lunedì 18 novembre 2019

CIVILTÀ E DOCENTI PERDUTI. Dalla scuola di un piccolo villaggio toscano a quella dispersa del villaggio globale


La rivista “Adò”, edita dall’Associazione “Laboratorio Adolescenza”, ha posto ad alcuni docenti e una giornalista la domanda : “Servono ancora gli insegnanti?”. Pubblichiamo qui sotto la risposta di Valerio Vagnoli del Gruppo di Firenze; le altre possono essere lette direttamente sulla rivista reperibile sulla nostra pagina facebook o direttamente a questo indirizzo: http://bit.ly/2r4tTq0.
Sono nato e vissuto, per fortuna o purtroppo (come direbbe Giorgio Gaber), in un villaggio minuscolo della campagna toscana. Allora – si era negli anni cinquanta – nessuno al mondo avrebbe potuto pensare che anche quel paesino, attraversato solamente da una strada bianca e dal suono delle campane di chiese sperse sulle colline, avrebbe lasciato il posto all’attuale immenso villaggio globale.
Per quelli della mia generazione fu sufficiente l'esperienza della scuola media, da raggiungere nella cittadina sede del Comune facendo sette-otto chilometri in bicicletta o in corriera, a farci rendere conto di quanti limiti, insieme ad alcune cose belle, segnavano la nostra vita nel villaggio. Così, insieme alla solidarietà spontanea, ma a volte anche interessata, che caratterizzava i rapporti tra le famiglie e la nostra stessa vita quotidiana, avremmo lentamente scoperto, grazie ai libri – soprattutto se si trattava dei classici – e a qualche illuminato docente, che la nostra vita era dominata dalle superstizioni, dalla maldicenza e dalle prepotenze di chi manteneva e ostentava privilegi di casta contro i quali era difficile opporsi, pena l'esclusione dal convivere sociale che spesso non era convivenza civile. E avremmo scoperto la grandezza di quei pochissimi che avevano osato opporsi, pagando di persona prezzi umanamente pesanti, alle meschinità delle idee dominanti di quella nostra piccola comunità. La quale, tanto per fare un esempio, considerava ragazze perdute le prime che preferirono il lavoro in fabbrica rispetto alla solitudine disperata di quello a domicilio o, ancor peggio, di quello dei campi. E ancora a quei tempi dare alla luce un figlio significava per la donna il dover “rientrare in santo” prima di poter rimettere piede in chiesa. Se poi il figlio fosse nato con problemi di qualunque natura, era un'atroce tragedia per lui e per l'intera famiglia, il più delle volte “costretta” per vergogna a crescerlo nascondendolo agli altri, per sempre prigioniero tra le mura di casa. In quegli stessi anni i poderi venivano affidati solo a contadini che avevano figli maschi, braccia forti per lavorare la terra e garantire la continuità nella gestione dei poderi (ma anche l’inamovibilità della gerarchia sociale). Noi, invece, nati nei primi anni '50, avremmo scoperto grazie alla nuova scuola media unificata che all'ingiustizia della Storia si potevano e si dovevano trovare spiegazioni e rimedi senza doversi fare scudo di ideologie forti, che difficilmente forniscono analisi eque e lucide. Molti docenti, soprattutto quelli della nuova generazione, seppero trovare i loro entusiasmi proprio grazie a quel mondo nuovo che entrava nelle aule scolastiche: aule prima riservate solo alle classi sociali privilegiate, mentre noi, i nuovi arrivati, ci portavamo dietro, insieme alle timidezze, le aspettative di chi entrava in mondi fino ad allora sconosciuti e forse in grado di mutare i nostri destini.
Ma pochissimi sarebbero stati i genitori che mandando i figli alla scuola media, anche perché finalmente costretti a farlo, avrebbero chiesto loro di impegnarsi, com’è frequente oggi, per diventare chissà che cosa! Quasi sempre chiedevano ai figli di studiare e di dare ascolto ai docenti per essere domani persone capaci di pensare con la propria testa, senza rischiare di fare la vita che era toccata loro, quella di dover ubbidire senza fiatare. Ci raccomandavano anche di non cedere alle lusinghe della pubblicità sempre più frequente nella televisione, che andavamo a vedere nell'unica bottega del borgo. A scuola ci veniva invece chiesto di vederla per poi discutere insieme su cosa, di quanto veduto, ci entrava nell'anima, ed entrandovi se poteva esserci o meno utile. E il più prezioso aiuto che, con pazienza, ci veniva dato era che vi sono doveri per il genere umano imprescindibili, il primo dei quali è la salvaguardia del proprio pensiero dalle ingegnose e infide ingerenze degli altri. E ogni tanto accadeva che la televisione ci fosse d'aiuto e ci stimolasse, soprattutto se guidati dagli insegnanti, anche a misurarci con realtà diverse dalla nostra, con storie e documenti che ci offrivano nuove conoscenze e nuovi stimoli per comprendere il mondo e la gente diversa da noi. Questo riuscirono a darci i nostri docenti che, anche attraverso la storicizzazione delle loro materie, ci spiegavano quale faticoso ma essenziale esercizio fosse il mantenersi vigili rispetto ai pifferai magici, quelli che oggi spadroneggiano in rete e domani chissà dove.
Purtroppo in questi ultimi decenni la nostra società, grazie anche allo sconsiderato uso dei nuovi strumenti di comunicazione, è per certi aspetti tornata a fare i conti con l'ignoranza e la fragilità, anche se in forme nuove. Santoni e maldicenti, presuntuosi e ciarlatani spesso hanno, proprio grazie a questi mezzi, un successo da far impallidire quelli del passato. Di fronte a un quadro del genere, in cui ognuno si sente libero di affermare ciò che vuole e di affrontare con spudorata ignoranza il mondo intero, non abbiamo quasi altra risorsa per recuperare i valori della nostra civiltà se non la scuola e in particolare il lavoro dei suoi bravi docenti. Mai come in questi nostri tempi, e ancor più in futuro, il loro impegno sarà indispensabile per ritrovare, per dirla con Leopardi, “il verace saper, l'onesto e il retto / conversar cittadino”. E perché ciò accada è indispensabile che il ruolo dei docenti torni a essere centrale. Ma dovranno essere docenti seriamente formati e selezionati, perché solo i migliori possono garantire un'istruzione degna di questo nome. E solo così la scuola non penalizza chi non ha in famiglia adeguate risorse culturali. Occorre poi che sia garantito e insegnato il rispetto delle regole, per impedire che la società possa cadere nelle mani di quelli che le regole se le fanno da soli, costringendo tutti gli altri a subirle. A rendere necessario tutto ciò non c’è solo il declino del nostro sistema scolastico e parallelamente anche delle nostre istituzioni, ma anche il dover constatare che la vera cultura dominante dei nostri tempi è, appunto, quella della rete, così accattivante per i giovani da creare vere e proprie dipendenze. Siamo di fronte a una rapidissima circolazione di contenuti priva di filtri e non di rado legata a interessi di carattere commerciale, quando non subdolamente politico. Di fronte a internet molti giovani hanno un comportamento di piena acquiescenza, anche per colpa di un orientamento poco esigente impresso alla scuola da pedagogie sconsiderate, che rinunciando a chiedere a tutti i ragazzi una solida preparazione, abbassano così le loro difese rispetto ai messaggi da cui sono raggiunti.
A causa dell’uso forsennato della rete, si diventa sempre meno pazienti e capaci di sostenere l’impegno richiesto da una vera formazione. D’altronde ormai da decenni il governo della scuola non ritiene fondamentale, come avveniva un tempo, che i nostri ragazzi siano tutti quanti, nessuno escluso, capaci di leggere, di scrivere bene e di far bene i conti. Le strategie didattiche e formative si sono progressivamente lasciate andare a un insegnamento in competizione con i nuovi mezzi di comunicazione, dove tutto deve essere regolato da tempi brevi. Basterebbe vedere la condizione di abbandono di molte biblioteche scolastiche per renderci conto di come abbiamo distrutto uno dei cardini della nostra cultura, cioè la ponderatezza e la costruzione graduale di saperi approfonditi attraverso lo studio personale e di gruppo, quest'ultimo nella mia esperienza utilissimo per fare ricerche condivise, discusse e destinate a rimanere archiviate anche per tutta la vita nella testa di noi ragazzi. Come per tutta la vita sarebbe rimasto gran parte del nostro sapere imparato a memoria. Insomma, sempre più il compito della scuola dovrà tornare a essere quello di formare futuri cittadini dotati di forza critica e di autonomia di pensiero, proprio come la conoscemmo nei primi anni della scuola media unificata che si preoccupava, senza sconfinamenti di carattere ideologico, di farci scoprire le cause e le origini delle cose. Tutto questo è e sarà possibile solo nel quotidiano rapporto personale con insegnanti in grado di condurci per mano, con sapienza e fermezza, alla scoperta del mondo che non è solo quello, come a molti viene fatto credere, che entra nelle nostre case.
Valerio Vagnoli
Pubblicato su “Adò – Laboratorio Adolescenza” – Vol. 2 – n.3 – 2019

