domenica 31 maggio 2020

“ASCOLTARE” GLI INSEGNANTI? ECCO UN’ OCCASIONE SULLA PROMOZIONE GENERALIZZATA

Venerdì scorso abbiamo pubblicato sulla nostra pagina facebook una lettera aperta alla Ministra Azzolina del collega Riccardo Prando, che insegna in una scuola media, uscito su "ilSussidiario" con il titolo Tutti promossi, uno schiaffo alla dignità del paese. Contribuiscono all'efficacia dell'intervento, che vale la pena leggere per intero, i riferimenti a fatti concreti, tra cui quello di "3 ragazzi assenti da mesi per ragioni ufficialmente ignote (più e più volte sollecitati dalla dirigenza dell'istituto, le risposte sono state quanto mai evasive)". I numerosi commenti, quasi tutti in sintonia con l'autore, possono essere una piccola ma significativa occasione per "ascoltare" davvero gli insegnanti, come più o meno tutti i ministri hanno detto di voler fare, magari attraverso i famosi e fumosi "Stati Generali della Scuola".(GR)
Giuli Giuliani io, invece, credo che sia giusto non bocciare nessuno perché dubito che i docenti possano giudicare serenamente il lavoro fatto dai ragazzi in questi mesi, per loro traumatici. L' anno prossimo gli stessi insegnanti potranno lavorare sulle lacune degli alunni, correggerle e colmarle. Non è colpa dei ragazzi, questa situazione.
Miriam Abu Eideh Giuli Giuliani credo che i consigli di classe possano giudicare, eccome. Altrimenti, se siamo incapaci relativi, venga la ministra a farsi gli scrutini. Non si tratta di lacune. Ho alunni che hanno di fatto abbandonato a Dicembre e che, privi di valutazione, saranno passati alla classe successiva. Perché sì. È ASSURDO.
Giuli Giuliani sono uscita dal mondo della scuola da diverso tempo, ho letto, comunque, che non tutti i ragazzi sono stai raggiungi on line dai docenti e che le lezioni non sono state assicurate a tutti. se questo è vero, trovo sensato rimandare.
Luisa Stedile Giuli Giuliani non è questione di colpa ma di preparazione...chi è pronto avanza gli altri ripetono... altrimenti si punirebbe sia il non preparato che dovrebbe arrancare per tenere il passo, che chi deve fermarsi in attesa... Non c’entra nulla l’insegnante.
Miriam Abu Eideh Giuli Giuliani un cdc può tranquillamente discernere tra chi non si è connesso per problematiche varie (e una scuola è al corrente di tutto) e chi, semplicemente, non ha voglia di fare una mazza, senza essere scavalcato dal ministero.
Linda Mirabella Giuli Giuliani mi scusi ma di cosa parla? Lei trova giusto che alunni mai visti e sentiti in videolezione, che per tre mesi non hanno inviato lavori sulla piattaforma della scuola vengano promossi? Se la pensa così allora siamo messi male. La colpa di questa situazione non è dei ragazzi, né tantomeno degli insegnanti. Sa cosa le dico: la pandemia è stata l’occasione perfetta per alunni ignoranti, il cui percorso scolastico sarebbe stato segnato in tempi normali.
Inizio modulo
Fine modulo
Miriam Abu Eideh Assolutamente sì. Dovremo promuovere gente che non hai mai frequentato da novembre (ma si è dimenticata di ritirarsi, guarda un po'), gente con insufficienze diffuse dall'inizio, gente che neanche ha avuto la buona grazia di iscriversi in piattaforma, gente che non ha sentito il bisogno di colmare il debito del trimestre, gente che in presenza dava fuoco ai banchi e ha avuto sanzioni disciplinari. Tutto il lavoro nostro e dei ragazzi che, nonostante i problemi di device, nonostante le situazioni di povertà educativa nella quale molti stanno, hanno fatto di tutto per esserci nella DAD, viene svilito in modo ignominioso.
Mirka Cavalet Miriam Abu Eideh guarda hai interpretato tutto il mio sdegno. Approvo totalmente e me ne dolgo profondamente. Che tristezza.
Fine modulo
Luisa Stedile Chi non comprende l’ importanza della formazione scolastica promuove le promozioni... io ho sempre sostenuto per il BENE dei ragazzi che è meglio ripetere un anno piuttosto che arrancare proseguendo...
Miriam Abu Eideh È vergognoso. Non trovo altre parole. Vergognoso. Dei miei alunni (una è venuta a scuola dopo TRE giorni da una operazione chirurgica, quando eravamo in presenza) mi hanno detto chiaramente "se l'anno prossimo è così, non facciamo più nulla, tanto è uguale". È sbagliato ma naturale che pensino così.
Vittorio Perego Dov'è la novità? Il diritto al successo formativo ormai si è imposto da vent'anni.
Chiara Piccoli Vittorio Perego il problema vero è che non potendolo garantire a tutti (viste le risorse economiche e umane destinate alla scuola) lo si regala a tutti, anche a quelli che non fanno proprio nulla per meritarlo.
Vittorio Perego Nessuna forza politica, nessuna famiglia e pochissimi insegnanti vogliono una scuola più rigorosa e quindi selettiva.
Mirka Cavalet Vittorio Perego e questa è una grande sconfitta per tutti. Soprattutto per i ragazzi..
Mariangela Lanaro Una ministra incompetente, ma adatta alla massa dei genitori e di tutti quegli ignoranti dei 5 stelle.
Antonietta Celano Mariangela Lanaro e vediamo se oltre a criticare sai dare una soluzione.
Mariangela Lanaro La frittata è fatta... cara grillina!
Miriam Abu Eideh E faccio notare, poi mi taccio, che insegno in uno degli IPSIA più difficili dell'Umbria, dunque non parto dal presupposto "facciano gli studenti, se si connettono bene, sennò affari loro". Non sapete quanti ne ho svegliati per telefono, la mattina, per convincerli a venire ai MEET. Non sapete quanti ne ho aiutati a entrare in piattaforma, miei ragazzi o ragazzi di classi non mie, anche il sabato e la domenica.
Massimo Primerano Il paradosso del paradosso è contenuto nell’ultima circolare della Ministra riguardante i chiarimenti sulle O.M. sulla valutazione e sugli Esami del 1^ e 2^ ciclo. Ebbene nel caso dell’Esame di 3a media se un alunno non consegna l’elaborato previsto dall’O.M. non potrà comunque essere “bocciato” ma si potrà abbassare il voto finale. È acclarato che chi non consegna l’elaborato solitamente coincide con chi non è mai stato interessato alla scuola sia in presenza che a distanza, e che quindi in tempi normali ad andargli bene sarebbe stato ammesso tappandosi il naso. Ma il risultato finale sarà comunque la promozione in barba agli studenti seri. Propongo di eliminare l’insegnamento dell’Educazione Civica prima che entri in vigore.
