanciò su nostra proposta una sottoscrizione di solidarietà per le spese legali, che raggiunse in poco tempo i 3529 euro e fece del caso una notizia di prima pagina sul "Corriere". Nel comunicato stampa si sottolineava appunto che “da molti anni gli insegnanti sono stati lasciati colpevolmente soli alle prese con il problema della condotta, che non di rado rende quasi impossibile il lavoro in classe. In questa solitudine la docente palermitana ha ritenuto necessario assumersi la responsabilità e l’onere – che sarebbe non solo della scuola italiana, ma dell'intera collettività – di difendere l'aggredito e punire l'aggressore.”
Da qui deriva il terzo elemento di riflessione: mentre la collega sta pagando le conseguenze di un’assunzione di responsabilità, quelli che alle loro responsabilità si sottraggono - per quieto vivere o per convinta adesione al perdonismo pedagogico - non corrono nessun rischio. Ma non esiste per gli insegnanti (e altrove) un dovere di prendere provvedimenti, quando ce ne siano gli estremi? La scuola dovrebbe riflettere molto sul prezzo che si paga in termini di “diseducazione civica” delle nuove generazioni, se troppo spesso non reagisce con fermezza ed equilibrio ai comportamenti sbagliati di chi è affidato alle sue cure.

Da leggere sullo stesso argomento anche il Buongiorno di Gramellini sulla “Stampa” di ieri.

Sul “Corriere della Sera” di oggi, Giovanni Belardelli mette a confronto Italia e Germania per come l’opinione pubblica giudica il “copiare”.

Da segnalare infine, da “ItaliaOggi”, i risultati di una ricerca sugli adolescenti condotta dalla Società Italiana di Pediatria, secondo i quali c’è da parte loro una richiesta di sentire maggiormente la guida dei genitori e un ampio consenso verso il rispetto delle regole.

GdF

domenica 13 febbraio 2011

LA FABBRICA DEGLI IMMATURI. OVVERO: A CHE ETÀ SI DIVENTA ADULTI IN ITALIA?

A conferma di quanto leggi e sentenze possano contribuire a deresponsabilizzare i giovani (vedi i post precedenti), dal servizio di copertina del “Venerdì di Repubblica”, I post bamboccioni d’Italia che portano i genitori in tribunale (ancora non disponibile in rete), apprendiamo tra l’altro che, secondo i dati dell’Associazione dei matrimonialisti italiani, “quasi il 10% delle procedure familiari italiane riguarda vertenze intentate da ultramaggiorenni contro genitori pensionati”. A incoraggiare certi figli su questa strada, ci si è messa anche una recente sentenza della Corte di Cassazione, che, contro i precedenti gradi di giudizio, ha ribadito l’obbligo di un padre di Ferrara di versare gli alimenti a una figlia laureata e sposata. E tutto questo avviene in un paese in cui l’età media di uscita dalla famiglia è di oltre 31 anni per i maschi e di 29 e mezzo per le femmine, nettamente superiore a quelle di Germania, Regno Unito e Francia, che si collocano intorno ai 25 anni.
In ogni caso, e pur tenendo conto che da anni è diventato più difficile per un giovane trovare lavoro, obbligare i genitori per legge a mantenere i figli molto oltre la maggiore età (come anche legittimare l’occupazione di una scuola) significa che il legislatore e una parte dei giudici hanno perso completamente di vista, ostacolandola di fatto gravemente, la relazione educativa. La stragrande maggioranza dei genitori, infatti, troverà del tutto naturale aiutare i figli, ma deve toccare a loro valutare se questo continua a essere opportuno. La sola possibilità di “chiudere il rubinetto” a un figlio pigro e poco responsabile, per esempio, può spingerlo a fare un passo decisivo verso l’autonomia. Viceversa, come sottolinea Gian Ettore Gassani, presidente degli avvocati matrimonialisti, in Italia, a differenza del resto d’Europa, si sta andando verso il principio del “mantenimento infinito”, e si costringono persino persone ormai nella terza età “a sobbarcarsi sacrifici economici e patrimoniali che il comune sentire stenta a comprendere.”
Commenta la sociologa Chiara Saraceno: “Ci si lamenta dei bamboccioni, ma ci si guarda bene dal cambiare la norma di legge che definisce i familiari tenuti agli alimenti, una categoria che, per numerosità delle persone (oltre ai genitori nei confronti dei figli e questi nei confronti di quelli, anche i nonni e gli zii nei confronti dei nipoti e i generi e le nuore nei confronti dei suoceri) e durata indefinita dell’obbligo, non ha pari in nessuno dei paesi sviluppati”.

giovedì 10 febbraio 2011

OCCUPAZIONI: IL PARERE DEL PROFESSOR ZAPPELLA SULLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

Michele Zappella, neuropsichiatra infantile e docente nell'Università di Siena, è molto noto soprattutto per i suoi studi sull'autismo. Negli ultimi anni ha approfondito il fenomeno del bullismo. Per il nostro blog ha scritto questo commento alla proposta di archiviazione di cui abbiamo parlato nel precedente post.


La decisione della Procura milanese sulle occupazioni suscita grande perplessità, creando un precedente che può ripetersi, e ha vari risvolti. Quello legale è ben commentato da Giorgio Ragazzini e lo condivido in pieno, aggiungendo che mi auguro che la decisione del pm di turno venga impugnata dal giudice competente. Ma vi sono altri punti di vista che vanno presi in considerazione. Certo, per dirla col pm, la scuola è 'anche' degli studenti: forse, sarebbe stato meglio dire che la scuola è stata fatta 'per' gli studenti ma non è di loro proprietà: la scuola appartiene alla comunità e va gestita da persone qualificate (i dirigenti) cui la comunità stessa ha conferito un mandato con regole precise e condivise. La scuola ha innanzitutto lo scopo di trasmettere cultura e democrazia, obiettivi che si raggiungono anche aprendo dibattiti, chiedendo democraticamente un'aula per svolgerli, non occupando. Quella della occupazione è una pseudocultura vecchia e stantìa, nata nelle università nelle quali gli occupanti, però, sono tutti maggiorenni, e in quarant'anni abbiamo avuto modo di constatare quanto spesso sia una palestra di conformismo. Viceversa, nelle scuole prese in esame dal pm milanese i protagonisti delle occupazioni sono dei minorenni e, prima di archiviare la denuncia, il pm di Milano aveva il dovere di valutare e prevedere tutti i rischi di qualunque tipo, dagli spinelli alla promiscuità, impliciti nell'abbandonare a questi giovani, di giorno e di notte, i locali della scuola, chiusi con lucchetti e catene.

martedì 8 febbraio 2011

OCCUPAZIONI: UNA GRAVE DECISIONE DELLA PROCURA MILANESE

Occupare la scuola dal pomeriggio alla mattina, con la partecipazione di ragazzi mascherati, anche provenienti da altre scuole, chiuderne gli accessi con catene, lucchetti e mobili appoggiati alle porte, così da rendere necessario l’intervento della Digos per entrare: per la procura milanese è tutto regolare. La richiesta di archiviazione si basa sul presupposto giurisprudenziale che la scuola appartenga “anche” agli studenti, come se non esistessero leggi, regolamenti, orari di accesso e precise responsabilità del dirigente. Su questa distorta base concettuale anche gli uffici postali, le questure, i tribunali, gli ospedali, i ministeri, il Parlamento e via dicendo, potranno essere occupati a proprio piacimento dai contribuenti (che a molto maggior ragione possono considerarsene proprietari), al di fuori di qualsiasi orario previsto e di ogni altra regola. Ne escono male la scuola, lo Stato di diritto, il buon senso e i dirigenti scolastici, sempre più soli con crescenti responsabilità a cui sono impossibilitati far fronte. Leggi
(GR)

domenica 6 febbraio 2011

CITAZIONI - UNA PAROLA AL BANDO: “PUNIZIONE”

Avvertenza: una citazione non è una teoria e quasi mai può sostituire la lettura del testo in cui è inserita. Ha senso come invito a leggere un libro interessante o come spunto per una discussione sul tema, più che sulla lettera di affermazioni fuori contesto.

