martedì 14 luglio 2020

LA VERA SVOLTA È IL RISPETTO DELLE REGOLE


Come andrà il prossimo settembre la riapertura delle scuole? E l'anno scolastico potrà svolgersi in modo lineare o almeno senza troppi problemi? Sono le domande che si pongono tutti quelli che hanno a che fare con la scuola: gli studenti e i loro familiari, i docenti, i prèsidi, ai quali sono state addossate non lievi responsabilità. “Senza troppi problemi” sarebbe, dunque, già molto. Eppure  da più parti si sente affermare che è questa l’ora di un cambiamento radicale del nostro sistema scolastico. Un cambiamento fatto di nuove e rivoluzionarie metodologie didattiche, con il ripudio del “sadismo valutativo”, dei compiti a casa e di tutto ciò che possa procurare agli allievi la più piccola ansia; a cominciare da esami in cui sia possibile anche bocciare. Tra l’altro i numerosi ministri degli ultimi vent’anni, insieme alla dirigenza ministeriale, hanno gettato la scuola nel pressapochismo, nelle improvvisazioni di norme, di didattiche e di regolamenti che hanno finito per snaturarla a tal punto che, per cambiarla davvero, occorre tempo e ragionevolezza. E in molti studenti, soprattutto dei cicli superiori, sembra crescere la convinzione che frequentarla serva solo ad attendere un futuro che, invece, per molti di loro non ci sarà o si farà desiderare a lungo. Ogni anno che passa, in effetti, l'avvenire dei nostri ragazzi è sempre più incerto e molti ne hanno una prova tangibile all'interno delle loro famiglie, con i genitori alle prese con la precarietà del lavoro e con stipendi insufficienti per campare dignitosamente. Altrettanto spesso i ragazzi usciti dalle superiori convivono con sorelle e con fratelli maggiori disillusi e ridotti a cercare un senso alle loro esistenze essenzialmente attraverso la connessione alla rete.
Lasciamo dunque da parte le velleità di fulminee palingenesi metodologiche di una scuola sempre più piegata verso l'appiattimento e spesso non in grado di aiutare i giovani a costruirsi un vero senso di appartenenza: innanzitutto a una società che deve essere giusta in quanto accomunata da un obiettivo comune e solido, quello della responsabilità e del rispetto  nei confronti di se stessi e degli altri. Perché il vero radicale cambiamento, questo sì a portata di mano purché ci siano la convinzione morale e la volontà politica, è quello di far rispettare con la massima fermezza le regole della convivenza civile. È ovvio che da sola la scuola non può fare miracoli, ma deve provarci ad ogni costo. Una comunità che transige sul rispetto reciproco non può lavorare come vorrebbe. Non dobbiamo però accontentarci che a farlo siano solo i docenti più capaci e appassionati. Come insegna il noto proverbio africano “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”, per il mondo scolastico questo deve diventare una sorta di collettivo imperativo categorico, se davvero vogliamo provare a salvare la scuola e contribuire a salvare questo Paese. Senza il rispetto di quelle regole, e di quelle aggiuntive imposte dal Covid 19, si rischierebbe di buttare al vento un altro anno scolastico; e di compromettere la formazione culturale e civile di milioni di ragazze e ragazzi. Lo è già quella di migliaia e migliaia di loro che conoscono la vita quasi solo in modo virtuale o attraverso le notti trascorse tra alcool e droghe, nel teppismo e nel divertimento disperato che coinvolge interi quartieri che di notte diventano suburre e colpevolmente, come tutto il resto, tollerati da uno Stato sempre più assente.
Intanto preoccupiamoci di questo. Le grandi riforme richiedono tempo, educatori illuminati, politici capaci di vedere lontano e adeguati investimenti. Il rispetto delle regole richiede solo insegnanti e dirigenti responsabili e capaci di agire da buoni padri e madri di famiglia. Se dal prossimo settembre il mondo della scuola iniziasse a recuperare queste esigenze elementari, e proprio per questo fondamentali, si potrà dire che davvero si è aperta una nuova stagione.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 14 luglio 2020)

