mercoledì 30 luglio 2008

PERÒ, CARO BRUNETTA, COSÌ NON SI PREMIA IL MERITO...

Premessa: sono stato fin dall’inizio un sostenitore addirittura entusiasta della Sua svolta: bene sanzionare il demerito di assenteisti e fannulloni; e benissimo insistere ancora di più sulle responsabilità di chi questi comportamenti permette, cioè i dirigenti. Così si riconosce, sia pure indirettamente, il merito di chi continua nonostante tutto a comportarsi irreprensibilmente (e con ciò stesso assicura un minimo di decente funzionamento alla pubblica amministrazione).
In chiave con questi obbiettivi mi aspettavo che i Suoi primi provvedimenti avessero un carattere selettivo, andassero cioè a colpire chi si comporta male e non chi fa il proprio dovere. Apprendiamo invece che fin dal primo giorno di assenza lo stipendio di chi si ammala verrà comunque decurtato di circa il 25-30%. Non si potrebbe immaginare un criterio più “antimeritocratico” per cominciare una battaglia a favore del merito. E ne scaturirà un giusto risentimento proprio in coloro che potrebbero in modo più convinto appoggiare la Sua svolta politica. Tanto più che anche la seconda misura da Lei prevista fa un po’ di ogni erba un fascio, con il controllo obbligatorio per tutti fin dal primo giorno da parte di un medico fiscale; misura che è già stata sperimentata in passato con scarsi risultati sul piano del rigore (forse a causa di una normativa inadeguata) e un forte aumento di spesa da parte dello Stato. O si decide che non si responsabilizzano i dirigenti o si affida alla loro discrezionalità la decisione su chi controllare e chi no. In genere infatti i dirigenti sanno benissimo chi è scorretto. Se non si assumono le proprie responsabilità lo fanno o per quieto vivere (tanto non gli succede nulla) o per i limiti ipergarantisti imposti da leggi e contratti.
Come tutti gli insegnanti coscienziosi, che spesso evitano di stare assenti pur non sentendosi bene, mi spiacerebbe davvero essere colpito da misure indiscriminate; tanto più dopo le belle speranze da Lei coraggiosamente suscitate.

Cordialmente, Giorgio Ragazzini

Commenti

Maria Giovanna Ragionieri: D'accordo con la lettera, forse un po' generica, ma necessaria. Un'altra precisazione: le visite fiscali costano: chi le paga? E poi, si dispongono anche per i dirigenti (non dico solo i presidi)? Negli annali della mia famiglia si racconta di uno zio, economo di una (allora) USL, che passò l'intera settimana bianca sciando con passamontagna e occhialoni perché coperto da un certificato medico: temo che per ruoli apicali questo sia ancora possibile. Buone vacanze (legittime).

Giuseppe Moncada. Ho letto la lettera di Giorgio Ragazzini e la condivido in pieno. Sono un Dirigente Scolastico, ormai all’ultimo anno della mia permanenza presso un Liceo Scientifico in un paese della provincia di Catania. Ho quarantasei anni di servizio. Fino al 1982/83 docente di Matematica e Fica e successivamente Preside, che preferisco a Dirigente. All’età di 69 anni sono in servizio per aver avuto confermata la dirigenza dal giudice del lavoro di Caltagirone. Ho fatto causa per una questione di principio, perché ho amato e amo ancora la scuola. Purtroppo a parole dicono di voler responsabilizzare i Dirigenti ma non lo fanno. Responsabilizzazione significa verifica del lavoro che si svolge e del modo come lo si fa. Ho letto parecchi vostri articoli che vanno nella direzione di voler ottenere una scuola del merito e non del tira a campare, come è oggi. Vi segnalo, se non lo avete letto un articolo di Andrea Ichino, sole24ore del 23/7, sulla valutazione per gli esami di maturità. Ho scritto al Professore e mi ha inviato delle sue note che condivido. Cosa ne pensate di introdurre il criterio proposto?
Con cordialità
Giuseppe Moncada

sabato 26 luglio 2008

"Il giudizio complessivo sulla maturità degli studenti dipende dalle verifiche sulle materie, ma anche dai comportamenti"

Questo ha detto il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. Siamo perfettamente d'accordo; anzi, il progetto sembra concordare largamente con una delle nostre proposte specifiche per cominciare ad attuare i principi di merito e responsabilità (ci riferiamo a Riconoscimento del comportamento corretto). Naturalmente la condotta dovrebbe influire anche sulla valutazione finale degli anni precedenti a quello dell'esame.
Le vacanze non ci consentono di commentare il lavoro del ministro con la puntualità che vorremmo; più in là sarà necessario tentare un primo bilancio. Certamente ci sono luci e ombre, intenzioni assolutamente in linea con la necessaria svolta della serietà solo avviata da Fioroni e altre che appaiono o molto generiche o senz'altro discutibili. Tuttavia i passi nella giusta direzione vanno sempre salutati con favore e riconosciuti come meritano.

(GdF)

martedì 22 luglio 2008

SETTE IN CONDOTTA, UNA SCELTA GIUSTA di Mario Pirani

(La Repubblica - 21.7.2008)
Vi è qualcosa di desolante nelle geremiadi, nelle patetiche deplorazioni, nei tanti «ben altro è il problema» che si sono levati da alcuni ambienti del pedagogismo di sinistra, per nulla consapevoli delle responsabilità che portano per lo stato disastroso in cui si trova la scuola italiana. E invece di domandarsi perché è esploso in questi anni un bullismo incontrollato, perché il grado di apprendimento, misurato secondo parametri internazionale, veda lo scivolamento verso il basso dei nostri ragazzi, perché questi si presentino spesso all’università digiuni delle più elementari cognizioni di sintassi e persino di ortografia, ebbene costoro seguitano a vantare le loro dissennatezze, dal 3+2 allo Statuto dei diritti degli studenti, che abolì la validità del 7 in condotta e praticamente la disciplina scolastica. Si arrivò così al massimo di caricatura della lotta di classe (una cosa che avrebbe fatto orrore al partito di Palmiro Togliatti e di Concetto Marchesi) immaginandosi l’istituto scolastico non il luogo deputato a realizzare un servizio pubblico dove i nostri figli, giustamente ancora privi di diritti politici e sindacali, sono chiamati a formarsi in un quadro di norme eguali per tutti e regolate da una disciplina che assicuri il buon funzionamento del rapporto docente-discente e della normale convivenza fra gli alunni; non questo, quindi, ma a somiglianza delle fabbriche, il luogo di una dialettica contrapposizione dove il legislatore era chiamato ad intervenire con uno Statuto che, come nelle aziende dove vige lo sfruttamento, difendesse la parte più debole (gli studenti) dalla prevaricazione padronale, impersonata dagli insegnanti. Così, come l’idiozia di destra aveva portato qualche anno innanzi (primo governo Berlusconi) all’abolizione degli esami di riparazione e al “diritto” di trascinarsi i “debiti” fino alla licenza liceale, così il primo centro sinistra abrogò la valenza del 7 in condotta, le espulsioni o altre punizioni giudicate eccessive. Così come, giustamente, nelle fabbriche non si poteva licenziare, altrettanto con una estensione assurda della stessa logica, nella scuola non si poteva più bocciare né punire. L’indispensabile autorità dell’insegnante ne uscì vanificata. Si salvarono solo i pochi dotati di un proprio, particolare, carisma ma non potevano fare la regola. E neanche lo potevano quei pochi istituti particolarmente qualificati o certe oasi fortunata in qualche regione, specie del Nord. Il permissivismo teorizzato portò, invece, con se altre degenerazioni nella «costituzione materiale» della scuola: le inutili okkupazioni annue in nome dell’autogestione, il diritto alle assenze, le interrogazioni predeterminate a data fissa, le contestazioni, spalleggiate dalle famiglie, dei voti di insufficienza, magari con ricorso al Tar. La derubricazione del voto di condotta, incentivò e allargò le frange bulliste, intimorì e ridicolizzò la maggioranza normale degli alunni. L’offesa e l’aggressione verso l’altro, verso il diverso, verso l’insegnante, verso edifici e suppellettili scolastiche rientrò nei “diritti” acquisiti e, comunque, nei comportamenti non punibili, meno che mai con una bocciatura, Solo una forma patologica di atarassia culturale può spiegare che di fronte a un minimo di recupero del buon senso pedagogico si parli di ritorno «dell’incubo del 7 in condotta», di «regressione verso il passato» o di «restaurazione autoritaria». È pur vero che quando negli anni scorsi sollevai le stesse tematiche un ministro di sinistra dell’epoca, illustre cattedratico, mi tacciò di nostalgie fasciste, ma io non me ne dolsi più che tanto. Mi confortò l’appoggio di tanti insegnanti, come di molti studenti seri E soprattutto, durante l’ultimo governo Prodi, l’operato del duo Fioroni- Bastico alla Pubblica Istruzione che avevano rovesciato l’andazzo precedente, bloccato il trascinamento dei debiti, dato un primo avvìo al loro recupero, epurato lo Statuto delle sue norme assolutorie. Con ciò dimostrando che la stupidità pedagogica non è un obbligo morale per la sinistra. Il 7 in condotta non è un incubo ma soltanto un segno visibile di confine. Può contribuire al recupero fra i giovani del concetto, in gran parte annebbiato, di «limite». Oltre il quale si apre la trasgressione, più o meno grave, che comporta una sanzione. È decisivo sapere che non c’è assoluzione in partenza. Questo è il senso della presa di posizione di Maria Angela Gelmini, un ministro che sta dimostrando gran buon senso (vedi anche il ritorno all’egualitario grembiule) C’è solo da augurarsi che non si arresti alle interviste ma le traduca in legge.