Il testo citato in questo caso è Elogio della disciplina, di Bernhard Bueb (Rizzoli), filosofo e teologo, a lungo preside di un famoso collegio privato tedesco. Il capitolo da cui è tratta la citazione ha un titolo anche più sconveniente di quello del libro: Per educare con giustizia bisogna essere disposti a punire.
Si propone questa lettura per mettere ancora una volta in discussione uno degli stereotipi meglio solidificati nella coscienza contemporanea: la falsa contrapposizione tra “educazione” e “punizione” (o del suo sinonimo un po’ meno indigeribile: “sanzione”), mentre questa è uno dei possibili strumenti di quella. Una contrapposizione che non vale solo a scuola o in famiglia (superfluo fare esempi), ma è dilagata in ogni angolo della società, tanto che la evocano non soltanto politici smaniosi di mostrarsi comprensivi , ma perfino molti tutori dell’ordine, pronti a giustificare così la loro inazione. (A chi gli faceva notare che molti ciclisti sfrecciavano pericolosamente senza luci davanti ai loro occhi nella zona pedonalizzata di Firenze, due vigili urbani risposero: “Eh, ci vorrebbe più educazione!”). Analoga benevolenza hanno riscosso per decenni e forse ancora riscuotono - l’elenco è incompleto - i “portoghesi” sugli autobus, gli italiani che non pagano il canone Rai (il 30%), i padroni dei cani che non ne rimuovono “le fatte” e i cosiddetti graffitari, che negli anni 70 un’enciclopedia per le scuole medie additava come esempi di insubordinazione a un ordine oppressivo. (GR)

“Non si possono mantenere la giustizia e l’ordine nella società senza ricorrere a delle pene: è un fatto inoppugnabile. Tuttavia nel mondo della pedagogia dall’inizio del XX secolo si è diffusa l’idea che l’educazione debba fare a meno delle punizioni, poiché esse generano angoscia e l’angoscia è nemica di ogni processo educativo efficace. L’educazione dovrebbe quindi riuscire a modificare il comportamento usando la comprensione[...]. La condanna dei castighi come strumento pedagogico incontrò più ampio favore nel tardo dopoguerra, perché le esperienze del nazionalsocialismo avevano gettato maggior discredito sulle punizioni. [...] A mio parere è necessario operare una distinzione tra angoscia e paura. I bambini devono poter crescere liberi dall’angoscia, ossia quello stato d’animo opprimente che viene provocato da minacce indefinite, mentre la paura è sempre riferita a qualcosa di concreto: punizioni ben chiare, quantificabili e dettate dalla sollecitudine generano nei bambini paura, non angoscia. Inoltre i bambini sanno affrontare la paura della punizione quando essa provenga da una persona affettuosa e sollecita, e anzi devono imparare a sopportarla, poiché fa parte del processo di crescita e di preparazione alla vita. Chi invece dubita della legittimità o dell’utilità dei castighi dovrebbe rendersi conto che le punizioni sono indispensabili anche nella vita degli adulti. A chi non è mai capitato in macchina di rallentare solo dopo che qualcuno gli aveva lampeggiato? Quanti bravi cittadini pagherebbero meno tasse del dovuto se non avessero paura delle sanzioni dello Stato? In generale dobbiamo riconoscere che un’educazione che non ricorra a delle pene pretende troppo da adulti e ragazzi. [...] I castighi offrono ai giovani sostegno e orientamento, quando tutti si sforzano di comportarsi in modo giusto.” (Bernhard Bueb)

Leggi anche la recensione del libro di Bueb uscita sul “Corriere della Sera” il 25 giugno del 2007: Ci ha rovinati Hitler. E il Sessantotto.

martedì 1 febbraio 2011

SHOCK DA LAPIS?

Un altro straordinario esempio di come la giusta attenzione ai sentimenti del bambino (e qui anche dei genitori), non sorretta dal buon senso e guidata anzi da paure e sensi di colpa, sfoci in autentiche assurdità. A riprova del disorientamento che affligge la scuola e la società in fatto di educazione, dalla quale non pochi vorrebbero ancor oggi eliminare qualsiasi prova, sfida o frustrazione, con il risultato di incrementare esponenzialmente proprio la fragilità che si pensa di prevenire.

(Da “TuttoscuolaFOCUS” n. 364)

C'era una volta la matita rossa e blu

Fino a pochi anni fa i compiti dei bambini delle scuole elementari (ma non solo) erano corretti con la classica matita rossa e blu: il colore rosso indicava gli errori meno gravi, il blu quelli gravi e gravissimi.
Colori non più adeguati al nostro tempo, stando a un bella
inchiesta di Annachiara Sacchi, pubblicata nel Corriere della Sera di sabato 29 gennaio. Colori troppo aggressivi, che creano “sensi di colpa e angosce”, dice l’autrice del servizio, ma non tanto negli alunni quanto e soprattutto nei loro genitori.
Meglio il rosa o il verde, dice una delle maestre intervistate, perché hanno un impatto emotivo meno forte sulla fragile psicologia dei genitori di quest’ultima generazione, che percepiscono gli errori dei figli come se fossero propri: la prova di una loro inadeguatezza. E quindi meglio usare colori più tenui, e accettare di dialogare con i genitori non solo sul profitto scolastico dei figli ma sulla loro personalità, il carattere, le fragilità.
Sarà anche vero che i genitori di oggi sono più insicuri e ansiosi di quelli di ieri (molte sono le testimonianze che lo confermano). Ma è questa sorta di narcotizzazione delle correzioni la via maestra per aiutare i genitori e i loro figli ad affrontare nel modo migliore l’impegno scolastico? Riteniamo di no: meglio essere franchi e ‘leggibili’ sia con i genitori sia con gli alunni. È nel loro interesse.

mercoledì 26 gennaio 2011

MA FORSE UN PO' DI CINA SI POTREBBE PURE IMPORTARE...

di Giorgio Ragazzini


(da "ilsussidiario.net", 26 gennaio 2011)

Al termine dell’articolo Perché non riusciamo ad essere cinesi senza la Cina?, analisi ad ampio spettro della crisi dei sistemi educativi occidentali, Giovanni Cominelli si chiede “quali provvisorie conclusioni pratiche” trarne, ma “escludendo che in Europa si possa adottare il modello cinese, fondato sulla repressione familiare e sociale, su un autoritarismo feroce e sulla fame, già praticato in Italia fino agli anni ’50 del Novecento”. E nessuno infatti lo propone. Ma è altrettanto certo che le esperienze asiatiche non ci debbano ugualmente far riflettere? Non è di questo parere un attento osservatore dello sviluppo asiatico come Federico Rampini, convinto che tra il rapido sviluppo economico sociale e il tipo di istruzione ci sia un legame molto forte. E che costituisca “una lezione preziosa per noi” l’importanza che in quei paesi viene data da genitori e insegnanti alla disciplina, al rigore, al rispetto per l’autorità, al sapere.
E credo che potremmo utilmente integrare il quadro delineato da Cominelli proprio chiedendoci se il rifiuto dell’autoritarismo ci esoneri dall’occuparci del principio di autorità e del suo ruolo attuale nella crescita intellettuale e morale dei giovani. Se la psicologia ci dice ormai senza apprezzabili eccezioni che figli e alunni hanno bisogno di trovare negli adulti guide solide e affidabili, allora bisogna assumersi senza incertezze questa responsabilità, anziché perseverare in concezioni “bambinocentriche”, che, nate magari come intuizioni utili e con le migliori intenzioni, sono poi diventate dannose o sotto la spinta di pressioni ideologiche o per un’applicazione semplicista e priva di senso critico. C’è una bella pagina a questo proposito del grande etologo Konrad Lorenz (e proprio dall’etologia ha preso le mosse uno dei massimi contributi del secolo scorso alla psicologia dell’età evolutiva, quello di John Bowlby). Scrive tra l’altro Lorenz in Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: “L’assenza di un ‘superiore’ più forte dà al bambino la sensazione di essere indifeso in un mondo ostile. [...] Nessuno si identifica con un essere debole e sottomesso, nessuno è disposto a farsi prescrivere da lui le norme del comportamento e tanto meno a riconoscere come valori culturali quelli da lui venerati.” E oltre vent’anni dopo, la psicoterapeuta Giuliana Ukmar, in quello che è forse il primo, coraggioso libro a denunciare la deriva dell’educazione antiautoritaria (Se mi vuoi bene, dimmi di no), era solita chiedere ai genitori che si rivolgevano a lei: “Ditemi, chi comanda a casa vostra?”
Se è vero, come afferma Cominelli, che “occorre condurre un Kulturkampf sui fondamenti antropologici della nostra civiltà” e che si devono tener presenti tutti i molteplici aspetti in cui il problema “scuola” è articolato, credo che la crisi dei ruoli educativi non debba stare sullo sfondo, ma in primissimo piano. Essere genitori, come essere insegnanti, è oggi estremamente più difficile per molti motivi, non ultimo il crollo della natalità, che ha reso i bambini un “bene scarso” e come tale oggetto di attenzioni, ansie, aspettative talmente forti da rendere difficilissimo evitare che si trasformino in piccoli despoti, consapevoli di poter tiranneggiare a piacimento i loro familiari. Non è un caso se negli studi degli psicoterapeuti un tempo si lavorava ad alleggerire il fardello del Super-io, mentre oggi prevalgono il senso di onnipotenza unito alla fragilità, i bisogni compulsivi di essere al centro dell’attenzione, insomma, quelli che vengono tecnicamente definiti “disturbi narcisistici”.
Sbarazziamoci quindi di tutto quello che ci fa ancora snobbare, nella discussione pubblica e all’interno della scuola, temi come disciplina, serietà, rigore, responsabilità, rispetto delle regole. Anche perché, se condividiamo in buona parte con altri paesi sviluppati la crisi dei sistemi scolastici, è proprio sul terreno della legalità e del senso civico che la società italiana è drammaticamente indietro. Solo tirando il filo dell’educazione, anche il rinnovamento della didattica e la nuova formazione dei docenti acquisteranno la cornice indispensabile per avere successo.