IL VUOTO DI EDUCAZIONE E DI STATO EVIDENZIATO DALLA MOVIDA

Digitate sul motore di ricerca “movida residenti”: ne verrà fuori una sfilza di città tormentate da questo attentato permanente alla quiete pubblica: Milano, Roma, Palermo, Firenze, Taranto, Napoli, Trento, Cagliari, Bari, Avellino, per limitarci alle prime dieci. Parecchie decine sono di conseguenza i comitati di cittadini costretti a organizzarsi per difendere diritti elementari: alla tranquillità, al riposo, alla salute. E questo da molti anni, spesso da decenni.
Il fenomeno della “mala movida” mette in plateale evidenza, come una potente lente di ingrandimento, due tra le più gravi patologie della nostra società. Una è la crisi dell’educazione, a cui hanno molto contribuito teorie pedagogiche non fondate sulle reali esigenze dello sviluppo psichico. Tra queste è essenziale il graduale allenamento al principio di realtà e il conseguente superamento dell’egocentrismo infantile. La mancanza di orientamenti e di valori saldamente condivisi nella società ha indebolito la capacità dei genitori di guidare la crescita dei figli. E purtroppo anche la scuola, come sappiamo, si è in buona parte accodata al trend educativo della “non frustrazione”. Ma senza la necessaria fermezza, cioè la capacità di assumere e mantenere atteggiamenti e decisioni nel loro interesse educativo, ci sono molte probabilità che i bambini diventino adulti egocentrici, cioè incapaci di tener conto dei diritti altrui, spesso arroganti, insofferenti alle regole, pieni di pretese e suscettibili. È proprio questo il tipo di frequentatori della movida che emerge regolarmente dalla cronache giornalistiche; e particolarmente significative sono le reazioni rabbiose e a volte violente alle proteste di chi vorrebbe dormire.
La seconda grave carenza che le notti della movida mettono in risalto è il venir meno dello Stato a una delle sue principali responsabilità, quella di proteggere i cittadini: facendo rispettare le sue leggi (in questo caso permessi, orari, volume della musica, limiti alla vendita di alcolici), prevedendo e comminando sanzioni adeguate. Ma a chi chiama le forze dell’ordine perché il rumore o la musica gli impediscono di dormire, di rado qualcuno risponde; chi ci riesce quasi sempre si sente dire che “non ci sono pattuglie disponibili”, come raccontano innumerevoli vittime della movida; e questo notte dopo notte, anno dopo anno. 
C’è infine un tema che nel fenomeno della movida collega il vuoto educativo con il vuoto di protezione da parte delle istituzioni: quello del crescente consumo di alcolici da parte dei giovani. Da un lato ci si chiede quanti genitori si preoccupino – e si occupino – delle sbornie dei figli (molte ragazze e ancor più ragazzi fanno già alle medie la loro prima esperienza di coma etilico). Quanto allo Stato, siamo da molti anni in attesa di una campagna contro l’abuso di alcol paragonabile a quella contro il fumo. Eppure il consumo eccessivo abituale, secondo i dati della Società italiana di tossicologia, riguarda il 15,5 % degli uomini e il 6,2 % delle donne; le ubriacature occasionali il 10 % dei primi e il 2,5 %  delle seconde. E ogni anno 40 mila italiani muoiono per malattie correlate all'alcol.
Giorgio Ragazzini

("ilSussidiario.net", 14 luglio 2020)

