giovedì 9 giugno 2011

COMMENTI DEI FIRMATARI DELLA DICHIARAZIONE PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI

Pubblichiamo una scelta dei commenti che hanno accompagnato molte adesioni. Sono rappresentative anche di altre, espresse più o meno negli stessi termini.

ADERISCO!!! ERA ORA!!! - Renzo Stefanel

Nella riunione preliminare della commissione porterò all’attenzione dei colleghi il vostro documento per opportuna conoscenza. - Mario Bianchi

Aderisco con estrema convinzione alla vostra iniziativa e leggerò la dichiarazione durante la riunione preliminare d'esame. - Valter Laudadio

Mi congratulo con voi tutti. Finalmente onore al merito!!! - Anna Maria Paolino

Non ho la "firma facile", ma in questo caso condivido parola per parola il vostro appello e lo sottoscrivo volentieri. Sergio Palazzi

Se un' importante istituzione come la scuola nei passaggi cruciali, rappresentati dagli esami di Stato, non dà importanza al rigore e alla serietà del proprio agire, perde la sua strada. - Fiorenza Giovannini

Che bello vedere che c'è un gruppo di uomini che hanno ancora un'idea educativa forte! - Marco Radelli

I Professori appartengono a una Magistratura educativa e come membri silenziosi dovrebbero ispirare i loro comportamenti a un profilo e a una dirittura morale coerenti con l'appartenenza a questo Corpus. - Saro Salamone

Finalmente! Sono felice di constatare che almeno alcuni Capi di Istituito cominciano a pensare che la Scuola, quella con la S maiuscola, non è solo un luogo ove si parla, tanto, di legalità ma anche un luogo dove si applica la legalità, la si insegna, seriamente, soprattutto con l'esempio e l'impegno quotidiano e si agisce, nel rispetto delle regole, unico modo per valorizzare il merito e l'impegno. - Lorenzo Fergonzi

Anch'io ritengo sia giusto svolgere le prove con la massima correttezza ed equità. Sono convinto che l'appello susciterà critiche dai falsi moralisti che si sentiranno ingiustamente colpiti da questa dichiarazione. Comunque già il seguire scrupolosamente le modalità per la stesura della terza prova dovrebbe, almeno in teoria, consentire la regolarità della stessa. Ma sono anche le fughe di notizie su voti e giudizi che rendono il clima d'esame più "arroventato". Troppi docenti amano informare i propri studenti di tutto quello che accade in commissione. - Andrea Marchetti

Sono già tanti i "furbetti" nella nostra società, e alimentare questa cultura mi sembra proprio una rovina sociale. - Giuseppe Pallanti

Condivido completamente questa iniziativa volta a valorizzare la serietà e l'etica professionale di tanti insegnanti, in un contesto attuale nel quale la scuola pubblica è considerata come " inculcatrice " di valori comunisti. Con la speranza che si possa, in un prossimo futuro, da parte dei politici, riscontrare la stessa importanza sulla funzione educativo-sociale della scuola Pubblica. - Luciano Paccini

Anch'io voglio unirmi a voi perché condivido a pieno i vostri intenti.Sono favorevolissima a lottare per la riqualificazione della scuola Italianache tanto ha perso in credibilità in questi ultimi anni. Grazie per l'iniziativa - Paola Lupi

Con grande gioia sono d'accordo per il documento per gli esami veramente seri. Cerchiamo di pubblicizzare l'iniziativa sia nei collegi dei docenti sia in pubblico. - Luca Guerranti

Approvo pienamente quanto da voi scritto! - Caterina Lorenzoni

Aderisco con gioia alla vostra iniziativa, essendomi prodigata per anni (prima come Commissario, e negli ultimi dodici anni come Presidente) a garantire agli studenti un trattamento equo, corretto e sereno, nel pieno rispetto della personalità e delle diverse capacità di ciascuno, cercando di far emergere il meglio da ciascuno, senza favoritismi o pressioni. Grazie per l'occasione che mi date, porterò il vostro documento nella mia scuola. - Carmela Lello

Condivido pienamente il vostro appello. Ogni anno agli esami devo discutere con colleghi che confondono il rispetto delle regole con rigidità ed eccesso di pignoleria. - Mara Bettini

Aderisco alla vostra iniziativa per una scuola del merito, contro esami distato falsi e contraffatti. Grazie per ciò che fate per la nostra scuola!!!! - Patrizia Alessandri

Desidero prima di tutto esprimere al Gruppo di Firenze piena condivisione sullo spirito e sui contenuti della dichiarazione relativa allo svolgimento degli esami di Stato e alla correttezza dei comportamenti professionali dei presidenti e dei membri di commissione. Non ho pertanto difficoltà alcuna ad accogliere la tua richiesta di diffonderla tra gli iscritti, facendo pervenire loro dal sito dell’Anp e dalla community dei docenti un invito a sottoscriverla. - Giorgio Rembado, presidente Anp

Aderisco con piena convinzione alla dichiarazione scritta dal Gruppo diFirenze; non solo, dichiaro anche che da 26 anni dirigo scuole e mi sonosempre comportata così (come pure prima da docente). Mi congratulo per l'iniziativa! - Giovanna Maria Iorio

Aderisco convintamente al documento in cui trovo richiamati i valori fondanti la funzione prima della scuola, che per essere tale deve ispirarsi a modelli etici esemplari. Le generazioni che stiamo formando sono bombardati da esempi deboli e contraddittori, quando non anche poco edificanti...che aspettiamo? Risolleviamola, questa scuola! - Laura Fasiolo

Ho condiviso con entusiasmo e convinzione la “Dichiarazione sugli Esami di Stato” proposta dal Gruppo di Firenze. - Antonino Formica

Condivido e mi associo volentieri alla vostra iniziativa. 'Rari nantes in hoc mediocritatis gurgite...” - Pasquale Del Pinto

Condivido pienamente il testo ed il senso profondo della dichiarazione: una scuola che non sia anche scuola di etica non ha ragione d'essere. - Cecilia Pirolo

Sottoscrivo con piacere la dichiarazione sulla necessità di una piena correttezza nello svolgimento degli esami di stato, in quanto esprime con pienezza e chiarezza le mie convinzioni personali. - Felice Signoretti

Aderisco con entusiasmo alla Dichiarazione. - Donatella Purger

Cari colleghi, aderisco senz'altro al vostro appello. Per quanto mi riguarda, del resto, agli studenti delle mie classi propongo di sottoscrivere all'inizio dell'anno un 'patto d'onore' che li impegna a non copiare. - Paolo Aziani

Da sempre condivido i valori della responsabilità e del merito nella Scuola, perchè solo così si possono veramente formare i nostri studenti e ridare dignità alla Scuola e alle persone che vi operano. Certamente qualche volta ho avuto l'impressione di essere un "Don Chisciotte" che lotta contro i mulini a vento...ma fa piacere sapere che ci sono anche tanti colleghi che la pensano come me. La mia esperienza mi ha insegnato che alla lunga i ragazzi apprezzano il comportamento coerente di un docente. - Maurizio Gavazza

martedì 7 giugno 2011

A "ZAPPING" LA DICHIARAZIONE PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI

Chi volesse può ascoltare l’intervista che ci ha fatto Aldo Forbice durante “Zapping”, il programma di Radio 1 che va generalmente in onda verso le 19.45. L’inizio corrisponde al 38° minuto. Ascolta.
Il bilancio mediatico, ancora provvisorio, è senz’altro positivo: a "Zapping" va aggiunto l’articolo di Belardelli in prima pagina sul “Corriere della Sera”; la lettura del medesimo nel programma di Radio 3 "Prima pagina"; un'intervista a "Fahrenheit" al professor Dei, correttamente introdotta spiegando l'iniziativa; un post sul blog di una giornalista del Sole 24 Ore, Francesca Barbiero, oltre alla presenza del testo su numerosi siti, compresi quelli della Uil, dell'Anp e dell'Andis.

lunedì 30 maggio 2011

"INSEGNANTI, NON FATE PIÙ COPIARE AGLI ESAMI"

La Dichiarazione di insegnanti e dirigenti per la correttezza degli esami di Stato approda sulla prima pagina del "Corriere della Sera" con un'efficace presentazione-commento di Giovanni Belardelli, da sempre sostenitore di una scuola più esigente e rigorosa. Leggendolo nel sito web del giornale, si possono utilmente scorrere 108 commenti dei lettori.
La giornalista del Sole24Ore Francesca Barbiero rilancia la notizia sul suo blog, integrandola con una testimonianza dal mondo studentesco ("I miei prof non dicono niente se teniamo i cell accesi. Scansiono a casa il libro e lo passo sul mio cell" e così via).

Ricordiamo che per sottoscrivere la dichiarazione, è sufficiente scrivere all'indirizzo gruppodifirenze@libero.it, indicando nome e cognome, ruolo (docente o preside), scuola e località.

Il documento verrà presentato in una conferenza stampa venerdì prossimo 3 giugno 2011, alle 12, presso il Liceo Visconti di Roma. Oltre ai promotori, interverranno il professor Rosario Salamone, preside del Liceo Visconti e primo firmatario fra i dirigenti; e il professor Marcello Dei, docente universitario di Sociologia dell’educazione e autore del recentissimo Ragazzi si copia, A lezione di imbroglio nelle scuole italiane (Il Mulino).
Sono stati invitati i dirigenti delle tre organizzazioni che hanno espresso apprezzamento e sostegno all’iniziativa: Giorgio Rembado e Gregorio Iannaccone, presidenti rispettivamente dell’Associazione Nazionale Presidi (Anp) e dell’Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici (Andis); e Massimo di Menna, Segretario generale della Uil scuola.

sabato 28 maggio 2011

FIRMA LA DICHIARAZIONE DI INSEGNANTI E DIRIGENTI PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI DI STATO

In vista degli ormai prossimi esami di Stato di terza media e di fine ciclo di studi, stiamo raccogliendo adesioni alla dichiarazione riportata qui sotto. Invitiamo a farla propria gli insegnanti e i dirigenti scolastici che avranno il ruolo di presidenti e membri delle commissioni, comunicando la propria adesione all'indirizzo In vista degli ormai prossimi esami di Stato di terza media e di fine ciclo di studi, stiamo raccogliendo adesioni alla dichiarazione riportata qui sotto. Invitiamo a farla propria gli insegnanti e i dirigenti scolastici che avranno il ruolo di presidenti e membri delle commissioni, comunicando la propria adesione all'indirizzo gruppodifirenze@libero.it. Proprio in coincidenza (fortuita) con l'avvio della nostra iniziativa, è uscito un libro di grande interesse e del tutto in sintonia con le motivazioni che ci hanno spinto a prenderla. Si tratta di Ragazzi, si copia, di Marcello Dei, edito dal Mulino (leggi la presentazione nel post del 1° maggio).
La dichiarazione, a oggi firmata da 329 prèsidi e insegnanti, verrà presentata venerdì 3 giugno a Roma in una conferenza stampa che si terrà a mezzogiorno presso il Liceo Visconti.

Dichiarazione di insegnanti e dirigenti per la correttezza degli esami di Stato

Fra poco si svolgeranno gli esami di Stato conclusivi del primo e del secondo ciclo di studi. Negli ultimi anni i mezzi di informazione hanno riferito di numerosi casi in cui non è stato assicurato il loro corretto svolgimento. Questo danneggia fortemente la credibilità della scuola italiana e l’immagine degli insegnanti e dei dirigenti.
Non c’è dubbio che la maggioranza dei colleghi agisca in modo inappuntabile e faccia il possibile per garantire la regolarità degli esami. Siamo però consapevoli che un malinteso atteggiamento di “comprensione” nei confronti degli studenti e la diffusa tendenza a considerare inutilmente fiscale la fermezza nel far rispettare le regole (e in alcune situazioni anche pressioni esterne) possono spingere a “chiudere un occhio” se qualcuno copia, a giustificare o a tollerare indebiti aiuti e persino comportamenti gravemente scorretti, come fornire ai propri allievi traduzioni e soluzioni.
Va invece ribadito che certi atteggiamenti non sono affatto un modo di “fare il bene dei ragazzi” e che anzi feriscono la giustizia e il merito. Una scuola, infatti, in cui venga in qualche modo compromessa la regolarità degli esami, abitua gli studenti alla scorrettezza, commette un’ingiustizia verso chi conta solo sulle sue forze e infine svaluta il senso dell’esame come momento importante di verifica delle capacità degli allievi. Viceversa, l’esempio di comportamenti coerenti con i valori che si insegnano costituisce per i giovani la più efficace educazione alla legalità.
Noi pensiamo che il ruolo e l’immagine dell’istruzione pubblica si difendano certamente reclamando nuove leggi e finanziamenti più adeguati, ma anche facendo nel modo migliore la propria parte e assumendosi fino in fondo le proprie responsabilità.
Ed è con questo spirito che noi sottoscritti commissari e presidenti di commissione dichiariamo pubblicamente che ci impegneremo per far sì che gli esami si svolgano in un clima sereno, ma nel rispetto della legalità, dell’equità e dell’imparzialità, a tutela del prestigio della scuola italiana, di coloro che vi operano con ammirevole impegno e dei tanti studenti che si preparano con serietà a questa importante prova.

