L’Alto Adige il 5 settembre, la Puglia
il 20: in questo arco di tempo tutti i ragazzi italiani faranno ritorno a
scuola. Per qualcuno sarà una routine, per altri un obbligo faticoso, per altri
ancora l’eccitante inizio (o il piacevole proseguimento) di un percorso
destinato ad avere un ruolo cruciale nella loro esistenza. È proprio questa una
delle più importanti funzioni dell’istruzione: quella di contribuire a
costruire nei ragazzi il loro domani; anche se, come ci dicono tutte le
statistiche, il prestigio della scuola continua a calare e cala altresì la sua
capacità di incidere sul futuro dei giovani. Tutto ciò, sia chiaro, non accade
per sua esclusiva responsabilità. Chi insegna alle elementari sa benissimo che
il destino di molti bambini è già al loro arrivo compromesso e che poco a volte
si può fare a quel punto per cambiare la loro sorte. Spesso sono figli di
genitori troppo impegnati ad affrontare le difficoltà della vita o incapaci di
trasmettere ai figli altri valori se non i più deleteri della nostra società. E
tra questi, contrariamente a quanto accadeva in passato pur nelle famiglie più
povere anche sul piano culturale, non vi è spesso quello legato all’importanza
dell’istruzione. D’altra parte è da anni che la «cultura» scolastica dominante
è riuscita a togliere quasi del tutto alla scuola la funzione di permettere ai
capaci e meritevoli quella ascesa sociale che è ormai affidata quasi
esclusivamente a qualche scheda del Superenalotto o alle coraggiose fughe
all’estero di molti giovani talentuosi. Da altrettanto tempo la scuola non è
più il luogo in cui si impara a rispettare le regole, cioè a sapersi muovere
nel mondo e a distinguersi positivamente rispetto alla società «incivile». Chi
lo ha preteso è stato immediatamente criminalizzato (stalinismo «soft» dei
tempi moderni) ed è diventato, per certi populisti ante litteram, uno
«sceriffo». Anche per questo è progressivamente scomparso il senso di
appartenenza a un solido consorzio civile. Qualche piccola ma significativa
conferma: è ormai del tutto normale che i ciclisti, tra cui molti anziani,
sfreccino sui marciapiedi stretti delle nostre città perfino davanti a vigili
generosamente consenzienti. Così come è normale vedere i giardini, le strade,
le chiese, i mezzi pubblici devastati da persone che neanche si pongono il
problema di dover rendere conto a qualcuno delle loro «trasgressioni», anche
perché spesso neanche i responsabili dell’ordine e del decoro pubblico si
preoccupano d’intervenire.
domenica 9 settembre 2018
martedì 7 agosto 2018
L’ARTE SÌ, MA CON REGOLE. Firenze, gli studenti, i turisti
Se è forse impossibile cambiare la modalità «mordi e
fuggi» con cui ogni anno milioni di turisti da ogni parte del mondo vengono a
visitare Firenze e i suoi musei, qualcosa almeno si può fare, in primo luogo
per i nostri studenti, i turisti del domani. A volte li vediamo, in particolare i più grandicelli,
trascinare svogliatamente le gambe, a testa bassa o intenti a scherzare tra di
loro per rendere meno noioso il vagabondare del gruppo. E quando gli studenti,
siano essi bambini delle primarie o giovani delle superiori, girano spersi, a
frotte, per musei e monumenti cittadini, non possiamo non cogliere quanto sia
intenso il senso di avvilimento che essi ci trasmettono. In molti casi gli
insegnanti si rivolgono a pochi ragazzi che stanno loro intorno, quelli che
salvano, per così dire, il valore culturale della gita e del lavoro dei
docenti. Certo non è sempre così. Rispetto al passato, a Firenze e nelle altre
città d’arte, sembra di notare una maggiore partecipazione e consapevolezza da
parte dei visitatori, che siano turisti oppure scolaresche, e anche una maggior
capacità didattica da parte delle guide, ma nell’insieme il «quadro» non è
proprio edificante.
Tuttavia il compito di cambiare le cose più in profondità spetta innanzitutto alle scuole, a partire da quelle per l’infanzia, che dovrebbero ovunque investire in maniera convinta e culturalmente efficace anche sull’educazione all’arte. Non è utile che si portino gli studenti a incontrare capolavori della pittura e della scultura senza un’adeguata preparazione. Per fortuna nessun luogo del nostro Paese è privo di chiese, palazzi, centri storici, tabernacoli e musei che quasi sempre restano sconosciuti anche a chi ogni giorno ci passa davanti e che, oltre a meritare una maggiore attenzione in sé, possono funzionare come «laboratori didattici» da utilizzare per familiarizzarsi con le opere d’arte e anche per valorizzare finalmente i cosiddetti musei minori. In questo modo i grandi capolavori del passato saranno poi alla portata dei ragazzi, specialmente se si riesce a evitare che nella loro testa il bello della «gita» non consista in nottate caotiche, magari correndo gravi rischi. E lasciamo a certi «pedagogisti» l’idea che tutto è utile per accrescere l’esperienza, certificando così come la mancanza di ricondurre i saperi ai loro specifici ambiti di appartenenza ci faccia sempre più scivolare nella putrefazione della mediocrità.
Anche per questo è necessario far visitare ai ragazzi una città e ancor più un museo mettendoli davanti a poche opere, perché niente è più inefficace dell’affastellamento delle conoscenze. Sarebbe perciò importante pensare a biglietti speciali per le scolaresche, limitati a due o tre sale e con tempi misurati. E sarebbe altrettanto importante intervenire per governare i flussi anche degli altri visitatori, per esempio attraverso l’obbligo delle prenotazioni, aperture programmate dei musei a più alta affluenza alternando studenti, residenti e turisti. E ai residenti, come a tutti gli studenti, potremmo lasciare la gratuità o forti sconti. Un numero di ingressi controllato permetterebbe a molti turisti, anziché di buttare via il tempo in code lunghissime e spesso turbate da episodi di microcriminalità, di misurarsi con percorsi alternativi che permetterebbero loro di portarsi addosso, per tutta la vita, la soddisfazione di aver scoperto capolavori inaspettati. Certi provvedimenti avrebbero contro molti interessi. Ma la politica, come la scuola, se non è lungimirante non può che fallire.
Tuttavia il compito di cambiare le cose più in profondità spetta innanzitutto alle scuole, a partire da quelle per l’infanzia, che dovrebbero ovunque investire in maniera convinta e culturalmente efficace anche sull’educazione all’arte. Non è utile che si portino gli studenti a incontrare capolavori della pittura e della scultura senza un’adeguata preparazione. Per fortuna nessun luogo del nostro Paese è privo di chiese, palazzi, centri storici, tabernacoli e musei che quasi sempre restano sconosciuti anche a chi ogni giorno ci passa davanti e che, oltre a meritare una maggiore attenzione in sé, possono funzionare come «laboratori didattici» da utilizzare per familiarizzarsi con le opere d’arte e anche per valorizzare finalmente i cosiddetti musei minori. In questo modo i grandi capolavori del passato saranno poi alla portata dei ragazzi, specialmente se si riesce a evitare che nella loro testa il bello della «gita» non consista in nottate caotiche, magari correndo gravi rischi. E lasciamo a certi «pedagogisti» l’idea che tutto è utile per accrescere l’esperienza, certificando così come la mancanza di ricondurre i saperi ai loro specifici ambiti di appartenenza ci faccia sempre più scivolare nella putrefazione della mediocrità.
Anche per questo è necessario far visitare ai ragazzi una città e ancor più un museo mettendoli davanti a poche opere, perché niente è più inefficace dell’affastellamento delle conoscenze. Sarebbe perciò importante pensare a biglietti speciali per le scolaresche, limitati a due o tre sale e con tempi misurati. E sarebbe altrettanto importante intervenire per governare i flussi anche degli altri visitatori, per esempio attraverso l’obbligo delle prenotazioni, aperture programmate dei musei a più alta affluenza alternando studenti, residenti e turisti. E ai residenti, come a tutti gli studenti, potremmo lasciare la gratuità o forti sconti. Un numero di ingressi controllato permetterebbe a molti turisti, anziché di buttare via il tempo in code lunghissime e spesso turbate da episodi di microcriminalità, di misurarsi con percorsi alternativi che permetterebbero loro di portarsi addosso, per tutta la vita, la soddisfazione di aver scoperto capolavori inaspettati. Certi provvedimenti avrebbero contro molti interessi. Ma la politica, come la scuola, se non è lungimirante non può che fallire.
