martedì 3 giugno 2008

lunedì 2 giugno 2008

UN BUON SERVIZIO DEL TGR TOSCANA

Gli esami di qualifica in un Istituto professionale alberghiero
Giornali e televisione si occupano quasi sempre di scuola per fatti eclatanti e delinquenziali. Raramente lo fanno con il fine di presentare la realtà scolastica nella sua quotidianità e in ciò che essa riesce a proporre di buono e di speciale nella formazione dei giovani. In particolare sul tema della formazione professionale, almeno in televisione, non ci risulta sia mai stata aperta, almeno negli ultimi lustri, alcuna finestra. Pertanto l’elegante servizio su un istituto professionale alberghiero della provincia di Firenze, mandato in onda oggi 2 giugno dal Tg regionale, è una gradita e apprezzata sorpresa. A dire il vero questo telegiornale, negli ultimi tempi, si occupa con una certa regolarità di ciò che accade nel mondo scolastico e lo fa in genere con professionalità. Anche di fronte a episodi che immergono la scuola nella cronaca nera, dobbiamo dare atto che ha sempre evitato la ricerca ad effetto dello scandalistico e del morboso, rispettando così innanzitutto gli studenti, siano essi adolescenti o, a maggior ragione, bambini.Ma tornando al servizio sull’istituto alberghiero, ci piace altresì sottolineare quanto è emerso a proposito della validità di un indirizzo di studio votato alla formazione professionale dei giovani. Dalle risposte degli studenti è emerso con chiara evidenza come sia possibile, in tre anni, garantire una buona preparazione, dando così ai ragazzi delle serie motivazioni sia per poter continuare gli studi che per avviarli in modo consapevole al mondo del lavoro. Dal servizio ci è sembrato di cogliere quanto l’ordine, la sicurezza e la consapevolezza che i ragazzi dimostrano nello svolgere i loro compiti siano una bella garanzia per il loro futuro. Ma quel loro ordine, quella loro sicurezza e consapevolezza dimostrano anche che insieme ai futuri professionisti del settore alberghiero, sono stati formati i futuri cittadini, già in grado di riconoscersi in un sistema fatto di regole, di rispetto reciproco e di consapevolezza che facendo bene il proprio lavoro si conquista, come scriveva Primo Levi, il “tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano…” (La chiave a stella).
GdF

domenica 1 giugno 2008

LA TRAGEDIA DELLA NOSTRA SOCIETA': IL MANCATO RISPETTO DELLE REGOLE di Marcella*

* E' così firmato un intervento sul blog di Giorgio Israel.
Parto dalla questione Educazione civica. Facendo riferimento alla mia esperienza di madre di tre figlie posso dire che si tratta di un insegnamento già previsto nella scuola. I genitori solerti, o ingenui, si disturbano ad acquistare il libro di testo che rimane immacolato, mai aperto perché in verità questa disciplina non viene studiata, e questo non è bene. Ciò non vuol dire che gli atti di bullismo derivano dal mancato studio di questa materia, si tratta infatti di veri e propri atti di delinquenza e la delinquenza non è conseguenza dell’ignoranza bensì di una coscienza morale deviata e dalla certezza dell’impunità. Per quanto riguarda la questione del ripristino rigoroso delle regole, dei regolamenti e del rispetto delle leggi vigenti, questa è, a mio parere, il vero punto debole, la vera tragedia della nostra società che si porta dietro tutte gli altri problemi. E’ da un po’ di anni che viene sistematicamente effettuata un’azione educativa volta ad insegnare quanto sia inutile, non conveniente, svantaggioso rispettare le regole, e gli strumenti utilizzati a tal fine sono stati la mancata applicazione delle sanzioni (per motivazioni varie tra cui anche meccanismi perversi previsti per legge) e l’istituzione delle sanatorie. A questa tragedia si è pensato di porre rimedio inasprendo le sanzioni o istituendo nuove regole che ovviamente non hanno risolto nulla se non mortificare l’intelligenza. Questa situazione coinvolge tutti: dal cittadino che non si preoccupa di pulire il marciapiedi sporcato dal suo cane, a quello che evade le tasse o a colui che non svolge con diligenza il proprio lavoro fino allo studente che brucia i capelli al compagno per divertirsi. Si tratta evidentemente di azioni che hanno un peso diverso, molto diverso, ma rientrano nel quadro della più totale strafottenza, indifferenza, disinteresse nei confronti degli altri, della propria città, del proprio lavoro, e forse (non vorrei dire una parola grossa) anche della vita. Quindi direi più propriamente che la soluzione al problema è applicare le leggi, tutte, ed applicarle fino in fondo!

venerdì 30 maggio 2008

E SE BOCCIASSIMO IL VECCHIO LATINO?

Da "La Stampa" di oggi.

Commento (GR). Ah, finalmente abbiamo trovato che cosa non va nella scuola italiana: il latino. E perché? Risponde Attilio Oliva, presidente dell'Associazione Treellle: "Perché il carattere di obbligatorietà fa del latino una delle materie meno amate e quella che presenta un primato nei debiti formativi. Chi lo studia per scelta, infatti, come gli americani o gli inglesi, lo studia bene e lo sa." Quindi non è tanto il latino, ma l'obbligatorietà della materia; basterà quindi renderle tutte facoltative? Anche quelle scientifiche di cui tanto si lamenta la carenza nei nostri studenti? Ma poi, via, obbligatorietà a parte, "le lingue classiche sono percepite come un fattore di distinzione sociale. Tra quelli che studiano latino o greco – rileva Treellle - l’80% ha il padre laureato (contro il 20% di chi è agli istituti tecnici o professionali), il 71% proviene da una famiglia di alto livello culturale (29% nel caso di Itis), il 78% ha una biblioteca in casa (contro il 30% degli altri). E così il latino brilla di alta società, anche quando, sostanzialmente, lo si ignora". Torniamo quindi pari pari agli anni '60, quando il latino fu la vittima sacrificale del passaggio alla scuola di massa, il responsabile primo dell'odiosa selezione di classe.
Ma l'articolo è tutto da leggere, a cominciare dalla visione orrorifica dei bambini usciti con l'ansia di conoscere dalle elementari che - dice il fisico Carlo Bernardini - "passano sotto le grinfie della burocrazia pedagogica tradizionale, e incominciano a essere ammaestrati a 'presentarsi' da persone a modo" (cosa evidentemente considerata disdicevole). E non poteva mancare il solito Berlinguer.
Naturalmente dietro questo piuttosto sciocco assalto al latino si intravede la scorciatoia verso una maggiore presenza delle scienze, in sé senza dubbio auspicabile, anche se, ragionando col metro della popolarità come fa Oliva, purtroppo neppure la matematica ha in genere una buona stampa tra gli studenti. E se invece si eliminasse, al posto del latino, tutto il ciarpame dei progetti, delle educazioni, e magari delle autogestioni e delle occupazioni?
Buona lettura.

giovedì 29 maggio 2008

NIENTE "ESAMI DI RIPARAZIONE"?

