venerdì 19 giugno 2009

E SE LA BOCCIATURA FOSSE UN'OPPORTUNITÀ?

di Valerio Vagnoli

Finalmente, viene da dire, il re è nudo, perché dietro all’aumento delle bocciature si può intravedere una scuola nuova che inizia finalmente a dare segni di vita, a fare fino in fondo il proprio dovere, cominciando a trovare il coraggio di prendersi responsabilità che da anni, in generale, non era in grado di prendersi.
Questi dati confermano, anziché il fallimento della scuola, come molti pensano e dichiarano, il vero scandalo durato fin troppo a lungo: quello di aver promosso generazioni di studenti in nome del buonismo o del quieto vivere o per i più svariati timori, non ultimo quello dei ricorsi. Insomma, contrariamente ai molti allarmismi che imperversano un po’ da tutte le parti per i risultati di quest’anno scolastico, mi provo ad andare controcorrente e giudico di buon auspicio quanto è avvenuto. Penso, insomma, che dovremmo rassicurare le famiglie, anche dei bocciati, facendo loro capire che stanno inequivocabilmente per finire i tempi squallidi del diploma “pezzo di carta” da spendere grazie alle raccomandazioni di varia natura, non ultime quelle di stampo clientelare e politico. Non mi dilungo sulle dinamiche economico-sociali che cancelleranno certo costume tipico più di un paese da operetta che non di una nazione che dovrà, oggi più che mai, misurarsi sul piano della competitività e di un’economia sempre più legata alla conoscenza. Mi preme, invece, ricordare e ripetere che solo una scuola in grado di valorizzare il merito può rappresentare un vero ascensore sociale per chi non può contare su clientele o radici familiari fin troppo ramificate nel mondo dei privilegi. Per troppo tempo si è identificato il successo scolastico come patrimonio da distribuire equamente a tutti, impedendo così che si diffondesse, soprattutto tra le famiglie più svantaggiate e povere, la consapevolezza di quanto, invece, proprio la scuola sia importante per ribaltare la loro condizione, spesso storicamente consolidata grazie a chi dalla scuola aveva e continuava ad avere i mezzi e gli strumenti per diventare classe dirigente. Solitamente per molti gruppi politici e per molte delle sigle del sindacato scolastico, la qualità della scuola la si è voluta vedere piuttosto sulla quantità (numero esoso delle materie con corrispondente elevatissimo numero dei docenti, orari scolastici lunghi e tempi della didattica ancora organizzati secondo modelli, non è un’esagerazione, seicenteschi) che non sulla sua qualità: guai a parlare di verifica dei risultati, di valutazione dei docenti e dei dirigenti e via di seguito. Ogni minimo accenno ai principi del pragmatismo da applicare anche al sistema scolastico era ed è ancora oggi esecrato più di quanto don Milani esecrasse i giovani operai del Mugello che alla domenica si mettevano la cravatta. L’irrisione nei confronti delle tre “i” ha contribuito a tener fuori dalla modernità chissà quanti figli di chi con il computer, l’inglese e tanto più con l’impresa, non aveva e non ha niente da spartire. Eppure sono molti i politici e i sindacalisti contrari alle tre “i” che hanno accortamente fatto studiare i loro figli negli Stati Uniti o nelle migliori università italiane ed europee.
Ma torniamo alla bocciatura. Ovvio che non sia una bella cosa ed altrettanto ovvio che si debba fare di tutto per rimuovere qualsiasi ostacolo che impedisce ai più svantaggiati di godere dei frutti straordinari che una buona scuola può dare. Ma se non bocciare rappresentava, come per certi insegnanti ancora rappresenta, una lotta contro le ingiustizie “di classe” o più banalmente ignavia o superficiale senso di bontà o ancora paura di affrontare le reazioni dei genitori, ben venga questo aumento di bocciature. Può rappresentare finalmente una svolta, un salutare scossone per chi alla scuola ha finito con l’assuefarsi senza dare o attendersi nulla, siano essi docenti, famiglie o studenti.
Do per scontato che la scuola debba formare, prima ancora della classe dirigente, dei buoni cittadini, liberi e appagati innanzitutto dalla loro cultura e dal loro senso critico. Anche per questo trovo che sia esecrabile vedere nella bocciatura solo un’esclusione, una sconfitta per la scuola e non un’occasione per aiutare il maggior numero possibile di giovani a diventare, a tutti gli effetti, dei cittadini degni di questo nome.

"REPUBBLICA" DEI BOCCIATI

Il quotidiano su cui Mario Pirani si è battuto in questi anni per una scuola più esigente gioca oggi senza mezze misure la carta della "strage degli innocenti", dopo i primi dati che segnalano un aumento delle bocciature. Poteva essere un'occasione di utile giornalismo d'inchiesta; ne viene fuori uno grido d'allarme a suon di luoghi comuni. Completamente dimenticato il fatto che è stato un ministro del PD, Giuseppe Fioroni, a suonare per primo la fine della ricreazione, cosa che del resto lo stesso ex ministro "si scorda" purtroppo di rivendicare e con lui il PD.
L'occhiello del richiamo in prima pagina recita: "Aumentano i respinti e i non ammessi agli esami. L'Ocse critica l'istruzione italiana". In questo modo si suggerisce che lo faccia per questo inizio di maggiore severità, mentre si tratta di tutt'altro, come si scopre nell'interno: "I livelli di apprendimento degli studenti sono tra i più bassi, troppi gli insegnanti, demotivati e mai valutati. Le strutture scolastiche sono vecchie e non dispongono di laboratori moderni. Anche la valutazione degli studenti lascia a desiderare". Delle bocciature non si occupa, né "Repubblica" è sfiorata dal sospetto che i bassi livelli di apprendimento possano avere a che fare
con le promozioni facili dispensate in questi anni (ma anche in questi giorni, purtroppo).
Quasi tutti negativi i commenti raccolti, con tutto il repertorio della colpevolizzazione ultradecennale di quegli insegnanti che non ritengono giusto trattare allo stesso modo chi studia e chi no. Leggi l'articolo di Maria Novella De Luca.