Valerio Vagnoli
“Corriere Fiorentino”, 7 agosto 2018
sabato 21 luglio 2018
IL VALORE DI UNA LETTERA
Agli episodi di violenza da parte di
allievi e genitori nei confronti degli insegnanti si contrappone la bella
lettera del padre di un allievo del Dagomari di Prato, resa nota giovedì scorso
anche da questo giornale. In questo caso si riconosce a una scuola e ai docenti
il grande merito di aver accolto «un ragazzo sfiduciato» e di averlo «reso un
uomo» attraverso gli anni di studio. Un bel complimento, non c’è che dire,
visto che lo studente in questione aveva problemi, come scrive il padre, per
anni non riconosciuti nelle altre scuole e che era per questo andato avanti con
difficoltà. Alla fine il percorso del giovane si è concluso con un vero
successo. Tanto basta per fare notizia. Eppure, malgrado le difficoltà del
mondo scolastico, che per decenni ha dovuto arrangiarsi quasi da solo rispetto
alle tante emergenze sociali e didattiche (dall’inserimento degli studenti
stranieri all’aumento esponenziale di ragazzi con difficoltà di vario genere) i
successi della scuola ci sono, anche se spesso non se ne parla. È invece
frequente che sia i genitori che i ragazzi alla fine del corso di studi
ringrazino personalmente i loro docenti per come li hanno saputi seguire,
incoraggiare, ma anche richiamare, quando occorreva, ai loro doveri. Esiste
tuttavia una parte, ahimè crescente, di genitori che vedono la scuola come un
servizio che non deve chiedere troppo, né ai ragazzi né alle loro famiglie,
magari insistendo sull’indispensabile sintonia educativa. Così la
responsabilità di un eventuale «insuccesso scolastico» sarà solo dei docenti. E
di questo si convincono anche gli studenti, tanto più che a sostenerlo, oltre
ai loro genitori, c’è anche una vulgata pedagogico-ministeriale che si propone
da tempo di raggiungere a qualunque costo il successo formativo per tutti,
anche abbassando l’asticella della preparazione. Ma non è certo così che si
risolve il problema del futuro dei giovani. Difficile in questo contesto
culturale che il mondo della scuola goda di stima e riconoscenza. E sarà
altrettanto difficile, stando così le cose, che gli episodi da cronaca nera
nelle aule scolastiche possano scomparire. Ma quando certi riconoscimenti
arrivano — come nel caso di Prato, o più spesso in privato — contribuiscono
come nessun’altra cosa a ridare agli insegnanti il senso profondo del loro
lavoro, quello di essere riusciti a far entrare nel mondo dei giovani con
speranza e fiducia in sé stessi. Ad altri il compito di non deluderli.
Valerio Vagnoli
(“Corriere
Fiorentino”, 21 luglio 2018)
domenica 15 luglio 2018
LA LEZIONE SBAGLIATA. Esami di Stato e imbrogli
Con la conclusione degli esami di Stato
i dati che cominciano ad arrivare da ogni parte d’Italia sembrano confermare le
abituali altissime percentuali di promossi che, almeno in parte, non
corrispondono però un’effettiva sufficienza della preparazione.
Non si tratta naturalmente di
rivendicare un incondizionato aumento delle bocciature, né di essere nostalgici
dei tempi che furono, nei quali, peraltro, la scuola non mancava di pecche
gravi e inaccettabili. Senza contare poi che un alto tasso di bocciature non è
ovviamente di per sé conferma di un buon sistema scolastico. Ma per essere
veramente lo strumento per eccellenza per la conservazione e la promozione del
sistema democratico, la scuola deve essere tuttavia innanzitutto seria. E sugli
esami di Stato qualche dubbio è lecito. Lo confermano i racconti di chi ha
fatto parte delle commissioni di esame e perfino quelli di alcuni studenti che
l’esame lo hanno appena sostenuto.
In occasione degli scrutini finali sono
diffuse da tempo pessime abitudini. Alcuni docenti si ritrovano, in privato,
per «aggiustare» tra di loro i voti di alcuni ragazzi, in modo da evitare che
in sede di scrutinio, quello ufficiale, non siano ammessi agli esami. E spesso
accade che all’interno degli scrutini la grandissima parte del tempo sia
dedicata a cercare tutte le strade e tutte le strategie possibili per «salvare»
e ammettere alcuni studenti che hanno un quadro delle materie davvero lontano
dal giustificare un’ammissione all’esame. Così se gran parte del tempo lo si
dedica a premiare chi non se lo merita, è naturale che non ne rimanga per
valorizzare chi, invece, ha lavorato con maggior responsabilità e al quale
spesso non viene elargito alcun «riconoscimento».
Non mancano, in sede di esame, quei
docenti che comunicano ai propri allievi gli argomenti della terza prova, la
più impegnativa e la meno premiante sul piano dei risultati, che non a caso
sarà abolita dal prossimo anno. E può anche accadere che i ragazzi siano
informati su alcuni argomenti da affrontare nel colloquio.
Durante gli scritti, poi, capita spesso
che gli insegnanti evitino di proposito di controllare cosa succede in aula,
cioè se si copia da appunti, dai cellulari o dai compagni (come del resto
avviene in molti concorsi pubblici). C’è infine chi diffonde traduzioni e
soluzioni di problemi.
Probabilmente questi insegnanti non sono
consapevoli di come tali comportamenti, professionalmente indecenti, non
servano affatto a creare nei loro confronti stima e affetto da parte degli
studenti, come invece quasi certamente pensano accada. È invece gravissimo il
danno che provocano negli studenti seri e responsabili, anche di altre classi e
di altre scuole, che vedono legittimato l’imbroglio o, nel migliore dei casi,
avvertono la delusione di vedere come anche il mondo scolastico sia palestra di
ingiustizia e come poco paghi fare il proprio dovere e agire con onestà. Una
bella educazione alla legalità. Comportamenti del genere, che dovrebbero essere
severamente perseguiti sul piano disciplinare, sono dovuti a una forma di corruzione
morale assai diffusa nel Paese, che fa del cosiddetto buonismo il proprio
criterio di condotta e una comoda alternativa al principio di responsabilità.
Naturalmente, al pari degli scorsi decenni, neanche una parola da parte delle
autorità, in primis il ministro, sulla necessità che durante gli esami si
debbano innanzitutto rispettare le regole e che ciascuno debba corrispondere ai
propri compiti in maniera leale. Alla fine, allo stesso modo degli altri anni,
i maturandi sono stati sommersi da frasi rassicuranti e consolatorie, come se
gli esami non avessero alcun legame con la preparazione alla vita adulta e
l’etica pubblica fosse un significativo e consolidato patrimonio della Nazione.
Valerio Vagnoli
(Editoriale
del “Corriere Fiorentino”, 15 luglio 2018)
venerdì 6 luglio 2018
MA ERA PROPRIO DEL TUTTO SBAGLIATA LA CHIAMATA DIRETTA?
Sui social, e non solo, docenti e sindacati scuola festeggiano l'accordo con il nuovo ministro della Pubblica istruzione con cui si abolisce la chiamata diretta degli insegnanti da parte dei presidi. Entro certi limiti, questo istituto rappresentava una delle poche misure sensate contenute nella Legge 107. Anche se si trattava di un provvedimento alquanto raffazzonato, la novità c'era e poteva essere nel tempo molto utile. Cosa non andava e cosa poteva servire in quella norma? Prima di tutto, non erano state previsti efficaci controlli e forme di valutazione per “incentivare i presidi ad assumere gli insegnanti migliori invece che i loro protetti”, come ha scritto Andrea Ichino. In secondo luogo, non sarebbe stato opportuno estendere la chiamata diretta a tutti i docenti, come prevedeva la 107 dopo una prima fase in cui era riservata all’organico funzionale. Questo in considerazione della particolare tutela della libertà di insegnamento prevista nel nostro sistema (concorso pubblico e stabilità del posto di lavoro), a cui però si possono fare motivate eccezioni per esigenze specifiche; in altre parole, per costruire un organico d’istituto davvero funzionale. Ed è a questo scopo che la “chiamata diretta” prometteva di essere molto utile. Tant’è vero che fin dal primo anno della sua applicazione la stragrande maggioranza dei dirigenti abbandonò perfino i luoghi di vacanza per rintracciare i docenti disponibili a trasferirsi nella loro scuola, impegnandosi, come la legge prevedeva, a restarvi per almeno tre anni. Purtroppo alla fine gli unici, o quasi, ad accettare il contratto, furono gli insegnanti che avevano perso la cattedra e non quelli che sarebbero serviti ad arricchire e potenziare l'offerta formativa. Forti di un allenamento quotidiano al fare di ogni necessità virtù, sia i presidi che i loro collaboratori, senza perdersi d'animo, nella gran parte dei casi riuscirono a dare comunque un senso alla presenza di questi nuovi docenti, ai quali si chiedeva non solo di fare supplenze, ma anche di mettere a disposizione dei ragazzi e dei nuovi colleghi le loro particolari competenze.