Sullo stesso quotidiano telematico, da leggere, tra i vari articoli di interesse, un'intervista al medico Vittorio Lodolo D'Oria, che si occupa da anni di burnout degli insegnanti, ovvero di disagio mentale professionale (Dmp), quello che non molti anni fa avremmo più efficacemente definito"esaurimento nervoso". L'intervista è interessante sia per la drammaticità del quadro statistico, sia per il riferimento alla "sconfitta morale" della scuola del dopo '68. Leggi

Intanto, in qualche scuola si comincia a capire che la buona educazione è fondamentale e lo è altrettanto che gli adulti non rifiutino la responsabilità di sanzionarne adeguatamente la mancanza. Leggi

(GR)


sabato 22 gennaio 2011

È GIUSTO PREMIARE GLI STUDENTI PIÚ BRAVI ?

Il Corriere della Sera di giovedì ha dato ampio spazio alla decisione di un istituto tecnico milanese di premiare con 150 euro gli studenti che hanno ottenuto la media dell’otto nel primo quadrimestre, affiancando alla notizia un commento “a favore” di Maurizio Ferrera e uno “contro” di Silvia Vegetti Finzi. Tanto nell’articolo che nei commenti risulta chiaro che in una discussione sul tema si pongono due distinte questioni: se è opportuno o meno premiare il merito e in che modo farlo. Maurizio Ferrera coglie con grande chiarezza il tema di fondo, sottolineando che “nella scuola italiana la cultura meritocratica ha radici molto fragili”, anche se dovrebbe essere chiaro a tutti che è “l’unico antidoto che abbiamo contro il clientelismo e il parentismo”. Ben vengano dunque iniziative che si propongano di riconoscere il merito, anche con premi in denaro. Più ambivalente Silvia Vegetti Finzi che, dopo aver detto di condividere “in linea di massima” delle forme di incentivazione, conferma poi in diversi passaggi quanto scrive Ferrera sulle difficoltà che incontra la cultura del merito: “i premi individuali possono suscitare da parte dei perdenti (sic) indebiti confronti e incresciose contestazioni”; “esistono situazioni di disagio sociale e culturale (immigrazione, povertà, pendolarismo) di cui la mera graduatoria dei voti non può dar conto”; fino all’illuminante considerazione in cui la psicoterapeuta svela tutta la sua avversione per i primi della classe con il più classico dei luoghi comuni: “Sappiamo infine che la scuola premia spesso il conformismo, l’esecuzione passiva, l’apprendimento mnemonico a scapito delle più inquiete (!) capacità quali l’atteggiamento critico, la ricerca di nuovi percorsi nella soluzione dei problemi, l’immaginazione creativa”.
Stabilito che i “capaci e i meritevoli” vanno in qualche modo valorizzati e premiati, si tratta di capire in quale modo, premesso che i premi ai migliori devono essere dati nel contesto di valutazioni complessivamente eque e rigorose, dato che la promozione dei non meritevoli è il modo più sicuro per disincentivare gli studenti motivati e responsabili. Il premio in moneta non è da criminalizzare, come invece fa Marcello D’Orta (“A quando trenta denari per sussurrare nell’orecchio dell’insegnante il nome del compagno che ha copiato il compito di matematica?”); ma si tratta intanto di trovare una misura, cosa che l’ITI Feltrinelli non mi sembra abbia saputo fare. Nell’articolo del Corriere si legge infatti che l’Istituto già prevede un premio di 250 euro per chi consegue la media dell’otto nelle pagelle finali e basta fare un po’ di conti per capire che si è esagerato, anche considerati gli attuali bilanci delle scuole. Ma soprattutto si deve essere consapevoli che il riconoscimento del merito è importante in sé e che il premio può essere anche solo simbolico (una targa, una medaglia, un “oscar”), purché gli si conferisca valore e prestigio (1).

AR

(1) Un tempo, in un prestigioso collegio fiorentino dei padri Barnabiti, il miglior studente della Maturità veniva insignito del titolo di “Principe degli studi” e un suo ritratto veniva collocato in una apposita galleria. Persino troppo meritocratico.

lunedì 17 gennaio 2011

A PROPOSITO DI MADRI...

(da "TuttoscuolaFOCUS" n. 361)

Madri 'tigri' magari no, ma pecore è peggio

Ha fatto notizia il saggio della giurista americana di origine cinese Amy Chua, docente a Yale, pubblicato sul Wall Street Journal e intitolato “Inno di battaglia della madre tigre”.
Vi si sostiene che se si vuole ottenere risultati d’eccellenza nell’educazione dei figli occorrono una disciplina di ferro da parte dei genitori e la massima determinazione da parte dei figli nel conseguimento dell’obiettivo, per esempio quello di essere il migliore della classe, possibilmente in tutte le materie. Così, niente TV, palmari, messaggini, riunioni con amici, e molta capacità di sacrificio, applicazione negli studi, autodisciplina. Il tutto imposto ai figli in particolare dalla madre, che li segue più da vicino: una madre che deve comportarsi da ‘tigre’, sostiene Chua, se vuol fare davvero il loro interesse.
E’ sorprendente che la prof sino-americana sia riuscita a imporre tutto ciò a sua figlia, come scrive nel suo saggio, perché il contesto della scuola USA, e più in generale della società americana, non si presta certo a pratiche di questo genere. Può darsi – mancano notizie dettagliate in proposito – che la Chua si sia avvalsa di metodologie di insegnamento/apprendimento estremamente individualizzate come quelle dello homeschooling, abbastanza diffuso negli USA. Ma alle spalle delle scelte educative di questa ‘madre tigre’ si avverte una concezione della scuola e del ‘dovere’ tipica delle società e delle culture dell’estremo Oriente: quella che consente agli studenti cinesi e coreani di piazzarsi ai primi posti nelle indagini comparative IEA e OCSE-PISA.
Un modello difficilmente esportabile, perché affonda le sue radici in culture plurisecolari e in un senso del ‘dovere’ ormai sconosciuto nelle permissive e iperprotettive società consumistiche del mondo ‘occidentale’. Dove troppe madri ‘pecora’ (salvo diventare ‘iene’ con gli insegnanti se danno un brutto voto a propri figli ‘asini’) finiscono però per fare più danni delle madri ‘tigri’.

sabato 15 gennaio 2011

CITAZIONI - PROTEZIONE E BISOGNO DI VERITÀ NELL’ADOLESCENZA

(da NÉ ASINO NÉ RE. Capire i figli e fare la cosa giusta, di Osvaldo Poli, San Paolo, 2008, pp.158-59)

“Lo stile del dialogo paterno è caratterizzato da una minor timore di ‘ferire il figlio’, e proprio per questa ragione nell’adolescenza è preferito alla madre, il cui stile più indiretto lo fa sentire piccolo, bisognoso di essere mantenuto nella bolla protettiva in cui le cose che potrebbero farlo star male non devono esistere e non devono essere dette. [...] Mentre il sentire femminile e materno tende ad uccidere la verità per salvare il figlio, la sensibilità maschile (che è sempre presente anche nelle mamme ed in alcuni casi è prevalente in esse) tende a sacrificare il figlio per renderlo capace di riconoscere e accettare la verità. Per meglio dire: chiede al figlio di sacrificare - rinunciare - a quegli aspetti del suo carattere che gli impediscono di riconoscere ciò che è vero e ciò che è giusto. [...] Il padre aiuta dunque il figlio ad avere meno paura della verità, anche quando essa impone di ammettere l’errore, di assumere la colpa, di accettare le proprie responsabilità. La rinuncia a sentirsi padroni della verità, e l’accettazione di essere sottomessi ad essa, è indice di maturità psicologica e morale ed è esattamente ciò che rende le persone degne di stima.
La verità è spesso desiderata dal figlio come liberatoria, e non solo temuta, come sembrano pensare molti genitori, perché, come disse un ragazzo, «Ti dà il senso di quanto vali realmente, ti toglie la paura del confronto con gli altri ». Chi è disposto ad accettare il responso della realtà (la vera prova di iniziazione alla vita), non ha più paura di uscire dal guscio, di andare lontano, di affrontare la vita. Chi continua a temere la realtà e la verità, è sempre costretto a ‘fuggire’, ad evitare la prova, a barare al gioco della vita”.

sabato 8 gennaio 2011

CITAZIONI - LA NECESSITÀ DI UNA GUIDA AFFIDABILE SECONDO KONRAD LORENZ

(Tratto da Gli otto peccati capitali della nostra civiltà di Konrad Lorenz, pubblicato per la prima volta in lingua tedesca nel 1973. Trae origine da una serie di conferenze tenute da Lorenz nel 1970 per una radio di Monaco.)


