mercoledì 20 aprile 2011
IL BAGNO DI REALTÀ IMPOSTO DALLA CRISI
Drastico Giuseppe De Rita: “Basta corsi di specializzazione, basta master, basta studiare cose inutili. Serve un grande piano nazionale per la formazione sul posto di lavoro, finanziato con soldi pubblici, per uscire dalla precarietà e per riportare i giovani anche al lavoro manuale” (“La Repubblica” del 18 aprile). Pare proprio, insomma, che la “struttura”, cioè le necessità dell’economia, si stia incaricando di mettere in crisi la “sovrastruttura”, l’ideologia del “tutti a scuola” - debitamente licealizzata - fino a 16 e magari fino a 18 anni.
GR
Leggi anche: "Il vero problema? I giovani non conoscono i vecchi mestieri"
domenica 17 aprile 2011
BERARDELLI SUGLI INSEGNANTI: IL VERO PROBLEMA SONO QUELLI "PALESEMENTE INADATTI"
Chi ci segue sa che su questa priorità, dettata dal buon senso e dall’esperienza, abbiamo insistito più volte (l’ultima il 18 marzo scorso). Ed è molto importante che ora venga fatta propria anche da un autorevole commentatore sul maggiore quotidiano nazionale. Leggi.
martedì 12 aprile 2011
DELLA LOGGIA E LE GENERAZIONI PERDUTE
Valerio Vagnoli
giovedì 7 aprile 2011
FORMAZIONE PROFESSIONALE: RIUSCIRÀ LA TOSCANA A LIBERARSI DEL DIRIGISMO?
Non piccolo errore fanno que’ padri di famiglia che non lasciano fare nella fanciullezza il corso della natura agl’ingegni dei figlioli e che non lasciano esercitarli in quelle facultà che più sono secondo il gusto loro.
Perocché il voler volgerli a quello che non va loro per l’animo
è un cercar manifestamente che non siano mai eccellenti in cosa nessuna; essendo che si vede quasi sempre che coloro che non operano secondo la voglia loro
non fanno molto profitto in qualsivoglia esercizio.
(Giorgio Vasari)
Stando all’intervento di Patrizio Bianchi, assessore regionale alla scuola dell’Emilia Romagna, sembra che quel governo regionale stia facendo passi avanti “non puramente marginali” per superare, come ha scritto Marco Lepore, “l’ideologia che vuole costringere i ragazzi a sedere dietro un banco di scuola superiore a dispetto di qualsiasi attitudine o capacità”.
In questi giorni anche in Toscana si sta mettendo a punto, fra riunioni e consultazioni di dirigenti, la configurazione dei trienni di IeFP. (Leggi tutto)
Giorgio Ragazzini
domenica 3 aprile 2011
IL CASO DEL PARINI CONFERMA CHE...
Non ci sogniamo neppure di entrare nel merito della vicenda. La quale però costituisce una prova palmare di quanto abbiamo scritto e riscritto a proposito di valutazione, da ultimo il 18 marzo scorso. E cioè: invece di avventurarsi prioritariamente su terreni poco praticabili o poco produttivi come l’individuazione dei migliori insegnanti o la misurazione degli apprendimenti ai fini della valutazione dei singoli docenti, è indispensabile riattrezzare la scuola italiana con un corpo di ispettori in grado di mettere periodicamente sotto osservazione tutte le scuole, per assicurarsi che la loro qualità sia almeno accettabile rispetto ad alcuni fondamentali parametri, tra cui indubbiamente c’è l’adeguatezza minima di tutti i docenti e del dirigente; un accertamento che non richiede certo sofisticatissime tecniche valutative. Non è da paese serio che si affronti un singolo caso perché ha fatto notizia, mentre ce ne sono tanti altri di cui nessuno si occupa. Manca il personale, mancano norme che consentano di prendere senza indugio i necessari provvedimenti, pur mantenendo la giuste garanzie (compresa quella di non finire subito sui giornali) per chi è messo sotto osservazione.
GR)
lunedì 28 marzo 2011
I “NATIVI DIGITALI”: REALTÀ O STEREOTIPO?
domenica 27 marzo 2011
DA BARBIANA A BARBAIANA
Il giovane parroco di Barbaiana (frazione di Lainate) ha deciso, con apprezzabile fermezza, di tener fuori dall’oratorio una quarantina di adolescenti violenti e prepotenti (leggi). Don David dichiara che in un’altra delle tre parrocchie di cui è reggente qualcuno gli ha dato del lassista perché si è limitato a buttar fuori dall’oratorio solo un ragazzo. Segno, quest’ultimo, di come la prepotenza delle bande di bulli (in questo caso tutti italianissimi) sia sempre meno tollerata dalla gente, perché evidentemente sta prendendo sempre più campo.