martedì 12 novembre 2019

GLI STUDENTI E LE IMPRESE, UNA PROPOSTA CONTRO LA DISPERSIONE


“L’Economia del Corriere Fiorentino”
11 novembre 2019
La disgregazione oramai quasi senza ritorno del nostro sistema scolastico ha i suoi livelli di maggior problematicità nell’istruzione e formazione professionale, a parte le poche illuminate Regioni che le hanno unificate, come la Costituzione permette. Anche la nostra regione negli ultimi anni finalmente si è mossa e permette che in certe particolari situazioni si possano adottare percorsi del genere: ma essi sono pochi e si portano dietro troppe materie che appesantiscono in maniera eccessiva gli studenti. Occorrerebbe insomma maggior coraggio; e si potrebbe prendere a esempio il Trentino, dove esiste solo il percorso di formazione professionale che permette un reale ingresso nel mondo del lavoro, oltre ad avere pressoché eliminato la dispersione scolastica. La quale in molte regioni, compresa purtroppo la Toscana, ha percentuali che contribuiscono a posizionare l'Italia al penultimo posto, poco prima della Grecia, nella classifica dei paesi Ocse.
La gran parte degli insuccessi scolastici si verifica a 16 anni, quando gli studenti, nella maggior parte dei professionali, abbandonano definitivamente gli studi a causa, appunto, delle troppe materie e degli spazi del tutto marginali per i laboratori e le attività pratiche; il che contrasta fortemente con le loro aspettative, orientate a un sapere innanzitutto pratico. E a sedici anni la maggior parte di questi ragazzi, viste deluse le loro attese, finisce per chiudersi nelle loro camere a collegarsi a un mondo fittizio e irreale come è quello che si presenta attraverso i social e gli altri nuovi strumenti di comunicazione, che, se usati in maniera sconsiderata, finiscono per dare loro solo ignoranza e fragilità. Per questo, e soprattutto per non rischiare di perderli definitivamente, sarebbe opportuno far leva sulle numerose risorse che per fortuna il nostro territorio continua a offrirci.
Soprattutto nelle nostre periferie sopravvivono infatti con coraggio e determinazione tanti piccoli artigiani e perfino piccolissime industrie, che non hanno l'opportunità di trovare giovani disponibili a imparare un lavoro che se imparato bene, come si imparano bene le cose da ragazzi, rimane un capitale da spendere per tutto l'intero arco della vita. A tale proposito sarebbe davvero opportuno che a partire dagli enti locali (i centri per l'impiego purtroppo denunciano da tempo la loro completa inadeguatezza) si riuscisse a far incontrare le esigenze occupazionali del territorio con la disponibilità dei ragazzi, che vi abitano e che hanno abbandonato la scuola, a misurarsi con queste esigenze. Che ci sono, come sanno bene tutti coloro che ancora frequentano il mondo del lavoro. Sapere che ci possono essere ragazze e ragazzi disposti a imparare un mestiere a partire dai sedici anni servirebbe quindi anche a dare speranze agli imprenditori disponibili a investire su un capitale umano su cui contare a lungo. Se questo incontro venisse facilitato, potrebbe anche dare continuità al lavoro di vecchi artigiani che da soli mai potrebbero assumere dei giovanissimi a cui insegnare il mestiere. Sarebbe quindi opportuno che la Regione potesse garantire un aiuto economico alle imprese che si facessero carico di offrire una occupazione destinata a durare almeno un triennio, in modo da garantire l'acquisizione di competenze molto più raggiungibili da un ragazzo che ha fatto le sue scelte con motivazione e interesse. Naturalmente al lavoro si dovrà accompagnare un certo numero di ore, per esempio una settimana al mese per la durata del contratto di apprendistato (almeno un triennio), un percorso di formazione legata alla acquisizione di competenze più teoriche, che completino le conoscenze delle tre materie di base ( italiano, matematica e storia ) affiancate dal diritto del lavoro, dall' informatica e dalla lingua inglese. A far fronte a queste necessità potrebbero essere chiamati i docenti delle locali scuole medie, o, ancora meglio, i docenti impegnati nei Centri Territoriali per l'istruzione e la formazione in età adulta. I piccoli comuni potrebbero, a questo proposito, consorziarsi tra di loro, consapevoli che una organizzazione del genere potrebbe ridare vitalità a tante nostre realtà locali che si vanno spopolando e vedono scomparire mestieri che hanno contribuito a fare grandi i nostri territori. Si perderebbe così un valore culturale immenso e prezioso. Infine, cosa altrettanto importante, si realizzerebbe di nuovo quell'incontro tra generazioni che rappresenta il fulcro centrale della nostra civiltà e che, salvaguardando il valore dell'esperienza e del passato, permette di dare un futuro a giovani a cui la nostra scuola non sembra in grado di garantirlo.
Valerio Vagnoli

lunedì 11 novembre 2019

UN DIARIO-SAGGIO SULL’IMPORTANZA E LA RESPONSABILITÀ DI INSEGNARE

“Cercare con volontà bellezza, equilibrio, armonia in un verso, in uno snodo storico, in un'equazione”

Un bellissimo libro quello di Roberto Contu (Insegnanti, Aguaplano editore), che da intellettuale colto e raffinato racconta la sua esperienza di docente in licei e istituti tecnici e professionali di provincia, in cui si deve essere capaci di trasmettere agli allievi la propria cultura cercando di non sminuirla, in modo che, grazie alla passione dell'insegnante, abbiano anche loro la possibilità di misurarsi con Dante e Petrarca, con Galileo e Leopardi. Autori che “arrivano” ai ragazzi solo se non rinunciamo a pensare che insegnare consiste nel “farlo per l'altro e solo per l'altro”. In molti episodi ho ritrovato la stessa passione e la stessa determinazione di tanti docenti come Contu e come la sua anziana e bravissima collega a cui chiede perché sia rimasta per tutta la vita in un istituto professionale, anche se avrebbe potuto permettersi altre “carriere”; e la sua risposta è un sorriso fatto di soddisfazione e appagamento che dice tutto sulla passione con cui ha donato la propria cultura a chi sarebbe stato destinato a rimanerne privo. E ho trovato spesso la stessa dedizione in molti racconti scolastici di Antonella Landi, sempre accompagnata, come nel libro di Contu, dalla lucida consapevolezza di cosa sia la complessa realtà della nostra scuola e dei ragazzi che la frequentano, con i quali dobbiamo confrontarci con onestà e anche con molto coraggio.
Il diario-saggio di Contu non è rivolto soltanto agli insegnanti di lettere, ma a tutti quelli che hanno la fortuna di trovarsi di fronte studenti che ci chiedono di essere all'altezza del nostro mestiere; e che, se si rendono conto che è così, si affidano a noi con la stessa riconoscenza con cui ci si affida ai veri maestri. Quelli che, attraverso la cultura, insegnano a vivere e a dare un senso profondo alle loro esistenze, altrimenti frastornate da un mondo spesso confuso, vociante e mediocre.
La lettura di Insegnanti mi ha quindi rafforzato nella convinzione di avere fatto, insegnando, il mestiere più bello del mondo. E se potessi tornare indietro nel tempo come in un film di Zemeckis, la scelta ricadrebbe sull'insegnamento in tutti gli ordini di scuola, come feci con convinzione fin da quando, poco più che ragazzo, mi dedicai alle pluriclassi di doposcuola in paesini sperduti delle nostre colline, oggi quasi del tutto scomparsi.
PS: capiterà un giorno che persone come Contu possano trovare l'attenzione di chi governa  il nostro sistema scolastico?
Valerio Vagnoli