"Il riconoscimento della superiorità gerarchica non è di impedimento all’amore. Tutti noi dovremmo ricordare che, quando eravamo bambini, le persone da noi predilette non erano quelle di rango uguale o inferiore al nostro, ma quelle che consideravamo superiori e a cui eravamo sottomessi. Quando ripenso al mio amico Emmanuel la Roche, di quattro anni maggiore di me e morto precocemente, capo indiscusso della nostra banda di ragazzi dai 10 ai 16 anni che egli dominava con autorità giusta ma severa, ricordo ancora con chiarezza come a lui mi legasse non solo un sentimento di rispetto e il desiderio di veder riconosciuto da lui il valore delle mie azioni, ma anche un profondo affetto. Questo sentimento era inequivocabilmente dello stesso tipo di quello che mi avrebbe legato più tardi a certi amici più anziani di me o a maestri che veneravo. Vedere nell’esistenza di un naturale rapporto gerarchico tra due uomini una frustrazione che diventa impedimento alla formazione di sentimenti affettivi è una delle colpe maggiori della dottrina pseudo-democratica.
Dove manca questa gerarchia non potrà esservi neppure la forma più naturale di amore, quello che normalmente unisce fra loro i membri di una famiglia. A causa di questo principio educativo della ‘non frustrazione’, migliaia di bambini sono diventati infatti dei nevrotici infelici. Come ho spiegato nei lavori già citati, il bambino che vive in un gruppo privo di struttura gerarchica si trova in una situazione del tutto innaturale. Infatti, non potendo reprimere la propria tendenza, programmata nell’istinto, ad assumere una posizione di grado più alto, egli tiranneggia i genitori indifesi e si trova costretto al ruolo di capogruppo, nel quale non è per nulla a suo agio. L’assenza di un ‘superiore’ più forte dà al bambino la sensazione di essere indifeso in un mondo ostile, sensazione giustificata in quanto i bambini ‘non frustrati’ non piacciono a nessuno. Quando, in stato di comprensibile irritazione, egli cerca di provocare i genitori e di attirare su di sé la loro collera (nel linguaggio corrente si dice che ‘si tira dietro gli schiaffi’), il bambino non incontra la risposta aggressiva che istintivamente attende e in cui inconsciamente spera, ma urta contro il muro di gomma delle frasi pacate e pseudo-razionali. Nessuno si identifica con un essere debole e sottomesso, nessuno è disposto a farsi prescrivere da lui le norme del comportamento e tanto meno a riconoscere come valori culturali quelli da lui venerati. Soltanto quando si ama una persona dal più profondo dell’anima, e al tempo stesso la si rispetta, si è in grado di fare propria la sua tradizione culturale.
Una simile ‘figura paterna’ manca evidentemente a una altissima percentuale dei giovani di oggi. Troppo spesso il padre naturale non è all’altezza del compito e l’insegnamento di massa nelle scuole e nelle università impedisce che egli venga sostituito dalla figura di un venerato maestro."

martedì 4 gennaio 2011

SULLA VALUTAZIONE DEI DOCENTI È NECESSARIO UN SERIO RIPENSAMENTO

La sperimentazione del sistema di valutazione dei docenti e delle scuole elaborato per il ministero da Roger Abràvanel per ora non parte, causa il massiccio rifiuto da parte dei collegi. A Torino, su 118 scuole a cui è stata proposta la sperimentazione, solo una ha accettato. A Napoli, soltanto 5 su 625. “La Repubblica” parla di flop e sente alcuni docenti. Le resistenze irrazionali indubbiamente esistono, ma ci sono anche quelle ragionevoli. Si può invece scommettere che la cosa darà luogo a semplificazioni del tipo “Gli insegnanti rifiutano di farsi valutare”, senza però correlare il rifiuto con il tipo di valutazione che viene proposto. Pochi giorni or sono ne avevamo riparlato, riferendo anche il parere e le proposte di Giorgio Israel. Alla luce di questo primo risultato, chiediamoci nuovamente: cosa è secondo buon senso più utile per migliorare la scuola italiana? Premiare economicamente i migliori insegnanti, con procedure scarsamente condivise e probabilmente poco affidabili per la loro individuazione, o riuscire a intervenire nelle situazioni problematiche, che non hanno certo bisogno di tecniche sofisticate per emergere? Com’è noto, abbiamo sempre parteggiato per la seconda ipotesi, che consideriamo insieme più produttiva in termini di innalzamento medio della qualità e più accettabile dal mondo della scuola. Viene ora a confermare questa tesi anche la terza indagine dell’Istituto Iard (Gli insegnanti italiani: come cambia il modo di fare scuola), pubblicata dal Mulino e curata da Alessandro Cavalli e Gianluca Argentin. Quest’ultimo, durante l’odierna puntata di Fahrenheit su Radio 3, ha detto che una notevole maggioranza degli insegnanti è favorevole a una valutazione che serva sia a individuare gli eventuali punti deboli dei docenti, in modo da consentire interventi di supporto, sia a sanzionare quelli che non fanno il loro dovere.

GR

domenica 2 gennaio 2011

CITAZIONI - È POSSIBILE BASARE L’APPRENDIMENTO SOLO SUGLI INTERESSI DEGLI ALLIEVI?

(Tratto da William Damon, PIÙ GRANDI SPERANZE. Contro la cultura dell’indulgenza in casa e a scuola, Longanesi e poi Euroclub, 1997, pp.143-145).

“La motivazione all’apprendimento si fonda su una base omogenea di stimoli interni ed esterni, compresi il sostegno, le aspettative, l’incoraggiamento e i voti degli insegnanti. Negli ultimi anni, l’espressione “motivazione intrinseca” ha assunto un’importanza enorme. [...] In tutto il mondo gli educatori sono convinti che il materiale scolastico debba motivare intrinsecamente il bambino perché egli possa trarne vantaggio. Ancora una volta, tuttavia, la questione non è così semplice. Anche le motivazioni estrinseche - spronare i bambini con premi, pressioni e altri incentivi - hanno un loro ruolo nel mondo reale dell’apprendimento. I programmi scolastici basati solo su motivazioni intrinseche non insegnano a superare le frustrazioni e la monotonia che accompagnano inevitabilmente il raggiungimento di un obiettivo. In breve, è un metodo che non insegna al bambino la disciplina di lavoro necessaria per raggiungere un traguardo e la vera padronanza della materia.
Alcuni studi recenti avallano questa conclusione. Da un confronto tra alcuni alunni coinvolti in programmi scolastici basati su motivazioni intrinseche e altri coinvolti in programmi con motivazioni più tradizionali come voti e compiti obbligatori, lo psicologo Mordecai Nissan ha rilevato che nel lungo periodo i risultati del secondo gruppo erano molto migliori. Oltre alla competenza essi avevano sviluppato la tenacia motivazionale a persistere anche quando una materia diventa difficile e noiosa. Gli studenti abituati a fare affidamento solo sulla propria spinta interiore spesso mollavano tutto appena l’interesse si affievoliva. Non erano in grado di raggiungere la soddisfazione che deriva da un lavoro duro e disciplinato."