Davide Zanin Non bocciare equivale sempre a non dare riscontri a non orientare a non consigliare, la follia buonista. Comunque adesso siamo al divieto di rimandare, non più neanche di bocciare.
Luca Ferrari Davide Zanin guai a dirlo in collegio docenti... si viene fustigati in diretta streaming.
Inizio modulo
Gigliola Ciaccia Assolutamente d'accordo. Noi insegnanti ci siamo trovati ad affrontare metodologie, strumenti e criteri di verifica diversi da quelli usati da decenni. Ebbene, ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo partecipato a tutti i corsi di formazione possibili pur di non rimanere indietro. Nessuno ha chiesto nulla. Così come siamo abituati a fare: testa abbassata, cervello vivo, occhi pronti e... ore e ore di lavoro. La nostra giornata è andata oltre le 24 ore. Non ha avuto importanza. Lo abbiamo fatto per la scuola italiana è per i nostri alunni. E allora? È mai possibile che la Ministra dia il lascia passare a marzo a tutti gli alunni? Lascia passare a tutti quei genitori che non hanno mai avuto contatto con i docenti E non si pongono il minimo dubbio sul percorso formativo dei propri figli? No. Non si lavora così. Non si umilia la classe docente, quella classe docente che ha superato concorsi a cattedra, non uno, che si è formata da sola spendendo sulla propria formazione solo per la scuola che si evolve, che si aggiorna per diventare un sociologo-operatore sanitario-psicologo oltre che docente. Cara Ministra, mi dispiace dirlo, ma ha proprio toppato. Come docente mi aspetterei al uno un: scusatemi, non ho pensato a voi. Sarebbe quasi una presa in giro a questo punto ma, almeno, si salverebbe la faccia.
Paolo Durando Secondo me è un falso problema. Bocciare non è l'essenza della scuola né una prova di "serietà". Ci saranno altri momenti per valutazioni più fiscali. L'esperienza che i ragazzi hanno fatto quest'anno vale più di un anno scolastico in termini di possibile maturazione personale.
Miriam Abu Eideh Paolo Durando no. Mi spiace ma ho alunni che hanno passato i mesi del lockdown giocando alla play.
Adele Ferri Oppure hanno preferito dormire la mattina insensibili alle sollecitazioni e agli inviti a fare il loro dovere di studenti.
Fine modulo
Leopoldina Moro Bastava evitare di parlare a marzo, incitare i ragazzi a studiare e valorizzare lo sforzo delle scuole che sono partite da subito con la Dad, dopodiché agli scrutini fidarsi del buon senso dei docenti, che conoscono i loro studenti, e sicuramente avrebbero aiutato i ragazzi in difficoltà per mancanza di mezzi, ma sarebbero anche stati onesti con coloro per i quali il bene maggiore sarebbe stato ripetere l'anno. Il problema di questa epoca è la necessità di dire qualcosa alla stampa, ogni 10 minuti. Che si lavori, ci si chiariscano le idee, e poi si diano indicazioni chiare. Io spero che questa esperienza, almeno al mondo della scuola, lo abbia insegnato.
Mirka Cavalet Leopoldina Moro guarda, hai perfettamente ragione! Il buon senso dei docenti è la chiave.. Noi li conosciamo!!! E vogliamo il meglio per loro... Che vuol dire anche insegnare il senso di responsabilità, la fatica e la soddisfazione nel raggiungere traguardi meritati!!! MERITATI....
Leonardo Cipriani Tutti promossi, tanto uno vale uno che sia bravo o ciuco.
Fine modulo
Rosanna Sapore Ma perché non vengono promossi tutti sempre? Cosa c’è di nuovo?
Miriam Abu Eideh Rosanna Sapore nella mia scuola bocciamo, non so altrove.
Luigi Pirrello Miriam Abu Eideh mi piacerebbe leggere le percentuali di bocciature degli ultimi 5 anni nella tua scuola specificando quelli bocciati d'ufficio perché hanno superato il numero di assenze e quelli bocciati per profitto. Grazie.
Maria Antonia Un elogio a questa docente.
Walter Tornesello Il fatto è che a promuovere tutti non ci sono problemi, a bocciare spesso sono rogne. Io insegno alle superiori quasi tutte le nostre scelte sono dettate dalla considerazione "se no i genitori dicono che ... " Ormai per presidi e collaboratori dei presidi ogni decisione è in funzione di "se no i genitori dicono che... "
Mirka Cavalet Walter Tornesello e guardate le proposte dell' Anp per l'anno prossimo.. Sono senza parole. Vogliono diventare un'azienda cui importerebbe solo soddisfare la clientela... Circondati da docenti selezionati ad hoc.. Altro che decisioni collegiali... Mah!
Vanna Castangia E chi ha studiato e chi non ha fatto un bel niente
Piera Cecconi Comunque la selezione la farà la vita. Son daccordo a ripetere l'anno se uno studente non ha studiato.
Caravello Antonino Concordo con tutti i colleghi.... Vengo da un collegio docenti dove il preside è stato chiaro, evitate di bocciare... Anzi si è pure incazzato se abbiamo detto che cmq l'ordinanza del 16 maggio ne dava una minima possibilità... Ci stanno togliendo il piacere di insegnare... Siamo diventati peggio degli zerbini...
Marco Neri Da Re Per quest'anno era ovvio fin dall'inizio che saranno tutti promossi. La ministra può cianciare quanto vuole, ma un TAR non impiegherebbe più di 10 secondi per dichiarare non valide delle valutazioni a distanza. Solo un masochista boccerebbe uno studente con la certezza di vedersi annullata la bocciatura con un ricorso.
Carlo Maschio La Waterloo del sistema scolastico italiano.
Francesco Metrangolo Ma tanto, dignità in Italia non lo riporta più neppure il vocabolario.
Marinella Spinazzola Forse alcuni commenti non saranno decorosi o degni di un docente ma siamo stufi stanchi arrabbiati e tanto altro di come viene considerata la scuola e veramente non se ne può più.
Salvatore Pellegrino Peggio non si poteva fare.

