lunedì 29 novembre 2010
URGE UNA PEDAGOGIA DELL'ATTENZIONE
Le spiegazioni più comuni sono l'eccessiva sollecitazione sensoriale, la troppa tv, la scarsa abitudine alla fatica e all'impegno, un'educazione poco esigente a scuola e in famiglia. Naturalmente c'è chi propone come panacea la "didattica laboratoriale". Ma se la scuola attiva ha ancora molto da dire in proposito soprattutto per il primo ciclo, è pur vero che la capacità di seguire un discorso (magari prendendo appunti) e di studiare per tutto il tempo necessario deve essere comunque coltivata per tempo, anche se gradatamente.
È indispensabile quindi definire e diffondere una "pedagogia dell'attenzione" - fondata su ricerche e studi, ma anche sulle esperienze positive degli insegnanti - che supporti con indicazioni adeguate sia la scuola che le famiglie nel promuovere l'attenzione e la concentrazione nei bambini. Sarà un contributo quanto mai prezioso non solo per il loro successo negli studi, ma anche per la loro formazione complessiva.
A questo tema Francesco Alberoni dedica oggi una riflessione nella sua rubrica Pubblico&Privato sul "Corriere della sera".
(Giorgio Ragazzini)
giovedì 25 novembre 2010
CODICE PATERNO E PRINCIPIO DI REALTÀ
Nella scuola domina largamente il codice materno, legato alla protezione e all’accudimento. E questo solo in parte per la netta prevalenza numerica delle donne, dato che, come ricorda Di Stefano, esistono per l’appunto molti “mammi” e non poche donne “con i pantaloni” (si diceva un tempo).
Il problema ricorrente delle occupazioni è stato quasi sempre risolto - o meglio accantonato - in modo “materno”: comprensione, indulgenza, larvata o aperta complicità, strizzatine d’occhio. Ma per crescere, specie a una certa età, si ha bisogno anche - e sempre più - del padre, anche dello scontro con adulti che il conflitto generazionale lo sostengano con fermezza ed equilibrio, senza inutili asprezze, ma senza rifuggire all'occorrenza dalla sanzione, come possono fare un insegnante o un preside consapevolmente "paterni". Ci si oppone, ci si differenzia, ci si definisce, si sperimenta la responsabilità. Magari utilizzando creativamente una varietà di modi, invece di ripetere all’infinito lo stesso copione, come nel rassicurante mondo infantile. Lo sottolinea molto efficacemente uno dei commenti alla nota precedente, firmato da Enio:
I nostri ragazzi liceali avranno mezzi legali per manifestare il loro pensiero e far conoscere il loro dissenso su qualunque tema talenti loro? A iosa! Hanno i blog, i gruppi di discussione, l’assemblea di classe mensile, quella di istituto; possono diffondere volantini, comunicati alla stampa, petizioni al Parlamento, al Governo, al Presidente della Repubblica. Possono chiedere supplementi di studio ai professori di storia, di filosofia, di lettere. Possono stendere testi, manifesti tazebao, pamphlet, aprire siti, costruire reti on line, manifestare e tenere cortei in forma autorizzata al di fuori dell’orario di lezione. Troppo facile. Bisogna invece ripetere ogni anno stancamente il rito dell’occupazione della propria scuola, prendersi un periodo sabbatico dalle lezioni, perché, sia chiaro, studiare affatica. Si diventa pallidi e assorti... Meglio bivaccarci nella scuola, organizzando goliardate, talvolta innocue, altre volte dannose. [...] L’indulgenza di mamma e papà è scontata: sono ragazzi, è un rito di iniziazione all’età adulta…
L’iniziazione, invece, era un incontro non più protetto con la realtà adulta: impegno, fatica, rischio, scelta consapevole, anche sofferenza (i riti di passaggio richiedevano preparazione, coraggio, spesso stoicismo). E a fare i conti con la realtà invita i giovani lo psicanalista Claudio Risé in un intervento sul “Mattino”. Non per caso l’autore è un teorico della rivalutazione del padre (Il padre assente inaccettabile, Il mestiere di padre). Invece di inseguire a tutti i costi il mito della laurea, spesso foriero di disoccupazione prolungata, bisogna valorizzare l’elasticità e la capacità di adattamento della mente giovanile, prendendo in considerazione altre vie per realizzarsi, per esempio l’artigianato, “storicamente importantissimo per la civiltà italiana e dotato di grandi possibilità per il futuro”.
GR
lunedì 22 novembre 2010
CASO “MICHELANGELO”: LA PRESUNTA ONNIPOTENZA DEL “DIALOGO”
L’interessato, in un intervento su “La Nazione” di venerdì scorso, si esprime severamente nei confronti di chi riveste responsabilità politiche: “Mi chiedo, di fronte a episodi di palese violazione delle più elementari norme di civiltà, dove è andata a finire quella politica che si riempie la bocca della sacra parola ‘legalità’ ed alla prima occasione utile fa finta di dimenticarsene e si nasconde prudentemente”.