Si avvia forse verso il classico pasticcio italiota la vicenda del "recupero dei debiti". Secondo l'articolo che pubblichiamo qui sotto, le scuole potrebbero ottenere di spostare la verifica ad anno scolastico iniziato; il che significherebbe, molto semplicemente, iscrivere alla classe successiva anche gli studenti che durante l'estate non hanno recuperato affatto le insufficienze, con tanti saluti agli "esami di riparazione". (GdF)

("Leggo" Milano)

La telenovela debiti ed esami di riparazione, come anticipato lunedì da Leggo, avrà un finale a sorpresa. Il ministero dell’Istruzione è orientato a chiudere un occhio come sottolinea l’agenzia Ansa citando fonti di viale Trastevere. Dopo mesi di proteste, scioperi, manifestazioni e sit-in di ragazzi e insegnanti contro la normativa per i corsi di recupero e le verifiche finali, introdotta in corso d’anno dal Dicastero di viale Trastevere sono attese le “aperture” da parte dal neo Ministro Mariastella Gelmini per un “ammorbidimento” della normativa, accogliendo così la richiesta degli studenti di considerare “sperimentale” questo primo avvio del recupero.Secondo indiscrezioni sarebbe al vaglio una circolare, presto sulle scrivanie dei singoli dirigenti scolastici, in risposta ai disagi presentati dalle scuole soprattutto per le gravi carenze economiche: l’autonomia degli istituti consentirebbe dunque di organizzare corsi inferiori alle 15 ore, con un numero di partecipanti stabilito dal consiglio di istituto. I dati relativi alla quantità di insufficienze da colmare sono allarmanti, circa 4 milioni di debiti per un milione di studenti, ed andrebbero a gravare sull’organizzazione delle scuole nel periodo estivo e sulle vacanze delle famiglie dei ragazzi, dei docenti e del personale Ata. Il vero nodo da sciogliere è quello del “termine ultimo”: le scuole, infatti, chiedono di poter far slittare, di qualche settimana oltre l’avvio del nuovo anno scolastico, i tempi per i recuperi. E il ministero, che ancora non si è espresso ufficialmente, sta cercando una formula tecnica per evitare contrasti con la normativa Fioroni. Sul piatto anche la possibilità di un avvio ritardato (al 20 settembre come riportavano alcuni organi di informazione) dell’anno scolastico a settembre. Ma così, forse, la procedura somiglierebbe troppo ai vecchi esami di riparazione.

Lorena Loiacono

lunedì 26 maggio 2008

GIOVANI IN CERCA DI RESPONSABILITA' di Claudio Risé

("Il Mattino" del 26 maggio 2008)
Il noto psicologo junghiano, studioso dell'eclissi del padre e del maschile, risponde alla proposta di affrontare il bullismo con l'educazione civica.
http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=I7OVE&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

sabato 24 maggio 2008

LA GELMINI: CONTRO IL BULLISMO L'ORA DI EDUCAZIONE CIVICA di Giulio Benedetti

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=I72FA&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

("Corriere della Sera" del 24 maggio 2008)

Commento. Se il bullismo dipendesse da scarse conoscenze sulla Costituzione e sugli istituti fondamentali del vivere civile, saremmo a cavallo. Ma temo che nessuna analisi seria abbia preso in considerazione questa eventualità (lo dice uno che l'educazione civica la insegna). Secondo Dan Olweus, dell'università di Bergen in Norvegia (tanto per citare il primo studioso del fenomeno), il bullo è in genere il frutto di un'educazione insieme permissiva e poco affettuosa. E di permissività è tutt'oggi intrisa tutta la società, con il suo rispetto facoltativo delle regole, i suoi tabù sulle sanzioni. la sua incapacità di guidare i giovani con sollecitudine unita alla fermezza.
Se i genitori e gli insegnanti non recuperano con convinzione la loro "auctoritas", che è etimologicamente la capacità di far crescere, mancherà la base di ogni strategia antibullismo. Se al bullo si spiega che la sua libertà finisce dove comincia quella degli altri e poi gli si perdona un sopruso, quale dei due messaggi assimilerà?
Il Ministro dovrebbe invece puntare "in modo forte" sul rispetto delle regole, fare in modo che tutti gli Istituti abbiano e rispettino un regolamento di disciplina, anche le scuole elementari (dove i bambini capricciosi dicono alla maestra "Tanto non mi puoi fare nulla!") e delegittimare senza indugi il buonismo devastante inculcato ai docenti per decenni. E su questa base costruire strategie di recupero e di prevenzione. (GR)

giovedì 22 maggio 2008

BELL'ITALIA: MI HANNO SOSPESO? E IO VADO IN UN'ALTRA SCUOLA...

Diversi giornali, tra cui il Quotidiano Nazionale(http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?go=Articolo+precedente&numart=I67I5&tipcod=0&numpag=1&maxpag=2&tipimm=1&defimm=0&titolo=&tipnav=1) pubblicano oggi la notizia che lo schiaffeggiatore di un docente, dopo esser stato sospeso per novanta giorni, si è trasferito in un altro istituto per non perdere l'anno. Se nessuno smentisce, ciò significa che questa enormità non è vietata; eppure è come se il ritiro della patente valesse soltanto nel Comune in cui l'automobilista si è comportato male...
Naturalmente c'è sempre un preside che la sa lunga in tema di "disagio". Commenta infatti sul "Corriere della Sera Lombardia" un ex dirigente di quello stesso istituto: "Lo schiaffo dato al professore è sintomo di un problema che va risolto alla radice. I tre mesi di sospensione sono giusti, ma da soli non valgono nulla. Penso che fosse necessario intervenire prima".
Insomma, in ultima analisi la responsabilità non è del ragazzo, ma della scuola che non è intervenuta, magari spiegando che non si schiaffeggiano i docenti...
(GR)