Da aggiungere, infine, alla lista degli interventi contrari anche un pezzo di Ilvo Diamanti su Repubblica.it, in cui si mescola di tutto e di più.

martedì 16 giugno 2009

CONDOTTA, DEONTOLOGIA, ETICA PUBBLICA

di Giorgio Ragazzini

(Pubblicato sul n. 1 gennaio-marzo 2009 di "Esodo")

Viviamo, per nostra fortuna, nella società dei diritti. Ma ogni diritto ha, per così dire, due guardiani: il dovere di rispettarlo e quello di farlo rispettare. Il primo riguarda tutti, il secondo compete a una serie di ruoli in tutti i settori della società; ma è un dovere sgraditissimo, a cui molti si sottraggono davanti alla prima responsabilità che si delinea all’orizzonte. La verità è che molti non sanno più, o non hanno mai saputo, “chi glielo fa fare”. Meglio adeguarsi al quieto vivere, esibendo magari una sconsolata presa d’atto di come va il mondo... E di una crescente “fuga dalla responsabilità” parlano moltissimi osservatori della società italiana, naturalmente con una varietà di punti di vista e di diagnosi storico-culturali.
Un fatto è certo, però: anche se tutti viviamo immersi nel più vasto contesto sociale, è nella famiglia e nella scuola che soprattutto si impara a rispettare gli altri, ad adempiere con serietà ai propri compiti e a riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni. Sono questi i principali luoghi di trasmissione dei valori (incluso lo spirito critico che ne permette l’adeguamento ai tempi) e quindi – se mi si passa l’espressione industrialista – di “produzione” dell’etica pubblica.
Per fortuna da qualche anno a questa parte sta cominciando a diffondersi la consapevolezza che dobbiamo affrontare una vera e propria crisi dei ruoli educativi, i cui modelli venivano un tempo trasmessi senza dubbi e incertezze da una generazione all’altra. La loro messa in questione, sotto molti aspetti necessaria, non ha dato però luogo in tempi accettabili a una nuova visione, più aperta, ma pur sempre fondata sulla realtà dello sviluppo psicologico. Si è invece verificato un prolungato disorientamento dei genitori e degli insegnanti, anche per via del suo intrecciarsi più che altrove con una forte ideologizzazione della società. La stessa parola “autorità” (il cui etimo ne ricorda tra l’altro la specifica funzione di “favorire la crescita”) è stata fortemente interdetta; e ancor oggi non pochi, sentendola nominare, si affrettano a incoraggiarne la sostituzione con “autorevolezza”; come se il prestigio conquistato sul campo – sempre auspicabile – fosse la stessa cosa dell’appoggio e della legittimazione che una comunità assegna comunque al ruolo di genitore o di insegnante.
Probabilmente i primi ad avviare un ripensamento sono stati alcuni psicoterapeuti, a contatto con le difficoltà e a volte con la disperazione di genitori incapaci di far rispettare qualsiasi regola ai propri figli. Va citato almeno il testo più deciso nel dare l’allarme, Se mi vuoi bene dimmi di no, di Giuliana Ukmar (1997), che incoraggiava padri e madri a riprendere lo scettro lasciato in mano ai “reucci” della casa e a usare senza sensi di colpa il “potere positivo” indispensabile alla loro crescita.
Poco a poco anche riguardo alla scuola si è fatta strada la convinzione che proprio la sua debolezza in campo educativo, ammantata di discorsi sulla “comprensione” e l’ “ascolto”, costituisce probabilmente la maggiore emergenza, ben prima delle riforme ordinamentali, della formazione iniziale dei docenti e persino dell’esiguità delle risorse finanziarie. Una scuola poco esigente quanto a rispetto delle regole non è solo più faticosa, ma anche meno produttiva sul piano dell’apprendimento. Non è certo un caso che nel gruppo di testa delle classifiche P.I.S.A. figurino nazioni come Corea, Giappone, Taiwan con sistemi scolastici estremamente rigorosi, fattore fondamentale del loro tumultuoso progresso economico. Scrivono Federico Rampini e Carlo De Benedetti in Centomila punture di spillo: “Chi ha messo piede in un'aula di scuola media, di liceo o di università in Asia sa che in quei luoghi regnano la disciplina, il rigore, il rispetto dell'autorità, la venerazione del sapere. Non perché gli insegnanti cinesi e indiani siano tutti premi Nobel, ma perché tutti sono d'accordo che il sistema funziona solo rispettando quelle regole. Se i genitori di Pechino o di New Delhi cominciassero a dare ragione ai figli contro i docenti, a invocare promozioni facili per tutti, il progresso economico, scientifico e tecnologico dell'Asia si fermerebbe molto presto. Nel tacito accordo che unisce genitori e insegnanti, in quella vasta area di tre miliardi di persone in corsa verso il benessere, c'è una lezione preziosa per noi”.
Come genitori e come docenti, se probabilmente siamo divenuti mediamente più capaci di vicinanza affettiva verso i figli e gli allievi di quanto fossero le generazioni precedenti (a loro volta mediamente più sicure – non senza cadute nell’autoritarismo – su come fare il loro mestiere), dobbiamo però reimparare (o rassegnarci) a esercitare fino in fondo le responsabilità che competono agli adulti.
Per farlo, però, ci serve più di ogni altra cosa la fermezza. Come nota lo psicologo Osvaldo Poli, nel suo libro dedicato a questa virtù fuori moda (Non ho paura a dirti di no), spesso il prendere e mantenere una decisione educativa esige un costo emotivo che non molti sono in grado di sopportare. Siamo un po’ tutti infettati da “virus” di varia origine che impediscono di “girare” al nostro programma educativo: sensi di colpa, paure, bisogno eccessivo di essere approvati, ricordi di nostre vicissitudini come figli o alunni, potenti suggestioni pedagogiche diffusesi negli scorsi decenni (tipo “con il dialogo si ottiene tutto”). Può però incoraggiare e sostenere chi ha compiti educativi la crescente consapevolezza che il laissez faire si è rivelato rovinoso e che per i giovani è fondamentale avere a che fare con adulti in grado di guidarli.