La reazione dei tre assessori all’istruzione (regionale, provinciale e comunale) è sostanzialmente identica e consiste nell’esprimergli inizialmente “piena solidarietà” per aggiungere subito dopo che ha sbagliato a scegliere la linea dura. Stella Targetti (Regione): “Per quanto riguarda la denuncia, però, trovo che il muro contro muro non paghi. È una questione di opportunità, sarebbe stato preferibile un dialogo coi ragazzi, molti istituti hanno visto autogestioni in cui si è vista la partecipazione dei docenti. Il rapporto autoritario non funziona più, né in famiglia, né a scuola”. Giovanni Di Fede (Provincia): “Il nostro ruolo è un altro, è quello di educatori che devono dialogare con i ragazzi... La denuncia equivale a lavarsene le mani delegando ad altre autorità l’intervento e rinunciando al nostro ruolo che impone un dialogo anche conflittuale con gli studenti, insomma con i ragazzi dobbiamo vedercela noi, la denuncia è una strada sbrigativa”. Rosa Maria Di Giorgi (Comune), in una lettera pubblicata ieri sul “Corriere Fiorentino”, va ancora oltre: nelle occupazioni non c’è in fondo niente di male, quasi ovunque si è trovato un modus vivendi, chi vuol fare lezione fa lezione, chi vuole partecipare a incontri di approfondimento con ospiti esterni può farlo. “Si sa, all’inizio dell’anno scolastico è così da tanto tempo”. Al Michelangelo qualche studente decide di alzare il tiro e allora “il preside decide, nella sua autonomia e in perfetta solitudine, di denunciare alcuni di quei ragazzi”. Riguardo ai quali l’assessore si chiede: “Che percezione avranno delle istituzioni se nel loro primo impatto con esse il segnale è quello della frattura, dell’espulsione, del muro contro muro?”
Vale la pena di riportare la risposta del direttore del “Corriere Fiorentino”, Paolo Ermini:
“Frattura, espulsione, muro contro muro. L’assessore De Giorgi usa espressioni forti per descrivere la situazione che si è creata al Michelangelo. Una drammatizzazione che serve a rendere più incalzante la richiesta di dialogo. L’intento è da apprezzare, ma a una condizione: gli studenti (con i loro genitori e anche con un po’ di insegnanti), devono capire che in un paese libero e democratico come il nostro la legalità è una e una sola, e che è fatta apposta per non essere violata. Anche nell’interesse di ciascuno di loro, ora e quando saranno più in là con gli anni, perché è l’unica arma per difendere i diritti di tutti, soprattutto dei più deboli.”
C’è solo da aggiungere che questo generico appello al “dialogo” è fondato su una serie di presupposti sbagliati o indimostrati: che il dialogo sia possibile sempre e comunque, con tutti, anche se i politici per primi sanno per esperienza che non è così. Che nel caso del “Michelangelo” non ci sia stato o non sia stato tentato. Che la sanzione (nei casi gravi anche penale) non sia uno degli strumenti della relazione educativa, secondo il luogo comune per il quale “ci vuole l’educazione, non la punizione”.
Infine, il “dialogo” senza una progressiva responsabilizzazione dei giovani da parte di adulti capaci di comprensione, ma anche di fermezza, non può che risolversi in cedimento, indulgenza e inconsistenza sul piano etico, oltre a far torto ai tanti ragazzi che si comportano correttamente.
La verità è che in tema di occupazioni e manifestazioni studentesche è in vigore da decenni una “costituzione materiale” a cui troppi adulti si sono quanto meno rassegnati e che ha reso “normali” una serie di comportamenti inaccettabili.
GR
sabato 13 novembre 2010
SCUOLA PUBBLICA: UN DECLINO IRREVERSIBILE?
V.V.
venerdì 12 novembre 2010
LA FRANTUMAZIONE DELLA SCUOLA NELL'ERA DELL'AUTONOMIA
ANCORA SUI MESTIERI CHE POCHI VOGLIONO FARE
IMPARA L'ARTE CON L'APPRENDISTATO
Lo scorso agosto ebbi occasione di scambiare qualche battuta con un ragazzo che faceva il cameriere in un agriturismo dolomitico. Disse di frequentare un istituto tecnico e che per raggiungerlo si deve alzare molto presto, dato che abita in campagna. Quanto alle vacanze, ci disse come se fosse un’assoluta ovvietà: “Che ci sto a fare tre mesi a casa senza far niente? Così vengo qui a lavorare”.
Mi è tornato in mente questo ragazzo così poco bamboccione nel leggere un articolo sul “Messaggero” di Antonio Lombardi, presidente dell’Alleanza Lavoro, l’associazione di categoria delle Agenzie per il Lavoro, che rievoca la sua personale esperienza di vacanze spese nell’imparare un mestiere (come raccomandano due detti della saggezza popolare: “L’ozio è il padre dei vizi” e “Impara l’arte e mettila da parte). Secondo Lombardi, la riforma dell’apprendistato, purtroppo molto tardiva, è una grande occasione per rilanciare uno strumento di grande utilità formativa per le nuove generazioni. E dovrebbe essere la scuola stessa a "reclamizzarne" la rinascita. Leggi.
mercoledì 10 novembre 2010
UNA VITA DIFFICILE: IL CAMMINO A RITROSO DI “CITTADINANZA E COSTITUZIONE”
Il 1° agosto 2008, un comunicato del Ministro dell’Istruzione annunciava: “Dal prossimo anno scolastico – nel primo e nel secondo ciclo di istruzione – sarà introdotta la disciplina 'Cittadinanza e Costituzione', che sarà oggetto di specifica valutazione. Sono previste 33 ore annuali di insegnamento”.