venerdì 29 maggio 2020

TORNANO I GIUDIZI, FRA TANTA RETORICA


È mortificante che esponenti della classe dirigente, in momenti cruciali e drammatici per la vita del Paese, anziché preoccuparsi di farvi fronte con realismo si lascino tentare dalla retorica, forse pensando di raccogliere facili consensi (quando non si tratta di nascondere omissioni e incapacità).
E la retorica non è mancata in questi mesi anche a proposito di scuola. Per esempio con l’esaltazione fuor di misura della didattica a distanza, uno strumento adatto quasi esclusivamente a far fronte alle emergenze, che invece secondo alcuni spalancherebbe praterie di entusiasmante rinnovamento. È poi di questi giorni la «battaglia» del sindaco Nardella per consentire ai bambini e ai ragazzi di festeggiare la fine dell’anno scolastico nelle loro aule, a compensare almeno in parte, il fatto, guarda un po’, di «essere stati messi all’ultimo posto dell’agenda politica» durante il confinamento a casa (e un invito analogo è arrivato da Luigi di Maio). Chi non crede alla sacralità dell’ultimo giorno dell’anno scolastico ha giustamente fatto notare che se le scuole sono idonee a far incontrare intere classi terminali con i loro docenti tanto valeva averle già utilizzate o utilizzarle fin da ora per fare lezione. Il sindaco si è rapidamente convinto che in alternativa, parziale o totale, gli incontri si potranno svolgere eventualmente negli spazi all’aperto e, chissà con quanto rispetto della solennità dell’evento (e delle distanze), perfino nei giardini pubblici. L’importante è farlo.
A chi scrive sarebbe apparso più giusto che tanta foga e determinazione fossero stati spesi per dirci cosa si sta facendo per premunirsi rispetto a quanto potrebbe accadere a settembre con l’apertura del nuovo anno scolastico. E l’importanza delle decisioni in proposito non permette assolutamente di perdersi in questioni del tutto secondarie. È certo che, tra tanto altro, ci sia necessità di trovare per tutte le scuole numerosi nuovi spazi. Che peraltro la Città metropolitana, presieduta dallo stesso Nardella, si è da anni quasi del tutto dimenticata di costruire, malgrado le pressanti richieste delle scuole stesse. Un esempio è un nuovo edificio per ampliare l’istituto alberghiero «Saffi», che doveva, secondo i progetti, essere già stato ultimato tre anni fa e che invece non è stato neanche avviato.
Nel quadro dei gravi problemi della nostra scuola, arriva la notizia di un emendamento presentato dal Pd e approvato dalla Commissione scuola del Senato, grazie al quale si aboliscono i voti nella scuola elementare, che verranno sostituiti da giudizi. La senatrice Vanna Iori ha così potuto dichiarare che «l’emendamento prevede che nella scuola primaria i bambini non possano essere considerati dei numeri». Osservazione un tantino offensiva per le maestre; e comunque priva di logica, dato che i voti non si riferiscono agli alunni, ma alla loro preparazione. Premesso che già ora ai voti viene affiancato un giudizio, anche questo provvedimento è frutto di una retorica molto diffusa, quella per cui il bambino va protetto dai «traumi»; e può essere trauma ogni sia pur piccola frustrazione, ogni incontro con la realtà delle cose. Anche il voto, all’interno di una positiva relazione con l’insegnante, viene in genere accettato senza problemi. La «rivoluzione» che i senatori hanno approvato è quindi inutile nel migliore dei casi, più probabilmente dannosa rispetto alla chiarezza della comunicazione. E poco ha a che fare con i cambiamenti, non tutti popolari, di cui la scuola ha urgente bisogno e di cui sono in pochi a parlare. Quasi per nulla gli addetti ai lavori, sindaci compresi.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 29 maggio 2020)

