lunedì 1 marzo 2021

MOTIVATI AD APPRENDERE SOLO DA DIVERTIMENTO E PIACERE?

 Rispondendo a un lettore, il direttore della “Tecnica della scuola” Reginaldo Palermo  afferma che i bambini non imparano per i voti, ma solo perché sono spinti “da una motivazione interna, per il gusto e per il piacere di scoprire cose nuove”. Qui si può leggere tutto l’articolo. Ma le cose non stanno proprio così. Ecco la nostra risposta. 

Carissimo dottor Palermo,

le scrivo per contestare garbatamente la “teoria del risotto”, cioè l’idea che l’unica motivazione che spinge a imparare sia il gusto di conoscere cose nuove, un po’ come si cucina il primo piatto di cui sopra per poter dire “Mmm, che buono!” C’è del resto chi va oltre e pensa che solo a forza di manicaretti, cioè di una nuova didattica accattivante, si risolvano anche tutti i problemi di disciplina, determinati dalla lontananza della scuola dai “giovani d’oggi” e dalla conseguente noia.

Naturalmente è fondamentale che un insegnante sappia essere un buon “cuoco” della sua materia, abbia cioè quelle competenze disciplinari, metodologiche e relazionali che rendano il più possibile interessanti le sue lezioni. Ma il luogo comune della scuola divertente giocato contro la scuola “tradizionale” è sbagliato. La “motivazione interna” che spinge il bambino e il ragazzo sulla strada della conoscenza è fatta di altre cose non meno necessarie: la scuola è una cosa importantissima, ci vanno tutti i bambini, ci sono andati papà e mamma, serve a imparare com’è il mondo, a farsi nuovi amici, ci sono spesso difficoltà che dobbiamo imparare a superare, ci si deve impegnare per ottenere dei risultati, si deve stare attenti, studiare e fare i compiti a casa; più impariamo, più facilmente troveremo un lavoro che ci piace; una ricompensa per la fatica che facciamo sono gli elogi della maestra o della professoressa e anche i buoni voti per cui i genitori si congratulano. Come disse Barack Obama agli studenti, “noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.[...] Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non avrete la stessa sintonia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così.”

Aggiungo in chiusura che la scuola, come faceva notare il suo “attento lettore”, avrebbe il preciso dovere di certificare quello che gli allievi hanno imparato. Una valutazione ci deve quindi essere. L’uso dei voti (quanto, quando, come) è un tema didattico che si può approfondire, ma chi non li vuole deve almeno sostituirli con qualcosa che sia altrettanto comprensibile e che renda chiari i meriti e le carenze, invece di nasconderli con locuzioni cervellotiche. Ricordandosi comunque che non qualificano la persona, ma solo una sua prestazione o la sua preparazione in un dato momento.  

Cordialmente,

Giorgio Ragazzini

 "La Tecnica della scuola", 28 febbraio 2021

mercoledì 24 febbraio 2021

NON POTEVAMO CANCELLARE IL CLASSISMO E RISPARMIARE IL MERITO?

 

(Per Graziella Giovacchini: tutti i suoi allievi sanno il perché, Nda) – È passato del tutto inosservato il grido d’allarme denunciato lo scorso dicembre dal professor Luigi Ambrosio, direttore della scuola Normale di Pisa secondo il quale, oggi, l’ascensore sociale, che in passato permetteva al figlio dell’operaio di diventare normalista e laurearsi, è praticamente scomparso. Sono oramai una quindicina di anni che alla prestigiosa università pisana accedono solamente figli di persone che hanno a disposizione eredità e contesti culturali  senz’altro privilegiati. A nulla serve che quella prestigiosissima Scuola metta da sempre a disposizione dei suoi allievi vitto, alloggio e corsi gratuiti perché chiunque possa  frequentarla purché ovviamente “meritevole”: purtroppo da tempo le sue aule non sono frequentate da ragazzi “del popolo”.

In passato era del tutto scontato, verrebbe proprio da dire normale, che alla prestigiosa università pisana si iscrivessero allievi figli di operai e perfino di ceti sociali ancor più marginali. Per diretta conoscenza di chi scrive, vi hanno avuto accesso ragazzi orfani di padre operaio e perfino figli di contadini, quando esserlo significava appartenere al contesto sociale più umile, per non dire arretrato, dell’intero paese. Tutto ciò era possibile  perché, pur con tutti i limiti della “vecchia” scuola italiana, rispetto a quella di oggi la Normale del passato era in grado, come lo stesso direttore Ambrosio sembra riconoscere, di garantire straordinarie possibilità a ragazzi che possedendo spiccate capacità sarebbero stati in grado di rivoluzionare la loro vita e perfino quella della loro stessa famiglia.

E tutto ciò sarebbe stato possibile anche perché molti di questi ragazzi avevano avuta l’altrettanto straordinaria possibilità d’incontrare sulla strada della loro formazione docenti illuminati (a quei tempi forse abbastanza rari e una vera fortuna incontrarli) che, non rinunciando alla loro missione e passione civile, instradavano questi loro allievi verso percorsi formativi di alto spessore perfino degni della Normale. E, per riuscirvi, non era raro dovessero insistere e dannarsi per convincere genitori impauriti e increduli davanti a tali impegnative prospettive che avrebbero collocato i loro figlioli nella medesima condizione di coetanei di ben altra estrazione sociale.

In assenza di docenti così, la strada di questi ragazzi sarebbe stata segnata dal percorrere esattamente quella fatta dalla loro famiglia o, nella migliore delle ipotesi, avviandosi per quella del seminario, qualora un benefattore o la comunità si fossero fatti carico di sostenerne le spese. Questa è stata la nostra realtà sociale, almeno fino ai primissimi anni settanta: tradizionalmente e istituzionalmente ingiusta, classista e assolutamente da non rimpiangere. Tuttavia in grado di formare intellettuali, scienziati e una classe dirigente degna di questo nome e che per diventare tale aveva potuto misurarsi con una scuola che, malgrado le tante ingiustizie che pur offriva, era tuttavia in grado di valorizzare il merito: almeno quando questo era davvero straordinario.

