martedì 9 marzo 2010

COMUNICATO STAMPA DEL GRUPPO DI FIRENZE

Venerdì 12 marzo alle 11.30, nell’Aula magna del Liceo Classico Michelangelo
di Firenze, via della Colonna 9r, si terrà la Conferenza stampa di presentazione della Lettera aperta di 61 Dirigenti scolastici della Toscana a tutti i partiti e ai candidati alle prossime elezioni regionali, promossa dal Gruppo di Firenze. Saranno presenti alcuni dei firmatari.
Nella lettera-appello i presidi toscani partono dal grande numero di ripetenze e di abbandoni scolastici che si verificano soprattutto nei primi anni degli istituti professionali: soltanto nel primo anno tre studenti su dieci vengono bocciati o si ritirano. A questi ragazzi gli istituti professionali statali (anche quelli previsti dalla Riforma Gelmini) non offrono, con il limitatissimo numero di ore di laboratorio, dei percorsi adeguati alle loro aspettative e ai loro talenti.
A differenza di altre regioni la Toscana non consente di assolvere l’obbligo scolastico con percorsi di formazione professionale. Dove questo è possibile (ad esempio le province di Trento e Bolzano) la percentuale degli insuccessi è molto più ridotta.
Per questo i presidi toscani chiedono ai partiti e ai candidati governatori di ripensare la politica regionale in materia di istruzione e formazione professionale e avanzano delle proposte per offrire agli studenti la possibilità di scelte più adeguate alle loro necessità e aspirazioni.

Firenze, 9 marzo 2010

venerdì 5 marzo 2010

QUARANT’ANNI SENZA MERITO

La norma transitoria che fino al 2012 obbliga gli insegnanti con quarant’anni di contributi a andare in pensione è tra l’altro un piccolo capolavoro di indifferenza al merito. Fino all’anno scorso ci sono stati docenti che hanno potuto insegnare fino a sessantacinque anni o addirittura chiedere la deroga fino sessantasette. Si tratta nella maggior parte dei casi di persone appassionate e di valore, che potrebbero dare ancora molto a una scuola in cui purtroppo molti insegnanti sono demotivati. Proprio mentre tanti colleghi vorrebbero andare in pensione e non possono (essendosi visti per tre o quattro volte spostare in avanti l’età pensionabile), altri vorrebbero invece restare, ma gli viene impedito (è il caso tra gli altri di un docente del Berchet di Milano), per un calcolo di cui neppure si è avuto il garbo di illustrare l’utilità in termini economici. Chi contava di prolungare di altri quattro o cinque anni la propria vita professionale si è visto chiudere la porta in faccia. Come se si trattasse di una semplice pratica burocratica e non di un delicato passaggio esistenziale. E a conferma che attualmente la scuola non valorizza in nessun modo i migliori.

martedì 2 marzo 2010

IL 5 IN CONDOTTA SERVE A EDUCARE

Due interventi positivi sulla funzione del voto di condotta: l’intervista allo psicanalista Luigi Ballerini pubblicata oggi su “ilsussidiario.net” e un commento di Francesco Agnoli su “Avvenire”. Da notare che il “quotidiano approfondito” sintetizza il pensiero di Ballerini con un titolo semi-benaltrista, che ne forza in senso riduttivo il significato (che è di netto, seppur pacato, favore al ripristino di questa sanzione): Il 5 in condotta può essere efficace, ma non basta a formare degli uomini.
D’altra parte è lapalissiano che in fatto di educazione nessun fattore da solo può bastare. Non basta un buon corpo insegnante se la famiglia diseduca, né una famiglia a posto se hai pessimi insegnanti; così come non basta da solo un preside in gamba, e via dicendo. Agli equilibristi del "sì, ma" andrebbe però ricordato che la conquista del rispetto per gli altri è essenziale per diventare uomini, oltre che per consentire “la possibilità stessa di fare scuola”, come ricorda Agnoli nel suo articolo. (GR)

lunedì 1 marzo 2010

PRINCIPIO DI AUTORITÀ E SCUOLA ACCATTIVANTE

Sulla scuola come dovrebbe essere e sulla scarsa validità di alcune analisi e proposte metodologiche torna a intervenire Giorgio Israel con un articolo sul "Giornale", il cui titolo lo collega - piuttosto arbitrariamente - a una delle notizie predominanti di oggi: la "pioggia" di cinque in condotta. Israel parte invece da Don Giussani e dalla demolizione del principio di autorità; non inteso come accettazione acritica di qualsiasi assurdità, ma come affidamento fiducioso ai propri maestri (necessaria base dell'apprendimento).
Quanto ai cinque in condotta, è indubbio che una fase di aumento delle sanzioni e delle valutazioni negative del comportamento fosse del tutto prevedibile, se era giusta (e lo era) la diagnosi che si fosse lasciato correre quasi tutto negli anni passati. Ma c'è naturalmente chi ne trae la conclusione che la colpa è dei docenti incapaci. "Il rigore è altro", dice il professor Gaetano Domenici. Ma purtroppo non ci dice cos'è. (GR)

giovedì 25 febbraio 2010

NUOVE ESPERIENZE DI FORMAZIONE PROFESSIONALE

In molte regioni italiane si sviluppa e si perfeziona sempre di più la formazione professionale, anche con iniziative particolarmente attraenti. Abbiamo parlato altre volte dell’esperienza trentina, oltre che della torinese “Piazza dei mestieri”. Oggi su alcuni quotidiani viene presentata “L’officina dei mestieri”, in cui sui diciottomila metri quadri di ex officine comunali milanesi si tengono vari corsi triennali rivolti a studenti dal primo al terzo anno delle superiori, che scelgono un insegnamento fortemente basato sulla pratica. Una strada che non preclude, però, neppure l’accesso all’università. (Su “Tempi” invece, si può leggere un quadro abbastanza chiaro della formazione professionale in Italia, con particolare riferimento alla Lombardia).
I cultori della formazione a senso unico e indiscutibile, cioè quella di carattere scolastico, dovrebbero provare a immaginarsi le conseguenze sulla vita quotidiana di ragazze e ragazzi che inizieranno questi percorsi, se invece fossero ulteriormente costretti a rimanere tra i banchi scolastici. Se la scuola è l'unica vera strada per formare dei cittadini consapevoli, perché non si vuol prendere atto che è, per almeno oltre il 25% dei ragazzi italiani, un fallimento? Ah già, ci penseranno le “didattiche diversificate” a ridurre queste percentuali.... Ma se invece di percentuali si cominciasse a parlare di individui, di esseri umani liberi di scegliere tra un ventaglio di percorsi che abbiano tutti, nella loro diversità, l'obiettivo di responsabilizzare, gratificare, insegnando anche un mestiere, non sarebbe una buona maniera per fare della democrazia una cosa concreta, un incontro vero dei ragazzi con l’esperienza? (V.V.)

lunedì 22 febbraio 2010

ROSSI DORIA: TORNIAMO ALL'ESAME DI QUINTA ELEMENTARE

Marco Rossi-Doria, noto "maestro di strada", che è stato anche consulente del ministro Fioroni, si dice d'accordo sulla diagnosi di Paola Mastrocola riguardo alla precaria salute dell'italiano a scuola; e propone a sua volta di ripristinare l'esame di quinta elementare: soprattutto come verifica della conoscenza della lingua, ma anche (giustamente) come "rito di passaggio".
Speriamo che qualcuno colga l'occasione per spiegarci il motivo per cui era stato abolito. E magari non sarebbe male, ora che molte scuole primarie fanno parte di istituti comprensivi, se facesse parte della commissione almeno un insegnante della scuola media. Allo stesso modo, si potrebbe far partecipare all'esame di fine ciclo un docente delle superiori. Tanto per non essere troppo autoreferenziali. Leggi l'articolo di Rossi-Doria. (GR)

venerdì 19 febbraio 2010

L'ITALIANO IN COMA. REVERSIBILE?

Sulla “Stampa” Paola Mastrocola propone un rimedio emergenziale per recuperare a un italiano accettabile le nuove generazioni, si tratti di scrittura corretta o di comprensione del testo: corsi intensivi pomeridiani (di vari mesi, però) per chi approda alle superiori; finanziati con i risparmi lacrime e sangue di Tremonti.
Sullo stesso tema, il quotidiano torinese intervista Elena Ugolini, preside e membro dell’Invalsi, che assegna alla comprensione della lingua scritta e a una didattica più stimolante la priorità logica e temporale sull’ortografia.
Infine, una futura docente della scuola primaria ci sgomenta con una testimonianza di prima mano sul livello del suo corso di studi.
Aggiungiamo un altro ingrediente fondamentale: sarebbe ora che alcuni argomenti essenziali da trattare a scuola - con la massima libertà quanto ai metodi - venissero chiaramente prescritti da programmi (dico “programmi”) nazionali, con il necessario séguito di controlli e verifiche. (GR)

martedì 9 febbraio 2010

UN PRIMO COMMENTO SULLA RIFORMA GELMINI

La razionalizzazione degli istituti tecnici


Della riforma delle superiori, la parte veramente “gelminiana” è soprattutto quella dei licei, perché la riorganizzazione delle scuole tecniche e professionali è in buona sostanza frutto dei due anni di lavoro della commissione De Toni insediata dal ministro Fioroni. La direttiva politica fondamentale che ne era alla base era stata quella di collocare in via definitiva gli istituti professionali fra le scuole di competenza statale accanto agli istituti tecnici, invece di affidarli, come la Costituzione voleva e come il buon senso consiglierebbe, ai governi regionali, in modo da sintonizzarne meglio la funzione con le esigenze dell’economia locale. In precedenza si era presto sgonfiato il tentativo morattiano - secondo le indicazioni della commissione Bertagna - di creare un doppio canale “istruzione-formazione” (allo Stato i licei, alle Regioni i tecnici ed i professionali). Il riordino dell’istruzione tecnica e professionale ha puntato a limitare la frammentazione in tanti indirizzi, a ridurre a 32 le ore di lezione, a rafforzare le aree scientifiche e tecniche ed infine a potenziare tramite stage il rapporto con il mondo del lavoro. Una razionalizzazione e semplificazione dell’attuale giungla di indirizzi era senz’altro necessaria.