Pur non essendo chiaro in che cosa si differenziasse dalla vecchia Educazione civica (o forse proprio perché le somigliava molto), l’annuncio ebbe un’accoglienza generalmente favorevole, anche per l’impegno a riservarle un’ora la settimana. Dopo di che gli insegnanti, in attesa di maggiori dettagli, ci hanno potuto capire ben poco. I docenti di lettere della media si sono visti comparire, invece dell’ora in questione, un’inedita ora supplementare di “Approfondimento di Italiano”, la cui utilizzazione veniva naturalmente delegata alle singole scuole, con il relativo corteo di riunioni e discussioni. Dato che nel frattempo le ore di lettere per classe erano scese da 11 a 9, in molti casi si è deciso, prendendo sul serio gli annunci ministeriali, di impiegare questa decima ora appunto per “Cittadinanza e Costituzione”, in modo da non sottrarre tempo a storia o a italiano.
Una circolare del 27 ottobre scorso, però, precisa che questa materia si integrerà nell’area storico-geografica e non avrà una sua ora, né una valutazione autonoma, ma influirà su quella di storia e geografia e - non si capisce in che modo - “nella definizione del voto di comportamento” (forse chi sa a memoria la Costituzione potrà evitare il 5 in condotta...).
In sostanza si torna al punto di partenza, quando l’educazione civica era accorpata a storia. Ma con la diminuzione delle ore di lettere e di storia sarà quasi impossibile far quadrare i conti. Quanto poi al contemporaneo rilancio della dimensione “trasversale” di questa semi-disciplina (cioè il suo riguardare anche le altre materie) accanto a quella più specificamente affidata ai docenti di lettere, l’esperienza ha dimostrato ampiamente che si tratta di parole al vento, a meno che non ci si riferisca ai compiti educativi che ogni insegnante deve assolvere in quanto tale; ma allora è del tutto superfluo questo ulteriore inquadramento concettuale (Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem...).
In definitiva, su questa base non c’è molto da illudersi che “Cittadinanza e Costituzione” conduca un’esistenza meno stentata della vecchia “Educazione civica”. Di cambiato, sembra proprio che sia rimasto soltanto il nome. (GR)
L’articolo di “Repubblica”.
La circolare n. 86 del 27 ottobre 2010.
lunedì 25 ottobre 2010
LA FINE DEI MESTIERI NELL’ITALIA DEI “CALL CENTER”
Proprio coloro che si sono tanto appassionati alle “intelligenze multiple” si sono spesso accaniti nel volere a tutti i costi un sistema formativo sostanzialmente “licealizzato” (si veda l’ampio schieramento a favore del biennio unico alle superiori). Magari sono le stesse persone che pontificavano in convegni e corsi di aggiornamento su quanto fosse importante attuare un’istruzione quanto più possibilmente individualizzata e rispettosa dell’intelligenza e della personalità dell’individuo.
Così, oggi, gran parte di quelle ragazze e ragazzi sono fuori dal mercato del lavoro o passano, nel migliore dei casi, da un part-time all’altro, bramando qualche ora di lavoro nei call center o in una supplenza a chissà quanti chilometri da casa (quella dei loro genitori, ovviamente). Ai campioni della pedagogia e della politica scolastica “progressista” andrebbe ricordato che così non viene garantito il diritto ad essere almeno un po’ felici ed appagati dalla vita. Sfido chiunque ad esserlo se a trenta o quarant’anni si trova in tasca una laurea inutile e un certificato di disoccupazione.
Un’ultima riflessione. Ovviamente i figli dei benestanti, coloro che possono contare su genitori professionisti, manager, dirigenti, eccetera, continueranno ad essere i soliti pierini. Infatti in un sistema in cui il merito non conta quasi nulla, la mobilità sociale rimane rigidamente orizzontale, esattamente come vogliono i tanti interessati alla moltiplicazione delle sedi e facoltà universitarie e ostili, nello stesso tempo, alla formazione professionale. Meglio disoccupati e infelici a trent’anni e oltre, e destinati ad un lavoro di ripiego, ma “acculturati” e illusi da una formazione liceale e universitaria senza alcun sbocco occupazionale. Esattamente come accadeva nelle Filippine di Marcos negli anni settanta e nei primi anni ottanta. Auguriamo loro di non subire, alla fine, il destino di tanti giovani laureati che negli anni ottanta abbandonarono le Filippine per cercare lavoro in ogni parte del mondo. (Valerio Vagnoli)
Il Comunicato della Confartigianato
L’articolo di Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera
Il commento di Oscar Giannino sul Messaggero
giovedì 21 ottobre 2010
OCCUPAZIONI: AL "MICHELANGELO" DI FIRENZE UN PRESIDE FA IL SUO MESTIERE
"Si comunica che anche questa mattina l'ingresso a scuola del personale docente ed ATA e degli studenti è stato impedito in quanto la scuola era sbarrata dall'interno con mobili e catene. Comunque il sottoscritto ed il Collaboratore scolastico Francesco Amberti sono riusciti ugualmente ad entrare all'interno della scuola. Sono stati rimossi gli ostacoli alle porte di accesso consentendo l'ingresso di personale e studenti. Alcune porte chiuse con grosse catene hanno richiesto l’intervento di un fabbro.
