giovedì 11 ottobre 2018

IMPUNITÀ QUOTIDIANA (E L’EDUCAZIONE DA SOLA NON BASTA)

In un’intervista all’Avvenire sulla sua proposta di ritorno dell’educazione civica nei programmi scolastici, il sindaco Nardella ha affermato: “Le assicuro che le sanzioni non servono a convincere i cittadini che le carte non si buttano per terra, che i monumenti non si imbrattano, che è giusto parcheggiare dentro gli spazi e gettare i rifiuti nei cestini”. Solo ripartendo dalla scuola, ha aggiunto, “si migliora in modo profondo e strutturale la nostra società”. 
L’idea che tutto si può ottenere informando, sensibilizzando e dialogando senza punire è tanto diffusa – anche nella scuola – quanto infondata. Le sanzioni non sono contrarie all’educazione. Sono invece lo strumento educativo che rimane nei casi in cui la conoscenza delle regole e la ripetuta esortazione a rispettarle non abbia avuto successo. È stato certo un bene aver superato metodi fortemente punitivi nella formazione delle nuove generazioni e nella gestione della società; la quale però non può rinunciare a far valere il limite alla libertà di ciascuno nel momento in cui danneggia gli altri. Del resto un’affermazione come quella di Nardella si espone inevitabilmente a una serie di contraddizioni. La prima è contenuta nel suo elenco di comportamenti scorretti: non risulta infatti che sia contrario a multare chi non parcheggia “dentro gli spazi”. E proprio l’altro ieri ha lanciato una petizione per rafforzare la sicurezza dei cittadini in cui tra l’altro si chiede certezza dell’esecuzione della pena, perché “per le comunità è intollerabile il senso di impunità che a volte pare trasparire dal vedere in strada soggetti solitamente dediti a malefatte”. Certo, si tratta di reati; ma anche l’impunità di cui godono comportamenti scorretti come sporcare le strade, imbrattare i muri, andare pericolosamente in bici sui marciapiedi e contromano, impedire il riposo con la musica a tutto volume, non pagare il biglietto sull’autobus o sui treni regionali crea nei cittadini corretti irritazione e sfiducia nelle istituzioni e anche, nei meno determinati, adeguamento all’andazzo prevalente. Non a caso si cita spesso la famosa “finestra rotta”, che, se non riparata a tempo, induce a romperne altre. Aggiungiamo che gli studiosi hanno dimostrato che il senso civico, la consapevolezza di avere doveri oltre che diritti, la disponibilità a cooperare costituiscono un capitale sociale di fondamentale importanza per lo sviluppo economico. Anche in questa luce, la tolleranza zero sarebbe un investimento democratico insostituibile e non può riguardare solo la sicurezza sul lavoro, lo sfruttamento e l’evasione fiscale (su questo è d’accordo anche chi vuole il dialogo educativo a tutti i costi), ma anche i tanti aspetti della convivenza quotidiana.
Infine, un sindaco che sottolinea così tanto – e giustamente – l’importanza dell’educazione, dovrebbe coerentemente utilizzare le potenzialità educative che il suo ruolo comporta, rivolgendosi frequentemente ai concittadini per richiamarli alle loro responsabilità, per fare il punto sui progressi riscontrati nel decoro della città e proporre iniziative per migliorare ancora; ricordando, infine, che esistono delle sanzioni per chi ignora le regole. E se ne dovrebbero ricordare anche alcuni vigili che fanno volentieri finta di nulla, per esempio quando gli sfreccia accanto un ciclista in piazza del Duomo, mettendo a rischio l’incolumità delle persone. Interrogati in proposito, una volta mi risposero: “Ci vuole l’educazione”.
Giorgio Ragazzini
“Corriere Fiorentino”, 11 ottobre 2018

9 commenti:

paniscus ha detto...

...e comunque, se anche il presupposto fosse vero (cosa che, come è stato detto, non è), continua a sfuggirmi la ragione per cui, di questa presunta educazione che risolverebbe tutto, ci si aspetta che si prenda carico soprattutto la scuola.