Per questo va considerata una svolta non da poco nella storia recente della scuola italiana quella del ministro Fioroni in direzione di una scuola più esigente e rigorosa, che si è concretizzata con la riforma degli esami di maturità, con i provvedimenti relativi all'effettivo recupero dei debiti, con le norme sui cellulari a scuola, con una prima revisione e accelerazione delle procedure disciplinari nei confronti dei docenti che hanno commesso reati e con una riforma dello Statuto degli studenti che autorizza ora anche sospensioni superiori ai 15 giorni, fino alla perdita dell'anno scolastico per casi di comportamenti particolarmente gravi. Il che, sia detto per inciso, non contrasta con lo spirito dello Statuto, con la distinzione tra la valutazione del profitto e quella del comportamento; perché una cosa è il voto nelle materie, un'altra è la promozione, che deve necessariamente tenere conto anche del versante educativo della formazione. Altrimenti l'insistenza sull'educazione civica e alla legalità verrebbe ridicolizzata da una scuola che promuovesse persino chi si macchia di reati.
Su questi temi il ministro Gelmini non ha fatto che proseguire sulla strada tracciata da Fioroni. L’attuale dibattito sul cinque in condotta, tuttavia, a prescindere dagli allarmi per una scuola autoritaria e repressiva che non hanno il minimo fondamento nella realtà italiana, mi pare notevolmente riduttivo proprio alla luce di quanto abbiamo detto; e lo è in particolare l’idea che un maggior rigore servirebbe a “combattere il bullismo”. Si tratta invece di ri-orientare complessivamente l’azione educativa, di operare una revisione critica che riguarda tutti i giovani e non solamente i bulli; e di rendersi conto che la scuola si è troppo a lungo dimenticata di tutelare, insieme ai docenti e al loro difficile impegno, i tanti ragazzi che vogliono studiare e imparare e il cui comportamento corretto – che si dà per scontato come l'aria che respiriamo – costituisce una delle condizioni imprescindibili per lavorare con serenità. Così facendo, in un certo senso la pedagogia egemone ha codificato una forma di silenzioso parassitismo degli adulti nei confronti degli allievi corretti, che ha consentito di evitare, insieme a più risolute prese di posizione, la revisione di fallimentari teorie educative. Tra le quali, radicatissima anche al di fuori del contesto scolastico e familiare, la falsa contrapposizione tra educazione e sanzione, mentre la seconda fa parte di ogni sistema educativo, sia pure come strumento a cui ricorrere eccezionalmente. Tanto più eccezionalmente, quanto più chi potrebbe incorrervi sa di non poter assolutamente superare certi limiti. In definitiva la fermezza educativa non è affatto in contrasto con un buon rapporto tra genitori e figli, nonché tra insegnanti e allievi; anzi ne crea le premesse e l'indispensabile cornice.
È vero però che in qualche caso non si tratta più di difficoltà psicologica nel proporre un valore, ma di un vero e proprio disorientamento etico. Per esempio, nel decidere se promuovere o no uno studente, oltre all’ovvio interesse di quest’ultimo, entrano in gioco altri “beni” da tutelare, a cui in genere si dedica poca o nessuna attenzione: la valorizzazione del merito e dell’impegno, che ogni promozione ingiusta indirettamente svaluta; la correttezza e l’imparzialità di cui la scuola dovrebbe dare esempio costante e a cui i docenti devono informarsi nell’esercizio delle loro funzioni anche in quanto parte della Pubblica Amministrazione (ma glielo ha mai detto nessuno?). Esiste certamente l’autonomia professionale, che però non è fatta solo di libertà, ma anche di responsabilità. Non pochi colleghi, invece, sono convinti di godere di una discrezionalità assoluta, per cui si può anche prescindere dai registri pieni di insufficienze, purché ci si appoggi a una qualsiasi motivazione psicologica o sociale. E che l’indulgenza sia stata anche incoraggiata e legittimata, lo prova il fatto che, mentre una bocciatura deve essere abbondantemente motivata e magari accompagnata dalla documentazione di tutte le strategie adottate per prevenirla, sulle promozioni nulla quaestio: vanno sempre bene.
Un’altra falla nell’etica professionale emerge di frequente in occasione delle prove scritte degli esami, con il professore che aiuta più o meno apertamente i suoi allievi o più discretamente si assenta per un caffè, quando non arriva a procurare senz’altro la soluzione del problema. E forse non tutti sanno che tutta una complessa organizzazione pluriennale di rilevamenti nazionali dell’Invalsi sull’apprendimento dell’italiano e della matematica è stata irrimediabilmente mandata a monte dall’indebito aiuto che una parte dei docenti italiani ha ritenuto di prestare ai propri allievi; e si può immaginare con quale beneficio educativo, per tacere dei soldi spesi invano.
Anche questi fenomeni rendono non più rinviabile una riforma dello stato giuridico, che tra l’altro prevederebbe, accanto alla creazione di organismi rappresentativi della professione, l’adozione di principi etico-deontologici e soprattutto un’ampia discussione su questa materia. Sperando che l’occasione non venga persa facendo calare dall’alto un codice preconfezionato.
Torniamo quindi al punto di avvio di questa riflessione: la responsabilità degli educatori rispetto alla situazione dell’etica pubblica. E cioè alla necessità di una più acuta consapevolezza dell’influenza che la qualità dell’istruzione e in particolare lo stile educativo dei docenti sono destinati ad avere anche sulla società. L’educazione civica delle nuove generazioni non passa soltanto dallo studio della Costituzione, ma anche e soprattutto dall’azione di insegnanti sensibili e insieme fermi e perseveranti nel non transigere sul rispetto degli altri; e capaci di essere a loro volta un esempio di rigore, di impegno e di responsabilità di fronte ai loro allievi. Utilizzando con coerenza le due leve dell’educazione civica “in atto” e dell’etica professionale, la scuola sarà in grado di formare cittadini insieme più preparati e più responsabili.