Gli istituti professionali: un’occasione persa

Sbagliata è invece, a nostro avviso, la scelta sostanzialmente bipartisan di caratterizzare ancora di più gli istituti professionali come parenti stretti dei tecnici, penalizzando proprio le materie tecnico-pratiche, invece di andare nella direzione esattamente opposta: quella cioè di preparare i giovani ad una cultura del “fare”, assorbendo gradualmente al proprio interno la stessa formazione professionale. Possiamo solo auspicare che l’intervento delle regioni, come è previsto dal Titolo quinto della costituzione e come è già avvenuto in Trentino e in Lombardia, possa correggere in positivo questa impostazione. E questo anche per rispondere in modo appropriato al gran numero di insuccessi scolastici, che proprio negli istituti professionali fanno registrare i maggiori picchi.

I sei licei

Venendo ai Licei, il merito maggiore della riforma sta non solo nel taglio drastico delle sperimentazioni (oltre 450) e in una riduzione oraria che specie in certi indirizzi era indispensabile, ma anche nell’aver delimitato gli ambiti disciplinari dei sei licei proposti, ognuno con una sua specifica identità culturale e formativa, e avendo a comune il potenziamento di alcune materie (scienze, lingua straniera, matematica).
Nel biennio la drastica riduzione di orario imposta da Tremonti ha portato all’esclusione o al ridimensionamento di alcune materie (geografia, diritto ed economia, storia dell’arte e altre), alcune delle quali sarebbe stato importante conservare, a prescindere dalle proteste delle varie associazioni disciplinari. Però va ricordato che nell’ambito dell’autonomia scolastica ogni istituto avrà la possibilità di gestire dal 20 al 30% del monte orario, in relazione alla propria offerta formativa. Vero è che su questa opportunità è d’obbligo un po’ di scetticismo, dato che si tratta di mettere mano a orari e cattedre.
Tra gli aspetti più innovativi, ma anche più problematici, c’è l’unificazione dei licei artistici e degli istituti d’arte, che rischiano di perdere la specificità artigianale-artistica dei loro tradizionali laboratori. Anche in questo ambito l’istituzione da parte delle regioni di corsi di formazione professionale consentirebbe da un lato di preservare alcune preziose tradizioni artigianali, dall’altro di dare a tanti ragazzi una valida alternativa al percorso liceale.

Il rapporto con la scuola

Quanto al coinvolgimento della scuola nel processo riformatore c’è stato indubbiamente un apprezzabile sforzo sul piano del metodo, con l’organizzazione di seminari nazionali, la nomina di referenti regionali incaricati di spiegare la riforma, l’apertura di tre siti web e la presenza di insegnanti e dirigenti scolastici in servizio nella Cabina di regia incaricata di perfezionare la riforma dei licei. Insomma, una partecipazione della “base” c’è stata, certo assai più che nel famoso comitato dei quaranta di berlingueriana memoria, tra i cui membri non si trovava neanche un docente.
Non è stata la “consultazione di base” che sindacati della scuola e organizzazioni studentesche avrebbero voluto, invocando quasi una forma di sovranità popolare sulle riforme da attuare, ma la democrazia ha le sue mediazioni e i suoi strumenti. E d’altra parte si può star certi che una consultazione del genere avrebbe portato - nella migliore delle ipotesi - a conservare lo “status quo”.
La riforma dei “contenitori” è un punto di partenza, ma per una vera e profonda riforma della scuola serve molto altro, mai dimenticando di ispirarsi a tutti i livelli ai due criteri fondamentali del merito e della responsabilità.

Programmi, “carriera”, organi di governo, aggiornamento...

Servono prima di tutto dei programmi finalmente liberati dalle ipoteche pedagogistiche e dagli interminabili elenchi di competenze; programmi che definiscano con trasparenza e concretezza gli obbiettivi didattici fondamentali. Come chiedono Giorgio Israel e Paola Mastrocola e come ha dichiarato di voler fare il Presidente della Cabina di regia Max Bruschi (si vedano due suoi interventi e quello di Giorgio Israel a commento della nostra nota del 5 gennaio). Sui programmi, un unico, ma pesante interrogativo: ci sarà tempo per un lavoro seriamente meditato? Ci pare piuttosto difficile.
Serve poi che dirigenti e insegnanti siano capaci di assumersi pienamente le responsabilità professionali connesse al loro ruolo e che la loro attività sia verificata e valutata. Questo implica che arrivi in porto una riforma dello stato giuridico e degli organi collegiali che metta fine al generico blaterare di autonomia e fornisca alle scuole competenze dirigenziali e organizzative molto più elevate di quelle attuali. Sarà anche fondamentale cambiare radicalmente i metodi dell’aggiornamento, da basarsi in gran parte sul metodo seminariale che valorizza l’esperienza sul campo e ne rende possibile la condivisione con i colleghi.

... E più soldi
E poi, indubbiamente, più mezzi. Se il valore di una scuola sta in buona parte nella capacità degli insegnanti di svolgere seriamente il loro lavoro, oltre che nella trasparenza e concretezza dei suoi programmi, è anche vero che certe forme di opposizione centrate in maniera monocorde sui “tagli” hanno avuto buon gioco. Tanto la reintroduzione del maestro prevalente, quanto il riordino dei licei sono apparsi troppo meccanicamente necessitati dalla scure tremontiana. E molte scuole, davvero, non hanno più il classico becco di un quattrino.

L’opposizione
Detto questo, è doveroso aggiungere che le critiche dell’opposizione, in certi momenti apparsa disponibile a lavorare costruttivamente, sono state spesso fuori misura e che non di rado si è mescolata piuttosto grossolanamente la questione delle minori risorse con le problematiche relative ai contenuti culturali e didattici, perdendo l’ennesima occasione di fare proposte costruttive per approvare in maniera almeno in parte condivisa riforme così cruciali nell’interesse di tutti gli italiani.

Gruppo di Firenze

L'INSEGNANTE CHE VOLEVA INSEGNARE

I curatori fallimentari della bancarotta pensionistica sindacal-partitocratica hanno dovuto prendere provvedimenti impopolari, questo va da sé. Ma si deve per forza lasciare da parte anche il rispetto per le persone? C'è una generazione di pubblici dipendenti che ha avuto in sorte di vedere la meta della pensione allontanarsi per tre o quattro volte - roba da sfiancare un monaco buddista -, mentre alcuni che vorrebbero rimanere sono espulsi d'autorità in base a una norma che varrà per un triennio: "Fuori chi ha quarant'anni di contributi". Ignaro di meriti e di demeriti, il pallottoliere impera. Ne è giustamente sconfortata la collega Anna Maria Macchi che insegna, con passione, a Legnano.

venerdì 5 febbraio 2010

L’ORA DI LEZIONE SOTTO ATTACCO PERMANENTE

Da ottobre a gennaio (e quest’anno molto oltre), si svolgono nelle scuole medie le attività di orientamento. È in questo periodo che si tocca con mano quanto “la lezione”, cioè il momento centrale dell’istituzione scolastica, abbia perso di considerazione nella menti di molti docenti e dirigenti. Una preoccupazione costante, infatti, dovrebbe guidare la pianificazione di incontri, visite, colloqui: evitare per quanto possibile di interferire con il regolare svolgimento delle lezioni. Macché. Vengono anzi incoraggiate le visite di intere classi delle medie agli istituti superiori; e dato che vi sono impegnati almeno due accompagnatori, il risultato è di privare della lezione anche altre classi che rimangono a scuola. C’è da chiedersi, poi, con quale criterio si scelgano le mete, non essendo pensabile di visitare tutte quelle che gli allievi prendono in considerazione. A lasciarli fare, poi, alcuni istituti superiori farebbero il giro di tutte le medie per illustrare ai potenziali iscritti le allettanti caratteristiche del proprio istituto. Rigorosamente di mattina, però. In un diverso orario, tra l’altro, potrebbero intervenire anche i genitori; ma i responsabili del marketing scolastico sanno benissimo quale indice di gradimento riscuote il poter saltare la lezione, anche senza considerare i molteplici impegni pomeridiani di tanti alunni. Ma non basta. Pensa e ripensa, cosa hanno inventato per attrarre i giovani iscrivendi? La possibilità di “assistere a una lezione”. È facile valutare quale possa essere il valore orientativo (cioè zero) di una lezione, tenuta da uno tra i vari professori di una delle varie materie. Altrettanto facile giudicare, per le persone di buon senso, quale sia il quoziente etico di questa operazione, anche se condotta - c'è da supporre - in buona fede. Purtroppo, finora non mi risulta che qualche scuola media si sia risentita di questo incoraggiamento a disertare le proprie aule.
Come se questo non bastasse, altre assenze sono causate dalla necessità di sottoporre i figli a viste mediche, controlli, analisi, perché, a quanto pare, in molti casi i servizi sanitari non prevedono appuntamenti pomeridiani. Ma lo sanno che esiste la scuola? Oppure se ne infischiano?
Tutto questo - e altro - nel quadro di una normativa che prevede un tetto massimo di assenze di un giorno ogni quattro (cioè oltre cinquanta in un anno), senza dover indicare motivi particolari e per di più derogabile a giudizio della singola scuola.
Il messaggio che arriva ai nostri allievi non potrebbe, quindi, essere più chiaro: la lezione non è veramente importante, se ne può tranquillamente fare a meno. (Giorgio Ragazzini)