[Per il testo con l'elenco dei firmatari:
http://gruppodifirenze2.blogspot.com/2011/05/dichiarazione-di-insegnanti-e-dirigenti_25.html]

martedì 24 maggio 2011

DOPO L'ANP E L'ANDIS, ANCHE LA UIL SCUOLA SI SCHIERA A FAVORE DELLA DICHIARAZIONE PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI

Con il sostegno comunicatoci oggi dal Segretario Generale della UIL Scuola Massimo Di Menna, il consenso alla Dichiarazione per la correttezza degli esami di Stato si fa decisamente consistente anche da parte delle organizzazioni rappresentative della scuola. Ecco il testo della sua comunicazione:

Gentile prof. Vagnoli,
condividendo i contenuti del documento che ci ha inviato, ben volentieri aderiamo all’invito di farlo veicolare tra i nostri iscritti, pubblicizzandolo anche sul nostro sito internet.
L’iniziativa, infatti, è perfettamente coerente con l’impegno per la tutela e la valorizzazione dell’impegno professionale dei docenti che da sempre contraddistingue l’azione della UIL Scuola.
Cordialmente
Massimo Di Menna
Segretario generale UIL Scuola




Nei giorni scorsi ci era giunte analoghe comunicazioni anche dal Presidente dell'Associazione Nazionale Presidi (ANP), Giorgio Rembado e dal Presidente dell'Associazione Nazionale Dirigenti Scolastici (ANDIS), Gregorio Iannaccone:

Caro collega Vagnoli,
desidero prima di tutto esprimere a te e, per tuo tramite, al Gruppo di Firenze piena condivisione sullo spirito e sui contenuti della dichiarazione relativa allo svolgimento degli esami di Stato e alla correttezza dei comportamenti professionali dei presidenti e dei membri di commissione. Non ho pertanto difficoltà alcuna ad accogliere la tua richiesta di diffonderla tra gli iscritti, facendo pervenire loro dal sito dell’Anp e dalla community dei docenti un invito a sottoscriverla.
Un caro saluto.
Giorgio Rembado
presidente Anp


Caro collega,
inoltrerò la proposta ai dirigenti dell'Associazione perché possano divulgarla.
Cordiali saluti
Gregorio Iannaccone
presidente nazionale ANDIS

domenica 22 maggio 2011

DUECENTONOVANTASETTE DIRIGENTI E DOCENTI HANNO FIN QUI FIRMATO LA DICHIARAZIONE PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI

In vista degli ormai prossimi esami di Stato di terza media e di fine ciclo di studi, stiamo raccogliendo adesioni alla dichiarazione riportata qui sotto. Invitiamo a farla propria gli insegnanti e i dirigenti scolastici che avranno il ruolo di presidenti e membri delle commissioni, comunicando la propria adesione all'indirizzo In vista degli ormai prossimi esami di Stato di terza media e di fine ciclo di studi, stiamo raccogliendo adesioni alla dichiarazione riportata qui sotto. Invitiamo a farla propria gli insegnanti e i dirigenti scolastici che avranno il ruolo di presidenti e membri delle commissioni, comunicando la propria adesione all'indirizzo gruppodifirenze@libero.it. Proprio in coincidenza (fortuita) con l'avvio della nostra iniziativa, è uscito un libro di grande interesse e del tutto in sintonia con le motivazioni che ci hanno spinto a prenderla. Si tratta di Ragazzi, si copia, di Marcello Dei, edito dal Mulino (leggi la presentazione nel post del 1° maggio).

Dichiarazione di insegnanti e dirigenti per la correttezza degli esami di Stato

Fra poco si svolgeranno gli esami di Stato conclusivi del primo e del secondo ciclo di studi. Negli ultimi anni i mezzi di informazione hanno riferito di numerosi casi in cui non è stato assicurato il loro corretto svolgimento. Questo danneggia fortemente la credibilità della scuola italiana e l’immagine degli insegnanti e dei dirigenti.
Non c’è dubbio che la maggioranza dei colleghi agisca in modo inappuntabile e faccia il possibile per garantire la regolarità degli esami. Siamo però consapevoli che un malinteso atteggiamento di “comprensione” nei confronti degli studenti e la diffusa tendenza a considerare inutilmente fiscale la fermezza nel far rispettare le regole (e in alcune situazioni anche pressioni esterne) possono spingere a “chiudere un occhio” se qualcuno copia, a giustificare o a tollerare indebiti aiuti e persino comportamenti gravemente scorretti, come fornire ai propri allievi traduzioni e soluzioni.
Va invece ribadito che certi atteggiamenti non sono affatto un modo di “fare il bene dei ragazzi” e che anzi feriscono la giustizia e il merito. Una scuola, infatti, in cui venga in qualche modo compromessa la regolarità degli esami, abitua gli studenti alla scorrettezza, commette un’ingiustizia verso chi conta solo sulle sue forze e infine svaluta il senso dell’esame come momento importante di verifica delle capacità degli allievi. Viceversa, l’esempio di comportamenti coerenti con i valori che si insegnano costituisce per i giovani la più efficace educazione alla legalità.
Noi pensiamo che il ruolo e l’immagine dell’istruzione pubblica si difendano certamente reclamando nuove leggi e finanziamenti più adeguati, ma anche facendo nel modo migliore la propria parte e assumendosi fino in fondo le proprie responsabilità.
Ed è con questo spirito che noi sottoscritti commissari e presidenti di commissione dichiariamo pubblicamente che ci impegneremo per far sì che gli esami si svolgano in un clima sereno, ma nel rispetto della legalità, dell’equità e dell’imparzialità, a tutela del prestigio della scuola italiana, di coloro che vi operano con ammirevole impegno e dei tanti studenti che si preparano con serietà a questa importante prova.

lunedì 16 maggio 2011

MASTROCOLA VERSUS DE MAURO

In un articolo su “Paese Sera” degli anni ’70, che ancora conservo, Tullio De Mauro se la prendeva con la “nefasta usanza dei «temi»: una cancrena di cui la scuola italiana stenta a liberarsi”; e passava in rassegna le autorevoli critiche a questo strumento didattico, da Guido Calogero a Giuseppe Lombardo Radice, da Carducci a Gentile e a Augusto Monti. Per far comprendere i danni di questa “turpe e sciagurata pratica viziosa dei temi” [sic], l’autore non portava esempi di titoli, né citazioni da uno di questi testi; si capisce soltanto che ce l’aveva soprattutto col tema “retorico”, cioè con esercitazioni in cui si chiedeva agli studenti di girare a vuoto su cose scritte da altri.
L’argomento meriterebbe un po’ più di spazio; qui basta dire che “un tema” è pur sempre “un argomento”; e ce ne sono infiniti, che si possono trattare in infiniti modi, con i più diversi stili e con i più svariati obbiettivi. Insomma, abusus non tollit usum. E almeno la capacità della scrittura di meglio strutturare il pensiero la dobbiamo pur mettere sull’altro piatto della bilancia; al punto che il filosofo Luigi Lombardi Vallauri ha potuto dire, durante una sua lezione, che “nessuno sa veramente quello che pensa fino a quando non l’ha scritto su un pezzo di carta”.
L’intervento di De Mauro mi è tornato in mente leggendo oggi una risposta di Paola Mastrocola proprio al ministro linguista, che parlando al Salone del Libro l’aveva accusata di criticare la scuola pubblica esattamente come fanno Berlusconi e alcuni ministri di questo governo. E l’articolo dell’insegnante e scrittrice si intitola per l’appunto Chi ha ucciso il tema in classe è il vero nemico della scuola, dove per tema si intende soprattutto la trattazione di argomenti letterari. Per Paola Mastrocola, insomma, la battaglia contro il tema e a favore di scritture “funzionali” (l’autrice cita il “verbale”) ha contribuito non poco ad abbassare rovinosamente il livello culturale dei giovani. Leggi

Giorgio Ragazzini

domenica 15 maggio 2011

DALL'INVALSI UNA REPLICA ALLE CRITICHE

Elena Ugolini, del comitato di indirizzo dell'Invalsi, replica, sdrammatizzando, alle critiche di questi giorni, sostenendo tra l'altro che "non sono necessari addestramenti particolari. Occorre 'semplicemente' abituare i ragazzi al rigore, all’attenzione ad ogni singola parola, a non trarre conclusioni senza chiedersi il perché". Leggi.

martedì 10 maggio 2011

TRE CONTRIBUTI CRITICI NEL GIORNO DELL’INVALSI

Nel giorno della “somministrazione” dei test Invalsi, Luca Ricolfi sulla “Stampa” propone un’analisi imperniata su due punti: le motivazioni del “fuoco di sbarramento” di cui sono state oggetto da parte di molte scuole (riconducibili alla paura degli insegnanti di essere valutati) e i veri motivi per cui a suo avviso è giusto essere critici: scarsa chiarezza sugli obbiettivi da parte del Ministero, mancata sostituzione degli insegnanti della scuola con personale esterno, scarsa corrispondenza tra quello che i test richiedono e quello che si insegna e soprattutto il grave rischio di andare verso un insegnamento orientato alla soluzione dei test (evangelicamente parlando, non il sabato per l’uomo, ma l’uomo per il sabato). Ricolfi fa esplicito riferimento alle tesi di Giorgio Israel e in modo particolare a un suo recente articolo sulla situazione in Finlandia, leader mondiale delle classifiche Ocse, in cui secondo voci autorevoli - anche finlandesi - la capacità degli studenti di superare i test PISA sarebbe elevata, mentre le loro conoscenze in questa disciplina avrebbero subìto “un declino drammatico”.
Sul “Corriere della Sera”, infine, Giovanni Belardelli sottolinea la “vera e propria fobia” verso ogni valutazione che è all’origine del boicottaggio propugnato dai Cobas.
Infine una precisazione, che abbiamo dovuto fare più volte: come i test di oggi, anche il tentativo di valutazione dei docenti messo in atto da Berlinguer, a cui Ricolfi fa riferimento, non fu respinto soltanto per le paure e il conservatorismo dei docenti, ma perché gli obbiettivi (creare la fascia dei docenti “più bravi) combinati con le procedure e i criteri adottati erano molto discutibili, tanto che Riccardo Chiaberge sul Corriere definì il tutto “un’avvilente lotteria” (vedi il post del 2 novembre 2008).

venerdì 6 maggio 2011

INVITO A FIRMARE UNA DICHIARAZIONE PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI DI STATO

In vista degli ormai prossimi esami di Stato di terza media e di fine ciclo di studi, stiamo raccogliendo adesioni alla dichiarazione riportata qui sotto. Invitiamo a farla propria gli insegnanti e i dirigenti scolastici che avranno il ruolo di presidenti e membri delle commissioni, comunicando la propria adesione all'indirizzo gruppodifirenze@libero.it.
Proprio in coincidenza (fortuita) con l'avvio della nostra iniziativa, è uscito un libro di grande interesse e del tutto in sintonia con le motivazioni che ci hanno spinto a prenderla. Si tratta di
Ragazzi, si copia, di Marcello Dei, edito dal Mulino (Leggi la presentazione nel post precedente).