sabato 27 giugno 2020

ORARI CORTI E PIÙ SPAZI: SE IL PESO CADE SUI PRESIDI


Intervista a  cura di Giorgio Bernardini (“Corriere Fiorentino”, 26 giugno 2020)
Con Valerio Vagnoli, dirigente scolastico in pensione, editorialista del Corriere Fiorentino e tra i fondatori del «Gruppo di Firenze per la scuola del merito della responsabilità», abbiamo fatto sulle linee guida previste dal governo per il rientro a scuola a settembre.
«Nelle nostre classi le regole non vengono quasi mai rispettate normalmente, questo aggrava la situazione in vista delle nuove disposizioni per la riapertura delle scuole: sono lacunose e sbagliate, si sta perdendo un’occasione storica».
Come va considerata la bozza delle linee guida della ministra Lucia Azzolina: un avvio di discussione sulle decisioni da prendere o l’ultima parola del governo che poi passa la palla ai presidi?
Il tentativo di ufficializzare la bozza di documento fatto dal ministero era una prova di forza. Si sono mossi i presidi, gli enti locali e i sindacati, perché molte — troppe — cose non vanno. Di fronte allo spettro di un’ennesima debacle il governo deve metterci le mani, altrimenti verrà pregiudicato seriamente l’inizio anno scolastico.
Quali sono le lacune più vistose?
Non sono chiare nel delineare le responsabilità del ministero, delle scuole e degli enti locali. Non specificano quali siano le responsabilità e c’è il chiaro tentativo di demandare alle scuole compiti che non sono in grado di affrontare senza direttive nazionali: i sei giorni la settimana e le ore da 45 minuti sono un esempio.
Nella scuola è stato inserito il criterio dell’autonomia. Nella stagione del post Covid è un vantaggio o un ostacolo?
Può essere una straordinaria opportunità o un colpo di grazia. Mi sembra si stia andando verso quest’ultima soluzione. Un mese fa misi in rilievo la necessità di partire subito per reperire spazi — da parte degli enti locali — e di cominciare con il gruppo portante che ha ogni scuola ad ipotizzare soluzioni didattiche. Sono certo che l’hanno fatte in poche.
Sarà un problema far indossare le mascherine agli alunni?
Ci saranno difficoltà, accresciute dal fatto che già nella nostra scuola c’è difficoltà nel far rispettare le regole. Chi parlava di rispetto delle regole negli anni scorsi veniva chiamato sceriffo, oggi le cose si complicano.
Se uno studente non obbedisce all’obbligo di indossarla, cosa deve fare un docente?
Fossi ancora preside, lo studente rimarrebbe a casa. Andrebbe aggiornato anche il regolamento di istituto riguardo a questo aspetto, perché è in gioco la salute di tutti.
Che vantaggi porta la soluzione delle ore di lezione accorciate?
Così nessuna. Se si fa un orario di 45 minuti è evidente che l’occupazione delle aule aumenta a dismisura. L’alternativa è diminuire il monte orario (quello attuale nelle scuole superiori è di 32 ore), ma la ministra non ha fatto alcun cenno a questo aspetto.
Bisognerebbe partire da alcune certezze. La prima: quale deve essere il numero dei ragazzi per classe per garantire la sicurezza
La sicurezza è data dalla possibilità di mantenere la distanza di un metro fra gli alunni, nella gran parte delle scuole non esiste questo spazio.
Come si ovvia al problema della numerosità degli studenti rispetto a spazi ridotti?
L’unica maniera è dividere la classe in due parti: una a scuola, l’altra a casa. Nello steso tempo rimane un altro problema: siamo in Italia, l’ingerenza delle famiglie è totale: i genitori di ragazzi seguono le lezioni, hanno da ridire, controllano, con i social esprimono considerazioni indecorose e ne va della credibilità della scuola.
Servono altri insegnanti? Non c’è il rischio che si approfitti della pandemia per fare un’altra infornata di docenti senza alcun tipo di selezione?
Temo questa possibilità. Le scuole devono farcela con le loro forze perché un nuovo massiccio inserimento di insegnati non valutati creerebbe un nuovo precedente per compromettere il mondo dell’apprendimento
Quale modello bisognerebbe inseguire per il cambiamento?
Quello della Finlandia, poiché la loro è una società che crede nella scuola. Gli insegnanti lì frequentano un’università specifica che insieme alla dottrina d’indirizzo ha un percorso sulla formazione pedagogica. Uno ogni dieci candidati passa la selezione per divenire docente. L’immissione in ruolo — non pro forma — viene confermata solo dopo due anni.
Le attività sportive saranno possibili? E come? In quali ambienti?
Per chi ha lo spazio all’aperto potranno esser eseguite, mantenendo le distanze. Ma non si potrà fare calcio e pallacanestro oppure sport di contatto.
E l’attività di sostegno? C’è il rischio di una marginalizzazione del problema?
Diventa più difficile, ma con le mascherine e l’igienizzazione si può. Del resto non ci sono mai state aule e laboratori speciali con gli strumenti che a questi ragazzi servono. Dunque diventa anche questa un’occasione per migliorare la pratica e il personale, dato che l’85% degli insegnanti di sostegno non ha alcun titolo.
Prima del Covid la sicurezza era legata agli edifici. Ora anche alla salute. Ci metteremo mai al sicuro?
Non in tempi brevi. Nel tempo che c’è dovremmo affrontare l’emergenza, ci vuole una sensibilità culturale che non c’è. Quando cominciai, nel 1973, c’era l’infermiera a scuola almeno una volta alla settimana: eravamo più organizzati di oggi. C’era un’attenzione, soprattutto nelle scuole dell’infanzia, che è venuta meno nei decenni seguenti. Bisogna cominciare a organizzarsi, c’è bisogno prima di tutto di spazi. L’effetto di una vera riforma si avrà dopo almeno 20 anni, un tempo per cui ci porteremo dietro i mali e le follie frutto di questi anni.
C’è già chi dice che anche nel prossimo anno scolastico si dovrà fare uso delle lezioni da remoto, ma come noto non tutti hanno un pc a disposizione a casa. Si va a ledere un diritto costituzionale...
È proprio così. Il ministero aveva tra l’altro il dovere di informarci sui risultati della didattica a distanza di questi mesi. Aveva il dovere di dirci quali fossero state le difficoltà e i limiti. E invece non è stato fatto.
Tutto sembra fare da contrasto al principio del merito. Un destino?
Sì, lo è. In questo Paese è così, inutile girarci intorno. Pochi pedagogisti e politici, quando si parla di merito, colgono il problema realmente. Stiamo facendo crescere generazioni di ragazzi fuori dal significato della scuola, il merito è bandito. La scuola di oggi è davvero classista, utile soprattutto per impiegare le persone. La scuola italiana va avanti perché c’è una quota minima d’insegnati eroici che sceglie di rimanere nelle scuole di frontiera, che ci sono anche in Toscana. Ma ce ne sono moltissimi che fanno danni irreparabili.
Giugno 2020. La scuola italiana è viva o moribonda?
Sta morendo, è nel caos, da anni abbandonata in cerca di un ruolo e di un significato. Purtroppo rischia di perire definitivamente se non si approfitta di questo disastro sanitario per cogliere l’occasione del cambiamento.