L'entusiasmo di molti presidi rispetto a questa novità non nasceva infatti, come da molte voci sindacali si sostiene per giustificare la scelta del nuovo Ministro, dal potersi sentire dei "capetti" pronti a chissà quali nefandezze e arbìtri contro gli indifesi docenti, ma proprio dal percepire la possibilità che, malgrado le approssimazioni contenute nella 107, si potesse finalmente realizzare il famoso organico funzionale. Chi, come il sottoscritto, lavorava nella scuola già dagli anni settanta non ha dimenticato che si trattava di una rivendicazione della sinistra, anche sindacale, di allora. Come darle torto? Finalmente ogni scuola avrebbe potuto contare su docenti, tenuti a rimanervi per alcuni anni, in grado di arricchire l'offerta formativa a seconda del contesto (o territorio, come allora usava dire), in cui si trovava: per esempio, potendo disporre di un numero maggiore di docenti di italiano in relazione alla presenza di molti studenti stranieri.
Certo, il meccanismo era da perfezionare. Ma quello che per i sindacati ha contato, invece, è la necessità di tutelare innanzitutto l' “autonomia” e la “dignità” degli insegnanti messa a rischio, secondo loro, dall' autoritarismo dei Presidi. E sui social si legge anche che la chiamata diretta dei docenti avrebbe potuto permettere al dirigente di utilizzarli per il proprio tornaconto e per rafforzare il proprio potere. I rischi esistono ma, come ha sottolineato Ichino, si tratta di trovare i modi per evitare abusi, non di buttare il bambino con l’acqua sporca.
In realtà con la completa abolizione di questa possibilità i sindacati della scuola, in collaborazione col Ministero, si portano a casa quella che dal loro punto di vista è una bella vittoria: essere cioè riusciti, ancora una volta, a eliminare il rischio che valorizzando il merito la classe docente possa dividersi e perdere quella compattezza che rende tanto potenti, anche sul piano economico, le sue rappresentanze.
Un’ultima considerazione. Quale che sia il metodo di assegnazione alle scuole degli insegnanti e dei dirigenti, un sistema scolastico dovrebbe garantire non solo che non ci siano “capetti” e “raccomandati”, ma soprattutto che TUTTI, nessuno escluso, siano in grado di svolgere i loro compiti. Lo si fa con una severa selezione iniziale e con l’allontanamento di chi non è all’altezza. Ma di garantire questo elementare diritto degli studenti i sindacati non parlano.
Valerio Vagnoli
martedì 3 luglio 2018
ISTRUZIONE PROFESSIONALE, TUTTI GLI ERRORI DI UNA CATTIVA RIFORMA
La revisione degli istituti
professionali darà la luce a corsi di studio peggiorativi, aumentando la
dispersione.
“ilsussidiario.net”, 12 giugno 2018
La
revisione degli istituti professionali è già stata oggetto di un mio recente intervento sul Sussidiario,
in cui sottolineavo che vi erano stati confermati i due principali fattori
della loro crisi: l'abnorme numero di materie e la grave insufficienza delle
ore di laboratorio. Da allora, nonostante le proteste delle varie associazioni
interessate, poco è cambiato. L'unica vera novità consiste nell'aver portato a
sei le compresenze obbligatorie fra materie di indirizzo. Tuttavia a tre mesi
dall'avvio del nuovo anno scolastico e con le problematiche legate alla
formalizzazione degli organici in alcuni indirizzi non si sa ancora quali
saranno queste materie. Ma anche per gli altri è probabile che alla fine una
delle due dovrà essere scelta tra quelle che abbondano di docenti
soprannumerari (come diritto, musica, discipline artistiche e altre), anche se
non sono specifiche degli indirizzi, purché servano in qualche modo a far
lavorare con qualche parvenza di novità. Insomma, sarà necessario per molti
dirigenti e collegi dei docenti affidarsi alla fantasia per inventare percorsi
condivisi tra materie che rischiano di essere tra di loro agli antipodi.
Si
sono comunque organizzati, in gran numero, riunioni e assemblee per illustrare le
potenzialità della riforma. Per contrastare le altissime percentuali di
insuccessi scolastici e di abbandoni, si punta soprattutto su tre
strumenti.
Il
primo è la personalizzazione dei percorsi di apprendimento, di cui il decreto
61/2017 è molto netto nel sottolineare l'importanza; ma la cosa è tutt'altro
che semplice da organizzare. E molta chiarezza si dovrà fare nella gestione
delle quote di autonomia e di flessibilità (secondo strumento indicato) per
stabilire, ciascuna scuola, come organizzare il curriculum. Infine, il decreto
61 prevede che le istituzioni scolastiche "nell'esercizio della propria
autonomia organizzativa e didattica, e con riferimento al Progetto formativo
individuale, possono organizzare il primo biennio in periodi didattici".
Non so se sia stato scritto di proposito o no in modo così criptico, fatto sta
che il ministero è all'opera per diffonderne l'interpretazione più funzionale a
diminuire drasticamente la percentuale dei bocciati, e cioè l'eliminazione
della valutazione degli studenti al termine del primo anno.
Ma
la valanga di ripetenze nel primo biennio dipende essenzialmente, come non mi
stanco di ripetere, dal fatto che i professionali hanno perso e continuano a
perdere la loro identità originaria. Per riacquistarla basterebbe ispirarsi,
senza andare troppo lontani, a quello che accade in certe provincie e regioni
del nord Italia. E invece, quasi a voler dimostrare che il nostro sistema non
si può riformare, l'apparato ministeriale contrappone, a chi lo contesta, il
sistema tedesco, ovviamente non riproducibile nel nostro Paese anche perché i
rispettivi sistemi economici sono diversissimi. Ma diverso non è il sistema
economico del Trentino e non lo è neanche quello di altre regioni
settentrionali dove la formazione professionale, sia gestita da enti pubblici
che da privati, spesso eccelle e dove non è assolutamente considerata di serie
inferiore rispetto agli altri indirizzi. Come
se non bastasse, di recente ha messo mano al decreto 61 anche la Conferenza
Stato-Regioni, per indicare modalità comuni a tutta Italia relativamente ai
passaggi dal sistema dell'istruzione professionale a quello dell'istruzione e
formazione professionale e viceversa. E queste modalità, regolate da una decina
e più di riferimenti normativi anche europei, contribuiscono a vincolare gran
parte del lavoro scolastico a una sequela di compiti burocratici d'inaudita
complessità. Chi abbia voglia di scrivere un atto unico di stampo surreale si
legga gli articoli 2, 7 e 8 e il capolavoro è a portata di mano. Senza contare
che di per sé sarà improbo omologare tutto il sistema, in quanto
l'organizzazione della formazione professionale è diversissima da regione e
regione (e in alcune di esse manca ancora del tutto). E lo diventa ancora di
più se pensiamo, come sopra ricordato, che ogni singola scuola può utilizzare
le quote di autonomia e di flessibilità, con l'altissima probabilità di
produrre percorsi formativi in gran parte difformi tra una scuola e l'altra.
Insomma,
a mio parere abbiamo perso ancora una volta l'occasione per una svolta davvero
coraggiosa e risolutiva, che parta dall'unificazione dei percorsi di
formazione con quelli di istruzione professionale. Una decisione che tra
l'altro contribuirebbe a evitare che la formazione professionale continui,
soprattutto nel sud, a essere vissuta dai ragazzi e dalle loro famiglie come
una sorta di ultima spiaggia, una strada da prendere dopo aver fallito in altri
indirizzi e non perché si ha un'intelligenza indirizzata alla pratica. Vale
inoltre la pena di ricordare alle famiglie e ai docenti delle medie impegnati
nell'orientamento che un'intelligenza inclinata al fare svilupperà sempre, nel
tempo, anche quella astratta; mentre raramente accade il contrario.