DICHIARAZIONE DI INSEGNANTI E DIRIGENTI PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI DI STATO

Fra poco si svolgeranno gli esami di Stato conclusivi del primo e del secondo ciclo di studi. Negli ultimi anni i mezzi di informazione hanno riferito di numerosi casi in cui non è stato assicurato il loro corretto svolgimento. (Continua a leggere>)

domenica 1 maggio 2011

UN LIBRO METTE A NUDO IL TABÙ DEL COPIARE


RAGAZZI SI COPIA. A lezione di imbroglio nelle scuole italiane, di Marcello Dei, il Mulino, marzo 2011.

Un altro tabù finalmente preso di mira: il copiare come peccato veniale, il far copiare come gesto di solidarietà. Il libro, frutto di una ricerca sul campo che ha coinvolto allievi delle elementari, delle medie e delle superiori, analizza un ampio ventaglio di dati e mette in discussione luoghi comuni, pseudo-giustificazioni, contorsioni mentali, evidenziando la generalizzata sottovalutazione del fenomeno, la diffusa tolleranza e non di rado la complicità da parte di molti fra i docenti e i presidi.

Dalla quarta di copertina:
Così copian tutti: i maschi come le femmine, i figli della borghesia come quelli degli operai, alle elementari come alle medie e alle superiori, nei licei come negli istituti tecnici e professionali, al Nord come al Sud. In molti casi a farlo sono 9 su 10. Dopo averlo fatto provano indifferenza o sollievo, ma anche soddisfazione e fierezza. Dobbiamo stupircene, in una scuola ormai arresa alla cultura del consumo, all'individualismo rampante, allo sprezzo delle regole? Gli studenti non si sentono impegnati a mettersi alla prova e migliorarsi, ma clienti/consumatori che "godono" di un servizio. Li incoraggia un clima di tolleranza che smentisce il principio di autorità, svuota di senso la cittadinanza, mina il rispetto della legalità. La pedagogia della comprensione è diventata benevolenza a buon mercato o addirittura complicità. Con la benedizione di tutti: genitori, insegnanti, ma anche raffinati intellettuali. In altre parole: copiare per diventare cattivi cittadini.

mercoledì 20 aprile 2011

IL BAGNO DI REALTÀ IMPOSTO DALLA CRISI

"C’è un nesso tra la rivalutazione del lavoro manuale e l’uscita dalla crisi? Penso di sì e proprio per questo motivo la riapertura di una discussione pubblica sulla (mancata) propensione dei giovani a misurarsi con la manualità ha senso”. Così Dario Di Vico sul “Corriere della Sera” di ieri. Raramente è stato dato tanto spazio come in questi giorni alla riscoperta dei mestieri manuali e alla valorizzazione delle scuole tecniche e professionali, mentre perdono vertiginosamente punti i licei come trampolino per tuffarsi nel mondo del lavoro. Giornali, radio, tv si interrogano sulla concorrenza, vera o presunta (dipende dai settori) fra giovani extracomunitari e giovani “indigeni”, alquanto restii a sporcarsi le mani, magari temporaneamente, con mestieri faticosi.
Drastico Giuseppe De Rita: “Basta corsi di specializzazione, basta master, basta studiare cose inutili. Serve un grande piano nazionale per la formazione sul posto di lavoro, finanziato con soldi pubblici, per uscire dalla precarietà e per riportare i giovani anche al lavoro manuale” (“La Repubblica” del 18 aprile). Pare proprio, insomma, che la “struttura”, cioè le necessità dell’economia, si stia incaricando di mettere in crisi la “sovrastruttura”, l’ideologia del “tutti a scuola” - debitamente licealizzata - fino a 16 e magari fino a 18 anni.

GR

Leggi anche: "Il vero problema? I giovani non conoscono i vecchi mestieri"

domenica 17 aprile 2011

BERARDELLI SUGLI INSEGNANTI: IL VERO PROBLEMA SONO QUELLI "PALESEMENTE INADATTI"

Lo storico Giovanni Berardelli, uno degli opinionisti del “Corriere” che più spesso si occupano di scuola, commentando il nuovo attacco di Berlusconi agli insegnanti “indottrinatori”, si chiede se la forte presenza di insegnanti di sinistra nella scuola debba essere la principale preoccupazione del governo e non invece quella di innalzare il livello qualitativo medio dei docenti. Ma non, almeno prioritariamente, premiando i più bravi; infatti, “ciò di cui soprattutto soffre la scuola italiana, ciò che spesso abbassa la qualità dell’insegnamento, è in primo luogo la presenza di una cospicua minoranza di insegnanti palesemente inadatti al proprio compito, di fronte ai quali anche presidi capaci e motivati possono fare poco o nulla”.
Chi ci segue sa che su questa priorità, dettata dal buon senso e dall’esperienza, abbiamo insistito più volte (l’ultima il 18 marzo scorso). Ed è molto importante che ora venga fatta propria anche da un autorevole commentatore sul maggiore quotidiano nazionale. Leggi.

martedì 12 aprile 2011

DELLA LOGGIA E LE GENERAZIONI PERDUTE

Sul “Corriere della Sera” Ernesto Galli della Loggia è tornato ieri sul problema del merito a proposito della fuga dei cervelli dal nostro Paese. Come molti sanno, Della Loggia è stato uno dei firmatari del nostro appello a favore del merito e della responsabilità, un tema che gli è caro e che torna più volte nei suoi articoli. Su quello che scrive oggi, ritengo opportuno esprimere un paio di riflessioni. Innanzitutto ricordare che da tempo immemorabile le “eccellenze” abbandonano il nostro Paese perché molte di quelle cause che per Galli della Loggia sono oggi alla base di tale fughe, sono purtroppo ben radicate nella nostra storia e nella nostra antropologia culturale: familismo amorale e “rispetto” per le posizioni consolidate, in attesa del proprio turno.(Continua a leggere)

Valerio Vagnoli

giovedì 7 aprile 2011

FORMAZIONE PROFESSIONALE: RIUSCIRÀ LA TOSCANA A LIBERARSI DEL DIRIGISMO?

(da "ilsussidiario.net" di oggi)

Non piccolo errore fanno que’ padri di famiglia che non lasciano fare nella fanciullezza il corso della natura agl’ingegni dei figlioli e che non lasciano esercitarli in quelle facultà che più sono secondo il gusto loro.
Perocché il voler volgerli a quello che non va loro per l’animo
è un cercar manifestamente che non siano mai eccellenti in cosa nessuna; essendo che si vede quasi sempre che coloro che non operano secondo la voglia loro
non fanno molto profitto in qualsivoglia esercizio.

(Giorgio Vasari)

Stando all’intervento di Patrizio Bianchi, assessore regionale alla scuola dell’Emilia Romagna, sembra che quel governo regionale stia facendo passi avanti “non puramente marginali” per superare, come ha scritto Marco Lepore, “l’ideologia che vuole costringere i ragazzi a sedere dietro un banco di scuola superiore a dispetto di qualsiasi attitudine o capacità”.
In questi giorni anche in Toscana si sta mettendo a punto, fra riunioni e consultazioni di dirigenti, la configurazione dei trienni di IeFP. (Leggi tutto)

Giorgio Ragazzini

domenica 3 aprile 2011

IL CASO DEL PARINI CONFERMA CHE...

Il caso della professoressa del liceo Parini di Milano, che qualche giorno fa dichiarò di essere costretta a chiedere il trasferimento per le continue contestazioni dei genitori, è stato ripreso ieri nella cronaca milanese del “Corriere della Sera”. Nell’articolo si apprende che gli ispettori inviati per chiarire la situazione hanno dichiarato attendibili le dichiarazioni dei ragazzi, già apparse nei giorni scorsi sul giornale e che si possono così sintetizzare: l’insegnante spiega male e in più offende gli studenti. Il provveditore di Milano (o meglio il dirigente dell’Ufficio scolastico provinciale) ha fatto balenare, in una dichiarazione alquanto sibillina, l’ipotesi di tre possibili provvedimenti (sospensione, trasferimento per incompatibilità e addirittura licenziamento), “se dovesse emergere che la professoressa seppur momentaneamente non può svolgere l’insegnamento” (leggi tutto l’articolo).
Non ci sogniamo neppure di entrare nel merito della vicenda. La quale però costituisce una prova palmare di quanto abbiamo scritto e riscritto a proposito di valutazione, da ultimo il 18 marzo scorso. E cioè: invece di avventurarsi prioritariamente su terreni poco praticabili o poco produttivi come l’individuazione dei migliori insegnanti o la misurazione degli apprendimenti ai fini della valutazione dei singoli docenti, è indispensabile riattrezzare la scuola italiana con un corpo di ispettori in grado di mettere periodicamente sotto osservazione tutte le scuole, per assicurarsi che la loro qualità sia almeno accettabile rispetto ad alcuni fondamentali parametri, tra cui indubbiamente c’è l’adeguatezza minima di tutti i docenti e del dirigente; un accertamento che non richiede certo sofisticatissime tecniche valutative. Non è da paese serio che si affronti un singolo caso perché ha fatto notizia, mentre ce ne sono tanti altri di cui nessuno si occupa. Manca il personale, mancano norme che consentano di prendere senza indugio i necessari provvedimenti, pur mantenendo la giuste garanzie (compresa quella di non finire subito sui giornali) per chi è messo sotto osservazione.

GR)

lunedì 28 marzo 2011

I “NATIVI DIGITALI”: REALTÀ O STEREOTIPO?

Ancora un articolo che parla di "nativi digitali" per dichiarare superata, o superanda, la scuola attuale: La nuova "alleanza" tra nativi digitali e prof può cambiare la scuola , di Annamaria Poggi su "ilsussidiario.net". Con un mio commento, seguito da quello di Giorgio Israel. (GR)

domenica 27 marzo 2011

DA BARBIANA A BARBAIANA

 
Il giovane parroco di Barbaiana (frazione di Lainate) ha deciso, con apprezzabile fermezza, di tener fuori dall’oratorio una quarantina di adolescenti violenti e prepotenti (leggi). Don David dichiara che in un’altra delle tre parrocchie di cui è reggente qualcuno gli ha dato del lassista perché si è limitato a buttar fuori dall’oratorio solo un ragazzo. Segno, quest’ultimo, di come la prepotenza delle bande di bulli (in questo caso tutti italianissimi) sia sempre meno tollerata dalla gente, perché evidentemente sta prendendo sempre più campo.
In questi ultimi anni l’attenzione degli “educatori” è stata rivolta prevalentemente e prioritariamente ai bulli piuttosto che alle vittime, come più volte ha denunciato il neuropsichiatra Michele Zappella. Un atteggiamento dovuto in gran parte ad una sorta di connubio tra un pensiero cattolico quanto mai banalizzato e un altrettanto banalizzato pensiero marxista d’impronta sociologico-paternalista. Questa deriva buonista cominciò a dare il peggio di sé dopo i primi arresti dei terroristi e dopo il “passaggio a regime” dell’ideologia sessantottina. Nei primi anni i buonisti si impegnarono esclusivamente nel recupero dei “rossi” e solo in un secondo momento misero la loro bontà al servizio anche dei terroristi “neri “. Dall’imperare del buonismo non si erano nel frattempo salvate le aule scolastiche; e infatti ai bulli fu rivolta gran parte dei progetti tesi a sostenerne il recupero e l’inserimento nella comunità scolastica. Ovviamente passatista o fascista veniva considerata l’idea di sanzionarli con sospensioni o altra roba del genere. Come spesso avviene in una società essenzialmente di stampo consumistico, anche nei confronti dei ragazzi “ difficili”, o presunti tali, si è in seguito sviluppato un processo analogo. Infatti, qualsiasi tipo di difficoltà scolastica un ragazzo presenti, si va sempre più alla ricerca, da parte innanzitutto dei genitori - spalleggiati da psicologi ed “esperti” di varia natura in cerca di occupazione - di una qualche patologia (sia essa di carattere sociale che di altra natura), che serva a trovare attenuanti e giustificazioni varie alle difficoltà comportamentali che i ragazzi presentano e che vanno pertanto tollerate e sempre accompagnate da materna comprensione.
Di progetti per aiutare le vittime, per lungo tempo, non vi è stata traccia neanche nelle scuole, figuriamoci al di fuori del mondo scolastico! Molti di loro, per anni e anni, hanno vissuto l’ulteriore umiliazione di vedere gran parte delle energie e delle risorse scolastiche impegnate a vantaggio dei loro compagni degni, in quanto carnefici, di maggior attenzione, rispetto a loro, visti talvolta dagli educatori come una sorta di privilegiati perché non toccati dal male o dalla malasorte. E per anni, chiunque si provasse a rivendicare anche il rispetto e i diritti delle vittime , era bollato, nella migliore delle ipotesi, come laudator temporis acti.
Don Milani, parroco di Barbiana (nome curiosamente assai simile a quello della parrocchia di don David, Barbaiana), non avrebbe mai tollerato, alla pari di questo suo giovane collega, che i carnefici venissero prima delle loro vittime E fa un certo piacere constatare che oggi anche nelle parrocchie si torni, come dice don David ,“a proteggere i più deboli”. E come fa don David, al pari di tantissimi insegnanti, è assolutamente opportuno non perdere mai il rapporto educativo con i prepotenti e i violenti. Ma prima vengono i diritti delle vittime, compreso quello di vedere i bulli puniti per la loro violenza, essendo la punizione il primo atto educativo attraverso il quale si dimostra a chi sbaglia che dietro ogni nostro atto c’è una conseguenza e una responsabilità dalla quale non si prescinde. Don David, malgrado la sua giovane età, lo ha capito benissimo e altrettanto bene lo aveva capito don Milani. Peccato che , in passato, non lo abbiano capito molti dei suoi seguaci. Ma si sa, i superficiali adattano alla meglio i loro maestri alla loro superficialità o ai loro fini contingenti. Forse la nottata comincia a finire e c’è di che sperare se tutto ciò avviene a Barbaiana!
PS: Ovviamente alcune mamme dei bulli hanno protestato. Le brave donne proprio non ce la fanno a pensare ai loro figli esclusi dalla comunità all’interno della quale trovavano, povere creature, quel naturale divertimento che consisteva nello spadroneggiare a più non posso. I cocchi di mamma evidentemente, con quei loro atteggiamenti, promettevano un futuro da leader di successo alle loro madri, ignare del fatto che i bulli, da adulti, sono frequentemente destinati al fallimento.