mercoledì 10 giugno 2020

L’ESEMPIO CHE MANCA


Neanche i disastri spesso servono a cambiare la natura dell’uomo: tutt’al più ci permettono di identificarla, nel bene e nel male, con maggiore evidenza di sempre. Ciascuno di noi è tale anche per come hanno contribuito a determinarci le storie familiari, le compagnie o i maestri incontrati durante il percorso di formazione: siano quelli scolastici o del mondo del lavoro. Lo sanno bene gli adulti che da bambini, da ragazzi o da giovani hanno avuto la fortuna d’incontrarli e di rendersi conto di quanta passione, preparazione e disponibilità a trasmetterle ai propri allievi fosse stato animato il loro compito. E i veri maestri sono tali anche perché consapevoli che la prima forma di trasmissione del sapere è il buon esempio. Ed è attraverso questo che si può contribuire, prima di qualunque altra attività, ad una buona formazione civile e civica dei propri allievi insegnando loro che oltre ai diritti competono anche i doveri.
A tutto ciò si è «naturalmente» ispirata Francesca, la maestra di Prato, che non appena è stato possibile ha deciso di incontrare i suoi piccolissimi allievi in un parco pubblico pur di non rinunciare alla loro educazione. Ed a questo si sono ispirati tutti quei docenti e dirigenti che, come Francesca, a dispetto di alcuni sindacati evidentemente refrattari a qualsiasi apprezzamento della buona volontà, si sono immediatamente adoperati, grazie alla passione per il proprio lavoro, affinché non si interrompesse fin dal primo giorno dell’isolamento di massa, il rapporto educativo con i propri allievi.
I disastri non servono a cambiare la natura dell’uomo: tutt’al più servono a stimolare la classe dirigente, se degna ovviamente di questa funzione, a trovare una risposta che possa permettere di porre riparo, almeno per l’immediato futuro, ai danni subiti. Per la scuola non è accaduto ad oggi niente di tutto ciò e ancora non sappiamo cosa accadrà a settembre: nessuna ipotesi su come potrebbe essere organizzata a seconda di quello che sarà fra tre mesi l’andamento del coronavirus. I sindacati del personale scolastico, un numero quest’ultimo degno di un esercito napoleonico, reclamano una impressionante quantità di nuove assunzioni. Naturalmente ope legis, perché qualsiasi forma di verifica in merito alla reale preparazione e attitudine al compito che attende i nuovi assunti è, per consolidata tradizione, quasi da escludere.
Inoltre a pochi sembra interessare, tantomeno al Ministero, ricordare che tutte le scuole godono di margini di autonomia didattica e organizzativa non indifferenti, che permetterebbero almeno di gestire una buona parte dell’orario scolastico autonomamente. Si potrebbero per esempio, privilegiare alcune materie, quelle di base e d’indirizzo, rispetto ad altre e facilitare la divisione delle classi, anche alle elementari, per l’organizzazione di orari più gestibili e fluidi onde evitare che possa ripetersi la totale esclusione dei ragazzi dalla vera vita scolastica. Infine, proprio perché si insegna innanzitutto attraverso l’esempio, sarebbe stata una bellissima occasione per dimostrare tutto il sostegno possibile ai nostri studenti che gli insegnanti, in massa, si fossero candidati come presidenti di commissione. Invece, ad oggi, oltre mille commissioni ne sono prive. E nemmeno c’è stata purtroppo una battaglia per chiedere che anche gli esami di terza media avvenissero, come per le superiori, in presenza. Onestamente, i ragazzi avrebbero avuto diritto ad una maggiore considerazione.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 10 giugno 2020)