venerdì 1 novembre 2019

IL "RAMMENDO" DELLA STORIA

“Poiché conta solo ciò che sta per essere o che sarà, il passato nella scuola perde qualunque aspetto esemplare e del pari s’indebolisce molto fino a venir meno del tutto il peso della tradizione e la fede nel suo significato… Cancellando così, tra l’altro, una funzione importante della continuità culturale: quella che consente ai membri di qualunque società di percepirsi con delle radici, di sentirsi eredi di qualcosa anziché individui gettati casualmente nella vita.”
Ernesto Galli della Loggia, L’Aula vuota, Marsilio  
Nel suo recente libro L’aula vuota sul declino della scuola (strettamente legato a quello della società italiana) Ernesto Galli della Loggia indica tra le sue cause il venir meno dei saperi umanistici e in particolare il non aver coltivato la memoria storica del nostro Paese. Parlare di memoria storica – italiana ma anche europea – non significa solo riaffermare i valori e i principi costitutivi della civiltà occidentale, ma anche concretamente prendersi cura di ciò che nei secoli si è stratificato: le piazze, i monumenti, gli edifici, insomma tutte le grandi e piccole tracce che ci ricollegano al passato di cui il presente in cui viviamo è il risultato.  
A fronte del quadro pessimistico e allarmato delineato da Galli della Loggia, ma anche di altri intellettuali, non dobbiamo comunque trascurare tutto ciò che nella società opera nel senso opposto, a cominciare dai programmi che da anni vanno in onda su Rai Tre e Rai Storia, come il pregevole Passato e Presente condotto da Paolo Mieli. Nella società civile cittadini illuminati, esponenti di associazioni culturali e di istituzioni locali promuovono miriadi di iniziative per far conoscere all’opinione pubblica fatti, personaggi, luoghi della storia patria; e un’importanza particolare hanno quelle che riguardano il nostro Risorgimento, considerando le deformazioni e il relativo oblio che lo hanno riguardato negli ultimi decenni. Sono a volte lacerti di una storia minore che però, ricuciti pazientemente, nel tempo possono ricostruire il tessuto storico di un paese, di una nazione, dell’Europa.
Un esempio recente, tra i tanti possibili, riguarda una lapide posta a Firenze dal Comune nella centrale via de’ Neri:
A Giuseppe Barellai
soldato dell’Indipendenza italiana
maestro valente nell’Arte della medicina
in quello della carità valentissimo
fondatore degli Ospizi marini
qui morto il III dicembre del MCCCLXXXIV

La riscoperta di questa lapide ormai dimenticata fu l’occasione per organizzare un convegno sulla bellissima figura di questo medico filantropo, che aveva curato i bambini tubercolotici indigenti e realizzato tra l’altro le prime colonie marine; e che fu anche un patriota (partecipò alla battaglia di Curtatone come medico, e fu fatto prigioniero dagli austriaci) e un protagonista della vita pubblica di Firenze nell’Ottocento. Il convegno, promosso dall’Università di Firenze, dal Centro di Documentazione di Storia della Sanità Toscana, dalla Misericordia di Firenze e dal Comitato Fiorentino per il Risorgimento, si svolse nel rinascimentale salone Brunelleschi dell’Ospedale degli Innocenti di Firenze con un buon successo di pubblico. Una storia apparentemente minore del Risorgimento toscano mise invece in evidenza la stretta relazione tra il processo storico unitario del nostro Paese e le dinamiche modernizzatrici della società e della sanità in Toscana e a Firenze. Non solo: l’eco mediatica di questa iniziativa coinvolse anche i docenti e gli allievi della scuola media Barellai di Pratolino vicino a Firenze. Infatti gli studenti, ignari delle ragioni del nome della loro scuola, sotto la guida dei loro insegnanti, fecero una ricerca storica coinvolgendo gli abitanti di Pratolino, realizzarono poi una mostra con documenti, immagini e perfino un video e infine, insieme al comune di Vaglia (di cui Pratolino è una frazione) organizzarono una pubblica e partecipata cerimonia di intitolazione ufficiale della loro scuola a Giuseppe Barellai, non più figura anonima, ma degna di essere annoverata tra quelle che fecero l’Italia. Dunque un esempio, questo, di circuito virtuoso tra società civile e mondo della scuola nella riscoperta del passato di cui i giovani d’oggi si devono riappropriare per stringere un vivo e sentito rapporto con i loro nonni e i loro avi.
Un altro caso di recupero della memoria a partire da una lapide trascurata si è concluso felicemente da pochi giorni. Due anni fa un cultore di storia della Romagna Toscana, discendente di notabili ottocenteschi di San Benedetto in Alpe, denunciò pubblicamente il degrado di una lapide del periodo dei Lorena, precisamente del 1836, posta sul muraglione che dà il nome al passo che collega Forlì e Firenze (oggi punto d’incontro cult per gli appassionati di motociclismo).
Questa strada la si deve infatti al Granduca Leopoldo II, che volle questa infrastruttura per facilitare gli scambi tra la Romagna e la Toscana; scambi commerciali, ma anche culturali, tra i due popoli divisi dall’Appennino. All’apertura della carrozzabile, nel 1836, sul passo fu posta appunto una lapide a ricordo dei lavori voluti dal Granduca e diretti dall’architetto Alessandro Manetti. L’allarme sul degrado e sulla necessità di un rapido restauro ebbe eco presso altri esponenti della comunità tosco-romagnola, presso istituzioni culturali come l’antica e prestigiosa Accademia degli Incamminati di Romagna, presso le amministrazioni locali e ricevette anche il supporto dei Comitati risorgimentali della zona, da Firenze al Mugello e alla Romagna toscana. L’Accademia degli Incamminati si è assunta l’onere della raccolta dei fondi necessari per i lavori di restauro e, vincendo le resistenze burocratiche dei vari enti preposti alla tutela del manufatto in tempi relativamente brevi (data la notoria lentezza dei lavori pubblici in Italia), ha portato a termine i lavori. Sabato 19 ottobre si è svolta una festosa cerimonia d’inaugurazione alla presenza dei sindaci di San Godenzo e di Portico di Romagna e con gli interventi di docenti universitari di Storia e di Economia.
La cura della memoria storica dell’evento è stato invece compito dei Comitati toscani del Risorgimento, in primis quello del Mugello, che hanno promosso un momento di riflessione sull’importanza dell’opera promossa dall’ultimo Granduca di Toscana con un convegno che si terrà sabato 9 novembre a Dicomano e una mostra che verrà inaugurata nella stessa data. Una mostra che nei giorni successivi verrà visitata anche dagli allievi delle scuole di Dicomano. Entra pertanto nelle aule scolastiche un brano di storia non solo locale, ma anche nazionale, in quanto l’esigenza di modernizzazione economica portata avanti dai Lorena in Toscana e in Romagna con la creazione di nuove ed efficienti vie di comunicazione sarà poi sviluppata ulteriormente nella fase decisiva del Risorgimento a partire dal Piemonte di Cavour.
Altri esempi ancora potrebbero essere fatti sull’importanza di questo volontariato culturale presente nella società italiana, che ha il merito di questo “rammendo” del tessuto storico del nostro Paese. Siamo certamente consapevoli dei vuoti culturali che oggi caratterizzano la scuola italiana, ma è incoraggiante sapere che nella società civile esistono ancora forze vitali che si impegnano  per contrastare la perdita della memoria storica di un popolo; e chissà se un cauto ottimismo della volontà possa nel tempo compensare il non infondato pessimismo della ragione.
Sergio Casprini (dal sito del Comitato Fiorentino per il Risorgimento)



martedì 15 ottobre 2019

IL CULTO DELLE SCORCIATOIE E LE (GIOVANI) VITTIME DELL’ANTIPOLITICA. Una riflessione sulla proposta far votare i sedicenni