Ovviamente sono state forzate le porte interne della scuola e messe a soqquadro aule ed uffici a partire dalla Presidenza. Tutte le luci della scuola sono state accese nella notte con evidente aggravio di spese. Il muro sotto la scala di sicurezza nel giardino di Repubblica , appena imbiancato dai docenti è stato imbrattato di scritte gravemente offensive nei confronti del sottoscritto e della Polizia. Ho fatto presente agli occupanti che avrei proceduto con le denuncie per interruzione di pubblico servizio, danneggiamenti e furto con scasso. Uno studente in modo arrogante mi ha chiesto il perché del furto con scasso:ho riferito del furto delle chiavi e dei soldi in Segreteria e lo studente si è permesso di dirmi testualmente che sono un buffone ed un bugiardo. Richiesto di identificarsi si è rifiutato di comunicarmi le generalità e la classe: è ovvio che l’identificazione è solo rimandata di qualche giorno.
E’ chiaro che quando la protesta sfocia in atti delinquenziali non è possibile trovare nessun tipo di giustificazione e le denunce sono la logica conseguenza dei comportamenti.
A questo proposito sono assolutamente meravigliato della quasi totale indifferenza delle famiglie degli occupanti che evidentemente concordano non solo con la prova di forza ma anche con le conseguenze che essa comporta. Vedremo se concordano anche sulle denunce che riceveranno i loro figli.
Il Dirigente scolastico
Massimo Primerano"
“La Nazione” ne riferisce in un articolo di Lisa Ciardi.
Oggi pomeriggio abbiamo inviato ai giornali il seguente comunicato stampa:
Il Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità esprime piena solidarietà al preside del liceo “Michelangelo” Massimo Primerano per aver deciso di difendere il principio di legalità che è alla base della convivenza civile. Lo ha fatto nella quasi completa latitanza degli adulti e delle istituzioni; e solo così facendo poteva mettersi dalla parte dell’interesse educativo degli allievi, la cui formazione civica dipende molto di più dall’esempio e dall’assunzione di responsabilità di chi li guida, che non da tante belle parole sull’educazione alla cittadinanza.
Per questo auspichiamo che gli giungano numerose le testimonianze di consenso e di apprezzamento.
venerdì 15 ottobre 2010
ZIBALDONE
UN’INSEGNANTE SI AUTODENUNCIA: “HO PROMOSSO DEI SOMARI”
È senz’altro vero che la serietà della scuola non si esaurisce nel bocciare chi non merita; ma ancor meno ha a che fare con la pratica del condono tramite falso in atto pubblico negli scrutini di fine anno. Leggi.
UN ESEMPIO DI CONDONO SCOLASTICO: IL COLLEGIO DELIBERA IL “6 ECONOMICO”
Non ci sono soldi per i corsi? Promuoviamo tutti. Leggi.
C’È SPERANZA SE QUESTO ACCADE AL “MACHIAVELLI”
Seicento studenti di un liceo fiorentino firmano per far cessare l’occupazione. La cosa è notevole, perché certo non è semplice per gli studenti opporsi a questa annuale "sacra rappresentazione" (come l'ha definita una preside) e rinunciare alle sue convenienze, non ultima il protagonismo mediatico che giornali e televisione assicurano, quasi sempre in modo acritico. Leggi.
UN ONESTO RIPENSAMENTO SULLE COMPETENZE
Dopo una presa di posizione molto critica sulle nuove indicazioni nazionali per i programmi liceali (vedi ilsussidiario.net del 7 aprile 2010), visti come antiquati nel loro accentuare l’importanza dei contenuti, Claudio Gentili, responsabile della Confindustria per l’ “Education” torna sulla diatriba “conoscenze versus competenze” in modo molto più problematico. Leggi.
GR
martedì 28 settembre 2010
APPRENDISTATO: UNA CARTA CONTRO L’ABBANDONO SCOLASTICO?