In questi ultimi anni l’attenzione degli “educatori” è stata rivolta prevalentemente e prioritariamente ai bulli piuttosto che alle vittime, come più volte ha denunciato il neuropsichiatra Michele Zappella. Un atteggiamento dovuto in gran parte ad una sorta di connubio tra un pensiero cattolico quanto mai banalizzato e un altrettanto banalizzato pensiero marxista d’impronta sociologico-paternalista. Questa deriva buonista cominciò a dare il peggio di sé dopo i primi arresti dei terroristi e dopo il “passaggio a regime” dell’ideologia sessantottina. Nei primi anni i buonisti si impegnarono esclusivamente nel recupero dei “rossi” e solo in un secondo momento misero la loro bontà al servizio anche dei terroristi “neri “. Dall’imperare del buonismo non si erano nel frattempo salvate le aule scolastiche; e infatti ai bulli fu rivolta gran parte dei progetti tesi a sostenerne il recupero e l’inserimento nella comunità scolastica. Ovviamente passatista o fascista veniva considerata l’idea di sanzionarli con sospensioni o altra roba del genere. Come spesso avviene in una società essenzialmente di stampo consumistico, anche nei confronti dei ragazzi “ difficili”, o presunti tali, si è in seguito sviluppato un processo analogo. Infatti, qualsiasi tipo di difficoltà scolastica un ragazzo presenti, si va sempre più alla ricerca, da parte innanzitutto dei genitori - spalleggiati da psicologi ed “esperti” di varia natura in cerca di occupazione - di una qualche patologia (sia essa di carattere sociale che di altra natura), che serva a trovare attenuanti e giustificazioni varie alle difficoltà comportamentali che i ragazzi presentano e che vanno pertanto tollerate e sempre accompagnate da materna comprensione.
Di progetti per aiutare le vittime, per lungo tempo, non vi è stata traccia neanche nelle scuole, figuriamoci al di fuori del mondo scolastico! Molti di loro, per anni e anni, hanno vissuto l’ulteriore umiliazione di vedere gran parte delle energie e delle risorse scolastiche impegnate a vantaggio dei loro compagni degni, in quanto carnefici, di maggior attenzione, rispetto a loro, visti talvolta dagli educatori come una sorta di privilegiati perché non toccati dal male o dalla malasorte. E per anni, chiunque si provasse a rivendicare anche il rispetto e i diritti delle vittime , era bollato, nella migliore delle ipotesi, come laudator temporis acti.
Don Milani, parroco di Barbiana (nome curiosamente assai simile a quello della parrocchia di don David, Barbaiana), non avrebbe mai tollerato, alla pari di questo suo giovane collega, che i carnefici venissero prima delle loro vittime E fa un certo piacere constatare che oggi anche nelle parrocchie si torni, come dice don David ,“a proteggere i più deboli”. E come fa don David, al pari di tantissimi insegnanti, è assolutamente opportuno non perdere mai il rapporto educativo con i prepotenti e i violenti. Ma prima vengono i diritti delle vittime, compreso quello di vedere i bulli puniti per la loro violenza, essendo la punizione il primo atto educativo attraverso il quale si dimostra a chi sbaglia che dietro ogni nostro atto c’è una conseguenza e una responsabilità dalla quale non si prescinde. Don David, malgrado la sua giovane età, lo ha capito benissimo e altrettanto bene lo aveva capito don Milani. Peccato che , in passato, non lo abbiano capito molti dei suoi seguaci. Ma si sa, i superficiali adattano alla meglio i loro maestri alla loro superficialità o ai loro fini contingenti. Forse la nottata comincia a finire e c’è di che sperare se tutto ciò avviene a Barbaiana!
PS: Ovviamente alcune mamme dei bulli hanno protestato. Le brave donne proprio non ce la fanno a pensare ai loro figli esclusi dalla comunità all’interno della quale trovavano, povere creature, quel naturale divertimento che consisteva nello spadroneggiare a più non posso. I cocchi di mamma evidentemente, con quei loro atteggiamenti, promettevano un futuro da leader di successo alle loro madri, ignare del fatto che i bulli, da adulti, sono frequentemente destinati al fallimento.