(ilSussidiario.net – 15 ottobre 2019)
«È un disastro, un vero disastro»: così pochi giorni fa un noto docente della facoltà fiorentina di giurisprudenza sintetizzava il suo giudizio sui tanti suoi studenti che faticano a comprendere e riassumere un semplice testo; e che poi, da laureandi, non sanno utilizzare le indicazioni del relatore per riscrivere le parti inadeguate della tesi. Una testimonianza drammatica ma non sorprendente. Basta pensare alla massiccia adesione di docenti universitari – 770 firme – all’appello del 2017 “contro il declino dell’italiano a scuola”, un’adesione spesso accompagnata da commenti altrettanto sconfortati. D’altra parte i sintomi di una situazione allarmante si manifestano ben prima dell’università attraverso i dati dell’Ocse e dell’Invalsi, quelli sull’analfabetismo funzionale, sull’insuccesso scolastico e sui ragazzi che non studiano e non lavorano.
In questo quadro i cortei giovanili dell’ultimo “venerdì per il futuro” hanno fatto da test sulla consapevolezza del ceto politico rispetto ai problemi che ho elencato. Consapevolezza confermatasi come tendente a zero. Infatti la proposta di Enrico Letta di dare il voto ai sedicenni è stata subito accolta anche da Conte, Di Maio, Zingaretti e Salvini; insomma, quasi da tutti. La motivazione addotta da Letta suona più interessata che convincente. Si tratterebbe di dire ai giovani che hanno sfilato nelle strade italiane: “Vi prendiamo sul serio e riconosciamo che esiste un problema di sotto-rappresentazione delle vostre idee, dei vostri interessi”. È sfuggito a Letta che per correggere la “sotto-rappresentazione” dei giovani si dovrebbero (semmai) abbassare le soglie dell’elettorato passivo, attualmente fissate a 25 anni per la Camera e a 40 per il Senato.
Il bello è che cominciano a levarsi diverse voci contrarie proprio tra i diretti interessati, i sedicenni. Il “Corriere della Sera”, per esempio, ha pubblicato la lettera di un’insegnante che sintetizza il senso di una discussione in una seconda liceo. In breve, questi ragazzi ritengono di non avere ancora maturato una coscienza politica e di essere quindi facilmente influenzabili; vedono anzi nella proposta un tentativo di strumentalizzarli. Insomma capiscono quello che Letta e gli altri sembrano ignorare, cioè che due anni di scuola e di maturazione in meno sono un handicap da evitare.
Dunque la logica e il buon senso dovrebbero consigliare, invece delle fughe in avanti a caccia dei voti degli adolescenti, di impegnarsi a fondo per far crescere nell’elettorato la conoscenza dei problemi di cui si devono occupare il governo e il parlamento. Nel preparare i futuri elettori a esercitare il diritto di voto con cognizione di causa, un ruolo decisivo deve per forza averlo la scuola; e questo ci riporta ai suoi problemi e alle loro cause. Mettiamola così: in nessun settore della società che funzioni – per esempio in quello della ricerca scientifica, nella vita delle aziende, nello sport agonistico – si trascura la verifica dei risultati (spinta anzi al massimo grado), l’accurata selezione in base al merito di chi insegna e dirige, l’importanza dell’impegno, della puntualità, del rispetto dei propri doveri. Altrove no. E purtroppo la scuola, salvo eccezioni, è in questo altrove. Tutti i partiti ne proclamano l’importanza decisiva, ma – ministro dopo ministro – evitano accuratamente di garantire le condizioni di cui sopra per mettere in pratica le buone intenzioni. Si scelgono scorciatoie che occultano i problemi invece di risolverli: spingendo i docenti a evitare le bocciature per “diminuire” la dispersione; creando i Bisogni Educativi Speciali che sfociano in autostrade verso la promozione; legittimando negli scrutini la falsificazione di fatto di molte valutazioni. Gli esami, così importanti per mobilitare le energie degli studenti, sono stati tutti aboliti, meno i due di Stato che però diventano sempre più facili. L’importanza di avere buoni insegnanti viene contraddetta da una debole selezione in entrata, da un gran numero di assunzioni ope legis e dal rifiuto granitico di occuparsi del demerito, cioè dei casi di grave inadeguatezza professionale o deontologica.
Ci sono anche fattori esterni alla scuola che rendono più difficile la crescita di cittadini interessati alla res publica. I politici sembrano spesso più preoccupati di ottenere un facile consenso con slogan e battute a effetto piuttosto che di spiegare bene i problemi da affrontare e le loro proposte. Non pochi programmi televisivi preferiscono attirare spettatori con le risse verbali che dedicare tempo a un’informazione esauriente. I notiziari danno spesso per scontata la comprensione di espressioni o concetti solo perché sono stati già usati. Ma il fatto forse più dannoso di tutti è stato il successo dell’ “anti-politica”, che, partendo dall’intento di purificare la vita pubblica dalla corruzione, ha finito per rendere condannabile o almeno sospetta agli occhi di molti la politica in quanto tale; ed è probabile che questo abbia spinto moltissimi ragazzi a estraniarsene.  
Non è quindi la presunta “responsabilizzazione”, attraverso il diritto di voto, di giovanissimi non ancora maturi che può servire al progresso civile, ma in primo luogo una scuola più efficace nel creare cittadini preparati e capaci di ragionare con la propria testa.
Giorgio Ragazzini

giovedì 26 settembre 2019

LOTTARE PER IL FUTURO E PRENDERE SUL SERIO LA SCUOLA. Lettera aperta agli studenti italiani

"Corriere Fiorentino", 26 settembre 2019) 
È un’ottima cosa che nel mondo tanti ragazzi si mobilitino in difesa del loro futuro e cerchino di evidenziare la gravità del problema climatico e l’urgenza di prendere i provvedimenti necessari.
Nel riconoscere e apprezzare tutto questo, allo stesso tempo dobbiamo segnalarvi un grosso rischio: quello di svalutare la grande importanza della scuola, se considerate la partecipazione alle manifestazioni di mattina, cioè in orario scolastico, come l’unica o la più importante forma di impegno.
Anche per uno scopo nobile come questo, è sbagliato perdere ripetutamente ore di lezione (se ne perdono già molte per tante e non sempre valide ragioni). Il primo motivo è il mancato arricchimento culturale, cioè un danno alla capacità di comprendere il mondo e costruire il proprio futuro. A scuola è possibile approfondire anche i problemi del clima, invece di accontentarsi di informazioni  superficiali raccolte spesso dai social network. Molti vostri compagni intervistati nelle manifestazioni della scorsa primavera ammettevano francamente la loro ignoranza in materia. Insomma, per uno studente la scuola dovrebbe essere anche il più importante luogo di impegno civile.
C’è poi da considerare lo spreco di risorse che la perdita di giorni scuola comporta e che rende contraddittorie le vostre frequenti e giuste richieste di più fondi per l’istruzione. Una scuola di medie dimensioni costa allo Stato 30.000 euro al giorno, mille scuole 30 milioni di euro.
È poi importante che le forme di lotta siano credibili al 100%. Si deve allontanare anche il solo sospetto che si eviti il pomeriggio per aumentare opportunisticamente la partecipazione.
È bene infine essere consapevoli che è una grande fortuna poter studiare; una possibilità che troppi bambini e ragazzi nel mondo non hanno ancora. Battetevi dunque per i vostri ideali continuando a frequentare tutti i giorni la scuola. In tanti apprezzeranno questa dimostrazione di maturità.
Aggiungiamo soltanto che come insegnanti e come cittadini avremmo preferito sentirvi rivolgere considerazioni come le nostre – ben più autorevolmente – dal Ministro dell’Istruzione, che vorremmo più attento nel valorizzare un’istituzione così fondamentale per il vostro e nostro futuro.
Sergio Casprini, Andrea Ragazzini, Giorgio Ragazzini, Valerio Vagnoli