Proprio sul "Corriere della Sera" di oggi un articolo riferisce del richiamo dell'Invalsi ai docenti italiani impegnati nell'esame di terza media. Si chiede, in sostanza, di non aiutare gli alunni nella prova nazionale, come l'anno scorso invece è accaduto (e a tal punto da vanificare in pratica l'utilità della prova stessa). Se è importante che finalmente la questione abbia risalto, si noti però con quale linguaggio felpato si tratta quello che è in realtà un vero e proprio scandalo per chi possieda un minimo di senso della legalità e dell'istituzione in cui opera: "Si consiglia che non siano presenti in aula insegnanti della disciplina oggetto della prova". E l'articolo precisa: "Non è una disposizione, ma una cortese richiesta. Chi vuole può restare a fianco degli alunni.". Leggi

domenica 14 giugno 2009

SCUOLE MEDIE PIÙ SEVERE (+ 55% di non ammessi).

Sul "Corriere della Sera" si comincia a fare il punto sui risultati nella scuola media. Gli esami non sono ancora cominciati, ma si sa che in genere i ragazzi impreparati non vengono neppure ammessi. Circa 70.000 allievi dovranno ripetere l'anno (di cui ben 10.000 - circa uno su 100 - per via di un 5 in condotta), contro i 45.000 del 2008 (+ 55%). La giovane-giovanilista ministra Meloni si candida per guidare l'ala buonista del centro-destra e ricorda agli insegnanti che "la buona scuola non si fa soltanto con le bocciature". Ah. (Leggi.)
Il quotidiano raccoglie anche diversi altri pareri , in cui prevalgono le valutazioni negative. In apertura quella di Domenico Starnone, un classico della colpevolizzazione dei docenti negli scorsi decenni: "Quando un insegnante boccia, alla fine boccia se stesso".
Bisognerà però ritornare sulla nuova normativa introdotta dalla Gelmini in fatto di valutazione, per cui non ci deve essere neppure un'insufficienza per poter promuovere un allievo. Sarebbe infatti logico a questo punto tornare (in analogia con le superiori) a una qualche forma di esame di riparazione. In questo senso si schiera anche l'Unione Genitori
Intanto molte scuole hanno dovuto inventarsi qualcosa per ripristinare la trasparenza delle valutazioni, che sarebbe compromessa dalla pura e semplice trasformazione del 5 in 6, nel caso in cui la preparazione complessiva di un ragazzo non sia così compromessa da dover ripetere l'anno. Alcune lo hanno fatto scrivendo "Voto di consiglio" accanto al "falso" 6 (con annessa nota esplicativa).
Anche di questo parla il bell'articolo di Giorgio Israel pubblicato ieri su "Messaggero" e "Mattino": Riportiamo a scuola merito e rigore.