Valerio Vagnoli

venerdì 25 marzo 2011

SUL CONFLITTO DEL PARINI FRA DOCENTI E GENITORI

Se ne parla da tre giorni, ma ancora non si è capito un granché di quello che è successo al Liceo Parini di Milano, come spesso accade in questi casi, qualche volta anche per il modo approssimativo con cui vengono confezionati i servizi giornalistici.
Oggi il “Corriere della Sera” prova a fare il punto della situazione, accompagnandolo con i commenti di due psicoterapeute: Silvia Vegetti Finzi colloca i numerosi episodi di aggressività genitoriale verso i docenti nel quadro di una troppo prolungata centralità delle madri nell’educazione dei figli. Di conseguenza la funzione dell’accudimento, tipica delle prime fasi dello sviluppo, prevale sulla spinta verso la responsabilità anche quando i figli sono cresciuti.
Federica Mormando, invece, ritiene che spesso l’intervento dei genitori sia giustificato dallo scarso controllo esistente sui docenti che non sanno sostenere il proprio ruolo, per alcuni dei quali i dirigenti dovrebbero “avere il potere di demandarli ad altra funzione in caso di provata inefficienza”. Due punti di vista che in realtà si integrano più che contrapporsi, tanto che molte volte sia la crisi dei ruoli educativi sia la pratica assenza di controlli sull'idoneità professionale dei docenti sono state oggetto di riflessione su questo blog, nei post come nei commenti.
(GR)

venerdì 18 marzo 2011

DUE PRIORITÀ PER LA VALUTAZIONE DEGLI INSEGNANTI

Lo scorso 16 marzo si è svolto a Roma un convegno dal titolo “Qualità, merito e innovazione nella Scuola, un traguardo per la Nazione”, promosso dalla Fondazione Liberamente, a cui è stato invitato il Gruppo di Firenze. Di seguito pubblichiamo l’intervento che Giorgio Ragazzini ha svolto a nome del gruppo. Era presente il Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.


Comincerei con una domanda: qual è il principale obbiettivo della valutazione degli insegnanti? La risposta sembra ovvia: innalzare la qualità media dell’insegnamento e quindi della scuola. Da questo punto di vista, è davvero prioritario, oggi come oggi, premiare i più bravi fra i docenti? Siamo certi che questo avrà delle ricadute positive sulla scuola e che non ci siano importanti controindicazioni?
Prescindiamo qui, per brevità, dall’attendibilità dei metodi usati per individuarli. Il buon senso suggerisce che si tratta di colleghi che hanno sempre lavorato bene e che continueranno certamente a farlo anche in assenza di un riconoscimento economico, essendo sorretti da forti motivazioni e dalla soddisfazione per i risultati che ottengono. A quanto so, anche le indagini internazionali in merito non incoraggiano a andare in questa direzione. D’altra parte è probabile che molti dei buoni insegnanti esclusi dagli aumenti o dai premi si sentano svalutati e che il loro lavoro ne risenta negativamente.
La raccomandazione che ci permettiamo di fare al Ministro è di cominciare dal basso invece che dall’alto. La scuola italiana continua a non voler affrontare il problema dell’esistenza di un certo numero di docenti, (nonché di dirigenti), che sono semplicemente inadeguati al loro compito e che oggi difficilmente possono essere messi in condizioni di non nuocere. Probabilmente non sono moltissimi, ma la loro presenza è senza dubbio dannosa per l’immagine della scuola pubblica e per quei ragazzi che costringiamo a subirli, oltre che per i cattivi esempi che, in quanto tollerati, possono indurre disimpegno e demotivazione. Lo stesso Abràvanel indica nell’impossibilità di “allontanare i disastri” uno dei punti deboli del nostro sistema. Ma è anche un’ingiusta penalizzazione per gli studenti più svantaggiati, che non possono recuperare in altro modo ciò che certi docenti inadeguati gli negano. Se non si possono assicurare a tutti insegnanti eccelsi, dobbiamo garantire alle famiglie che siano quanto meno “sufficientemente buoni”.
Se poi guardiamo le cose anche dal punto di vista dell’equità e del riconoscimento del merito, certamente la grande maggioranza dei colleghi considera profondamente ingiusto che chi è gravemente inadeguato o scorretto sul piano professionale sia messo sullo stesso piano di chi - ottimo, buono o sufficiente che sia - ha sempre fatto il suo dovere.
Sopra alla fascia dei decisamente insufficienti - quella che potremmo chiamare del “demerito” - ce n’è un’altra su cui dovremmo investire: i colleghi in difficoltà. Logorati da classi difficili, carenti per questo o quell’aspetto della loro preparazione, spesso non sorretti dai dirigenti e da un clima di fermezza nel rispetto delle regole, questi insegnanti avrebbero invece bisogno di essere sostenuti e aiutati anche tramite opportune consulenze (psicologi, logopedisti, assistenti sociali, ecc), del resto sempre più necessarie al buon funzionamento della scuola in genere. L’insegnante “lasciato solo” alle prese con un mestiere sempre più difficile costituisce uno dei luoghi comuni meglio fondati nella realtà della scuola italiana.
Ma c’è una seconda, importante priorità che coinvolge la valutazione ed è quella, altrettanto urgente, della cosiddetta “carriera”: la creazione, cioè, di nuovi ruoli qualificati da affidare a docenti che possiedano ulteriori talenti oltre a quello di saper insegnare e che affianchino il dirigente nel governo della scuola autonoma: insegnanti che si occupino dell’aggiornamento e della ricerca, della formazione dei nuovi docenti (anche tramite distacchi presso l’università), dei servizi alla didattica e via dicendo.
Riassumendo questo breve contributo al problema della valutazione dei docenti, sono due gli obbiettivi assolutamente prioritari: innalzare la qualità media del corpo docente partendo, per così dire, dal basso invece che dall’alto; creare una vera e propria “classe dirigente” all’interno degli istituti scolastici.
Vi ringrazio dell’attenzione.

domenica 13 marzo 2011

LA SCUOLA CHE NON AMA GLI INSEGNANTI

Sul "Corriere della Sera" di ieri lo storico della filosofia Tullio Gregory fa un quadro desolato della scuola italiana, un’analisi in cui peraltro si possono ritrovare molti dei temi trattati su questo blog e che il professore emerito focalizza particolarmente sulla condizione degli insegnanti. Il cui ruolo è stato profondamente pervertito dalla convergente pressione di diversi attori, in particolare la “pedagogia progressista” e le famiglie (e, aggiungiamo noi, la classe politica nel suo insieme), in larga misura interessati a fare della scuola “una zona di parcheggio che non deve creare problemi”. Una trasformazione che nega l’idea stessa di scuola pubblica come luogo “di promozione sociale e civile”, in quanto “si è scambiata la scuola democratica con la scuola facile, la scuola aperta a tutti con quella che promuove tutti."
Nell’articolo si percepisce la passione per la scuola pubblica e il suo insostituibile ruolo, ma anche una profonda sfiducia nella possibilità di arrestarne il degrado (anche fisico) e alla fine Gregory esprime la sua comprensione per gli insegnanti che, smarriti e frustrati, vanno in pensione prima del tempo “per ritrovare forse qualche serenità in una normale vita di studio e di affetti.”

(A.R.)

giovedì 10 marzo 2011

RISULTATI SCOLASTICI E EDUCAZIONE ALLA RESPONSABILITÀ

Lo psicoterapeuta Osvaldo Poli, più volte citato su questo blog, tiene da alcuni mesi una rubrica fissa su “Famiglia Cristiana”: Un adolescente in casa. Nel numero in edicola coglie l’occasione della prima pagella per paragonare due diversi stili educativi, riferibili (ma solo tendenzialmente) rispettivamente alla madre e al padre. Nello stile “paterno” l’attenzione è puntata, più che sullo scongiurare una bocciatura, sull’assunzione di responsabilità del figlio, chiamato a prendere una decisione sul proprio impegno scolastico. È appena il caso di osservare che qui non si parla né di “disagio” del ragazzo, né di presunte colpe degli insegnanti. Leggi.

domenica 6 marzo 2011

SCUOLA E RISORGIMENTO

di Sergio Casprini

Giorni fa mi è capitato tra le mani un volumetto sgualcito ed ingiallito dal tempo, con sulla copertina una grossa coccarda tricolore accanto alla quale sta scritto Nel primo centenario dell’Unità d’Italia. I grandi fatti che portarono all’Unità. Nella prima pagina si legge “questo volume è consegnato per incarico del ministro della Pubblica Istruzione…” Seguono firma del preside e timbro della scuola. Cinquant’anni fa quello era un modo - forse un po’ retorico- per ricordare agli studenti il cammino difficoltoso verso l’unificazione. E ora?

(Rubrica delle lettere della "Repubblica" del 3 marzo scorso).

Leggi il seguito sul sito del Comitato Fiorentino per il Risorgimento.

giovedì 3 marzo 2011

ANCORA SULLA "SOLUZIONE AUSTRIACA"

Sul “Corriere della Sera” si torna a parlare della svolta austriaca antibocciatura, che come previsto riscuote non poche simpatie nella trasversale Lega per la Deresponsabilizzazione Totale degli Studenti.
Interviene sostanzialmente a favore il pedagogista Benedetto Vertecchi, che esordisce cripticamente (“alle bocciature corrisponde un peggioramento delle condizioni educative, che si risolve in una perdita nella qualità dell’istruzione”) e prosegue con altre argomentazioni di cui mi sfugge la pertinenza (tipo: “Offrire a tutti l’opportunità di compiere esperienze apprezzabili è il modo per rendere più omogenei i risultati conseguiti dagli allievi”).
Molto forti, invece, le basi del parere contrario di Silvia Vegetti Finzi, certamente fondato anche sulle evidenze della pratica clinica. Da leggere.