lunedì 27 dicembre 2010

VALUTAZIONE, DEMERITO E IRRESPONSABILITÀ

Sugli orientamenti ministeriali in fatto di valutazione delle scuole e dei docenti ci siamo espressi anche lo scorso settembre a commento di un intervento sul “Corriere della Sera” di Ròger Abràvanel, consulente di Mariastella Gelmini per la qualità e il merito. La successiva presentazione del progetto del Ministro, anche se solo nelle linee generali, ci ha confermato nella convinzione – ma è semplice buonsenso - che non si tratta solo di decidere se valutare o no, come semplicisticamente vanno affermando alcuni improvvisati esperti di scuola, ma di come farlo, tanto per evitare che il rimedio sia peggiore del male. Torna su questo tema Giorgio Israel sul “Giornale”, ragionevolmente scettico sull’attendibilità e la validità dei test e favorevole invece a un sistema di ispezioni.
Peraltro, uno dei punti dolenti dell'intera questione è che né a destra né a sinistra ci si decide ad affrontare, come logica priorità, il problema dell’esistenza di un certo numero di dirigenti e di docenti che sono semplicemente inadeguati al loro compito. Che sia per incapacità (il caso umanamente più delicato) o per totale assenza di etica professionale, cambia poco. Si sa che non si è mai abbastanza circostanziati quando si tocca un tabù; quindi ripetiamo che la maggior parte degli insegnanti e (forse) anche dei dirigenti si merita almeno la sufficienza (ma spesso molto di più). E tuttavia il problema esiste, mentre gli strumenti per evitare che i suddetti continuino a fare danni sono ben pochi. Lo sanno benissimo i prèsidi seri, quasi sempre costretti a issare bandiera bianca dopo aver sbattuto la testa contro la muraglia di normative e di sentenze costruita in questi ultimi decenni a difesa anche degli indifendibili e ai danni della credibilità e della qualità della scuola.
Un altro aspetto del problema è l’endemica fuga dalle responsabilità che si verifica praticamente in tutti i settori della società. In altre parole, anche quando esistono poteri e strumenti adeguati, ci si sottrae in ogni modo ai propri doveri (e, com’è noto, anche molti genitori sono infettati da qualcuno dei molteplici virus che spingono all’indulgenza e alla deresponsabilizzazione). Va senz’altro letto in proposito l’editoriale di Tullio Gregory sul “Corriere della Sera”, Il responsabile che non c’è mai, che nell’interno è intitolato Il valore perduto della responsabilità.

martedì 21 dicembre 2010

LA TIGRE E LA NEVE

di Valerio Vagnoli


La neve di questi giorni, come sempre accade, ha trasformato la città. Libera dal traffico e immersa nel silenzio, essa paradossalmente è tornata a vivere. In giro poche persone, ma quasi tutte allegre, di quella allegria che nessuno meglio di Leopardi ha saputo spiegare, e che è destinata purtroppo a svanire insieme allo sciogliersi della prima neve fresca. Leggi tutto.

venerdì 17 dicembre 2010

CERCANSI ADULTI PER SERIO CONFRONTO CON NUOVE GENERAZIONI

Gennaro Lubrano Di Diego, docente napoletano di filosofia e attivo blogger sui problemi della scuola, analizza il rapporto tra "giovani manifestanti"e (molti) adulti. Di questi ultimi mette in evidenza l'inerzia o addirittura il compiacimento intonato a un nostalgico "come eravamo". Leggi.

Sulla tendenza di non pochi educatori a fare gli amici o i fratelli maggiori dei figli, è da leggere l'efficace "Buongiorno" di Massimo Gramellini sulla "Stampa" di oggi.

venerdì 10 dicembre 2010

QUEI PASSATISTI DI SHANGHAI IN TESTA ALLE CLASSIFICHE OCSE-PISA

Quando nel marzo 2008 fu presentato l’appello bipartisan “Scuola: un partito del merito e della responsabilità”, promotori e firmatari[1] furono bollati come “laudatores temporis acti” dall’ex ministro Berlinguer, mentre Andrea Ranieri, allora responsabile scuola del PD, dichiarò: “Ben vengano gli appelli al merito e alla responsabilità, purché non fatti con la testa rivolta all’indietro” (peccato, però, che quelli voltati dalla parte giusta non ne avessero mai fatto parola). Anche se negli ultimi anni le ragioni di una scuola più seria e rigorosa hanno indubbiamente avuto più ascolto nell’opinione pubblica, è ancora forte - e abbastanza trasversale - l’idea che tutto si risolva con una didattica più “moderna” e coinvolgente, largamente “laboratoriale”, che si ricordi di avere di fronte dei “nativi digitali” e via discorrendo. Contro gli ormai numerosi e documentati richiami degli psicologi ai danni arrecati dalla mancanza di fermezza (a casa e a scuola, ma anche nella società nel suo insieme), si continua a vedere l’ombra dell’autoritarismo perfino nel richiamo al rispetto delle regole; e non parliamo del sistematico rifiuto della sanzione in nome del “dialogo”.
Tuttavia i dati dell’indagine Ocse-Pisa del 2009 sembrano smentire ogni facile ricetta pedagogica e confermare invece la necessità di una scuola più esigente sia sul piano dell’impegno e dei risultati che su quello del comportamento. Nel novero delle nazioni più virtuose figurano infatti Cina (Shanghai e Hong Kong), Corea, Giappone, Singapore. E non solo perché dedicano da anni grandi risorse all’istruzione, ma anche perché nelle aule di quei paesi, come scrive Federico Rampini in uno dei suoi libri, “regnano la disciplina, il rigore, il rispetto dell'autorità, la venerazione del sapere”[2].
Il “Corriere della Sera” di ieri dedica un servizio al “primo della classe”, il sistema scolastico di Shanghai, sottolineando la perdurante influenza del confucianesimo. Forse si tratta di un “Made in China” che conviene, se non importare pari pari, quanto meno studiare attentamente.
Sullo stesso quotidiano, Giovanni Belardelli avverte che proprio in molti “moderni” studenti “digitali” si sta atrofizzando la capacità di ragionare.

GR

[1] In ordine di adesione: Mario PIRANI, Giovanni BELARDELLI, Giulio FERRONI, Ernesto GALLI DELLA LOGGIA, Giorgio ISRAEL, Lucio RUSSO, Sergio GIVONE, Salvatore VECA, Sebastiano VASSALLI, Giorgio DE RIENZO, Aldo SCHIAVONE, Gian Luigi BECCARIA, Giovanni SARTORI, Remo BODEI, Piero CRAVERI, Giorgio ALLULLI.

[2] da Centomila punture di spillo di Federico Rampini e Carlo De Benedetti

lunedì 29 novembre 2010

URGE UNA PEDAGOGIA DELL'ATTENZIONE

Molti allievi, a tutti i livelli dell'istruzione pubblica, denunciano difficoltà più o meno accentuate nell'ascolto e nella concentrazione in genere. Del problema si parla da molti anni. Se si chiede a un insegnante quale sia attualmente il maggiore ostacolo all'apprendimento, molto probabilmente comincerà con questo.
Le spiegazioni più comuni sono l'eccessiva sollecitazione sensoriale, la troppa tv, la scarsa abitudine alla fatica e all'impegno, un'educazione poco esigente a scuola e in famiglia. Naturalmente c'è chi propone come panacea la "didattica laboratoriale". Ma se la scuola attiva ha ancora molto da dire in proposito soprattutto per il primo ciclo, è pur vero che la capacità di seguire un discorso (magari prendendo appunti) e di studiare per tutto il tempo necessario deve essere comunque coltivata per tempo, anche se gradatamente.
È indispensabile quindi definire e diffondere una "pedagogia dell'attenzione" - fondata su ricerche e studi, ma anche sulle esperienze positive degli insegnanti - che supporti con indicazioni adeguate sia la scuola che le famiglie nel promuovere l'attenzione e la concentrazione nei bambini. Sarà un contributo quanto mai prezioso non solo per il loro successo negli studi, ma anche per la loro formazione complessiva.
A questo tema Francesco Alberoni dedica oggi una riflessione nella sua rubrica Pubblico&Privato sul "Corriere della sera".