lunedì 8 giugno 2009

RIFORMA DEI LICEI ALLA TERZA BOZZA: ANCORA POTATURE, MA ANCHE PIÚ BUON SENSO

Leggendo la terza bozza di riforma dei licei, che dovrebbe essere la definitiva, si constata anzitutto che il criterio guida della riforma, quello di una forte potatura delle ore, ha imposto ulteriori tagli. Nella maggior parte dei bienni (classico, scientifico, linguistico, delle scienze umane) le ore sono state ridotte da 30 a 27. Un ridimensionamento che comporta ovviamente il sacrificio di alcune discipline e che ci pare si giustifichi solo in una logica tremontiana, a differenza di quello, condivisibile, del monte ore nei professionali, nei tecnici, nei licei artistici.
Ci sono però anche cambiamenti positivi, quanto meno sono state eliminate alcune delle più macroscopiche storture della precedente bozza. Ad esempio:
▪ è stato abbandonato il velleitario proposito di introdurre un po’ dappertutto una seconda lingua straniera (al grido “l’Europa lo vuole”), prendendo forse coscienza dei problemi che gli studenti hanno già con la lingua madre;
▪ si è rinunciato a bizzarri accorpamenti in un unico insegnamento di materie da sempre distinte, come nel caso di storia e filosofia al Liceo Artistico;
▪ è stata eliminata l’insensata previsione di 1 sola ora di insegnamento settimanale per la storia dell’arte nei licei classico, linguistico, delle scienze umane (come forse i lettori del nostro Blog ricorderanno, la questione fu oggetto di una nostra lettera al Ministro). La soluzione adottata (2 ore settimanali nel solo triennio) è certamente un compromesso, inadeguato in particolare negli indirizzi di studio dove è indispensabile rappresentare lo stretto legame della produzione artistica con le radici storiche, letterarie e filosofiche della nostra civiltà; ma se non altro si è recuperato per questa materia un minimo di praticabilità didattica.
A proposito di arte, fra tutti gli indirizzi previsti dalla riforma (licei, tecnici, professionali) si cerca invano l’Istituto d’arte, escluso dal quadro dei nuovi licei (in passato si era pensato ad una unificazione delle scuole artistiche), ma anche non esplicitamente elencato fra i professionali dell’industria e dell’artigianato. Mentre si straparla di “didattica del fare” sarebbe un grave danno perdere la specificità e la lunga tradizione di una scuola che mette preziosamente insieme la capacità di pensare (progettare) delle cose e la concreta possibilità di realizzarle.

(A.R.)

domenica 31 maggio 2009

SOSPESE PERCHÉ IMPRIGIONARONO STUDENTI E PROFESSORI. I GENITORI: "PROVVEDIMENTO REPRESSIVO"

Ci viene meritevolmente segnalato un articolo (Consiglio per la Gelmini: prima della scuola, riformiamo i genitori) pubblicato nel dicembre scorso sul giornale on line "Pensalibero.it". Vi si parla di una bravata avvenuta "in un noto liceo classico" di Firenze durante le proteste anti-Gelmini. La racconta e commenta Chiara Boriosi. Leggi.

venerdì 29 maggio 2009

DUE INTERVENTI SUL MERITO NELLA SCUOLA

Giorgio Israel e Giovanni Sabbatucci si occupano ancora di merito sul Messaggero (rispettivamente di ieri e di oggi). Il quotidiano romano fu, tra i giornali maggiori, quello che dette maggior rilievo alla Lettera aperta Scuola, un partito del merito e della responsabilità del marzo 2008. Leggi Il merito in cattedra per salvare la scuola e Il voto ai talenti, la sfida di un Paese.

mercoledì 27 maggio 2009

NON È OBBLIGATORIA LA CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE

Il 15 aprile "Tuttoscuola" aveva pubblicato un articolo in cui si sosteneva che la certificazione delle competenze non poteva che essere considerata facoltativa da parte delle singole scuole. Il testo si concludeva tra l'altro con una considerazione di fondamentale importanza, anche se trascurata nel generale conformismo che regna nelle scuole: e cioè che, "prima di passare all'applicazione definitiva, occorrerà rispondere preliminarmente a questa semplice domanda: ma cosa sono le competenze? Troppe scuole di pensiero hanno una propria definizione delle competenze, ma spetta al Miur fare doverosamente scelta". Ma forse la scelta giusta sarebbe di non farne di niente e mettere da parte questa infatuazione piuttosto insensata.
In un'altra nota del 20 maggio scorso, la conferma della facoltatività. Leggi.

martedì 19 maggio 2009

I PRESIDI DISCRIMINATI NON CI STANNO

Pubblichiamo la lettera ai colleghi con cui due dirigenti scolastici della provincia di Cosenza avviano un'iniziativa per la modifica del contratto nazionale all'origine della discriminazione economica di cui abbiamo parlato l'11 maggio scorso (Il merito non riconosciuto). Dopo aver riportato la lettera di Valerio Vagnoli e degli altri dirigenti scolastici toscani, i due presidi calabresi aggiungono quanto segue:
Per ottenere l’equiparazione retributiva agli altri dirigenti scolastici... [Leggi tutto]

lunedì 18 maggio 2009

SUPERIORI: RIFORMA COL MACHETE?