Infine,
ritengo che sia sempre più necessario investire molto sull'alta formazione
professionale. Oltre agli Its, i cui successi sono innegabili come lo sono
purtroppo i costi che ne limitano il numero, mi sembra siano maturi i tempi
anche per pensare a un progressivo coinvolgimento delle università nel
progettare lauree brevi di alta formazione professionale.
Valerio Vagnoli
lunedì 25 giugno 2018
ALLA RICERCA DI UN MAESTRO. L’attesa per le decisioni del governo, le nuove sfide educative
Il tempo della scuola è per la maggior parte dei ragazzi lentissimo,
quasi quanto quello della lunga durata della storia, secondo le note categorie
del tempo storico di Fernand Braudel.
Per i docenti, almeno per quelli bravi, è invece velocissimo, al pari di
quello dei pensionati che, per non misurarlo, abbandonano spesso nei comodini i
loro antichi orologi. In questo periodo molti insegnanti, proprio come gli
anziani che fanno il bilancio della loro esistenza, saranno tormentati dal rimorso
di non aver svolto tutto il programma o di aver saltato argomenti che forse,
col senno di poi (il senno è sempre «di poi», come ci insegnano Ariosto e
Cervantes), andavano invece privilegiati. Così è la scuola, la vera scuola: mai
dominata dalle certezze e mai in grado di lasciare in pace le coscienze di chi
ci lavora, perché insegnare non è uno scherzo! Oltre a dare contenuti allo
spirito dei ragazzi, dobbiamo infatti aiutarli al formarsi una coscienza, però
rispettandola e insegnando loro a rispettare quella degli altri. Sarebbe
bellissimo se questo aiuto fosse garantito a tutti. Invece, non è così, perché
non tutti i docenti hanno consapevolezza e sufficiente preparazione da poterlo
garantire ai loro allievi. E questa consapevolezza è da decenni venuta meno
anche a buona parte della classe dirigente, che non ha voluto mai realmente
occuparsi della reale funzione che la scuola dovrebbe avere. Forse prevale il
timore di andare incontro alle contestazioni dei sindacati o degli studenti,
probabilmente insopportabili a quei politici che preferiscono vivacchiare alla
meno peggio anziché governare. Per di più una buona parte dei pedagogisti e
della burocrazia ministeriale perde la testa per tutto ciò che è
contemporaneità, educazioni, nuovismo, sperimentazioni e non si accorge che la
scuola sta perdendo di valore e di significato, soprattutto grazie al suo
consumarsi in una didattica che faccia notizia e desti scalpore. E sta altresì
trascurando la costruzione dell’identità nazionale, lasciandola oramai a qualche
canale televisivo e a qualche, sempre più raro, evento sportivo di successo.
Per l’immediato futuro restiamo in attesa di quanto deciderà il Ministro
dell’istruzione. Nel «contratto» (cioè nel programma) di governo ci sono molte
ovvietà e poche proposte precise. Si vuole «superare» la Buona scuola, ma
speriamo che della abborracciata riforma dei passati governi non vengano
abolite, ma solo corrette, le non molte novità positive come l’alternanza
scuola lavoro, la chiamata diretta dell’organico potenziato o l’intenzione di
valorizzare le esigenze e le proposte dei docenti nell’aggiornamento
professionale. Che fine farà poi il proposito della ministra Fedeli di
affrontare il problema degli insegnanti inadeguati? Peraltro le politiche
scolastiche sono spesso penalizzate anche dall’essere date in gestione a un
apparato di funzionari per i quali dovrebbe essere obbligatorio ogni tanto un
anno sabbatico nelle aule scolastiche, per rendersi conto di quanto siano
incomprensibili i loro atti e le loro circolari (anche una ventina al giorno) e
di cosa siano diventate da tempo molte scuole. Non quelle dove vanno a studiare
i loro figli, ma quelle di periferia, i percorsi accidentati di certi tecnici e
professionali, questi ultimi definitivamente snaturati con la recente revisione
degli ordinamenti. Tuttavia, come scriveva mio padre dalla guerra, bisogna
sperare di tornare e di ripartire con ottimismo confidando in uomini di ben
altra moralità, come è giusto augurare ai ragazzi che a settembre torneranno a
scuola di trovare sulla loro strada dei bravi docenti che abbiano anch’essi una
precisa consapevolezza morale di quello che sarà il loro futuro. Perché di
bravi, malgrado tutto, ce ne sono e sono loro a mandare avanti la baracca (con
certi edifici scolastici del nostro sud il termine è quanto mai appropriato). E
per coloro che fortunatamente li incontreranno, l’anno nuovo sarà senz’altro
bellissimo, perché un vero maestro se lo porteranno dietro per tutta la vita,
anche se non avessero più l’occasione di rivederlo, neppure su una panchina,
senza orologio, intento a rallentare il tempo che invece fugge; anche per i
ragazzi, malgrado non se ne rendano conto, anche per i ragazzi. Speriamo che lo
abbiano presente coloro che metteranno ora mano al destino della nostra scuola.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 16 giugno 2018)
martedì 19 giugno 2018
ALCUNE CONSIDERAZIONI SULLE DIECI PROPOSTE DI GALLI DELLA LOGGIA
Il 5 giugno
scorso, Ernesto Galli della Loggia ha indirizzato al nuovo ministro dell’Istruzione
Bussetti una lettera con le seguenti dieci proposte, che vale la pena di commentare
una per una.
1)
Reintroduzione in ogni aula scolastica della predella, in modo che la cattedra dove
siede l’insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono
gli alunni. Ciò avrebbe il significato di indicare con la limpida
chiarezza del simbolo che il rapporto pedagogico non può essere costruito che su una
differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di
eguaglianza tra docente e allievo.
La proposta suona molto più
come un’utile provocazione, che come indicazione da prendere alla lettera. Che
debba essere recuperata una “limpida chiarezza” sulla necessaria asimmetria del
rapporto tra insegnante e allievo, cioè tra chi sa e chi non sa, non c’è il
minimo dubbio. Mi pare però, anche per aver insegnato con e senza pedana, che
in concreto quei 20 centimetri circa in più abbiano una forza simbolica modesta
nella percezione degli allievi, a differenza del gesto di alzarsi tutti insieme
in segno di rispetto all’arrivo dell’insegnante, (proposta numero 2).
2)
Sempre
a questo principio deve ispirarsi la reintroduzione
dell’obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in
segno di rispetto (e di buona educazione) all’ingresso nell’aula del
docente.
Insieme alla
proposta precedente, il rilancio di questo semplice ed efficace gesto di buona
educazione ha attivato in automatico in alcuni commentatori i fantasmi
dell’autoritarismo e del ritorno a un passato di sadismo pedagogico. Scrive il preside fiorentino Ludovico Arte: “Fra
l’altro, Galli della Loggia suggerisce l’obbligo per legge di alzarsi in piedi
all’ingresso dei docenti. Stupisce che non abbia rispolverato anche le
bacchettate sulle dita e gli studenti in ginocchio sui ceci”. L’ispettore
Emanuele Contu ne trae spunto sul “Sussidiario” per attaccare il feticcio della
“didattica trasmissiva”, contro cui si accanisce da tempo anche Luigi
Berlinguer: “Il punto è che da tempo abbiamo superato una visione
dell'insegnamento come operazione trasmissiva e del docente come depositario di
una sapienza predicatoria, da inculcare dall'alto del pulpito nelle menti
rigorosamente passive di un popolino che si ammaestra con l'antica liturgia
della bella lezione frontale”. Come si vede, i due pareri sono accomunati dalla
volontà di squalificare l’interlocutore attraverso una caricatura delle sue
posizioni (in barba alla retorica dell’ altro e del diverso) e dalla mancata
consapevolezza della grave crisi del rapporto docente-allievi. Sarebbe infine interessante
sapere quanto la pratica è già diffusa, ma nella mia ultima scuola avevamo
inserito la norma nel regolamento di istituto con il pieno accordo di tutti.