(Giorgio Ragazzini)

giovedì 25 novembre 2010

CODICE PATERNO E PRINCIPIO DI REALTÀ

In un articolo sul “Corriere della Sera” (I “no” che i padri devono saper dire), Paolo Di Stefano torna sulla crisi della figura paterna, che non è iniziata certo ai giorni nostri, dato che già nel 1963 la preannunciava lo psicoanalista Alexander Mitscherlich in Verso una società senza padre. La questione non è però confinata tra le mura domestiche. Si tratta della necessaria presenza nella società del principio (o codice) paterno accanto, e non contro, a quello materno, altrettanto necessario. Sono quindi in causa tutti gli altri ruoli educativi e gli insegnanti in particolare, il modo in cui la collettività nel suo complesso pensa alle nuove generazioni, la legalità come cardine del vivere civile.
Nella scuola domina largamente il codice materno, legato alla protezione e all’accudimento. E questo solo in parte per la netta prevalenza numerica delle donne, dato che, come ricorda Di Stefano, esistono per l’appunto molti “mammi” e non poche donne “con i pantaloni” (si diceva un tempo).
Il problema ricorrente delle occupazioni è stato quasi sempre risolto - o meglio accantonato - in modo “materno”: comprensione, indulgenza, larvata o aperta complicità, strizzatine d’occhio. Ma per crescere, specie a una certa età, si ha bisogno anche - e sempre più - del padre, anche dello scontro con adulti che il conflitto generazionale lo sostengano con fermezza ed equilibrio, senza inutili asprezze, ma senza rifuggire all'occorrenza dalla sanzione, come possono fare un insegnante o un preside consapevolmente "paterni". Ci si oppone, ci si differenzia, ci si definisce, si sperimenta la responsabilità. Magari utilizzando creativamente una varietà di modi, invece di ripetere all’infinito lo stesso copione, come nel rassicurante mondo infantile. Lo sottolinea molto efficacemente uno dei commenti alla nota precedente, firmato da Enio:

I nostri ragazzi liceali avranno mezzi legali per manifestare il loro pensiero e far conoscere il loro dissenso su qualunque tema talenti loro? A iosa! Hanno i blog, i gruppi di discussione, l’assemblea di classe mensile, quella di istituto; possono diffondere volantini, comunicati alla stampa, petizioni al Parlamento, al Governo, al Presidente della Repubblica. Possono chiedere supplementi di studio ai professori di storia, di filosofia, di lettere. Possono stendere testi, manifesti tazebao, pamphlet, aprire siti, costruire reti on line, manifestare e tenere cortei in forma autorizzata al di fuori dell’orario di lezione. Troppo facile. Bisogna invece ripetere ogni anno stancamente il rito dell’occupazione della propria scuola, prendersi un periodo sabbatico dalle lezioni, perché, sia chiaro, studiare affatica. Si diventa pallidi e assorti... Meglio bivaccarci nella scuola, organizzando goliardate, talvolta innocue, altre volte dannose. [...] L’indulgenza di mamma e papà è scontata: sono ragazzi, è un rito di iniziazione all’età adulta…

L’iniziazione, invece, era un incontro non più protetto con la realtà adulta: impegno, fatica, rischio, scelta consapevole, anche sofferenza (i riti di passaggio richiedevano preparazione, coraggio, spesso stoicismo). E a fare i conti con la realtà invita i giovani lo psicanalista Claudio Risé in un intervento sul “Mattino”. Non per caso l’autore è un teorico della rivalutazione del padre (Il padre assente inaccettabile, Il mestiere di padre). Invece di inseguire a tutti i costi il mito della laurea, spesso foriero di disoccupazione prolungata, bisogna valorizzare l’elasticità e la capacità di adattamento della mente giovanile, prendendo in considerazione altre vie per realizzarsi, per esempio l’artigianato, “storicamente importantissimo per la civiltà italiana e dotato di grandi possibilità per il futuro”.

GR

lunedì 22 novembre 2010

CASO “MICHELANGELO”: LA PRESUNTA ONNIPOTENZA DEL “DIALOGO”

In una nota su questo blog del 21 ottobre scorso (Occupazioni: al "Michelangelo" di Firenze un preside fa il suo mestiere) commentavamo la decisione del Dirigente di un liceo classico fiorentino di denunciare una ventina di studenti responsabili di effrazione, danneggiamento e furto all’interno dell’edificio scolastico e informavamo di aver diffuso un comunicato stampa di sostegno al preside, professor Primerano. Se ne riparla in questi giorni sulle cronache locali a partire da un corteo studentesco del 17 scorso, dal quale, durante una sosta davanti al “Michelangelo”, sono stati lanciati fischi e insulti all’indirizzo del dirigente, mentre sui muri venivano incollati volantini e scritti epiteti come “boia” e “fascista”.
L’interessato, in un intervento su “La Nazione” di venerdì scorso, si esprime severamente nei confronti di chi riveste responsabilità politiche: “Mi chiedo, di fronte a episodi di palese violazione delle più elementari norme di civiltà, dove è andata a finire quella politica che si riempie la bocca della sacra parola ‘legalità’ ed alla prima occasione utile fa finta di dimenticarsene e si nasconde prudentemente”.
La reazione dei tre assessori all’istruzione (regionale, provinciale e comunale) è sostanzialmente identica e consiste nell’esprimergli inizialmente “piena solidarietà” per aggiungere subito dopo che ha sbagliato a scegliere la linea dura. Stella Targetti (Regione): “Per quanto riguarda la denuncia, però, trovo che il muro contro muro non paghi. È una questione di opportunità, sarebbe stato preferibile un dialogo coi ragazzi, molti istituti hanno visto autogestioni in cui si è vista la partecipazione dei docenti. Il rapporto autoritario non funziona più, né in famiglia, né a scuola”. Giovanni Di Fede (Provincia): “Il nostro ruolo è un altro, è quello di educatori che devono dialogare con i ragazzi... La denuncia equivale a lavarsene le mani delegando ad altre autorità l’intervento e rinunciando al nostro ruolo che impone un dialogo anche conflittuale con gli studenti, insomma con i ragazzi dobbiamo vedercela noi, la denuncia è una strada sbrigativa”. Rosa Maria Di Giorgi (Comune), in una lettera pubblicata ieri sul “Corriere Fiorentino”, va ancora oltre: nelle occupazioni non c’è in fondo niente di male, quasi ovunque si è trovato un modus vivendi, chi vuol fare lezione fa lezione, chi vuole partecipare a incontri di approfondimento con ospiti esterni può farlo. “Si sa, all’inizio dell’anno scolastico è così da tanto tempo”. Al Michelangelo qualche studente decide di alzare il tiro e allora “il preside decide, nella sua autonomia e in perfetta solitudine, di denunciare alcuni di quei ragazzi”. Riguardo ai quali l’assessore si chiede: “Che percezione avranno delle istituzioni se nel loro primo impatto con esse il segnale è quello della frattura, dell’espulsione, del muro contro muro?”
Vale la pena di riportare la risposta del direttore del “Corriere Fiorentino”, Paolo Ermini:
Frattura, espulsione, muro contro muro. L’assessore De Giorgi usa espressioni forti per descrivere la situazione che si è creata al Michelangelo. Una drammatizzazione che serve a rendere più incalzante la richiesta di dialogo. L’intento è da apprezzare, ma a una condizione: gli studenti (con i loro genitori e anche con un po’ di insegnanti), devono capire che in un paese libero e democratico come il nostro la legalità è una e una sola, e che è fatta apposta per non essere violata. Anche nell’interesse di ciascuno di loro, ora e quando saranno più in là con gli anni, perché è l’unica arma per difendere i diritti di tutti, soprattutto dei più deboli.
C’è solo da aggiungere che questo generico appello al “dialogo” è fondato su una serie di presupposti sbagliati o indimostrati: che il dialogo sia possibile sempre e comunque, con tutti, anche se i politici per primi sanno per esperienza che non è così. Che nel caso del “Michelangelo” non ci sia stato o non sia stato tentato. Che la sanzione (nei casi gravi anche penale) non sia uno degli strumenti della relazione educativa, secondo il luogo comune per il quale “ci vuole l’educazione, non la punizione”.
Infine, il “dialogo” senza una progressiva responsabilizzazione dei giovani da parte di adulti capaci di comprensione, ma anche di fermezza, non può che risolversi in cedimento, indulgenza e inconsistenza sul piano etico, oltre a far torto ai tanti ragazzi che si comportano correttamente.
La verità è che in tema di occupazioni e manifestazioni studentesche è in vigore da decenni una “costituzione materiale” a cui troppi adulti si sono quanto meno rassegnati e che ha reso “normali” una serie di comportamenti inaccettabili.

GR

sabato 13 novembre 2010

SCUOLA PUBBLICA: UN DECLINO IRREVERSIBILE?