Valerio Vagnoli
venerdì 25 marzo 2011
SUL CONFLITTO DEL PARINI FRA DOCENTI E GENITORI
Oggi il “Corriere della Sera” prova a fare il punto della situazione, accompagnandolo con i commenti di due psicoterapeute: Silvia Vegetti Finzi colloca i numerosi episodi di aggressività genitoriale verso i docenti nel quadro di una troppo prolungata centralità delle madri nell’educazione dei figli. Di conseguenza la funzione dell’accudimento, tipica delle prime fasi dello sviluppo, prevale sulla spinta verso la responsabilità anche quando i figli sono cresciuti.
Federica Mormando, invece, ritiene che spesso l’intervento dei genitori sia giustificato dallo scarso controllo esistente sui docenti che non sanno sostenere il proprio ruolo, per alcuni dei quali i dirigenti dovrebbero “avere il potere di demandarli ad altra funzione in caso di provata inefficienza”. Due punti di vista che in realtà si integrano più che contrapporsi, tanto che molte volte sia la crisi dei ruoli educativi sia la pratica assenza di controlli sull'idoneità professionale dei docenti sono state oggetto di riflessione su questo blog, nei post come nei commenti.
(GR)
venerdì 18 marzo 2011
DUE PRIORITÀ PER LA VALUTAZIONE DEGLI INSEGNANTI
Lo scorso 16 marzo si è svolto a Roma un convegno dal titolo “Qualità, merito e innovazione nella Scuola, un traguardo per la Nazione”, promosso dalla Fondazione Liberamente, a cui è stato invitato il Gruppo di Firenze. Di seguito pubblichiamo l’intervento che Giorgio Ragazzini ha svolto a nome del gruppo. Era presente il Ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini.
Comincerei con una domanda: qual è il principale obbiettivo della valutazione degli insegnanti? La risposta sembra ovvia: innalzare la qualità media dell’insegnamento e quindi della scuola. Da questo punto di vista, è davvero prioritario, oggi come oggi, premiare i più bravi fra i docenti? Siamo certi che questo avrà delle ricadute positive sulla scuola e che non ci siano importanti controindicazioni?
Prescindiamo qui, per brevità, dall’attendibilità dei metodi usati per individuarli. Il buon senso suggerisce che si tratta di colleghi che hanno sempre lavorato bene e che continueranno certamente a farlo anche in assenza di un riconoscimento economico, essendo sorretti da forti motivazioni e dalla soddisfazione per i risultati che ottengono. A quanto so, anche le indagini internazionali in merito non incoraggiano a andare in questa direzione. D’altra parte è probabile che molti dei buoni insegnanti esclusi dagli aumenti o dai premi si sentano svalutati e che il loro lavoro ne risenta negativamente.
La raccomandazione che ci permettiamo di fare al Ministro è di cominciare dal basso invece che dall’alto. La scuola italiana continua a non voler affrontare il problema dell’esistenza di un certo numero di docenti, (nonché di dirigenti), che sono semplicemente inadeguati al loro compito e che oggi difficilmente possono essere messi in condizioni di non nuocere. Probabilmente non sono moltissimi, ma la loro presenza è senza dubbio dannosa per l’immagine della scuola pubblica e per quei ragazzi che costringiamo a subirli, oltre che per i cattivi esempi che, in quanto tollerati, possono indurre disimpegno e demotivazione. Lo stesso Abràvanel indica nell’impossibilità di “allontanare i disastri” uno dei punti deboli del nostro sistema. Ma è anche un’ingiusta penalizzazione per gli studenti più svantaggiati, che non possono recuperare in altro modo ciò che certi docenti inadeguati gli negano. Se non si possono assicurare a tutti insegnanti eccelsi, dobbiamo garantire alle famiglie che siano quanto meno “sufficientemente buoni”.
Se poi guardiamo le cose anche dal punto di vista dell’equità e del riconoscimento del merito, certamente la grande maggioranza dei colleghi considera profondamente ingiusto che chi è gravemente inadeguato o scorretto sul piano professionale sia messo sullo stesso piano di chi - ottimo, buono o sufficiente che sia - ha sempre fatto il suo dovere.