mercoledì 25 settembre 2019

E ROMA RISBAGLIA


Nel riflettere sulla straordinaria manifestazione per il clima del 15 marzo scorso, che aveva visto la massiccia partecipazione di studenti e insegnanti, avevamo sottolineato la necessità che il suo svolgimento in orario scolastico rappresentasse un’eccezione e non diventasse una consuetudine. Sembra invece che ci si avvii su questa strada: venerdì prossimo si replica e con l’incoraggiamento del nuovo ministro, che auspica una grande partecipazione degli studenti. A questo scopo ha emanato un’infelice circolare alle scuole con cui invita presidi e insegnanti ad accogliere le giustificazioni degli studenti che dichiareranno di avere preso parte alle manifestazioni. Non c’era del resto da farsi illusioni. Chi conosce la scuola sa quante ore e giornate di studio si perdono per i più vari motivi; eppure per l’istruzione i contribuenti spendono molto, se pensiamo che, per esempio, una scuola di 30 classi ci costa 30 mila euro al giorno. Non è quindi una bella cosa che i «Venerdì per il futuro» rischino di diventare, proprio come sembra, dei venerdì in fuga dalla scuola e perciò dal futuro stesso, che vediamo tanto più grigio, se le nuove generazioni non acquisiscono, accanto alla capacità di mobilitarsi, la solida e approfondita preparazione culturale necessaria per cambiarlo. Ai piani alti della scuola, a dire il vero, le cose cambiano con notevole rapidità e chiunque viene chiamato a fare il ministro sembra fare a gara contro il tempo e i suoi predecessori per annunciare, e spesso purtroppo per mettere in atto, cambiamenti che servono innanzitutto a giustificare il proprio arrivo in viale Trastevere. Eppure l’attuale ministro, avendo riconosciuto al momento del suo insediamento di essere competente sulle questioni universitarie, ma totalmente inesperto di scuola, ci aveva fatto illudere che, al contrario di tanti suoi predecessori, fosse disponibile a mettersi con umiltà a conoscerla e a studiarla con attenzione e con il senso di responsabilità che si richiede quando siamo chiamati a incidere sul destino dei ragazzi. Invece ancor prima di varcare la soglia del ministero si è lasciato andare a una serie inarrestabile di proposte e riflessioni che lasciano il più delle volte basiti.
Come l’auspicio di ispirarsi alla rinfusa alla scuola finlandese, a Maria Montessori, a Don Milani, all’esperienza di Reggio Children... Qualcuno dovrebbe informare il ministro Fioramonti che blandire gli studenti non porta fortuna. Prima di lui lo ha fatto l’ex ministra Carrozza: anche lei, appena varcata la soglia di viale Trastevere e dichiaratasi come Fioramonti incompetente del sistema scolastico, sollecitò tuttavia gli studenti a ribellarsi ai genitori, alla scuola e ai professori. E peggio di lei avrebbero poi fatto l’ex sottosegretario Davide Faraone che esaltò il valore formativo delle occupazioni e l’ex vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, che elogiò gli studenti che anziché essere a scuola andavano ai suoi comizi. Un comportamento del genere certamente fa molto male alla scuola e al Paese, e a pensarci bene non giova neanche al miglioramento del clima stesso se nel suo nome ci permettiamo di sperperare milioni di euro per fare, al mattino, ciò che si potrebbe fare, anche con maggior credibilità, di pomeriggio.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino” di oggi)

lunedì 23 settembre 2019

I “VENERDÌ PER IL FUTURO” SONO UNA BELLA COSA. MA PERCHÉ FERMARE LA SCUOLA?


Venerdì scorso la faccetta di Greta Thunberg sprizzava soddisfazione. Centinaia di migliaia di ragazzi di tutto il mondo stanno forse spingendo davvero i governi a un impegno maggiore per ridurre le emissioni di gas serra. È un movimento che può anche servire a rincuorare una generazione che le vicende economiche hanno indebolito in molti casi il naturale slancio verso il proprio futuro. Questo non ci esime, però, come facemmo  la scorsa primavera per la prima ondata di manifestazioni, dal sottolineare di nuovo che c’è un serio problema se l’impegno politico-sociale svaluta di fatto la frequenza scolastica, già erosa da molteplici interferenze, oltre che dalla possibilità di stare assenti senza conseguenze cinquanta giorni l’anno. La domanda è: c’è davvero qualche serio impedimento nel collocare le manifestazioni al di fuori dell’orario scolastico? Se disertare le lezioni poteva essere comprensibile in una fase di contestazione globale quale quella del ‘68, nel tempo è cresciuta (anche se sottaciuta) un’ovvia motivazione opportunistica: se ci mobilitiamo di mattina, viene anche chi di pomeriggio non lo farebbe. 
Di fronte a questa malsana tradizione, sarebbe ovvio un forte richiamo dei ministri di turno alla necessità di una assidua presenza a scuola, a valorizzare ogni singola ora di lezione. E al fatto che una cosa è un’ eccezione, un’altra le ripetute assenze dalle lezioni.
Alla vigilia  del primo “Venerdì per il futuro”, quello del 15 marzo di quest’anno, il ministro Bussetti si limitò a dire: “Si andrà a scuola regolarmente”. Un richiamo flebile e burocratico al valore della frequenza, ma ci fu. In vista del “Friday for Future” di ieri, invece, il suo successore lo ha definito “la lezione più importante che possano frequentare”. La scuola e gli insegnanti ne escono ovviamente svalutati. Il Ministro dell’Istruzione avrebbe fatto meglio a dire agli studenti che la scuola è il luogo dove le tematiche ambientali possono essere adeguatamente approfondite e non solo orecchiate dai media. Peraltro Fioramonti non è certo il primo che da viale Trastevere ha contribuito a indebolire l’autorevolezza dell’istruzione pubblica: basti ricordare Maria Chiara Carrozza, che incitò gli studenti a ribellarsi “ai genitori, ai prof, alla scuola”; gli elogi delle occupazioni e delle autogestioni di Davide Faraone; e – da un altro pulpito – quelli di Matteo Salvini.
Alla scuola, insomma, si dà importanza a parole, non nei fatti. Quante dichiarazioni programmatiche abbiamo sentito incentrate sul tempo scuola come migliore antidoto alla dispersione scolastica?  
Forse una maggiore consapevolezza di quanto pagano per la scuola i contribuenti potrebbe farci fare un passo avanti. L’Associazione Nazionale Presidi  tempo fa calcolò  quanto costano le occupazioni studentesche.  ”Uno studente – spiegava l’Anp – costa allo Stato circa 8mila euro l’anno.  Una classe di 25 studenti ne costa mille al giorno. Il ‘fermo’ di una scuola di 30 classi ne costa 30mila, sempre al giorno. In due giorni  di sospensione delle lezioni – evidenzia – una scuola di medie dimensioni ha ‘bruciato’ l’equivalente di quanto riceve in un anno di finanziamenti”.  Dunque, se anche solo 1000 scuole superiori su circa 12.000  si fermano per una giornata, se ne vanno in fumo 30 milioni di euro. Pensiamoci.
Giorgio Ragazzini
"ilSussidiario.net", 23 settembre 2019

mercoledì 18 settembre 2019

TRECCINE BLU E LIBERTÀ INDIVIDUALE

È un attentato alla libertà individuale imporre a un allievo di non venire a scuola con un fascio di treccine blu elettrico in testa? La risposta è affermativa per la mamma del ragazzo di Scampia che ha dovuto tagliarsele per rientrare in classe, ma anche per il sottosegretario De Cristofaro, che chiederà all’Ufficio scolastico regionale “di intervenire per ripristinare un principio di libertà”.
Si sa però che le libertà in qualsiasi campo trovano qualche inevitabile limite; e anche la crescita esponenziale dell’informalità dopo il ’68 non ha reso raccomandabile andare a messa in bikini, con infradito e bermuda dal presidente di un’azienda o a torso nudo a un colloquio di lavoro. Su questo punto la scuola ha il duplice compito di contrastare l’esibizionismo, cioè il "guardate qua! guardatemi, vi supplico!" (Michele Serra), e quello di far capire che crescere significa anche saper adattare linguaggio, atteggiamenti e abbigliamento alle diverse situazioni. Far rispettare queste e altre regole a Scampia è poi, com’è intuibile, doppiamente importante.
Ma chi lo decide – si obbietta – che le treccine colorate, le mutande in vista e le natiche che occhieggiano sopra i jeans non vanno bene a scuola? La risposta è che spetta alla scuola stessa, come a chiunque abbia un ruolo educativo, applicare a casi concreti dei principi generali condivisi (cioè discussi). Nella media dove ho insegnato per dieci anni il regolamento di disciplina prescriveva semplicemente: “L’abbigliamento con il quale i ragazzi si presentano a scuola deve essere sempre decoroso e adatto al lavoro scolastico”. Punto. Ne avevano discusso una commissione, poi il Collegio dei docenti e infine il Consiglio di Istituto, evitando di elencare una casistica e affidando agli insegnanti il compito di applicare la norma con buonsenso e fermezza. E ha funzionato benissimo.
Giorgio Ragazzini

