martedì 7 maggio 2019

PUÒ EDUCARE LA SCUOLA CHE NON PUÒ PUNIRE?


“Primo non punire” è sempre più il principale comandamento della scuola italiana, in cui il condono educativo permanente, come lo ha definito lo psicologo Paolo Crepet, fa da perfetto pendant a quelli che da decenni premiano gli evasori fiscali. Un emendamento dell’ultima ora alla legge che reintroduce l’educazione civica àbroga infatti tutte le sanzioni previste agli articoli 412 e 414 del Regio Decreto del 26 aprile 1928: ammonizione, nota sul registro, sospensione da scuola, espulsione con perdita dell’anno scolastico. Il testo definitivo non è ancora reperibile, ma, in base alla scheda illustrativa che si trova sul sito della Camera, sembra che si possa escludere, come qualcuno ha detto, l’estensione alla primaria dello Statuto degli studenti che contempla pur sempre delle sanzioni. Il chiarimento del Ministero non chiarisce affatto la nuova situazione, sostenendo che il provvedimento “non fa altro che estendere anche alla scuola primaria il Patto educativo di corresponsabilità che già oggi disciplina, in maniera dettagliata e condivisa, i diritti e doveri degli studenti delle scuole secondarie nei confronti delle istituzioni scolastiche, comprese le relative sanzioni". Meraviglia che al Ministero si ignori che le sanzioni non sono affatto contenute nel Patto educativo, ma nel regolamento di disciplina che ogni scuola secondaria elabora sulla base dello Statuto degli Studenti. Il Patto da solo lascia la scuola primaria priva di qualsiasi strumento disciplinare, in quanto consiste – stringi stringi – in una presa d’atto da parte dei genitori delle regole di comportamento che la scuola si è data e delle conseguenze del loro mancato rispetto. Del resto nella stragrande maggioranza (o totalità) dei casi l’innovazione del 2007, com’era prevedibile, si è ridotta a un adempimento formale all’atto dell’iscrizione, dunque di nessuna utilità educativa.
La verità è che si tratta di un’altra iniziativa-manifesto di una pedagogia che ignora l’abc dello sviluppo psicologico e morale e che ha così assestato colpi rovinosi alla capacità educativa della scuola. La sanzione invece (di moltissimi tipi e gradi adatti all’età e alle circostanze) è lo strumento che un educatore può utilizzare quando è evidentemente il solo modo di far presente con chiarezza il limite oltre il quale non si può andare. E tutto questo nell’interesse educativo dei bambini che si comportano male e di quelli che vedono impuniti i comportamenti arroganti e irrispettosi. Sarebbe il caso di dare voce, magari con una seria inchiesta, alle tante maestre che già da anni si sentono dire “tanto non mi puoi fare niente” perfino da alunni di prima che le hanno insultate o, bulletti in erba, hanno fatto i prepotenti con una compagna o un compagno di classe. E c’è davvero da chiedersi quale conoscenza dell’attuale scuola primaria e dei suoi allievi abbiano questi “riformatori”.
Quanto all’Educazione civica (per fortuna si è tornati al vecchio nome), il suo ritorno è opportuno, ma è illusorio pensare che la sola conoscenza delle leggi e della Costituzione, pur necessaria, possa sostituire un’educazione familiare e scolastica che alleni fin da piccoli i bambini al rispetto degli altri, al senso di responsabilità e del dovere, all’idea che la libertà non è assenza di limiti. Sarebbe come pretendere che si possa imparare a giocare a calcio studiando un manuale. E se un allenatore si rende conto che un suo giovane allievo arriva tardi, non si impegna o è insolente, fa benissimo a tenerlo in panchina a chiarirsi le idee su come ci si deve comportare. Ripetiamolo: nel suo interesse.
Giorgio Ragazzini

Sul patto educativo di corresponsabilità si può leggere anche quest’altro articolo: ttps://gruppodifirenze.blogspot.com/2018/04/violenza-in-classe-i-mea-culpa-che.html

6 commenti:

Unknown ha detto...

Tutte le leggi e le regole prevedono dei provvedimenti se non vengono rispettate. Questo non significa che la scuola debba applicare provvedimenti punitivi senza aver tentato altre strade educative. Gli insegnanti cercano sempre prima di tutto di ottenere risposte positive dagli studenti. Le mancate risposte reiterate non possono essere ignorate, sia per gli studenti che rispettano sia per quelli che non rispettano le regole. Lo stesso vale per i voti, per promozioni e non promozioni
Anna

Michele Zappella ha detto...

Sono completamente d'accordo con Giorgio Ragazzini. L'esempio della partita di calcio va benissimo. I ragazzi imparano subito le regole che comprendono delle punizioni come l'ammonizione, il calcio d'angolo, di rigore e la sospensione. L'applicano giocando fra loro anche senza arbitro e sanno che senza queste il calcio sarebbe caotico e violento. Nella nostra scuola il calo progressivo, per decenni, di punizioni e regole si è accompagnato a un livello diffuso di bullismo per cui il nostro Paese è stato spesso in testa alle classifiche mondiali. I Paesi del nord europa hanno ridotto drasticamente il bullismo con metodi che comprendono anche le punizioni e con il primo obiettivo di difendere la democrazia a scuola(Olweus). Ed è quello che si deve fare anche da noi. Michele Zappella neuropsichiatra

Marco Pesola ha detto...

In diritto si dice che la sanzione è un rafforzativo delle norma. Credo non ci volgi molto a trasferire nel campo dell'educazione, fatte le debite considerazioni e gli adattamenti alla persona del discente in tutte le sue componenti (età, condizione ambientale e sociale, vissuto famigliare, recidività, ecc.). Naturalmente solo la saggezza e l'esperienza professionale del docente e del dirigente (ove sia coinvolta la sua competenza) sono il valore aggiunto insieme al patto educativo con la famiglia, sostanziale e rigoroso, scritto e firmato anche per i maggiori di 14 anni (cioè l'età in cui sono già perseguibili penalmente) e non 18 anni, non "buonavolontaristico" e ingenuamente buonista, possono garantire che qualsiasi norma sia effettivamente compresa e rispettata.
Naturalmente con tutte le riserve del caso. Si possono conoscere a memoria le norme prendere dieci in E.C., ma non c'è nessuna garanzia che non si sia di fronte ad un piccolo apprendista nazista o razzista consapevole e coscientemente convinto di voler fare del male. L'innocentismo del tipo "sono ragazzi o sono ragazzate!... è pericolossissimo! e ne vediamo le conseguenze con buona pace dei tanti psicologi o sociologi che negano la capacità di giudizio dei giovani sin dalla tenere età, come spesso vediamo quando esprimono giudizi giusti e severi sugli adulti, sapendo bene disptinguere fra bene e male. Non a caso santa romana Chiesa ha fissato ai sette anni l'età media della capacità di ragione e di poter accedere alla cresima.
Marco Pesola, preside ed educatore ACR

GIORGIO RAGAZZINI ha detto...

Segnalo l'eccellente articolo di Alessandro D'Avenia pubblicato oggi sul Corriere della Sera: Il bambino tiranno. Si può leggere a questo indirizzo: http://bit.ly/2Hf4FuF

L'autore è narratore e insegnante.

Boante Ray ha detto...

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georges Matorell ha detto...

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