GR

mercoledì 2 marzo 2011

GIUSTE LE PROTESTE, MA FUORI DALLA SCUOLA

Comprensibilmente risentiti per il recente giudizio di Berlusconi sulla scuola pubblica (vedi nota del 27 febbraio), alcuni colleghi hanno espresso in vario modo il loro dissenso sul luogo di lavoro: in diverse scuole è stato scelto il minuto di silenzio in classe proposto da un’insegnante di Andria; a Lamezia Terme i docenti sono usciti in giardino con lo striscione “Io amo la scuola pubblica che non educa al bunga bunga”; a Roma, qua e là si sono visti professori-sandwich nelle aule, mentre una maestra di San Giuliano milanese non ha trovato di meglio che fare lezione facendo accovacciare i bambini nel corridoio.
Evidentemente a nessuno di questi colleghi è venuto in mente che una manifestazione politica a scuola è - letteralmente - fuori luogo e che purtroppo nel caso specifico simili iniziative portano acqua, senza volere, al mulino di chi accusa gli insegnanti proprio di utilizzare la cattedra per fare propaganda di parte. Del resto, basta porsi una domanda per rendersi conto dell’errore: non avrebbero nulla da dire questi docenti se dei loro colleghi facessero lo stesso a parti rovesciate, schierandosi cioè a favore del premier di fronte ai bambini?
L’istituzione scuola la si difende solo tenendo ferma la sua neutralità ideologica e politica, facendo cioè in modo che chiunque, senza nessuna eccezione - insegnante, allievo o genitore che sia - si possa sentire sempre e comunque a casa propria. E il ruolo e la credibilità degli insegnanti li si afferma dimostrando di saper far crescere ogni giorno nei propri allievi, con la forza del proprio esempio e del proprio lavoro, la conoscenza, lo spirito critico, il rispetto degli altri, senza scorciatoie che sviliscono, al di là delle intenzioni, la funzione che la collettività ci affida.
Certo che un insegnante ha le sue idee e non è affatto detto che non le possa anche manifestare, ma lo deve eventualmente fare in un contesto di dialogo e di confronto, e dando agli altri, soprattutto ai suoi studenti, pari possibilità di esprimersi e pari dignità di interlocutori, fossero anche (e lo sono a quanto pare non pochi italiani) sostenitori di Berlusconi.

"La Repubblica"
"Il Giornale"

domenica 27 febbraio 2011

BERLUSCONI E LA SCUOLA PUBBLICA

Le affermazioni di Silvio Berlusconi sulla scuola statale[1], fatte in questo momento con lo scopo non proprio recondito di risalire la graduatoria dei preferiti Oltretevere, hanno naturalmente provocato molte severe reazioni. È tra l’altro singolare che a screditare l’istruzione pubblica, in un momento in cui le si riconosce, con tutti i suoi difetti, il merito di aver contribuito in modo decisivo alla crescita civile dell’Italia unita, sia proprio il Presidente del Consiglio.
Su come sia configurata costituzionalmente la libertà di insegnamento (e sul fatto che la legge voluta dal Ministro Berlinguer preveda attualmente una disparità di regole tra pubblico e privato a favore di quest’ultimo), chi vuole può leggere o rileggere quanto scritto sul questo blog il 2 maggio scorso.
Tra i vari commenti, invece, ci piace segnalare quello pienamente condivisibile di Saro Salamone, preside del Liceo Visconti di Roma, un uomo di scuola le cui idee hanno molte affinità con le nostre e che tra l’altro ospitò nel suo istituto la conferenza stampa di presentazione della Lettera aperta ai partiti e ai candidati per le politiche del 2008 (Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità).

Leggi l’intervista al prof. Salamone e di seguito una lettera aperta di Valerio Vagnoli (anche lui preside) al Presidente del Consiglio.


LETTERA APERTA DI UN PRESIDE AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

di Valerio Vagnoli

Signor Presidente del Consiglio dei ministri, nella certezza assoluta che mai Ella leggerà queste mie poche righe, tuttavia Le scrivo anche perché scrivere è utile innanzitutto a chi lo fa. Forse a differenza di Lei, ho letto da ragazzo, grazie proprio alla segnalazione di un docente della scuola pubblica, il Messaggio dell’imperatore di Kafka, e so benissimo come vanno queste cose. Continua a leggere


[1] “Ciascuno deve avere il diritto di poter educare i figli liberamente e liberamente vuol dire di non essere costretto a mandarli a scuola in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell'ambito della loro famiglia".

venerdì 25 febbraio 2011

“UNA PALESE MALEDUCAZIONE IMPERA...”

Ha la sua importanza il fatto che “La Repubblica” dedichi due pagine alla crisi educativa, dopo avere a lungo isolato il “laudator temporis acti” Mario Pirani, che, con la consueta libertà di giudizio, aveva apprezzato il Ministro Gelmini per i provvedimenti sulla condotta, come già aveva fatto con Fioroni.
La testimonianza di Marco Lodoli su quello che succede nelle sue classi è drammatica, sferzante l’ironia sul facile discettare di “autorevolezza, non autoritarismo”, esemplari i quadretti familiari con i figli iscritti al “Club dei Diritti Assoluti”. Deludente però il finale, dove ancora, nonostante tutto, schematicamente si contrappone l’amore alla “caserma”. Leggi.
L’articolo di Vera Schiavazzi, soprattitolato Professori e genitori riscoprono la disciplina, fa un quadro a più voci, però il tono prevalente lo danno quelle favorevoli a una svolta antibuonista. Leggi.
Sul “Corriere della Sera”, infine, Cesare Segre, notissimo italianista, prende spunto anche lui dall’ultimo libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, per una serrata requisitoria contro la “scuola facile” e a favore di un rivalutazione delle discipline e “dello studio astratto e teoretico”. I due punti di vista - l’ingrediente della “buona educazione” come premessa ineliminabile di una scuola che funzioni e il rigore degli studi - si completano a vicenda. A margine possiamo soltanto precisare che la giusta presa di distanza dai facili slogan “scuola del fare, del saper essere, del saper stare insieme”, non deve farci dimenticare che è necessario offrire alle diverse intelligenze, accanto alla scelta liceale a cui probabilmente pensa Segre, la più vasta gamma possibile di qualificate opzioni formative all'uscita dalla scuola media, con la valorizzazione e il riconoscimento di una pari dignità - anche culturale - dei percorsi più basati proprio “sul fare”, quelli dell’istruzione e della formazione professionale. Leggi.

GR

giovedì 24 febbraio 2011

UNA PRIMA ADESIONE ALLA VIA AUSTRIACA

Ci è stato segnalato un intervento del professor Maurizio Tiriticco (L’Austria insegni!) che parte dell’annuncio austriaco di eliminare le bocciature per delineare un’analisi della scuola italiana e per avanzare una serie di proposte che dovrebbero rivoluzionarla.
Si tratta di una buona sintesi di quell’insieme di idee che, sottolineando la responsabilità dell’istituzione e dei docenti, tendenzialmente àbroga - insieme al merito - quella degli allievi, che per nascere e rafforzarsi deve invece essere via via messa alla prova in misura adeguata all’età. I ragazzi, in questa visione, sono visti come oggetto di una buona o di una cattiva didattica e non - ovviamente entro certi limiti - come soggetto che si impegna o non si impegna, che accetta o rifiuta, che collabora o non collabora. Tra parentesi, l'autore cita in modo incompleto l'articolo 34 della Costituzione, che non garantisce senz'altro a tutti "di raggiungere i più alti gradi degli studi". Sono "i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi" che hanno questo diritto. La nuova scuola di Tiriticco va molto oltre la proposta austriaca nella parte propositiva, una vaga utopia di chiara impronta russoiana:
"Le classi d’età dovrebbero e potrebbero essere sostituite da gruppi di interesse e di motivazione, attivi per un dato periodo di tempo attorno a determinate iniziative: gruppi che nascono, maturano, invecchiano per infine sciogliersi e permettere ai singoli membri di riaggregarsi in altri nuovi gruppi, con altri interessi, con altre finalità: che saranno periodicamente rinnovati attorno a nuove ricerche, nuovi obiettivi; gruppi in cui l’età dei membri sia solo una variabile tra tante altre".
Degli insegnanti non si parla, ma si possono immaginare aggirarsi come premurosi facilitatori da un gruppo all’altro. Si prende così la scorciatoia del principio del piacere - tipica di chi sottomette il sogno alla cosa - al posto della via della realtà. I ragazzi non si formano per magia naturale appena li lasciamo liberi di farlo a proprio piacimento e secondo quello che detta loro il cuore. Gli adulti (genitori e insegnanti in particolare) non possono sottrarsi al loro ruolo di guida attiva e propositiva senza fare gravi danni, benché a volte l’esercitarlo possa risultare molto impegnativo e anche emotivamente costoso.

lunedì 21 febbraio 2011

LA SCUOLA FELIX AUSTRIACA ABOLIRÀ LE BOCCIATURE

Dal 2012 in Austria non si boccerà più. Ne riferisce anche “Tuttoscuola” discutendone in termini possibilistici. Per i ragazzi che ne hanno bisogno, verrà attivato “un sistema di corsi di recupero e rinforzo, in particolare per il tedesco, la matematica e le lingue straniere”. Ma se qualcuno non si impegna neppure in questi corsi?
In attesa di saperne di più, e sperando che lo stesso orientamento ad abolire il sintomo invece di curare la malattia non venga esteso ad altri settori della società, non è improbabile che anche da noi si formi un partito austriacante, a sostegno di questa nuova versione del famigerato “diritto al successo formativo”.
Prescindendo dall’indiscutibile necessità di elevare il livello qualitativo della scuola attraverso una molteplicità di interventi (che via via abbiamo indicato su questo blog), l’unica possibile riforma seria della bocciatura (però assai complessa) si avrebbe organizzando la scuola superiore per corsi (o livelli), invece che per classi, un po’ come succede all’università. Gli studenti ripeterebbero solo i corsi in cui avessero conseguito risultati insufficienti. In questo modo avremmo anche un progresso sul piano della trasparenza, perché si disincentiverebbe il mercato di compromessi e di falsificazioni che tanto danneggiano la credibilità dei consigli di classe in occasione degli scrutini finali.

Fa discutere anche la proposta di Paola Mastrocola, contenuta nel suo nuovo libro, TOGLIAMO IL DISTURBO. Saggio sulla libertà di non studiare. Marco Imarisio, sul “Corriere della Sera”, la sintetizza così: “Una preparazione di base eccellente dagli 8 [?] ai 14 anni, e poi liberi tutti di scegliere tre diverse opzioni. Una scuola per il lavoro, una per la comunicazione e infine una per lo studio”. Detta così non è il massimo della chiarezza, specie per quella “scuola della comunicazione”, forse riservata alla nuova specie dei “nativi digitali” a cui ormai apparterrebbe una parte delle nuove generazioni. Più chiaro l’insieme dei valori a cui l’insegnante scrittrice afferma di ispirarsi[1]: libertà, scelta, individuo, responsabilità. Siamo quindi vicini al nostro modo di vedere la scuola (anche se non è indifferente il modo in cui poi concretamente si declinano). Una scuola che nella formazione dei giovani dovrebbe perseguire non l’uniformità, ma l’uguaglianza delle possibilità di sviluppare i propri specifici talenti, fermo restando l’obbligo formativo a 18 anni. In questo un ruolo decisivo deve avere la formazione professionale, sempre più diversificata e altamente qualificata. Ma anche l’apprendistato può dare una chance ad alcuni ragazzi, insieme all’alternanza “scuola-lavoro”. E poi Istituti professionali non più configurati come simil-tecnici, ma ricchi di operatività e di laboratori. Perché la libertà di scelta della scuola superiore diventa una presa in giro se le scelte sono troppo poche. Risultato: un’alta percentuale di insuccessi e di abbandoni. Speriamo quindi che in Italia si cerchi sempre di più di curare le malattie della scuola nelle loro cause, invece di occultarle con i falsi 6, le promozioni regalate o, non sia mai, con la ripetenza vietata per legge. (GR)