sabato 7 settembre 2019

INSEGNARE LA DEMOCRAZIA: L’IMPORTANZA DELLA DISCUSSIONE


Il governo attraverso la discussione: è questo il modo migliore per definire la democrazia, quello che ne coglie il nucleo profondo, che non è tecnico, ma umano, come vedremo tra poco. La definizione è dell’economista James Buchanan, poi ripresa da Amartya Sen in un saggio pubblicato sul “Foglio” nel 2003. Questo punto di vista, scrive lo studioso indiano, ci consente di ampliare la storia delle idee democratiche e in particolare di correggere la convinzione “che la democrazia sia un’idea esclusivamente occidentale”. Sen sottolinea infatti l’esistenza di “lunghe tradizioni di incoraggiamento e protezione della discussione pubblica su temi politici, sociali e culturali, ad esempio in India, Cina, Giappone, Corea, Iran, Turchia, nel mondo arabo e in molte regioni dell’Africa”. Tutto questo, aggiunge, non diminuisce certo l’importanza di elezioni e votazioni, che però sono in realtà un mezzo per dare uno sbocco concreto a quello che è maturato nel dibattito pubblico; se accompagnato, s’intende, dalla garanzia di poter parlare e ascoltare liberamente.
Ma l’idea della democrazia come “governo attraverso la discussione” ci spinge ad andare oltre le considerazioni di Amartya Sen e a scoprire il legame tra democrazia e natura umana. Pensiamo al modo in cui tutti noi prendiamo piccole o importanti decisioni: in famiglia, fra amici, nei gruppi di cui facciamo parte. Lo facciamo quasi sempre discutendo. Fin da ragazzi: A che si gioca? Chi ha ragione fra Paolo e Teresa? È meglio il Liceo classico o lo scientifico? Lo stesso avranno fatto anche i nostri lontani antenati per organizzare la caccia, la pesca o la raccolta, per scegliere la direzione verso cui migrare o, successivamente, per distribuirsi i compiti nei lavori agricoli.
La democrazia è quindi radicata in una caratteristica fortemente evolutiva dell’essere umano: la capacità di scambiarsi delle idee, di confrontarsi su diverse opzioni, di accordarsi e collaborare in vista di uno scopo. Non solo: la democrazia ha radici anche nella testa di ognuno di noi, dato che vi si svolge quel dialogo “tra me e me” che è, come sottolinea Hanna Arendt nel suo libro su Socrate, “condizione basilare del pensiero” (fu infatti il filosofo ateniese a sostenere che siamo tutti “due-in-uno”).
Del legame con queste caratteristiche degli esseri umani – in cui, come sappiamo, possono prevalere altre e opposte tendenze – dovrebbe tenere conto la scuola nella didattica dell’educazione civica (o della storia), specie nel primo ciclo di studi, in cui gli allievi non hanno sviluppato compiutamente la capacità di astrazione e in genere apprendono meglio in base a esempi concreti, anche tratti dall’esperienza personale. Spiegare la democrazia cominciando da elezioni, diritto di voto, maggioranze e minoranze, parlamento, può essere un po’ come iniziare dal tetto la costruzione di una casa (questo non esclude che ci siano altri percorsi didattici adatti all’età).
Questa concezione della democrazia rende più evidente l’importanza della qualità della discussione pubblica. Perché un sistema democratico funzioni non basta discutere: bisogna farlo bene. Purtroppo il dibattito politico lascia molto a desiderare, sia che ci si riferisca al dialogo tra i politici, sia a quello tra i cittadini interessati ai problemi della società e al confronto tra i partiti. Sotto accusa in particolare la Rete, che, se rende possibile diffondere un’idea intelligente anche se espressa da un signor Nessuno, allo stesso tempo non solo fa circolare una valanga di sciocchezze e di offese, ma, come ha ben detto Luca Ricolfi, “è il luogo nel quale si celebra e si conferma quotidianamente la distruzione della distinzione tra fatti e opinioni sui fatti”.
Quanto alla discussione a voce, quella tradizionale “in presenza”, spesso càpita di assistere a “dibattiti” in cui ci si interrompe in continuazione, si urla, si squalifica l’interlocutore, si sostituisce l’argomentazione con etichette, sarcasmi, caricature delle idee altrui. E non c’è quasi problema complesso che non venga iper-semplificato.
Neppure per migliorare il livello della discussione pubblica esiste una soluzione semplice. Potrebbero fare molto nel proprio àmbito soprattutto i giornalisti, i conduttori televisivi, i partiti. E ovviamente anche la scuola. Non basterà però un’ora di educazione civica, la cui reintroduzione, peraltro, proprio in questi giorni è stata rimandata all’anno prossimo. Per formare i futuri cittadini democratici c’è prima di tutto bisogno di una scuola che non transiga sull’impegno nello studio, faccia capire quanto è complessa la realtà, scoraggi la presunzione. Altrettanto esigente la scuola deve essere sul rispetto delle regole della convivenza civile, compreso il modo di discutere correttamente. Solo così formeremo persone culturalmente più preparate, capaci di attenersi alle leggi che la società si è data a garanzia dei diritti di tutti e rispettose dei punti di vista diversi dal proprio.

Giorgio Ragazzini
(“ilsussidiario.net”, 6 settembre 2019)

mercoledì 28 agosto 2019

LA VERA EMERGENZA


In un Paese che tenesse davvero al futuro dei giovani l’inizio dell’anno scolastico dovrebbe essere un momento solenne. Se così fosse, il Presidente della Repubblica si rivolgerebbe agli allievi di ogni età per ricordare l’importanza di padroneggiare l’italiano, di conoscere la storia, la geografia e le scienze; l’importanza, insomma, di quanto l’umanità che ci ha preceduto ha nei secoli indagato, scoperto, costruito e regalato. Ma — da buon padre di famiglia — dovrebbe aggiungere che per avere risultati e soddisfazioni l’arma decisiva è la perseveranza, cioè l’impegno costante di chi non si arrende alle difficoltà. Le attitudini sono importanti, ma, come può testimoniare qualsiasi atleta, la dote che possiamo anche chiamare costanza, tenacia, grinta o determinazione vale più di ogni altra cosa.
Purtroppo sono tutte parole scomparse dal lessico scolastico e dai documenti ministeriali. Si è diffusa l’idea di una scuola in cui solo divertendosi si impara, mentre alle più svariate «competenze» si dà sempre più risalto rispetto ai contenuti disciplinari. Il 14 agosto scorso, per esempio, leggendo sul Corriere della Sera il documento «L’educazione sfida centrale anche per il mondo produttivo», firmato da un folto e qualificato intergruppo parlamentare, mi ha colpito questo passo davvero sorprendente: «È nostra convinzione che per contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica possa essere efficace l’introduzione della metodologia didattica delle “non cognitive skills” (amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale) nel percorso didattico delle scuole medie e delle scuole superiori». Ben venga, certo, la «coscienziosità» in una scuola in cui troppo spesso si tollerano l’irresponsabilità, la pigrizia e la mancanza di puntualità, anche se ha poco a che fare con la didattica e la può ottenere solo una scuola che non si scorda di richiamare gli allievi alle loro responsabilità.
Ma proporre come obbiettivi didattici nientemeno che l’«amicalità» e la «stabilità emotiva» conferma quanto l’istruzione, cioè il cuore del sistema scolastico, venga sempre più eclissata e spodestata dalle più disparate «educazioni» che evito di elencarvi. Quanto all’apertura mentale, non è sempre stato (ed è) il risultato dello studio approfondito delle materie, del rapporto con docenti intelligenti e preparati, insomma di una scuola che funzioni?
Con tutto il rispetto per gli estensori di un documento per altri aspetti sensato, proporre come rimedio all’impreparazione e all’insuccesso scolastico di tanti ragazzi le «abilità non cognitive» di cui sopra, rischia di servire soltanto a distogliere l’attenzione da quelli che sono i veri provvedimenti necessari a risollevare il nostro sistema scolastico, in particolare nel settore professionale. Tanto per fare un esempio, lo sanno bene gli autori del Manifesto, che da qualche anno è frequente che entrino in ruolo docenti di materie professionali senza mai, sottolineo mai, aver lavorato nel settore di riferimento? Naturalmente questo è possibile grazie all’esistenza di un sistema di reclutamento raffazzonato e indegno di un Paese moderno. La vera emergenza è quella di formare e selezionare con serietà insegnanti competenti nelle loro materie, nella didattica, nella psicopedagogia, nel saper comunicare. Insegnanti esigenti, ma dotati delle necessarie attitudini relazionali e affettive, impegnati ad aggiornarsi e consapevoli di quanto anche attraverso l’esempio si insegni ai propri allievi. Purtroppo però all’orizzonte non si vede una forza politica in grado di affrontare la crisi della scuola (una crisi che pesa sui progetti di vita di milioni di giovani), con un concreto programma di serietà e di rigore che riguardi tutti: insegnanti, dirigenti, studenti.
Valerio Vagnoli
(Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 28 agosto 2019)