Si infittiscono le indiscrezioni sulla riforma delle superiori. Siamo da sempre sostenitori di uno snellimento degli orari e di una riduzione degli indirizzi, ma anche di una "filosofia" molto precisa per orientarsi in questa non facile operazione: ridare centralità alle materie caratterizzanti di ciascun tipo di scuola. E abbiamo anche preso un'iniziativa contro il ruolo ancillare riservato alla storia dell'arte, soprattutto nel liceo classico, dove costituirebbe invece il necessario complemento di latino, greco, storia e filosofia per comprendere le basi della civiltà occidentale. Sui lavori della commissione ad hoc, "L'Unità" di oggi pubblica un preoccupante retroscena. E non vorremmo che la necessità di reperire nuove risorse per l'Abruzzo spingesse davvero a terremotare, anziché a riformare seriamente, le scuole superiori.

LIBRI SCOLASTICI: DALLA PARTE DEGLI EDITORI

Già in una nota del 22 agosto scorso avevamo messo in evidenza i pregiudizi e la demagogia che alimentano da decenni la polemica contro l'editoria scolastica, trattata come se producesse mine antiuomo anziché libri. Venerdì scorso Alessandro Laterza, editore e presidente della Commissione cultura di Confindustria, riassume in un articolo fermo e equilibrato le critiche di questo settore produttivo ai provvedimenti governativi, che avranno anche serie conseguenze occupazionali.
Per i libri di testo c'è una giusta proposta del PD che potrebbe favorire il superamento del sistema dei "tetti di spesa" rivelatosi fallimentare. Leggi

ELOGIO DELLE CLASSI MISTE

Francesco Alberoni prende posizione contro le proposte di classi unisex circolate nei mesi scorsi nei paesi anglosassoni. Leggi

lunedì 11 maggio 2009

IL MERITO NON RICONOSCIUTO

La lettera ai giornali di alcuni dirigenti scolastici assunti per concorso, che guadagnano 500 euro meno dei loro colleghi.

MAMMA LASCIAMI CRESCERE

Per la festa della mamma, "Famiglia Cristiana" presenta il nuovo libro dello psicologo Osvaldo Poli: Mamme che amano troppo. Leggi.

mercoledì 6 maggio 2009

RIPRENDE IL CAMMINO DEL NUOVO STATO GIURIDICO DEI DOCENTI

In questa intervista rilasciata a "Italia Oggi", che il martedì esce da molti anni con un inserto dedicato alla scuola, Mariastella Gelmini ha annunciato il pieno appoggio del governo al disegno di legge di Valentina Aprea sul nuovo stato giuridico degli insegnanti e sul governo della scuola. Negli ultimi mesi, a dire il vero, si erano sentite voci di un conflitto sotterraneo tra il ministro e la presidente della Commissione Cultura della Camera. Vedremo nei prossimi giorni come andranno le cose. Leggi.

lunedì 4 maggio 2009

INSEGNARE SENZA EFFETTI SPECIALI

di Giorgio Israel

La retorica come arte di far lezione in modo chiaro e convincente.