Con la “nuova scuola”, quella che prese forma proprio nei medesimi anni, avremmo voluto che le tante ingiustizie del passato fossero superate e che le opportunità di valorizzare i talenti si estendessero anziché, come purtroppo è accaduto, venissero svilite in nome di una concezione assistenziale e demagogica che non prevede la serietà e il merito come condizione perché la scuola sia davvero un “ascensore sociale”. E lo svilimento avviene purtroppo per scelta o incompetenza politica o per entrambe le ragioni che hanno permesso che la scuola non si curi più di  intercettare, formare e valorizzare i ragazzi talentuosi: a maggior ragione quando questi provengono da ceti sociali più svantaggiati.

Valerio Vagnoli

“ilSussidiario.net”, 24 febbraio 2021


lunedì 1 febbraio 2021

SENTENZE CHE MINANO LA CREDIBILITÀ DELLA SCUOLA

Una serie di pronunce secondo cui gli studenti possono occupare la scuola, le bocciature dei professori non sono valide, e, persino, non ci sono conseguenze per avere copiato dal cellulare. 

Alcuni giorni fa la Procura di Roma ha chiesto l’archiviazione delle denunce nate da occupazioni studentesche di varie scuole romane. Il reato ipotizzato era “interruzione di pubblico servizio”. Ma il magistrato ha deciso che di reato non si tratta; e lo ha fatto con argomentazioni una più sbalorditiva dell’altra. Chi si impossessa di una scuola, infatti, non farebbe altro che esercitare il diritto di riunione e di manifestazione; peraltro, si aggiunge, “gli studenti devono essere considerati soggetti attivi della comunità scolastica e partecipi alla sua gestione”. Dunque farebbero parte della “gestione” della scuola, al pari del lavoro di dirigenti, insegnanti, segreteria e custodi, anche queste iniziative, benché si distinguano spesso per il fatto di impedire agli altri “gestori” di lavorare; e ad altri studenti – quasi sempre in maggioranza – di seguire le lezioni. Ma anche a questo c’è rimedio, secondo la Procura, perché il diritto allo studio sarebbe comunque garantito proprio grazie alle lezioni autogestite e attraverso le attività culturali e la didattica alternativa(!). Da notare che in passato la Cassazione ha affermato che anche poche ore di occupazione ledono il diritto all’apprendimento e rappresentano quindi un’interruzione di pubblico servizio a tutti gli effetti”. 

La difesa delle occupazioni non è certo monopolio della Procura romana. Anche ministri e sottosegretari si sono distinti in questo campo, accanto a insegnanti e intellettuali nostalgici delle proteste giovanili, insieme a genitori inteneriti nel vedere i figli ripercorrere le loro orme. Ma queste sono legittime opinioni, per quanto nocive alla scuola e alla formazione dei ragazzi. Il caso di un magistrato è diverso, perché con le sue sentenze dovrebbe applicare la legge, non esprimere il suo personale punto di vista. Purtroppo quello di Roma è solo l’ultimo di una serie di interventi che  hanno minato la credibilità della scuola e l’idea stessa dello stato di diritto. Ne ricordo solo alcuni. Una sentenza del 2011 accolse il ricorso dei genitori contro la bocciatura del figlio in una scuola media intitolata a Gioacchino Belli, che al caso avrebbe di certo dedicato uno dei suoi sonetti. La convergenza tra i familiari sindacalisti e un giudice amministrativo – forse memore di qualche docente antipatico – produsse la trasformazione di quattro 5 in altrettanti 6. Il Tar per l’occasione argomentò che si trattava di “insufficienze non molto gravi” e il ragazzo fu spostato in terza nel bel mezzo dell’anno, anche se la legge, stabilisce che si viene promossi solo "con voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina". Nel 2012 il Consiglio di Stato dichiarò illegittima l'esclusione dagli esami di una candidata sorpresa a copiare dal cellulare. Motivo: il provvedimento era stato deciso senza tener conto dell’intero percorso scolastico della ragazza e del fatto che l’episodio fosse da attribuire a «uno stato d’ansia probabilmente riconducibile anche a problemi di salute»”. Nel 2014 il TAR espropriò un consiglio di classe di una sua esclusiva competenza, cioè della valutazione finale, invece di limitarsi a eventuali rilievi di carattere formale. Fu così annullata la bocciatura di uno studente di un liceo classico romano, che aveva meritato 3 in matematica, 4 in fisica e 3 in storia dell’arte, perché i docenti non avrebbero valutato adeguatamente la sua preparazione complessiva. Infatti, sostenne il tribunale, in un liceo classico il 3 in matematica e il 4 in fisica sono meno gravi...

Sentenze di questo tipo si inseriscono nella tendenza della magistratura a intervenire in molti settori della società, anche perché sospinta da una sempre più forte rivendicazione di diritti veri o presunti e dal crescente rifiuto delle autorità di cui un tempo si accettavano le decisioni. Il ribasso di quella degli insegnanti ha varie cause, anche endogene; e mi riferisco a quei filoni di pensiero che si radicano nel ’68 e dintorni. C’è quindi sintonia tra le sentenze dalla parte dei presunti deboli e la diffusa pratica dei condoni sulla preparazione e sul comportamento. Una deriva che della scuola colpisce in modo grave la serietà, la quale, come benissimo la definisce il dizionario di Tullio De Mauro, è la “qualità di chi agisce con responsabilità, con correttezza, con capacità e volontà di assolvere i propri doveri e gli impegni assunti”.

Giorgio Ragazzini

("Pensalibero", 1° febbraio 2021)  

domenica 17 gennaio 2021

I BEI TEMPI NON SONO QUELLI ANDATI. Conoscere la storia per scoprire le conquiste del nostro tempo

Nel presentare il nostro mondo alle nuove generazioni, la scuola dovrebbe tenere presente la tendenza della mente umana a prestare più attenzione alle vicende e alle situazioni negative. Una caratteristica che è stata preziosa per noi sapiens quando vivevamo in ambienti in cui i più pronti a percepire rischi e minacce avevano maggiori possibilità di sopravvivere. La distrazione e la sventatezza si pagavano care. Anche gli studi sul cervello hanno dimostrato che i pericoli e le impressioni negative suscitano un’attivazione dei circuiti neurali ben più forte degli stimoli positivi.