domenica 31 maggio 2020

“ASCOLTARE” GLI INSEGNANTI? ECCO UN’ OCCASIONE SULLA PROMOZIONE GENERALIZZATA

Venerdì scorso abbiamo pubblicato sulla nostra pagina facebook una lettera aperta alla Ministra Azzolina del collega Riccardo Prando, che insegna in una scuola media, uscito su "ilSussidiario" con il titolo Tutti promossi, uno schiaffo alla dignità del paese. Contribuiscono all'efficacia dell'intervento, che vale la pena leggere per intero, i riferimenti a fatti concreti, tra cui quello di "3 ragazzi assenti da mesi per ragioni ufficialmente ignote (più e più volte sollecitati dalla dirigenza dell'istituto, le risposte sono state quanto mai evasive)". I numerosi commenti, quasi tutti in sintonia con l'autore, possono essere una piccola ma significativa occasione per "ascoltare" davvero gli insegnanti, come più o meno tutti i ministri hanno detto di voler fare, magari attraverso i famosi e fumosi "Stati Generali della Scuola".(GR)
Giuli Giuliani io, invece, credo che sia giusto non bocciare nessuno perché dubito che i docenti possano giudicare serenamente il lavoro fatto dai ragazzi in questi mesi, per loro traumatici. L' anno prossimo gli stessi insegnanti potranno lavorare sulle lacune degli alunni, correggerle e colmarle. Non è colpa dei ragazzi, questa situazione.
Miriam Abu Eideh Giuli Giuliani credo che i consigli di classe possano giudicare, eccome. Altrimenti, se siamo incapaci relativi, venga la ministra a farsi gli scrutini. Non si tratta di lacune. Ho alunni che hanno di fatto abbandonato a Dicembre e che, privi di valutazione, saranno passati alla classe successiva. Perché sì. È ASSURDO.
Giuli Giuliani sono uscita dal mondo della scuola da diverso tempo, ho letto, comunque, che non tutti i ragazzi sono stai raggiungi on line dai docenti e che le lezioni non sono state assicurate a tutti. se questo è vero, trovo sensato rimandare.
Luisa Stedile Giuli Giuliani non è questione di colpa ma di preparazione...chi è pronto avanza gli altri ripetono... altrimenti si punirebbe sia il non preparato che dovrebbe arrancare per tenere il passo, che chi deve fermarsi in attesa... Non c’entra nulla l’insegnante.
Miriam Abu Eideh Giuli Giuliani un cdc può tranquillamente discernere tra chi non si è connesso per problematiche varie (e una scuola è al corrente di tutto) e chi, semplicemente, non ha voglia di fare una mazza, senza essere scavalcato dal ministero.
Linda Mirabella Giuli Giuliani mi scusi ma di cosa parla? Lei trova giusto che alunni mai visti e sentiti in videolezione, che per tre mesi non hanno inviato lavori sulla piattaforma della scuola vengano promossi? Se la pensa così allora siamo messi male. La colpa di questa situazione non è dei ragazzi, né tantomeno degli insegnanti. Sa cosa le dico: la pandemia è stata l’occasione perfetta per alunni ignoranti, il cui percorso scolastico sarebbe stato segnato in tempi normali.
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Miriam Abu Eideh Assolutamente sì. Dovremo promuovere gente che non hai mai frequentato da novembre (ma si è dimenticata di ritirarsi, guarda un po'), gente con insufficienze diffuse dall'inizio, gente che neanche ha avuto la buona grazia di iscriversi in piattaforma, gente che non ha sentito il bisogno di colmare il debito del trimestre, gente che in presenza dava fuoco ai banchi e ha avuto sanzioni disciplinari. Tutto il lavoro nostro e dei ragazzi che, nonostante i problemi di device, nonostante le situazioni di povertà educativa nella quale molti stanno, hanno fatto di tutto per esserci nella DAD, viene svilito in modo ignominioso.
Mirka Cavalet Miriam Abu Eideh guarda hai interpretato tutto il mio sdegno. Approvo totalmente e me ne dolgo profondamente. Che tristezza.
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Luisa Stedile Chi non comprende l’ importanza della formazione scolastica promuove le promozioni... io ho sempre sostenuto per il BENE dei ragazzi che è meglio ripetere un anno piuttosto che arrancare proseguendo...
Miriam Abu Eideh È vergognoso. Non trovo altre parole. Vergognoso. Dei miei alunni (una è venuta a scuola dopo TRE giorni da una operazione chirurgica, quando eravamo in presenza) mi hanno detto chiaramente "se l'anno prossimo è così, non facciamo più nulla, tanto è uguale". È sbagliato ma naturale che pensino così.
Vittorio Perego Dov'è la novità? Il diritto al successo formativo ormai si è imposto da vent'anni.
Chiara Piccoli Vittorio Perego il problema vero è che non potendolo garantire a tutti (viste le risorse economiche e umane destinate alla scuola) lo si regala a tutti, anche a quelli che non fanno proprio nulla per meritarlo.
Vittorio Perego Nessuna forza politica, nessuna famiglia e pochissimi insegnanti vogliono una scuola più rigorosa e quindi selettiva.
Mirka Cavalet Vittorio Perego e questa è una grande sconfitta per tutti. Soprattutto per i ragazzi..
Mariangela Lanaro Una ministra incompetente, ma adatta alla massa dei genitori e di tutti quegli ignoranti dei 5 stelle.
Antonietta Celano Mariangela Lanaro e vediamo se oltre a criticare sai dare una soluzione.
Mariangela Lanaro La frittata è fatta... cara grillina!
Miriam Abu Eideh E faccio notare, poi mi taccio, che insegno in uno degli IPSIA più difficili dell'Umbria, dunque non parto dal presupposto "facciano gli studenti, se si connettono bene, sennò affari loro". Non sapete quanti ne ho svegliati per telefono, la mattina, per convincerli a venire ai MEET. Non sapete quanti ne ho aiutati a entrare in piattaforma, miei ragazzi o ragazzi di classi non mie, anche il sabato e la domenica.
Massimo Primerano Il paradosso del paradosso è contenuto nell’ultima circolare della Ministra riguardante i chiarimenti sulle O.M. sulla valutazione e sugli Esami del 1^ e 2^ ciclo. Ebbene nel caso dell’Esame di 3a media se un alunno non consegna l’elaborato previsto dall’O.M. non potrà comunque essere “bocciato” ma si potrà abbassare il voto finale. È acclarato che chi non consegna l’elaborato solitamente coincide con chi non è mai stato interessato alla scuola sia in presenza che a distanza, e che quindi in tempi normali ad andargli bene sarebbe stato ammesso tappandosi il naso. Ma il risultato finale sarà comunque la promozione in barba agli studenti seri. Propongo di eliminare l’insegnamento dell’Educazione Civica prima che entri in vigore.