Ma una o due generazioni fa, quelle regole di buona educazione espresse sopra (non si butta l'immondizia per terra, non si viaggia senza biglietto, non si imbrattano i muri, non si danneggiano oggetti pubblici di bene comune, eccetera) le si imparava A SCUOLA? Non si imparavano dalla famiglia, o almeno si presupponeva che spettasse alla famiglia pensarci, anche prima che il bambino andasse a scuola?

E' questa accettazione indiscussa del "diritto alla deresponsabilizzazione" assoluta dei singoli e dei privati (non solo bambini e giovani, ma anche cittadini adulti di tutte le età), che sconcerta, al di là dell'argomento singolo di discussione. L'idea che da dei cittadini, ragazzi, genitori e famiglie "non si possa pretendere" un comportamento corretto e responsabile, perché è fatalmente al di fuori della loro portata, e che quindi debbano pensarci le istituzioni al posto loro.

E non solo è tollerata con accettazione, ma in qualche caso sembra anche sbandierata vezzosamente come un valore positivo ("si sa, le famiglie di oggi non sono più come quelle del passato, siamo tutti più fragili, più smarriti, più insicuri, più deboli, più incapaci, siamo tutti vittime, siamo tutti a disagio, abbiamo tutti bisogno di tanto aiuto e di tanta empatia e di tanta inclusione...", cioè di qualcuno che si accolli le difficoltà al posto nostro, o che ci giustifichi sempre). Come se nell'arco di una sola generazione ci fosse stato un cambiamento genetico di massa, il che è ridicolo. Diciamo la verità, la gente si deresponsabilizza perchè vive in un contesto in cui se lo può permettere, e in cui tale atteggiamento è comodo e conviene. Se non convenisse, non sarebbe così diffuso...

GR ha detto...

L'appello all'educazione, per di più delegata, come giustamente sottolinea Paniscus, alla sola azione della scuola, è quasi sempre un'alibi che nasconde la mancanza di fermezza,che a sua volta è provocata da ogni specie di timori - nei politici quello di perdere voti, magari perché bollati come "sceriffi" - e da un evidente disorientamento etico. Non si vede più fino in fondo nei comportamenti incivili il danno alla collettività o, se ancora lo si intravede, ci si vergogna di trarne le conseguenze in termini di sanzioni. In fondo nulla è poi così grave, chi di noi può scagliare la prima pietra?

Unknown ha detto...

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Io Non Sto con Oriana ha detto...

Ricordo benissimo la Firenze degli anni Settanta e Ottanta, di rifiuti (e di eroina) stracolma, e ricordo -tanto per fare un esempio- i depositi di rottami e gli autodemolitori lungo la A11 fra Prato e Pistoia.
Tutto sparito.
Capisco che la campagna elettorale si avvicina, e che come sempre succede a Firenze ogni cartaccia e ogni meno abbiente che si lava a una fontana siano ottimi motivi per invocare il cambiamento, incolpare il borgomastro e dirigere voti sul partito di un sovrappeso divorziato incapace di laurearsi persino in sedici anni, pregiudicato e pluriinquisito che spadroneggia in maniche di camicia sulle vostre televisioncine, ma un conto è il mondo di voi talijani, un altro conto è il mondo delle persone serie.