Nelle odierne società avanzate viviamo vite di gran lunga più sicure e possiamo naturalmente rilassarci un po’, anche se sarebbe sbagliato sostenere che la circospezione trasmessaci dai nostri avi è diventata inutile. (E magari riuscissimo a passarne un po’ ai tanti ragazzi che sfidano la sorte con rischiose bravate).

Ma questa tendenza a “vedere nero” ha anche un effetto indesiderato, appunto quello di distorcere la nostra percezione del mondo in cui viviamo e di cui tendiamo a ignorare o a sottovalutare le tante conquiste di cui pure godiamo. Questo si riflette a scuola sullo studio della storia e del mondo contemporaneo, per lo più centrati, l’uno sui drammi del passato (guerre, schiavitù, pestilenze, violenza), l’altro sui problemi attuali (ambiente, povertà, disoccupazione, mafie, terrorismo). Un forte contributo a rinforzare questa propensione innata viene dato dai mezzi di comunicazione, che, consapevoli di quello che “funziona”, in genere registrano più volentieri – quando non cercano attivamente – scandali, disgrazie, disastri e altri ingredienti forti per i loro menù giornalistici.

Per riequilibrare la capacità di valutare la realtà in cui viviamo è decisamente consigliabile, tra i libri che conosco, quello dello studioso svedese Johan Norberg: Progresso: Dieci motivi per guardare al futuro con fiducia. Già nel titolo dato all’introduzione, l’autore espone la tesi del saggio: I bei tempi andati sono ora. Un tempo Norberg condivideva il diffuso pessimismo sul mondo contemporaneo e vagheggiava un ritorno al passato e una società “in armonia con la natura”. Ma lo studio della storia e i molti viaggi lo hanno convinto che non si può avere una visione romantica di come si viveva un tempo.

I grandi progressi, che la rivoluzione industriale e lo sviluppo della scienza e della tecnica hanno prodotto, vengono analizzati in nove sezioni: alimentazione, igiene, aspettativa di vita, povertà, violenza, ambiente, alfabetizzazione, libertà, uguaglianza. Una decima sezione è dedicata alla storia del lavoro minorile (che non è stato inventato dalla rivoluzione industriale) e a un’ulteriore riflessione sulla tendenza al pessimismo, fondata spesso su un’ignoranza a cui non sono estranei i libri di testo.

Sulla diffusione della fame e della denutrizione nel passato Norberg non è dovuto partire da lontano. Nel 1868 una grave carestia colpì la Svezia, molti genitori si trovarono a non avere più nulla da metter in tavola, gruppi di bambini emaciati e affamati giravano da una fattoria all’altra mendicando “qualche briciola di pane”. Ma avere fame era la norma anche in assenza di carestie che l’acuissero all’estremo: “I francesi e gli inglesi nel diciottesimo secolo assumevano meno calorie della media attuale nell’Africa subsahariana, la regione più afflitta da malnutrizione”.

Enormi passi avanti sono stati fatti riguardo all’igiene e alla lotta contro le malattie. Un campo di cui siamo un po’ meno disinformati, però le pagine su come andavano un tempo le cose fanno lo stesso impressione. A loro volta i progressi della medicina hanno portato a un aumento sempre più rapido dell’aspettativa di vita. “All’inizio del XIX secolo – scrive Norberg - in Svezia tra il 30 e il 40 % di tutti i bambini moriva prima del quinto anno d’età. All’inizio del XX la percentuale era scesa al 15%. Oggi è allo 0,3 %.”

Anche gli altri capitoli del libro si leggono con sgomento, ma anche con curiosità e con passione, direi quasi con entusiasmo. E la scuola dovrebbe davvero dare più spazio a questi aspetti così confortanti della nostra storia. Non certo per dimenticare i tanti problemi e le sofferenze che esistono ancora in tante aree del globo, anzi, proprio per suscitare nei giovani, oggi in particolare a rischio di scoraggiamento, la convinzione che studiare e impegnarsi con perseveranza può essere, come in passato, la strada da percorrere per migliorare il mondo. E si potrebbe magari cominciare proprio dalla strepitosa impresa planetaria degli scorsi mesi, la preparazione a tempo di record del vaccino, anzi di più vaccini, contro il Covid. Se il proverbiale Marziano, spesso chiamato in causa per i più vari motivi, visitasse oggi il nostro pianeta, probabilmente esclamerebbe: “Però, questi Terrestri!” 

Giorgio Ragazzini

lunedì 11 gennaio 2021

MINISTRA AZZOLINA, GIUSTO COMPRENDERE I GIOVANI, MA RICORDANDO LE LORO RESPONSABILITÀ

Intervistata stamani da Radio 1, la Ministra Azzolina, pur dichiarando che il governo ha fatto tutto quello che poteva, ha detto di sentirsi “vicina a quegli studenti che si sentono arrabbiati e delusi per il proseguimento della Dad. Anch’io al loro posto sarei arrabbiata”. La Ministra ha aggiunto che la Dad non può più funzionare, perché è uno strumento che può servire per qualche settimana o per qualche mese, ma i ragazzi vivono ormai “un blackout della socialità”.

Giusto. La condizione per avere un rapporto con i giovani è cercare di comprenderli e farglielo sentire. Ma, di fronte alle difficoltà, accanto alla comprensione i ragazzi hanno bisogno anche di adulti capaci di rassicurarli, fortificarli e incoraggiarli a reagire. La sola sintonia non basta, è anche necessario un richiamo alle loro risorse interiori e al loro senso di responsabilità, in alternativa alla rabbia e, in non pochi casi, alla distruttività. E fino a quando viene deciso, anche sbagliando, che è inevitabile adattarvisi a turno, gli studenti dovrebbero fare il possibile per rendere utile questo male minore, nonostante tutti i suoi vistosi limiti. Non è quindi accettabile che qualche allievo non si colleghi, sparisca dal video, non risponda al telefono, escogiti trucchi per fare forca on line. La Ministra poteva poi ricordare che se è giusto pretendere, come fanno gli studenti, il massimo sforzo dalle istituzioni per riaprire le scuole a tutti, non ci si può poi accalcare sconsideratamente e senza mascherina davanti alla scuola e di fronte ai bar, anche solo per non mettere in pericolo i familiari. Bisogna essere coscienti che il gruppo tende a deresponsabilizzare; e sarebbe anzi positivo che qualcuno di loro avesse il coraggio di ricordare il rispetto delle regole ai compagni che se ne infischiano.