3) Divieto deciso nei confronti di
tutte le «occupazioni»
più o meno simboliche e delle relative autogestioni che ormai si celebrano da
decenni come un tempo la «festa degli alberi». Per la semplicissima ragione che
esse non servono a nulla se non, assai banalmente, a non studiare. Bisogna
cominciare a dire le cose come stanno.
È
stupefacente che dopo decenni di occupazioni manchi nello Statuto degli
studenti e in molti regolamenti di disciplina un qualche accenno al fenomeno. Più
che parlare genericamente di occupazioni, è comunque preferibile indicare il
divieto di alcuni comportamenti collegati, da sanzionare severamente sul piano
della condotta, senza ovviamente escludere la denuncia per quelli che
costituiscono anche reato:
- entrare nella scuola forzando porte o finestre;
- impedire l'ingresso al personale della scuola o
ad altri studenti;
- interrompere o impedire lo svolgimento
dell'attività didattica;
-
rimanere senza permesso nell'edificio scolastico al di fuori delle ore di
lezione o di altre attività programmate o autorizzate dal dirigente scolastico;
- non partecipare alle lezioni pur essendo all'interno
dell'edificio scolastico.
Per l’aggiornamento dei regolamenti interni,
abbiamo messo a punto negli anni scorsi un vademecum, poi diffuso via internet,
che nella premessa distingue le “autogestioni”, in genere ottenute sotto la
minaccia - più o meno velata - dell’occupazione, dalle giornate di attività
culturali organizzate per tempo dagli studenti con la collaborazione dei
docenti (https://bit.ly/2JBc5rb).
4) Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze
nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei
pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della
motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede
perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a
meno.
Del
sistema degli “organi collegiali” istituito nel 1974 sono ormai tutti
scontenti, anche perché spesso ci vuole del bello e del buono per trovare chi è
disposto a farne parte. Ma sono anche il
frutto di un’idea di partecipazione in cui si confondono poteri e
responsabilità differenti. Le decisioni di carattere tecnico-professionale non
dovrebbero essere materia di cogestione, invece gli studenti (nelle scuole
superiori) e i genitori sono membri del consiglio d’istituto in posizione più
meno paritetica rispetto al preside e ai docenti; e per di più il presidente è
un genitore. Gli studenti e le loro famiglie potrebbero essere meglio garantiti
da ampi poteri e diritti di conoscenza, critica, proposta, consultazione,
assemblea; e magari da un istituto di “difesa civica” esterno alla scuola. Sarebbe
bene, quindi, riformarli in questo senso. Peraltro la proposta di Galli della
Loggia deriva forse di più dal noto fenomeno dei genitori sindacalisti dei
figli, molto più numerosi dei loro rappresentanti, che in non pochi casi
diventano aggressori dei docenti. In questo caso bisognerebbe sempre denunciare
il teppista o la teppista di turno, ricordandosi che chiunque “offende l’onore e il prestigio di un pubblico ufficiale mentre compie un atto
d’ufficio e a causa o nell’esercizio delle sue funzioni è punito con la reclusione fino a tre anni”.
E sarebbe dovere del Ministero assicurare all’offeso il rimborso delle spese
legali e processuali.
5)
Divieto di convocare gli insegnanti ad assemblee,
riunioni, commissioni e consigli di qualunque tipo per più di tre o al massimo
quattro volte al mese.
La scuola non deve essere un riunionificio.
Le riunioni possono essere utili o
inutili. E anche quelle utili possono pesare a professionisti oberati di
compiti extra-didattici. In una scuola debitamente sburocratizzata, in cui agli
insegnanti fosse riservato solo l’insegnamento e le necessarie pertinenze, tra
le quali il fondamentale scambio di idee e di esperienze tra docenti, le
riunioni, entro limiti ragionevoli, servirebbero. Altrimenti ha ragione Galli
Della Loggia.
6) Sull’esempio del Giappone, affidamento della pulizia interna e del decoro esterno degli edifici
scolastici agli studenti della scuola stessa. I quali potrebbero provvedere
un’ora prima dell’inizio delle lezioni alternandosi a gruppi ogni dieci giorni.
Oltre al piccolo ma non proprio indifferente risparmio economico, sarebbe un
mezzo utilissimo per instillare negli studenti stessi il sentimento di
appartenenza alla propria scuola e per insegnare alle giovani generazioni il
rispetto delle proprietà pubbliche e gli obblighi della convivenza civile (non
s’imbrattano i muri!). In fondo, l’alternanza scuola-lavoro non sarebbe meglio
iniziarla proprio nella scuola?
In un paese ipersindacalizzato come
il nostro si è subito obbiettato che in questo modo si cancellano posti di
lavoro e si sfrutta il lavoro minorile. Ma così si evita il giudizio sulla
validità educativa della proposta e si preclude una riflessione su come attuarla. In
questa logica, d'altra parte, anche la collaborazione dei figli ai lavori domestici
dovrebbe essere interdetta in quanto danneggia le colf. Non è però pensabile far
venire un’ora prima gli allievi. Basterebbe una modalità più minimale, per
esempio trattenersi a turno dieci - quindici minuti per pulire la propria
classe.
7) Per superiori ragioni di igiene antropologico-culturale divieto assoluto agli studenti (pena il sequestro) di portare non solo
in classe ma pure all’interno della scuola lo smartphone. Possibilmente
accompagnato dalla proposta di legge di vietarne comunque la vendita o l’uso ai
minori di 14 anni (divieto che evidentemente non vale per i semplici
cellulari).
Ci sono ormai evidenze irrefutabili
sui danni che i cellulari a scuola possono provocare o intensificare:
distrazione continua rispetto al lavoro, utilizzo per copiare, facilitazione
del “cyberbullismo” contro compagni e insegnanti, rafforzamento della
dipendenza. Eppure si continua a parlare con faciloneria di educazione a un
loro uso “responsabile”. E l’educazione a non usarli per un po’?
8) Obbligo per tutti gli istituti scolastici di
organizzare e tenere aperta ogni giorno per l’intero pomeriggio una biblioteca
e cineteca con
regolari cicli di proiezioni, utilizzando, se necessario, anche studenti di
buona volontà. L’adempimento di tale obbligo deve rientrare tra gli elementi
basilari di valutazione della qualità degli istituti stessi. Ai fondi necessari
si può provvedere almeno parzialmente dimezzando l’assegnazione di 500 euro
agli insegnanti che utilizzano tale somma non per acquistare libri. Il motto
della scuola diventi: «Il buon cinema e la lettura della pagina
scritta innanzi tutto!»
L’idea di tenere aperte le
scuole per tutta una serie di attività – dai compiti a casa al recupero,
dall’educazione degli adulti ad attività di quartiere – ha ormai alle spalle
diversi anni di storia e di variazioni sul tema. Probabilmente è più utile nei
quartieri disagiati, dove bambini e ragazzi hanno poche occasioni di
socializzazione e di svago; e in questo senso bisognerebbe aggiungere all’offerta
anche la palestra. In altre zone della città molti giovani hanno ormai troppi
impegni pomeridiani (sport, danza, musica) per essere attratti dalla biblioteca
o dalla cineteca. Escluderei quindi l’obbligo, mentre sarebbe auspicabile il sostegno
ministeriale alle scuole in cui l’apertura pomeridiana è veramente utile.
9) Alle gite scolastiche sia fatto obbligo
di scegliere come meta solo località italiane. Che senso ha per un giovane
italiano conoscere Berlino o Barcellona e non aver mai messo piede a Lucca o a
Matera? L’Europa comincia a casa propria.
Personalmente sarei d’accordo
sull’obbligo di limitare le gite all’Italia o per lo meno su una loro decisa
incentivazione. Difficile però farne una norma generale sull’istruzione, a
scapito dell’autonomia delle scuole.
10) Istituti e «plessi scolastici» devono essere intitolati al nome di una personalità illustre e
devono essere designati in tutte le circostanze e in tutti i documenti con tale
nome, non già (come avviene oggi più di una volta) con un semplice numero o
l’indicazione di una via. In fin dei conti anche ai più giovani forse non
dispiace avere un passato.
