giovedì 28 maggio 2020

SULLA PROPOSTA DI FERRUCCIO DE BORTOLI AI GRANDI IMPRENDITORI DI UN GRANDE PROGETTO CONTRO LA POVERTÀ EDUCATIVA


Caro dottor De Bortoli,
il suo editoriale La classe dirigente che serve al paese ha giustamente richiamato il ceto politico e l’opinione pubblica a non trascurare la formazione del cosiddetto “capitale umano”, come invece da tempo si sta facendo. Molto importante è poi l’appello alla “classe dirigente privata” perché si faccia promotrice di una raccolta di capitali volta a “offrire al Paese i mezzi necessari per una decisa lotta alla povertà educativa” e a favore della “formazione in generale del capitale umano” e quella di “una futura classe dirigente, anche pubblica, di cui oggi scontiamo debolezze e incompetenze”.
Condizione essenziale per il successo di un investimento nell’istruzione pubblica è però il superamento del modello educativo e formativo affermatosi negli ultimi decenni, che ha reso la scuola italiana sempre meno esigente sia sul piano dell’apprendimento, sia su quello dell’impegno e del senso di responsabilità degli studenti. Sono del resto carenze di cui proprio sul “Corriere” si è spesso occupato Ernesto Galli della Loggia. E ci pare evidente che si sottovaluti l’importanza del versante più propriamente educativo nella formazione dei giovani. Il senso civico, il rispetto delle regole, la sensibilità per il bene comune sono ingredienti essenziali di quello che gli studiosi chiamano “capitale sociale”, ma che in sostanza fa tutt’uno col capitale umano.
Sul piano culturale, le analisi internazionali e nazionali attestano che perfino le conoscenze e le abilità di base sono carenti in ogni ordine di scuola. E ne è stata una conferma lampante l’allarme lanciato nel 2017 da oltre 700 docenti universitari che denunciavano “le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare”.
La qualità del capitale umano dipende, oltre che dal numero e dalla preparazione dei laureati, anche dal livello dell’istruzione e della formazione professionale, che in altri paesi, vedi la Germania, hanno un ruolo fondamentale e che invece da noi sono uscite distrutte dalle varie riforme degli ultimi decenni, che hanno “licealizzato” tutti gli indirizzi di istruzione professionale, compresi gli Istituti (ora Licei) d’Arte. Quanto alla formazione professionale, di competenza regionale, alcune regioni hanno fatto scelte innovative con ottimi risultati, ma in gran parte d’Italia c’è il deserto. Lo stesso sistema degli Istituti Tecnici Superiori, che dove esiste ottiene in generale ottimi risultati, è purtroppo quasi assente in quelle parti del Paese dove sarebbe più necessario.
Almeno un breve accenno merita infine la sostituzione dei “programmi” con le “indicazioni” nazionali. Se è giusto che le scuole e gli insegnanti possano adattare i piani di lavoro alle classi e ai contesti sociali, è altrettanto importante stabilire per ciascuna disciplina quali argomenti non si possono tralasciare nel consegnare alle nuove generazioni il nostro patrimonio culturale.
Cordialmente,
Giorgio Ragazzini, Valerio Vagnoli, Andrea Ragazzini, Sergio Casprini

2 commenti:

bruno telleschi ha detto...

La retorica dei giudizi contiene almeno due pregiudizi: 1 che gli insegnanti non sappiano valutare e 2 che la valutazione sia utile per la didattica. Due deformazioni ideologiche!

Blogger ha detto...

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