Bene ha fatto Paolo Sarti, pediatra e autore di libri sull’educazione, a dire che ai nostri figli “non abbiamo insegnato a fare sacrifici per il bene comune”; e a stigmatizzare “la fallimentare pedagogia delle coccole, giustificativa a oltranza, preservatrice da ogni sforzo, impegno, lotta o frustrazione.” Accanto ai fallimenti educativi, non scordiamoci però delle responsabilità di chi a tutti i livelli istituzionali dovrebbe far rispettare le regole e non lo fa, incoraggiando con l’impunità i comportamenti illegali.

Aggiungo che i ragazzi oggi giustamente impegnati per tornare alla scuola in presenza non sono certo da identificarsi senz’altro con chi si comporta in modo dissennato. Ma sarebbe importante che ne prendessero con forza le distanze.

Giorgio Ragazzini 

lunedì 28 dicembre 2020

SUL VIDEO DEGLI STUDENTI DI PALERMO: SI TRATTA DAVVERO DI “LIBERTÀ DI ESPRESSIONE”?


Lo scorso 14 dicembre a Palermo il giudice del lavoro ha dichiarato illegittima la sospensione, nel 2019,  dall'insegnamento e dallo stipendio della professoressa Rosa Maria Dell'Aria. Motivo della sanzione: "mancata vigilanza" su un video prodotto dai suoi alunni, in cui si omologavano le leggi razziali fasciste e il decreto Sicurezza del primo governo Conte. 

Ieri il “Corriere della Sera” ha pubblicato un intervento in proposito delle senatrici a vita Elena Cattaneo e Liliana Segre, che si rallegrano della bella notizia e ricordano di avere allora ospitato in Senato l’insegnante e gli studenti “per offrire loro un’occasione di riconciliazione con le istituzioni e di riflessione sui valori fondanti della nostra Costituzione”.

Anche le senatrici Cattaneo e Segre, donne di grande valore e di meriti indiscutibili, danno però del fatto, come tanti altri allora, una lettura centrata sulla “libertà di espressione”, in cui non si prendono in considerazione separatamente questioni tra loro distinte: il video degli allievi dell’istituto palermitano, il ruolo della collega, la sanzione.

Il video in questione, che invitiamo a rivedere, non è in realtà “un confronto” fra leggi razziali e decreto Sicurezza: il termine implica infatti il rilevare somiglianze e differenze. Si tratta invece della pura e semplice equiparazione di una pur contestabilissima legge sull’immigrazione con le leggi razziali che portarono alla persecuzione degli ebrei italiani e successivamente allo sterminio di migliaia di loro. Il massimo dell’assurdità viene raggiunto dall’accostamento tra il rastrellamento nazista degli ebrei romani nel ’43 (1023 persone deportate ad Auschwitz, di cui solo 16 sopravvissero) e il trasferimento, certo effettuato senza tanti riguardi, di centinaia di migranti dal CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) di Castelnuovo di Porto. Del resto, gli autori del video avrebbero potuto chiedersi: come mai, se è corretta l’equivalenza tra le due leggi, il Presidente Mattarella ha dato il via libera al decreto Sicurezza?

La seconda questione da discutere è la seguente: di fronte a un lavoro palesemente superficiale e scorretto sul piano storico, per di più esposto al pubblico, qual è il ruolo dell’insegnante? Non intervenire in nome della “libertà di espressione” o far notare agli studenti le enormi differenze fra i due provvedimenti e le loro conseguenze? La risposta dovrebbe essere ovvia, altrimenti non si capisce a cosa serva essere seguiti da chi è competente in materia. La scuola non è uno dei tanti luoghi, fisici o virtuali, in cui si possono esprimere opinioni a ruota libera, ma quello in cui si impara a riflettere, discernere e contestualizzare i fatti, in modo da formarsi opinioni fondate, che gli insegnanti devono invece correggere quando sono chiaramente insostenibili o tendenziose.

Nell’articolo delle due senatrici, il solo accenno a questa esigenza lo fa Giorgio Napolitano, anche lui presente all’incontro con gli studenti, quando li  invita “ad approfondire le differenze tra i momenti storici”. Ed è appunto questo invito che la docente avrebbe dovuto fare ai suoi allievi.

Dunque, se la sanzione inflitta, basata su un uso estensivo e inappropriato del concetto di “omessa vigilanza” – che la legge riferisce alla sicurezza degli allievi e a loro eventuali comportamenti scorretti – è stata indubbiamente fuori luogo, l’episodio ha messo però in evidenza la necessità di mettere finalmente all’ordine del giorno la definizione di principi etico-deontologici, che servano da bussola e da sostegno nel complesso e delicato lavoro di chi insegna.

Giorgio Ragazzini

sabato 12 dicembre 2020

DOPO UN MESE DI DISCUSSIONI, LA PROPOSTA DI FARE I DOPPI TURNI RESTA QUELLA CHE GARANTISCE PIÙ SICUREZZA E LA PRESENZA DI TUTTI I RAGAZZI

Da oltre un mese abbiamo lanciato una proposta: non quella di tornare genericamente a scuola senza dire come, ma di farlo con i “doppi turni”, cioè con metà delle classi di mattina e l’altra metà di pomeriggio, con alternanza settimanale e con l’ora di lezione ridotta a 45 minuti, per evitare che i turni pomeridiani finiscano troppo tardi. Dopo tanto discutere, ci permettiamo di insistere: è chiaro che si tratta della soluzione più razionale. Oltre a dimezzare le presenze degli studenti sui trasporti, quindi delle principali occasioni di contagio indicate dagli esperti, verrebbero dimezzati, rendendoli più governabili, anche gli assembramenti davanti alle scuole (di cui comunque prèsidi e le forze dell'ordine non dovrebbero disinteressarsi). Negli spazi comuni delle scuole (bagni, corridoi ecc.) si diraderebbero gli incontri e quindi le possibilità di infettarsi. Last, but absolutely not least, in questo modo gli insegnanti sarebbero molto più protetti dalla possibilità di essere contagiati dagli allievi.