OCCORRE RIPARTIRE DAL MERITO E DAI PROGRAMMI di Sergio Belardinelli

("L'Occidentale") del 21 Maggio 2008

Scuola, università e ricerca scientifica – ormai lo dicono tutti - rappresentano la cartina al tornasole dello sviluppo di un Paese. Non c’è problema cruciale che in ultimo non passi di lì. Proprio per questo chi ne porta la responsabilità, vista la situazione in cui ci troviamo, è gravato di un compito che non esiterei a definire immane. Non starò a dire delle molte incrostazioni che in questi ultimi decenni hanno appesantito fin quasi alla paralisi un Ministero che, per le funzioni che ha, andrebbe considerato come un Ministero chiave al pari del Ministero degli affari esteri o di quello del tesoro. Mi soffermerò invece brevemente su alcune cose che ci si dovrebbe sforzare di fare subito, con particolare riguardo alla scuola e all’università. Si ha la sensazione che l’uscita di scena del Governo Prodi le abbia come risparmiate dal colpo di grazia; ma di certo non godono buona salute. L’università, per esempio, deve uscire al più presto dallo stato di catalessi in cui sembra essere piombata. Occorre fare in modo che la seconda trance dei posti da ricercatore già finanziata da Mussi venga bandita subito con il sistema di reclutamento vigente; lo stesso dicasi per i cosiddetti PRIN del 2008; se non vengono fatti partire immediatamente, c’è il rischio che la ricerca universitaria venga bloccata per un anno. Bisogna infine mettere mano ai sistemi di promozione e di reclutamento dei professori. Distinguo intenzionalmente tra “promozione” e “reclutamento”, poiché credo che un conto sia promuovere qualcuno, renderlo cioè “idoneo” a ricoprire un posto da professore, altro conto è che una università lo “recluti”, cioè lo assuma”. Si tratta in sostanza di rendere possibile al più presto la formazione di una lista nazionale di “idonei”, dalla quale le università possano attingere secondo le loro reali esigenze. Qualcuno dirà, giustamente, che al momento della finanziaria si dovrà soprattutto destinare all’università finanziamenti ben più consistenti di quelli attuali, oppure che, prima o poi, si dovrà mettere mano al problema del valore legale dei titoli di studio. Sono d’accordo. Intanto però mi sembra che i due o tre provvedimenti che ho sommariamente indicato possano rappresentare il segnale importante di una volontà di ripartire, di uscire dall’impasse, della quale c’è grande bisogno.
Più complesso e drammatico è il discorso per quanto riguarda la scuola. La cosiddetta “emergenza educativa”, nonché innumerevoli segnali, che fanno pensare addirittura a un collasso del sistema, sono ormai sotto gli occhi di tutti. E’ quindi difficile immaginare qualcosa da fare subito. Ma proprio per questo è urgente quanto meno lanciare alcuni messaggi, indicare alcune priorità. Intanto bisognerebbe mettersi in linea con gli obiettivi stabiliti nel 2000 dal Consiglio Europeo di Lisbona, incominciando magari con una battaglia più incisiva contro l’abbandono scolastico. I tassi di abbandono nella scuola secondaria italiana sono intorno al 20%, ben 5 punti e mezzo sopra la media europea. Sarebbe poi necessario creare davvero un secondo canale d’istruzione e formazione professionale che, con pari dignità rispetto ai percorsi formativi dei licei o degli istituti tecnici, sappia rispondere sia alle esigenze del mondo del lavoro, sia, soprattutto, alle esigenze di quei giovani che spesso vanno a incrementare i tassi di abbandono scolastico. Abbiamo poi il problema della riqualificazione e del rilancio della figura dell’insegnante. Non è immaginabile che la scuola funzioni con insegnanti mal pagati, demotivati, alle prese quotidianamente con riunioni spesso inutili e ai quali, poniamo, non viene più richiesto di aggiornarsi e di studiare. Altro capitolo importante è quello della libertà d’educazione in vista di una scuola che sia veramente “pubblica”. Come ha affermato di recente il Governatore della Banca D’Italia, Mario Draghi, occorre aumentare “la concorrenza tra gli istituti pubblici e privati, con modalità di finanziamento che da un lato premino le scuole migliori e dall’altro trasferiscano risorse direttamente alle famiglie per ampliarne le possibilità di scelta”. E’ insomma sul merito che occorre impostare o re-impostare la valutazione degli alunni, degli insegnanti e delle stesse scuole. C’è poi la questione scabrosissima dei programmi scolastici, ispirati per lo più a una pedagogia tanto presuntuosa quanto evanescente. Nella scuola primaria, ad esempio, credo che vada presa molto sul serio la volontà manifestata dal Ministro uscente Fioroni di ripristinare alcune evidenze educative fondamentali, quali lo studio della grammatica italiana, delle tabelline e della geografia. Certi contenuti educativi non possono essere sacrificati sull’altare delle metodologie di apprendimento o, peggio ancora, di “autoapprendimento”. Anche a rischio di apparire antiquato, aggiungo infine che non sarebbe male riproporre nelle nostre scuole l’importanza della disciplina come forma di rispetto di se stessi e degli altri e magari il ritorno al vecchio voto, spazzando via quegli stucchevoli giudizi che affannano insegnanti, genitori e alunni, senza che nessuno ci creda.
Su tutti questi temi che ho sinteticamente indicato (se ne potrebbero indicare molti altri) è importante dare subito qualche segnale di svolta. Se è vero, come dicevo all’inizio, che i problemi più importanti di ogni società passano in ultimo dalla scuola; se è vero altresì che di questo incominciamo ad essere tutti consapevoli, allora è tempo che a questa consapevolezza corrispondano comportamenti concreti da parte di famiglie, istituzioni e opinione pubblica. Non è più tempo di chiacchiere. Ne va addirittura della capacità dei nostri figli di sentirsi a casa in un mondo sempre più difficile, certo, ma anche sempre più ricco di opportunità. Se solo le sapessimo cogliere.