Sulla reazione all'arrivo delle competenze nella scuola francese
, segnaliamo un articolo del collega Piero Morpurgo dal sito della Gilda di Venezia.

lunedì 1 febbraio 2010

PIAZZA DEI MESTIERI

Dal 2004 a Torino, nel quartiere di S. Donato, c’è Piazza dei mestieri, ricavata in una vecchia conceria abbandonata. È stata concepita per i ragazzi che abbandonano la scuola superiore. Si tratta di corsi di formazione professionale, che interessano cinquecento studenti. Di come nacque e di quali attività vi si praticano e vi si insegnano, parla oggi sul “Sole24Ore” un servizio di Maria Bianucci. Chi volesse approfondire ulteriormente, può visitare il sito di Piazza dei mestieri.
A proposito di formazione professionale e territori contigui, Giuliano Cazzola torna a chiarire il senso del suo emendamento e della mozione trasversale che ha accompagnato la sua ulteriore messa a punto.
Intanto la stilista Raffaella Curiel dichiara al TG1: "Abbiamo centinaia di stilisti, ma non riusciamo più a trovare un sarto".

mercoledì 27 gennaio 2010

APPRENDISTATO A 15 ANNI: UN "SÌ, MA..." DAL PD LOMBARDO

Critico con le reazioni dell'opposizione all'emendamento Cassola (per altro già a sua volta emendato), Marco Campione, responsabile per l'istruzione e la formazione del Partito Democratico lombardo, evidenzia però anche i limiti dell'impostazione governativa. Convincente nella parte "autocritica", meno nel mettere sullo stesso piano quanto a ideologismo i due schieramenti opposti, Campione conclude il suo intervento su "ilsussidiario.net" con una serie di proposte che meritano almeno qualche puntualizzazione. Queste:
1) Rivedere i cicli scolastici, accorciando di un anno il percorso.
2) Abolire la bocciatura e passare ad un sistema di certificazione delle competenze e classi di livello.
3) Dare in capo alle regioni anche l’istruzione professionale.
4) Diffondere capillarmente l’apprendimento “Hands On – Minds On”.
5) Generalizzare percorsi di alternanza scuola-lavoro: generalizzare, ovvero anche per gli studenti che frequentano il liceo.
Prima che il punto 2 trovi facili adepti tra i donmilaniani entusiasti, va precisato che anche un sistema scolastico basato sulle "classi di livello", se serio, implica la possibilità di dover "ripetere": non l'anno, ma il corso. "Si boccia", cioè, non in tutte le materie, ma solo in quelle in cui non si sono avuti risultati sufficienti. In pratica le scuole superiori dovrebbe essere organizzate un po' come le facoltà universitarie.
Giustissimo il punto 3, anche perché è la stessa costituzione che lo prevede. Ma più o meno tutti i ministri - e in particolare Fioroni - hanno accettato le resistenze delle regioni. Naturalmente, per avere senso, bisognerebbe che gradatamente gli istituti professionali, abbandonando la loro attuale configurazione di pseudo-istituti tecnici, diventassero sede di una vera e propria formazione professionale, come in sostanza ha deciso di fare il Trentino; e in quanto tali, luoghi elettivi dell'apprendimento "hands on-minds on" (punto 4), che in soldoni significa "usando le mani si usa il cervello". Quanto alla diffusione "capillare" della manualità o meglio della laboratorialità, mi pare che si tenda spesso a farne, anziché una linea di tendenza adatta ad alcune materie, una pericolosa ricetta magica, una di quelle che la iattanza di alcuni pedagogisti vorrebbe propinare acriticamente alle scuole di ogni ordine e grado, in opposizione a veri o supposti "nozionismi".
Infine, l'alternanza scuola-lavoro al liceo mi è sempre parsa, in assenza di robuste esemplificazioni concrete, un'istanza alquanto ideologica. Ad essa andrebbe forse contrapposta la promozione dell'associazionismo studentesco come strumento di crescita e di responsabilizzazione degli adolescenti nell'ideare e gestire autonome iniziative culturali (pomeridiane). GR

martedì 26 gennaio 2010

APPRENDISTATO: RISERVE DELL'ISFOL E UN QUADRO EUROPEO

Su "ItaliOggi", Sergio Trevisanato, presidente dell'Isfol (L’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) avverte che nella situazione attuale è ancora molto limitata la effettiva possibilità di affiancare al lavoro una formazione esterna, come prevederebbe la legge Biagi. Sullo stesso quotidiano, si può leggere un utile quadro sintetico della situazione europea, anche se il titolo (Prima si assolve l'obbligo. Così funziona nella moderna Finlandia) è costruito un po' maliziosamente: nel testo si viene infatti a sapere che in quel paese l'obbligo si ferma per l'appunto a quindici anni.

lunedì 25 gennaio 2010

TRE INTERVENTI SULL'APPRENDISTATO A 15 ANNI

Continua il dibattito sulla possibilità di assolvere l'ultimo anno di obbligo facendo un apprendistato formativo (uno dei tre tipi previsti dalla legge Biagi). Su un piano prevalentemente informativo "Tuttoscuola", che però non nasconde le sue perplessità; in senso decisamente favorevole lo psicoanalista Claudio Risé sul "Mattino" e su "ilsussidiario.net" il pedagogista Giuseppe Bertagna, già coordinatore del gruppo di lavoro che approntò una proposta di riforma delle superiori per Letizia Moratti (poi largamente modificata).
Non si può non rilevare, in ogni caso, l'evidente contraddizione in cui incorre il governo, quando da un lato prende una decisione di questo genere e dall'altro non coglie l'occasione della riforma delle superiori per cambiare in profondità gli istituti professionali, trasformandoli in luoghi di qualificata formazione professionale (quindi con un elevato numero di ore laboratoriali e di stage presso le aziende), invece di confermarne la natura di istituti tecnici di serie B.

sabato 23 gennaio 2010

TERZO ANNO PROFESSIONALIZZANTE: E SE FOSSE TROPPO TARDI?

Proviamo a dare uno sguardo alla realtà, quello sguardo che i responsabili della politica scolastica della Regione Toscana si guardano bene talvolta dal dare. La realtà di questi giorni, infatti, è che stanno per iniziare (finalmente) i percorsi del terzo anno professionalizzante. Percorsi, come abbiamo scritto in altre occasioni, finalizzati a recuperare i ragazzi tra i 16 e i 18 anni usciti dal canale dell'istruzione o desiderosi di farlo. Si tratta sempre di ragazzi che alle spalle hanno già, in genere, più di una ripetenza e una sorta di "certificazione", almeno psicologico-sociale, d'incapaci e falliti, perché refrattari alla scuola, tradizionalmente (molto tradizionalmente) intesa quale unica strada per formarsi culturalmente e civilmente. Si sa, come afferma Norberto Bottani, che in Italia sembra non esserci possibilità di salvezza al di fuori della scuola!
Ma torniamo all'attualità, alla constatazione che finalmente stanno per partire i corsi del terzo anno professionalizzante, ove le attività pratiche e di laboratorio trovano uno spazio almeno paritario rispetto a quello, tanto per intenderci, culturale. Peccato che i corsi non siano in numero sufficiente per soddisfare le richieste dei ragazzi e delle loro famiglie; e peccato che partano con ben cinque mesi di ritardo. Un ritardo che tra l’altro ha questa conseguenza: dato che i corsi durano fino a dicembre, se qualcuno di questi ragazzi, rimotivato dall' esperienza fatta, volesse rientrare nel canale dell’istruzione, non lo potrà assolutamente fare.
Con le sue 900 ore da dividere tra attività scolastica e pratica, si tratta comunque di un corso che non potrà in nessun modo garantire una preparazione appropriata, rimandandola di fatto alla futura esperienza lavorativa. E gli altri? quelli che sono addirittura rimasti fuori da questa formazione professionale in formato freccia rossa? Non si potranno certo consolare pensando ai due-tre anni di scuola superiore che si lasciano alle spalle, che li ha portati a maturare la convinzione di essere degli “sfigati” buoni a nulla: davvero una valida educazione alla cittadinanza!

V.V.