mercoledì 16 luglio 2008

SUL SETTE IN CONDOTTA C’È CHI RISPOLVERA L’ARMAMENTARIO BUONISTA INVECE DI DISCUTERNE SERIAMENTE

Sul tema della condotta scolastica si manifestano ciclicamente i vizi e i tic culturali di una parte della sinistra. È bastato che il ministro Gelmini dicesse che è necessario tenerne conto nella valutazione di fine anno, che si è rivisto il solito repertorio di frasi fatte e di accuse grossolane. Il Coordinamento dei genitori democratici afferma: “Non è con gli schemi sanzionatori che si risolvono i problemi” (è la vecchia idea chic che sanzione è uguale a autoritarismo). L’Unione degli studenti democratici: “Un ragazzo può essere irrequieto, non impeccabile [maleducato? insopportabile?], eppure dotato di competenze e capacità” (un giorno si proclama fondamentale l’educazione alla cittadinanza, il giorno successivo ci si rifugia dietro una netta separazione di comportamento e “competenze”). “L’Unità” è felicissima di tornare allo scontro ideologico e apre un pezzo dall’originalissimo titolo Gelmini zero in condotta con una citazione di Edoardo Bennato (da I buoni e i cattivi dei gloriosi anni '70), in cui i bambini sono in fila per tre, devono dire sempre di sì, eccetera. Berlinguer su Radio 1 duetta con Bertagna. Per l’ex ministro, nutritosi di letture pedagogiche “moderne” e di articoli di Umberto Galimberti (ma dimentico di Gramsci), questa scuola che ha separato il cuore e la ragione dovrà essere sostituita da un luogo in cui un gruppetto di allievi gioca a scacchi, altri due dipingono, altri conversano in inglese su problemi di attualità (ma dove sono finiti gli insegnanti, in qualche gulag?). Bertagna interloquisce: “Il professore ha ragione, la scuola italiana è ancora concepita come una caserma!”.
Eppure è stato proprio un ministro democratico, Giuseppe Fioroni, a sottolineare per primo, e con lodevoli provvedimenti concreti, la necessità di dare il giusto peso al comportamento e di non continuare a farne una variabile ininfluente della vita scolastica. Fino a quando c’è stato lui a Viale Trastevere gli antiautoritari professionali hanno taciuto obtorto collo o bofonchiato; ora che c’è un’esponente del centrodestra si sentono come liberati da un incubo. Il ministro ombra Maria Pia Garavaglia traccheggia: un po’ critica: “si parla della scuola solo sul piano del colore” (forse perché se ne vedono di tutti i colori); un po’ cautamente consente: “La proposta può essere un utile terreno di confronto, sempre che si trasformi in fatto concreto”. Viene spontanea una domanda: perché l’ex-ministro tace? Non s’era detto, in campagna elettorale, che la scuola, patrimonio fondamentale della società, deve essere terreno di dibattito senza preconcetti e mediocri tornaconti politici?
Per fortuna, comunque, in tanti hanno ormai capito, nella scuola e fuori, che la fermezza nel far rispettare le regole della convivenza deve tornare un caposaldo dell’educazione tanto in classe che in famiglia, anche sulla scorta di ormai innumerevoli raccomandazioni di psicologi e psichiatri, oltre che dell’irrefutabile verdetto dell’esperienza. Si può in proposito rileggere utilmente nel nostro archivio Il tabù della condotta di Valerio Vagnoli.

venerdì 11 luglio 2008

LETTERE

Dalla "Gazzetta di Mantova" la lettera di un'insegnante sui voti segretati: MATURITÀ, VOTI SEGRETI: L'ULTIMO COLPO INFERTO ALLA SCUOLA .
Da "La Repubblica" una singolare richiesta di uno studente svogliato e pentito
: MINISTRO GELMINI, ABBASSI IL MIO VOTO DI MATURITÀ.
Sulla "Nazione", ancora di uno studente, un'altra tra le tantissime lettere contrarie alla segretazione dei voti:
SCELTA INUTILE.

giovedì 10 luglio 2008

VALUTAZIONE, PARITÀ SCOLASTICA, LIBRI DI TESTO: TROPPE DOMANDE SENZA RISPOSTA

Si riparla di valutazione delle scuole e nelle scuole in due articoli di Enrico Lenzi su "Avvenire": I VOTI ALLA SCUOLA e L'ESEMPIO DEL TRENTINO. Come sempre colpisce, specie nel primo pezzo, la genericità delle proposte e la scarsa chiarezza sugli scopi dei diversi tipi di valutazione (dei docenti, dei progressi dell'allievo, del singolo istituto, del sistema nel suo complesso), senza mai accennare a qualche difficoltà messa in risalto dall'esperienza. Quella del Trentino viene illustrata in una conversazione con il professor Allulli. Vengono spiegate le tappe di un percorso ventennale: valutazione del sistema, autovalutazione delle scuole, sperimentazione di una valutazione da parte di tre esperti esterni (ma per ora l'hanno chiesta dodici scuole). Si ha l'impressione, però, che tutto questo, se può aver giovato al sistema e agli istituti (di cui manca però il parere) e in attesa di convincersi dell'attendibilità dei metodi usati, in nulla conferma le disinvolte affermazioni che via via si leggono sulla stampa: così le famiglie sapranno dove mandare i figli, così finanzieremo di più le scuole migliori, eccetera,
Trova spazio su "Avvenire" anche il "problema" dei libri di testo (scritto polemicamente tra virgolette, dato che in realtà non si capisce perché non si possano spendere per la cultura qualche centinaio di euro - salvo che in accertati casi di reddito molto basso - quando almeno altrettanti molte famiglie li sperperano in fesserie alla moda, cellulari accessoriati e via dicendo). L'articolo si intitola GELMINI, TETTO DI SPESA PER I LIBRI ALLE SUPERIORI.
Viene dunque estesa alle scuole superiori la normativa sui “tetti di spesa” per i libri di testo che vige da alcuni anni nella media inferiore. In poche parole, ciascun consiglio di classe non può far spendere ai propri allievi una cifra superiore a quella stabilita dal Ministero, con una tolleranza del 10% in più. Vuol dire che ha funzionato, dirà qualcuno; ma quali sono i dati che lo dimostrano? Ci dovrebbero dire, per esempio, se l’incremento annuale della spesa delle famiglie per i libri è stato inferiore a quelli registrati negli anni precedenti all’Importante Riforma, singolarmente condivisa da mercatisti e statalisti (questi ultimi più comprensibilmente). Nessuna attenzione poi a come concretamente funziona la faccenda. Cosa succede se si verifica uno sforamento? Chi fra i vari docenti deve rinunciare al proprio manuale preferito? E poi: visto che non si può cambiare un testo dopo la classe iniziale, come ci si regola, per esempio, in seconda e in terza media? E se più o meno tutti i libri di una materia hanno lo stesso costo? E via dicendo. La verità è che si tratta di una misura populista, di un provvedimento-manifesto di scarsissima utilità pratica, che provoca solo altri adempimenti burocratici. Tanto è vero che si cerca di rimediare in altro modo: con i "manuali digitalizzati" (che oltretutto non pesano negli zainetti). Il provvedimento sembra partire dal presupposto che in classe i libri non servano a molto, cosa del tutto falsa: almeno nelle medie spesso si legge una parte del testo, si spiega, si insegna a sottolineare le parti essenziali, si svolgono esercizi direttamente sul testo. Pare però che, su richiesta dei docenti, i ragazzi dovranno stampare le pagine necessarie. La spesa fissa di 9,90 euro per il testo elettronico verrà quindi dilatata da carta e inchiostri (costosissimi). E si può immaginare l'infinita varietà di scuse con cui gli allievi scansafatiche potranno giustificarsi: la stampante non funziona, internet era bloccato, ieri sera è terminata la carta... E poi quei fogli che volano, cadono, si disperdono per ogni dove... Auguri.
Infine su "Economy" , il business magazine di Mondadori, un intervento di Gianpiero Cantoni (Forza Italia) sulla parità e la concorrenza fra le scuole: SCUOLA PUBBLICA, MA AD ARMI PARI. Vi si riafferma tra l'altro "la sacrosanta libertà delle famiglie di scegliere un'educazione a misura dei propri figli". Scuole "di tendenza", quindi: la cattolica, la mussulmana, la padana. In teoria un sistema pubblico, articolato in scuole statali e in scuole non statali, è concepibile, purché tutti rispettino le stessissime regole, comprese quelle relative al reclutamento dei docenti. Ma nel sistema costituzionale italiano la libertà di insegnamento è garantita (un po' come l'indipendenza dei giudici) proprio dalla necessaria neutralità ideologica del sistema stesso; il che in pratica significa che non ci deve essere discriminazione tra i docenti in base al loro credo religioso o politico. Quindi i finanziamenti alle scuole paritarie sono illegittimi fino a quando esse potranno discriminare un docente se divorziato o ebreo o ateo.
Su questo punto si può leggere una delle interviste disponibili su internet al professor Carlo Marzuoli, docente di diritto amministrativo nell'Università di Firenze, per esempio LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO del 2003.
(G.R.)