(GR)
[1] Sullo stesso giornale si può leggere anche l’approfondimento di Michele Tiraboschi, consigliere del ministro del Lavoro
[2] Per trovare i singoli interventi, bisogna scorrere l’elenco sulla destra.
domenica 26 settembre 2010
UN “PIANO MARSHALL” PER LA SCUOLA ITALIANA
Non si può non sottoscrivere le parole del Preside Salamone, nonostante la crisi economica, se è vero che proprio per uscirne – non solo dalla fase più acuta, ma anche dal cronico ritardo del nostro sviluppo rispetto a molti paesi europei – tutti gli economisti indicano come necessari massicci investimenti nell’istruzione e nella formazione. A chi domanda con quali risorse si può solo rispondere che occorre trovarle. Purché, ovviamente, non siano disperse in attività futili e dispendiose come troppo spesso è avvenuto in passato, ma siano utilizzate in modo intelligente e mirato alla soluzione dei grandi problemi della scuola italiana. Prima di tutto l’edilizia scolastica, i laboratori, le strumentazioni didattiche, un terreno dove il confronto con molti paesi europei risulta mortificante; un radicale ripensamento del sistema di istruzione e formazione professionale; un serio impegno per rivalutare la professione docente, anche con la creazione di nuovi ruoli, e un aggiornamento centrato sulla libertà metodologica e la valorizzazione delle esperienze sul campo. (A.R.)
lunedì 20 settembre 2010
LA SCUOLA ITALIANA E I BRUTTI ANATROCCOLI
giovedì 16 settembre 2010
CARO MINISTRO, A FIRENZE SI DICE: “QUANDO CI VA, CI VUOLE”...
Gentile Ministro Gelmini,
nella vicenda di Adro è in gioco il principio cardine della scuola pubblica, cioè la neutralità dello Stato e delle sue istituzioni rispetto a tutte le possibili opzioni politico-ideologiche. Il sindaco sostiene che il "sole delle Alpi" da secoli è un simbolo della zona. Sarà, ma non c’è dubbio che oggi identifica la Lega che l’ha scelto come emblema; ed è questo che conta. Lei, quindi, non dovrebbe a nostro avviso limitarsi a “prendere atto” della spiegazione, pur rimanendo “perplessa”. È necessario dire chiaro e tondo che quei simboli vanno rimossi. Come diciamo a Firenze, “Quando ci va, ci vuole”.
Che nelle scuole si siano visti altri simboli politici è senz’altro vero, anche se la marchiatura partitica dell'edificio rappresenta un unicum. Si ricorderà il fiorire, qualche anno fa, di bandiere della pace non solo nelle scuole, ma sulle facciate di amministrazioni comunali, provinciali e regionali; e anche lì, esattamente come per la scuola di Adro, si imbrogliavano le carte negando che rappresentassero uno schieramento politico, sia pur ampio e variegato, e sostenendo che si trattava, invece, del simbolo “di un’aspirazione universale” e cose del genere. Su questo blog, poi, abbiamo più volte criticato i colleghi che inscenano manifestazioni politiche davanti agli edifici scolastici o al loro interno, con striscioni e cartelli, coinvolgendo per di più anche gli allievi. Ma tutto questo non fa che rendere più evidente e più urgente la necessità di chiarire una volta per sempre che la scuola pubblica è di tutti e tutti ci si devono sentire come a casa propria, quali che siano le loro idee. Con quali argomenti, sennò, ci si potrà opporre in futuro ad altre iniziative dello stesso genere?
Cordialmente,
GdF
lunedì 6 settembre 2010
LA SCUOLA E I PRECARI: UN PROBLEMA INSOLUBILE?
È comprensibile che agli insegnanti in lotta per conquistare un posto stabile faccia gioco convincere l’opinione pubblica che i loro problemi sono tutt’uno con quelli della scuola e che la qualità dell’istruzione si ottiene essenzialmente con più ore di insegnamento, più materie, più cattedre, ma con tutta evidenza così non è. La drammatica condizione di migliaia di insegnanti si deve in larga misura a decenni di convergenze tra la logica corporativa dei sindacati e le politiche assistenzialiste e clientelari di quasi tutti i governi. Piuttosto che fare una seria programmazione del fabbisogno di insegnanti, prevedendo dei rigorosi percorsi di formazione e selezione, si sono periodicamente adottati provvedimenti di sanatoria, talvolta scandalosi, con la giustificazione dello stato di necessità. Ma è necessario riconoscere, scrive Belardelli, che si tratta di un enorme problema sociale che non può essere interamente accollato al sistema scolastico e dovrebbe invece essere affrontato soprattutto con gli strumenti di un moderno e più equo welfare state.
venerdì 3 settembre 2010
ABRAVANEL: “PRIMA DI TUTTO LA QUALITÀ DEI DOCENTI”. GIUSTO, MA...
“Quello che conta è la qualità degli insegnanti. Non la dimensione delle classi. Non le ore di insegnamento. Non quanto si spende nella scuola”. Così si esprime, in un articolo sul “Corriere della Sera”, Roger Abravanel, consulente del ministro Gelmini per la qualità e il merito, auspicando che, sulla base di una sistematica valutazione dei docenti, i genitori possano capire quale scuola dà migliori risultati. Espressa certo in forma un po’ provocatoria (più soldi servirebbero, eccome) , la centralità degli insegnanti è una verità nota da tempo alle persone di buon senso, che però ha trovato scarso riscontro nelle politiche degli scorsi decenni. Tuttavia sono necessarie un paio di osservazioni.
1. È tutt’altro che pacificamente acquisita la possibilità di misurare la bravura di un docente in base al rendimento degli allievi, dato che, per quanto si possano tarare i test, entrano in questione molte variabili (spesso extrascolastiche).