Post scriptum: Due parole sulla proposta Cazzola relativa all'apprendistato fin dai 15 anni. Personalmente ritengo che a quell'età sia ancora troppo presto per maturare un'esperienza alle dipendenze di chiunque, fosse anche il più illuminato dei datori di lavoro. Penso che almeno fino ai sedici anni si debba avere la possibilità di acquisire, con i tempi propri dell'apprendimento, le competenze di base culturali e per il lavoro che vorremmo svolgere non appena usciti dall'obbligo scolastico; obbligo che ovviamente dovrebbe poter essere espletato anche all'interno della formazione professionale. È quello che il Gruppo di Firenze propone alla Regione: organizzare su base triennale i percorsi di formazione professionale, dando la possibilità di iscriversi a chi ha superato l’esame di terza media.
Comunque, per coloro che volessero approfondire il tema relativo all’apprendistato si consiglia la lettura, nel sito dell’ADI, dell’ottimo lavoro di Livio Pescia, introdotto da Norberto Bottani con la consueta competenza.
Alcuni articoli sul tema dai giornali di ieri: Maurizio Ferrera e altri pareri sul "Corriere della Sera"; un'informazione sintetica dal "Sole24Ore"; Tinagli sulla "Stampa" e lo stesso Cazzola sul "Riformista".

mercoledì 20 gennaio 2010

GRAMMATICA, PUNTEGGIATURA, ORTOGRAFIA: I TEMI DELLA MATURITÀ AL SETACCIO DELLA CRUSCA

Il lamento sul modestissimo italiano degli studenti in uscita dalla scuola italiana si rinnova oggi in un articolo sul Corriere della Sera e in un commento di Giorgio De Rienzo sullo stesso quotidiano. Analizzando gli scritti di italiano dell'Esame di Stato 2007 , l'Invalsi e l'Accademia della Crusca hanno giudicato insufficienti dal punto di vista ortografico, grammaticale, dell'organizzazione logica, della punteggiatura, una percentuale di elaborati superiore al 50%. Non è nuova nemmeno, soprattutto per questo blog, la considerazione che questo disastro non può che essere il prodotto anche di promozioni "a prescindere".

domenica 17 gennaio 2010

ITALIA FUTURA: CI VOGLIONO PROGRAMMI NAZIONALI E UN'AUTONOMIA NON ANARCHICA

Si è aperto ieri a Napoli un convegno promosso dalla fondazione Italia Futura, presieduta da Luca di Montezemolo, che ha presentato il suo dossier "Maestri d'Italia". Tra l'altro vi sono indicati, come riferisce "La Stampa", i due fattori principali della "frantumazione" della scuola: la fine dei programmi nazionali e l'esasperazione dell'autonomia. Su questo convegno da leggere anche l'articolo di Gian Antonio Stella, centrato sulla valorizzazione dei maestri. Leggi il Dossier "Maestri d'Italia.

Da approfondire infine una notizia del "Sole 24 Ore" sulla possibilità che l'obbligo scolastico possa essere assolto in futuro anche con un triennio di apprendistato.

domenica 10 gennaio 2010

IL TETTO DEL 30%: “SCELTA PRUDENZIALE E RISPETTOSA” O “PROVVEDIMENTO DISCRIMINATORIO E IRRAGIONEVOLE”?

Quasi tre anni fa, nella primavera del 2007, l’allora Ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni fu invitato ad una puntata dell’Infedele di Gad Lerner, dedicata a Don Milani, attualizzato come santo protettore dei bambini immigrati. Il tema era appunto l’inserimento dei bambini extra-comunitari nelle scuole italiane. Durante la discussione, rapidamente degenerata in uno scontro manicheo tra buoni e malvagi, Fioroni affermò, secondo buon senso, che se in una classe c’è il 70% di ragazzi extra-comunitari, questo costituisce un problema. La gran parte della platea insorse: un problema? Al contrario, è una ricchezza! I ragazzi italiani faranno scuola ai loro compagni extra-comunitari!
Ho ricordato questo episodio perché, a fronte della esaltata visione missionaria dei tardi epigoni del Priore, Fioroni dette prova di equilibrio e consapevolezza dei problemi, così come aveva fatto con alcuni provvedimenti in direzione di una scuola “più seria”, certamente in controtendenza rispetto ai suoi predecessori. Purtroppo quella esperienza di governo indubbiamente innovativa non ha generato un modo di fare opposizione capace di guardare al merito dei problemi della scuola senza pregiudiziali ideologiche. Nel caso della Circolare del Ministro Gelmini sul “tetto” per gli alunni stranieri si tratta innanzitutto di riconoscere che il problema esiste e va governato seriamente, dopodiché è legittimo, anzi doveroso, analizzare tutte le implicazioni e le conseguenze di questa scelta. Come cerca di fare Penati sul Corriere ( ma non è chiaro se ha letto la circolare) e come ha già fatto il Sindaco PD di Vicenza, che già da un anno ha adottato un provvedimento molto simile. Come non fa invece l’Assessore all’Istruzione del Comune di Firenze, Rosa Maria Di Giorgi, che la circolare certamente non l’ha letta, altrimenti non si chiederebbe dove mettere i bambini stranieri che parlano fiorentino. Del resto da sempre le scuole si preoccupano, in nome di una buona didattica, di non concentrare nelle stesse classi, quando è possibile, gli studenti stranieri che hanno difficoltà linguistiche della stessa gravità.
Sui giornali di oggi, domenica, trovano spazio degli apprezzabili approfondimenti, in particolare la pagina che al tema dedica il Sole 24 Ore. Su quelli di ieri, a ridosso della notizia, sono riportati giudizi sostanzialmente favorevoli, come quello della CEI (“scelta prudenziale e rispettosa”) o nettamente contrari, come quello di Fernanda Contri (“provvedimento discriminatorio e irragionevole”). Fra i commenti di opinionisti a favore quello di Isabella Bossi Fedrigotti sul Corriere della Sera, se si prescinde dal finale dietrologico; mentre sui giornali a cui il PD delega in larga misura la polemica politica su questi temi, vale a dire “La Repubblica” e “L’Unità”, si poteva leggere, come prevedibile, un variegato repertorio di giudizi liquidatori, a volte francamente irrazionali. Il più estremista di tutti è stato ancora una volta Francesco Merlo, fino a qualche anno fa commentatore libero e spiazzante, e che oggi appare in balia della sua furibonda e pregiudiziale polemica politica.

A.R.

venerdì 8 gennaio 2010

LA COSIDDETTA “STRETTA SULLE ASSENZE”

Ieri alcuni giornali hanno ripreso una notizia già apparsa sul “Messaggero”: con la riforma delle superiori verrà estesa alle medesime una norma già vigente per le medie dal 2004 (e chissà perché non nel successivo grado di istruzione), per la quale chi si assenta per più di un quarto dell’anno scolastico non può essere ammesso a quello successivo o all’esame di maturità. La disposizione, contenuta nel regolamento sulla valutazione pubblicato lo scorso agosto sulla gazzetta ufficiale (articolo 17, comma 7), è in realtà estremamente mite, visto che un quarto dell’anno scolastico equivale a più di cinquanta giorni di assenza, e può colpire solo perché mette fine a una totale mancanza di limiti. Se ci si riflette, anzi, al di là delle intenzioni somiglia di più a una legalizzazione dell’assenteismo che non a una vera inversione di tendenza. Come se non bastasse questa larghezza di manica, “le istituzioni scolastiche possono stabilire, per casi eccezionali, analogamente a quanto previsto per il primo ciclo, motivate e straordinarie deroghe al suddetto limite”. Ebbene, sembra impossibile, ma anche su questo modesto passo avanti c’è chi ha avuto da ridire (il sindaco di Venezia Cacciari e il segretario della Cgil-scuola, Mimmo Pantaleo).

martedì 5 gennaio 2010

LE COMPETENZE E IL RASOIO DI OCCAM


“Ilsussidiario.net” pubblica oggi, sulla diatriba conoscenze-competenze, un intervento di Max Bruschi, consigliere di Mariastella Gelmini, che invita ad applicare alla questione, per cavarne le gambe, il celebre “rasoio” di Occam. Il “dottore invincibile”, infatti, invitava a eliminare i concetti superflui e astratti, attenendosi alla massima semplicità possibile. E questo dovrebbe valere per i concetti, ma anche per il linguaggio con cui si parla e scrive di scuola, una koinè che deve tornare facilmente comprensibile a tutti: insegnanti, genitori, studenti. Se da un lato Bruschi si dice “convinto che la certificazione delle competenze alla fine dell’obbligo formativo sia un atto dovuto e necessario, che non sostituisce ma integra la tradizionale ‘pagella’ “, il suo intervento è allo stesso tempo schierato contro le fumisterie “del pedagogismo a la page”, dalla parte, insomma, di Israel e di Paola Mastrocola. La porta stretta da cui passare consisterebbe nel “fissare obiettivi fondamentali, raggiungibili, verificabili” in termini di conoscenze, abilità e competenze. Nel testo, però, non si fa riferimento allo schema di decreto di cui ci siamo occupati nella nota del 30 dicembre; segno, forse, della difficoltà dell’impresa di “ritornare all’ordine e al buon senso” e ritrovare la perduta koinè. Leggi l'articolo.