giovedì 28 maggio 2020

SULLA PROPOSTA DI FERRUCCIO DE BORTOLI AI GRANDI IMPRENDITORI DI UN GRANDE PROGETTO CONTRO LA POVERTÀ EDUCATIVA


Caro dottor De Bortoli,
il suo editoriale La classe dirigente che serve al paese ha giustamente richiamato il ceto politico e l’opinione pubblica a non trascurare la formazione del cosiddetto “capitale umano”, come invece da tempo si sta facendo. Molto importante è poi l’appello alla “classe dirigente privata” perché si faccia promotrice di una raccolta di capitali volta a “offrire al Paese i mezzi necessari per una decisa lotta alla povertà educativa” e a favore della “formazione in generale del capitale umano” e quella di “una futura classe dirigente, anche pubblica, di cui oggi scontiamo debolezze e incompetenze”.
Condizione essenziale per il successo di un investimento nell’istruzione pubblica è però il superamento del modello educativo e formativo affermatosi negli ultimi decenni, che ha reso la scuola italiana sempre meno esigente sia sul piano dell’apprendimento, sia su quello dell’impegno e del senso di responsabilità degli studenti. Sono del resto carenze di cui proprio sul “Corriere” si è spesso occupato Ernesto Galli della Loggia. E ci pare evidente che si sottovaluti l’importanza del versante più propriamente educativo nella formazione dei giovani. Il senso civico, il rispetto delle regole, la sensibilità per il bene comune sono ingredienti essenziali di quello che gli studiosi chiamano “capitale sociale”, ma che in sostanza fa tutt’uno col capitale umano.
Sul piano culturale, le analisi internazionali e nazionali attestano che perfino le conoscenze e le abilità di base sono carenti in ogni ordine di scuola. E ne è stata una conferma lampante l’allarme lanciato nel 2017 da oltre 700 docenti universitari che denunciavano “le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare”.
La qualità del capitale umano dipende, oltre che dal numero e dalla preparazione dei laureati, anche dal livello dell’istruzione e della formazione professionale, che in altri paesi, vedi la Germania, hanno un ruolo fondamentale e che invece da noi sono uscite distrutte dalle varie riforme degli ultimi decenni, che hanno “licealizzato” tutti gli indirizzi di istruzione professionale, compresi gli Istituti (ora Licei) d’Arte. Quanto alla formazione professionale, di competenza regionale, alcune regioni hanno fatto scelte innovative con ottimi risultati, ma in gran parte d’Italia c’è il deserto. Lo stesso sistema degli Istituti Tecnici Superiori, che dove esiste ottiene in generale ottimi risultati, è purtroppo quasi assente in quelle parti del Paese dove sarebbe più necessario.
Almeno un breve accenno merita infine la sostituzione dei “programmi” con le “indicazioni” nazionali. Se è giusto che le scuole e gli insegnanti possano adattare i piani di lavoro alle classi e ai contesti sociali, è altrettanto importante stabilire per ciascuna disciplina quali argomenti non si possono tralasciare nel consegnare alle nuove generazioni il nostro patrimonio culturale.
Cordialmente,
Giorgio Ragazzini, Valerio Vagnoli, Andrea Ragazzini, Sergio Casprini

mercoledì 20 maggio 2020

RIMETTERE CON I PIEDI PER TERRA IL DIBATTITO SULLA SCUOLA


Di cosa ha bisogno la scuola per poter riaprire a settembre? Tutto deriva dalla fondamentale esigenza di proteggere la salute degli allievi e degli insegnanti (e, meno problematicamente, quella dei custodi e di chi lavora in segreteria). Per farlo bisogna stabilire la giusta distanza fra i banchi, che porta con sé il numero di allievi compatibile con le dimensioni di ogni aula; si deve anche fare in modo che l’ingresso e l’uscita a scuola e nelle aule avvengano senza ingorghi; si devono studiare regole per l’intervallo, dare indicazioni sulla disinfezione delle mani e dell’ambiente. Ci saranno certamente molti altri particolari da prendere in considerazione, ma è più o meno questo l’essenziale a cui provvedere. Ed è già un compito tutt’altro che semplice sia individuare le regole, sia farle costantemente rispettare. 
E invece, in vista del ritorno della scuola “in presenza”, c’è un assembramento di proposte a favore di un radicale rinnovamento della didattica che la pandemia avrebbe reso chissà perché indifferibile. In realtà sono le stesse idee più o meno “rivoluzionarie” che circolano da anni (e non hanno con la pandemia nessuna relazione): il “focus” sull’apprendimento invece che sull’insegnamento; la personalizzazione sempre più spinta dei piani di lavoro; la classe “rovesciata” (che però soffrirebbe come la DaD dell’ insufficiente numero di computer); la messa al bando della lezione frontale; l’abolizione del voto in decimi (che aumenterebbe le disuguaglianze) e altre ancora. Si è poi sviluppata, forse per effetto della semireclusione in casa, una vera passione per la “didattica all’aperto”: parchi, fiumi, boschi, piazze, monumenti, musei, teatri (questi ultimi però veramente sono al chiuso...) saranno l’occasione per il superamento della vecchia didattica. Neppure questa è una novità assoluta: la scoperta del “territorio” risale agli anni ’70; e nelle giuste dosi rimane una risorsa. Chi la ripropone in grande stile non sembra però avere la minima idea di quali difficoltà pratiche comporti anche a cose normali ogni “uscita”; e di quelle che si aggiungerebbero nella situazione attuale. Intanto l’insegnante o gli insegnanti accompagnatori devono spesso essere sostituiti nelle altre classi dove hanno lezione. E per il futuro, se effettivamente fosse necessario un maggior numero di docenti per la suddivisione delle classi in piccoli gruppi, il problema delle sostituzioni si aggraverebbe. Inoltre, far camminare ordinatamente una scolaresca sui marciapiedi e farle attraversare le strade richiede una continua vigilanza; e soprattutto i più piccoli vanno pazientemente abituati all’attenzione e alla concentrazione anche in un ambiente esterno. Come si pensa di riuscire a mantenere per strada o (peggio ancora) sull’autobus il distanziamento che in classe viene assicurato dalla posizione dei banchi?
Ci fu un tempo in cui si sentì la necessità – come disse Feuerbach – di rimettere la filosofia con i piedi per terra. Riusciremo mai a fare lo stesso con il dibattito sulla scuola?
Giorgio Ragazzini
“ilSussidiario.net”, 20 maggio 2020