È di poche settimane fa un articolo di fondo di Ernesto Galli della Loggia a proposito della crescita, in Italia, delle scuole private di qualità (parificate e non). Premesso che ritengo le scuole private, soprattutto se di qualità, utili e stimolanti per il sistema statale, più di un segnale mi porta a pensare che ci si trovi alla vigilia di una vera e propria svolta nel sistema scolastico statale. Vedo cioè il rischio, epocale e di lunga durata, che la scuola statale declini in termini di qualità, avvantaggiando quelle private che, rifiutando di limitarsi alla funzione di diplomifici, punteranno ad intercettare i figli delle famiglie benestanti, che avranno così dei punti di riferimento qualitativamente di classe e in quanto tali destinati a creare solchi profondi tra chi frequenterà il sistema statale e chi quello privato di qualità. Insomma, il rischio è che la scuola italiana, anche sotto questo aspetto, si vada americanizzando. I segnali ci sono e sono da tempo evidentissimi. Alcuni, volendo esibire un certo impegno politico, paventano il rischio della deriva in virtù delle colpe della Gelmini, anziché del disastro che quotidianamente e da anni incancrenisce la scuola e che ha ben altri responsabili che non l’ultimo ministro dell’istruzione. Innanzitutto vi è l’assoluta impossibilità, oramai da moltissimo tempo, di porre un filtro a quei docenti (pochi, ma molto dannosi) che entrano nelle scuole senza alcun rischio di venirne cacciati per incapacità, neghittosità e, talvolta, comportamenti di inaudita gravità. Peraltro, come ho scritto più volte, docenti del genere finiscono col colpire in modo irreversibile i ragazzi delle famiglie più svantaggiate, a differenza di quelli che hanno mezzi economici o genitori dotati di una certa preparazione intellettuale. Deve essere ben chiaro a tutti che nel sistema della scuola statale è assolutamente impossibile liberare i ragazzi dalla presenza di simili docenti. Ai sindacati fa comodo sbandierare i pericoli per i dipendenti derivati dal decreto Brunetta in fatto di tutele. La verità è che i docenti e il personale ATA godono, rispetto a stipendi bassi e bassissimi, del diritto di inamovibilità e non esiste una pagina di una qualsiasi rivista sindacale in cui si parli della necessità di garantire i ragazzi e le loro famiglie da docenti del genere.Vi è inoltre, e anche in questo caso da anni, l’impossibilità di chiedere che i docenti si aggiornino regolarmente (lo fanno quelli che non rinunciano a sentirsi e ad essere intellettuali e appassionati alla loro professione), come conviene a chi è chiamato a far fronte a novità metodologiche e culturali legate al mondo giovanile, che ha tempi di cambiamento sempre più rapidi. Allo stesso modo, manca ancora oggi, a proposito degli studenti, una seria riflessione sul merito, che meriterebbe uno sforzo (anche economico) pari a quello dedicato ai ragazzi da recuperare e motivare. Se la scuola pubblica perde la possibilità di distinguere e premiare chi merita, perde ogni valenza civile ed etica e diventa inutile se non ad allevare giovani in attesa “di giudizio”.Da anni, le occupazioni, a volte stimolate da esponenti politici a dir poco irresponsabili, contribuiscono a rendere l’immagine della scuola statale, come una sorta di palestra della illegalità, e in quanto tale non può che perdere progressivamente quella credibilità senza la quale, come scritto sopra, qualsiasi scuola è inutile. Talvolta si ha la sensazione che la scuola sia prigioniera di una sorta di cronica assuefazione alla quotidianità, alla necessità, cioè, di far trascorre il tempo a ragazze e ragazzi in attesa che essi possano finalmente fare - alla fine della scuola - una scelta di vita seria, coinvolgente e consapevole. Stipendi bassi, tagli indiscriminati (mai troppi, però, quelli per i tanti inutili progetti), ruolo sociale dei docenti in progressiva caduta, possono legittimare l’altrettanto diffusa perdita di passione per il loro lavoro?In queste prime settimane, infine, il susseguirsi di assemblee sindacali e scioperi dei docenti, seppure con l’intento di opporsi ai drastici tagli al bilancio dell’Istruzione,contribuisce a rendere meno attrattiva la scuola pubblica.Quest’anno ho la reggenza in un istituto che comprende insieme alla scuola media di primo grado anche la scuola dell’infanzia e quella primaria. Ho ben chiare le preoccupazioni di molti immigrati e di altrettanti italiani che non sanno se potranno far entrare in classe i loro bambini perché forse l’insegnante ha scioperato; patemi, questi, che difficilmente saranno addebitati al ministro dell’istruzione...Non so se in futuro non pochi di questi, potendoselo permettere, continueranno ad affidarsi e fidarsi della scuola pubblica, di questa scuola pubblica che pur continuando ad avere ancora pregi indiscutibili, e proprio per questo, non può permettersi di non riflettere sul rischio di deriva verso la quale mi sembra indirizzata.

V.V.

venerdì 12 novembre 2010

LA FRANTUMAZIONE DELLA SCUOLA NELL'ERA DELL'AUTONOMIA

Scardinamento della cornice culturale unitaria del sistema scolastico, sostituzione dei programmi con le indicazioni nazionali, venir meno di una guida e di una direzione chiaramente individuate, trionfo del localismo, accentuazione delle disparità territoriali in termini di opportunità, conseguente indebolimento dei saperi di base. Questi i principali nodi dell’analisi di Adolfo Scotto di Luzio pubblicata sul “Riformista”. Leggi

ANCORA SUI MESTIERI CHE POCHI VOGLIONO FARE

Su “LiberoMercato” Giuseppe Bertagna torna sul tema - strettamente connesso a quello dell’apprendistato e della formazione professionale - dei mestieri che nessuno vuole fare (salvo gli stranieri). Anche se muove da una liquidazione senza appello e senza residui dell’attuale struttura scolastica, che non è qui il caso di discutere, ma che personalmente non condivido, Bertagna accumula un’impressionante serie di dati di fatto sullo scollamento tra formazione dei giovani e mercato del lavoro e ci costringe a riflettere su più di un paradosso. Leggi (GR)

IMPARA L'ARTE CON L'APPRENDISTATO

Lo scorso agosto ebbi occasione di scambiare qualche battuta con un ragazzo che faceva il cameriere in un agriturismo dolomitico. Disse di frequentare un istituto tecnico e che per raggiungerlo si deve alzare molto presto, dato che abita in campagna. Quanto alle vacanze, ci disse come se fosse un’assoluta ovvietà: “Che ci sto a fare tre mesi a casa senza far niente? Così vengo qui a lavorare”.
Mi è tornato in mente questo ragazzo così poco bamboccione nel leggere un articolo sul “Messaggero” di Antonio Lombardi, presidente dell’Alleanza Lavoro, l’associazione di categoria delle Agenzie per il Lavoro, che rievoca la sua personale esperienza di vacanze spese nell’imparare un mestiere (come raccomandano due detti della saggezza popolare: “L’ozio è il padre dei vizi” e “Impara l’arte e mettila da parte). Secondo Lombardi, la riforma dell’apprendistato, purtroppo molto tardiva, è una grande occasione per rilanciare uno strumento di grande utilità formativa per le nuove generazioni. E dovrebbe essere la scuola stessa a "reclamizzarne" la rinascita. Leggi.

mercoledì 10 novembre 2010

UNA VITA DIFFICILE: IL CAMMINO A RITROSO DI “CITTADINANZA E COSTITUZIONE”

Il 1° agosto 2008, un comunicato del Ministro dell’Istruzione annunciava: “Dal prossimo anno scolastico – nel primo e nel secondo ciclo di istruzione – sarà introdotta la disciplina 'Cittadinanza e Costituzione', che sarà oggetto di specifica valutazione. Sono previste 33 ore annuali di insegnamento”.
Pur non essendo chiaro in che cosa si differenziasse dalla vecchia Educazione civica (o forse proprio perché le somigliava molto), l’annuncio ebbe un’accoglienza generalmente favorevole, anche per l’impegno a riservarle un’ora la settimana. Dopo di che gli insegnanti, in attesa di maggiori dettagli, ci hanno potuto capire ben poco. I docenti di lettere della media si sono visti comparire, invece dell’ora in questione, un’inedita ora supplementare di “Approfondimento di Italiano”, la cui utilizzazione veniva naturalmente delegata alle singole scuole, con il relativo corteo di riunioni e discussioni. Dato che nel frattempo le ore di lettere per classe erano scese da 11 a 9, in molti casi si è deciso, prendendo sul serio gli annunci ministeriali, di impiegare questa decima ora appunto per “Cittadinanza e Costituzione”, in modo da non sottrarre tempo a storia o a italiano.
Una circolare del 27 ottobre scorso, però, precisa che questa materia si integrerà nell’area storico-geografica e non avrà una sua ora, né una valutazione autonoma, ma influirà su quella di storia e geografia e - non si capisce in che modo - “nella definizione del voto di comportamento” (forse chi sa a memoria la Costituzione potrà evitare il 5 in condotta...).
In sostanza si torna al punto di partenza, quando l’educazione civica era accorpata a storia. Ma con la diminuzione delle ore di lettere e di storia sarà quasi impossibile far quadrare i conti. Quanto poi al contemporaneo rilancio della dimensione “trasversale” di questa semi-disciplina (cioè il suo riguardare anche le altre materie) accanto a quella più specificamente affidata ai docenti di lettere, l’esperienza ha dimostrato ampiamente che si tratta di parole al vento, a meno che non ci si riferisca ai compiti educativi che ogni insegnante deve assolvere in quanto tale; ma allora è del tutto superfluo questo ulteriore inquadramento concettuale (Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem...).
In definitiva, su questa base non c’è molto da illudersi che “Cittadinanza e Costituzione” conduca un’esistenza meno stentata della vecchia “Educazione civica”. Di cambiato, sembra proprio che sia rimasto soltanto il nome. (GR)