In genere (non sempre) le singole
sedi sono intitolate a personaggi illustri. Sono gli istituti comprensivi che a
volte assumono il nome del quartiere, della strada o del paese. Non credo però
che qualcuno dica di frequentare l’Istituto comprensivo Calenzano (comune
vicino a Firenze), ma “la Rodari”, “la Collodi” o un’altra delle sedi che
formano l’istituto. Dove questo non è, si segua senz’altro questa proposta. Sarebbe
altrettanto importante far conoscere qualcosa dei personaggi a cui sono
dedicate le scuole. E già che ci siamo, evitiamo di esporre bandiere sporche e
stracciate... (GR)
domenica 3 giugno 2018
LA CONOSCENZA È VITA. GRAMSCI E L’IMPORTANZA DELLA CULTURA
Davvero stimolante, equilibrata e opportuna la rivisitazione della figura di Antonio Gramsci da parte di Giuseppe Benedetti e Donatella Coccoli, uscita da poche settimane con la prefazione di Marco Revelli (Gramsci per la scuola. Conoscere è vivere, L'Asino d'oro edizioni). Il saggio non si sofferma soltanto sul pensiero pedagogico dell’uomo politico e dell’ intellettuale che è stato tra i più importanti del secolo scorso, ma lo analizza a tutto tondo; e gli rende anche giustizia, viste le manipolazioni e le omissioni che Gramsci ha dovuto subire proprio a opera di una parte della sinistra, che negli ultimi decenni, al contrario di quanto è accaduto in Inghilterra, Francia e Stati Uniti, lo ha quasi del tutto rimosso. Per quanto concerne poi la sua pedagogia, la rimozione è stata ancora maggiore, dato che la sinistra ha scelto come suo principale riferimento in questo campo la figura di Don Milani, praticamente santificandola quando la Chiesa, almeno per ora, non ci pensa neanche.
Un intero capitolo del libro è dedicato proprio a don Milani, giustamente definito, in merito alla visione della scuola, un anti-Gramsci. E i due autori mettono meticolosamente in risalto quanto la pedagogia del priore di Barbiana abbia poco a che fare con quello che dovrebbe essere lo spirito di una scuola pubblica e democratica. Basterebbe, a significare l'abissale distanza che corre tra i due, quella che è la visione gramsciana del maestro rispetto alle rigidità dogmatiche di Don Milani. Come puntualmente gli autori scrivono, sintetizzando le riflessioni di Gramsci a proposito di alcuni suoi maestri, “il vero maestro avvicina cultura e vita, rende possibili esperienze nuove e agevola il distacco dai suoi insegnamenti agli allievi disposti a seguirlo”. Tutt'altra visione del mondo e dell'educazione quella del priore; e le pagine dedicate a questo confronto lo chiariscono con molta precisione. E lo conferma, mi permetto di aggiungere, la totale e granitica devozione che tutti i suoi allievi hanno continuato ad avere nei suoi confronti, perdonandogli perfino le cinghiate e il divieto assoluto del gioco fine a se stesso, si trattasse pure di schizzarsi con l'acqua della piccola piscina che doveva servire solo a imparare a nuotare.
Ma il libro, come dicevamo all'inizio, parla di molto altro, a partire dalla formazione, spesso sofferta e faticosa, del giovane studioso sardo, che fin da piccolo è spinto da una miriade d'interessi, non escluso quello per la cultura popolare e il folclore. Temi, aggiungo, che ancora neI primissimi anni sessanta del secolo scorso trovavano un forte ostracismo all'interno del gruppo dirigente comunista, come ebbe a sperimentare lo stesso Ernesto De Martino. Naturalmente il Pci non si poteva permettere, soprattutto negli anni successivi alla guerra, di rimuovere il pensiero di Gramsci, ma lo adattò, anche censurandolo, via via alla linea ufficiale e culturale del partito, fino ad accantonarlo quasi del tutto. Gli rende invece piena giustizia questo bel saggio che appassiona e si fa leggere tutto d'un fiato per come è ben scritto, oltre che per l’indubbia grandezza del protagonista.
Valerio Vagnoli
venerdì 1 giugno 2018
A SCUOLA DI PATRIA
L’editoriale di Paolo Armaroli sui simboli
dell’unità nazionale (Corriere Fiorentino del 30 maggio) mi sollecita a
prendere in esame, in una questione certamente molto complessa, qualche
responsabilità della scuola, che forse negli scorsi decenni ha contribuito a
svalutare l’idea, oltre che la stessa parola, di Patria. Un’idea che solo da
pochi anni si sta faticosamente rivalutando grazie soprattutto all’impegno del
Presidente Carlo Azeglio Ciampi e in seguito anche a quello di tutti i suoi
successori, compreso l’attuale Presidente, Sergio Mattarella. Non sfugge, tanto
per cominciare, l’assenza pressoché totale degli studenti nelle celebrazioni
delle feste nazionali, come nelle cerimonie in cui si ricordano, nei cimiteri
di guerra, le migliaia e migliaia di loro quasi coetanei venuti da ogni parte
del mondo a combattere e a morire per la nostra libertà. Per non parlare delle
bandiere esposte, peraltro non sempre, sulla facciata delle scuole, spesso
cotte dal sole e sdrucite; oppure di come siano spesso viste in maniera ostile,
a volte anche dal personale educativo, le forze dell’ordine nel mondo scolastico,
soprattutto se nell’esercizio delle loro funzioni. Inoltre, cosa che forse
molti non sanno, da tempo i programmi scolastici (espressione, certo via via da
adeguare ai tempi, del patrimonio culturale della Nazione da consegnare ai
giovani) hanno lasciato il posto da anni alle Indicazioni nazionali, che in
sostanza autorizzano docenti e scuole a ritagliarsi liberamente un proprio
programma, qualche volta anche in modo tendenzioso o dispersivo.
Indimenticabile una collega livornese, assai apprezzata allora in certi
ambienti culturali e pedagogici, che per anni ha fatto leggere al posto dei
Promessi Sposi le memorie di un calciatore ideologicamente impegnato ma, ahimè,
dalle scarsissime abilità letterarie.
In parte anche per questo, è ormai impossibile,
salvo in alcuni licei e non sempre in maniera adeguata, poter verificare gli
studenti all’esame di maturità su un qualsiasi canto della Divina Commedia e
riscontrare nei programmi di studio un filo conduttore basato su temi di
carattere storico e civile. Lentamente, con Dante, anche il Foscolo o lo stesso
Leopardi scompaiono con tutta la loro straordinaria passione civile. Per non
parlare poi di Nievo, Carducci, Saba e di altri classici come Tozzi e Fenoglio,
che stentano non solo a essere riconosciuti come tali, ma perfino a essere
individuati dai ragazzi come narratori.
A tutto questo si aggiunga la perdita di prestigio
che la scuola ha patito di fronte a gran parte dell’opinione pubblica, legata
anche al fatto di venire percepita come poco esigente sia sul piano della
preparazione culturale che su quello della maturità personale (senso di
responsabilità, rispetto degli altri, lealtà, spirito civico). E invece abbiamo
tolto l’ora di Educazione civica — da Firenze è partita la battaglia per
reintrodurla come materia obbligatoria — sostituita con un numero esorbitante e
crescente delle cosiddette educazioni (alla salute, all’inclusione, all’uso
corretto dello smartphone, all’imprenditorialità, alla diversità...) e con un
alternarsi continuo dei progetti più vari. Una miriade di progetti che hanno
finito col togliere alla scuola anche la sua identità, con la conseguente
perdita della propria credibilità e importanza, ma anche di quella dello Stato
che essa rappresenta. Anche così si fa deperire l’idea di Patria, cioè dell’appartenenza
a una comunità solidale; e senza una Patria scivola via la stessa
consapevolezza di essere cittadini e piano piano, forse senza rendercene conto,
si potrà arrivare a confondere, come cantava Giorgio Gaber, la condizione di
libertà obbligatoria con quella della vera libertà.