Per secoli la retorica, come arte dell’esposizione del pensiero, è stata una branca fondamentale della conoscenza. Sebbene, a livello specialistico, vi sia un nuovo interesse per la retorica, nell’accezione comune il termine ha un connotato negativo, quasi spregevole, sinonimo della capacità di vendere fumo per arrosto. La retorica altererebbe la trasmissione onesta e oggettiva dei concetti e andrebbe proscritta nell’istruzione per evitare che l’allievo sia ridotto a subire passivamente le prodezze verbali dell’insegnante. Di qui il discredito della lezione “ex-cathedra” simbolo di un’istruzione retorica e trasmissiva, che uccide la partecipazione attiva del discente. Chi è nostalgico della lezione “ex-cathedra” sarebbe un “laudator temporis acti”, un lodatore del passato.Si tratta di affermazioni “retoriche” nel senso cattivo del termine. L’insegnamento partecipato e che vede l’intervento attivo dell’allievo è vecchio di più di duemila anni quantomeno fin dalla scuola peripatetica e non esclude affatto l’utilità delle lezioni “ex-cathedra”. Piuttosto, nell’ansia di compiacere i giovani e accattivarseli secondo quello stile dei vecchi privi di dignità bene descritto nella Repubblica di Platone abbiamo trascurato l’importanza di ascoltare. Bisognerebbe leggere nelle scuole e nelle università l’Arte di ascoltare di Plutarco per rammentare che “se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e riceverla, nell’uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto” e che occorre apprendere, ascoltando un altro, a evitare di “agitarsi o abbaiare a ogni sua affermazione, e anche se il discorso non è troppo gradito, pazientare e attendere che chi sta dissertando sia arrivato alla conclusione” e poi “guardarsi dall’investirlo subito di obiezioni” ma prima riflettere a fondo.Perciò, il necessario coinvolgimento dell’allievo (più in generale, dell’ascoltatore) nel discorso deve essere preceduto da una presentazione organica e pienamente dispiegata. E ciò significa anche presentare bene, con un’arte del discorso. Non si tratta di un aspetto formale, bensì profondamente sostanziale.Chi presenta bene ha pensato a fondo a come rendere chiari e trasparenti i concetti che vuol comunicare e il dispendio di tempo ed energie che ha posto in quest’opera esprime il rispetto che porta per chi ascolta. Egli non si limita a sciorinare piattamente una serie di concetti per abbandonarli subito alla discussione, ma impegna tutto se stesso in una presentazione convincente, chiara e anche appassionata. Con questa passione trasmette l’importanza che egli attribuisce a quel che dice e sottolinea gli aspetti che lo studio e la riflessione gli hanno fatto ritenere fondamentali. Pertanto l’arte retorica è una componente fondamentale del discorso e dell’insegnamento. Lo sa bene chi abbia avuto un vero maestro, uno di quelli che sanno appassionarti a una materia e sanno stabilire un dialogo autentico, non l’abbaiare fintamente democratico di cui parla Plutarco.Tra le manifestazioni di falsa democrazia va annoverato un certo stile disinvolto di insegnanti che si presentano in aula con l’aria del genio pazzo, trascinando sulle ciabatte jeans sdruciti per propinare sciattamente una filastrocca di nozioni in cui l’arte retorica si riduce a ravvivare l’esposizione con battute umoristiche. Si trascura il fatto che lo stile impresso a un incontro intellettuale ne determina il livello dei contenuti e un certo rigore (non formale) induce a pensare in modo riflessivo e non superficiale.L’introduzione di nuovi e potenti mezzi tecnologici dall’ormai arcaica lavagna luminosa alle presentazioni multimediali “powerpoint” mediante il calcolatore, fino alle lezioni registrate scaricabili in rete richiedono un ripensamento delle modalità dell’insegnamento e della comunicazione intellettuale. Da un lato, sarebbe puerile e vano pensare di farne a meno: si rischierebbe di fare come quel mio lontano parente che, proprietario di una ditta di trasporti a cavallo, all’apparire dei camion disse “non dura”, e naturalmente fallì. D’altro lato, non bisogna dimenticare che ogni strumento tecnologico non deve diventare il fine bensì essere piegato a un fine, che è quello di comunicare pensieri e concetti. Pertanto l’arte retorica non scompare con i nuovi strumenti ma deve assoggettarli.Purtroppo spesso accade il contrario: insegnanti e conferenzieri (ma anche laureandi) ridotti a bacchette che indicano liste di concetti numerati in una “slide”. L’autore della presentazione scompare: egli legge con gli astanti quanto è scritto nella presentazione. Nessuno gli bada, tutti guardano lo schermo, nella noia mortale di una voce inevitabilmente piatta e anonima. Gli studenti sono costretti a passare ore nella penombra. Non c’è pathos partecipativo e la lista della spesa dei concetti perde ogni forza di convincimento. In fondo, non si sa più neppure se chi la presenta l’abbia pensata davvero o l’abbia scopiazzata da qualche parte. Tanto è evidente il rischio della noia e del disinteresse che i programmi informatici offrono una pletora di “animazioni” volte a ravvivare l’attenzione: potrebbe darsi una prova migliore di quanto l’arte retorica sia necessaria? Ma chi usa queste animazioni in modo passivo anziché funzionale ai suoi scopi, ne cade vittima. Ricordo il caso di un conferenziere che ricorse a tutte le animazioni visive e sonore possibili, dal rumore di vetri infranti allo scroscio d’acqua, fino a che dal fondo della sala un sarcastico “troppi effetti speciali!” demolì la conferenza in una risata generale.L’arte retorica è ineliminabile. Tanto vale porre al centro quella autenticamente umana. In quest’ottica un uso molto parco e accuratamente pensato dei mezzi tecnologici può essere efficacissimo: qualche immagine di un personaggio di cui si parla, una citazione importante di un paio di righe al massimo e, quando si vuol concentrare pienamente l’attenzione su quanto si dice, uno sfondo vuoto. Al contrario, chi sostituisce la tecnica retorica con quella formalizzata nel programma informatico riduce se stesso a un imbarazzante burattino di cui non si sa neppure se sia capace di pensare autonomamente. Per questo motivo l’uso delle presentazioni “powerpoint” nelle sedute di laurea andrebbe vietato (con l’eccezione dei materiali contenenti grafica complicata). Quanto a chi crede che le lezioni possano essere sostituite completamente da registrazioni scaricabili in rete, non si rende conto che una lezione (come qualsiasi comunicazione orale) è innanzitutto una relazione tra persone che trae il suo fascino e trova la sua pienezza in un rapporto che deve avere una fisicità, una collocazione spazio-temporale definita. Non rendersi conto di questo e pensare di poter eliminare la relazione interpersonale diretta non può che aprire la strada a forme gravi di degrado intellettuale e culturale.

("Il Messaggero")

lunedì 27 aprile 2009

DOMANDA DI SCUOLA. UN NUMERO DELLA RIVISTA "ESODO"

Interventi:

Renza Bertuzzi, Perchè una Carta etica dei docenti
Paola Cavallari, Un protezionismo stolto
Giorgio Ragazzini, Condotta, deontologia, etica pubblica
Giancarlo Azzano, Scuola di massa, una scuola del disagio
Paolo Ferliga, Autorità e sentimento nel processo educativo
Paolo Ricca, " Serve" Dio nell'educazione?
Interviste

http://associazionesodo.webnode.it/


venerdì 24 aprile 2009

SCUOLA SERIA: LA RESPONSABILITÀ DELLE FAMIGLIE

Sul "Cittadino" oggi un articolo del dirigente scolastico Corrado Sancilio sulla collaborazione fra scuola e genitori nell'educazione dei ragazzi. Leggi.