Davide Zanin Non bocciare equivale sempre a non dare riscontri a non orientare a non consigliare, la follia buonista. Comunque adesso siamo al divieto di rimandare, non più neanche di bocciare.
Luca Ferrari Davide Zanin guai a dirlo in collegio docenti... si viene fustigati in diretta streaming.
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Gigliola Ciaccia Assolutamente d'accordo. Noi insegnanti ci siamo trovati ad affrontare metodologie, strumenti e criteri di verifica diversi da quelli usati da decenni. Ebbene, ci siamo rimboccati le maniche, abbiamo partecipato a tutti i corsi di formazione possibili pur di non rimanere indietro. Nessuno ha chiesto nulla. Così come siamo abituati a fare: testa abbassata, cervello vivo, occhi pronti e... ore e ore di lavoro. La nostra giornata è andata oltre le 24 ore. Non ha avuto importanza. Lo abbiamo fatto per la scuola italiana è per i nostri alunni. E allora? È mai possibile che la Ministra dia il lascia passare a marzo a tutti gli alunni? Lascia passare a tutti quei genitori che non hanno mai avuto contatto con i docenti E non si pongono il minimo dubbio sul percorso formativo dei propri figli? No. Non si lavora così. Non si umilia la classe docente, quella classe docente che ha superato concorsi a cattedra, non uno, che si è formata da sola spendendo sulla propria formazione solo per la scuola che si evolve, che si aggiorna per diventare un sociologo-operatore sanitario-psicologo oltre che docente. Cara Ministra, mi dispiace dirlo, ma ha proprio toppato. Come docente mi aspetterei al uno un: scusatemi, non ho pensato a voi. Sarebbe quasi una presa in giro a questo punto ma, almeno, si salverebbe la faccia.
Paolo Durando Secondo me è un falso problema. Bocciare non è l'essenza della scuola né una prova di "serietà". Ci saranno altri momenti per valutazioni più fiscali. L'esperienza che i ragazzi hanno fatto quest'anno vale più di un anno scolastico in termini di possibile maturazione personale.
Miriam Abu Eideh Paolo Durando no. Mi spiace ma ho alunni che hanno passato i mesi del lockdown giocando alla play.
Adele Ferri Oppure hanno preferito dormire la mattina insensibili alle sollecitazioni e agli inviti a fare il loro dovere di studenti.
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Leopoldina Moro Bastava evitare di parlare a marzo, incitare i ragazzi a studiare e valorizzare lo sforzo delle scuole che sono partite da subito con la Dad, dopodiché agli scrutini fidarsi del buon senso dei docenti, che conoscono i loro studenti, e sicuramente avrebbero aiutato i ragazzi in difficoltà per mancanza di mezzi, ma sarebbero anche stati onesti con coloro per i quali il bene maggiore sarebbe stato ripetere l'anno. Il problema di questa epoca è la necessità di dire qualcosa alla stampa, ogni 10 minuti. Che si lavori, ci si chiariscano le idee, e poi si diano indicazioni chiare. Io spero che questa esperienza, almeno al mondo della scuola, lo abbia insegnato.
Mirka Cavalet Leopoldina Moro guarda, hai perfettamente ragione! Il buon senso dei docenti è la chiave.. Noi li conosciamo!!! E vogliamo il meglio per loro... Che vuol dire anche insegnare il senso di responsabilità, la fatica e la soddisfazione nel raggiungere traguardi meritati!!! MERITATI....
Leonardo Cipriani Tutti promossi, tanto uno vale uno che sia bravo o ciuco.
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Rosanna Sapore Ma perché non vengono promossi tutti sempre? Cosa c’è di nuovo?
Miriam Abu Eideh Rosanna Sapore nella mia scuola bocciamo, non so altrove.
Luigi Pirrello Miriam Abu Eideh mi piacerebbe leggere le percentuali di bocciature degli ultimi 5 anni nella tua scuola specificando quelli bocciati d'ufficio perché hanno superato il numero di assenze e quelli bocciati per profitto. Grazie.
Maria Antonia Un elogio a questa docente.
Walter Tornesello Il fatto è che a promuovere tutti non ci sono problemi, a bocciare spesso sono rogne. Io insegno alle superiori quasi tutte le nostre scelte sono dettate dalla considerazione "se no i genitori dicono che ... " Ormai per presidi e collaboratori dei presidi ogni decisione è in funzione di "se no i genitori dicono che... "
Mirka Cavalet Walter Tornesello e guardate le proposte dell' Anp per l'anno prossimo.. Sono senza parole. Vogliono diventare un'azienda cui importerebbe solo soddisfare la clientela... Circondati da docenti selezionati ad hoc.. Altro che decisioni collegiali... Mah!
Vanna Castangia E chi ha studiato e chi non ha fatto un bel niente
Piera Cecconi Comunque la selezione la farà la vita. Son daccordo a ripetere l'anno se uno studente non ha studiato.
Caravello Antonino Concordo con tutti i colleghi.... Vengo da un collegio docenti dove il preside è stato chiaro, evitate di bocciare... Anzi si è pure incazzato se abbiamo detto che cmq l'ordinanza del 16 maggio ne dava una minima possibilità... Ci stanno togliendo il piacere di insegnare... Siamo diventati peggio degli zerbini...
Marco Neri Da Re Per quest'anno era ovvio fin dall'inizio che saranno tutti promossi. La ministra può cianciare quanto vuole, ma un TAR non impiegherebbe più di 10 secondi per dichiarare non valide delle valutazioni a distanza. Solo un masochista boccerebbe uno studente con la certezza di vedersi annullata la bocciatura con un ricorso.
Carlo Maschio La Waterloo del sistema scolastico italiano.
Francesco Metrangolo Ma tanto, dignità in Italia non lo riporta più neppure il vocabolario.
Marinella Spinazzola Forse alcuni commenti non saranno decorosi o degni di un docente ma siamo stufi stanchi arrabbiati e tanto altro di come viene considerata la scuola e veramente non se ne può più.
Salvatore Pellegrino Peggio non si poteva fare.

