Sulle consuete contestazioni alle prove Invalsi, ieri
l’altro il “Corriere della Sera” pubblicava un commento di Gianna
Fregonara, molto critico verso le resistenze che si manifestano nel mondo
della scuola. Immediata la reazione di Giorgio
Israel, storico avversario di questo tipo di prove, che sul suo blog accusa
la giornalista di identificare la valutazione con i test dell’Istituto
Nazionale a ciò preposto. Sulla “Stampa” di ieri, infine, Luca
Ricolfi ammette di essere col tempo diventato più critico verso le prove
Invalsi, a causa delle distorsioni e delle dinamiche negative che tendono a
produrre nella scuola, la principale delle quali è la probabile induzione di
una didattica orientata alla soluzione delle prove più che all’approfondimento
delle materie, nella convinzione che prima o poi serviranno anche per valutare
i docenti e che sostituiranno i voti nella valutazione degli allievi. Anche per
quanto riguarda i contenuti dei test, lo stesso Israel ne ha sottolineato
l’inadeguatezza, almeno per quanto riguarda la matematica. Delle verifiche
nazionali sulla preparazione della popolazione scolastica potrebbero essere
utili e accettabili se si limitassero ad accertare soltanto conoscenze e
abilità elementari nelle diverse materie, il che tra l’altro non dovrebbe
accendere la miccia del “teaching to the test”.
Senza addentrarsi ulteriormente nel merito del quadro
polemico variamente delineato dai tre interventi, va detto che un problema a
parte è però costituito dalle responsabilità di una parte degli insegnanti in
tema di valutazione degli apprendimenti. Da molto tempo abbiamo più volte
denunciato su questo blog il fatto che, grazie anche all’incoraggiamento
dell’intellighenzia pedagogica e alle sollecitazioni ministeriali, molti
scrutini finali si trasformano in una fiera del falso in atto pubblico, con la
cancellazione di innumerevoli insufficienze anche gravi in nome delle più varie
motivazioni e attenuanti di carattere sociale, psicologico e didattico. Negli
ultimi anni è poi venuta alla ribalta, grazie al confronto con i risultati dei
test Ocse-Pisa, la larghezza di maniche con cui – mediamente – le scuole del
sud assegnano i punteggi massimi negli esami di Stato. È poi tristemente nota
l’elevata percentuale di studenti che copiano sia durante l’anno che nelle
prove d’esame, non di rado con la benevola tolleranza e a volte con l’attiva
complicità di chi dovrebbe vigilare. Tutto questo ha fortemente compromesso la
credibilità complessiva della scuola italiana in fatto di valutazione degli
allievi e di conseguenza ha spinto potentemente verso forme di valutazione
esterna che affianchino o addirittura sostituiscano (come pure qualcuno
propone) quella dei docenti. Alla tendenza verso prove “oggettive” concorrono
paradossalmente anche le modalità scelte da una parte degli insegnanti per
manifestare la loro opposizione ai test Invalsi. Invitare le famiglie a tenere i figli a
casa, istigare gli studenti a lasciare le prove in bianco oppure aiutarli a
dare le risposte o consentire che si aiutino fra di loro sono comportamenti che
non solo violano “gli obblighi di diligenza, lealtà e imparzialità” a cui sono
tenuti i pubblici dipendenti, ma concorrono anch’essi a sminuire l’affidabilità
professionale dei docenti italiani come garanti della correttezza e della
regolarità delle verifiche e delle prove d’esame. In definitiva, solo una
scuola in cui tutti si riconoscano fino in fondo nei valori del merito e della
responsabilità può essere davvero autorevole nel dibattito pubblico sui temi
che la riguardano. (GR)