ABBANDONO SCOLASTICO: UN DESTINO CHE SI PUÒ CAMBIARE

"Avvenire" di ieri riserva l'intera pagina 3 e un editoriale all'analisi della cosiddetta dispersione scolastica (a cui l'Isfol, l'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori, ha dedicato di recente un 'indagine approfondita) e ad alcune proposte in merito, basate sulle esperienze positive già esistenti. La soluzione del drammatico problema del rifiuto della scuola deve partire a nostro parere dal superamento di pregiudizi - di origine ideologica - riguardanti la formazione professionale come scelta alternativa all'istruzione liceale e tecnica.

Dispersi - Dietro il rifiuto dello studio - L'apprendistato, un volano - ... Ma è un destino che si può cambiare.

sabato 18 aprile 2009

NUOVI PRESIDI E VECCHIO QUIETO VIVERE

Nell'ultima "Lettera" dell'ASASI (Associazione scuole autonome siciliane) compare un articolo (vedi sotto) che la dice lunga sulla difficoltà di far rispettare, in molte scuole, le regole. Si badi bene, non da parte - in questo caso - degli studenti, ma di certi docenti e non docenti, che evidentemente continuano a pensare alla scuola come luogo ove tutto è possibile. Così si va dai Collegi dei docenti trasformati in assemblee sindacali, alla malattia che colpisce, contemporaneamente, tutti quanti gli impiegati di un Istituto, dopo che questi avevano avuto un contrasto con la dirigente. C'è di che riflettere, soprattutto alla notizia dell'invio dell'ispezione contro la preside che evidentemente aveva scardinato chissà quale diritto acquisito e comunque il quieto vivere di quel personale ATA; quieto vivere che tanto piace a taluni, che dovrebbero invece controllare il buon funzionamento della pubblica amministrazione.Quello che però fa ben sperare nel medesimo articolo è la constatazione, da parte dell'estensore, che i dirigenti vincitori dell'ultimo concorso sono ben intenzionati a riportare un po' d'ordine nella vita scolastica. Non che i "vecchi" dirigenti non lo abbiano mai fatto. Quello che però probabilmente si sottintende nell'articolo è relativo alle motivazioni fresche e autentiche che hanno gli ultimi arrivati. Segno evidente che rinnovare il personale della pubblica amministrazione serve, eccome; e che se viene selezionato con concorsi seri, ciò può garantire motivazioni che non sempre nascono da immissioni in ruolo ope legis, destinate solo a sanare situazioni pregresse. (Valerio Vagnoli)

LETTERE ANONIME E TENSIONI IN MOLTE SCUOLE CON I NUOVI DIRIGENTI

(Da "La letterina" ASASI n.193)

Ci giunge notizia che a Catania il dirigente dell’USP ha inviato un ispettore a un preside, in seguito al ricevimento di una lettera anonima. Apprendiamo anche che il dirigente dell’USP di Palermo ha invece la corretta abitudine di cestinare le lettere anonime e così pure il Direttore Regionale. Sarebbe opportuna una direttiva del Dr. Guido Di Stefano agli USP per spiegare che l’uso delle lettere anonime non è poi un metodo, né leale, né trasparente. Oggi ci sono molti modi per protestare contro eventuali comportamenti illegittimi dei dirigenti scolastici: la RSU, il giudice del lavoro, i sindacati, le lettere argomentate e firmate. È importante quindi che il dirigente dell’USP di Catania ci chiarisca se ritiene le lettere anonime un valido strumento di democrazia: perché è così, le scriviamo anche noi e almeno ci divertiamo un po’.Riceviamo invece molte lettere relative a conflitti che si sono prodotti in scuole nelle quali sono arrivati DS di nuova nomina. Generalmente, ci sembra di capire che si tratta di casi nei quali le scuole si trovavano in situazione di allegra baldoria o di sapiente anarchia: ore di lezione ridotte e non recuperate, lavoro straordinario non eseguito ma pagato, buoni d’ordine per acquisto di materiali di consumo fatti per telefono senza indagine di mercato, RSU che decidevano a chi dare gli incarichi retribuiti e via di questo passo. L’arrivo di dirigenti vincitori di concorso, intenzionati a riportare un po’ d’ordine, ha creato tensioni, boicottaggi (lettere anonime), si sono avuti collegi dei docenti trasformati in sedi di rivendicazioni sindacali e politiche. In una scuola media di Palermo, la settimana scorsa, si sono assentati per malattia contemporaneamente tutti e cinque gli assistenti amministrativi e il DSGA, dopo un contrasto con la preside. Sappiamo che la preside, che come noi non crede alle coincidenze, ha avvisato la Guardia di Finanza e l’USP. Sappiamo anche che l’unico fatto che si è verificato è stato l’arrivo di un ispettore contro la preside.Vorremmo chiarire che in Sicilia non c’è la stessa situazione che c’è nel Trentino, nel pubblico impiego. In Trentino lavorano tutti. Da noi c’é una parte del personale che non sa cosa voglia dire lavorare con impegno e competenze e pesa sul resto del personale che è costretto a lavorare il doppio. I presidi non hanno molti poteri per convincere i fannulloni a guadagnarsi lo stipendio, invece di lamentarsi addosso. Le nostre Autorità, che dall’alto ci osservano, dovrebbero capirlo. Mandino dunque dei segnali ai dirigenti per chiarire se è il caso che si impegnino in un’azione di risanamento, o se invece bisogna tirare i remi in barca e osservare con distacco la deriva dilagante.

Roberto Tripodi