venerdì 29 maggio 2020

TORNANO I GIUDIZI, FRA TANTA RETORICA


È mortificante che esponenti della classe dirigente, in momenti cruciali e drammatici per la vita del Paese, anziché preoccuparsi di farvi fronte con realismo si lascino tentare dalla retorica, forse pensando di raccogliere facili consensi (quando non si tratta di nascondere omissioni e incapacità).
E la retorica non è mancata in questi mesi anche a proposito di scuola. Per esempio con l’esaltazione fuor di misura della didattica a distanza, uno strumento adatto quasi esclusivamente a far fronte alle emergenze, che invece secondo alcuni spalancherebbe praterie di entusiasmante rinnovamento. È poi di questi giorni la «battaglia» del sindaco Nardella per consentire ai bambini e ai ragazzi di festeggiare la fine dell’anno scolastico nelle loro aule, a compensare almeno in parte, il fatto, guarda un po’, di «essere stati messi all’ultimo posto dell’agenda politica» durante il confinamento a casa (e un invito analogo è arrivato da Luigi di Maio). Chi non crede alla sacralità dell’ultimo giorno dell’anno scolastico ha giustamente fatto notare che se le scuole sono idonee a far incontrare intere classi terminali con i loro docenti tanto valeva averle già utilizzate o utilizzarle fin da ora per fare lezione. Il sindaco si è rapidamente convinto che in alternativa, parziale o totale, gli incontri si potranno svolgere eventualmente negli spazi all’aperto e, chissà con quanto rispetto della solennità dell’evento (e delle distanze), perfino nei giardini pubblici. L’importante è farlo.
A chi scrive sarebbe apparso più giusto che tanta foga e determinazione fossero stati spesi per dirci cosa si sta facendo per premunirsi rispetto a quanto potrebbe accadere a settembre con l’apertura del nuovo anno scolastico. E l’importanza delle decisioni in proposito non permette assolutamente di perdersi in questioni del tutto secondarie. È certo che, tra tanto altro, ci sia necessità di trovare per tutte le scuole numerosi nuovi spazi. Che peraltro la Città metropolitana, presieduta dallo stesso Nardella, si è da anni quasi del tutto dimenticata di costruire, malgrado le pressanti richieste delle scuole stesse. Un esempio è un nuovo edificio per ampliare l’istituto alberghiero «Saffi», che doveva, secondo i progetti, essere già stato ultimato tre anni fa e che invece non è stato neanche avviato.
Nel quadro dei gravi problemi della nostra scuola, arriva la notizia di un emendamento presentato dal Pd e approvato dalla Commissione scuola del Senato, grazie al quale si aboliscono i voti nella scuola elementare, che verranno sostituiti da giudizi. La senatrice Vanna Iori ha così potuto dichiarare che «l’emendamento prevede che nella scuola primaria i bambini non possano essere considerati dei numeri». Osservazione un tantino offensiva per le maestre; e comunque priva di logica, dato che i voti non si riferiscono agli alunni, ma alla loro preparazione. Premesso che già ora ai voti viene affiancato un giudizio, anche questo provvedimento è frutto di una retorica molto diffusa, quella per cui il bambino va protetto dai «traumi»; e può essere trauma ogni sia pur piccola frustrazione, ogni incontro con la realtà delle cose. Anche il voto, all’interno di una positiva relazione con l’insegnante, viene in genere accettato senza problemi. La «rivoluzione» che i senatori hanno approvato è quindi inutile nel migliore dei casi, più probabilmente dannosa rispetto alla chiarezza della comunicazione. E poco ha a che fare con i cambiamenti, non tutti popolari, di cui la scuola ha urgente bisogno e di cui sono in pochi a parlare. Quasi per nulla gli addetti ai lavori, sindaci compresi.
Valerio Vagnoli
(“Corriere Fiorentino”, 29 maggio 2020)