QUALCHE CONSIGLIO UTILE A MARIA STELLA GELMINI di Giorgio Israel

("L'Occidentale" del 21 Maggio 2008)

Il primo buon consiglio dato al nuovo ministro dell’Istruzione e dell’Università Mariastella Gelmini è quello che gli è già venuto da Angelo Panebianco: studiare a fondo i dossier, ascoltare i pareri di tutte le persone e di tutti gli organismi competenti, riflettere e decidere senza fretta. È vero che il sistema dell’istruzione e della ricerca sono allo sfascio, ma una cattiva cura propinata a un malato grave può ammazzarlo anzitempo. Non si può aspettare troppo, ma ogni provvedimento assunto in modo affrettato può rivelarsi fatale. Come ha detto ancora Panebianco, ne va del futuro del nostro paese, non si può più sbagliare.
Tuttavia, per poter agire in questo modo occorre che il ministro si metta dei tappi metaforici nelle orecchie per non essere assordato dallo strepitìo che le si sta levando intorno, per toglierli deliberatamente soltanto quando ha deciso autonomamente di ascoltare qualcuno.
La doppia paginata del Corriere della Sera di mercoledì 14 maggio dà un’idea chiarissima del clima isterico e caotico che regna nel settore dell’istruzione. “Debiti a scuola, esami a rischio”, “Corsi nel caos”, “Scenario apocalittico”. Il tutto con un bombardamento di consigli avanzati con fretta e leggerezza irresponsabili. C’è chi addirittura sentenzia che, per quanto riguarda i corsi di recupero, l’unica strada possibile è “sospendere tutto”; chi propone il ritorno immediato agli sbarramenti biennali; chi borbotta che l’intenzione di Fioroni era giusta ma lo strumento sbagliato; mentre i soliti sindacati, invece di attenersi alle questioni salariali e normative che dovrebbero essere loro specifica competenza, invitano al ministro a “riprendere in mano la questione dei livelli di apprendimento”, il che è quanto rispondere all’emergenza blaterando del nulla. La stampa inzuppa il pane: 1.200.000 studenti affetti dal “mal di scuola” con una crescita del 15% in un anno, 700.000 colpiti da dolori addominali, 350.000 da cefalee, 150.000 da insonnia e inappetenza. Sarebbe interessante sapere chi e come ha fatto questi conteggi. Che vergogna… Come se non sia normale avere dei disturbi per le paure scolastiche. Li abbiamo avuti tutti e siamo qui, vaccinati. Malori sani che educano ai malori che si dovranno patire comunque da adulti nei luoghi di lavoro o in famiglia. Tanto vale addestrarsi subito. E se i ragazzi prima erano tutti esenti da malori, vuol dire che la scuola era il paese dei balocchi.
Di fronte a questo scenario di lagne indecenti e indecentemente coccolate, il ministro dovrebbe pretendere con energia da tutti silenzio, decoro e senso di responsabilità. La situazione è caotica, i problemi innumerevoli, ma sarà possibile risolverli soltanto con scelte meditate e organiche e non con misure tampone che chiudono una falla aprendone altre dieci.
Un altro consiglio al ministro è di fare piazza pulita di tutte le commissioni pletoriche e di tutti i convegni e simposi che, a costi spropositati, servono soltanto a produrre maree di documenti verbosi la cui unica utilità è di creare posizioni di potere per coloro che li hanno elaborati. In breve, ricominci da zero, liberandosi dallo stuolo di pseudo-esperti, didatti, pedagogisti, docimologi, burocrati di varia sorta che affollano i corridoi ministeriali. Eviti soprattutto di mettere tutto nelle mani del solito pedagogista di stato onnisciente di tecnicismi didattici e sprezzante di contenuti e discipline. Getti nel cestino qualsiasi proposta che non sia scritta in un linguaggio piano, comprensibile, razionale e sintatticamente limpido, e che copra il vuoto concettuale dietro una fraseologia barocca, pretenziosa e falsamente professionale. Per esempio, una relazione che contenga termini del tipo “competenze dichiarative e competenze procedurali” dovrebbe essere cestinata senza pietà e il suo estensore messo alla porta.
Infine, assuma come principio di base che se si vuole iniziare a rimettere in sesto la scuola e l’università occorre richiamarne gli attori principali al senso di responsabilità, alla calma e al decoro. Questi attori principali sono gli insegnanti e gli allievi: gli altri devono venire a debita distanza. I primi debbono essere reinvestiti del ruolo di maestri e, in quanto tali, debbono essere ben consapevoli che una tale funzione comporta onori e vantaggi ma anche precisi doveri e oneri, il che è quanto dire vantaggi in termini di retribuzione e di prestigio, l’obbligo di esercitare una funzione educativa al massimo livello e l’onere di sottoporsi a verifica. Per parte loro, gli studenti debbono essere consapevoli dei doveri che la scuola impone: rispetto delle regole, comportamenti civili e impegno massimo nello studio. Per tutti debbono valere due principi: a scuola si va per apprendere e quindi al centro della scuola sono i contenuti dell’insegnamento; il rapporto tra insegnante e allievo è un rapporto tra persone per la trasmissione delle conoscenze e non una relazione tra prestatori d’opera e utenti. Se non riuscirà a far accettare da tutti queste poche e semplici premesse è facile profetizzare che il nuovo ministro, come qualsiasi ministro, si troverà a navigare in mezzo a una tempesta di proporzioni crescenti che nessun marchingegno normativo riuscirà a placare.