martedì 8 luglio 2008

RIFLESSIONI AMERICANE

Dai giornali di oggi due articoli che dovrebbero far riflettere. Su che cosa? Il primo, MA IN USA SI VA IN CONTROTENDENZA: MEGLIO PIU' TEORIA CHE TANTE IMMAGINI ("ItaliaOggi"), sui rischi che si corrono trasformando in dogmi le ipotesi pedagogiche; il secondo, IL SUCCESSO AMERICANO DELLE "SCUOLE SU MISURA" ("Liberal") sui fattori che influiscono sulla qualità della scuola. Infatti, sia pure en passant, l'autrice cita tra le caratteristiche di una delle scuole "charter" da lei visitata, "un'accentuazione quasi esasperata sulla disciplina e la riuscita". Strana coincidenza: anche le scuole asiatiche che occupano i primissimi posti delle classifiche internazionali hanno questa caratteristica. Non sarà che, ancor più di autonomia e concorrenza, ricette didattiche e valutazione, Stato e privato, conti moltissimo se una scuola è seria ed esigente?

Un recupero, infine, di tutt'altro segno, dal numero di "Liberal" del 15 maggio scorso: l'intervista sul bullismo di Irene Trentin con Marzio Barbagli intitolata STUDENTI ITALIANI: LA PEGGIO GIOVENTU'. Finisce con questa strabiliante proposta, ancora di origine americana:

"Quale pensa sia la proposta educativa migliore?

Quella adottata nelle scuole degli Stati Uniti, dove più che punire un ragazzo per aver sbagliato, in un’età critica in cui si rischia di spingerlo sulla strada dell’emarginazione, si preferisce premiare chi si comporta bene o si impegna di più, anche se non arriva a risultati eccellenti. Faccio un esempio: se uno studente non studia e sbaglia il compito, anziché dargli tre o quattro, gli si dà la sufficienza, aumentando però i voti di tutti gli altri compagni. È un metodo che sta dando ottimi risultati: gratificando chi si comporta bene, si spingono anche gli altri compagni ad emularlo".

(GdF)

sabato 5 luglio 2008

GLI ESAMI NON COMINCIANO MAI di Valerio Vagnoli

“La vera intolleranza è quella … della permissività concessa dall'alto, voluta dall'alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata di tolleranza. Perché non è vera”. (P.P. Pasolini)
Dal normale parlare tra amici e colleghi sulle rispettive esperienze in questi esami di stato, emergono indicazioni abbastanza convergenti su cosa sia accaduto in alcune commissioni. Dai loro racconti si continua a toccare con mano la devastante decadenza in fatto di conoscenze e capacità di molti dei nostri studenti, che è progressivamente cresciuta dopo l’abolizione degli esami di riparazione e dopo l’abbandono di programmi di studio che avevano un carattere più vincolante e maggiormente condiviso a livello nazionale rispetto a quelli attuali, lasciati troppo spesso all’arbitrio dei docenti e delle loro, a volte, personalissime scelte.
Molti di questi colleghi e amici parlano di risultati veramente disastrosi per italiano e storia, soprattutto negli indirizzi tecnici e professionali. A tale proposito è bene chiarire che non è più accettabile la fin troppo scontata spiegazione che in questi indirizzi è difficile trovare studenti “versati” per le materie umanistiche, visto che da certi racconti sono venuto a sapere che diffusamente si è ignorato cosa fosse la Resistenza e che altrettanto diffusamente sono usciti dei neo-diplomati senza che questi avessero letto nella loro vita scolastica un verso di Dante o, per intero, un qualsiasi romanzo. Non voglio certamente generalizzare, ma gli amici e colleghi che mi hanno riferito di questi disastri sono persone molto serie e soprattutto in grado di capire cosa si può pretendere, per certe materie, in un indirizzo di studi rispetto ad un altro. Forse indagini ben più scientifiche delle mie potranno smentire questi risultati, ma il fatto stesso che si siano verificati, fossero anche limitati a poche classi di Firenze e provincia, dimostrano che il problema, grande o piccolo che sia, esiste.
Come esiste - in questo caso la fonte è del tutto personale e scaturisce dalle risposte dei numerosi studenti con i quali sono solito discutere - un altro sconcertante dato di fatto: il tempo che molti ragazzi dedicano allo studio personale raramente oltrepassa i sessanta minuti al giorno. Anche in questo caso indagini ben più serie delle mie potranno smentirmi, ma il problema esiste, almeno tra la maggior parte degli studenti delle scuole tecniche e professionali che io conosco ed è, ripeto, sconcertante che ci siano ragazzi di 16, 17 e 18 anni che solitamente studiano meno di un’ora al giorno. Perciò, senza che essi siano richiamati dalla necessità di dover fare i conti con uno studio mirato e sufficientemente serio, facciamo finta di ignorare come il resto dei loro pomeriggi sia quasi sempre “consumato” tra un bar e l’altro, tra una play station e lo spedire sms, tra l’assistere ad un litigio televisivo e l’attesa che comunque accada qualcosa a scuoterli dalla noia. Eppure, senza che siano necessarie tante riforme o patinature metodologiche, sarebbe sufficiente che i docenti, almeno quelli che vivacchiano e si accontentano del nulla dei loro allievi, che si accontentano delle interrogazioni programmate e rinviate dagli stessi studenti sine die, che non se la sentono di comminare voti inferiori alla sufficienza, o che cinicamente fingono di essere moderni e all’avanguardia chiacchierando sui problemi della vita come se questi non si spiegassero meglio facendo Dante o obbligandoli a leggere Una questione privata, (ri)cominciassero a lavorare e a far lavorare sul serio i loro studenti. Per dare un senso ai pomeriggi dei ragazzi, occorre dare un senso a quello che si fa loro fare a scuola, occorre chiedergli conto e far pagare anche con voti marcatamente negativi il disimpegno e il loro disinteresse, che nasce anche dal nostro disinteresse e dal nostro cinismo di adulti privi di qualsiasi speranza e inconsapevolmente (si spera) gratificati dal volerli irresponsabili, vuoti, spenti e asini.