Il Presidente del Consiglio ha annunciato che le scuole ora chiuse riapriranno dopo le feste, ma nelle superiori il 25% degli studenti, immagino a turno, seguiranno le lezioni da casa. Questa scelta, però, da un lato attenua, ma in misura chiaramente insufficiente, il principale problema che le aveva fatte chiudere, cioè quello dei trasporti affollati, dall’altro un quarto dei ragazzi, meno quelli sforniti di computer, si dovrà accontentare della didattica via internet, per di più, è da supporre, nella sua forma meno attraente, cioè l’ascolto dei docenti che si rivolgono alla classe.

Se si scegliesse invece la soluzione dei doppi turni, bisognerà forse aumentare le corse degli autobus negli orari di ingresso e di uscita dei turni pomeridiani. Inoltre è possibile che alcuni docenti una o due volte la settimana debbano fare lezione sia di mattina che di pomeriggio. In questo caso, si potranno anche prevedere delle indennità per compensare il disagio.

In ogni caso sarebbe doveroso che il governo e le rappresentanze dei docenti prendessero in considerazione e discutessero pubblicamente questa ipotesi, tenendo responsabilmente ben presenti l'eccezionalità della situazione e la posta in gioco per le giovani generazioni.

Giorgio Ragazzini 

giovedì 3 dicembre 2020

MA I DOPPI TURNI POTREBBERO ESSERE UNA SOLUZIONE

 Caro direttore,

nei giorni scorsi, prima Gaspare Polizzi (sabato 28 novembre) poi il senatore Riccardo Nencini (domenica 29 novembre) hanno trattato su questo giornale il tema dei trasporti pubblici in rapporto al ritorno di tutti gli ordini di scuole alla didattica in presenza, criticando severamente l’evidente inadeguatezza di quanto in materia è stato fatto finora. Con grave ritardo pare che ora si cerchi di occuparsi più seriamente del problema, ma c’è una possibilità, quella di organizzare le lezioni su due turni, la mattina e il pomeriggio in alternanza, che sembra essere stata scartata a priori e che invece merita quanto meno di essere approfondita, per le superiori e anche per le scuole medie, in particolare nelle aree urbane. Ritengo che questa scelta darebbe le maggiori garanzie di minimizzare il rischio di contagi, in pratica dimezzando il numero degli studenti su autobus e treni, all’ingresso e all’uscita degli istituti (senza che venga meno nell’uno e nell’altro caso la necessità di rigorosi controlli) e anche negli spazi comuni all’interno. In questa ipotesi sarebbe opportuna una riduzione dell’unità oraria a 45 minuti, che consentirebbe un tempo scuola in ciascuno dei due turni di circa 4 ore e mezza e un’uscita da scuola al pomeriggio intorno alle 18.

So che questa proposta incontra forti resistenze soprattutto tra gli insegnanti, per il timore di un orario che li impegni in entrambi i turni, in particolare quelli che hanno molte classi.

Le scuole sapranno certo limitare al massimo questa eventualità e comunque si dovrà garantire in questo caso ai docenti un compenso integrativo. Detto questo, mi auguro che questa modalità organizzativa sia valutata senza pregiudiziali, avendo ben presente l’eccezionalità della situazione e la necessità di adottare le soluzioni che diano le maggiori garanzie per la sicurezza di insegnanti e studenti.

Andrea Ragazzini, Corriere Fiorentino, 2 dicembre 2020

martedì 24 novembre 2020

DOPPI TURNI PER RIAPRIRE LE SCUOLE ("La Nazione - Firenze", 24 novembre 2020)


 

LETTERA ALLA MINISTRA AZZOLINA: DOPPI TURNI PER RENDERE LA SCUOLA PIÙ SICURA

Gentile Ministra,

siamo assolutamente d’accordo sulla necessità che si torni il più presto possibile alla didattica in presenza in tutti gli ordini di scuole e d’altra parte negli ultimi giorni si sono espresse in questo senso molte autorevoli voci. Noi pensiamo però che per garantire le migliori condizioni di sicurezza, in particolare per ridurre drasticamente l’affollamento dei trasporti pubblici e gli assembramenti all’esterno delle scuole, la soluzione più adeguata sarebbe l’istituzione dei doppi turni, mattina e pomeriggio. Abbiamo illustrato la proposta in un articolo per il quotidiano on line “Il Sussidiario”[1], che ci permettiamo di inviarle.
Grazie per il Suo impegno e buon lavoro.

Per il Gruppo di Firenze,

Andrea Ragazzini

P.S.: La stessa lettera è stata inviata per conoscenza, tra gli altri, al Ministro della Salute Speranza, al Presidente del Consiglio Superiore di Sanità Franco Locatelli e al Presidente del Comitato Tecnico Scientifico Agostino Miozzo.



[1] Vedi il post qui sotto.

PERCHÉ ABBIAMO CHIUSO LA RACCOLTA DI FIRME (CON UN GRAZIE A TUTTI I FIRMATARI)

21 novembre 2020

Nel chiudere su Change.org la petizione sulla proposta dei doppi turni, ringraziamo molto chi l’ha condivisa, a volte esprimendo anche il proprio parere. Molte persone ci hanno fatto sapere che, pur avendo firmato, non avevano visto il proprio nome comparire nell’elenco; e effettivamente i nostri controlli lo hanno confermato. Che si sia trattato di un problema tecnico o forse anche del grandissimo numero di petizioni sulla scuola a cui si aggiungeva la nostra, resta il fatto che l’ipotesi da noi avanzata per rendere più sicura la scuola “in presenza” non ha convinto molti colleghi, che sono in grande maggioranza nei nostri indirizzari e fra chi segue la nostra pagina facebook. Probabilmente è necessario spiegare meglio la proposta ed è quello che cercheremo di fare percorrendo altre vie per farla entrare nel dibattito pubblico. Siamo convinti che sia tra tante una delle più idonee a permettere un rientro quanto più rapido e sicuro.