mercoledì 21 maggio 2008

UN RICORDO DI GIOVANNI NENCIONI di Giorgio Ragazzini e Valerio Vagnoli

Pochi giorni fa è stato ricordato, nella bellissima sede dell’Accademia della Crusca, il professor Giovanni Nencioni, illustre studioso della lingua italiana, scomparso poche settimane fa a Firenze all’età di 96 anni.
In quell’occasione sono stati sottolineati i moltissimi meriti che il professor Nencioni ha avuto e dei quali in molti abbiamo beneficiato e continueremo, per fortuna, a beneficiare. Ma c’è un aspetto che vorremmo ancora sottolineare: il suo impegno civile che, com’era nel suo carattere schivo e appartato, potrebbe rischiare di passare in secondo piano rispetto agli enormi meriti di carattere scientifico che, sul piano degli studi linguistici, lasceranno senz’altro una testimonianza da cui nessun futuro studioso della nostra lingua potrà prescindere.
Quando Montanelli alla fine degli anni ’80 venne a sapere che l’Accademia della Crusca, che Nencioni diresse per quasi tre decenni, versava in brutte acque per i mancati finanziamenti da parte del ministero, aprì una sottoscrizione sul suo Giornale che ebbe risultati davvero inaspettati, a testimonianza dell’affetto che l’Accademia si era saputa conquistare in maniera diffusa tra vasti strati della popolazione italiana. Nencioni utilizzò quei soldi per avviare la pubblicazione di un semestrale, (“La Crusca per voi”) dedicato a chi amava e ama la lingua italiana, ed in modo particolare alle scuole, che fu inviato gratuitamente a chiunque ne avesse fatta richiesta, finché durarono i fondi raccolti.
Vale la pena di sottolineare che una gran parte della rivista era dedicata, e lo è tuttora, a fornire risposte ai quesiti dei lettori. Nello stesso tempo “La Crusca per voi” non rinunciava, esattamente come continuò ad accadere anche dopo che egli non fu più in grado di seguirla direttamente, ad avvalersi di una profonda caratura scientifica, senza alcun cedimento alla faciloneria o a istanze populistiche, così ricorrenti in tanti intellettuali novecenteschi quando hanno inteso fare qualcosa per diffondere la cultura anche ai non addetti ai lavori.
Con la presidenza di Nencioni l’Accademia della Crusca si aprì progressivamente al mondo della scuola e lui stesso si rese sempre disponibile ad andare nelle scuole a parlare della lingua italiana e di quanto fosse importante che la sua evoluzione e la sua storia trovassero uno spazio preciso nei percorsi scolastici sia di primo che di secondo grado.
Professore alla Scuola Normale di Pisa e presidente dell’Accademia della Crusca, si prestò, con una disponibilità molto rara nel mondo accademico italiano, a far pubblicare addirittura un suo intervento in un giornaletto scolastico al quale mandò, allo stesso modo di quanto avrebbe fatto con una prestigiosissima casa editrice, le sue cartelle dattiloscritte e corrette.
Purtroppo con questo suo rapporto col mondo della scuola, non si può dire che abbia anticipato i tempi: il mondo accademico italiano è ancora lontanissimo dal guardare alle esperienze e alle istanze del mondo scolastico e se talvolta lo fa gli manca quella profonda e convinta adesione umana e culturale che invece Nencioni aveva. D’altra parte, se oggi l’Accademia della Crusca ha una presidente donna e se sotto la presidenza di Nencioni il numero delle accademiche diventò senza precedenti, ci sarà pure un motivo.
Restano infine da ricordare le lezioni del docente di storia della lingua italiana: il linguaggio terso, la comunicativa cordiale e misurata, la capacità di chiarire i concetti con esempi e citazioni ne facevano una guida sicura che, alieno com’era da ogni ostentazione, non intimidiva con la sua cultura. E molti sono infatti stati i suoi allievi, a cui è oggi affidata, ciascuno secondo il proprio stile, la sua eredità di studioso e di maestro.

UNA LETTERA AL QUOTIDIANO "L'AVVENIRE" RICORDA GIUSTAMENTE I MERITI DI FIORONI (Giuseppe Compagnoni)

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?go=Articolo+successivo&numart=I5UWU&tipcod=0&numpag=1&maxpag=1&tipimm=1&defimm=0&titolo=&tipnav=1

martedì 20 maggio 2008

IL COMPUTER NON È UN IDOLO. Arrestiamo il disastro. Basta competenze e metodologia, dalla scuola vogliamo conoscenze

di Giorgio Israel
("Il Foglio", 20 maggio 2008)