GR

mercoledì 30 dicembre 2009

ARRIVANO LE COMPETENZE, UN'ALTRA TEGOLA PER LA SCUOLA ITALIANA

Sul sito dell’Associazione Docenti italiani si può leggere lo schema di decreto sulle competenze da acquisire al termine dell’obbligo. Vi si parla (per fortuna) solo delle competenze disciplinari e non di quelle “di cittadinanza” o “di base”, di fronte a cui gli amanti di questo genere letterario attingono l’acme della contorsione mentale, che a sua volta sfocia in un italiano impresentabile (un esempio prodotto da un gruppo di scuole fiorentine: "Segue ed è in grado di partecipare a processi collettivi di elaborazione di regole tenendo conto dell'ambiente, delle relazioni all’interno della comunità scolastica”).
Delle competenze come presunta chiave di volta della scuola abbiamo parlato più volte e ancora più spesso abbiamo dato la parola al professor Giorgio Israel, che sul punto è intervenuto con estrema severità, anche perché chi le magnifica sembra ignorare che il sapere e il saper fare sono da sempre parte, in diversa misura, di tutte le discipline. Infatti, scrive Israel, da sempre c’è “la consapevolezza che conoscere concetti non vuol dir niente se non si sa farne uso fino a riuscire a metterli in opera per risolvere problemi complicati”. Altrimenti, “si introduce l’idea assurda che l’acquisizione assolutamente passiva di concetti sia una forma di conoscenza”. Aggiungiamo che la misurazione delle competenze è difficilissima, come ammettono gli stessi esperti, i quali per giunta non sono neppure d’accordo sulla loro definizione (naturalmente, se per competenza ci si limitasse a intendere un saper fare direttamente legato a una professione - cosa sa fare un cuoco, cosa sa fare un elettricista - la cosa avrebbe senso).
Infine, l’insistenza sulle competenze si accompagna spesso alla svalutazione delle conoscenze disciplinari, viste come nozionismo o astrazione estranea alle nuove generazioni di “nativi digitali”. Accenniamo di sfuggita, solo per completare il quadro, al moltiplicarsi e sovrapporsi di terminologie affini (quali “abilità”,“capacità” e,appunto, “competenza”), del tutto ininfluenti sull’efficacia didattica.
Per il momento invitiamo i frequentatori del blog a dirci cosa ne pensano dopo aver letto l’elenco fissato dal ministero, che per lo meno è relativamente breve (e quindi non soddisferà molti pedagogisti) e limitiamoci a una previsione dettata dall’esperienza: la maggioranza dei colleghi considererà l’innovazione come l’ennesima, irritante e cervellotica imposizione dall’alto e cercherà di sbrigarla alla meno peggio e nel minor tempo possibile, come è accaduto in questi anni di “sperimentazione” (tra virgolette, perché non risulta che sia stato fatto un rilevamento di quello che ne pensano i docenti). Naturalmente questo si tradurrà in perdite di tempo e in ulteriore demotivazione e disorientamento, anche per il fatto di trovarsi a maneggiare due diverse scale di valutazione: i voti da 0 a 10 per le materie e i tre livelli più il “non raggiunto” utilizzato per le competenze. Ma nella scuola italiana, in cui l’esperienza non insegna, si fa così: si impongono degli obbiettivi finali nell’illusione che questo trasformerà a ritroso il modo di insegnare.
Possiamo dunque ragionevolmente concludere che l'introduzione delle competenze risulterà sia inutile che dannosa.
Quanto ai dettagli del modello proposto, alcuni dei quali francamente indecifrabili, converrà tornarci con una nota apposita.

GR

lunedì 28 dicembre 2009

"ADIO PUPA TIO AMATO". OVVERO: LA SCUOLA È POCO ESIGENTE IN FATTO DI LINGUA?

Sostiene di sì il linguista Alberto Sobrero sulla "Gazzetta del Mezzogiorno", uno degli studiosi che in questi giorni hanno commentato un appello della Crusca e dei Lincei per una maggiore tutela e promozione della lingua italiana. C'è chi ha proposto l'istituzione di un "Consiglio superiore della lingua italiana", chi l'inserimento dell'italiano come lingua ufficiale nella Costituzione. Sobrero indica cinque punti di debolezza della scuola italiana, compreso il "timore di dover bocciare o, ancor più, di irritare le famiglie" che ossessiona troppi insegnanti, con la conseguenza di "abbassare la soglia delle prestazioni necessarie per avere la sufficienza". Leggi. [Le parole del titolo citate tra virgolette sono tratte da una foto che appare a corredo dell'articolo].

giovedì 17 dicembre 2009

FORMAZIONE PROFESSIONALE: FARE COME A TRENTO?

Il "Corriere del Trentino" pubblica oggi un articolo sulla nuova situazione della scuola secondaria in quella provincia, la cui amministrazione autonoma ha abolito gli istituti professionali, creando così un sistema a tre rami: liceale, tecnico e professionale. Una riforma su cui dovrebbero riflettere anche molte altre regioni e soprattutto la Toscana, in cui si insiste su una svalutazione di fatto della scuola "più orientata ad acquisire competenze pratiche che teoriche", come si legge nel testo. Ma dovrebbe rifletterci anche il ministro Gelmini, i cui istituti professionali riformati non si differenziano molto da quelli che dovrebbero sostituire; i quali producono attualmente un enorme numero di ripetenze e di abbandoni, insieme a una crescente difficoltà nel "tenere la classe" da parte dei docenti. Un vero cambiamento avrebbe dovuto comportare una chiara prevalenza dei laboratori e degli stage sulle materie teoriche. Una reale uguaglianza delle opportunità si potrà realizzare solo dando pari dignità alla formazione professionale.
Chi volesse saperne di più sulle caratteristiche di questi percorsi nel Trentino, può leggere una guida orientativa preparata dall'assessorato alla pubblica istruzione.

(GR)

giovedì 10 dicembre 2009

UN APPROFONDIMENTO SULL'ABOLIZIONE DEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI DECISA DALLA PROVINCIA DI TRENTO

Dal sito dell'ADi (Associazione Docenti italiani) traiamo un approfondimento sulla chiusura degli istituti professionali decisa dalla provincia di Trento, anche come reazione alla riforma delle superiori, in cui viene confermato, se non rafforzato, il loro carattere di "istituti tecnici di serie B". Come abbiamo detto nella nota precedente, la formazione professionale, che già accoglie il 20% degli iscritti alle superiori, diventa una delle tre gambe del sistema educativo trentino. Ricordiamo che del gruppo di esperti che affianca da anni la giunta provinciale fa parte il professor Rosario Drago, autore di un'apprezzata relazione proprio su questo tema nel recente convegno fiorentino "Obbligo scolastico e formazione professionale".

sabato 5 dicembre 2009

IL SISTEMA A TRE GAMBE DEL TRENTINO: FORMAZIONE PROFESSIONALE, ISTITUTI TECNICI, LICEI

Su "L'Adige" di oggi, la direttrice dell'Enaip trentino (Ente Nazionale Acli di Istruzione Professionale) difende la scelta della provincia autonoma di abolire gli istituti professionali, creando un sistema educativo tripartito: formazione professionale (che raccoglie attualmente il 20% degli studenti e ha ridotto la dispersione scolastica al 9% contro il 20% della media nazionale), istituti tecnici, licei. Volutamente abbiamo invertito l'ordine in cui di solito (e anche nell'articolo) sono presentate le opzioni a disposizione degli studenti, che vede regolarmente al primo posto i licei. È solo un piccolo esercizio mentale per ricordarci l'importanza di restituire la dovuta dignità all'apprendimento più fondato sul fare, di cui si è parlato nel convegno fiorentino del 5 novembre scorso. Leggi.

sabato 28 novembre 2009

UNO VOLTA TANTO C'È LO STATO DI DIRITTO: ANNULLATA LA SANATORIA DEL CONCORSO-SCANDALO

di Valerio Vagnoli

Molto positiva la decisione del Consiglio dei Ministri di annullare l'ultimo concorso ordinario per presidi svolto in Sicilia con modalità indegne di qualsiasi contesto storico-geografico europeo degli ultimi secoli. Come molti sanno, la commissione chiamata a valutare i candidati operò, se si vuol credere che abbia lavorato senza cedimenti alla più spudorata delle corruzioni, in modo che va al di là di qualsiasi senso di decoro e appartenenza alla stessa sfera civile. Basti pensare che alcuni vincitori del concorso, peraltro senza neanche rientrare tra gli ultimi classificati, si erano espressi nei loro compiti attraverso errori grammaticali d'inaudita gravità. Per buona parte delle varie fasi del concorso il presidente della commissione( la lettera minuscola non è casuale) è risultato latitante e molti lavori, se si tenesse conto dei tempi di correzione indicati dalla commissione stessa, furono corretti in non più di due-tre minuti. Avete capito bene: pagine e pagine di saggi e progetti( questo richiedevano le due prove scritte) corrette in pochissimi minuti. Bene, benissimo ha fatto la Gelmini ad impegnarsi affinché si cancellasse tale scandalo.
Ed è in virtù di questo risultato che ci permettiamo d'insistere su un altro aspetto scandaloso e legato anch'esso all'ultimo concorso. Come molti sanno, la polemica è comparsa questa estate (ce ne siamo ampiamente occupati anche nel nostro blog) grazie ad un documento dell'assessore all'Istruzione della provincia di Vicenza che denunciava come, con la solita manfrina del codicillo inserito all'interno di una legge finanziaria, l'ultima di Prodi, i concorsi a preside avevano improvvisamente assunto carattere nazionale e non più regionale, permettendo così a centinaia e centinaia di "fuori lista", di sistemarsi in quelle regioni del centro-nord, ove le commissioni d'esame, rispettando la legge, non avevano prodotto alcuna graduatoria aggiuntiva rispetto ai posti messi a concorso. Anche questa manfrina non è accettabile, soprattutto se riferita al mondo scolastico, quel mondo che, rivolgendosi ai nostri ragazzi, più di tutti ha la necessità di far capire che l'Italia non è il Paese in cui a vincere sono quasi sempre i più furbi. Confidiamo che il Ministro Gelmini si faccia carico di cancellare anche questa ingiustizia avallata, occorre ribadirlo, nel silenzio-assenso di tutte le sigle sindacali e professionali di categoria.