giovedì 28 maggio 2020

SULLA PROPOSTA DI FERRUCCIO DE BORTOLI AI GRANDI IMPRENDITORI DI UN GRANDE PROGETTO CONTRO LA POVERTÀ EDUCATIVA


Caro dottor De Bortoli,
il suo editoriale La classe dirigente che serve al paese ha giustamente richiamato il ceto politico e l’opinione pubblica a non trascurare la formazione del cosiddetto “capitale umano”, come invece da tempo si sta facendo. Molto importante è poi l’appello alla “classe dirigente privata” perché si faccia promotrice di una raccolta di capitali volta a “offrire al Paese i mezzi necessari per una decisa lotta alla povertà educativa” e a favore della “formazione in generale del capitale umano” e quella di “una futura classe dirigente, anche pubblica, di cui oggi scontiamo debolezze e incompetenze”.
Condizione essenziale per il successo di un investimento nell’istruzione pubblica è però il superamento del modello educativo e formativo affermatosi negli ultimi decenni, che ha reso la scuola italiana sempre meno esigente sia sul piano dell’apprendimento, sia su quello dell’impegno e del senso di responsabilità degli studenti. Sono del resto carenze di cui proprio sul “Corriere” si è spesso occupato Ernesto Galli della Loggia. E ci pare evidente che si sottovaluti l’importanza del versante più propriamente educativo nella formazione dei giovani. Il senso civico, il rispetto delle regole, la sensibilità per il bene comune sono ingredienti essenziali di quello che gli studiosi chiamano “capitale sociale”, ma che in sostanza fa tutt’uno col capitale umano.
Sul piano culturale, le analisi internazionali e nazionali attestano che perfino le conoscenze e le abilità di base sono carenti in ogni ordine di scuola. E ne è stata una conferma lampante l’allarme lanciato nel 2017 da oltre 700 docenti universitari che denunciavano “le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare”.
La qualità del capitale umano dipende, oltre che dal numero e dalla preparazione dei laureati, anche dal livello dell’istruzione e della formazione professionale, che in altri paesi, vedi la Germania, hanno un ruolo fondamentale e che invece da noi sono uscite distrutte dalle varie riforme degli ultimi decenni, che hanno “licealizzato” tutti gli indirizzi di istruzione professionale, compresi gli Istituti (ora Licei) d’Arte. Quanto alla formazione professionale, di competenza regionale, alcune regioni hanno fatto scelte innovative con ottimi risultati, ma in gran parte d’Italia c’è il deserto. Lo stesso sistema degli Istituti Tecnici Superiori, che dove esiste ottiene in generale ottimi risultati, è purtroppo quasi assente in quelle parti del Paese dove sarebbe più necessario.
Almeno un breve accenno merita infine la sostituzione dei “programmi” con le “indicazioni” nazionali. Se è giusto che le scuole e gli insegnanti possano adattare i piani di lavoro alle classi e ai contesti sociali, è altrettanto importante stabilire per ciascuna disciplina quali argomenti non si possono tralasciare nel consegnare alle nuove generazioni il nostro patrimonio culturale.
Cordialmente,
Giorgio Ragazzini, Valerio Vagnoli, Andrea Ragazzini, Sergio Casprini

mercoledì 20 maggio 2020

RIMETTERE CON I PIEDI PER TERRA IL DIBATTITO SULLA SCUOLA


Di cosa ha bisogno la scuola per poter riaprire a settembre? Tutto deriva dalla fondamentale esigenza di proteggere la salute degli allievi e degli insegnanti (e, meno problematicamente, quella dei custodi e di chi lavora in segreteria). Per farlo bisogna stabilire la giusta distanza fra i banchi, che porta con sé il numero di allievi compatibile con le dimensioni di ogni aula; si deve anche fare in modo che l’ingresso e l’uscita a scuola e nelle aule avvengano senza ingorghi; si devono studiare regole per l’intervallo, dare indicazioni sulla disinfezione delle mani e dell’ambiente. Ci saranno certamente molti altri particolari da prendere in considerazione, ma è più o meno questo l’essenziale a cui provvedere. Ed è già un compito tutt’altro che semplice sia individuare le regole, sia farle costantemente rispettare. 
E invece, in vista del ritorno della scuola “in presenza”, c’è un assembramento di proposte a favore di un radicale rinnovamento della didattica che la pandemia avrebbe reso chissà perché indifferibile. In realtà sono le stesse idee più o meno “rivoluzionarie” che circolano da anni (e non hanno con la pandemia nessuna relazione): il “focus” sull’apprendimento invece che sull’insegnamento; la personalizzazione sempre più spinta dei piani di lavoro; la classe “rovesciata” (che però soffrirebbe come la DaD dell’ insufficiente numero di computer); la messa al bando della lezione frontale; l’abolizione del voto in decimi (che aumenterebbe le disuguaglianze) e altre ancora. Si è poi sviluppata, forse per effetto della semireclusione in casa, una vera passione per la “didattica all’aperto”: parchi, fiumi, boschi, piazze, monumenti, musei, teatri (questi ultimi però veramente sono al chiuso...) saranno l’occasione per il superamento della vecchia didattica. Neppure questa è una novità assoluta: la scoperta del “territorio” risale agli anni ’70; e nelle giuste dosi rimane una risorsa. Chi la ripropone in grande stile non sembra però avere la minima idea di quali difficoltà pratiche comporti anche a cose normali ogni “uscita”; e di quelle che si aggiungerebbero nella situazione attuale. Intanto l’insegnante o gli insegnanti accompagnatori devono spesso essere sostituiti nelle altre classi dove hanno lezione. E per il futuro, se effettivamente fosse necessario un maggior numero di docenti per la suddivisione delle classi in piccoli gruppi, il problema delle sostituzioni si aggraverebbe. Inoltre, far camminare ordinatamente una scolaresca sui marciapiedi e farle attraversare le strade richiede una continua vigilanza; e soprattutto i più piccoli vanno pazientemente abituati all’attenzione e alla concentrazione anche in un ambiente esterno. Come si pensa di riuscire a mantenere per strada o (peggio ancora) sull’autobus il distanziamento che in classe viene assicurato dalla posizione dei banchi?
Ci fu un tempo in cui si sentì la necessità – come disse Feuerbach – di rimettere la filosofia con i piedi per terra. Riusciremo mai a fare lo stesso con il dibattito sulla scuola?
Giorgio Ragazzini
“ilSussidiario.net”, 20 maggio 2020