[1] Dal sito “WUZ, cultura e spettacolo”

venerdì 18 febbraio 2011

LA PROFESSORESSA DI PALERMO LASCIATA SOLA DALLA SCUOLA

La vicenda dell’insegnante palermitana, che, come ben riferisce tra gli altri “Avvenire”, è stata condannata in appello a un mese di detenzione - sospesa e condonata - per abuso di mezzi di correzione contro un bulletto, è veramente istruttiva di come vanno spesso le cose nella scuola e nella società del nostro paese. Istruttiva intanto per la lunghezza di quello che certo non è un maxiprocesso: l’episodio risale al 2006, la sentenza di primo grado è del giugno 2007 (e fu di assoluzione), ma ci sono voluti altri quattro anni per arrivare al giudizio di appello. Il che costituisce una forma di illegittima pena accessoria che colpisce in Italia quasi tutti gli imputati.
Istruttiva, la vicenda, anche per il contesto strettamente scolastico, tipico di moltissimi istituti: benché negli ultimi anni, grazie ad alcuni provvedimenti di Fioroni e della Gelmini, l’idea che un comportamento scorretto possa anche essere sanzionato abbia fatto dei passi avanti, è ancora molto diffusa la convinzione che la punizione sia più espressione di autoritarismo, di incapacità di educare e magari di un certo sadismo, piuttosto che la naturale ed educativa conseguenza di un comportamento scorretto, e magari gravemente scorretto (su questa tendenza, vedi l’illuminante commento di Maria Rita Parsi). Il logico risultato di questo atteggiamento è spesso l’accumularsi inefficace di rimproveri e magari di note sul registro, senza che ci si decida a fare nulla di più. Esattamente quello che era successo nel 2006 a Palermo. Un ragazzo con numerosi “precedenti”, incoraggiato dai troppo blandi provvedimenti (le cronache dicono ora sette ora dodici note sul registro), insieme a due amichetti insulta e umilia un compagno definendolo gay e femminuccia e impedendogli di entrare nel bagno dei maschi. La professoressa di lettere li sgrida e i due “compari” chiedono scusa alla vittima. Lui no, la guarda storto e si rifiuta tassativamente di scusarsi. La docente, decisa a non lasciare impunita una grave mancanza, gli impone di scrivere cento volte “Sono un deficiente”. Già allora scrivemmo che la frase avrebbe potuto piuttosto essere "Mi sono comportato da deficiente", ma che la vera domanda da farsi era: se la scuola avesse regolarmente sanzionato le infrazioni gravi con qualche giorno di sospensione, anziché regolarmente passarci sopra, la docente avrebbe sentito il bisogno di inventarsi su due piedi una punizione il più possibile adeguata alla gravità del fatto? Del resto va detto che in questo caso molti si schierarono con la professoressa. E meritoriamente l’Associazione radicale “Andrea Tamburi” di Firenze lanciò su nostra proposta una sottoscrizione di solidarietà per le spese legali, che raggiunse in poco tempo i 3529 euro e fece del caso una notizia di prima pagina sul "Corriere". Nel comunicato stampa si sottolineava appunto che “da molti anni gli insegnanti sono stati lasciati colpevolmente soli alle prese con il problema della condotta, che non di rado rende quasi impossibile il lavoro in classe. In questa solitudine la docente palermitana ha ritenuto necessario assumersi la responsabilità e l’onere – che sarebbe non solo della scuola italiana, ma dell'intera collettività – di difendere l'aggredito e punire l'aggressore.”
Da qui deriva il terzo elemento di riflessione: mentre la collega sta pagando le conseguenze di un’assunzione di responsabilità, quelli che alle loro responsabilità si sottraggono - per quieto vivere o per convinta adesione al perdonismo pedagogico - non corrono nessun rischio. Ma non esiste per gli insegnanti (e altrove) un dovere di prendere provvedimenti, quando ce ne siano gli estremi? La scuola dovrebbe riflettere molto sul prezzo che si paga in termini di “diseducazione civica” delle nuove generazioni, se troppo spesso non reagisce con fermezza ed equilibrio ai comportamenti sbagliati di chi è affidato alle sue cure.

Da leggere sullo stesso argomento anche il Buongiorno di Gramellini sulla “Stampa” di ieri.

Sul “Corriere della Sera” di oggi, Giovanni Belardelli mette a confronto Italia e Germania per come l’opinione pubblica giudica il “copiare”.

Da segnalare infine, da “ItaliaOggi”, i risultati di una ricerca sugli adolescenti condotta dalla Società Italiana di Pediatria, secondo i quali c’è da parte loro una richiesta di sentire maggiormente la guida dei genitori e un ampio consenso verso il rispetto delle regole.

GdF

domenica 13 febbraio 2011

LA FABBRICA DEGLI IMMATURI. OVVERO: A CHE ETÀ SI DIVENTA ADULTI IN ITALIA?

A conferma di quanto leggi e sentenze possano contribuire a deresponsabilizzare i giovani (vedi i post precedenti), dal servizio di copertina del “Venerdì di Repubblica”, I post bamboccioni d’Italia che portano i genitori in tribunale (ancora non disponibile in rete), apprendiamo tra l’altro che, secondo i dati dell’Associazione dei matrimonialisti italiani, “quasi il 10% delle procedure familiari italiane riguarda vertenze intentate da ultramaggiorenni contro genitori pensionati”. A incoraggiare certi figli su questa strada, ci si è messa anche una recente sentenza della Corte di Cassazione, che, contro i precedenti gradi di giudizio, ha ribadito l’obbligo di un padre di Ferrara di versare gli alimenti a una figlia laureata e sposata. E tutto questo avviene in un paese in cui l’età media di uscita dalla famiglia è di oltre 31 anni per i maschi e di 29 e mezzo per le femmine, nettamente superiore a quelle di Germania, Regno Unito e Francia, che si collocano intorno ai 25 anni.
In ogni caso, e pur tenendo conto che da anni è diventato più difficile per un giovane trovare lavoro, obbligare i genitori per legge a mantenere i figli molto oltre la maggiore età (come anche legittimare l’occupazione di una scuola) significa che il legislatore e una parte dei giudici hanno perso completamente di vista, ostacolandola di fatto gravemente, la relazione educativa. La stragrande maggioranza dei genitori, infatti, troverà del tutto naturale aiutare i figli, ma deve toccare a loro valutare se questo continua a essere opportuno. La sola possibilità di “chiudere il rubinetto” a un figlio pigro e poco responsabile, per esempio, può spingerlo a fare un passo decisivo verso l’autonomia. Viceversa, come sottolinea Gian Ettore Gassani, presidente degli avvocati matrimonialisti, in Italia, a differenza del resto d’Europa, si sta andando verso il principio del “mantenimento infinito”, e si costringono persino persone ormai nella terza età “a sobbarcarsi sacrifici economici e patrimoniali che il comune sentire stenta a comprendere.”
Commenta la sociologa Chiara Saraceno: “Ci si lamenta dei bamboccioni, ma ci si guarda bene dal cambiare la norma di legge che definisce i familiari tenuti agli alimenti, una categoria che, per numerosità delle persone (oltre ai genitori nei confronti dei figli e questi nei confronti di quelli, anche i nonni e gli zii nei confronti dei nipoti e i generi e le nuore nei confronti dei suoceri) e durata indefinita dell’obbligo, non ha pari in nessuno dei paesi sviluppati”.

giovedì 10 febbraio 2011

OCCUPAZIONI: IL PARERE DEL PROFESSOR ZAPPELLA SULLA RICHIESTA DI ARCHIVIAZIONE

Michele Zappella, neuropsichiatra infantile e docente nell'Università di Siena, è molto noto soprattutto per i suoi studi sull'autismo. Negli ultimi anni ha approfondito il fenomeno del bullismo. Per il nostro blog ha scritto questo commento alla proposta di archiviazione di cui abbiamo parlato nel precedente post.


La decisione della Procura milanese sulle occupazioni suscita grande perplessità, creando un precedente che può ripetersi, e ha vari risvolti. Quello legale è ben commentato da Giorgio Ragazzini e lo condivido in pieno, aggiungendo che mi auguro che la decisione del pm di turno venga impugnata dal giudice competente. Ma vi sono altri punti di vista che vanno presi in considerazione. Certo, per dirla col pm, la scuola è 'anche' degli studenti: forse, sarebbe stato meglio dire che la scuola è stata fatta 'per' gli studenti ma non è di loro proprietà: la scuola appartiene alla comunità e va gestita da persone qualificate (i dirigenti) cui la comunità stessa ha conferito un mandato con regole precise e condivise. La scuola ha innanzitutto lo scopo di trasmettere cultura e democrazia, obiettivi che si raggiungono anche aprendo dibattiti, chiedendo democraticamente un'aula per svolgerli, non occupando. Quella della occupazione è una pseudocultura vecchia e stantìa, nata nelle università nelle quali gli occupanti, però, sono tutti maggiorenni, e in quarant'anni abbiamo avuto modo di constatare quanto spesso sia una palestra di conformismo. Viceversa, nelle scuole prese in esame dal pm milanese i protagonisti delle occupazioni sono dei minorenni e, prima di archiviare la denuncia, il pm di Milano aveva il dovere di valutare e prevedere tutti i rischi di qualunque tipo, dagli spinelli alla promiscuità, impliciti nell'abbandonare a questi giovani, di giorno e di notte, i locali della scuola, chiusi con lucchetti e catene.

martedì 8 febbraio 2011

OCCUPAZIONI: UNA GRAVE DECISIONE DELLA PROCURA MILANESE

Occupare la scuola dal pomeriggio alla mattina, con la partecipazione di ragazzi mascherati, anche provenienti da altre scuole, chiuderne gli accessi con catene, lucchetti e mobili appoggiati alle porte, così da rendere necessario l’intervento della Digos per entrare: per la procura milanese è tutto regolare. La richiesta di archiviazione si basa sul presupposto giurisprudenziale che la scuola appartenga “anche” agli studenti, come se non esistessero leggi, regolamenti, orari di accesso e precise responsabilità del dirigente. Su questa distorta base concettuale anche gli uffici postali, le questure, i tribunali, gli ospedali, i ministeri, il Parlamento e via dicendo, potranno essere occupati a proprio piacimento dai contribuenti (che a molto maggior ragione possono considerarsene proprietari), al di fuori di qualsiasi orario previsto e di ogni altra regola. Ne escono male la scuola, lo Stato di diritto, il buon senso e i dirigenti scolastici, sempre più soli con crescenti responsabilità a cui sono impossibilitati far fronte. Leggi
(GR)

domenica 6 febbraio 2011

CITAZIONI - UNA PAROLA AL BANDO: “PUNIZIONE”

Avvertenza: una citazione non è una teoria e quasi mai può sostituire la lettura del testo in cui è inserita. Ha senso come invito a leggere un libro interessante o come spunto per una discussione sul tema, più che sulla lettera di affermazioni fuori contesto.