In un recente articolo (“Corriere della Sera”, 12 maggio) Francesco Giavazzi ha richiamato la centralità della questione educativa ammonendo che società e individui che perdono istruzione vengono messi fuori gioco. A suo avviso, il “premio all’istruzione” è conseguenza della globalizzazione e dell’innovazione tecnologica (internet, computer e uso crescente di modelli fisici e matematici nella finanza) per cui è compito del sistema educativo «tenere il passo» con i progressi della tecnologia. In realtà, il successo del modello occidentale (che è all’origine della sua globalizzazione) deriva dall’idea di una tecnologia fondata sulla conoscenza teorica. Pertanto, un’educazione che insegue la tecnologia segnala una condizione regressiva (una tecnologia che procede indipendentemente dall’istruzione di base) e/o una ricetta sbagliata (un’istruzione che insegue la tecnologia non va da nessuna parte). Difatti, i fattori di innovazione tecnologica indicati da Giavazzi sono di per sé vuoti di contenuto e non offrono prospettive educative. Internet e il computer sono meri strumenti con cui si possono fare eccellenti ricerche bibliografiche (se si è appreso come farle!) o scaricare informazioni improbabili da Wikipedia (per esempio che il Cardinale Ratzinger nel 1990 condannò Galileo), elaborare efficaci modelli matematici (se si conosce la matematica!), fare videogiochi o visitare siti pedopornografici. Non a caso, negli Stati Uniti si tende ormai a limitare l’uso dei computer nelle scuole: ma da noi le “innovazioni didattiche” vengono adottate quando altrove vengono abbandonate. Quanto alla crescente utilità dei modelli matematici in economia e finanza, vi crede soltanto un mandarinato accademico autoreferenziale che (come ha documentato un recente articolo sul Sole-24 Ore) di nascosto preferisce affidarsi alle previsioni basate sulla cabala o sulle teorie sgangherate del finanziere mistico degli anni 1920 William Gann. Il premio Nobel per l’economia Robert Aumann, recentemente richiesto di fare previsioni circa l’andamento della finanza mondiale sulla base della teoria dei giochi, ha ammesso onestamente che essa non gli permetteva di dire niente più di quanto potrebbe dire un qualsiasi uomo della strada.
Pertanto, non si contribuirà validamente al dibattito sulla riforma del sistema dell’istruzione se non discutendo, e a fondo, dei contenuti da trasmettere: contenuti autentici, non vuote metodologie. Questo è ormai il nodo gordiano della questione educativa in ogni campo. Anche Tzvetan Todorov ha posto tale questione al centro del suo recente libro La letteratura in pericolo, denunciando, in termini coraggiosamente autocritici, il disastro educativo provocato dalle visioni formaliste in letteratura che si concentrano soltanto sulle modalità della scrittura e trascurano i contenuti che essa trasmette, finendo col mettere da parte le opere stesse. Ogni architettura istituzionale e normativa crollerà su sé stessa se si considererà come una faccenda accessoria cosa insegnare; se (esempio emblematico) si pretenderà di insegnare a un bambino a dividere 300 per 15 al seguente modo: disegna 15 alberi e appendi ad essi in parti uguali i disegni di 300 palline, e poi colora tutto… La matematica si è sviluppata proprio per non dover disegnare e colorare centinaia o migliaia di alberi e palline. Qui non è in gioco soltanto un metodo didattico sbagliato, ma una concezione regressiva della matematica.
Più in generale, i dibattiti sull’istruzione appaiono dominati da una vacua ripetizione di formule di cui quasi nessuno conosce il senso. Tale è il caso dello slogan del “passaggio dalla scuola delle conoscenze alla scuola delle competenze”, che viene evocato come una necessità assoluta anche “perché ce lo chiede l’Europa”. Ma noi non siamo in Europa per ripetere a pappagallo qualsiasi formula e accettare qualsiasi sciocchezza – anche il divieto di cuocere la pizza nel forno a legna o le pericolose banalità del “politicamente corretto” – bensì per portare liberamente contributi razionali. Pochi sanno che la pedagogia per obbiettivi è un metodo di formazione professionale sviluppato negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale per addestrare tecnici addetti alla manutenzione capaci di operare sotto il fuoco nemico o piloti da combattimento. È evidente che in questo contesto, come in molti contesti tecnico-professionali, è possibile dare una valutazione quantitativa delle prestazioni e quindi fondare in modo accettabile il concetto di “competenza”. I guai cominciano quando si vuole generalizzare tale concetto a ogni forma di apprendimento. Come definire una competenza in storia? La tentazione è di definirla con obbiettivi strampalati come la capacità dello studente di comporre testi storici (come predicano le Indicazioni nazionali del ministero dell’istruzione). Così la giusta esigenza che la scuola stimoli lo studente a una partecipazione attiva deborda nello scenario ridicolo di un popolo di poeti, scienziati, tecnologi, romanzieri, pittori, navigatori e trasmigratori. Sul piano della misurazione, poi, i docimologi – pur evitando di dirlo ad alta voce per non perdere le loro posizioni nelle agenzie di valutazione – ammettono che dopo un ventennio di diatribe e di centinaia di definizioni di “competenze”, misurarle risulta impossibile soprattutto quando intervengono (parole loro) “fattori affettivi e motivazionali”.
Se ci accontenteremo di slogan preconfezionati costruiremo sulla sabbia. Ad esempio, Giavazzi ribadisce giustamente che un sistema di autonomia scolastica richiede un buon sistema di valutazione. Ma, come abbiamo appena visto, la vera questione è cosa sia un buon sistema di valutazione. Non basta dire che è meglio controllare le scuole a tappeto e non a campione. Il problema è che le uniche valutazioni serie sono quelle qualitative, ma un sistema del genere è molto costoso. Viceversa le valutazioni basate su griglie di parametri quantitativi sono spesso inattendibili. Se ci affidassimo ciecamente a sistemi di valutazione improbabili (senza neanche valutarli) potremmo credere di aver fatto il nostro dovere e poi subire un brutale risveglio, com’è il caso di altri paesi, dove si valuta sistematicamente ma i risultati sono non meno disastrosi dei nostri, malgrado quel che fa credere il vizio nazionale di autoflagellazione. Inutile elevare a modello Finlandia e Svezia: le cose vanno molto meglio in India o in Corea del Sud dove si usano sistemi di insegnamento disciplinare e sistemi di valutazione del tutto tradizionali.
Altra questione: inutile parlare di “autonomia” se non precisiamo a cosa ci si riferisce. Appare ragionevole l’idea di concedere agli istituti la facoltà dell’assunzione diretta entro una lista nazionale di idonei. Assai meno ragionevole è l’autonomia intesa come licenza di definire come meglio garba contenuti e metodi dell’insegnamento, per cui in una scuola si aboliranno le ore di lezione, in una s’insegnerà Euclide e in un’altra la matematica cinese con le bacchette, in una si studierà musica col solfeggio e in un’altra battendo le pentole. La “libanizzazione” della scuola sarebbe un esito inevitabile. Né la concorrenza fermerebbe lo sfacelo. Perché una valutazione (e una conseguente graduatoria degli istituti) basata sulla “soddisfazione dell’utente” premierebbe senza ombra di dubbio il paese dei balocchi, come provano i pessimi esiti del parametro della “laurea in tempo” nell’università. Di nuovo servirebbe una valutazione qualitativa aliena da parametri aziendalisti, ma come farla senza la definizione di un insieme di contenuti base imprescindibili? Del resto, un paese che possiede una cultura nazionale degna di questo nome non può rinunciare a tale definizione.
La questione dei contenuti rispunta così da ogni lato. Anche le ragionevoli riserve sollevate da Giavazzi sul sistema (peraltro utile) dei “buoni scuola” richiamano il recente dibattito che si è sviluppato negli Stati Uniti. Giova menzionare un lungo articolo comparso sul Wall Street Journal il 27 febbraio (“School Choice Isn’t Enough”) in cui si spiega come, in base all’esperienza, i buoni scuola si sono rivelati utili ma non a tal punto da condurre alla sperata riqualificazione del sistema pubblico. È l’idea di affidarsi completamente alla concorrenza che si è rivelata inefficiente soprattutto quando si coniuga con le teorie pedagogiche dell’autoapprendimento. Il Dipartimento dell’Educazione ha fatto contratti per 10 milioni di dollari con il Teachers College Reading and Writing Project diretto dalla pedagogista Lucy Calkins, sostenitrice della teoria secondo cui i bambini possono apprendere a scrivere e leggere da soli, con qualche marginale aiuto dei maestri, e l’istruzione fonetica è una forma di abuso sui minori. I risultati si sono rivelati pessimi. Al contrario, nel Massachusetts, senza buoni scuola, senza incentivi di mercato e soprattutto senza pedagogismi, bensì sulla base di un severo curriculum disciplinare basato su un approccio sistematico tradizionale si sono ottenuti risultati considerati come uno “spettacolare miracolo educativo”. Il Massachusetts è oggi in testa in tutte le valutazioni federali per quanto riguarda la matematica e la lingua.
Ci troviamo quindi di fronte a questioni complesse che richiedono approfondite riflessioni ma che – soprattutto – non si risolvono né con gli slogan né con escogitazioni tecniche o con la metodologia, giustamente definita da Lucio Colletti la “scienza dei nullatenenti”.