Sopra alla fascia dei decisamente insufficienti - quella che potremmo chiamare del “demerito” - ce n’è un’altra su cui dovremmo investire: i colleghi in difficoltà. Logorati da classi difficili, carenti per questo o quell’aspetto della loro preparazione, spesso non sorretti dai dirigenti e da un clima di fermezza nel rispetto delle regole, questi insegnanti avrebbero invece bisogno di essere sostenuti e aiutati anche tramite opportune consulenze (psicologi, logopedisti, assistenti sociali, ecc), del resto sempre più necessarie al buon funzionamento della scuola in genere. L’insegnante “lasciato solo” alle prese con un mestiere sempre più difficile costituisce uno dei luoghi comuni meglio fondati nella realtà della scuola italiana.
Ma c’è una seconda, importante priorità che coinvolge la valutazione ed è quella, altrettanto urgente, della cosiddetta “carriera”: la creazione, cioè, di nuovi ruoli qualificati da affidare a docenti che possiedano ulteriori talenti oltre a quello di saper insegnare e che affianchino il dirigente nel governo della scuola autonoma: insegnanti che si occupino dell’aggiornamento e della ricerca, della formazione dei nuovi docenti (anche tramite distacchi presso l’università), dei servizi alla didattica e via dicendo.
Riassumendo questo breve contributo al problema della valutazione dei docenti, sono due gli obbiettivi assolutamente prioritari: innalzare la qualità media del corpo docente partendo, per così dire, dal basso invece che dall’alto; creare una vera e propria “classe dirigente” all’interno degli istituti scolastici.
Vi ringrazio dell’attenzione.
domenica 13 marzo 2011
LA SCUOLA CHE NON AMA GLI INSEGNANTI
Sul "Corriere della Sera" di ieri lo storico della filosofia Tullio Gregory fa un quadro desolato della scuola italiana, un’analisi in cui peraltro si possono ritrovare molti dei temi trattati su questo blog e che il professore emerito focalizza particolarmente sulla condizione degli insegnanti. Il cui ruolo è stato profondamente pervertito dalla convergente pressione di diversi attori, in particolare la “pedagogia progressista” e le famiglie (e, aggiungiamo noi, la classe politica nel suo insieme), in larga misura interessati a fare della scuola “una zona di parcheggio che non deve creare problemi”. Una trasformazione che nega l’idea stessa di scuola pubblica come luogo “di promozione sociale e civile”, in quanto “si è scambiata la scuola democratica con la scuola facile, la scuola aperta a tutti con quella che promuove tutti."
Nell’articolo si percepisce la passione per la scuola pubblica e il suo insostituibile ruolo, ma anche una profonda sfiducia nella possibilità di arrestarne il degrado (anche fisico) e alla fine Gregory esprime la sua comprensione per gli insegnanti che, smarriti e frustrati, vanno in pensione prima del tempo “per ritrovare forse qualche serenità in una normale vita di studio e di affetti.”
(A.R.)
giovedì 10 marzo 2011
RISULTATI SCOLASTICI E EDUCAZIONE ALLA RESPONSABILITÀ
domenica 6 marzo 2011
SCUOLA E RISORGIMENTO
Giorni fa mi è capitato tra le mani un volumetto sgualcito ed ingiallito dal tempo, con sulla copertina una grossa coccarda tricolore accanto alla quale sta scritto Nel primo centenario dell’Unità d’Italia. I grandi fatti che portarono all’Unità. Nella prima pagina si legge “questo volume è consegnato per incarico del ministro della Pubblica Istruzione…” Seguono firma del preside e timbro della scuola. Cinquant’anni fa quello era un modo - forse un po’ retorico- per ricordare agli studenti il cammino difficoltoso verso l’unificazione. E ora?
(Rubrica delle lettere della "Repubblica" del 3 marzo scorso).
Leggi il seguito sul sito del Comitato Fiorentino per il Risorgimento.
giovedì 3 marzo 2011
ANCORA SULLA "SOLUZIONE AUSTRIACA"
Interviene sostanzialmente a favore il pedagogista Benedetto Vertecchi, che esordisce cripticamente (“alle bocciature corrisponde un peggioramento delle condizioni educative, che si risolve in una perdita nella qualità dell’istruzione”) e prosegue con altre argomentazioni di cui mi sfugge la pertinenza (tipo: “Offrire a tutti l’opportunità di compiere esperienze apprezzabili è il modo per rendere più omogenei i risultati conseguiti dagli allievi”).
Molto forti, invece, le basi del parere contrario di Silvia Vegetti Finzi, certamente fondato anche sulle evidenze della pratica clinica. Da leggere.
