giovedì 21 febbraio 2019

SCUOLE DIVERSE, UNITÀ A RISCHIO


Non è ancora del tutto chiaro quali cambiamenti comporterà l’attuazione dell’autonomia «differenziata» chiesta da Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Ma non mancano i timori, avanzati da più parti, di disparità radicali tra le regioni, a cominciare dalle risorse disponibili. Per quello che riguarda la scuola, in attesa di sapere che esito avrà il complesso iter della riforma, è senz’altro possibile fin da ora sottolineare che deve essere in primo luogo salvaguardata, attraverso i programmi scolastici, la già indebolita identità nazionale, evitando che venga meno la condivisione di troppa parte del patrimonio culturale che ne è la base. A partire dalla stessa lingua che, specie in certe regioni, potrebbe venire emarginata a vantaggio dei dialetti. Quanto alla formazione professionale, fin dal testo originale della Costituzione si tratta di materia regionale. Il sistema trentino da anni in questo offre risultati eccellenti e certamente sia il Veneto che la Lombardia lo hanno ben studiato e giustamente cercano di applicarlo almeno in parte. È possibile che la nuova situazione consenta loro di spingersi oltre, per esempio verso la creazione di un unico contenitore in cui confluiscano una parte degli istituti professionali e la formazione, come appunto ha fatto negli anni scorsi la provincia autonoma di Trento. Non gioverebbe, come molti rivendicano, accentuare l’autonomia delle scuole, perché quello che non le fa funzionare non sono tanto le norme, quanto la mancanza di un «governo» basato su dirigenti liberati dalle troppe incombenze burocratiche e amministrative e affiancati da docenti — almeno in parte liberati dall’insegnamento — che abbiano forti competenze progettuali e organizzative. Sia chiaro, nessuno vuol santificare l’attuale sistema scolastico nazionale, per molti aspetti inadeguato e gestito per decenni sostanzialmente come ammortizzatore sociale, trascurando il rigore della selezione dei docenti. Per tanti politici l’operazione di demandare tutto alle scuole è stato un capolavoro di furbizia, uno scaricabarile di compiti prima affidati agli uffici periferici, che ha oltre tutto evitato la necessità di creare altri spazi e altre attività educative per i ragazzi e i giovani al di fuori del contesto scolastico. E i ministri, anziché occuparsi di cambiare solo le formule dell’esame di maturità, avrebbero dovuto assumere e formare ispettori che abbiano la possibilità di cacciare dirigenti e docenti incapaci e disonesti.
E ancora, come amministrare le scuole autonome se la stragrande maggioranza dei direttori amministrativi ricopre l’incarico senza averne titolo e molte volte le capacità? Infine, i poteri locali, che pur ne hanno piena responsabilità, si sono forse interessati in questi decenni di costruire scuole che si diversificassero dai principi architettonici con cui si sono costruiti i «nuovi» penitenziari? Senza responsabilità (e dunque senza controlli e valutazioni) non può esistere autonomia utile e produttiva: e basti pensare, tra i tanti fenomeni che lo dimostrano, al prosperare dei cento e lode in zone in cui i risultati delle indagini nazionali e internazionali certificano rendimenti scolastici che in negativo non hanno eguali tra i paesi Ocse. Ma da qui ad appropriarsi della gestione da parte delle regioni dell’intero sistema scuola ce ne corre, perché una scuola della nazione è indispensabile. Per molti versi c’è ancora da «fare l’Italia» e da costruire la sua scuola: di massa s’intende, che se non è di qualità serve a poco. Neanche ad aiutarci a costruire una solida unità nazionale, irraggiungibile attraverso un sistema scolastico diverso, appunto, da regione a regione.
Valerio Vagnoli
Editoriale del “Corriere Fiorentino”, 16 febbraio 2019

6 commenti:

Busiride ha detto...

Il danno è stato fatto vent'anni fa con l'introduzione dell'autonomia. Eventuali passi in più nella stessa direzione non causeranno grandi peggioramenti. Bisognerebbe avere il coraggio di tornare indietro. Ma si sa che una delle caratteristiche della modernità è l'incapacità di riconoscere i propri errori, che vengono anzi difesi a oltranza pur nella consapevolezza interiore che di errori si tratta.

Bruno Telleschi ha detto...

Se lo scopo delle regioni fosse il controllo della formazione professionale sarebbe la scoperta dell'acqua calda. Le regioni vogliono fare adesso quello che potevano fare e non hanno mai fatto. Infatti non c'è mai stata una scuola regionale come esiste una scuola statale. La formazione regionale era già competenza delle regioni nella costituzione del 1948: tanto rumore per nulla!

walter craig ha detto...

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