giovedì 3 luglio 2008

QUALE RIFORMA PER L'ESAME DI MATURITÀ? di Sergio Casprini*

("L'Occidentale.it", 3 luglio 2008)
Tornati da appena un anno a un minimo di serietà, gli esami di Stato sono di nuovo sotto attacco in quanto anacronistici, farraginosi e onerosi per le pubbliche finanze. Tutto è iniziato con la denuncia allarmata degli svarioni ministeriali in alcune prove scritte; poi l’onorevole Aprea, che presiede la commissione Cultura a Montecitorio, ha dichiarato che vorrebbe ridurre l’esame a tre prove scritte, due formulate dai docenti delle scuole e una nazionale, che certifichi le cosiddette competenze essenziali. E ha aggiunto di essere personalmente per la soppressione del valore legale del titolo di studio.
Con ancora più forza in questa direzione si muove la proposta di Diesse, l’associazione dei docenti cattolici di Comunione e Liberazione, che chiede l’abolizione dell’esame in nome dell’autonomia delle singole scuole e della libertà dalla presenza occhiuta ed oppressiva dello Stato, e ribadisce appunto l’obbiettivo di abolire il valore legale del titolo di studio.
Tralasciamo in questa sede l’esame di quest’ultima proposta, che per la sua complessità merita una trattazione specifica. Basterà solo sottolineare che non è affatto chiaro come “una sana concorrenzialità”, come si legge nel documento, scaturisca automaticamente da questo eventuale provvedimento. È vero che eliminerebbe i diplomifici, ma quale interesse avrebbero oggi le scuole ad essere rigorose, quindi anche selettive? La concorrenza, più probabilmente, si attiverebbe per attirare i clienti con proposte tanto accattivanti quanto irrilevanti sul piano culturale.
Detto questo, sorprende che da parte di esponenti politici ed associazioni culturali che hanno in questi anni chiesto il ritorno a serietà e rigore nelle scuole si proponga di fatto una deregulation che affiderebbe all’autorefenzialità dei docenti di ogni istituto il compito di giudicare i propri studenti, con il contentino di una prova nazionale, di fatto secondaria rispetto alle prove fatte in casa. Eppure la reintroduzione di una componente esterna nelle commissioni esaminatrici (il presidente più la metà dei commissari) aveva avuto un largo consenso non più di un anno e mezzo fa e costituisce di per sé una forma di valutazione e di controllo sul lavoro delle singole scuole.
Sempre nell’ottica di un serio accertamento della preparazione degli studenti, non si capisce la ragione di ridurre l’esame alle prove scritte, con l’eliminazione di quella orale, quando invece le capacità dell’allievo emergono spesso in maniera più trasparente al momento del confronto con la commissione. E i futuri docenti fanno due anni di specializzazione post lauream per imparare a “dialogare” con lo studente e a valutarlo in base alla sua capacità di esprimersi, di ragionare, di far propria la materia.
Infine nella proposta di Diesse (che ha sempre sottolineato l’importanza dell’educazione accanto a quella dell’istruzione) si ironizza sulle notte bianche dei candidati prima dell’esame, insomma sull’esame come trauma che ritorna come sogno angoscioso negli anni successivi. Al contrario, una ragione importante per mantenere, con le necessarie correzioni, il modello attuale è il suo aspetto formativo, il suo essere rito di passaggio dall’adolescenza al mondo degli adulti e alle relative responsabilità, una funzione che il bel nome di “esame di maturità”, scioccamente abolito dalla smania nuovista, sottolineava efficacemente. E non possiamo certo delegare tale funzione all’esame per la patente.
Quanto all’esaltazione un po’ acritica dell’autonomia scolastica, e non solo da parte dei docenti di Diesse, basterebbe constatare, per indurre a un po’ di prudenza, quello che ha prodotto finora: quali dirigenti ha forgiato; quanto affidabile sia la valutazione dei “livelli di apprendimento”, spesso condizionata dal buonismo imperante nei decenni scorsi; quale profluvio di inutili e costosi progetti ne sia scaturito...
Infine l’esperienza ci ammonisce a non disfarsi alla leggera delle nostre specificità e tradizioni. Ogni volta che ci abbiamo rinunciato per abbracciare riforme scolastiche di tipo anglosassone, siamo andati, anziché incontro alla modernità, verso il più totale disorientamento. Per fare un solo esempio, il tentativo dissennato di imporre alla scuola italiana la didattica per obbiettivi (di origine americana) ha provocato fra gli insegnanti una disaffezione di massa verso il loro lavoro e quindi un danno incalcolabile per la qualità dell’istruzione.
Insomma, non ci sono ricette miracolistiche e, se la macchina si inceppa, non sembra una buona idea portarla a rottamare invece di ripararla. Il Ministro Gelmini ha promesso che non perseguirà, come in passato è stato fatto, “una palingenesi del sistema educativo”, aggiungendo che “abbiamo bisogno di buona amministrazione e buon governo, di semplificazione e di chiarezza”. Questa prudenza e questo realismo sono molto apprezzabili a fronte della sicumera con cui vengono avanzate in questo periodo le più svariate parole d’ordine, spesso brandite come la spada di Alessandro a tagliare il nodo di Gordio; e dovrebbero ispirare anche eventuali, costruttivi interventi di modifica dell’esame di Stato.
*Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità

VALENTINA APREA PROPONE UNA "RIVOLUZIONE" PER LA SCUOLA

Il consueto e meritorio "Speciale educazione", che "Liberal" pubblica ogni giovedì, si occupa del progetto di legge di Valentina Aprea, deputata del PdL e presidente della Commissione Cultura della Camera. Si apre infatti con un'intervista di Alfonso Piscitelli alla proponente, intitolata QUI SI FA LA RIVOLUZIONE. Subito dopo il primo di ben tre inviti a andarci piano con le megariforme: il primo si intitola significativamente IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE di Beniamino Brocca, l'esperto Udc di cose scolastiche; il secondo, IMPROVVISAMENTE L'ESTATE IN CORSO di Giorgio Ragazzini del Gruppo di Firenze (anche questo è un titolo cinematografico, a suggerire forse che qualcosa di grosso accade a estate incipiente: l'originale - di Mankiewicz - era "l'estate scorsa"); il terzo insiste: ANDARE PIANO, ANDARE LONTANO di Giuseppe Lisciani, pedagogista e imprenditore specializzato in giochi educativi.
(GdF)

lunedì 30 giugno 2008

A CHE SERVE NASCONDERE I VOTI?

("TuttoscuolaFOCUS" n. 246)
Sta suscitando pareri discordanti la decisione, presa dall'ex ministro Fioroni e rafforzata dal suo successore Gelmini, di cancellare il voto dall'esposizione dei risultati finali dell'Esame di Stato.
Fioroni aveva disposto che sui tabelloni si scrivesse soltanto "Diplomato" o "Non diplomato", ma il ministro Gelmini ha ora disposto di sostituire queste dizioni con "Esito positivo" o "Esito negativo". In entrambi i casi i provvedimenti sono stati assunti per venire incontro alla richiesta delle associazioni dei disabili di evitare che i tabelloni rendano riconoscibili gli studenti portatori di handicap gravi, che non ricevono un diploma, ma solo un attestato, senza voto. La dizione "Esito positivo" o "Esito negativo" taglia la testa al toro perché l'esito può essere positivo anche per lo studente disabile grave che non consegue il diploma ma raggiunge gli obiettivi indicati nel suo piano di studi individuale.
Contro questa decisione hanno protestato molti insegnanti anche attraverso lettere inviate ai giornali. Il "Gruppo di Firenze", noto per le sue posizioni spesso polemiche nei confronti del permissivismo postsessantottino, fautore di una scuola selettiva e meritocratica, rilancia ora queste proteste criticando apertamente la linea Fioroni-Gelmini e chiedendosi se queste decisioni facciano l'interesse dei ragazzi disabili, e se "davvero si fa qualcosa per la loro integrazione rendendoli il più 'invisibili' possibile". Si tratta, dice il Gruppo, di provvedimenti "politicamente corretti" ma inutili per i presunti beneficiari, perché ottengono il risultato opposto a quello sperato: "più imbarazzo e ipocrisia invece di una serena e rispettosa accettazione".
La scuola paga inoltre un prezzo troppo elevato in termini di mancanza di trasparenza delle valutazioni, sia degli scrutini finali che degli esami: forse non si comprende, dice il Gruppo, che "in questa completa opacità, nella totale assenza di quel controllo da parte di tutti che la pubblicità dei risultati assicura, vengono 'segretate' anche eventuali decisioni arbitrarie, come promozioni immeritate o ingiuste bocciature".
Ci sembrano tesi meritevoli di un ampio e pubblico dibattito.

domenica 29 giugno 2008

ARRIVARE ALL’ESAME SENZA AVER LETTO NÉ DANTE NÉ MONTALE

In una scuola che affoga tra "educazioni" e progetti ci si può trovare, come è capitato a un collega in una scuola toscana, di fronte ad un'intera classe che sostiene l'esame di stato, alla quale per cinque anni è stato negato quanto segue:
un verso di Dante, in cinque anni neanche un verso del più importante poeta italiano;
la lettura, per intero, di almeno un romanzo di un qualsiasi autore della letteratura italiana;
un verso, neanche un verso di Eugenio Montale, ragion per cui nessun studente di quella classe ha potuto svolgere la prima traccia e, cosa ancor più grave, ha potuto assimilare una qualsiasi "vibrazione" esistenziale da parte di uno dei massimi poeti del novecento.
Quello che più sconcerta è la quasi certezza che non si tratti di un caso isolato e che proprio per questo forse è opportuno tornare ad essere, nei programmi, coraggiosamente più prescrittivi.
(GdF)

sabato 28 giugno 2008

LA "MICRO-INDISCIPLINA" E I RISULTATI SCOLASTICI

In una lettera al "Tempo" si parla del "rumore di fondo" che è la normalità per molte classi e pregiudica spesso l'efficacia didattica.