GR
mercoledì 2 marzo 2011
GIUSTE LE PROTESTE, MA FUORI DALLA SCUOLA
Evidentemente a nessuno di questi colleghi è venuto in mente che una manifestazione politica a scuola è - letteralmente - fuori luogo e che purtroppo nel caso specifico simili iniziative portano acqua, senza volere, al mulino di chi accusa gli insegnanti proprio di utilizzare la cattedra per fare propaganda di parte. Del resto, basta porsi una domanda per rendersi conto dell’errore: non avrebbero nulla da dire questi docenti se dei loro colleghi facessero lo stesso a parti rovesciate, schierandosi cioè a favore del premier di fronte ai bambini?
L’istituzione scuola la si difende solo tenendo ferma la sua neutralità ideologica e politica, facendo cioè in modo che chiunque, senza nessuna eccezione - insegnante, allievo o genitore che sia - si possa sentire sempre e comunque a casa propria. E il ruolo e la credibilità degli insegnanti li si afferma dimostrando di saper far crescere ogni giorno nei propri allievi, con la forza del proprio esempio e del proprio lavoro, la conoscenza, lo spirito critico, il rispetto degli altri, senza scorciatoie che sviliscono, al di là delle intenzioni, la funzione che la collettività ci affida.
Certo che un insegnante ha le sue idee e non è affatto detto che non le possa anche manifestare, ma lo deve eventualmente fare in un contesto di dialogo e di confronto, e dando agli altri, soprattutto ai suoi studenti, pari possibilità di esprimersi e pari dignità di interlocutori, fossero anche (e lo sono a quanto pare non pochi italiani) sostenitori di Berlusconi.
"La Repubblica"
"Il Giornale"
domenica 27 febbraio 2011
BERLUSCONI E LA SCUOLA PUBBLICA
Le affermazioni di Silvio Berlusconi sulla scuola statale[1], fatte in questo momento con lo scopo non proprio recondito di risalire la graduatoria dei preferiti Oltretevere, hanno naturalmente provocato molte severe reazioni. È tra l’altro singolare che a screditare l’istruzione pubblica, in un momento in cui le si riconosce, con tutti i suoi difetti, il merito di aver contribuito in modo decisivo alla crescita civile dell’Italia unita, sia proprio il Presidente del Consiglio.
Su come sia configurata costituzionalmente la libertà di insegnamento (e sul fatto che la legge voluta dal Ministro Berlinguer preveda attualmente una disparità di regole tra pubblico e privato a favore di quest’ultimo), chi vuole può leggere o rileggere quanto scritto sul questo blog il 2 maggio scorso.
Tra i vari commenti, invece, ci piace segnalare quello pienamente condivisibile di Saro Salamone, preside del Liceo Visconti di Roma, un uomo di scuola le cui idee hanno molte affinità con le nostre e che tra l’altro ospitò nel suo istituto la conferenza stampa di presentazione della Lettera aperta ai partiti e ai candidati per le politiche del 2008 (Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità).
Leggi l’intervista al prof. Salamone e di seguito una lettera aperta di Valerio Vagnoli (anche lui preside) al Presidente del Consiglio.
LETTERA APERTA DI UN PRESIDE AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO
di Valerio Vagnoli
Signor Presidente del Consiglio dei ministri, nella certezza assoluta che mai Ella leggerà queste mie poche righe, tuttavia Le scrivo anche perché scrivere è utile innanzitutto a chi lo fa. Forse a differenza di Lei, ho letto da ragazzo, grazie proprio alla segnalazione di un docente della scuola pubblica, il Messaggio dell’imperatore di Kafka, e so benissimo come vanno queste cose. Continua a leggere
[1] “Ciascuno deve avere il diritto di poter educare i figli liberamente e liberamente vuol dire di non essere costretto a mandarli a scuola in una scuola di Stato, dove ci sono degli insegnanti che vogliono inculcare dei principi che sono il contrario di quelli che i genitori vogliono inculcare ai loro figli educandoli nell'ambito della loro famiglia".
venerdì 25 febbraio 2011
“UNA PALESE MALEDUCAZIONE IMPERA...”
La testimonianza di Marco Lodoli su quello che succede nelle sue classi è drammatica, sferzante l’ironia sul facile discettare di “autorevolezza, non autoritarismo”, esemplari i quadretti familiari con i figli iscritti al “Club dei Diritti Assoluti”. Deludente però il finale, dove ancora, nonostante tutto, schematicamente si contrappone l’amore alla “caserma”. Leggi.