MITO E REALTÀ DELL’AUTONOMIA SCOLASTICA. OVVERO: HA SENSO CHE CIASCUNA SCUOLA STAMPI LA SUA PAGELLA? di Giorgio Ragazzini

Frequentando le rassegne stampa sulla scuola e i documenti degli esperti, delle associazioni e dei sindacati, ci si imbatte a ogni pie’ sospinto nella parola magica “autonomia”, come ingrediente indispensabile per la soluzione di ogni problema della scuola:
“La promozione del merito... non può essere disgiunta da quella fondamentale dell’autonomia” (Giorgio Rembado, su “ItaliaOggi” del 20.5); “Parità, autonomia, valutazione sono gli strumenti semplici per permettere un miglioramento dal basso della scuola” (Giorgio Vittadini sul “Giornale” del 14.5); “l’Autonomia... è la vera Riforma perché dovrebbe cambiare in modo concreto il modo di fare scuola, quindi incidere in modo sostanziale sui risultati degli apprendimenti” (dalla proposta dell’A.P.E.F., l’associazione professionale fondata da Sandro Gigliotti, per la XVI legislatura). E si potrebbe continuare con decine di citazioni.
Ma a quali condizioni l’autonomia può produrre risultati migliori del centralismo? Ce ne sono due che raramente vengono citate, mentre si insiste molto, e non a torto, sulla scarsità di risorse finanziarie, soprattutto nel primo ciclo.
La prima: un corretto uso del principio di sussidiarietà verticale come regolatore dei rapporti tra Stato e autonomie. In altre parole, come si stabilisce a quale livello spetta fare una cosa qualsiasi? Non dovrebbe essere quello in grado di farla meglio, in modo più rapido e spendendo meno? Se è così, non si capisce perché – per fare solo un esempio – l’ambìto incarico di progettare e stampare le schede quadrimestrali (che, nella fregola nuovista di cambiare nomi, ha perso quello vecchio di “”pagella”) sia stato appioppato alle singole scuole. Quando queste ultime si sono rese conto della spesa a cui andavano incontro, hanno fatto presto a chiedere l’aiuto, almeno a Firenze, dell’amministrazione comunale, che si è offerta di accollarsi l’onere. Nel frattempo una convulsa fase di riunioni cercava di dare forma grafica al nuovo prodotto (ma non bastava copiare la vecchia?). Risultato: pessima impaginazione, con uno spreco di spazio e un deficit di leggibilità che anche un bambino avrebbe evitato. Quanto alla spesa, nessuno si è preso la briga di appurare quanto sono costate in tutto le nuove schede fai-da-te, per poterlo paragonare ai costi dell’odiosa edizione centralista... . A tutto questo va aggiunto il tempo perso da x persone in riunioni varie.
Questo bel parto ci conduci diritti alla seconda condizione per una ragionevole riuscita dell’autonomia: la presenza di competenze all’altezza della situazione. Nel caso in esame, qualcuno che sapesse progettare graficamente un documento chiaro e leggibile. Ma una scuola efficiente dovrebbe saper fare ben altro: corsi e seminari di aggiornamento e ricerca didattica, progettazione di curricoli, approntamento di laboratori e sussidi didattici, documentazione del lavoro svolto... E dove sono queste professionalità, in un mondo in cui già la categoria dei Dirigenti viaggia all’altezza indicata dal compianto Pazzaglia in Quelli della notte? Figuriamoci poi se si dovesse affidare alle singole scuole l’assunzione diretta dei nuovi docenti, anche volendo prescindere (ma possiamo?) dalla disastrosa carenza di etica pubblica, che porterebbe certamente ad assumere, invece dei docenti bravi, l’amica o il congiunto di Tizio e Caio...
In qualche modo si rimedia – o si crede di rimediare – soprattutto con due metodi ben noti anche in altri settori: il pressappochismo e la produzione industriale di aria fritta, di cui sono imbottiti i POF, il cosiddetto “biglietto da visita” delle scuole, vera miniera di cialtronerie di ogni tipo.
Ecco perché è indispensabile creare, ma con serietà e rigore, nuove articolazioni della funzione docente, cioè figure professionali in grado di dare corpo all’autonomia. Altrettanto indispensabile è non vergognarsi di restituire eventualmente allo Stato compiti che le singole scuole non siano ragionevolmente in grado di assolvere, senza dimenticarsi di controllare sempre l’efficienza economica del sistema e delle sue parti. Finiamola quindi di ripetere come un mantra la parola “autonomia”. Anche da qui passa la strada verso la scuola seria.

CONSIGLI AL MINISTRO di Lodovico Festa

("Il Foglio", 20 maggio 2008)
http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=I5CJI&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1