giovedì 1 agosto 2019

CALENDA, LA SINISTRA E LA SCUOLA


Qualche sera fa l’ex ministro Carlo Calenda, ospite di una trasmissione televisiva, ha ribadito più volte che il primo grande problema da risolvere in Italia è quello scolastico, perché una scuola scadente come quella certificata dalle ultime prove Invalsi contribuirà come nessun altro fattore a minare per molto tempo il nostro futuro. Lo ha detto con una convinzione che da anni nessuno del suo partito aveva, a mia memoria, espresso. Purtroppo gran parte di questo paventato rischio si è già realizzato. Tuttavia siamo obbligati a sperare che alle sue parole seguano i fatti. Il primo dei quali dovrebbe consistere nel rivolgere le sue amare considerazioni direttamente al suo partito e in generale alla sinistra (politica e sindacale), che tanta responsabilità ha avuto nel ridurre la scuola – in cui è stata egemone – nelle condizioni in cui versa, non senza la gentile collaborazione di quasi tutto lo schieramento politico. Ed è ridotta com'è perché dalla riforma Berlinguer, da cui molto del suo declino è iniziato (Autonomia scolastica, Statuto delle studentesse e degli studenti), non ha conosciuto che improvvisati raffazzonamenti, spesso opera delle medesime persone che da anni hanno guidato, direttamente o indirettamente, gran parte della politica scolastica, passando, spesso senza alcun merito, da una “cadrega” all'altra. Persone del genere, per troppo ovvie ragioni, è raro che abbiano interesse a confrontarsi con chi fa proposte e analisi del sistema scolastico diverse dalle loro. E non a caso in questi anni e ben prima dei dati Invalsi a nulla sono serviti gli appelli, le indagini demoscopiche e perfino i dati dell’Ocse. I quali ci dicono che la scuola sta da anni scivolando in una crisi irreversibile, che riguarda non solo la preparazione degli studenti, ma anche la loro coscienza civile. Vorrei inoltre ricordare a Calenda che la situazione è più grave di come la dipingono i dati Invalsi, che nulla dicono a proposito della qualità dei docenti e dei dirigenti e neppure sullo stretto rapporto tra rispetto delle regole e apprendimento. Occorre agire con la massima urgenza perché il tempo è oramai quasi scaduto. E per poter salvare la scuola occorre prima di qualsiasi altra cosa selezionare una classe docente preparatissima, in grado di dare il meglio di sé e di pretenderlo dagli allievi. I quali dovranno imparare che la conoscenza è sempre conseguenza di impegno, dedizione, fatica e rispetto degli altri e di sé stessi. E per favore smettiamo di credere, come sostiene la quasi totalità degli addetti ai lavori di cui sopra, che basteranno le Flipped Classroom, il Role Playng, il Cooperative Learning o il Circle Time ad alzare il livello dei nostri studenti. Purtroppo la politica scolastica dell'attuale governo non ci rassicura affatto, in quanto quasi esclusivamente preoccupata di raccogliere senza tanti sforzi, al pari di tanti altri governi, i consensi del mondo scolastico, assumendo decine di migliaia di docenti e impiegati senza alcuna seria verifica sulla loro professionalità. Un mondo scolastico ormai abbandonato a sé stesso e non più in grado di garantire un futuro alle nuove generazioni. E pensare che grazie alla scuola del dopoguerra, come ci ricorda lo storico Adriano Prosperi nel suo bellissimo saggio Un volgo disperso, “figli e nipoti dei contadini di un tempo sono diventati altro: operai, commercianti, industriali, insegnanti, impiegati”. Molti ragazzi socialmente svantaggiati di oggi, invece, non possono aspirare a niente del genere, neanche a poter diventare operai specializzati, perché la scuola non funziona come dovrebbe. Speriamo che Calenda pensi anche a questo, visto che da decenni la sinistra non si è preoccupata di farlo.
Valerio Vagnoli

giovedì 11 luglio 2019

LODI A PIOGGIA, FU VERA GLORIA?


Non c’è che dire, nella gran parte delle scuole fiorentine i primi risultati degli esami di Stato sono davvero molto buoni. Il numero dei 100 e perfino dei 100 e lode forse non ha eguali rispetto agli scorsi anni e ancora di più se si fa il confronto con gli anni precedenti. Tutto ciò non può che far piacere, innanzitutto alle ragazze e ai ragazzi che si sono meritati questi voti e ai docenti che li hanno preparati.
A dire il vero un po’ c’era da aspettarselo. Nella nuova formula, l’ennesima negli ultimi dieci anni, il punteggio di ammissione, quello che valuta l’andamento del candidato negli ultimi tre anni, è stato portato non a caso da 25 a ben 40 punti. Possono aver influito positivamente anche le nuove modalità di svolgimento della prova orale, ideate a quanto pare dal Ministro in persona: lo studente sceglie una fra tre buste chiuse, da cui può venire fuori la fotografia di un piatto futurista, un proverbio, un verso di Montale. Da lì sono partiti i candidati, che, se abbastanza loquaci, hanno potuto andare avanti senza essere interrotti, come hanno raccomandato diversi presidenti di commissione, benché le istruzioni ministeriali non facessero parola di questa facilitazione. Sembra infatti che in generale sia spesso mancata proprio per questo ai commissari la possibilità di approfondire i contenuti via via proposti dagli studenti o di affrontare anche altri argomenti, oltre quelli legati alla traccia «pescata» nella busta.
Malgrado ancora non siano disponibili i risultati nazionali, c’è da scommettere che saranno anch’essi i migliori di sempre; e forse anche quest’anno certe scuole potranno vantare percentuali a due cifre di cento e lode e a gioire saranno, oltre ai ragazzi e alle loro famiglie, anche i responsabili di questa nuova impostazione. Come ogni anno, in mancanza di strumenti che consentano di comparare i risultati, non si può che ripetere il manzoniano “fu vera gloria?” Solo che neppure i posteri avranno gli elementi per rispondere. Certo è che i mali della scuola superiore rimangono tutti, soprattutto quello di essere in molti casi poco esigente sul piano della preparazione e su quello del comportamento, due aspetti tutt’altro che reciprocamente ininfluenti.
Non si tratta di tifare per la scuola che boccia e tantomeno per quella, come l'attuale, che perde per strada ogni anno migliaia e migliaia di ragazzi. Vorremmo una scuola più efficace e credibile, il che significa anche meno timorosa di esami frequenti e impegnativi (ne sono rimasti solo due), appuntamenti per mettersi alla prova e dare il meglio di se stessi. Del resto non molto tempo fa proprio su questo giornale si è discusso di una scuola basata, invece che sul tradizionale succedersi delle classi, su corsi disciplinari al termine dei quali si dovrebbe sostenere un esame per passare al corso successivo.  
Ma si apprezzerebbe anche qualche piccola accortezza in più da parte del Ministero, per esempio quella di formare adeguatamente e per tempo i docenti quando si cambiano le formule degli esami. In mancanza di ciò, c’è da aspettarsi anche dei risultati molto disomogenei tra le varie commissioni all'interno della medesima scuola. E vorremmo inoltre che chi formula dal ministero le griglie di correzione delle prove scritte sapesse usare la lingua italiana, in modo da fornire istruzioni di senso compiuto. L'improvvisazione in questo settore non ci piace affatto. Ci piacciono invece i bei risultati, purché veritieri, frutto cioè della volontà e della capacità di valutare i ragazzi per quello che sanno e sanno fare.
Valerio Vagnoli (“Corriere Fiorentino” 10 luglio 2019)