martedì 19 maggio 2020

SPERIMENTARE E VERIFICARE? MACCHÉ, LA SCUOLA PROCEDE ALLA CIECA


Per fare un bilancio della didattica a distanza, anche per programmare gli interventi necessari per il futuro, abbiamo solo qualche percentuale dell’Istat sugli alunni che avrebbero avuto la possibilità di fruirne, essendo le loro famiglie in possesso di un computer o di un tablet. Ma sarebbe stato importante sapere quante classi e quanti insegnanti ha impegnato, qual è stato il numero di ore medio per allievo, quali le principali difficoltà anche in relazione all’età: invece niente.
Da quasi due mesi è stato firmato l’accordo tra Ministero e Rai per mettere a disposizione della scuola una grande quantità di materiali utili alla didattica: film, documentari, programmi culturali televisivi e radiofonici, lezioni. Non si sa nulla però sull’uso che se ne è fatto. Quanti studenti hanno approfittato di questa possibilità? Quali programmi sono stati più seguiti? Gli insegnanti hanno dato indicazioni ai propri allievi? L’offerta didattica è catalogata in modo da consentire ai docenti di scegliere in funzione dei loro piani di lavoro?
Terzo e ultimo esempio, col quale andiamo un po’ più indietro nel tempo. Nel 2017 un appello di 770 docenti universitari ricordava che anche durante gli ultimi anni del percorso scolastico e persino in quelli universitari “troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”; tanto che “alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero in italiano”. Il grande interesse suscitato dall’iniziativa spinse la ministra Fedeli a insediare una commissione presieduta dal professor Luca Serianni, che individuò alcune modifiche alle prove di italiano degli esami di terza media e di maturità, con l’intenzione di favorire retroattivamente una più efficace didattica dell’italiano scritto. Non venne invece preso in considerazione il suggerimento più importante dell’appello, “l’introduzione di verifiche nazionali periodiche durante gli otto anni del primo ciclo: dettato ortografico, riassunto, comprensione del testo, conoscenza del lessico, analisi grammaticale e scrittura corsiva a mano”. Si poteva però sperare che venisse programmata almeno un’indagine a campione per capire se le proposte della commissione hanno avuto qualche effetto migliorativo. Ma siamo nel Paese del pressappoco, come opportunamente lo ha definito Raffaele Simone nell’omonimo saggio; e la cultura del controllo e della verifica, specialmente nelle politiche pubbliche, è largamente ignorata. Il Ministero si comporta come un allenatore che la domenica non andasse a seguire la partita. Lui, però, verrebbe sùbito licenziato in tronco.
Giorgio Ragazzini

giovedì 14 maggio 2020

RITORNO A SCUOLA, COME SI RECUPERANO LE COMPETENZE PERSE?


Nessuno potrà dirci con certezza quale sarà la situazione sanitaria del prossimo settembre. E proprio per questo è arrivato da tempo il momento che il ministero dell’Istruzione ci fornisca almeno dei progetti di scuola tra loro alternativi a quello attualmente in vigore.
Progetti già ampiamente sperimentato in questi due ultimi mesi soprattutto, malgrado il grande impegno di moltissimi docenti, per quanto concerne i suoi evidenti limiti a proposito della didattica a distanza.
Dato che il problema principale è quello di «distanziare» gli alunni per limitare il rischio del contagio, una prima ipotesi, già prospettata su questo giornale dal preside Artini, potrebbe prevedere la divisione della classe in due gruppi, che seguirebbero le lezioni a turno in aula e a distanza, cioè via internet.
L’altra ipotesi di cui si è parlato in questi giorni è quella dei doppi turni: metà classe la mattina, l’altra metà il pomeriggio. Anche in questo caso sarà probabilmente opportuno alternare i due gruppi nelle due metà della giornata. La prima soluzione è più adatta per gli studenti più grandi, che in media sopportano meglio una prolungata permanenza davanti al computer e non hanno bisogno di aiuto da parte dei genitori; la seconda si adatta quindi di più agli alunni delle elementari e della medie.
Tuttavia è da escludere che schemi generici come questi sopra ricordati possano essere sufficienti a garantire tutto quello di cui le scuole dovranno ulteriormente preoccuparsi. Si pensi per esempio all’importante lavoro di recupero, da svolgere nelle future seconde classi di ogni ordine scolastico, delle competenze di base, ampiamente compromesse in questo sciagurato anno scolastico.
Competenze di base che, in quanto tali, o le si creano quando è il momento, o costruirle negli anni a venire diventerà sempre più complicato, se non addirittura impossibile.
Perché il recupero sia efficace è quasi certo che almeno per diversi mesi si dovranno ridimensionare i programmi delle varie materie e, per fare questo, sarà necessario fin dalle prossime settimane un serio confronto tra gli insegnanti delle stesse discipline. Le altre priorità di carattere didattico non potranno anch’esse essere improvvisate nei primi giorni di settembre e per questo le scuole dovranno organizzarsi per tempo.
Tra queste vi potrebbe essere la necessità di costituire anche corsi di recupero composti da studenti dello stesso anno provenienti dalle varie sezioni. E qualora, come è probabile, manchino gli spazi adatti, fin da ora gli enti preposti a farlo potrebbero individuare anche altri locali oltre a quelli scolastici. C’è bisogno naturalmente di molto altro, a partire dall’organizzazione delle mense o del consumo del pasto portato da casa perché la stragrande maggioranza delle nostre scuole non ha alcuna mensa. Sarà inoltre necessario organizzare gli edifici e il personale in maniera da permettere che il controllo dell’igiene e della sicurezza sia assolutamente garantito o che vengano individuati i luoghi ove concentrare, sotto la sorveglianza del personale, le sezioni e le classi destinate a entrare in orari tra loro sfalsati.
Non dovremo ignorare il rispetto delle regole che solo le esperienze drammatiche, e per alcuni purtroppo neppure queste, ci fanno finalmente comprendere quanto sia fondamentale abituarsi a rispettarle anche nella normalità delle nostre esistenze. Ed è fondamentale che la scuola del prossimo anno scolastico chieda agli studenti molto, moltissimo impegno, spiegando che come non mai la serietà e la tenacia che sapranno dimostrare saranno decisive per la loro formazione umana e culturale.
Valerio Vagnoli
(Corriere Fiorentino, 14 maggio 2020)