(27 giugno 2008)



mercoledì 25 giugno 2008

COMUNICATO STAMPA - I VOTI SEGRETATI E LA DITTATURA DEL POLITICAMENTE CORRETTO

Di buone intenzioni è lastricato l’inferno, recita l’arcinoto aforisma di Samuel Johnson, e quello che da anni succede nella scuola italiana in tema di pubblicazione dei risultati di scrutini ed esami ne è una limpida dimostrazione. Dopo che ormai da anni i voti dei respinti sono stati cancellati, per evitare a quegli studenti irreparabili traumi, a marzo un’ordinanza di Fioroni ha imposto di cancellare il voto dai risultati finali dell’Esame di Stato e di scrivere solo “Diplomato” o “Non diplomato”; qualche giorno fa il Ministro Gelmini ha disposto di sostituire queste dizioni con “Esito positivo” o “Esito negativo”. Entrambi i provvedimenti nascono dalla richiesta delle associazioni dei disabili di evitare che siano “riconoscibili” sui tabelloni gli studenti portatori di handicap gravi, che non ricevono un diploma, ma solo un attestato, senza voto.
La prima questione che si pone é: davvero queste decisioni sono nell’interesse dei ragazzi disabili? Davvero si fa qualcosa per la loro integrazione rendendoli il più “invisibili” possibile? O non si tratta piuttosto di quella piccola e comoda logica politicamente corretta secondo la quale un problema lo si risolve occultandolo e la realtà è meglio negarla che affrontarla? Verrebbe da dire che secondo questa logica è meglio che un ragazzo disabile se ne stia a casa, così nessuno sa della sua condizione, piuttosto che frequenti la scuola, dove il suo handicap diviene ovviamente noto a compagni e professori. Per di più questi provvedimenti non solo sono inutili per i presunti beneficiari, ma ottengono il risultato opposto a quello sperato: più imbarazzo e ipocrisia invece di una serena e rispettosa accettazione. Lo stesso vale per le penose contorsioni lessicali – come “diversamente abile” – con cui si pensa di edulcorare la realtà dell’handicap.
La seconda questione è il prezzo che la scuola paga per così discutibili esigenze con una totale mancanza di trasparenza delle valutazioni, sia degli scrutini finali che degli esami, che si è ormai deciso di considerare questioni strettamente private. Tutti nella scuola, dirigenti, insegnanti, studenti, considerano questa logica del tutto surreale, ma come per altre questioni la subiscono passivamente. E forse non ci si rende conto che senza trasparenza, e quindi nella totale assenza di quel controllo da parte di tutti che la pubblicità dei risultati assicura, vengono “segretate” anche eventuali decisioni arbitrarie, come promozioni immeritate o ingiuste bocciature.

Per il Gruppo di Firenze
Andrea Ragazzini

DUE BAMBINI DOVRANNO RIPETERE LA PRIMA ELEMENTARE. E "IL GIORNALE" PUBBLICA UNA CRONACA CHE GRONDA PREGIUDIZIO VERSO LE INSEGNANTI

L'articolo comincia con un falso nel titolo: "SONO TROPPO SOMARI". BOCCIATI DUE ALUNNI IN PRIMA ELEMENTARE di Nino Materi. Si scopre subito infatti che le parole virgolettate sono solo una (malevola) traduzione del cronista di questa affermazione: "Non hanno raggiunto gli obbiettivi minimi e così dovranno ripetere l'anno".
Il resto dell'articolo trasuda prevenuta biliosità verso i docenti in genere. Un sentimento sparso a piene mani negli scorsi decenni da certi esperti sempre "dalla parte dei bambini".

Seguono due interviste che ristabiliscono un po' di equilibrio, abbastanza simili anche se rubricate una come "favorevole", l'altra come "contrario". Anche il secondo titolo (Un metodo che danneggia l'autostima) è una forzatura, se lo si confronta con il testo, molto più cauto.

Fa riferimento en passant anche a questo caso un commento di Giordano Bruno Guerri nella prima pagina dello stesso quotidiano, centrato sul merito nella scuola e nell'università: MA CHI BOCCIA IL PROF CHE COPIA?

(GR)

sabato 21 giugno 2008

I MAESTRI DI “SCUOLA” DELLA SINISTRA di Valerio Vagnoli

Bene ha fatto il ministro Gelmini a citare, a proposito del tema della scuola, uno dei padri storici della sinistra italiana, dimostrando così che si può cominciare ad uscire dagli schemi rigidi e oppositivi che tanto hanno penalizzato la storia politica, e non solo, dell’Italia dalla sua unità ad oggi. Quello che stupisce è che esponenti politici della sinistra, sullo stesso tema, non hanno mai fatto il minimo sforzo per indicare in qualche esponente della cultura di destra un punto di riferimento interessante e sul quale poter operare qualche seria riflessione. Eppure non mancano eminenti personalità appartenenti a quella cultura politica che hanno scritto sulla scuola pagine ancora attuali e assai stimolanti anche per chi si riconosce in ben altri orizzonti culturali e politici: un nome per tutti è quello di Luigi Einaudi. Non solo ciò non è avvenuto e ahimé difficilmente avverrà, ma da decenni gli intellettuali di sinistra che si occupano di scuola, salvo rarissimi casi, hanno perfino cancellato dai loro interessi gli scritti sulla scuola di personalità che non poco hanno contribuito a creare, pur nelle loro diversità, una coscienza nazionale, laica e progressista anche in virtù del loro contributo diretto e indiretto dato al tema della formazione e dell’istruzione. Alcuni nomi: Gramsci, appunto, e poi Salvemini, Concetto Marchesi, Ernesto Rossi, Tristano Codignola.
Invece citatissimo in questi decenni, sia dai politici che s’interessano direttamente di scuola che dai sindacalisti che sulla scuola hanno un potere che deborda dalle loro competenze, sia da parte della quasi totalità del “partito” dei pedagogisti, è il nome di don Milani, affiancato a onor del vero negli ultimissimi anni a quello di Edgar Morin e, negli ultimi mesi con una certa revanscistica insistenza, anche dal redivivo Berlinguer (Luigi).
Lasciando da parte quest’ultimo ed Edgar Morin, i cui contributi si condensano spesso in qualche slogan consolatorio e ad “effetto”, quello che non finisce di stupire è stato l’ostinato appiattirsi, da parte della sinistra, sulla personalissima e irripetibile esperienza del sacerdote fiorentino. L’appiattimento nasce essenzialmente dall’ostinazione con la quale si è voluto santificare don Milani. Santificarlo e, nello stesso tempo, snaturarlo rispetto a quello che fu il suo “messaggio” pedagogico unico e irripetibile come lo è ogni esperienza legata ad un solo individuo, che finisce spesso col consumarsi nella storia e nei contesti a cui essa fa riferimento. L’averlo tolto da quel contesto, l’averne data una visione frequentemente edulcorata e snaturata rispetto alla complessità del personaggio, ha finito col tradire il personaggio stesso e col dimenticare od emarginare altri pensatori che rappresentano pur sempre, questi sì, una parte essenziale delle radici della sinistra. Ma a quanto pare la sinistra in fatto di scuola le proprie radici le sta andando sempre più a trovare anche in Berlinguer (Luigi) e c’è da scommettere che, grazie alla sua (in realtà pessima) proposta del cosiddetto “concorsaccio”, alla fine gli verrà riconosciuta la primogenitura della riscoperta del valore del merito e della serietà negli studi e nella scuola in generale: altro che Gramsci e Salvemini!

venerdì 20 giugno 2008

SE CONSIDERIAMO LA SCUOLA COME UN'AZIENDA LA PORTIAMO ALLA ROVINA di Giorgio Israel

(dal giornale telematico "L'Occidentale")