mercoledì 25 novembre 2009

GENITORI PICCHIATI DAI FIGLI

Il fenomeno ha cominciato a emergere anche in Italia da qualche anno. Ne sanno qualcosa Il telefono azzurro e altre associazioni. Di quello che succede in Francia parla oggi un articolo sul "Giornale". Per i figli picchiare i genitori è stato sempre un tabù, ma con l'erosione dell'idea di autorità, in parte rafforzata negli scorsi decenni da spinte ideologiche, anche questo limite in certi casi viene superato, a conferma dell'urgenza di un più esteso e spassionato ripensamento degli stili educativi.

LA VALUTAZIONE DEGLI INSEGNANTI: UN ESEMPIO DAGLI USA

Sul "Sussidiario.it" di ieri 24 novembre è apparso un articolo del professor Giovanni Cominelli sulla valutazione dei docenti, che alla pagina 2 fa in particolare riferimento ai criteri scelti da un'agenzia indipendente degli Stati Uniti . A una nostra osservazione, intitolata Il problema è il "come" (pubblicata in calce all'articolo insieme ad altri commenti), l'autore ha risposto integrando l'articolo con le metodologie utilizzate.

(GR)

lunedì 23 novembre 2009

UNO SPETTRO SI AGGIRA PER LA SCUOLA ITALIANA: LA CERTIFICAZIONE DELLE COMPETENZE

Non sono conoscenze, non sono abilità, non sono capacità; e verrebbe da concludere alla maniera di certi indovinelli: “Alé, alé, indovina che cos’è”. Solo che negli indovinelli la risposta è sempre una sola, mentre per le “competenze” (di questo si tratta), le risposte sono decine. In altre parole, non si trova una definizione che vada bene a tutti gli esperti. Fin qui niente di grave, potrebbe dire qualcuno. Sennonché incombe sulla scuola italiana la “certificazione delle competenze”, che è stata sperimentata negli ultimi anni in sede di esame di terza media. Prima o poi dovrebbero infatti vedere la luce i modelli ministeriali di queste certificazioni. E se la parola “sperimentazione” avesse un senso, se ne dovrebbero verificare i risultati, per esempio chiedendo agli insegnanti se ritengono utile l’innovazione o se per caso non abbiano riempito in fretta e furia di crocette un foglio proveniente da qualche scuola “all’avanguardia”.
Ne ha scritto con la consueta efficacia di polemista il professor Giorgio Israel in un articolo sul “Giornale” di domenica 15 novembre (ora sul blog dell’autore), a cui è allegata una delle schede per la certificazione delle “competenze trasversali” che sono state “sperimentate” nelle scuole italiane (per leggerla - e ne vale la pena - bisogna ingrandirla agendo sui due tasti ctrl e +).

(Giorgio Ragazzini)

venerdì 20 novembre 2009

DOCENTI E PRESIDI CONTRO LE OCCUPAZIONI: UN RITORNO AD OBSOLETE FORME DI AUTORITARISMO?

di Sergio Casprini

In un editoriale in prima pagina del Corriere della Sera, Pierluigi Battista, acuto osservatore della società italiana, coglie la novità nella scuola di un diverso atteggiamento da parte dei docenti e dei dirigenti scolastici nei confronti delle rituali manifestazioni di protesta degli studenti delle superiori, che si esprimono soprattutto con occupazioni ed autogestioni, interrompendo per un periodo non breve l’ordinato svolgimento dei corsi. Dopo anni di supina acquiescenza, in alcuni casi di implicito consenso, talora con la conferma autorevole dei responsabili del ministero (la proposta per esempio del ministro Berlinguer di autorizzare ogni anno una settimana di autogestione nelle scuole), finalmente si comincia a dire basta a queste forme di infantilismo politico, promosse per lo più da una minoranza di studenti contro il diritto allo studio della maggioranza dei loro compagni. E Battista nel suo articolo lo riconosce, anche lui consapevole dell’inutilità di questo rituale di proteste che di in anno in anno si ripete e non produce alcun risultato, anzi frustra anche gli stessi studenti contestatori. Però alla fine del suo editoriale, quasi contraddicendosi, mostra un atteggiamento di maggior comprensione verso gli studenti, i quali evidenziano un disagio ed un malessere nel loro stare a scuola, a cui va data una diversa risposta, che non sia “di rancore e di appello all’ordine da parte degli insegnanti”.
Va riaffermato invece quel principio di autorità (non di autoritarismo!) che dal’68 in poi era stato messo in discussione e che solo negli ultimi tempi comincia ad essere praticato (e lo diciamo senza alcun timore di passare da reazionari): il ritorno al voto di condotta, la verifica settembrina del recupero dei debiti, la revisione dello statuto degli studenti, le iniziative contro il bullismo. Le prese di posizione di questi giorni contro le occupazioni sono appunto il frutto di un clima diverso nelle scuole, ove il rispetto delle regole, il senso di responsabilità per lo studio cominciano a valere com’è giusto che sia. Se ai primissimi segni di una ritrovata fermezza da parte di presidi e docenti si teme che la scuola si “abbandoni al rancore” contro gli studenti, ciò significa avere un'idea molto vaga degli ultimi decenni, che hanno visto gli insegnanti spogliati (e spogliarsi) del loro fondamentale ruolo di guida. Se poi come chiede Battista bisogna ritrovare un “senso alla scuola, in cui gli studenti possano sentirsi parte decisiva e centrale”, sarebbe già tanto se si recuperasse il Dna della scuola italiana, in cui il rigore dei saperi disciplinari ed il riconoscimento dei meriti nello studio garantiscano una vera partecipazione alla vita scolastica e costituiscano il lievito di una vera crescita democratica degli studenti.

Sempre dal "Corriere della Sera" di oggi, la situazione del "fronte antioccupazioni" in un servizio di Fabrizio Caccia e Annachiara Sacchi.
"La Stampa" dà invece largo spazio alla sentenza di un tribunale canadese, che in seguito a una battaglia legale deì genitori di due ragazzi, li ha liberati dal dovere di fare i compiti. Sacrosanto il sarcasmo con cui Paola Mastrocola commenta da par suo la vicenda sulla prima della "Stampa". (GR)

giovedì 19 novembre 2009

OCCUPAZIONI: CHE SI COMINCI A RAGIONARE?

Insegnanti che impediscono l'occupazione; dirigenti decisi a far sgombrare la scuola dalla polizia; 5 in condotta a chi occupa; studenti in maggioranza contrari a questo genere di iniziative. A leggere i tre articoli che "Il Messaggero" pubblica oggi e quelli che si possono leggere su molti altri quotidiani, si potrebbe pensare a un'avanzata della serietà... Vedremo.