sabato 2 maggio 2020

PRECARI: UN’ALTRA SANATORIA CONTRO IL MERITO E LA COSTITUZIONE?


La qualità della scuola è legata in grandissima parte a quella degli insegnanti. Questo lo sanno e lo dicono tutti.  In Italia la storia della loro formazione e del loro reclutamento non riflette purtroppo questo assioma. Per decenni le università non hanno previsto corsi di didattica, laboratori, tirocini. Con il sessantotto è stata semidistrutta per anni la preparazione di chi le frequentava, soprattutto in àmbito umanistico. Di fronte poi all’aumento degli studenti degli anni ’70 si è scelta la strada di sostituire largamente i concorsi prescritti dalla Costituzione con le assunzioni ope legis, caldeggiate dai sindacati e con particolare veemenza dai settori della sinistra “di base” contrari “alla selezione”, che invece in pochi settori come l’istruzione è necessarissima. Nonostante  questo per fortuna nella scuola italiana ci sono stati e ci sono tanti buoni e ottimi insegnanti, quasi tutti largamente autodidatti sul piano metodologico. Accanto a loro però, proprio per via delle ripetute sanatorie oltre che per una formazione iniziale carente, ci sono stati e ci sono anche colleghi inadeguati, con il relativo grave danno ai diritti degli allievi; un problema verso il quale la pavida inazione del ceto politico ha come ovvia conseguenza il manzoniano “a chi la tocca la tocca”. E proprio in questi giorni, come spiega un esauriente articolo del “Corriere della Sera, un largo schieramento parlamentare sta assediando la ministra Azzolina perché rinunci, a causa dell’emergenza sanitaria, a far svolgere il concorso previsto per la prossima estate e immetta direttamente in ruolo tutti i candidati. Ci sarà quindi un’altra sconfitta del merito e della legalità costituzionale? Certo la convergenza di opposti schieramenti politici sulla richiesta di sanatoria fa temere il peggio.
In realtà, volendo dare per buono l’ostacolo dell’emergenza per non fare il concorso, (che oltre a tutto, notano le autrici dell’articolo, benché meglio dell’ope legis è più simile a una sanatoria che a una prova per meriti”), un’alternativa valida sarebbe questa: confermare per il prossimo anno scolastico i docenti precari attualmente in servizio e se necessario chiamarne altri, in modo da garantire i corsi di recupero o comunque un organico aggiuntivo non di ruolo per tutto il tempo che durerà l'emergenza scolastica. E, appena si potrà, si faranno i concorsi. Seri, però.
Giorgio Ragazzini

lunedì 27 aprile 2020

RIPARTE LA SCUOLA E RIPARTONO LE “RIVOLUZIONI” DIDATTICHE


Meglio non prendere per oro colato le anticipazioni giornalistiche, d’accordo; e specialmente in questo periodo di provvedimenti modificati più e più volte fino a un minuto dal varo. Ma l'articolo di Corrado Zunino sulla riapertura delle scuole (“La Repubblica” di oggi) fa decisamente drizzare le orecchie. Sembra proprio che si voglia approfittare dell’emergenza per immettere nella scuola “rivoluzioni” che c’entrano con la sicurezza come il cavolo a merenda. Lo fa presagire già l’incipit: Sarà una scuola nuova” (assicura Lucia Azzolina); “si potrà gradualmente approdare a un insieme di esperienze che spingerà in avanti la didattica del sistema scolastico”; “Il rinnovamento dell’urbanistica interna [sic] è finalizzato a una rivoluzione delle classi: non solo dovranno essere spezzate in due per garantire le distanze, ma potranno essere mischiate [?] per consentire lezioni diversificate”; “questo comporterà un utilizzo più ricco [sic] di docenti abituati alla lezione frontale”; e l’utilizzo più ricco a sua volta “si trasformerà, giocoforza, in un ampliamento del monte orario (oggi a 18 ore per le superiori) che andrà pagato meglio”.
La pandemia dunque non aiuta solo gli autocrati, come scrive oggi Ezio Mauro sullo stesso giornale, ma anche i sostenitori delle ricorrenti (pseudo) rivoluzioni didattiche”. Per valutarne la sensatezza, basta pensare proprio alla risibile guerra alla “lezione frontale”. Il buon senso dovrebbe suggerire che, se è importante un arricchimento del bagaglio metodologico dei docenti anche tramite lo scambio di esperienze tra pari, l’imposizione dall’alto di ricette didattiche è destinata a produrre soltanto disorientamento e demotivazione in chi la subisce. Si pensi piuttosto per il futuro a una selezione molto più rigorosa dei nuovi insegnanti, perché è la loro qualità che può fare davvero la differenza.
Infine: la necessità di dividere le classi servirà a realizzare il più volte minacciato “ampliamento del monte orario” di cattedra, non provvisoriamente – come sarebbe entro certi limiti comprensibile – ma in modo permanente?
Giorgio Ragazzini