UN CONSIGLIO A BRUNETTA E GELMINI: ATTENTI AI SUGGERIMENTI DI GIAVAZZI di Giorgio Israel

Un salutare articolo su un altro dei "miti d'oggi", come avrebbe detto Roland Barthes: la valutazione. Ci vuole, ma se è seria, attendibile e utile. Per parte nostra continuiamo candidamente a sostenere che sarebbe già rivoluzionario, nella scuola italiana, individuare, valutare e sanzionare il demerito, cioè i casi gravi di scorrettezza o inadeguatezza professionale.
(L'Occidentale, 19 Maggio 2008)
In un articolo scritto quando ancora non si conosceva la lista dei ministri, Angelo Panebianco consigliava coloro che avrebbero rivestito tale carica, e in special modo il neoministro dell’istruzione, a comportarsi come Alberto Ronchey, quando fu nominato ministro dei beni culturali: trascorrere il tempo necessario, anche un paio di mesi, a studiare i dossier, consultare tutti i possibili specialisti e tutte le associazioni coinvolte, prima di prendere decisioni affrettate. «Nelle sue mani c’è il futuro del paese» avvertiva Panebianco rivolgendosi al neoministro dell’istruzione.
È giusto che chi ha qualcosa da dire lo dica e alimenti i dossier. Tuttavia, Francesco Giavazzi sembra preso dall’ansia di indurre i ministri Gelmini e Brunetta a seguire senza indugio i suoi consigli senza neppure leggere un dossier. In una sequenza martellante di interventi egli ha proposto ai detti ministri di creare in poche settimane una delivery unit, sul modello di quanto fatto da Blair in Gran Bretagna, ovvero una commissione che analizzi e valuti pubbliche amministrazioni, scuola e università sulla base dei risultati anziché sulla base delle norme e delle procedure, elaborando “in modo scientifico” l’informazione. Egli si richiama alle teorie esposte in un saggio di Roger Abravanel che propone appunto metodi “scientifici” per “misurare” l’efficienza.
Questo proposito da un lato appare attraente, dall’altro sospetto. È attraente e condivisibile l’idea di accantonare norme e procedure per guardare ai risultati. È sospetto non specificare cosa si intenda per “risultati” e ricorrere in modo troppo disinvolto al richiamo alla “scientificità”. Non basta difatti gonfiarsi le gote delle locuzioni “metodo scientifico”, e “su basi scientifiche” per credere di aver risolto il problema: ne abbiamo viste e ne vediamo troppe di cialtronerie docimologiche e valutative – come l’uso della distribuzione gaussiana – per lasciarci intimidire dal richiamo alla “scientificità”.
Gioverà ricordare ancora una volta che il concetto di “risultato” non è lo stesso in tutti i campi: in alcuni è trasparente, in altri è quantomeno fumoso. Difatti, va pure ricordato che la pedagogia per obbiettivi è un metodo di formazione professionale sviluppato negli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale per addestrare tecnici addetti alla manutenzione, capaci di operare sotto il fuoco nemico o piloti da combattimento, in contesti tecnico-professionali in cui è facile definire come possa darsi una valutazione quantitativa delle prestazioni. Ma appena il “risultato” o “prestazione” non ha caratteristiche semplici, evidenti e facilmente oggettivabili, la faccenda si fa complicata. Giavazzi parla di valutazione degli ospedali secondo tempi medi di attesa, tasso di sopravvivenza, incidenti, emergenze. Sono parametri pertinenti ma del tutto insufficienti. Se si fa attendere poco la gente e il tasso di sopravvivenza è alto, ma la qualità della sopravvivenza è cattiva, per esempio a causa di una mediocre capacità dei chirurghi, la valutazione è francamente sballata. Non esiterei a dire che la maggioranza delle persone preferirebbe attendere qualche giorno in più piuttosto che vedersi operata con conseguenze spiacevoli a distanza di mesi, quando oltretutto nessuno ti viene più a chiedere come stai. Molti pazienti considerano primaria la qualità del rapporto umano con i medici e i paramedici: ho letto or ora una lettera su un giornale di un paziente che loda un ospedale romano per la qualità umana degli operatori e la valuta come una qualità di gran lunga più importante dell’efficienza di certi ospedali del nord.
Pertanto, il criterio dell’efficienza può essere rozzo e fasullo quando non si tratta soltanto di fare manutenzione di un aereo o contare il numero di tiri andati a bersaglio. Quando poi si passa all’istruzione le cose vanno ancora peggio. Quando racconto agli studenti del mio corso che un parametro di valutazione delle università è la percentuale degli studenti che si laureano in tempo, sbarrano gli occhi e chiedono chi sia lo sprovveduto che ha ideato un simile criterio di valutazione. I passati ministri vantavano il miglioramento di questo parametro, ignorando (o facendo finta di ignorare) che per ottenerlo basta promuovere sempre di più: esattamente quel che avviene da alcuni anni e che sta producendo lo sfacelo dell’istruzione universitaria e l’immissione in circuito di una massa di laureati dequalificati. Ma parametri, valutatori e ministri sono beati e contenti di sé. In linea generale, l’unica valutazione seria dello studente è il voto, ma l’entità dei “successi formativi” non è per niente un serio parametro di valutazione di un’istituzione educativa: le cose possono stare esattamente all’opposto, ovvero può essere molto più seria e qualificata un’istituzione che boccia di più e magari è costretta a farlo perché la base sociale culturale dei suoi studenti è peggiore di un’altra che può bocciare di meno. In questi casi, l’unica cosa seria da fare per capire come stanno le cose è una valutazione qualitativa, ovvero prodotta da un commissione di competenti (ovvero altri insegnanti) che indaghi a fondo sul campo e fornisca un rapporto dettagliato eventualmente accompagnato da un “voto”, semplice e trasparente.
Occorre stare molto attenti alle valutazioni basate sulle griglie di parametri. Le indicazioni che esse forniscono vanno prese con grande cautela.. Fa cascare le braccia il riferimento a certi esempi di valutazioni di scuole dati da Giavazzi o anche al test Pisa come sondaggio “scientifico”: esso fornisce un’indicazione molto generica del livello di conoscenze per aree geografiche, ma sarebbe straordinariamente ingenuo prendere per oro colato le graduatorie nazionali da esso stabilita. In realtà, chiunque si dia la pena di rifletterci un minimo e di fare qualche semplice prova, sa benissimo che in queste valutazioni basate su griglie di parametri quantitativi, basta eliminarne o aggiungere qualcuno, modificare anche di poco qualche domanda, per ottenere risultati radicalmente diversi.
Nel campo della ricerca scientifica, poi, nulla può sostituire la valutazione di contenuto dei lavori scientifici fatta da esperti qualificati e riconosciuti del settore. La sostituzione di questo lavoro – che è faticoso ma è l’unico sensato – con griglie di parametri produce risultati spesso pessimi. È pietoso assistere al fatto che si stabilisca che un libro pubblicato in Italia vada valutato 12 e un libro pubblicato all’estero 20, anche se il primo è magari un lavoro profondo edito da una casa editrice di alto prestigio e il secondo una scemenza pubblicata da una mediocre casa editrice, che però è “straniera”. Non è un esempio fatto a caso ma un pezzo di griglia di valutazione prodotta al termini di lunghi “lavori” da un’istituzione. Considerazioni non meno desolanti si potrebbero fare circa i pessimi effetti dell’uso indiscriminato del Citation Index.
In conclusione, occorrerebbe assumere un atteggiamento più meditato e riflessivo dopo aver assistito a un ventennio di disastri, non soltanto italiani, dovuti alla mania di affidarsi a metodi quantitativi che si pretende siano “scientifici”, mentre hanno come unico pregio quello di dare occupazione a chi li escogita: il che pone un serio problema di “valutazione” che però, a quanto pare, non interessa a nessuno. Il che dimostra che l’interesse per le procedure più che per i risultati è un vizio di cui non sono colpite soltanto le amministrazioni pubbliche inefficienti.

lunedì 19 maggio 2008

FIGLI MALEDUCATI? REGOLE CHIARE E DISCIPLINA di Alessandra Graziottin

http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=I514K&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1
("Il Gazzettino")
Un eccellente articolo che sintetizza molto bene il complesso problema dell'educazione in crisi, con i suoi riflessi nella scuola e nella società. Molto giustamente la dottoressa Graziottin, ginecologa, psicoterapeuta e sessuologa, sottolinea che "ci vuole coraggio per dare regole chiare e farle rispettare". Tema, questo, sviluppato anche nei libri di un altro psicologo, Osvaldo Poli, specialmente in
Non ho paura a dirti di no.

Per leggere altri interventi della Graziottin:

http://www.alessandragraziottin.it/articoli.php?ART_TYPE=AQUOT&YEAR=2008.