venerdì 6 novembre 2009

CONVEGNO AFFOLLATO E GRANDE INTERESSE PER IL RILANCIO DELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE

Molto applaudite le relazioni di Valerio Vagnoli e Rosario Drago al convegno “Obbligo scolastico e formazione professionale”. La proposta: sperimentare fin dalla prima superiore percorsi di formazione professionale negli istituti professionali toscani.
Erano circa centoquaranta, ieri, i presenti nella sala Brunelleschi dell’Istituto degli Innocenti. Assai più di quanto ci si potesse aspettare per un convegno su un tema che poteva sembrare per addetti ai lavori e che ha invece suscitato molto interesse tra insegnanti, presidi e amministratori. L’attuale esiguità di questo canale formativo, a cui i ragazzi toscani possono accedere a pieno titolo solo dopo i sedici anni, è a nostro avviso tra le cause principali degli abbandoni e degli insuccessi nelle superiori. In sofferenza soprattutto gli istituti professionali, troppo “licealizzati” e quindi inadatti a soddisfare le aspettative di chi ha attitudini più per l’apprendimento attraverso la pratica che per via teorica.
Ha aperto i lavori l’Assessore all’Istruzione Giovanni Di Fede della Provincia di Firenze, che ha patrocinato il convegno. Di Fede ha sottolineato l’impegno della sua amministrazione nel contrasto della cosiddetta “dispersione scolastica” (tecnicamente, l’incidenza delle ripetenze e degli abbandoni). Per quest’anno scolastico sono previsti ventotto progetti destinati alle scuole della provincia.
In rappresentanza del Direttore regionali Angotti è intervenuto il professor Roberto Bandinelli, che tra l’altro si è chiesto se, a fronte dei dati del recente rapporto sulla scuola in Toscana pubblicato dalla Regione, l’investimento di quattro milioni e mezzo di euro per combattere la dispersione sia andato a buon fine.
Hanno poi parlato i due relatori: Valerio Vagnoli, dirigente scolastico, per il Gruppo di Firenze, e Rosario Drago, qualificatissimo esperto del settore, da alcuni anni impegnato come ispettore tecnico della provincia di Trento, i cui risultati nella formazione professionale sono notevolissimi: basti pensare che la dispersione è scesa al 9%, contro il 20,8 della media italiana.
Nella sua relazione, Vagnoli ha condotto un’appassionata e applauditissima difesa della formazione professionale come alternativa di pari dignità all’istruzione. Più tardi, tirando le conclusioni del convegno, ha proposto di avviare in via sperimentale, fin dal primo anno delle superiori, dei percorsi di formazione professionale all’interno di un certo numero di istituti professionali. Forse, ha aggiunto, i più adatti a questa sperimentazione sarebbero gli Istituti alberghieri, per l’alto livello dei loro risultati e per l’importanza che il settore riveste in tutta la Toscana.
Il professor Drago ha insistito molto sulla necessità di rivalutare l’operatività nella scuola italiana, a cominciare dalla scuola media, impostata in modo eccessivamente teorico fin dalla riforma del 1963, che nei progetti avrebbe dovuto integrare la didattica del “piccolo ginnasio” con quella tipica dell’avviamento al lavoro.
Purtroppo non è stato possibile avviare in questa sede un confronto con la Regione Toscana, che avevamo invitato a intervenire, ma speriamo di poterlo fare nei prossimi mesi.
Il professor Drago ci farà avere una sintesi della sua relazione, che pubblicheremo sul nostro blog.

Vedi fotografie del Convegno
POSTILLA AL CONVEGNO DI FIRENZE: LA SPARIZIONE DEGLI ISTITUTI D'ARTE
di Sergio Casprini
Nel suo appassionato intervento al convegno su “Obbligo scolastico e formazione professionale”, Valerio Vagnoli ha fatto notare che con la svalutazione della formazione professionale si rischia di perdere definitivamente il ricco patrimonio di mestieri artigianali, che attraverso l’apprendistato si trasmettevano dal maestro all’allievo nelle botteghe di una volta. Un rapporto fecondo, che oggi possiamo ritrovare in quello tra docenti di laboratorio e studenti che a quattordici anni entrano in una scuola professionale.Voglio a questo proposito porre all’attenzione come emblematica la situazione degli Istituti d’Arte o “scuole d’arte”. Esse sono caratterizzate dalla presenza nei primi anni di molti laboratori, afferenti all’indirizzo professionale nell’ambito dell’artigianato artistico scelto dagli allievi. Per esempio, a oreficeria gli studenti trovano il laboratorio di cesello e sbalzo e quello di gioiello; a pittura, il laboratorio di lacche e doratura; a moda, decorazione su stoffa e taglio e confezione; ad arredamento, modellistica e metalli; ad arti grafiche, incisione e stampa; e così via.Già negli ultimi anni il peso di queste discipline - o meglio mestieri - nell’orario complessivo delle lezioni è diminuito a vantaggio delle materie teorico-culturali, come in tutti bienni degli istituti professionali.Il futuro si presenta ancor meno roseo: con la riforma Gelmini gli istituti d’arte confluiscono nel sistema dei licei, diventano appunto licei artistici, perdendo la loro identità culturale e professionale soprattutto nei primi due anni, con la conseguenza di più abbandoni e, quel che è più grave, di scomparsa dell’apprendistato nel campo dei mestieri artistici. Se la Regione Toscana avesse più coraggio nel superare vecchi pregiudizi sulla formazione professionale “precoce” e non ritardasse l’apprendimento dei fondamenti dei vari mestieri, avremmo sicuramente dati più confortanti sulla dispersione scolastica. Molti allievi frequenterebbe dal primo anno i laboratori con maggio profitto rispetto ad una acquisizione superficiale di nozioni di cultura generale. D’altronde su una sperimentazione maggiormente incisiva in questo senso la regione toscana non mancherebbe di punti di riferimento, in primis la provincia autonoma di Trento e la Regione Lombardia, che hanno da tempo imboccato questa strada.

mercoledì 4 novembre 2009

ANCORA SUL CONVEGNO DI DOMANI A FIRENZE

Diversi giornali locali hanno dato spazio oggi alla conferenza stampa di presentazione del Convegno "Obbligo scolastico e formazione professionale". Il più ampio è apparso sulla cronaca fiorentina di "Repubblica". Leggi.

martedì 3 novembre 2009

LA CONFERENZA STAMPA DI PRESENTAZIONE DEL CONVEGNO "OBBLIGO SCOLASTICO E FORMAZIONE PROFESSIONALE"

Si è tenuta stamani presso l'Amministrazione provinciale di Firenze la presentazione dei dati sulla dispersione scolastica nelle scuole superiori della provincia e del Convegno "Obbligo scolastico e formazione professionale", promosso dal Gruppo di Firenze, che a questo problema si propone di fornire una risposta concreta, dando cioè maggiore spazio proprio alla formazione professionale. Hanno parlato gli assessori Giovanni Di Fede (Istruzione) e Elisa Simoni (Formazione), che hanno illustrato le iniziative dell'amministrazione per l'integrazione tra formazione e istruzione sulla base dell'attuale legge regionale. Valerio Vagnoli del Gruppo di Firenze ha fatto presente che in alcune scuole, e in particolare negli istituti alberghieri, i bocciati delle prime superano a volte il quaranta per cento. Dopo essersi congratulato per l'entità e la qualità delle iniziative avviate dalla Provincia, ha affermato che è necessario andare oltre gli attuali limiti nell'assolvimento dell'obbligo scolastico, ripromettendosi di avanzare una proposta più precisa nell'ambito del convegno. Numerose le domande dei giornalisti.

Leggi il comunicato diramato dalla Provincia al termine dell'incontro.

mercoledì 28 ottobre 2009

OBBLIGO SCOLASTICO E FORMAZIONE PROFESSIONALE

Contro l’abbandono di troppi ragazzi
più libertà di scelta, più opportunità di valorizzare i loro talenti

Firenze, giovedì 5 novembre 2009, ore 15-19
AUDITORIUM OSPEDALE DEGLI INNOCENTI
Piazza SS. Annunziata

Con il patrocinio della Provincia di Firenze, Assessorati all'Istruzione e alla Formazione
SALUTI

GIOVANNI DI FEDE
Assessore all’Istruzione Provincia di Firenze
ELISA SIMONI
Assessore alla Formazione Provincia di Firenze
CESARE ANGOTTI
Direttore Generale Ufficio Scolastico Regionale

RELAZIONI

VALERIO VAGNOLI
Dirigente Scolastico Istituto “G.Vasari” / Gruppo di Firenze:
Obbligo scolastico: più opportunità = più uguaglianza
ROSARIO DRAGO
Dipartimento Istruzione della Provincia Autonoma di Trento:
Obbligo scolastico e formazione professionale nelle esperienze delle regioni italiane

DIBATTITO E CONCLUSIONI

Sono previsti interventi di esponenti del mondo del lavoro, di agenzie formative, di dirigenti scolastici e insegnanti.

Sarà presente il dott. ELIO SATTI, Dirigente del Settore Istruzione e Educazione della Regione Toscana

PERCHÉ QUESTO CONVEGNO
Il documento di analisi della scuola italiana con cui si era costituito nel 2005 il Gruppo di Firenze riservava un intero paragrafo al problema della formazione professionale. Il problema si riduceva in sostanza al fortissimo rifiuto ideologico di cui era stata oggetto quella parte della riforma Moratti, che prevedeva due “canali” di pari dignità a disposizione dei ragazzi italiani: quello dell’istruzione e quello, appunto, della formazione professionale. La questione ha molto a che fare col merito. Infatti un sistema di istruzione e formazione deve fare il possibile per offrire la possibilità di svilupparsi a tutti i diversi talenti (i differenti tipi di intelligenza). Il merito consiste poi, essenzialmente, nell'impegno con il quale ciascuno valorizza i propri.
C'è poi stato, da parte del centrosinistra, l’elevamento dell’obbligo scolastico a sedici anni (quello formativo c’era già, e a diciott’anni), realizzato e poi temperato da Fioroni con la possibilità per le regioni di permetterne l’assolvimento anche attraverso percorsi di carattere professionale.
La Regione Toscana ha scelto, diversamente dalle altre regioni, di limitare tale assolvimento al solo canale dell’istruzione (cioè licei, istituti tecnici e professionali), pur con il correttivo di attività di orientamento e laboratoriali, destinate ai ragazzi più in difficoltà.
Nonostante l’impegno della Regione, tuttavia, ogni anno nelle prime classi degli istituti professionali (ma in parte anche dei tecnici) si verifica un altissimo numero di insuccessi scolastici e molti sono i ragazzi che smettono di frequentare prima dei sedici anni.
Spesso sono delusi nelle loro aspettative da una scuola che riserva uno spazio troppo limitato al “fare”, cioè al tipo di apprendimento più gratificante perché più vicino ai loro interessi e alle loro attitudini. Tutto questo suggerisce un’ulteriore riflessione su questa scelta.
Noi pensiamo che sia necessario offrire ai ragazzi, fin dal primo anno delle superiori, la possibilità di percorsi di istruzione / formazione professionale.
Siamo convinti che l’obbiettivo di creare le condizioni di una maggiore uguaglianza sia più concretamente perseguibile dando ai ragazzi anche questa opportunità, che non insistendo su una tendenziale uniformità del percorso scolastico.
L’obbiettivo di questo convegno è appunto quello di essere un momento di riflessione e di approfondimento su questi temi, in cui poter avere, tra l’altro, una maggiore conoscenza delle esperienze in atto altrove e un confronto con i responsabili della Regione Toscana, che abbiamo invitato a intervenire.