mercoledì 22 aprile 2020

UNA PROPOSTA: SOLO I PIÙ PICCOLI IN CLASSE, A GRUPPI


La scuola italiana a me pare si preoccupi delle fasce più deboli della popolazione più con le dichiarazioni che con i fatti. Lo dimostra per esempio affidando i ragazzi disabili a insegnanti in gran parte privi delle adeguate specializzazioni o riservando loro ambienti scolastici spessissimo privi degli spazi e dei laboratori indispensabili per la didattica personalizzata di cui necessitano. 
Lo dimostra l'immissione in  ruolo di insegnanti che non sono  mai stati sottoposti a una verifica culturale e attitudinale, al termine di un percorso formativo finalizzato a formarli alla loro futura professione;  lo dimostra la sistematica distruzione degli indirizzi tecnici e professionali riempiti di materie e forse pensati così per dare occupazione a tanti laureati, altrimenti costretti purtroppo alla disoccupazione; lo dimostra il lasciare tranquillamente in cattedra quella minoranza di docenti del tutto inadeguati al loro ruolo. E se accade che le autorità preposte al loro controllo finalmente intervengano, di solito dopo snervanti iniziative di qualche preside, il massimo che può loro capitare è qualche giorno di sospensione e il trasferimento il più delle volte da una scuola all'altra. Non si fa quasi niente, infine, per incentivare i docenti più validi e motivati a trasferirsi nelle scuole più problematiche.  
Anche in occasione di questi drammatici mesi la scuola avrebbe potuto e dovuto trovarsi meno impreparata,  per non lasciare abbandonati a sé stessi milioni di bambini e ragazzi, privati, come abbiamo più volte evidenziato, della possibilità stessa di misurarsi almeno con una didattica a distanza. Era molto chiaro da tempo che la scuola era carente di attrezzature e competenze digitali, anche per le esigenze ordinarie.
In questi giorni si sono letti gli appelli di numerosi genitori che reclamano decisioni urgenti da parte della Ministra per far tornare a scuola i loro figli. Su come farlo in sicurezza si stanno facendo molte ipotesi. Se sembra ormai deciso che le scuole riaprano a settembre, per parte mia mi permetto di proporre una limitata correzione a questo rinvio, che riguarda la scuola elementare. Se è possibile uscire per fare la spesa anche ai mercati, per recarsi negli ambulatori, per fare molti lavori anche a distanze ravvicinate o per portare a spasso il cane e perfino per passeggiare in un raggio di 200 metri rispetto alla propria abitazione, non sarebbe fattibile che ogni giorno piccoli gruppi di bambini (5-6) per ogni classe delle elementari si alternino a scuola per riprendere così contatto con gli insegnanti e con un minimo di attività didattica? Una ripresa con il contagocce, quindi, ma importante per una fascia di età per la quale il rapporto con le maestre è particolarmente sentito. Ed è nell’infanzia che riusciamo più facilmente a recuperare le differenze segnate dall'appartenere a contesti sociali più fragili: e sono i bambini delle elementari a essere stati i più penalizzati dalla DaD, senza contare che spesso i loro edifici scolastici sono molto più gestibili rispetto agli altri e presenti anche nelle piccole frazioni. Anche per questo si deve proprio fare di tutto perché non siano i più piccoli a pagare in maniera troppo pesante quanto sta avvenendo in questi mesi drammatici e dolorosi.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 22 aprile 2020)