L’articolo di Vera Schiavazzi, soprattitolato Professori e genitori riscoprono la disciplina, fa un quadro a più voci, però il tono prevalente lo danno quelle favorevoli a una svolta antibuonista. Leggi.
Sul “Corriere della Sera”, infine, Cesare Segre, notissimo italianista, prende spunto anche lui dall’ultimo libro di Paola Mastrocola, Togliamo il disturbo, per una serrata requisitoria contro la “scuola facile” e a favore di un rivalutazione delle discipline e “dello studio astratto e teoretico”. I due punti di vista - l’ingrediente della “buona educazione” come premessa ineliminabile di una scuola che funzioni e il rigore degli studi - si completano a vicenda. A margine possiamo soltanto precisare che la giusta presa di distanza dai facili slogan “scuola del fare, del saper essere, del saper stare insieme”, non deve farci dimenticare che è necessario offrire alle diverse intelligenze, accanto alla scelta liceale a cui probabilmente pensa Segre, la più vasta gamma possibile di qualificate opzioni formative all'uscita dalla scuola media, con la valorizzazione e il riconoscimento di una pari dignità - anche culturale - dei percorsi più basati proprio “sul fare”, quelli dell’istruzione e della formazione professionale. Leggi.
GR
giovedì 24 febbraio 2011
UNA PRIMA ADESIONE ALLA VIA AUSTRIACA
Ci è stato segnalato un intervento del professor Maurizio Tiriticco (L’Austria insegni!) che parte dell’annuncio austriaco di eliminare le bocciature per delineare un’analisi della scuola italiana e per avanzare una serie di proposte che dovrebbero rivoluzionarla.
Si tratta di una buona sintesi di quell’insieme di idee che, sottolineando la responsabilità dell’istituzione e dei docenti, tendenzialmente àbroga - insieme al merito - quella degli allievi, che per nascere e rafforzarsi deve invece essere via via messa alla prova in misura adeguata all’età. I ragazzi, in questa visione, sono visti come oggetto di una buona o di una cattiva didattica e non - ovviamente entro certi limiti - come soggetto che si impegna o non si impegna, che accetta o rifiuta, che collabora o non collabora. Tra parentesi, l'autore cita in modo incompleto l'articolo 34 della Costituzione, che non garantisce senz'altro a tutti "di raggiungere i più alti gradi degli studi". Sono "i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi" che hanno questo diritto. La nuova scuola di Tiriticco va molto oltre la proposta austriaca nella parte propositiva, una vaga utopia di chiara impronta russoiana:
"Le classi d’età dovrebbero e potrebbero essere sostituite da gruppi di interesse e di motivazione, attivi per un dato periodo di tempo attorno a determinate iniziative: gruppi che nascono, maturano, invecchiano per infine sciogliersi e permettere ai singoli membri di riaggregarsi in altri nuovi gruppi, con altri interessi, con altre finalità: che saranno periodicamente rinnovati attorno a nuove ricerche, nuovi obiettivi; gruppi in cui l’età dei membri sia solo una variabile tra tante altre".
Degli insegnanti non si parla, ma si possono immaginare aggirarsi come premurosi facilitatori da un gruppo all’altro. Si prende così la scorciatoia del principio del piacere - tipica di chi sottomette il sogno alla cosa - al posto della via della realtà. I ragazzi non si formano per magia naturale appena li lasciamo liberi di farlo a proprio piacimento e secondo quello che detta loro il cuore. Gli adulti (genitori e insegnanti in particolare) non possono sottrarsi al loro ruolo di guida attiva e propositiva senza fare gravi danni, benché a volte l’esercitarlo possa risultare molto impegnativo e anche emotivamente costoso.
lunedì 21 febbraio 2011
LA SCUOLA FELIX AUSTRIACA ABOLIRÀ LE BOCCIATURE
In attesa di saperne di più, e sperando che lo stesso orientamento ad abolire il sintomo invece di curare la malattia non venga esteso ad altri settori della società, non è improbabile che anche da noi si formi un partito austriacante, a sostegno di questa nuova versione del famigerato “diritto al successo formativo”.