Giorgio Israel ricapitola magistralmente i temi dei suoi numerosi interventi degli ultimi mesi: il ruolo dei pedagogisti e dei presunti esperti di scuola, il rifiuto dell'idea dell'istruzione come un prodotto qualsiasi sottoponibile a indici di gradimento, i vari problemi relativi alla valutazione (di cui invece molti scrivono senza incertezze come del toccasana per la scuola), l'assenso condizionato all'assunzione diretta dei docenti da parte degli istituti scolastici, la follia della personalizzazione totale dei percorsi di apprendimento (o, peggio, di autoapprendimento), i programmi e le "indicazioni", i limiti a cui devono sottostare anche le richieste dei cattolici.
È da mesi che scrivo incessantemente sui problemi dell’istruzione e ho incontrato reazioni di vario tipo. Inutile nascondere che le più gratificanti sono state quelle favorevoli, tra cui moltissime lettere di insegnanti e di genitori preoccupati per la drammatica crisi della scuola e dell’università, ma anche seriamente intenzionati a non arrendersi.
Poi ci sono stati gli insulti, particolarmente rivolti ai firmatari dell’“appello per la scuola del merito e della responsabilità” (promosso dal Gruppo di Firenze) che il ministro Gelmini ha fatto suo. Siamo stati gratificati di ogni appellativo: ignoranti, pistoleri, don Ferrante, gente che non sa cos’è la scuola e via dicendo. Siamo stati invitati da un sindacalista a dimostrare in che modo siamo andati in cattedra. L’ex-ministro Berlinguer – un giurista che ancora ricopre l’incarico di presidente di commissioni per la promozione della cultura scientifica e musicale, un caso unico al mondo – ci ha definiti “relitti del passato, tagliati fuori dalla storia”, “laudatores temporis acti”, una “casta” crociano-gentiliana legata a un “cultura morta e deduttivistica”, insensibili alla “rivoluzione epistemologica in atto” che – come proverebbero le “scienze pedagogiche, cognitive e psicometriche” – permette di riconciliare emisfero destro e sinistro, mentre noi li vogliamo tener separati.
Debbo però riconoscere che Berlinguer non si è sottratto a un confronto radiofonico in cui ho potuto cortesemente spiegargli che la sua visione della scienza non sta né in cielo né in terra, che la buona scienza è “deduttivistica”, che i laboratori vanno bene per una concreta acquisizione e comprensione dei principi scientifici ma che rimestando in laboratorio non esce fuori nulla, così come il computer senza qualche idea da metterci dentro non macina neppure numeri. E debbo riconoscere a Giuseppe Bertagna, unico tra tutti i pedagogisti, di aver volentieri accettato un confronto diretto, pacato e approfondito.
Trovo invece intollerabile l’atteggiamento di coloro che fanno orecchie da mercante e che, interpellati sulle idee e teorie cui più tengono, non se ne danno per intesi e continuano ostinatamente a ripeterle, senza neppure provare a rispondere alle obiezioni, evidentemente convinti che quel che conta è il fatto di ricoprire posizioni di potere che consentono loro di infischiarsene altamente delle critiche.
Ad esempio, sono mesi che siamo in molti a martellare sul fatto che la scuola e l’università non sono aziende e servizi, che la cultura e l’istruzione non sono “prodotti”, che l’efficienza aziendalistica è assolutamente inappropriata e inefficiente in questo contesto, che l’idea di concepire alunni e famiglie come “utenti” è devastante, che il termine “customer satisfaction” andrebbe proscritto in questo contesto, salvo la valutazione di edifici, gabinetti e servizi accessori all’insegnamento propriamente detto. Non si è avuto l’onore di una risposta, salvo un “esagerato” che sul mio blog ha sostenuto che tutto al mondo è un’azienda, anche la Chiesa e la Via Lattea. Ci si potrebbe rallegrare di tanto silenzio: è la prova evidente che non v’è uno straccio di argomento di risposta. Il guaio è che poi si continua impavidamente a usare questi concetti, come se fossero verità di per sé evidenti, al pari dell’esistenza dei piedi con cui camminiamo e, in mezzo a molte cose pregevoli, rispunta fuori la “customer satisfaction” anche nelle relazioni alle Camere del ministro Gelmini.
Un altro esempio clamoroso è dato dalla questione della valutazione. Sono mesi che scriviamo e riscriviamo sul tema, mettendo in luce tutti i problemi che esistono in merito, criticando il modo con cui operano docimologi e valutatori, fornendo esempi concreti, mettendo in discussione l’idea di misurabilità delle competenze, nonché la consistenza stessa del concetto di competenza. Potevamo attenderci una stroncatura dallo stuolo di docimologi e di valutatori che si affollano in ogni angolo del sistema, e vista la passione che il mondo dei pedagogisti nutre per la valutazione. Silenzio assoluto. Però si continua a pontificare con immutata prosopopea.
Il Libro bianco sulla scuola prodotto dal precedente governo, la cui produzione è stata coordinata da Fabrizio Barca, ha proposto un baraccone allucinante composto da 400 persone e dotato di un finanziamento megagalattico. A parte la felicità di coloro che sarebbero assunti ci piacerebbe sapere quali sarebbero La “felicità” che ne ricaverebbe il sistema dell’istruzione. Sarebbe interessante sapere come opererebbero i 400 valutatori. Per esempio, mettendo in opera la procedura della distribuzione gaussiana? In genere la racconto ai miei colleghi matematici quando desidero metterli di buon umore, anche se al riso subentra l’incredulità che una bestialità del genere sia vera e non una trovata umoristica. È con la distribuzione gaussiana che si lavorerebbe nel baraccone? E si valuterebbero quantitativamente le competenze anche se i pedagogisti ammettono che sono vent’anni che tentano di darne una definizione misurabile e non ci riescono? Oppure si userebbe la procedura proposta da Giorgio Allulli, cioè misurare la dispersione scolastica e premiare con maggiori finanziamenti le scuole che più la limitano? In altri termini – abbiamo osservato in molti – ciò significa premiare coloro che promuovono tutti, perché questa è la via maestra per arrestare la dispersione scolastica…Così come il degrado dell’università è largamente dovuto alla sciagurata idea di misurarne l’efficienza in termini di laureati in tempo. Tutto ciò è stato detto ma gli Alti commissari della valutazione non si degnano di rispondere. Sono esenti da valutazione e non perché si sentano sicuri di sé – al contrario! – ma perché sanno di essere insediati nella stanza dei bottoni.
Di fronte alle critiche Fabrizio Barca ha enunciato sul Corriere concetti oscuri e vaghi, parlando di “diagnosi valutative”, di “obbiettivi di progresso” e di “azioni rimediali”… Debbo dire che questa aggettivazione burocratico-espertese mi mancava. E aggiungerei che una proposta avanzata parlando di “azioni rimediali” andrebbe cestinata su due piedi. Chi pretende di parlare di istruzione deve pure dar prova di saper usare l’italiano a un livello minimale.
Ma anche il Grande Ufficiale della Repubblica, prof. Francesco Giavazzi – che pure ha il merito di aver stigmatizzato la fumosità del Libro bianco – si è particolarmente distinto per l’arroganza con cui continua a propinare ricette su questioni di cui visibilmente capisce poco, ignorando superbamente le critiche che sono state ripetutamente mosse ai suoi articoli sulla Stampa da più parti e ultimamente da Paola Mastrocola su La Stampa.
Giavazzi continua a parlare ostinatamente di “valutazione” come se si trattasse di cosa ovvia e come se non fosse necessario specificare come vada messa in opera. Parla di valutazione da fare scuola per scuola e non a campione, ma non dice se vada fatta a distanza, dai terminali dei baracconi mediante test a risposta chiusa (Dio ce ne scampi, è il modo di somministrare ciò che si vuole), alla maniera di Allulli (Dio ce ne scampi doppiamente) o con commissioni d’ispezione non si bene come composte. In realtà egli sembra affidare tutto al meccanismo di concorrenza e con ciò mostra di non capire una banale differenza: tra due supermercati l’utente sceglie quello che offre il miglior prodotto al minor prezzo, tra due scuole sceglie quella che promuove di più al minor costo di studio, a meno che questo utente non sia dotato di un senso etico paragonabile a quello di Catone il Censore. Sono mesi che andiamo dicendo queste cose, inutilmente. Non si tratta di obiezioni teoriche ma di osservazioni che hanno una portata eminentemente pratica. Che un Grande Ufficiale non abbia orecchie per ascoltarle e discuterle torna soltanto a suo demerito; che vengano prese sul serio idee tanto superficiali è invece molto inquietante.
Un’altra questione serissima è quella del reclutamento. Personalmente sono abbastanza favorevole all’idea di concedere alle scuole il diritto di reclutare direttamente, a tre condizioni: che ciò venga fatto entro una lista nazionale chiusa derivante da trasparenti e rigorosi processi di “verifica”; che il singolo istituto e i docenti vengono rigorosamente “valutati” (e ci risiamo); che vengono garantiti meccanismi di mobilità e la carriera del docente (vincolata al merito) non si svolga tutta all’interno di un singolo istituto, altrimenti si produrranno delle situazioni clientelari. Anche questi punti andrebbero analizzati in dettaglio tenendo conto della realtà, come ha osservato Pierluigi Magnaschi su Italia Oggi, che ha accusato Giavazzi di non sapere quel che dice, poiché da anni non esistono più concorsi d’ingresso alla scuola: per entrarvi ormai semplicemente “ci si accoda” e la promessa di assunzione di 50.000 precari rende risibile qualsiasi progetto di nuove forme di assunzione. Ma tant’è, queste miserie non possono sfiorare la mente di un Grande Ufficiale.
Il quale, al contrario, fa un passo avanti a dir poco audace proponendo una flessibilità dei percorsi di studio secondo cui gli insegnanti sarebbero liberi di progettare i loro corsi, decidendo individualmente cosa insegnare. La proposta non è nuova e riprende in pieno i capisaldi della pedagogia dell’autoapprendimento che, già nelle forme limitate in cui è stata applicata alla scuola italiana, nelle riforme Berlinguer e Moratti, è responsabile dei guasti di fronte a cui ci troviamo. Certo, per i pedagogisti la scuola italiana è ancora troppo “rigida” e loro vorrebbero personalizzarla in toto, ma sono sotto gli occhi di tutti gli effetti devastanti di una mano libera che permette di insegnare a scuola la “legge dissociativa” dell’addizione o trasformare le lezioni di storia alle primarie di un’interminabile odissea attorno agli orologi o ai concetti di mattina e pomeriggio.
La scuola deve fornire una preparazione di base uguale per tutti. È assolutamente inaudito che all’università sia normale stabilire quali sono le nozioni base imprescindibili di analisi matematica o algebra – la possibilità che in un corso di laurea in matematica non si studino mai i numeri reali è considerata aberrante – e a scuola questo principio sia invece disatteso. La possibilità di percorsi individuali implica che uno studente che non ama la matematica o la sintassi possa essere esentato dallo studiarle, o quantomeno che gliene venga proposta una versione alleggerita. Mi dispiace, ma una proposta che apra la strada anche solo al rischio che in una classe si studino le equazioni di secondo grado e in un’altra soltanto quelle di primo, è un’autentica follia. Il bello è che negli Stati Uniti si sta rimettendo in discussione questa pedagogia dell’autoapprendimento personalizzato riscoprendo le virtù dell’approccio disciplinare. L’abbiamo ricordato all’“americano” Giavazzi, ma pare che egli preferisca il più ortodosso pedagogismo antiautoritario di stampo sessantottino.
Al riguardo vogliamo dire una parola chiara a quei cattolici che sono sinceramente preoccupati dell’autonomia scolastica, della parità scolastica e di non vedersi imposti dei programmi uniformi magari di stampo laicista. Siamo sensibili a queste esigenze ma allora cominciamo col dire che bisogna impegnarsi contro ogni risorgere della pedagogia che espropria la famiglia delle sue funzioni educative. Colpisce assai vedere molti cattolici impegnati sul fronte della difesa della famiglia e, in completa incoerenza, difendere i corsi di “convivenza civile” e di “affettività”, che sono poi quella trovata zapaterista contro cui si battono i cattolici in Spagna.
Nel rivendicare la libertà educativa il Papa ha detto: «È legittimo infatti domandarsi se non gioverebbe alla qualità dell’insegnamento lo stimolante confronto tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei programmi ministeriali validi per tutti, da forze popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte educative delle singole famiglie. Tutto lascia pensare che un simile confronto non mancherebbe di produrre effetti benefici». Il Papa non sa che è ormai considerata una bestemmia parlare di “programmi” e che si possono soltanto enunciare “indicazioni” che poi la scuola attua in autonomia… Ma anche i cattolici più “modernisti”, dopo aver perdonato l’uso di questa sciagurata parola, vorranno consentire che queste non sono le parole di un accanito laicista bensì del Papa… Parole sacrosante. Perché quel che vogliamo è una scuola critica e aperta. Per esempio, vorremmo una scuola in cui si spieghi la teoria dell’evoluzione mostrando i pro e i contro, le questioni aperte e discusse e quelle acquisite – il che può farsi benissimo e anche in maniera didatticamente efficace (si veda ad esempio, il libro di Juncker e Scherer, “Evoluzione. Un trattato critico”, Gribaudi). Invece non ci piace per niente l’idea di una scuola darwinista e di una scuola creazionista, di una scuola in cui s’insegna la storia a orientamento di destra e un’altra di sinistra, una scuola in cui si esalta la tecnologia ed un’altra in cui si denigra, e via esemplificando. L’idea che uno nasca in una famiglia di fascisti o di comunisti e debba frequentare una scuola fascista o comunista è orripilante. È giusto invece che la famiglia abbia il diritto di scegliere una scuola avente un orientamento religioso e morale ben definito, in cui l’alunno venga educato non soltanto alla conoscenza delle religioni ma anche in un contesto cattolico (o ebraico o protestante). Per il resto, come dice il Papa, programmi (pardon, indicazioni) nazionali validi per tutti.
È giusto liberalizzare l’istruzione ma è irresponsabile gettare alle ortiche quelle conquiste che hanno condotto all’abbattimento dell’analfabetismo e a una formazione culturale di base che offra gli strumenti per pari opportunità nella vita associata. Non a caso la decadenza è iniziata con il prevalere di quella pedagogia di stato che mira a sminuzzare, parcellizzare e libanizzare l’istruzione e che non paga mai il prezzo dei suoi insuccessi né mai viene chiamata a rendere conto delle proprie azioni.
Ma anche queste saranno parole al vento. Circolano troppi apprendisti stregoni che hanno un solo argomento: il potere, certamente non quello delle idee.