lunedì 20 aprile 2020

QUELLA VALUTAZIONE CHE “EDUCA” GIOVANI NARCISI

Sulla didattica a distanza l’Anp ha pubblicato un documento in cui auspica che la valutazione sia solo formativa. Una ricetta astratta e illusoria.
I dati diffusi dall’Istat il 6 aprile ci dicono che la didattica a distanza non ha raggiunto il 33,8% delle famiglie, quelle che non hanno in casa né un computer né un tablet. La percentuale si alza nel Sud al 41,6%. Se si considera che probabilmente in molte di queste famiglie i figli in età scolare sono più di uno, si deve ritenere che la percentuale degli studenti che non hanno usufruito della Dad sia ancora più elevata.
Non essendo affatto da escludere che a settembre non ci siano ancora le condizioni per un ritorno in classe, questa situazione può essere migliorata solo a partire da un’indagine molto approfondita del ministero, scuola per scuola, sull’attività di questi mesi: numero delle classi e degli allievi collegati, carenze tecnologiche, modalità con cui gli insegnanti hanno realizzato la Dad e relative ricadute didattiche.
Fin da ora però c’è già chi si mostra entusiasta di questa esperienza, non perché abbia gli elementi per valutarne positivamente i risultati, ma perché nella Dad vede la possibilità di affermare una lungamente auspicata rivoluzione didattica, soprattutto riguardo alla valutazione. Fra questi l’Associazione nazionale presidi, che ne scrive in un documento pubblicato sul proprio sito web (La posizione dell’ANP sulla didattica a distanza e sulla relativa valutazione degli apprendimenti).
La tesi è che, risultando sostanzialmente impraticabili le modalità di valutazione della didattica in presenza, gli insegnanti saranno in qualche modo costretti a prendere le distanze dalle pratiche definite “sanzionatorie” che la caratterizzano e a mettere al centro del proprio lavoro esclusivamente la “valutazione formativa”.
Nell’auspicare una rivoluzione pedagogica, si è evidentemente sentita la necessità di screditare l’idea di valutazione che gli estensori del documento ritengono vigente nella scuola italiana, anche a costo di forzature concettuali e linguistiche. Da questo punto di vista il documento della Anp non lascia margini di dubbio: “dovremmo tutti impegnarci – a prescindere dall’emergenza – affinché la scuola (…) sia percepita come ambiente di apprendimento e non come luogo del giudizio”; si criticano “gli strumenti valutativi tradizionali (compiti in classe e interrogazioni orali) definiti “di tipo non oggettivo” e i “criteri non oggettivi e di tipo impressionistico (sic)”; “si preferisce di gran lunga sanzionare gli errori (ciò che l’alunno non sa) invece di valorizzare gli aspetti positivi (quello che l’alunno sa o sa fare)”; e ancora: “Questa situazione è insoddisfacente perché la valutazione è caratterizzata da soggettività e autoreferenzialità”.
Sembra quindi chiaro che per l’Anp la valutazione nella scuola debba essere esclusivamente formativa e mai cristallizzarsi in un voto, orientandosi “verso una vera valorizzazione dello studente come persona comunque competente” (corsivo nostro). Il probabile traguardo implicito in questi ragionamenti (esplicitato invece da documenti di altre associazioni) è l’abolizione del voto e delle bocciature.
Sembrano dunque trovare nuovo vigore dall’attuale emergenza ricette come questa che circolano da molti anni e che promettono la definitiva affermazione di una scuola in cui le possibilità di costituire un vero “ascensore sociale” si allontaneranno ulteriormente fino a scomparire. Il documento dell’Anp nega di fatto, nelle indicazioni che dà ai suoi associati, l’importanza della certificazione degli effettivi livelli di apprendimento degli studenti, secondo una visione pedagogica che ritiene centrale la figura dello studente nella prassi didattica e quindi considera prioritario il diritto dei giovani alla piena inclusione scolastica e al successo formativo: “la valutazione non deve essere altro cheuno strumentodi rilevazione del progresso di apprendimento inteso come maturazione personale. Non è essa stessa dunque la finalità del sistema”.
Si tratta di ricette astratte e illusorie che prescindono del tutto da due princìpi fondamentali sia dal punto di vista educativo che didattico: il principio di realtà e il principio di responsabilità. Così come molti genitori nei confronti dei propri figli, si pensa che compito degli insegnanti sia proteggere gli allievi da qualsiasi frustrazione o delusione, anziché aiutarli a confrontarsi con i limiti che tutti abbiamo e a imparare dagli inevitabili insuccessi, con il risultato di crescere delle persone disarmate di fronte alle difficoltà della vita o degli eterni narcisi sempre in credito col mondo. Dice Kipling nella poesia “If”: “Se sei capace di incontrare il Trionfo e il Disastro e trattare questi due impostori esattamente nello stesso modo […..] tua è la terra e tutto ciò che contiene, e – che è molto di più – sarai un Uomo, figlio mio!”.
Impossibile poi trovare nel documento un qualsiasi accenno alla necessità che uno studente faccia la sua parte nel rapporto didattico con il personale impegno nel lavoro in classe e nello studio, anche in quelle discipline che gli risultano più ostiche. Ferma restando ovviamente la primaria responsabilità della scuola e degli insegnanti nel creare le migliori condizioni possibili per l’apprendimento.
Si può dire insomma che manca del tutto in questo documento – ed è la regola da molti anni in tante riflessioni sulla scuola – l’idea che educare i figli serve a introdurli in un ambiente sociale. Per dirla con Hannah Arendt, i genitori “con l’educazione si assumono la responsabilità nei due ambiti, a livello dell’esistenza e della crescita del bambino e a livello della continuazione del mondo”.
In altre parole, l’educazione, oggi identificata con le esigenze del singolo nuovo individuo, serve anche a tutelare il mondo in cui viviamo. A questo scopo libertà e responsabilità devono essere inscindibili nella pratica educativa. Spesso si parla di legalità, di rispetto dell’ambiente o della donna; ma solo un costante allenamento all’incontro con i limiti, al rispetto delle regole e degli altri può far sì che i piccoli umani, naturalmente egocentrici, diventino adulti maturi.
La didattica dovrebbe quindi riflettere l’uguale importanza dell’interesse dell’allievo a sviluppare i suoi talenti e quello della collettività ad accogliere nuovi cittadini preparati e responsabili. Di qui la necessità di certificare gli effettivi livelli di apprendimento e anche l’acquisizione di un comportamento corretto, cioè consapevole dei propri diritti e doveri.
C’è bisogno quindi sia della valutazione “sommativa”, sia di una valutazione formativa che rilevi i progressi e incoraggi gli studenti, ma indichi anche errori e comportamenti sbagliati. Si dovrebbe cioè affiancare al “codice materno”, quello della cura e della protezione (prevalente nei primi anni di scuola), dosi crescenti di “codice paterno”. Che significa parlare all’occasione con franchezza di preparazione inadeguata o di comportamento scorretto, essere meno disponibili ad “abbassare gli ostacoli”, aiutare l’allievo ad assumersi le sue responsabilità, a capire quando adattarsi alle situazioni e quando farsi valere.
L’insegnante deve saper diventare, in poche parole, un rappresentante della realtà di fronte ai propri allievi.
Andrea Ragazzini
(“ilSussidiario.net”, 21 aprile 2020)