Prescindendo dall’indiscutibile necessità di elevare il livello qualitativo della scuola attraverso una molteplicità di interventi (che via via abbiamo indicato su questo blog), l’unica possibile riforma seria della bocciatura (però assai complessa) si avrebbe organizzando la scuola superiore per corsi (o livelli), invece che per classi, un po’ come succede all’università. Gli studenti ripeterebbero solo i corsi in cui avessero conseguito risultati insufficienti. In questo modo avremmo anche un progresso sul piano della trasparenza, perché si disincentiverebbe il mercato di compromessi e di falsificazioni che tanto danneggiano la credibilità dei consigli di classe in occasione degli scrutini finali.
Fa discutere anche la proposta di Paola Mastrocola, contenuta nel suo nuovo libro, TOGLIAMO IL DISTURBO. Saggio sulla libertà di non studiare. Marco Imarisio, sul “Corriere della Sera”, la sintetizza così: “Una preparazione di base eccellente dagli 8 [?] ai 14 anni, e poi liberi tutti di scegliere tre diverse opzioni. Una scuola per il lavoro, una per la comunicazione e infine una per lo studio”. Detta così non è il massimo della chiarezza, specie per quella “scuola della comunicazione”, forse riservata alla nuova specie dei “nativi digitali” a cui ormai apparterrebbe una parte delle nuove generazioni. Più chiaro l’insieme dei valori a cui l’insegnante scrittrice afferma di ispirarsi[1]: libertà, scelta, individuo, responsabilità. Siamo quindi vicini al nostro modo di vedere la scuola (anche se non è indifferente il modo in cui poi concretamente si declinano). Una scuola che nella formazione dei giovani dovrebbe perseguire non l’uniformità, ma l’uguaglianza delle possibilità di sviluppare i propri specifici talenti, fermo restando l’obbligo formativo a 18 anni. In questo un ruolo decisivo deve avere la formazione professionale, sempre più diversificata e altamente qualificata. Ma anche l’apprendistato può dare una chance ad alcuni ragazzi, insieme all’alternanza “scuola-lavoro”. E poi Istituti professionali non più configurati come simil-tecnici, ma ricchi di operatività e di laboratori. Perché la libertà di scelta della scuola superiore diventa una presa in giro se le scelte sono troppo poche. Risultato: un’alta percentuale di insuccessi e di abbandoni. Speriamo quindi che in Italia si cerchi sempre di più di curare le malattie della scuola nelle loro cause, invece di occultarle con i falsi 6, le promozioni regalate o, non sia mai, con la ripetenza vietata per legge. (GR)
[1] Dal sito “WUZ, cultura e spettacolo”
venerdì 18 febbraio 2011
LA PROFESSORESSA DI PALERMO LASCIATA SOLA DALLA SCUOLA
La vicenda dell’insegnante palermitana, che, come ben riferisce tra gli altri “Avvenire”, è stata condannata in appello a un mese di detenzione - sospesa e condonata - per abuso di mezzi di correzione contro un bulletto, è veramente istruttiva di come vanno spesso le cose nella scuola e nella società del nostro paese. Istruttiva intanto per la lunghezza di quello che certo non è un maxiprocesso: l’episodio risale al 2006, la sentenza di primo grado è del giugno 2007 (e fu di assoluzione), ma ci sono voluti altri quattro anni per arrivare al giudizio di appello. Il che costituisce una forma di illegittima pena accessoria che colpisce in Italia quasi tutti gli imputati.