L’articolo di “Repubblica”.
La circolare n. 86 del 27 ottobre 2010.

lunedì 25 ottobre 2010

LA FINE DEI MESTIERI NELL’ITALIA DEI “CALL CENTER”

Ieri, gran parte dei quotidiani dedicavano ampio spazio a quanto Confartigianato denuncia: è difficilissimo trovare dei giovani disposti a fare una serie di mestieri. I ragazzi italiani sono quasi tutti intenti a realizzare il sogno dei loro genitori, un diploma liceale, perché il liceo, si sa, o almeno così pensavano e pensano tanti illuminati pedagogisti e politici italiani, è la scuola dei ricchi, quindi quella che ha maggior valore, ed è quella che insieme alla “sistemazione” di prestigio, dovrebbe garantire la vera cultura, quella che finalmente mette sullo stesso piano i pierini e luigini italiani. Peccato poi che la storia vada diversamente e che troppi laureati siano in cerca di occupazione.
Proprio coloro che si sono tanto appassionati alle “intelligenze multiple” si sono spesso accaniti nel volere a tutti i costi un sistema formativo sostanzialmente “licealizzato” (si veda l’ampio schieramento a favore del biennio unico alle superiori). Magari sono le stesse persone che pontificavano in convegni e corsi di aggiornamento su quanto fosse importante attuare un’istruzione quanto più possibilmente individualizzata e rispettosa dell’intelligenza e della personalità dell’individuo.
Così, oggi, gran parte di quelle ragazze e ragazzi sono fuori dal mercato del lavoro o passano, nel migliore dei casi, da un part-time all’altro, bramando qualche ora di lavoro nei call center o in una supplenza a chissà quanti chilometri da casa (quella dei loro genitori, ovviamente). Ai campioni della pedagogia e della politica scolastica “progressista” andrebbe ricordato che così non viene garantito il diritto ad essere almeno un po’ felici ed appagati dalla vita. Sfido chiunque ad esserlo se a trenta o quarant’anni si trova in tasca una laurea inutile e un certificato di disoccupazione.
Un’ultima riflessione. Ovviamente i figli dei benestanti, coloro che possono contare su genitori professionisti, manager, dirigenti, eccetera, continueranno ad essere i soliti pierini. Infatti in un sistema in cui il merito non conta quasi nulla, la mobilità sociale rimane rigidamente orizzontale, esattamente come vogliono i tanti interessati alla moltiplicazione delle sedi e facoltà universitarie e ostili, nello stesso tempo, alla formazione professionale. Meglio disoccupati e infelici a trent’anni e oltre, e destinati ad un lavoro di ripiego, ma “acculturati” e illusi da una formazione liceale e universitaria senza alcun sbocco occupazionale. Esattamente come accadeva nelle Filippine di Marcos negli anni settanta e nei primi anni ottanta. Auguriamo loro di non subire, alla fine, il destino di tanti giovani laureati che negli anni ottanta abbandonarono le Filippine per cercare lavoro in ogni parte del mondo. (Valerio Vagnoli)

Il Comunicato della Confartigianato
L’articolo di Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera
Il commento di Oscar Giannino sul Messaggero

giovedì 21 ottobre 2010

OCCUPAZIONI: AL "MICHELANGELO" DI FIRENZE UN PRESIDE FA IL SUO MESTIERE

Questo il comunicato diramato ieri dal Preside del Liceo classico "Michelangelo" di Firenze:

"Si comunica che anche questa mattina l'ingresso a scuola del personale docente ed ATA e degli studenti è stato impedito in quanto la scuola era sbarrata dall'interno con mobili e catene. Comunque il sottoscritto ed il Collaboratore scolastico Francesco Amberti sono riusciti ugualmente ad entrare all'interno della scuola. Sono stati rimossi gli ostacoli alle porte di accesso consentendo l'ingresso di personale e studenti. Alcune porte chiuse con grosse catene hanno richiesto l’intervento di un fabbro.
Ovviamente sono state forzate le porte interne della scuola e messe a soqquadro aule ed uffici a partire dalla Presidenza. Tutte le luci della scuola sono state accese nella notte con evidente aggravio di spese. Il muro sotto la scala di sicurezza nel giardino di Repubblica , appena imbiancato dai docenti è stato imbrattato di scritte gravemente offensive nei confronti del sottoscritto e della Polizia. Ho fatto presente agli occupanti che avrei proceduto con le denuncie per interruzione di pubblico servizio, danneggiamenti e furto con scasso. Uno studente in modo arrogante mi ha chiesto il perché del furto con scasso:ho riferito del furto delle chiavi e dei soldi in Segreteria e lo studente si è permesso di dirmi testualmente che sono un buffone ed un bugiardo. Richiesto di identificarsi si è rifiutato di comunicarmi le generalità e la classe: è ovvio che l’identificazione è solo rimandata di qualche giorno.
E’ chiaro che quando la protesta sfocia in atti delinquenziali non è possibile trovare nessun tipo di giustificazione e le denunce sono la logica conseguenza dei comportamenti.
A questo proposito sono assolutamente meravigliato della quasi totale indifferenza delle famiglie degli occupanti che evidentemente concordano non solo con la prova di forza ma anche con le conseguenze che essa comporta. Vedremo se concordano anche sulle denunce che riceveranno i loro figli.

Il Dirigente scolastico
Massimo Primerano"


“La Nazione” ne riferisce in un articolo di Lisa Ciardi.

Oggi pomeriggio abbiamo inviato ai giornali il seguente comunicato stampa:

Il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità esprime piena solidarietà al preside del liceo “Michelangelo” Massimo Primerano per aver deciso di difendere il principio di legalità che è alla base della convivenza civile. Lo ha fatto nella quasi completa latitanza degli adulti e delle istituzioni; e solo così facendo poteva mettersi dalla parte dell’interesse educativo degli allievi, la cui formazione civica dipende molto di più dall’esempio e dall’assunzione di responsabilità di chi li guida, che non da tante belle parole sull’educazione alla cittadinanza.
Per questo auspichiamo che gli giungano numerose le testimonianze di consenso e di apprezzamento.

venerdì 15 ottobre 2010

ZIBALDONE

UN’INSEGNANTE SI AUTODENUNCIA: “HO PROMOSSO DEI SOMARI”
È senz’altro vero che la serietà della scuola non si esaurisce nel bocciare chi non merita; ma ancor meno ha a che fare con la pratica del condono tramite falso in atto pubblico negli scrutini di fine anno. Leggi.

UN ESEMPIO DI CONDONO SCOLASTICO: IL COLLEGIO DELIBERA IL “6 ECONOMICO”
Non ci sono soldi per i corsi? Promuoviamo tutti. Leggi.

C’È SPERANZA SE QUESTO ACCADE AL “MACHIAVELLI”
Seicento studenti di un liceo fiorentino firmano per far cessare l’occupazione. La cosa è notevole, perché certo non è semplice per gli studenti opporsi a questa annuale "sacra rappresentazione" (come l'ha definita una preside) e rinunciare alle sue convenienze, non ultima il protagonismo mediatico che giornali e televisione assicurano, quasi sempre in modo acritico. Leggi.

UN ONESTO RIPENSAMENTO SULLE COMPETENZE
Dopo una presa di posizione molto critica sulle nuove indicazioni nazionali per i programmi liceali (vedi ilsussidiario.net del 7 aprile 2010), visti come antiquati nel loro accentuare l’importanza dei contenuti, Claudio Gentili, responsabile della Confindustria per l’ “Education” torna sulla diatriba “conoscenze versus competenze” in modo molto più problematico. Leggi.

GR