Le persone serie riscontrano un miglioramento consistente nell'educazione civica in genere e una buona propensione al rispetto per l'ambiente. Nei contesti fiorentini, nei gruppi di pari, liberarsi malamente dei rifiuti non è attività né diffusa né tollerata. Si tratta di processi che hanno richiesto molti anni e che sono arrivati a una piena condivisione; non si imparano certo a scuola ma nei gruppi informali.
L'idea che nel vostro "paese" regni un'impunità diffusa è talmente ridicola da non meritare nemmeno di essere smentita. La realtà -fuori dalle vostre ridicole e sporche gazzette, ovviamente- è fatta di ambienti impestati di telecamere, di sanzioni per ogni inezia, di cinque o sei corpi armati che ti fermano dopo due chilometri se sei uscito di casa senza patente.
Sono almeno venticinque anni che la "tolleranzazzèro" è parola d'ordine, pratica comune, slogan, concretezza quotidiana.
Avete vietato tutto.
I risultati non sono quelli sperati?
E chi se ne frega.
Affari vostri.
Ben vi sta, proprio.
La cosa divertente è che la smentita arriva proprio dal putrefatto "Corriere Fiorentino" del 14 ottobre: una certa Antonella Landi si è trovata a contatto di gomito con la massa polverizzata e anomica che qualsiasi sistema educativo (mai abbastanza draconiano, secondo Ragazzini) dovrebbe governare senza alcuna difficoltà, e che invece si esibisce in manifestazioni di odio e di disprezzo concrete, sentite e continue, infarcite di oscenità e blasfemìe accanite, ringhiose e con pochi paragoni.
Tutto diretto contro gli stimati vappvesentanti del covpo docente.
Che non è, forse, un male; visto l'avvenire da servi della gleba che il capitalismo ha preparato (senza farne alcun mistero) alle nuove generazioni, c'è da sperare che la cosa si limiti a tanto. Anche perché simili disposizioni individuali sono facili da ridirigere contro bersagli convenienti, di solito scelti oculatamente fra chi vive al di sotto delle leggi e che è quindi del tutto indifferente a multe che non paga e a pignoramenti che lo vedono non solvibile.

MASSIMO ROSSI ha detto...

Ma questo che si firma "Io non sto con Oriana" se n'è accorto che il '68 è ormai lontano e che il muro di Berlino è caduto? Combatte ancora contro i mulini a vento come i suoi kompagni patetici con falce e martello, ormai caduti da tempo nel bidone dei rifiuti della storia?
Purtroppo i residui bacati del '68 esistono ancora, come l'idea assurda che tutto si possa ottenere con l'informazione e l'educazione. Purtroppo non è così, i delinquenti e i maleducati non si cambiano con nulla se non con pene esemplari che tolgano agli altri la voglia di imitarli. Ricordiamoci che nell'Antichità nemmeno grandi pensatori come Platone e Aristotele hanno mai messo in discussione la liceità della pena di morte. Un motivo ci sarà.

Io Non Sto con Oriana ha detto...

No, Massimo, non me ne sono accorto.
Noi persone serie tendiamo a cambiare idea solo se ce n'è motivo; la cosa è assodata almeno quanto la propensione di voi talijani per il pallone e i maccheroni.

Ora, io scrivevo sui newsgroup venti anni fa, sai quanti mangiaspaghetti buoni a nulla ho trovato che mi hanno dato del sessantottino rifiuto della storia?
Potreste almeno cambiare vocabolario, minghiaweisch; rischiate davvero di stancare come ci si stanca di un disco rotto!
Comune allo gnégno ventennale di voi pizzaspaghetti, il nullo entare nel merito della questione.

Comunque facciamo conto di avere a che fare con un uomo invece che con un rital, e citiamo un aneddoto conosciuto.
Alla fine degli anni Settanta la reintroduzione della pena di morte nel vostro "paese" era una proposta ricorrente nell'estrema destra.
Vi si oppose Pino Rauti. Non per spirito umanitario ("chi ha fatto la guerra non soffre certe remore," diceva lui) ma perché occorre un minimo di integrità morale per poter dire "io ti ammazzo."
Se la proposta di legge in materia fosse stata approvata le firme sui decreti sarebbero stati della stessa classe politica che di lì a poco sarebbe finita come sappiamo, e non certo per aver tentato di fare la rivoluzione.
Inoltre, siccome non esistevano solo le Brigate Rosse -per quanto nel vostro "paese" si attribuiscano correntemente ad esse anche stragi efferate come quella del 1980 alla stazione di Bologna- i sostenitori della pena di morte si sarebbero trovati nell'imbarazzo di dover spedire al muro qualche NAR, e doverlo anche spiegare alla propria base giovanile, con cui i rapporti non erano già un gran che.

Unknown ha detto...




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