LA NOTTE DOPO GLI ESAMI di Franco Garelli

("La Stampa")
Un rito di passaggio deve essere una cosa seria. Invece di entrare in ansia per loro, dotiamoli per tempo di una appropriata cassetta degli attrezzi, in modo che sappiano cavarsela negli esami e nella vita.

Mercoledì mattina è tornato l'incubo della maturità. Se n'è fatto portavoce il Giornale Radio delle 8, quello che dà il ritmo a tutta la giornata. Vi erano notizie particolari, non solo perché l'Italia del pallone la sera prima aveva sconfitto la Francia. Ma anche perché iniziava l'esame di maturità, uno dei pochissimi riti di passaggio che ancora persistono nella modernità avanzata; quelli che permettono a una generazione di crescere, di misurarsi con difficoltà adeguate alla propria età, in vista delle prove impegnative che li attendono nella vita.

Da molti anni si guarda a questo rito con apprensione pubblica, e anche il notiziario radiofonico rifletteva questo cliché. Il cronista ci ha ricordato che c'era il tema di italiano, «assai temuto» dagli studenti. Inoltre, il solito studente romano, intervistato su quale tema si era preparato, ha biascicato: «Beh!, l'ambiente, la società multietnica, ciò che va di moda». «E se esce altro?», gli è stato chiesto. «Beh, vuol dire che mi consegno al fato».

Amo pensare che queste immagini segnino la fine di un'epoca, quella della lamentazione per gli esami di fine ciclo, dell'apprensione per le verifiche di rilievo dell'iter scolastico, di commentatori e di adulti (anche ministri della Repubblica) più preoccupati nella circostanza di dare una copertura affettiva ai giovani che di richiamarli alle sfide importanti della vita. Si è vicini agli studenti non tanto rassicurandoli e proteggendoli in astratto, quanto offrendo loro credenziali formative adeguate per affrontare le prove impegnative, quelle che aiutano a irrobustirsi, a saggiare le proprie capacità, a verificare la corrispondenza tra sforzi e risultati. Una parte dei giovani studia poco e male, magari riceve un debole supporto dalle strutture scolastiche; e poi chiama in causa il destino per giustificare quel che succede nella vita, per compensare una preparazione lacunosa o lasciata al caso. Il fortunato film Notte prima degli esami è bello da vedere al cinema, ma è triste trovarlo rispecchiato nella realtà. Certo, da tempo l'esame di maturità è al centro di pareri controversi, tra quanti lo depotenziano perché mettono in discussione il valore legale dei titolo di studio, altri che non ne comprendono la funzione o lo ritengono troppo nozionistico, altri ancora che lo valorizzerebbero solo dentro una riforma complessiva del sistema scolastico e del rapporto scuola-mondo del lavoro. Ogni posizione ha frammenti di verità, ma il continuo esercizio del dubbio non fa che indebolire il quadro in atto e disincentivare i giovani a mettersi alla prova anche per allenarsi a superare gli esami della vita.