Istruttiva, la vicenda, anche per il contesto strettamente scolastico, tipico di moltissimi istituti: benché negli ultimi anni, grazie ad alcuni provvedimenti di Fioroni e della Gelmini, l’idea che un comportamento scorretto possa anche essere sanzionato abbia fatto dei passi avanti, è ancora molto diffusa la convinzione che la punizione sia più espressione di autoritarismo, di incapacità di educare e magari di un certo sadismo, piuttosto che la naturale ed educativa conseguenza di un comportamento scorretto, e magari gravemente scorretto (su questa tendenza, vedi l’illuminante commento di Maria Rita Parsi). Il logico risultato di questo atteggiamento è spesso l’accumularsi inefficace di rimproveri e magari di note sul registro, senza che ci si decida a fare nulla di più. Esattamente quello che era successo nel 2006 a Palermo. Un ragazzo con numerosi “precedenti”, incoraggiato dai troppo blandi provvedimenti (le cronache dicono ora sette ora dodici note sul registro), insieme a due amichetti insulta e umilia un compagno definendolo gay e femminuccia e impedendogli di entrare nel bagno dei maschi. La professoressa di lettere li sgrida e i due “compari” chiedono scusa alla vittima. Lui no, la guarda storto e si rifiuta tassativamente di scusarsi. La docente, decisa a non lasciare impunita una grave mancanza, gli impone di scrivere cento volte “Sono un deficiente”. Già allora scrivemmo che la frase avrebbe potuto piuttosto essere "Mi sono comportato da deficiente", ma che la vera domanda da farsi era: se la scuola avesse regolarmente sanzionato le infrazioni gravi con qualche giorno di sospensione, anziché regolarmente passarci sopra, la docente avrebbe sentito il bisogno di inventarsi su due piedi una punizione il più possibile adeguata alla gravità del fatto? Del resto va detto che in questo caso molti si schierarono con la professoressa. E meritoriamente l’Associazione radicale “Andrea Tamburi” di Firenze lanciò su nostra proposta una sottoscrizione di solidarietà per le spese legali, che raggiunse in poco tempo i 3529 euro e fece del caso una notizia di prima pagina sul "Corriere". Nel comunicato stampa si sottolineava appunto che “da molti anni gli insegnanti sono stati lasciati colpevolmente soli alle prese con il problema della condotta, che non di rado rende quasi impossibile il lavoro in classe. In questa solitudine la docente palermitana ha ritenuto necessario assumersi la responsabilità e l’onere – che sarebbe non solo della scuola italiana, ma dell'intera collettività – di difendere l'aggredito e punire l'aggressore.”
Da qui deriva il terzo elemento di riflessione: mentre la collega sta pagando le conseguenze di un’assunzione di responsabilità, quelli che alle loro responsabilità si sottraggono - per quieto vivere o per convinta adesione al perdonismo pedagogico - non corrono nessun rischio. Ma non esiste per gli insegnanti (e altrove) un dovere di prendere provvedimenti, quando ce ne siano gli estremi? La scuola dovrebbe riflettere molto sul prezzo che si paga in termini di “diseducazione civica” delle nuove generazioni, se troppo spesso non reagisce con fermezza ed equilibrio ai comportamenti sbagliati di chi è affidato alle sue cure.
Da leggere sullo stesso argomento anche il Buongiorno di Gramellini sulla “Stampa” di ieri.
Sul “Corriere della Sera” di oggi, Giovanni Belardelli mette a confronto Italia e Germania per come l’opinione pubblica giudica il “copiare”.
Da segnalare infine, da “ItaliaOggi”, i risultati di una ricerca sugli adolescenti condotta dalla Società Italiana di Pediatria, secondo i quali c’è da parte loro una richiesta di sentire maggiormente la guida dei genitori e un ampio consenso verso il rispetto delle regole.
GdF
domenica 13 febbraio 2011
LA FABBRICA DEGLI IMMATURI. OVVERO: A CHE ETÀ SI DIVENTA ADULTI IN ITALIA?
In ogni caso, e pur tenendo conto che da anni è diventato più difficile per un giovane trovare lavoro, obbligare i genitori per legge a mantenere i figli molto oltre la maggiore età (come anche legittimare l’occupazione di una scuola) significa che il legislatore e una parte dei giudici hanno perso completamente di vista, ostacolandola di fatto gravemente, la relazione educativa. La stragrande maggioranza dei genitori, infatti, troverà del tutto naturale aiutare i figli, ma deve toccare a loro valutare se questo continua a essere opportuno. La sola possibilità di “chiudere il rubinetto” a un figlio pigro e poco responsabile, per esempio, può spingerlo a fare un passo decisivo verso l’autonomia. Viceversa, come sottolinea Gian Ettore Gassani, presidente degli avvocati matrimonialisti, in Italia, a differenza del resto d’Europa, si sta andando verso il principio del “mantenimento infinito”, e si costringono persino persone ormai nella terza età “a sobbarcarsi sacrifici economici e patrimoniali che il comune sentire stenta a comprendere.”
Commenta la sociologa Chiara Saraceno: “Ci si lamenta dei bamboccioni, ma ci si guarda bene dal cambiare la norma di legge che definisce i familiari tenuti agli alimenti, una categoria che, per numerosità delle persone (oltre ai genitori nei confronti dei figli e questi nei confronti di quelli, anche i nonni e gli zii nei confronti dei nipoti e i generi e le nuore nei confronti dei suoceri) e durata indefinita dell’obbligo, non ha pari in nessuno dei paesi sviluppati”.