Valerio
Vagnoli
(Editoriale
del “Corriere Fiorentino”, 1° giugno 2018)
domenica 13 maggio 2018
IL RICHIAMO DELLA FORESTA - Vallombrosa, la scuola, un’idea
Gran bel contributo al senso di civiltà aver sollevato
il problema dell’abbandono di Vallombrosa, la cui condizione non lascia spazio
ad altre colpevoli omissioni tanta è l’urgenza per provare almeno a
rivitalizzarla e, insieme a lei, recuperare e rivitalizzare le foreste e
l’intero territorio che la circondano. Per alimentare ulteriormente il
dibattito nella speranza di stimolare chi di dovere a prendersi finalmente le
responsabilità che gli competono, accennerò a un progetto che anni fa mi
coinvolse come prèside, anche se alla fine non fu possibile realizzarlo perché
richiedeva risorse immani per una scuola. L’idea era quella di ampliare la
stagione turistica di parecchi mesi e di aprire finalmente il territorio anche
ai giovani. Innanzitutto dando loro la possibilità di gestire, con il
coinvolgimento delle scuole d’indirizzo alberghiero e turistico, alcuni
ristoranti e alberghi. Errore gravissimo sarebbe quello, come pur qualcuno
suggeriva, di iniziare il recupero attraverso la gestione di una sola struttura
in attesa di vedere come il tutto sarebbe andato a finire. Come sappiamo, non
si riscatta un’area decaduta, a maggior ragione sul piano
turistico-commerciale, riavviandovi un solo esercizio, ma facendola tutta
quanta diventare in tempi quanto più possibilmente brevi, un vero punto di
riferimento ispirato in linea di massima alle medesime vocazioni. Oltre alle
scuole, sarebbe opportuno che anche l’Università facesse la sua parte, sia
ampliando in loco le attività laboratoriali legate all’indirizzo forestale, ma
soprattutto facendo di Vallombrosa, attraverso la gestione diretta dei
progetti, un vero e proprio centro d’iniziative didattiche trasversali. Da lì
potrebbero, per esempio, iniziare percorsi davvero straordinari attraverso la
foresta con i quali mostrare a studenti di qualsiasi fascia d’età ma anche agli
adulti, la sua «vita» e, speriamo, la sua ritrovata vitalità, presentate in
tutte le loro dimensioni: vegetali, animali, storiche, religiose, artistiche,
sociali, economiche... Infine, facendo leva anche sulle rinate strutture
alberghiero-ristorative, far diventare Vallombrosa un punto di riferimento
anche per il turismo scolastico. Sarebbe il luogo ideale dal quale potrebbero
partire dei percorsi, per esempio legati alla figura di Dante Alighieri, in
grado di raggiungere i castelli, i santuari e le pievi casentinesi ma anche i
tanti borghi, chiese, monasteri e paesaggi dell’alto Valdarno che hanno pochi
eguali al mondo e che il mondo senz’altro c’invidierebbe se solo li potesse
conoscere.
Qualsiasi sia il progetto di recupero, perché possa riuscire, richiede di essere ispirato e governato dalla politica, sia locale che regionale, quando questa finalmente vorrà rendersi conto che Vallombrosa senza i giovani morirà del tutto, diventando così anch’essa uno dei tanti cimiteri del nostro patrimonio artistico e culturale. Non rimane molto tempo a disposizione, anche perché per troppi anni chi doveva intervenire è probabilmente andato a fare trekking o funghi da qualche altra parte, forse anche perché passare da quelle foreste metteva e mette sempre più tristezza. Ma se i giovani tornassero a viverli quei luoghi, magari trovandovi anche qualche impianto sportivo e altri richiami per il loro tempo libero, potremmo alla fine poter dire di essere stati testimoni, chiedo venia a San Giovanni Gualberto, di un vero e proprio miracolo, che Vallombrosa e le sue foreste senz’altro meriterebbero.
Qualsiasi sia il progetto di recupero, perché possa riuscire, richiede di essere ispirato e governato dalla politica, sia locale che regionale, quando questa finalmente vorrà rendersi conto che Vallombrosa senza i giovani morirà del tutto, diventando così anch’essa uno dei tanti cimiteri del nostro patrimonio artistico e culturale. Non rimane molto tempo a disposizione, anche perché per troppi anni chi doveva intervenire è probabilmente andato a fare trekking o funghi da qualche altra parte, forse anche perché passare da quelle foreste metteva e mette sempre più tristezza. Ma se i giovani tornassero a viverli quei luoghi, magari trovandovi anche qualche impianto sportivo e altri richiami per il loro tempo libero, potremmo alla fine poter dire di essere stati testimoni, chiedo venia a San Giovanni Gualberto, di un vero e proprio miracolo, che Vallombrosa e le sue foreste senz’altro meriterebbero.
Valerio Vagnoli
mercoledì 25 aprile 2018
VIOLENZA IN CLASSE, I MEA CULPA CHE QUALCUNO DEVE FARE (AL MIUR)
Il "Patto
di corresponsabilità educativa fra scuola e famiglia" varato da Fioroni ha
dieci anni e non è servito a nulla. Da dove ricominciare e come.
Giorgio Ragazzini (Gruppo di Firenze) - "ilsussidiario.net", 24.4. 2018
Nel 2007 fu introdotto dal ministro Fioroni il
"Patto scuola-famiglia di corresponsabilità educativa", che doveva
sancire un'alleanza in grado di garantire l'indispensabile clima di correttezza
e di rispetto reciproco nelle aule scolastiche. In parole povere, la scuola si
impegnava a fare di tutto per fornire un buon servizio; i genitori a leggere il
regolamento di istituto e a farlo rispettare ai figli. Nelle superiori in
genere si chiede anche agli studenti di condividerlo. Ebbene: in cosa si è
risolta l'iniziativa nella grande maggioranza dei casi? In una frettolosa
sottoscrizione del documento, previa frettolosa lettura, all'atto dell'iscrizione
alla scuola.
Già il termine
"patto" è sbagliato. Va bene a conclusione di una trattativa, in cui
ciascuno ha concesso e ottenuto qualcosa. Ma qui si tratta, com'è ovvio, di una
semplice presa d'atto delle regole che solo la scuola è legittimata dalla legge
a stabilire e di cui deve assumersi tutta la responsabilità. Del resto il
consiglio d'istituto, che ha il compito di approvare i regolamenti interni,
comprende anche una rappresentanza dei genitori e, nelle superiori, degli
studenti; ed è qui che può esserci il confronto tra le diverse
componenti.
Chiamarlo
"patto", però, serve a coltivare l'illusione che una firma sia
sufficiente a vincolare al rispetto di quello che c'è scritto. Serve anche a
non parlare di sanzioni, perché altrimenti ce ne dovrebbero essere per tutti i
contraenti, inclusa la scuola. Ma più ancora l'omissione è frutto di una
pedagogia che ha espulso la punizione dal suo discorso, facendo intendere che
sia l'opposto dell'educazione, negandogli cioè il carattere di strumento educativo
fra gli altri, come l'esempio, l'esercizio, il richiamo.
Quanto sia servito
il patto educativo introdotto dal ministro Fioroni (che ha comunque alcuni
meriti in direzione della scuola seria) lo dicono i fatti; e non solo quelli
clamorosi di questi giorni e dei mesi scorsi, ma la lunga storia di fatica e di
avvilimento, solo in minima parte raccontata, che tanti bravi insegnanti hanno
vissuto negli ultimi decenni, privi del sostegno delle istituzioni (a
cominciare spesso da quella più vicina, il dirigente) in una quotidiana
battaglia per il rispetto delle regole.
L'alleanza fra
scuola e famiglia è importantissima, ma non serve certo, come ora si propone,
una nuova edizione del "Patto". Va ricostruita — senza il minimo
equivoco sulla distinzione dei ruoli — a partire dalla fermezza nell'esigere e
nell'assicurare il massimo rispetto delle regole. Bisogna ripensare la
comunicazione con i genitori a cominciare dai colloqui individuali, anche
facendone oggetto di un aggiornamento dei docenti; promuovere incontri di
formazione e di dialogo sulle difficoltà dei ruoli educativi; far emergere il
pensiero degli studenti corretti danneggiati dall'indisciplina di alcuni
compagni e quello delle famiglie che non gridano, non protestano e sono al
fianco degli insegnanti, ma in silenzio. Ricordo che un sondaggio commissionato dal
Gruppo di Firenze ha rilevato che due italiani su tre giudicano
la scuola troppo poco severa riguardo al comportamento e considerano sbagliata
la recente abolizione della bocciatura per l'insufficienza in condotta.