martedì 2 luglio 2019

PER ESSERE UN BUON CITTADINO ITALIANO ED EUROPEO BISOGNA CONOSCERE LA STORIA


In questi giorni si stanno svolgendo gli esami di Stato previsti al termine delle scuole superiori. Sono state apportate diverse modifiche rispetto all’anno precedente. Quella che ha suscitato più critiche è stata la cancellazione, tra le prove scritte, del tema di Storia. E infatti quando se ne venne a conoscenza ci furono diverse proteste, compresa una raccolta di firme in calce a un manifesto promosso dal quotidiano “La Repubblica”, sottoscritto tra gli altri dalla senatrice Segre, da Andrea Camilleri e da altri cinquantamila cittadini.
Per il Ministero della Pubblica Istruzione il motivo di tale decisione è stato lo scarsissimo appeal che la prova aveva dimostrato presso i maturandi (solo l’1 per cento svolgeva quel tema) e l’improponibilità di temi astrusi e lontanissimi dalla sensibilità moderna dei giovani, poco inclini a interessarsi dei problemi del confine orientale d’Italia tra il 1945 e il 1954, del Patto di Londra del 1914 o della costruzione del muro di Berlino nel 1961.
Al termine della prova di Italiano i difensori della scelta ministeriale hanno risposto alle critiche, facendo notare che la storia era praticamente presente in tutte le tracce: direttamente in quelle sull’eredità del Novecento e sul nesso tra sport e storia; affiorava in quella su una poesia di Giuseppe Ungaretti, in un brano di Leonardo Sciascia e in quello tratto da un libro di Tomaso Montanari; si poteva commentare un passo del libro di Sloman e Fernbach L’illusione della conoscenza a partire da un episodio della Guerra Fredda; e perfino nella traccia sul Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si poteva azzardare qualche riferimento storiografico.
La domanda più importante da porsi però è quale peso hanno le discipline storiche nella formazione culturale delle giovani generazioni durante l’intero corso di studi, al di là del loro momento conclusivo (e per inciso si può notare che nessuna delle tracce di quest’anno riguarda periodi di storia del nostro Paese o dell’Occidente anteriori al Novecento). Non è soltanto un problema di quantità, di numero di ore curricolari, ma soprattutto di qualità, cioè di conoscenza soprattutto dei principali processi storici che hanno portato all’Italia e all’Europa di oggi. Personaggi, guerre, lotte per il potere hanno contrassegnato per secoli l’esistenza dell’umanità. Vanno studiati nella loro concretezza, senza pregiudizi ideologici o moralistici, nella consapevolezza che solo con la piena conoscenza del passato si può provare a capire il presente.
Se nella scuola attuale era forse giusto abbandonare la triplice ripetizione dell’intero percorso storico (prima alle elementari, poi alle medie e infine alle superiori, in maniera ovviamente diversa), oggi abbiamo un eccesso di valorizzazione del contemporaneo, a scapito della memoria del passato e della storia mondiale rispetto a quella italiana ed europea. Questo non garantisce agli studenti una sicura formazione culturale e rischia anzi di farne una facile preda delle fallaci e spesso manipolatorie informazioni dei social network.
Riaffermare la centralità della Storia non è dunque questione di un’ora in più o di un tema “astruso” che può comparire nelle buste d’esame. Significa semmai riaffermare il fondamento epistemologico di una disciplina con i suoi specifici contenuti; e in cui sia presente anche il confronto fra le più accreditate interpretazioni degli studiosi sui principali temi storiografici. Una disciplina, infine, che in tempi di una necessaria educazione alla cittadinanza contribuisca alla costruzione dell’identità dei nostri giovani, con la consapevolezza del loro essere in un tempo e in un luogo della storia umana. 

Sergio Casprini

Già pubblicato come editoriale sul sito del Comitato Fiorentino per il Risorgimento (http://www.risorgimentofirenze.it/)

domenica 16 giugno 2019

ESAMI: CAMBIARE OGNI ANNO, PERÒ SEMPRE IN PEGGIO


Mercoledì la prova di italiano scritto darà il via agli esami di maturità. Si potrà scegliere tra l’analisi di un testo letterario, il tema argomentativo e il tema di attualità. Il resto (seconda prova e orale) non sarà come lo scorso anno: la formula è cambiata.
Certo anche gli esami possono aver bisogno di modifiche in relazione ai cambiamenti della società. Ma est modus in rebus. Tanto meno si dovrebbe cambiare, come stavolta è accaduto, ad anno scolastico avviato, senza neanche dare tempo alle scuole di capire come prepararli. Negli ultimi 12 anni l’esame è stato cambiato 6 volte. Ma quali sono stati i principali cambiamenti del corso degli anni? Quello più importante è il numero delle materie da preparare per l’orale: tutte fino al 1968; solo due, di cui una a scelta del candidato, dal ’69, con l’evidente intenzione di compiacere la contestazione studentesca. Di nuovo tutte le materie per l’orale dal ’97 a oggi, con variazioni legate alle competenze dei commissari. Diverse volte è cambiata la fisionomia della commissione esaminatrice, un tempo composta da docenti tutti esterni, poi (per risparmiare) tutti interni, poi metà e metà. È cambiato ripetutamente il valore del «credito scolastico», cioè del punteggio relativo all’andamento del triennio, così come i punteggi da assegnare al colloquio o alle prove scritte e le modalità di attribuzione del «Bonus»: un gruzzoletto di punti, questo, da assegnare ai meritevoli. Mutate anche le condizioni per essere ammessi all’esame: prima occorreva la sufficienza in tutte le discipline, ora può bastare che sia sufficiente la media. Per rendere più raggiungibile questo traguardo, da quest’anno conterà anche il voto di condotta.
Come si sarà capito, si tende sempre più a facilitare, facilitare, facilitare. Ci si propone di diminuire ulteriormente la percentuale dei non ammessi (intorno al 2%), come quella dei non promossi all’esame, benché posizionata allo zero virgola. E per questo è stata abolita la «terza prova», quella scritta su varie materie preparata dalla commissione, temutissima dagli studenti per la sua vera o presunta difficoltà. Si vuole banalizzare per forza un esame che è prezioso proprio in quanto costituisce una messa alla prova delle proprie capacità. Se un ragazzo si preoccupa (com’è normale), è un dramma. Il compito di far tendere a zero la percentuale dei bocciati è stato ora «delegato» anche all’aumento dei punti legati al curriculum triennale, che passano da 25 a 40 sul totale di 100, che è il massimo (lode a parte). È stato abolito, rispetto alle decisioni della ex ministra Fedeli, anche l’obbligo di aver svolto l’intero monte ore di alternanza scuola-lavoro per essere ammessi all’esame. E rispetto al passato tale monte ore è stato, come chiedevano gli studenti e alcuni sindacati, pressoché dimezzato in tutti gli indirizzi. Via, purtroppo, il tema di carattere storico, ma non è detto che un richiamo alla storia non sia presente nelle altre tracce. Positivo invece il fatto che la seconda prova potrà avere un carattere multidisciplinare, coinvolgendo magari due materie per poter così trattare, anche in maniera trasversale, lo stesso argomento. C’è inoltre la novità del colloquio che inizierà da un argomento svolto durante l’anno ma estratto a sorte dal candidato, e delle griglie per la correzione e valutazione delle prove che non saranno più costruite dalle singole commissioni, ma predisposte a livello nazionale. Finalmente una importante dichiarazione di qualche giorno fa del ministro Bussetti a proposito della serietà degli esami da garantire anche indossando da parte dei candidati, e talvolta potrebbe essere opportuno ricordarlo pure a certi commissari, un abbigliamento consono ad un contesto così importante come l’esame di maturità. E ha fatto bene a ricordare che non si copia e se colti con il cellulare acceso si sarà esclusi dall’esame. Di questo dovranno essere consapevoli le commissioni, tutte, perché capita talvolta che commissari e presidenti si rendano perfino disponibili a fornire soluzioni di problemi e traduzioni ai candidati. Durante il colloquio è previsto che obbligatoriamente venga richiesto al candidato di trattare il tema della «Cittadinanza e Costituzione». Insomma, una occasione per dimostrare che le parole non vanno tradite dai fatti e che almeno durante l’esame di maturità non si insegna, permettendo la copiatura, il «valore» dell’ipocrisia.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 14 giugno 2019