Chi volesse darci il proprio parere in merito può farlo scrivendoci all’indirizzo di posta gruppodifirenze@libero.it

Con i più cordiali saluti,

Giorgio Ragazzini

per il Gruppo di Firenze 


sabato 21 novembre 2020

SCUOLA/ LA RIAPERTURA VA PENSATA ORA: DOPPI TURNI E ORE PIÙ CORTE

 “ilSussidiario.net”, 21 novembre 2020

Nonostante il drammatico ritorno autunnale della pandemia, la maggior parte dei paesi europei, tra cui Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Paesi Bassi, ha scelto di mantenere comunque le scuole aperte, sia pure rafforzando le misure di sicurezza e rendendo più stringenti i controlli. Nel nostro paese al momento le scuole superiori sono tornate alla didattica a distanza, ma si è senz'altro affermata, a prescindere dai comprensibili timori di contagio, una chiara consapevolezza che il rapporto didattico e educativo in presenza  tra l'insegnante e suoi studenti non può essere surrogato dalle lezioni via internet, anche disponendo delle più adeguate dotazioni tecnologiche. Su questo aspetto d'altra parte non risulta che il Ministero, come era lecito aspettarsi, abbia svolto una qualche indagine  su quanto e come ha funzionato la Didattica a distanza, da tutti i punti di vista: quanti studenti ne hanno effettivamente usufruito e quanti al contrario ne sono stati del tutto esclusi? Quanti insegnanti sono stati in grado di attuarla e in che misura? È stato possibile almeno in parte verificarne i risultati?

La didattica in presenza è poi insostituibile per tutte le attività pratiche che caratterizzano il primo ciclo  e per tutti gli indirizzi di studio delle superiori  che hanno il loro fulcro nelle attività di laboratorio, come gli istituti tecnici e professionali e anche  diversi indirizzi liceali, quali l'artistico, il musicale, il linguistico, le scienze applicate.

Come di recente ha sottolineato anche Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, i luoghi dove è più facile il contagio non sono tanto gli spazi interni delle scuole, in genere adeguatamente controllati, ma soprattutto i mezzi pubblici e gli assembramenti all’ingresso e all’uscita dagli istituti scolastici. La questione dei trasporti in particolare non è certo stato affrontata con l'attenzione e il rigore che richiedeva, senza alcun serio tentativo di potenziare o integrare il servizio e limitandosi a una misura che è in sé un palese controsenso, l'aumento dal 50% all'80% della percentuale di affollamento dei mezzi pubblici.

Un ritorno a scuola nella massima sicurezza possibile, per quando la situazione dei contagi lo consentirà, deve essere programmato fin da ora e non con provvedimenti di facciata. Per il Gruppo di Firenze il modo più razionale di affrontare efficacemente il problema è l’istituzione dei doppi turni, mattutino e pomeridiano, con alternanza settimanale, magari riducendo l'unità oraria a 45/50 minuti.

Oltre al dimezzamento delle presenze all'interno degli edifici scolastici, questa soluzione consentirebbe soprattutto di diminuire di molto l’affollamento dei mezzi pubblici e gli assembramenti all'esterno delle scuole, certamente a condizione che su entrambi gli aspetti venga esercitata un'assidua attività di sorveglianza, di persuasione  e se necessario di  applicazione delle sanzioni in relazione all'uso delle mascherine e al rispetto della distanza di sicurezza.

Questo assetto organizzativo appare necessario per le scuole superiori, dove l'uso dei trasporti pubblici da parte degli studenti è spesso indispensabile, e anche per le scuole medie, molto più diffuse sul territorio, ma dove ugualmente potrebbero essere limitati gli assembramenti all'esterno. Probabilmente non sarebbe indicato per le elementari, dove è ancora molto frequente il tempo pieno e dove d'altra parte sono per lo più i genitori ad accompagnare i propri figli a scuola con mezzi propri. 

Siamo consapevoli delle resistenze che questa ipotesi incontra tra gli insegnanti, per il timore del contagio, ma anche della possibilità di un orario che a volte li impegni sia la mattina che il pomeriggio. In proposito tuttavia pensiamo che si possa e si debba trovare una soluzione soddisfacente, anche prevedendo per i docenti delle indennità integrative per un impegno orario più gravoso, tenendo comunque presente l'eccezionalità della situazione  e con la consapevolezza della posta in gioco per le giovani generazioni.

Andrea Ragazzini

COME FREGARE I DOCENTI CON LA DAD

 


Il sito ScuolaZoo, che imperversa dal 2007 tra gli studenti italiani delle superiori, racconta la realtà peggiore delle scuole italiane, riproponendo video girati da studenti durante le ore di lezione – spesso con scherzi anche gravi ai professori – e varie rubriche, tra cui per esempio quella sulle note disciplinari o sui metodi per copiare durante i compiti in classe.

In questi giorni è stato postato sul sito un video intitolato Come saltare le interrogazioni in didattica a distanza, in cui uno studente spiega con tono spigliato e sicuro i trucchi  per fregare gli insegnanti al momento delle verifiche via internet. Un’esibita assenza di serietà e di responsabilità che implica purtroppo un pubblico, non saprei quanto vasto, di analoga caratura. E questo in un momento così difficile e stressante per la scuola italiana. Inutile aggiungere che le denunce e le richieste di chiusura di questo sito, che istiga i ragazzi a tirar fuori il peggio di sé, sono state vane.

Un simile esempio di scarso senso civico tra i giovani dimostra anche che la didattica a distanza, al di là delle oggettive difficoltà sia dal punto di vista tecnico che da quello delle competenze digitali necessarie, non dà sufficienti garanzie sull’efficacia dell’insegnamento nella formazione scolastica superiore.

È poi sconcertante che la ricorrente mancanza di rispetto delle basilari norme di comportamento –  dall’alternante frequenza alle lezioni e alle verifiche scritte e orali, dal rifiuto delle interrogazioni al copiare durante i compiti in classe, fino all’irrisione dell’autorità dell’insegnante – venga quasi sempre tollerata o giustificata come una manifestazione di tipo goliardico da parte delle istituzioni scolastiche, dal ministro dell’ istruzione al dirigente scolastico e al docente. Ormai da molti anni ci si invita a preoccuparsi più dell’ “accoglienza” e del “benessere” degli allievi, che del conseguimento di una preparazione rigorosa e di un comportamento adeguato all’interno delle scuole.