2. Ma anche ammettendo che sia così, lo stesso articolo segnala senza volerlo una difficoltà, quando a un certo punto il discorso slitta dalla qualità dei docenti a quella del singolo istituto, quasi si potessero identificare: “Un genitore potrebbe sapere molto di più sulla qualità della scuola se i risultati dei test aggregati venissero resi noti prima del momento dell’iscrizione. Solo così una mamma e un papà italiani potranno capire che forse la scuola media un po’ più lontana da casa è migliore perché i suoi studenti hanno ottimi risultati in italiano e matematica”. La realtà, però, non è così semplice. In quasi tutte le scuole la qualità dei docenti è molto varia. Ci sono spesso sezioni buone e altre sconsigliabili e anche consentendo di esprimere delle preferenze non si potrà mai accontentare tutti. Fino alle superiori, poi, la vicinanza delle scuola ha necessariamente un peso notevole nella scelta di molte famiglie. Non è molto probabile, quindi, che la valutazione dei risultati e la conseguente “concorrenza” tra scuole possa portare a rapidi miglioramenti qualitativi. Anche perché dobbiamo chiederci se è più urgente individuare i migliori fra i docenti o riuscire ad elevarne la qualità media, garantendo alle famiglie insegnanti che siano quanto meno “sufficientemente buoni”. E per far questo è necessario (ripetendo cose già dette più volte):
A. affrontare efficacemente il problema degli insegnanti chiaramente inadeguati sul piano didattico-relazionale o su quello della correttezza professionale, attualmente ipertutelati; e lo stesso Abravanel indica altrove, nell’impossibilità di “allontanare i disastri”, uno dei punti deboli del nostro sistema[1];
B. ripristinare un adeguato controllo sul funzionamento delle scuole (compreso l’andamento di scrutini ed esami), anche attraverso un numero sufficiente di ispettori dotati di poteri adeguati (in Italia ce ne sono 100, contro i 1500 del Regno Unito e i 3000 della Francia);
C. sostenere in modo costante gli insegnanti con tutte le necessarie consulenze (psicologi, logopedisti, assistenti sociali, esperti nell’orientamento, ecc.), invece di pretendere che facciano da soli in base a superficiali infarinature;
D. nell’aggiornamento, valorizzare la professionalità dei docenti. “Ciò significa”, come finalmente si sottolinea nella premessa alle indicazioni nazionali, “favorire la sperimentazione e lo scambio di esperienze metodologiche... e negare diritto di cittadinanza ... a qualunque tentativo di prescrittivismo”. Insomma, insegnanti protagonisti della loro crescita professionale, anziché oggetti passivi, come spesso in passato, di vere e proprie forme di indottrinamento. Naturalmente, nel medio periodo, sarà di fondamentale importanza la messa a regime dei nuovi percorsi di formazione universitaria dei futuri docenti. (GR)
[1] Vedi le diapositive usate nella presentazione del Piano Nazionale Qualità e Merito. Vi si ritrova anche la presunta contrapposizione tra "competenze di vita" e conoscenze: "Migliorare la nostra mente per partecipare con la nostra testa, non insegnarci a memoria i pensieri degli altri", suggerisce la citazione di "Uno sconosciuto formatore americano" .
giovedì 26 agosto 2010
DON MILANI: PER FORTUNA NON FU L'UNICO MAESTRO
di Valerio Vagnoli
Parlando di don Milani bisogna dare per scontato che egli, dal momento della conversione e dal successivo ingresso in seminario, si sentì esclusivamente un uomo di chiesa e che come tale intervenne sui temi che più ebbe a cuore: la scuola e la dignità dei poveri. Di una Chiesa, peraltro, a cui fu sempre obbediente, contrariamente a quanto si possa pensare, perché, come ebbe a dire, “Noi la chiesa non la lasceremo... non possiamo vivere senza i suoi Sacramenti e senza il suo Insegnamento. Accetteremo da lei ogni umiliazione...”.
Dal punto di vista dottrinale, Don Milani rimase ancorato piuttosto alla Chiesa post- tridentina che non a quella conciliare dei suoi ultimi anni di vita; e chi lo conobbe bene, anche nel privato, credo concordi con me nel ritenere che difficilmente, se non fosse morto prematuramente, avrebbe rinunciato alla tonaca per il più “borghese” clergyman. (Segue su GdF Documenti).
martedì 3 agosto 2010
CENTO E LODE, QUANDO È VERO MERITO?
Il dato su cui è più corretto ragionare è però quello delle percentuali di 100 e lode sul totale dei diplomati. In un grafico il Corriere riporta i dati regione per regione, evidenziando un quadro senza dubbio più articolato. Al Sud ci sono le due regioni più “munifiche”, la Calabria con 2,1%, seguita dalla Puglia con l’ 1,8%, ma anche una delle più virtuose ( intendendo le più sobrie nell’attribuzione delle lodi ) come la Basilicata, con lo 0,8%, seguita dalla Campania e la Sardegna, entrambe all’ 1%. Nelle regioni del Centro solo la Toscana è sotto il punto (0,9%), mentre Umbria e Marche si attestano su percentuali assai più elevate , rispettivamente 1,6% e 1,4%. Al Nord quasi tutte le regioni si mostrano rigorose, prima fra tutte la Lombardia, leader della classifica nazionale con appena lo 0,5%. Fa eccezione l’Emilia Romagna, con dato dell’ 1,4%, forse da attribuire al temperamento generoso degli emiliani.