Il testo citato in questo caso è Elogio della disciplina, di Bernhard Bueb (Rizzoli), filosofo e teologo, a lungo preside di un famoso collegio privato tedesco. Il capitolo da cui è tratta la citazione ha un titolo anche più sconveniente di quello del libro: Per educare con giustizia bisogna essere disposti a punire.
Si propone questa lettura per mettere ancora una volta in discussione uno degli stereotipi meglio solidificati nella coscienza contemporanea: la falsa contrapposizione tra “educazione” e “punizione” (o del suo sinonimo un po’ meno indigeribile: “sanzione”), mentre questa è uno dei possibili strumenti di quella. Una contrapposizione che non vale solo a scuola o in famiglia (superfluo fare esempi), ma è dilagata in ogni angolo della società, tanto che la evocano non soltanto politici smaniosi di mostrarsi comprensivi , ma perfino molti tutori dell’ordine, pronti a giustificare così la loro inazione. (A chi gli faceva notare che molti ciclisti sfrecciavano pericolosamente senza luci davanti ai loro occhi nella zona pedonalizzata di Firenze, due vigili urbani risposero: “Eh, ci vorrebbe più educazione!”). Analoga benevolenza hanno riscosso per decenni e forse ancora riscuotono - l’elenco è incompleto - i “portoghesi” sugli autobus, gli italiani che non pagano il canone Rai (il 30%), i padroni dei cani che non ne rimuovono “le fatte” e i cosiddetti graffitari, che negli anni 70 un’enciclopedia per le scuole medie additava come esempi di insubordinazione a un ordine oppressivo. (GR)

“Non si possono mantenere la giustizia e l’ordine nella società senza ricorrere a delle pene: è un fatto inoppugnabile. Tuttavia nel mondo della pedagogia dall’inizio del XX secolo si è diffusa l’idea che l’educazione debba fare a meno delle punizioni, poiché esse generano angoscia e l’angoscia è nemica di ogni processo educativo efficace. L’educazione dovrebbe quindi riuscire a modificare il comportamento usando la comprensione[...]. La condanna dei castighi come strumento pedagogico incontrò più ampio favore nel tardo dopoguerra, perché le esperienze del nazionalsocialismo avevano gettato maggior discredito sulle punizioni. [...] A mio parere è necessario operare una distinzione tra angoscia e paura. I bambini devono poter crescere liberi dall’angoscia, ossia quello stato d’animo opprimente che viene provocato da minacce indefinite, mentre la paura è sempre riferita a qualcosa di concreto: punizioni ben chiare, quantificabili e dettate dalla sollecitudine generano nei bambini paura, non angoscia. Inoltre i bambini sanno affrontare la paura della punizione quando essa provenga da una persona affettuosa e sollecita, e anzi devono imparare a sopportarla, poiché fa parte del processo di crescita e di preparazione alla vita. Chi invece dubita della legittimità o dell’utilità dei castighi dovrebbe rendersi conto che le punizioni sono indispensabili anche nella vita degli adulti. A chi non è mai capitato in macchina di rallentare solo dopo che qualcuno gli aveva lampeggiato? Quanti bravi cittadini pagherebbero meno tasse del dovuto se non avessero paura delle sanzioni dello Stato? In generale dobbiamo riconoscere che un’educazione che non ricorra a delle pene pretende troppo da adulti e ragazzi. [...] I castighi offrono ai giovani sostegno e orientamento, quando tutti si sforzano di comportarsi in modo giusto.” (Bernhard Bueb)

Leggi anche la recensione del libro di Bueb uscita sul “Corriere della Sera” il 25 giugno del 2007: Ci ha rovinati Hitler. E il Sessantotto.

martedì 1 febbraio 2011

SHOCK DA LAPIS?

Un altro straordinario esempio di come la giusta attenzione ai sentimenti del bambino (e qui anche dei genitori), non sorretta dal buon senso e guidata anzi da paure e sensi di colpa, sfoci in autentiche assurdità. A riprova del disorientamento che affligge la scuola e la società in fatto di educazione, dalla quale non pochi vorrebbero ancor oggi eliminare qualsiasi prova, sfida o frustrazione, con il risultato di incrementare esponenzialmente proprio la fragilità che si pensa di prevenire.

(Da “TuttoscuolaFOCUS” n. 364)

C'era una volta la matita rossa e blu

Fino a pochi anni fa i compiti dei bambini delle scuole elementari (ma non solo) erano corretti con la classica matita rossa e blu: il colore rosso indicava gli errori meno gravi, il blu quelli gravi e gravissimi.
Colori non più adeguati al nostro tempo, stando a un bella
inchiesta di Annachiara Sacchi, pubblicata nel Corriere della Sera di sabato 29 gennaio. Colori troppo aggressivi, che creano “sensi di colpa e angosce”, dice l’autrice del servizio, ma non tanto negli alunni quanto e soprattutto nei loro genitori.
Meglio il rosa o il verde, dice una delle maestre intervistate, perché hanno un impatto emotivo meno forte sulla fragile psicologia dei genitori di quest’ultima generazione, che percepiscono gli errori dei figli come se fossero propri: la prova di una loro inadeguatezza. E quindi meglio usare colori più tenui, e accettare di dialogare con i genitori non solo sul profitto scolastico dei figli ma sulla loro personalità, il carattere, le fragilità.
Sarà anche vero che i genitori di oggi sono più insicuri e ansiosi di quelli di ieri (molte sono le testimonianze che lo confermano). Ma è questa sorta di narcotizzazione delle correzioni la via maestra per aiutare i genitori e i loro figli ad affrontare nel modo migliore l’impegno scolastico? Riteniamo di no: meglio essere franchi e ‘leggibili’ sia con i genitori sia con gli alunni. È nel loro interesse.

mercoledì 26 gennaio 2011

MA FORSE UN PO' DI CINA SI POTREBBE PURE IMPORTARE...

di Giorgio Ragazzini


(da "ilsussidiario.net", 26 gennaio 2011)

Al termine dell’articolo Perché non riusciamo ad essere cinesi senza la Cina?, analisi ad ampio spettro della crisi dei sistemi educativi occidentali, Giovanni Cominelli si chiede “quali provvisorie conclusioni pratiche” trarne, ma “escludendo che in Europa si possa adottare il modello cinese, fondato sulla repressione familiare e sociale, su un autoritarismo feroce e sulla fame, già praticato in Italia fino agli anni ’50 del Novecento”. E nessuno infatti lo propone. Ma è altrettanto certo che le esperienze asiatiche non ci debbano ugualmente far riflettere? Non è di questo parere un attento osservatore dello sviluppo asiatico come Federico Rampini, convinto che tra il rapido sviluppo economico sociale e il tipo di istruzione ci sia un legame molto forte. E che costituisca “una lezione preziosa per noi” l’importanza che in quei paesi viene data da genitori e insegnanti alla disciplina, al rigore, al rispetto per l’autorità, al sapere.
E credo che potremmo utilmente integrare il quadro delineato da Cominelli proprio chiedendoci se il rifiuto dell’autoritarismo ci esoneri dall’occuparci del principio di autorità e del suo ruolo attuale nella crescita intellettuale e morale dei giovani. Se la psicologia ci dice ormai senza apprezzabili eccezioni che figli e alunni hanno bisogno di trovare negli adulti guide solide e affidabili, allora bisogna assumersi senza incertezze questa responsabilità, anziché perseverare in concezioni “bambinocentriche”, che, nate magari come intuizioni utili e con le migliori intenzioni, sono poi diventate dannose o sotto la spinta di pressioni ideologiche o per un’applicazione semplicista e priva di senso critico. C’è una bella pagina a questo proposito del grande etologo Konrad Lorenz (e proprio dall’etologia ha preso le mosse uno dei massimi contributi del secolo scorso alla psicologia dell’età evolutiva, quello di John Bowlby). Scrive tra l’altro Lorenz in Gli otto peccati capitali della nostra civiltà: “L’assenza di un ‘superiore’ più forte dà al bambino la sensazione di essere indifeso in un mondo ostile. [...] Nessuno si identifica con un essere debole e sottomesso, nessuno è disposto a farsi prescrivere da lui le norme del comportamento e tanto meno a riconoscere come valori culturali quelli da lui venerati.” E oltre vent’anni dopo, la psicoterapeuta Giuliana Ukmar, in quello che è forse il primo, coraggioso libro a denunciare la deriva dell’educazione antiautoritaria (Se mi vuoi bene, dimmi di no), era solita chiedere ai genitori che si rivolgevano a lei: “Ditemi, chi comanda a casa vostra?”
Se è vero, come afferma Cominelli, che “occorre condurre un Kulturkampf sui fondamenti antropologici della nostra civiltà” e che si devono tener presenti tutti i molteplici aspetti in cui il problema “scuola” è articolato, credo che la crisi dei ruoli educativi non debba stare sullo sfondo, ma in primissimo piano. Essere genitori, come essere insegnanti, è oggi estremamente più difficile per molti motivi, non ultimo il crollo della natalità, che ha reso i bambini un “bene scarso” e come tale oggetto di attenzioni, ansie, aspettative talmente forti da rendere difficilissimo evitare che si trasformino in piccoli despoti, consapevoli di poter tiranneggiare a piacimento i loro familiari. Non è un caso se negli studi degli psicoterapeuti un tempo si lavorava ad alleggerire il fardello del Super-io, mentre oggi prevalgono il senso di onnipotenza unito alla fragilità, i bisogni compulsivi di essere al centro dell’attenzione, insomma, quelli che vengono tecnicamente definiti “disturbi narcisistici”.
Sbarazziamoci quindi di tutto quello che ci fa ancora snobbare, nella discussione pubblica e all’interno della scuola, temi come disciplina, serietà, rigore, responsabilità, rispetto delle regole. Anche perché, se condividiamo in buona parte con altri paesi sviluppati la crisi dei sistemi scolastici, è proprio sul terreno della legalità e del senso civico che la società italiana è drammaticamente indietro. Solo tirando il filo dell’educazione, anche il rinnovamento della didattica e la nuova formazione dei docenti acquisteranno la cornice indispensabile per avere successo.

Sullo stesso quotidiano telematico, da leggere, tra i vari articoli di interesse, un'intervista al medico Vittorio Lodolo D'Oria, che si occupa da anni di burnout degli insegnanti, ovvero di disagio mentale professionale (Dmp), quello che non molti anni fa avremmo più efficacemente definito"esaurimento nervoso". L'intervista è interessante sia per la drammaticità del quadro statistico, sia per il riferimento alla "sconfitta morale" della scuola del dopo '68. Leggi

Intanto, in qualche scuola si comincia a capire che la buona educazione è fondamentale e lo è altrettanto che gli adulti non rifiutino la responsabilità di sanzionarne adeguatamente la mancanza. Leggi

(GR)


sabato 22 gennaio 2011

È GIUSTO PREMIARE GLI STUDENTI PIÚ BRAVI ?

Il Corriere della Sera di giovedì ha dato ampio spazio alla decisione di un istituto tecnico milanese di premiare con 150 euro gli studenti che hanno ottenuto la media dell’otto nel primo quadrimestre, affiancando alla notizia un commento “a favore” di Maurizio Ferrera e uno “contro” di Silvia Vegetti Finzi. Tanto nell’articolo che nei commenti risulta chiaro che in una discussione sul tema si pongono due distinte questioni: se è opportuno o meno premiare il merito e in che modo farlo. Maurizio Ferrera coglie con grande chiarezza il tema di fondo, sottolineando che “nella scuola italiana la cultura meritocratica ha radici molto fragili”, anche se dovrebbe essere chiaro a tutti che è “l’unico antidoto che abbiamo contro il clientelismo e il parentismo”. Ben vengano dunque iniziative che si propongano di riconoscere il merito, anche con premi in denaro. Più ambivalente Silvia Vegetti Finzi che, dopo aver detto di condividere “in linea di massima” delle forme di incentivazione, conferma poi in diversi passaggi quanto scrive Ferrera sulle difficoltà che incontra la cultura del merito: “i premi individuali possono suscitare da parte dei perdenti (sic) indebiti confronti e incresciose contestazioni”; “esistono situazioni di disagio sociale e culturale (immigrazione, povertà, pendolarismo) di cui la mera graduatoria dei voti non può dar conto”; fino all’illuminante considerazione in cui la psicoterapeuta svela tutta la sua avversione per i primi della classe con il più classico dei luoghi comuni: “Sappiamo infine che la scuola premia spesso il conformismo, l’esecuzione passiva, l’apprendimento mnemonico a scapito delle più inquiete (!) capacità quali l’atteggiamento critico, la ricerca di nuovi percorsi nella soluzione dei problemi, l’immaginazione creativa”.
Stabilito che i “capaci e i meritevoli” vanno in qualche modo valorizzati e premiati, si tratta di capire in quale modo, premesso che i premi ai migliori devono essere dati nel contesto di valutazioni complessivamente eque e rigorose, dato che la promozione dei non meritevoli è il modo più sicuro per disincentivare gli studenti motivati e responsabili. Il premio in moneta non è da criminalizzare, come invece fa Marcello D’Orta (“A quando trenta denari per sussurrare nell’orecchio dell’insegnante il nome del compagno che ha copiato il compito di matematica?”); ma si tratta intanto di trovare una misura, cosa che l’ITI Feltrinelli non mi sembra abbia saputo fare. Nell’articolo del Corriere si legge infatti che l’Istituto già prevede un premio di 250 euro per chi consegue la media dell’otto nelle pagelle finali e basta fare un po’ di conti per capire che si è esagerato, anche considerati gli attuali bilanci delle scuole. Ma soprattutto si deve essere consapevoli che il riconoscimento del merito è importante in sé e che il premio può essere anche solo simbolico (una targa, una medaglia, un “oscar”), purché gli si conferisca valore e prestigio (1).

