mercoledì 10 giugno 2020

L’ESEMPIO CHE MANCA


Neanche i disastri spesso servono a cambiare la natura dell’uomo: tutt’al più ci permettono di identificarla, nel bene e nel male, con maggiore evidenza di sempre. Ciascuno di noi è tale anche per come hanno contribuito a determinarci le storie familiari, le compagnie o i maestri incontrati durante il percorso di formazione: siano quelli scolastici o del mondo del lavoro. Lo sanno bene gli adulti che da bambini, da ragazzi o da giovani hanno avuto la fortuna d’incontrarli e di rendersi conto di quanta passione, preparazione e disponibilità a trasmetterle ai propri allievi fosse stato animato il loro compito. E i veri maestri sono tali anche perché consapevoli che la prima forma di trasmissione del sapere è il buon esempio. Ed è attraverso questo che si può contribuire, prima di qualunque altra attività, ad una buona formazione civile e civica dei propri allievi insegnando loro che oltre ai diritti competono anche i doveri.
A tutto ciò si è «naturalmente» ispirata Francesca, la maestra di Prato, che non appena è stato possibile ha deciso di incontrare i suoi piccolissimi allievi in un parco pubblico pur di non rinunciare alla loro educazione. Ed a questo si sono ispirati tutti quei docenti e dirigenti che, come Francesca, a dispetto di alcuni sindacati evidentemente refrattari a qualsiasi apprezzamento della buona volontà, si sono immediatamente adoperati, grazie alla passione per il proprio lavoro, affinché non si interrompesse fin dal primo giorno dell’isolamento di massa, il rapporto educativo con i propri allievi.
I disastri non servono a cambiare la natura dell’uomo: tutt’al più servono a stimolare la classe dirigente, se degna ovviamente di questa funzione, a trovare una risposta che possa permettere di porre riparo, almeno per l’immediato futuro, ai danni subiti. Per la scuola non è accaduto ad oggi niente di tutto ciò e ancora non sappiamo cosa accadrà a settembre: nessuna ipotesi su come potrebbe essere organizzata a seconda di quello che sarà fra tre mesi l’andamento del coronavirus. I sindacati del personale scolastico, un numero quest’ultimo degno di un esercito napoleonico, reclamano una impressionante quantità di nuove assunzioni. Naturalmente ope legis, perché qualsiasi forma di verifica in merito alla reale preparazione e attitudine al compito che attende i nuovi assunti è, per consolidata tradizione, quasi da escludere.
Inoltre a pochi sembra interessare, tantomeno al Ministero, ricordare che tutte le scuole godono di margini di autonomia didattica e organizzativa non indifferenti, che permetterebbero almeno di gestire una buona parte dell’orario scolastico autonomamente. Si potrebbero per esempio, privilegiare alcune materie, quelle di base e d’indirizzo, rispetto ad altre e facilitare la divisione delle classi, anche alle elementari, per l’organizzazione di orari più gestibili e fluidi onde evitare che possa ripetersi la totale esclusione dei ragazzi dalla vera vita scolastica. Infine, proprio perché si insegna innanzitutto attraverso l’esempio, sarebbe stata una bellissima occasione per dimostrare tutto il sostegno possibile ai nostri studenti che gli insegnanti, in massa, si fossero candidati come presidenti di commissione. Invece, ad oggi, oltre mille commissioni ne sono prive. E nemmeno c’è stata purtroppo una battaglia per chiedere che anche gli esami di terza media avvenissero, come per le superiori, in presenza. Onestamente, i ragazzi avrebbero avuto diritto ad una maggiore considerazione.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 10 giugno 2020)


1 commento:

Gabbrielli ha detto...

Tutta la vicenda covid ha dimostrato una assoluta diserzione dalla responsabilità, che si vorrebbe continuare anche a settembre, con l'ipocrisia della DaD che assolutamente non ha coinvolto in egual modo tutti i docenti. Mentre il paese si sforza di riprendere, cosa aspetta no gli insegnanti a tornare in cattedra senza sollevare obiezioni insormontabili? Cosa sarebbe successo se gli operatori della sanità e della grande distribuzione avessero assunto un atteggiamento analogo? Con che faccia ci presentiamo ai genitori che sono dovuti tornare a lavorare affidando i figli a nonni a rischio? Ma è così difficile concepire un minimo di reciprocità e condivisione?