Auspicando che prima possibile tornino in classe tutti gli studenti e non solo quelli della scuola primaria e che siano garantite tutte le condizioni di sicurezza, anche attraverso l’istituzione dei doppi turni, in questo periodo di emergenza sanitaria, va però anche garantita la serietà degli studi, e cioè che non vengano mai meno il merito e la responsabilità come valori fondamentali a cui la scuola si deve ispirare.

Sergio Casprini

lunedì 2 novembre 2020

FIRMA LA PETIZIONE: DOPPI TURNI PER SALVARE LA SCUOLA IN PRESENZA

ALLE AUTORITA' COMPETENTI 

FIRMA LA PETIZIONE:

DOPPI TURNI PER SALVARE LA SCUOLA IN PRESENZA

Sappiamo tutti che il rapporto diretto, in presenza, tra l’insegnante e i suoi studenti è essenziale e che non può essere sostituito senza seri problemi dalle lezioni via internet, anche nel caso che tutti gli allievi disponessero di computer e di connessioni efficienti.

Sappiamo anche che non è la scuola il luogo dove è più facile il contagio. Lo sono invece i mezzi pubblici e gli assembramenti all’ingresso e all’uscita dagli istituti scolastici.

Riteniamo che il modo più razionale di affrontare efficacemente il problema sia l’istituzione dei doppi turni, mattutino e pomeridiano, in tutte le scuole, con alternanza settimanale, se necessario con la riduzione dell’unità oraria a 45 /50 minuti. Questa soluzione consentirebbe di ridurre di molto l’affollamento dei mezzi pubblici, oltre che di utilizzare nelle scuole gli ambienti più grandi.

È necessario inoltre che all’esterno degli istituti scolastici all’inizio e alla fine delle lezioni, alle fermate dei bus e alle stazioni ferroviarie, sia garantita da parte delle  forze dell’ordine un’attività di controllo  sull’uso delle mascherine e sulla distanza di sicurezza. 

Sergio Casprini, Andrea Ragazzini, Giorgio Ragazzini, Valerio Vagnoli

Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

LINK PER FIRMARE:  http://chng.it/6p4dfnbCpv  

sabato 24 ottobre 2020

DISOBBEDIENZA E SANZIONI: I GIOVANI E LO STATO CHE TEME LA FERMEZZA

 Il laissez faire educativo è all’origine di tanti assembramenti di giovani e ha molto a che vedere con l’incapacità dello Stato di far rispettare la legge

“ilSussidiario.net”, 24 ottobre 2020


Quanti controlli sono stati fatti sulle spiagge spensieratamente stipate di cui abbiamo visto le immagini per tutta l’estate? A quanti assembramenti hanno messo fine le forze dell’ordine nelle strade e nelle piazze della movida? Quanti ragazzi sono stati almeno rimproverati e invitati a mantenere le debite distanze all’uscita delle scuole?

Sappiamo bene che quasi nulla è stato fatto per far rispettare regole appena stabilite, di cui a parole il governo ha continuamente ribadito l’importanza. È, del resto, la più nota e rovinosa tara della nostra cultura istituzionale quella di trasformare obblighi e divieti in esortazioni. Così facendo si evita di ricorrere a una virtù essenziale in democrazia, la fermezza, cioè la capacità di far rispettare la legge nell’interesse della comunità, anche quando questo può essere politicamente costoso – e costoso psicologicamente per chi in concreto deve operare sul campo. Fra parentesi: non è certo un caso che i sindaci (o i presidi…) che cercano di andare contro questa corrente vengano subito soprannominati “sceriffi”; come se lo sceriffo non avesse rappresentato l’unica alternativa alla legge del più forte, il tentativo di far vivere un minimo di legalità nella comunità a lui affidata. 

Su cosa conta allora lo Stato che tralascia la frequenza e la severità dei controlli, al di là dei richiami al “senso di responsabilità” dei cittadini? Sull’aumento delle sanzioni. Che di recente sono salite, per il mancato uso delle mascherine, da un minimo di 400 fino a un massimo di 1000 euro. È una classica grida manzoniana, cioè il completo ribaltamento di quanto raccomandava Beccaria: non è tanto l’entità, ma la certezza della pena a scoraggiare i comportamenti vietati. Qualcuna di queste multe verrà fatta, ma c’è da scommettere che in genere l’importo eccessivo servirà solo ai tutori dell’ordine per giustificare ai propri occhi la loro indulgenza di certo già raccomandata ad abundantiam dalle alte sfere della pubblica sicurezza.

Le conseguenze si leggono nei dati sempre più preoccupanti di questi giorni sull’ascesa dei “positivi”, in particolare quelli relativi a Milano, la città più colpita a causa del numero dei suoi abitanti, di quello delle imprese (306 mila) e dei visitatori, in altre parole dell’ampiezza delle relazioni sociali. Tra gli altri colpisce in particolare il 17% dei contagiati tra i 20 e i 29 anni, cioè quei giovani che abbiamo ampiamente incoraggiato a sentirsi intoccabili dal virus, lasciando che si intruppassero nella movida; a conferma, un altro 17% ha tra i 30 e i 39. Dobbiamo per questo ringraziare chi ha anteposto il “diritto a divertirsi” a quello – senza virgolette – alla tranquillità e alla salute dei residenti e all’imperativo di combattere una malattia che ha già ucciso oltre 36mila nostri concittadini.

Sappiamo infine che il laissez faire laissez passer che contraddistingue – come ha scritto Ernesto Galli della Loggia – “una popolazione tra le più ineducate del continente, con una scarsa propensione alla civile convivenza […] e con un’ancora più scarsa attitudine ad obbedire alle regole e ai comandi dell’autorità” è in sintonia con le concezioni educative diffuse da decenni nelle famiglie e nella scuola. Fra l’una e le altre c’è naturalmente uno scambio di influenze negative che indeboliscono sempre di più la convivenza civile. Ma l’idea che le sanzioni siano l’opposto dell’educazione e vadano quindi evitate non ha nessun fondamento psicopedagogico e serve solo, purtroppo, per sentirsi buoni a buon mercato.