AR

(1) Un tempo, in un prestigioso collegio fiorentino dei padri Barnabiti, il miglior studente della Maturità veniva insignito del titolo di “Principe degli studi” e un suo ritratto veniva collocato in una apposita galleria. Persino troppo meritocratico.

lunedì 17 gennaio 2011

A PROPOSITO DI MADRI...

(da "TuttoscuolaFOCUS" n. 361)

Madri 'tigri' magari no, ma pecore è peggio

Ha fatto notizia il saggio della giurista americana di origine cinese Amy Chua, docente a Yale, pubblicato sul Wall Street Journal e intitolato “Inno di battaglia della madre tigre”.
Vi si sostiene che se si vuole ottenere risultati d’eccellenza nell’educazione dei figli occorrono una disciplina di ferro da parte dei genitori e la massima determinazione da parte dei figli nel conseguimento dell’obiettivo, per esempio quello di essere il migliore della classe, possibilmente in tutte le materie. Così, niente TV, palmari, messaggini, riunioni con amici, e molta capacità di sacrificio, applicazione negli studi, autodisciplina. Il tutto imposto ai figli in particolare dalla madre, che li segue più da vicino: una madre che deve comportarsi da ‘tigre’, sostiene Chua, se vuol fare davvero il loro interesse.
E’ sorprendente che la prof sino-americana sia riuscita a imporre tutto ciò a sua figlia, come scrive nel suo saggio, perché il contesto della scuola USA, e più in generale della società americana, non si presta certo a pratiche di questo genere. Può darsi – mancano notizie dettagliate in proposito – che la Chua si sia avvalsa di metodologie di insegnamento/apprendimento estremamente individualizzate come quelle dello homeschooling, abbastanza diffuso negli USA. Ma alle spalle delle scelte educative di questa ‘madre tigre’ si avverte una concezione della scuola e del ‘dovere’ tipica delle società e delle culture dell’estremo Oriente: quella che consente agli studenti cinesi e coreani di piazzarsi ai primi posti nelle indagini comparative IEA e OCSE-PISA.
Un modello difficilmente esportabile, perché affonda le sue radici in culture plurisecolari e in un senso del ‘dovere’ ormai sconosciuto nelle permissive e iperprotettive società consumistiche del mondo ‘occidentale’. Dove troppe madri ‘pecora’ (salvo diventare ‘iene’ con gli insegnanti se danno un brutto voto a propri figli ‘asini’) finiscono però per fare più danni delle madri ‘tigri’.

sabato 15 gennaio 2011

CITAZIONI - PROTEZIONE E BISOGNO DI VERITÀ NELL’ADOLESCENZA

(da NÉ ASINO NÉ RE. Capire i figli e fare la cosa giusta, di Osvaldo Poli, San Paolo, 2008, pp.158-59)

“Lo stile del dialogo paterno è caratterizzato da una minor timore di ‘ferire il figlio’, e proprio per questa ragione nell’adolescenza è preferito alla madre, il cui stile più indiretto lo fa sentire piccolo, bisognoso di essere mantenuto nella bolla protettiva in cui le cose che potrebbero farlo star male non devono esistere e non devono essere dette. [...] Mentre il sentire femminile e materno tende ad uccidere la verità per salvare il figlio, la sensibilità maschile (che è sempre presente anche nelle mamme ed in alcuni casi è prevalente in esse) tende a sacrificare il figlio per renderlo capace di riconoscere e accettare la verità. Per meglio dire: chiede al figlio di sacrificare - rinunciare - a quegli aspetti del suo carattere che gli impediscono di riconoscere ciò che è vero e ciò che è giusto. [...] Il padre aiuta dunque il figlio ad avere meno paura della verità, anche quando essa impone di ammettere l’errore, di assumere la colpa, di accettare le proprie responsabilità. La rinuncia a sentirsi padroni della verità, e l’accettazione di essere sottomessi ad essa, è indice di maturità psicologica e morale ed è esattamente ciò che rende le persone degne di stima.
La verità è spesso desiderata dal figlio come liberatoria, e non solo temuta, come sembrano pensare molti genitori, perché, come disse un ragazzo, «Ti dà il senso di quanto vali realmente, ti toglie la paura del confronto con gli altri ». Chi è disposto ad accettare il responso della realtà (la vera prova di iniziazione alla vita), non ha più paura di uscire dal guscio, di andare lontano, di affrontare la vita. Chi continua a temere la realtà e la verità, è sempre costretto a ‘fuggire’, ad evitare la prova, a barare al gioco della vita”.

sabato 8 gennaio 2011

CITAZIONI - LA NECESSITÀ DI UNA GUIDA AFFIDABILE SECONDO KONRAD LORENZ

(Tratto da Gli otto peccati capitali della nostra civiltà di Konrad Lorenz, pubblicato per la prima volta in lingua tedesca nel 1973. Trae origine da una serie di conferenze tenute da Lorenz nel 1970 per una radio di Monaco.)


"Il riconoscimento della superiorità gerarchica non è di impedimento all’amore. Tutti noi dovremmo ricordare che, quando eravamo bambini, le persone da noi predilette non erano quelle di rango uguale o inferiore al nostro, ma quelle che consideravamo superiori e a cui eravamo sottomessi. Quando ripenso al mio amico Emmanuel la Roche, di quattro anni maggiore di me e morto precocemente, capo indiscusso della nostra banda di ragazzi dai 10 ai 16 anni che egli dominava con autorità giusta ma severa, ricordo ancora con chiarezza come a lui mi legasse non solo un sentimento di rispetto e il desiderio di veder riconosciuto da lui il valore delle mie azioni, ma anche un profondo affetto. Questo sentimento era inequivocabilmente dello stesso tipo di quello che mi avrebbe legato più tardi a certi amici più anziani di me o a maestri che veneravo. Vedere nell’esistenza di un naturale rapporto gerarchico tra due uomini una frustrazione che diventa impedimento alla formazione di sentimenti affettivi è una delle colpe maggiori della dottrina pseudo-democratica.
Dove manca questa gerarchia non potrà esservi neppure la forma più naturale di amore, quello che normalmente unisce fra loro i membri di una famiglia. A causa di questo principio educativo della ‘non frustrazione’, migliaia di bambini sono diventati infatti dei nevrotici infelici. Come ho spiegato nei lavori già citati, il bambino che vive in un gruppo privo di struttura gerarchica si trova in una situazione del tutto innaturale. Infatti, non potendo reprimere la propria tendenza, programmata nell’istinto, ad assumere una posizione di grado più alto, egli tiranneggia i genitori indifesi e si trova costretto al ruolo di capogruppo, nel quale non è per nulla a suo agio. L’assenza di un ‘superiore’ più forte dà al bambino la sensazione di essere indifeso in un mondo ostile, sensazione giustificata in quanto i bambini ‘non frustrati’ non piacciono a nessuno. Quando, in stato di comprensibile irritazione, egli cerca di provocare i genitori e di attirare su di sé la loro collera (nel linguaggio corrente si dice che ‘si tira dietro gli schiaffi’), il bambino non incontra la risposta aggressiva che istintivamente attende e in cui inconsciamente spera, ma urta contro il muro di gomma delle frasi pacate e pseudo-razionali. Nessuno si identifica con un essere debole e sottomesso, nessuno è disposto a farsi prescrivere da lui le norme del comportamento e tanto meno a riconoscere come valori culturali quelli da lui venerati. Soltanto quando si ama una persona dal più profondo dell’anima, e al tempo stesso la si rispetta, si è in grado di fare propria la sua tradizione culturale.
Una simile ‘figura paterna’ manca evidentemente a una altissima percentuale dei giovani di oggi. Troppo spesso il padre naturale non è all’altezza del compito e l’insegnamento di massa nelle scuole e nelle università impedisce che egli venga sostituito dalla figura di un venerato maestro."

martedì 4 gennaio 2011

SULLA VALUTAZIONE DEI DOCENTI È NECESSARIO UN SERIO RIPENSAMENTO

La sperimentazione del sistema di valutazione dei docenti e delle scuole elaborato per il ministero da Roger Abràvanel per ora non parte, causa il massiccio rifiuto da parte dei collegi. A Torino, su 118 scuole a cui è stata proposta la sperimentazione, solo una ha accettato. A Napoli, soltanto 5 su 625. “La Repubblica” parla di flop e sente alcuni docenti. Le resistenze irrazionali indubbiamente esistono, ma ci sono anche quelle ragionevoli. Si può invece scommettere che la cosa darà luogo a semplificazioni del tipo “Gli insegnanti rifiutano di farsi valutare”, senza però correlare il rifiuto con il tipo di valutazione che viene proposto. Pochi giorni or sono ne avevamo riparlato, riferendo anche il parere e le proposte di Giorgio Israel. Alla luce di questo primo risultato, chiediamoci nuovamente: cosa è secondo buon senso più utile per migliorare la scuola italiana? Premiare economicamente i migliori insegnanti, con procedure scarsamente condivise e probabilmente poco affidabili per la loro individuazione, o riuscire a intervenire nelle situazioni problematiche, che non hanno certo bisogno di tecniche sofisticate per emergere? Com’è noto, abbiamo sempre parteggiato per la seconda ipotesi, che consideriamo insieme più produttiva in termini di innalzamento medio della qualità e più accettabile dal mondo della scuola. Viene ora a confermare questa tesi anche la terza indagine dell’Istituto Iard (Gli insegnanti italiani: come cambia il modo di fare scuola), pubblicata dal Mulino e curata da Alessandro Cavalli e Gianluca Argentin. Quest’ultimo, durante l’odierna puntata di Fahrenheit su Radio 3, ha detto che una notevole maggioranza degli insegnanti è favorevole a una valutazione che serva sia a individuare gli eventuali punti deboli dei docenti, in modo da consentire interventi di supporto, sia a sanzionare quelli che non fanno il loro dovere.

GR

domenica 2 gennaio 2011

CITAZIONI - È POSSIBILE BASARE L’APPRENDIMENTO SOLO SUGLI INTERESSI DEGLI ALLIEVI?

(Tratto da William Damon, PIÙ GRANDI SPERANZE. Contro la cultura dell’indulgenza in casa e a scuola, Longanesi e poi Euroclub, 1997, pp.143-145).

“La motivazione all’apprendimento si fonda su una base omogenea di stimoli interni ed esterni, compresi il sostegno, le aspettative, l’incoraggiamento e i voti degli insegnanti. Negli ultimi anni, l’espressione “motivazione intrinseca” ha assunto un’importanza enorme. [...] In tutto il mondo gli educatori sono convinti che il materiale scolastico debba motivare intrinsecamente il bambino perché egli possa trarne vantaggio. Ancora una volta, tuttavia, la questione non è così semplice. Anche le motivazioni estrinseche - spronare i bambini con premi, pressioni e altri incentivi - hanno un loro ruolo nel mondo reale dell’apprendimento. I programmi scolastici basati solo su motivazioni intrinseche non insegnano a superare le frustrazioni e la monotonia che accompagnano inevitabilmente il raggiungimento di un obiettivo. In breve, è un metodo che non insegna al bambino la disciplina di lavoro necessaria per raggiungere un traguardo e la vera padronanza della materia.
Alcuni studi recenti avallano questa conclusione. Da un confronto tra alcuni alunni coinvolti in programmi scolastici basati su motivazioni intrinseche e altri coinvolti in programmi con motivazioni più tradizionali come voti e compiti obbligatori, lo psicologo Mordecai Nissan ha rilevato che nel lungo periodo i risultati del secondo gruppo erano molto migliori. Oltre alla competenza essi avevano sviluppato la tenacia motivazionale a persistere anche quando una materia diventa difficile e noiosa. Gli studenti abituati a fare affidamento solo sulla propria spinta interiore spesso mollavano tutto appena l’interesse si affievoliva. Non erano in grado di raggiungere la soddisfazione che deriva da un lavoro duro e disciplinato."