Il Corriere non fornisce le percentuali medie relative alle regioni del Nord, del Centro e del Sud, ma è un calcolo che possiamo fare anche noi. Nelle otto regioni del Sud la percentuale media è di circa 1,23%; nella quattro regioni del Centro di circa 1,22%, dunque molto simile; nettamente inferiore invece la media nelle sette regioni del Nord (0,75%).
Il numero delle lodi è certo un dato interessante e l’idea che le percentuali siano inversamente proporzionali alla serietà e all’equilibrio delle valutazioni non è campata per aria, tuttavia da queste poche considerazioni risulta chiaro quanto sarebbe importante per la scuola italiana disporre di analisi molto approfondite e articolate. Il Sud, ad esempio, non è una realtà uniforme, anche stando solo a questi dati. A fronte della misura che dimostra la Basilicata, anche nella percentuale dei 100 (4,6 %, tra le più basse in assoluto in Italia), la Calabria mostra una “generosità” che rimanda alle questioni dell’etica professionale, del merito, della “bontà” e magari degli “aiutini", che umiliano la giustizia. Si pensi solo a un dato riportato dal Corriere, assolutamente impressionante: nei primi 10 istituti italiani per numero di lodi, 7 sono calabresi. Roger Abravanel, in un’intervista nelle stesse pagine del Corriere, nel riproporre la necessità di inserire nell’esame un test nazionale, dice fra le altre cose : «… se non si sa chi siano davvero gli studenti migliori, non si potrà sapere a chi dovrebbero andare le borse di studio. E quindi va a finire che magari un giovane bravo, che ha fatto un liceo serio e ha ricevuto un voto giusto, rimane tagliato fuori.»
lunedì 2 agosto 2010
FORMAZIONE PROFESSIONALE E ARTICOLO 3 DELLA COSTITUZIONE
Confesso che l’affermazione sarebbe da brividi, se non conoscessi personalmente la buona fede e la vera passione educativa di alcuni di coloro che la fanno propria. Il mio disappunto nasce non solo dalla constatazione diretta dei danni che una scelta del genere provoca negli studenti (bocciature, abbandoni, frustrazioni, disagi di ogni tipo), ma anche dal ritenere la formazione professionale, contrariamente agli assertori di tali certezze, un percorso di pari dignità e di pari valore formativo ed educativo rispetto a quello dell’istruzione, se non addirittura superiore, se è vero che spesso è in grado di recuperare ragazzi demotivati, perché costretti a percorrere il canale dell’istruzione, mentre avrebbero voluto impegnarsi in una scuola incentrata sul “fare” e veramente rispondente ai loro interessi.
Una conferma a queste mie convinzioni mi sembra provenga dalla stessa Costituzione italiana, che all’art. 3 sancisce il diritto di ciascun cittadino a vedere rimossi tutti gli ostacoli che di fatto “... impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Ciò significa che ciascuno ha il sacrosanto diritto di veder riconosciute e valorizzate le proprie personali predisposizioni, che derivano da un’infinità di fattori, a partire dal proprio passato, dalle tradizioni familiari, dalla condivisione affettiva della prima visione del mondo con i propri coetanei e ovviamente dalla stessa esperienza scolastica.
Il volere a tutti i costi imprigionare un ragazzo per due anni in una struttura che egli disprezza o subisce passivamente, in una età in cui avrebbe invece bisogno di incoraggiamento e di autostima, mi sembra derivare da una sorta di compiaciuta personale convinzione che il futuro è migliore se sarà come lo vogliamo noi, senza curarci affatto del rispetto dovuto ad un ragazzo che vorrebbe finalmente iniziare a determinarlo, questo suo futuro, anche in virtù delle proprie scelte ed attitudini. Una convinzione che non sembra avere neanche molto rispetto per la stessa Costituzione, che sempre all’articolo 3, afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale”, indipendentemente dal lavoro che svolgiamo e dalla diversa cultura che caratterizza ciascuno di noi. Forse, a questo proposito vale la pena di ricordare che la cultura considerata alta non contribuì più di tanto a far prender “coscienza” politica agli intellettuali italiani durante il fascismo, se solo 12 fra questi si rifiutarono di giurare fedeltà al regime scegliendo l’esilio insieme a migliaia di operai, contadini e artigiani.