Da qualche tempo a questa parte si sta lottando a vari livelli per contrastare questi messaggi allarmanti o eccessivamente comprensivi nei confronti dei giovani, degli studenti in particolare. In questa linea si era mosso l'ex ministro dell’Istruzione Fioroni, che ha operato per dare più smalto all'esame di maturità, per reintrodurre i debiti formativi per quanti hanno lacune, per richiamare tutti a un maggior impegno non soltanto selettivo ma anche formativo. Su questo solco sembra agire anche il nuovo ministro Gelmini, la cui denuncia che gli insegnanti italiani sono i meno pagati d'Europa è stata letta da molti come la volontà di ricordare a tutti (anche al ministero del Tesoro) che l'investimento nella formazione dei giovani - sia pure in tempi difficili per le casse dello Stato - è una priorità per un Paese che intende recuperare in efficienza e innovazione. Varie forze sociali (ad esempio Chiesa e Confindustria) individuano nell'emergenza educativa una delle sfide più importanti del tempo presente.

Si risponde a questa emergenza anche guardando alle verifiche che gli studenti devono sostenere (come gli esami di maturità) con serenità e fiducia. Superando l'idea che siano prove off limits, che producono grande disagio, che richiedono virtù e sostegni (o fortuna) del tutto particolari. Lo stress non manca, in questi casi, ma è un fattore che rientra nella posta in gioco. Dipende dalla cassetta degli attrezzi che i giovani sono riusciti ad acquisire (e che la scuola è riuscita loro a fornire), per una prova di rilievo che può rafforzare il loro presente come il loro futuro.

E a proposito delle apprensioni (e delle pretese) di alcuni genitori, recuperiamo una lettera pubblicata ieri dal "Corriere della Sera", a cui risponde Sergio Romano:

PRESSIONI DEI GENITORI

Caro Romano, anche quest'anno l'attività scolastica si è conclusa annoverando tentativi delle famiglie di modificare dall'esterno i giudizi espressi in classe dagli insegnanti con i voti. Alle deficienze intellettuali dei figli sono giunte in soccorso, talvolta con iniziative indecorose, le pressioni dei genitori sui docenti. Fra le motivazioni addotte spiccano, per citare solo quelle meno inconfessabili, il tentativo di evitare frustrazioni da un possibile insuccesso scolastico o la preoccupazione di non danneggiare le vacanze organizzate da tempo. I mezzi utilizzati per condizionare l'operato dei docenti variano dai reiterati approcci al di fuori delle sedi istituzionali alle lettere recapitate poche ore prima dell'inizio degli scrutini.

Auspico che il ministro della Pubblica istruzione sappia predisporre strumenti adeguati per limitare l'ingerenza delle famiglie sugli insegnanti. Questa pratica così diffusa a ogni fine anno scolastico mortifica qualsiasi discorso sul merito e si ritorce infine sugli studenti: non aiuta i mediocri a crescere, condanna i migliori, contribuisce in modo irreversibile ad accrescere il declino dell'istruzione nazionale.

Francesco Salerno , fra.salerno@tin.it

Risponde Romano: Temo che dietro queste pressioni dei genitori vi sia molto egoismo. Non vogliono rinunciare alle vacanze e non vogliono impiegare il loro tempo seguendo più attentamente il lavoro dei figli. Dicono di temere per i riflessi di un giudizio negativo sulla psicologia dei ragazzi, ma è la loro psicologia che mi preoccupa.

mercoledì 18 giugno 2008

ANCORA SULL'ARTICOLO DI GIAVAZZI

Paola Mastrocola non è per nulla d'accordo sulla proposta di lasciare liberi i singoli docenti di stabilire curricoli differenziati; Pierluigi Magnaschi contesta l'idea di far assumere gli insegnanti direttamente dalle scuole.
(GdF)
http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?numart=IG1HI&numpag=1&tipcod=0&tipimm=1&defimm=0&tipnav=1 ("La Stampa")
http://rstampa.pubblica.istruzione.it/utility/imgrs.asp?go=Articolo+successivo&numart=IG2ZQ&tipcod=0&numpag=1&maxpag=1&tipimm=1&defimm=0&titolo=&tipnav=1 ("Italia Oggi")

martedì 17 giugno 2008

DOTTOR BARCA, CI SPIEGA IN PAROLE POVERE QUALE SAREBBE LA "PROPOSTA OPERATIVA" PER L'ASSUNZIONE DEGLI INSEGNANTI DI CUI SCRIVE OGGI SUL "CORRIERE"?

Sul "Corriere della Sera" a p. 37 una replica all'articolo di Giavazzi Il tabù dei concorsi nella scuola da parte di Fabrizio Barca, coordinatore del Quaderno bianco sulla scuola prodotto dal precedente governo. Che fa una proposta alternativa; peccato che sia scritta in un'incomprensibile "espertese". E' l'illeggibile neolingua che usano quasi tutti quelli che, per conto del governo o meno, si occupano di scuola (ma è diffusissima anche in altri settori). Lanciamo un sondaggio in proposito qui a fianco.

Passi decisi per migliorare la qualità della scuola richiedono un dibattito serrato, ma anche rigoroso e concreto. Per questo motivo mi preme di segnalare ai lettori del Corriere che il Quaderno bianco sulla scuola predisposto nel 2007 dalle Amministrazioni pubbliche dell'economia e finanze e della pubblica istruzione propone un metodo innovativo per selezionare gli insegnanti di una scuola, così da evitare di essere costretti ad «accettare il primo della graduatoria che ha raggiunto quel posto solo per anzianità». Su questo aspetto, fondamentale per un vero cambiamento, il Quaderno non solo non è «reticente» — come si legge nel fondo del professor Francesco Giavazzi di domenica 15 giugno — ma suggerisce una soluzione operativa. Essa poggia sulla costruzione di un «sistema nazionale di valutazione» — uno dei pilastri del disegno formulato nel Quaderno e incentrato su un rinnovato Istituto nazionale di valutazione — dove si affianchino, da un lato, rilevazioni annuali, censuarie dei livelli di apprendimento e di competenza degli studenti di diversi gradi e, dall'altro, l'azione continua di «team esterni di supporto» (un insegnante senior e un esperto) che visitino e lavorino in ogni scuola del Paese, per un periodo congruo, almeno una volta ogni tre anni. La nuova modalità di selezione potrebbe così prendere a riferimento la «diagnosi valutativa» e gli «obiettivi di progresso» che il team avrà elaborato con la scuola. Il team potrebbe identificare «con la scuola, fra le azioni rimediali, le caratteristiche dei nuovi insegnanti» — scrive il Quaderno. Si procederebbe quindi alla «raccolta di un numero di candidati largamente in eccesso rispetto al numero di insegnanti richiesti», offrendo anche «integrazioni retributive legate agli obiettivi di progresso». La scelta degli insegnanti avverrebbe infine «all'interno di quella rosa di candidati, anche in base agli esiti di colloqui e di lezioni tipo». È una proposta che — scrive il Quaderno — «richiede ulteriori approfondimenti», anche in relazione al sistema di formazione iniziale, ma ha il pregio di porre a fondamento della selezione da parte delle singole scuole elementi «oggettivi», in grado di sottrarla a derive improprie che potrebbero manifestarsi nel chiuso dei contesti locali. Nella stessa direzione va la previsione del Quaderno di incentivi legati al conseguimento degli «obiettivi di progresso» per i dirigenti scolastici, responsabili ultimi della selezione. C'è veramente da augurarsi che su questo tema parta un confronto concreto che sappia utilizzare le diagnosi e le idee maturate in questi anni in molte pieghe del pubblico impiego e nelle esperienze innovative di tante scuole.

Fabrizio Barca

Per la cronaca pubblichiamo la risposta di Giavazzi:

Avevo scritto «Sul tema dei concorsi, il Libro Bianco è reticente». Fabrizio Barca lo conferma. Il Libro Bianco non ha il coraggio di dire che il sistema dei concorsi deve essere abbandonato, né che vanno abolite le graduatorie. E come sempre accade quando non si ha il coraggio di affrontare le questioni con chiarezza (forse perché il Libro Bianco doveva avere il placet dei sindacati della scuola?), si scrive che il problema «richiede ulteriori approfondimenti».

Francesco Giavazzi
Post scriptum: a proposito di chiarezza del "linguaggio in generale, mi scriveva pochi giorni fa Annalisa Camellini, psicologa:
"Ogni disciplina pare acquisire un vocabolario che diventa un codice: se non sei un esperto, non capisci quello che gli "esperti" dicono o scrivono; un vocabolario specifico può essere utile per sintetizzare e rendere più veloci le comunicazioni fra addetti ai lavori ma non deve diventare una barriera per chi addetto non lo è; in questo modo si usa il linguaggio solo per creare un sistema che si autolegittima, si autoalimenta e si protegge da novità, stimoli, scossoni; diventa uno strumento che alimenta una casta e un potere, per far sentire "qualcuno" a chi evidentemente fuori da un ambiente si sente di contare poco".
(GR)