Giorgio Ragazzini

venerdì 23 ottobre 2020

LETTERA ALLA MINISTRA AZZOLINA: BENE I CONCORSI, MA NON BASTANO PER GARANTIRE LA QUALITÀ DEI DOCENTI

                                                                                                  Firenze, 22 ottobre 2020

Gentile Ministra Azzolina,

desideriamo manifestarle il nostro convinto apprezzamento per la fermezza con cui si è opposta alla pressante richiesta di un’ennesima sanatoria ope legis da parte dei sindacati e di numerose forze politiche, confermando il concorso ordinario quale strumento per la selezione del personale docente. Accogliere tali richieste avrebbe rappresentato l’ennesimo tradimento del dettato costituzionale e soprattutto un pessimo servizio al mondo della scuola, in nome di interessi, tanto dei sindacati che della politica, che nulla hanno a che fare con l’obiettivo di rendere l’istruzione pubblica realmente democratica e credibile, in quanto capace di far sì che tutti gli studenti, specialmente quelli che partono svantaggiati, abbiano le migliori chances di riuscita. Ma perché questo sia possibile la modalità concorsuale non può da sola costituire una garanzia: è indispensabile che la selezione del personale docente e il percorso formativo siano estremamente rigorosi (come Lei sa, nel sistema scolastico finlandese, considerato tra i migliori del mondo, solo un candidato su nove viene abilitato all’insegnamento). A prescindere dall’imminente concorso che necessariamente, data la situazione attuale, si svolgerà in una forma molto semplificata, ci pare essenziale che un aspirante docente debba misurarsi con tipologie di prove realmente atte a verificarne le attitudini e le capacità. Dovrebbe essere da tutti condivisa l’idea che qualsiasi ulteriore riforma della scuola non troverà alcuna realizzazione se non verrà affidata a insegnanti motivati, preparati nelle loro discipline, autorevoli, esigenti, competenti nella didattica, nella comunicazione e dotati delle necessarie attitudini relazionali e affettive.

Ringraziandola per la Sua attenzione le facciamo i nostri più sinceri auguri di buon lavoro.

Gruppo di Firenze  per la scuola del merito e della responsabilità

Andrea Ragazzini, Valerio Vagnoli, Sergio Casprini, Giorgio Ragazzini

domenica 11 ottobre 2020

BANCHI A ROTELLE, CONCORSI, SINDACATI: VINCE SOLO IL “PARTICULARE”


Ne abbiamo viste di tutti i colori in questo travagliatissimo inizio di anno scolastico, a partire dalla promessa che entro il 14 di settembre sarebbero certamente arrivati tutti i banchi, con o senza rotelle (queste ultime assenti anche nelle teste di molti addetti ai lavori), per finire alle arrabbiate proteste sindacali di queste settimane: non ultima quella contro il prossimo concorso per assegnare finalmente 35mila cattedre. Quasi che i sindacati volessero fare tabula rasa di quel residuo di credibilità che ancora il sistema scolastico riesce ad avere, spingendo per l’ennesima immissione in ruolo di migliaia di insegnanti senza il filtro di un concorso, come da Costituzione. Ha scritto di recente Sabino Cassese: “Solo con il concorso (con un concorso fatto perbene) si può misurare il merito, cioè qualità, esperienza, capacità, abilità. Solo il concorso dà eguali possibilità a tutti: senza concorso, potrà avere il posto quello che è più vicino al politico di turno, o al dirigente amministrativo, perché la scelta è discrezionale, non competitiva, non operata da una commissione imparziale. Insomma, prevarranno affiliazioni, familismo, talora corruzione”. Contro l’unica procedura corretta non si è invece rinunciato a proclamare scioperi a ripetizione, malgrado quasi tutti gli istituti fossero già stati penalizzati perché sede dei seggi elettorali.

Si poteva dunque fare di più e meglio. Per esempio, sarebbe stato fondamentale bloccare per un anno le graduatorie per evitare la confusione che si sta creando in moltissime scuole, che devono controllare la veridicità di quanto hanno dichiarato i docenti riguardo alle loro competenze nelle domande di incarico. Può infatti capitare, e sta accadendo, che da una prima verifica dei fascicoli si debba poi procedere all’annullamento degli incarichi per poi dover nuovamente “scalare” le graduatorie e passare ad altre nomine.

Onestamente sarebbe stato opportuno che tutti, ma proprio tutti, gli addetti ai lavori avessero preso contezza della situazione che la scuola si sarebbe trovata ad affrontare in questo inizio d’anno. Una situazione che infatti si sta complicando sia per problemi ormai storici, sia per le difficoltà create dalla attuale emergenza; e a pagare il prezzo maggiore saranno le scuole più problematiche. Tanto per intenderci, quelle di periferia e di frontiera, che da sempre sono costrette a subire organici assai differenziati tra quelli di fatto e quelli di diritto e che proprio quest’anno avrebbero avuto maggiore necessità di iniziare in condizioni, almeno da questo punto di vista, più sicure e serene.

Un esempio di scarsa consapevolezza della situazione in cui si trova la scuola viene da una media di Firenze. Alcuni genitori hanno costretto per protesta i loro figli a restare a casa, in quanto ancora privi del docente di matematica: quello appena nominato era stato giustamente assegnato dalla dirigente a una classe priva anche della gran parte degli altri docenti. È un segnale che preoccupa in quanto, al pari di ciò che accade in molti altri diffusi comportamenti sociali, anche nella scuola sembra farsi strada l’attaccamento al “particulare”, alla cura del proprio giardino senza alcuna attenzione per chi è costretto a subire condizioni molto più penalizzanti. Un segnale, appunto, che tuttavia sembra confermare come sia sempre più difficile da parte della scuola educare i ragazzi alla solidarietà e alla comprensione di chi vive in condizioni peggiori delle nostre, se le famiglie costringono poi i loro figli a crescere nei “valori” dell’egoismo e della prepotenza.

Valerio Vagnoli

“ilSussidiario.net”, 9 ottobre 2020