Qualche sera fa l’ex ministro
Carlo Calenda, ospite di una trasmissione televisiva, ha ribadito più volte che
il primo grande problema da risolvere in Italia è quello scolastico, perché una
scuola scadente come quella certificata dalle ultime prove Invalsi contribuirà
come nessun altro fattore a minare per molto tempo il nostro futuro. Lo ha
detto con una convinzione che da anni nessuno del suo partito aveva, a mia
memoria, espresso. Purtroppo gran parte di questo paventato rischio si è già
realizzato. Tuttavia siamo obbligati a sperare che alle sue parole seguano i
fatti. Il primo dei quali dovrebbe consistere nel rivolgere le sue amare
considerazioni direttamente al suo partito e in generale alla sinistra
(politica e sindacale), che tanta responsabilità ha
avuto nel ridurre la scuola – in cui è stata egemone – nelle condizioni in cui
versa, non senza la gentile collaborazione di quasi tutto lo schieramento
politico. Ed è ridotta com'è perché dalla riforma Berlinguer, da cui molto del
suo declino è iniziato (Autonomia scolastica, Statuto delle studentesse e degli
studenti), non ha conosciuto che improvvisati raffazzonamenti, spesso opera
delle medesime persone che da anni hanno guidato, direttamente o
indirettamente, gran parte della politica scolastica, passando, spesso senza
alcun merito, da una “cadrega” all'altra. Persone del genere, per troppo ovvie
ragioni, è raro che abbiano interesse a confrontarsi con chi fa proposte e analisi del sistema scolastico diverse dalle
loro. E non a caso in questi anni e ben prima dei dati Invalsi a nulla sono
serviti gli appelli, le indagini demoscopiche e perfino i dati dell’Ocse. I quali ci dicono che la scuola sta da
anni scivolando in una crisi irreversibile, che riguarda non solo la
preparazione degli studenti, ma anche la loro coscienza civile. Vorrei inoltre
ricordare a Calenda che la situazione è più grave di come la dipingono i dati
Invalsi, che nulla dicono a proposito della qualità dei docenti e dei dirigenti
e neppure sullo stretto rapporto tra rispetto delle regole e apprendimento.
Occorre agire con la massima urgenza perché il tempo è oramai quasi scaduto. E
per poter salvare la scuola occorre prima di qualsiasi altra cosa selezionare
una classe docente preparatissima, in grado di dare il meglio di sé e di
pretenderlo dagli allievi. I quali dovranno imparare che la conoscenza è sempre
conseguenza di impegno, dedizione, fatica e rispetto degli altri e di sé
stessi. E per favore smettiamo di credere, come sostiene la quasi totalità
degli addetti ai lavori di cui sopra, che basteranno le Flipped Classroom, il
Role Playng, il Cooperative Learning o il Circle Time ad alzare il livello dei
nostri studenti. Purtroppo la politica scolastica dell'attuale governo non ci
rassicura affatto, in quanto quasi esclusivamente preoccupata di raccogliere
senza tanti sforzi, al pari di tanti altri governi, i consensi del mondo
scolastico, assumendo decine di migliaia di docenti e impiegati senza alcuna
seria verifica sulla loro professionalità. Un mondo scolastico ormai
abbandonato a sé stesso e non più in grado di garantire un futuro alle nuove
generazioni. E pensare che grazie alla scuola del dopoguerra, come ci ricorda
lo storico Adriano Prosperi nel suo bellissimo saggio Un volgo disperso, “figli e nipoti dei contadini di un tempo sono
diventati altro: operai, commercianti, industriali, insegnanti, impiegati”.
Molti ragazzi socialmente svantaggiati di oggi, invece, non possono aspirare a
niente del genere, neanche a poter diventare operai specializzati, perché la
scuola non funziona come dovrebbe. Speriamo che Calenda pensi
anche a questo, visto che da decenni la sinistra non si è preoccupata di farlo.
Valerio Vagnoli