Detto questo, nella situazione
della scuola descritta in questi giorni dai mezzi di comunicazione, sarebbe un
sollievo sentire un responsabile politico, magari un ministro dell'Istruzione,
dire "abbiamo sbagliato" — a fare della disciplina un tabù; a
tollerare e persino a lodare le occupazioni; a non fare nulla per evitare che
agli esami si copi a mani basse; a non criticare sanzioni risibili come la
sospensione con obbligo di frequenza; a promuovere l'uso del cellulare a
scuola; ad abolire il 5 di condotta come segno che esistono limiti
insuperabili. Speriamo che almeno di fronte agli episodi degli ultimi mesi
qualcuno venga assalito dalla realtà.
giovedì 19 aprile 2018
BASTA BUONISMO, SERVE CREDIBILITÀ
“Corriere Fiorentino”, 19 aprile 2018
“Chi è che comanda, eh!
Chi è che comanda?... Si inginocchi!” urla il ragazzo dell’Istituto commerciale
di Lucca al suo professore, mentre c’è chi riprende la scena col telefonino
(alla faccia del suo “uso didattico”). E il possessivo “suo” ha qualcosa di
sinistro in questa vicenda, visto che l’allievo si rivolge al docente come
fosse appunto proprio suo, cioè alle sue dipendenze e sottomesso alla sua
volontà. L'episodio è forse il più grave dei molti altri di queste settimane,
perché sembra non avere nulla di estemporaneo, ma sia stato quasi preparato per
metterlo in scena alla prima occasione. E in una scuola seria l'occasione per
dare un’insufficienza a un ragazzo non è infrequente, specie con gli allievi
poco responsabili, come non deve mancare l'opportunità di richiamarlo a un
comportamento rispettoso dell'insegnante e di tutta la comunità scolastica. Se
questa eventualità diventa fonte di paura per i docenti per le possibili
reazioni di qualche allievo, siamo davvero al collasso della funzione educativa
della scuola. Temo che fatti di questo genere, che si ripetono non solo per il
meccanismo dell’emulazione, ma anche, e forse soprattutto, per la mancanza di conseguenze importanti per
i colpevoli, non siano destinati a diminuire né tantomeno a cessare se non si
daranno finalmente risposte forti sul piano educativo. Soprattutto sarebbe opportuno
che la finissimo con i piagnistei di certa compiaciuta pedagogia del “dialogo” che
ha in orrore le sanzioni e che da troppi decenni sembra dominare la politica
scolastica e ha letteralmente messo le tende nella burocrazia ministeriale e
fra i responsabili scuola di tutti (ma proprio tutti) i partiti. La tendenza di
questi decenni è sempre stata quella di colpevolizzare i docenti, considerati
sempre responsabili dei risultati negativi, anche sul piano comportamentale,
dei loro studenti. “La bocciatura è sempre un fallimento della scuola”: ecco la
parola d’ordine regolarmente usata di fronte all’insuccesso scolastico.
Un’affermazione che, salvo casi sporadici, le organizzazioni dei docenti e dei
presidi si son sempre guardati bene dal contestare. Qualunque cosa accada di
negativo all'interno di una classe o al singolo allievo, la colpa per la
pedagogia corrente è sempre e soltanto della scuola e la scuola, intesa come
comunità di educatori, ha finito con il convincersene. Non c’è da meravigliarsi
se alla fine qualcuno ne trae le conseguenze.
L'altro
problema è che il buonismo, sotto cui si cela spesso il sottrarsi al proprio
ruolo educativo, ha probabilmente contribuito a deresponsabilizzare non pochi
docenti; i quali – dai e dai – hanno forse
concluso che il quieto vivere è preferibile alle lotte contro i mulini a vento.
E i mulini a vento sono appunto i dogmi ideologici che in questo senso hanno
vinto, lasciando intendere ai genitori più prepotenti e ai loro figli educati come
piccoli narcisi, ignari del principio di realtà, che tutto è lecito e che la
scuola non vale nulla. Come non vale nulla, aggiungo io, qualsiasi istituzione
che permetta di farsi beffe di lei. Dalla mia personale esperienza posso trarre
poche certezze in assoluto, ma ho pochi dubbi sul fallimento educativo di gran
parte dei colleghi troppo “comprensivi”. Quei docenti, tanto per intenderci che
non riescono a dare insufficienze o che rifiutano per principio di alzare la
voce o di comminare sanzioni disciplinari. Eppure esse, naturalmente se
appropriate, rappresenterebbero un messaggio educativo prezioso per aiutare i
ragazzi irresponsabili a rendersi conto che vincere nella vita non significa imporsi
con la prepotenza.
L'emergenza
mi sembra sia oltre il livello di guardia ed è davvero opportuno che i
dirigenti e i docenti considerino il problema della condotta tra quelli da
affrontare immediatamente nei loro collegi. Il Ministero dell’Istruzione, per
parte sua, dovrebbe garantire (almeno quella!) la tutela legale dei docenti e mettere
in atto tutte le misure opportune in presenza di gravi offese nei loro
confronti da parte di allievi e di genitori. Ne va della dignità e della
credibilità della scuola, che deve ritrovare la forza per salvaguardare il
ruolo, culturale e educativo, che la collettività le assegna. E ne va anche della sua dignità, che è anche quella
dell’intera società!
Valerio Vagnoli
giovedì 12 aprile 2018
LA SVOLTA MANCATA DEI PROFESSIONALI
L’annuale Rapporto dell’Istituto Toniolo
sulla condizione dei nostri giovani conferma ancora una volta, rispetto a
quella di altri Paesi europei, un dato davvero sconfortante.
E cioè l’alta e sempre più insostenibile
percentuale dei cosiddetti Neet, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono
impegnati nello studio o nel lavoro o in percorsi formativi. In Italia si
attesta al 26% rispetto alla media Ue del 15,6%. Soprattutto si conferma come
questi giovani provengano in maniera pressoché totale da famiglie meno abbienti
soprattutto del Sud. Il timore, direi quasi la certezza, è quello di vedere
questi numeri, che corrispondono a oltre 2 milioni di giovani, crescere
inesorabilmente anche nei prossimi anni.
Uno dei motivi di questo pessimismo deriva
dalla recente revisione degli istituti professionali. Ci aspettavamo che il
ministero finalmente ponesse almeno qualche rimedio al loro progressivo
snaturamento. Invece, dopo un anno di lavoro di una commissione ad hoc, si è
dovuto constatare come la situazione sia addirittura peggiorata. Ci si è
limitati infatti a un intervento di pura facciata che lascia più o meno le cose
come erano (troppe materie-poca pratica), salvo aggravare il carico burocratico
delle singole scuole che è, oggettivamente, al limite del collasso.
La mobilità sociale, che è un caposaldo di
qualsiasi società liberale e anche la miglior garanzia perché le democrazie si
mantengano tali, va, per i meno abbienti, estinguendosi. Al pari, verrebbe da
dire non a caso, della qualità delle nostre scuole professionali. A
dimostrazione di ciò, si registra la progressiva nascita, soprattutto in alcuni
indirizzi professionali, di corsi privati post-diploma, con lo scopo di formare
sul serio al lavoro i tanti giovani che dopo cinque anni di scuola sono ancora
lontani dal possedere le competenze necessarie per poter svolgere una
professione; quando non si tratta addirittura di doverli correggere dal punto
di vista del comportamento e dell’educazione. Il che rende spesso ancora più
difficile e faticoso a quell’età recuperarli a un lavoro realmente qualificato,
al senso di responsabilità e alla consapevolezza dei loro doveri, beninteso
unita a quella dei propri diritti. Senza contare che, in mancanza di un
compiuta professionalità — che comprende la necessaria maturazione umana — i
ragazzi rischiano, come alternativa alla disoccupazione, di finire alle
dipendenze di datori di lavoro inaffidabili e disinteressati a investire sul
cosiddetto capitale umano.
Ovviamente questi corsi sono a pagamento e
perciò non aperti a chi non può permetterseli. Insomma, il sistema si avvita
sempre di più e gli «ultimi» saranno inesorabilmente esclusi dalla possibilità
di veder cambiato in meglio il loro destino, grazie anche a scuole
professionali e tecniche che da decenni sono progressivamente venute in gran
parte meno alla propria vocazione. Scuole che affogano inoltre in una
burocrazia oramai elefantiaca, spesso nella retorica di una pseudo-inclusione e
nella necessità di dare occupazione a una miriade di precari storici, arrivati
alla cattedra senza più entusiasmi e passione, che sono per la qualità della
scuola elementi imprescindibili. Come è imprescindibile non rinunciare a darle
un senso. Purché non sia quello del parcheggio.
Valerio Vagnoli
“Corriere
Fiorentino”, 11 aprile 2018
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