Ma torniamo alla domanda di fondo: a quattordici anni è presto per far fare ad un ragazzo una scelta che già prefiguri la costruzione di una parte del proprio domani? Se così fosse dovremmo allora anche impedirgli di scegliersi un indirizzo liceale (che peraltro è spesso definitivo) o un indirizzo tecnico, di guidare un motorino o una mini-car e tutte le altre cose che diamo per scontate ai nostri ragazzi e che pur sono così tanto significative per la loro formazione! A 14-15 anni siedono sui banchi del Consiglio d’Istituto, delle Consulte provinciali e regionali e molti educatori e politici vorrebbero, per responsabilizzarli, anticipare il diritto di voto ai sedici anni. Ai ragazzi si consente quasi tutto: si permette lo spinello, la birra anche in grandi quantità, la discoteca per notti intere, i pomeriggi a zonzo, il far parte di bande di impuniti o di associazioni di ultras violente, la visione di programmi televisivi di inaudita stupidità e volgarità, il viaggiare liberamente su siti pieni di ogni nefandezza o di rischi di ogni genere. L’unica scelta che gli viene impedita è il percorso di formazione professionale. Eppure è solo entrando in comunicazione con quello che siamo chiamati a fare che si comincia ad apprendere, ed è pertanto assurdo che si obblighino dei ragazzi a rimanere irretiti per uno-due anni in attività che non amano (per usare un eufemismo), negandogli di imboccare la strada che è loro più consona.
Insomma, in barba alla Costituzione, le istituzioni - in questo caso la Regione Toscana, ma non è la sola fra le regioni italiane - anziché rimuovere gli ostacoli che impediscono ai giovani di costruirsi la propria personalità, contribuiscono ad imprigionarla e a tarparla, proprio nell’età che rivendica una maggiore autonomia e magari anche il diritto di sbagliare. Diritto che, come Propp ci insegna, rappresenta la più antica strada che ogni ragazzo dovrà pur prendere per crescere e magari per ricominciare daccapo il proprio cammino. Tanto meglio se sarà quello scolastico insieme all’amore per la cultura, che potrà ritornare se siamo riusciti a non fargliela disprezzare per sempre, perché è innegabile come una buona cultura serva, se non altro, a migliorare la qualità della vita, purché, ripeto, sia buona cultura, intendendo per buona quella che non viene utilizzata dagli uomini per renderli presuntuosi come invece spesso avviene, soprattutto se a scuola hanno masticato una percentuale maggiore di cultura umanistica rispetto a quella scientifica e tecnico-pratica.
Se un ragazzo desidera confrontarsi piuttosto con attività pratiche che non con percorsi riconducibili esclusivamente all’istruzione, seppur corroborata da elementi di laboratorialità, dovrebbe essere incoraggiato e aiutato a trovare anche in quella dimensione le ragioni della propria esistenza e del proprio futuro. Invece, anche quando questo desiderio è forte e può contare sul pieno e convinto sostegno delle famiglie, la legge non lascia scampo nella sua rigidità da grida seicentesca, se non quello, appunto, di trasgredirla al pari di quanto avveniva nel contesto storico-sociale che fa da sfondo, a proposito di gride, al romanzo del Manzoni. Potrei raccontare scene grottesche sulla reazione di alcuni genitori increduli rispetto all’impossibilità di ritirare i loro figli da scuola per avviarli al lavoro presso amici artigiani disponibili ad insegnargli un mestiere; molti di loro alla fine lasciano intendere che autorizzeranno i figli ad una frequenza episodica, abbandonando definitivamente qualsiasi ulteriore sforzo per convincerli a frequentare la scuola.
Il successo formativo, se non vogliamo accontentarci di percentuali altissime di evasione scolastica, con conseguenti fallimenti di ogni tipo, come abbiamo già visto, è assolutamente da perseguire anche al di fuori del percorso scolastico. Quest’ultimo potrà assicurare una buona cultura astratta, ma l’altro assicura a chi lo sceglie, innanzitutto dignità, e gli impedisce di diventare una pessima persona scontenta, probabilmente per tutta la vita, di sé e degli altri. È davvero singolare che si auspichi, da parte di chi ha a cuore il destino dei giovani, il loro successo formativo, senza neanche pensare che nessun essere umano potrà mai vivere con successo il raggiungimento di un obiettivo che non gli appartiene!
L’articolo 3 della Costituzione viene pertanto disatteso da coloro che, in nome del bene del prossimo, ne finiscono invece per limitare le libertà di scelta relative al proprio futuro e alla propria formazione di cittadino e di individuo. Così, impedendo ai ragazzi di “scappare” dai primi due anni di scuola delle superiori s’impedisce, di fatto, il pieno e autonomo sviluppo della loro personalità, dimostrando in definitiva una visione dello Stato come una sorta di tutore dei cittadini, invece che come garante delle loro libertà! Di cittadini, per di più, particolari come lo sono i ragazzi a quattordici anni, quando, nella nostra prima età, come ci ricorda Leopardi, l’attrazione irresistibile per ciò che vorremmo essere e il rifiuto netto per quello che vorrebbero gli altri si fosse, diventa il primo vero conflitto esistenziale importante nella nostra vita.
Valerio Vagnoli
E INTANTO LE AZIENDE DANNO LA CACCIA (SPESSO INVANO) A 34 FIGURE PROFESSIONALI
Un articolo che conferma in pieno dal punto di vista del mercato del lavoro quanto noi sosteniamo guardando prevalentemente all'insuccesso scolastico di troppi ragazzi e alle crescenti difficoltà degli insegnanti nel fare scuola, soprattutto all'interno degli istituti professionali. Leggi