Gruppo di Firenze

giovedì 22 ottobre 2009

CHE FINE HA FATTO IL MERITO?

di Giorgio Allulli

Uno dei sedici firmatari dell'appello "Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità", da noi promosso nella primavera del 2008, fa il punto sugli obbiettivi di quell'iniziativa a oltre un anno e mezzo dalla sua presentazione. Proprio su questo punto ci aveva sollecitato nei giorni scorsi il collega Vincenzo Pascuzzi con un parere molto critico e un invito a esprimerci in merito. Ci riserviamo di farlo nei prossimi giorni.

Premetto che la mia risposta viene scritta a titolo del tutto personale, non avendo collegamenti organici con il Gruppo di Firenze, del quale ho peraltro condiviso l’appello, perchè ritengo che promuovere tutti, senza verificare l’effettiva acquisizione delle conoscenze e competenze necessarie per progredire nello studio ed entrare nel mondo del lavoro, sia la peggiore truffa che si possa perpetrare proprio ai danni di coloro che non hanno altri mezzi per emergere che le loro capacità personali.
Se uno studente proveniente da un ambiente “protetto” viene promosso senza avere una reale preparazione, la famiglia lo metterà comunque in grado di accedere ad una decorosa posizione nel mondo del lavoro. Se invece uno studente proveniente da una famiglia svantaggiata esce con una scarsa preparazione troverà sicuramente molti problemi ad inserirsi nel mercato del lavoro, anche a dispetto del diploma posseduto. Se, infine, manca una selezione basata sul merito l’unico criterio per l’affermazione sociale sarà quello del ceto familiare. Prova ne sia che l’Italia (v. Rapporto Fondazione Montezemolo) è il Paese con il più basso indice di mobilità sociale.
In che modo è stato messo in pratica questo appello al merito, apparentemente condiviso dal Ministro?
La mia impressione è che la preoccupazione prevalente del Ministro Gelmini sia stata quella di contenere le risorse pubbliche. Questo ovviamente non è di per se né pro né contro il merito, ma il modo in cui è stato fatto non ha tenuto conto delle caratteristiche e delle specificità delle diverse situazioni. Se si parla di merito bisogna anche avere la capacità di distinguere, di separare, di valutare le diverse situazioni sia quando si danno risorse aggiuntive, sia quando si tolgono. Ad esempio il mensile “Tuttoscuola” aveva messo in luce moltissimi squilibri territoriali sui quali si poteva intervenire per razionalizzare l’uso delle risorse, eliminando aree di privilegio e salvaguardando quelle di maggiore fabbisogno. Questo non mi sembra che sia stato fatto.
Un forte accento è stato poi posto sui voti, e sul modo in cui determinano la carriera scolastica. Personalmente ritengo che sia giusto essere chiari e rigorosi nei criteri di promozione, ed evitare facili buonismi, però il ritorno al rigore non deve essere inteso come semplice movimento pendolare, del tipo “finalmente si torna a bocciare”. Il buonismo non nasceva solamente dal lassismo, ma era anche l’effetto, probabilmente semplicistico, della consapevolezza dell’insufficienza degli strumenti esistenti per valutare i ragazzi e per sostenere il loro percorso scolastico.
L’indagine Pisa ci dice, ad esempio, che esiste una bassa relazione tra risultati dei test e voti di profitto; in alcune scuole si boccia molto, in altre meno. Al Sud si assegnano voti più alti che al Nord. Qual è il criterio in tutto questo? Nel momento in cui si vuole tornare a dare più importanza al voto (giusto) bisogna anche sostenere l’esercizio del voto per renderlo il più possibile strumento non casuale di giudizio. E questo non mi sembra che sia stato fatto; non è cosa che si possa fare in un giorno, od in un anno, mi rendo conto, ma non riesco a vedere neanche le premesse.
Un sistema che vuole introdurre il merito non deve mirare solo all’anello più debole della catena, ai ragazzi, ma deve creare un ambiente condiviso di attenzione ai risultati, in cui tutti si assumano le proprie responsabilità, ed anche questo non solo manca ma neanche viene messo in moto. Manca ad esempio ancora una strategia relativa al Servizio nazionale di valutazione, al di fuori della distribuzione di test a campioni di studenti scelti all’interno di scuole volontarie; come dire siamo sempre all’anno zero. Non si parla di valutazione esterna degli istituti, di indicatori di performance, di riforma del corpo ispettivo, ecc.
Sia chiaro, non voglio fare del benaltrismo. Da qualche parte bisogna anche cominciare, e potrebbe anche andare bene cominciare dai voti; tuttavia bisognerebbe nel frattempo mandare almeno alcuni segnali che mostrano che si vuole affrontare il problema in modo più ampio, e questi segnali ancora non li vedo.

domenica 18 ottobre 2009

LUOGHI COMUNI E REALTÀ SU OCCUPAZIONI E DINTORNI

Su questo blog abbiamo spesso denunciato i danni provocati da una società che non fa rispettare le regole ai suoi ragazzi. Un colpevole autoinganno fa perseverare molti adulti in alcune inconsistenti convinzioni e luoghi comuni:
1. L’occupazione, certo, non è in sé un fatto positivo, ma per i ragazzi costituisce un importante“rito iniziatico”.
Purtroppo nella maggioranza dei casi le occupazioni risultano deludenti per gli studenti che vi prendono parte e comunque diseducative, perché non si scontrano con interlocutori solidi e non ottengono in genere nulla, quando non creano danni gravi (vedi articolo su quelle fiorentine).
2. È giusto che attività politiche o manifestazioni studentesche abbiano luogo regolarmente nell’orario scolastico (e pazienza se vi partecipa solo una minoranza e gli altri vanno a casa).
Le iniziative degli studenti potranno essere prese sul serio dall’opinione pubblica quando si svolgeranno di pomeriggio e non faranno perdere ore di lezione. Sarebbe d’altra parte una scelta fondamentale di politica scolastica quella di favorire l’associazionismo studentesco in orario extrascolastico come luogo di crescita culturale e civile, che costituirebbe una reale alternativa alle occupazioni e alle autogestioni.
3. In nome della democrazia si possono tollerare cortei non autorizzati (per non parlare di quelli autorizzati) anche se paralizzano il traffico di un’intera città.
Sarebbe altamente educativo - oltre che doveroso - che a nessuna manifestazione politica, studentesca o no, fosse consentito di ledere i diritti di altri.
4. Non essendo l’Italia uno Stato di Polizia, è ovvio che se un preside chiama la forza pubblica, perché gli studenti impediscono di fare lezione, quest’ultima di solito non venga neppure o, se arriva, si produca tutt’al più in paterne raccomandazioni.
Leggi, forze dell’ordine, magistratura, dirigenti scolastici dovrebbero convergere nel far capire ai ragazzi quali sono i loro doveri accanto ai loro diritti.
5. Per promuovere il senso di responsabilità e prevenire vandalismi e altri comportamenti antisociali è prioritario lo studio dell’educazione civica o il seguire qualche progetto di “educazione alla legalità”.
Alle regole si educa prima di tutto facendole sempre rispettare. Solo così si è credibili anche nell’ora (senz’altro utile) di “educazione alla cittadinanza”.
Da qualche anno la scuola - prima con Fioroni, poi con la Gelmini - sta facendo dei passi avanti (non senza errori e incertezze) sulla via del rigore e della responsabilità. Troppi adulti, purtroppo, e fra questi non pochi insegnanti, si attardano in presunte trincee antiautoritarie, abdicando in sostanza al compito di dare degli autentici punti di riferimento alle nuove generazioni.

(GR)

martedì 6 ottobre 2009

MERITO: LA SCUOLA NON PUÒ PROMUOVERLO DA SOLA

Sia nel mondo del lavoro che nella carriera politica il merito è tutt'altro che di casa. Di fronte a tanti cattivi esempi (quelli "dall'alto" specialmente nocivi), "come possiamo poi prendercela con la scuola?". Se lo chiede Innocenzo Cipolletta in un sensatissimo intervento sul "Sole 24 Ore".

RESPONSABILITÀ (CIVILE): AI DOCENTI L'ONERE DELLA PROVA

Per gli incidenti ai ragazzi verificatisi a scuola si è largamente affermata l'inversione dell'onere della prova (è quasi sempre l'insegnante che deve dimostrare di aver vigilato a sufficienza), tanto che un preside ha potuto sostenere che la responsabilità del docente scatta automaticamente. Niente dimostra in maniera tanto eloquente quanto la nostra società comprende e sostiene il difficile compito di chi forma le nuove generazioni. Leggi.

lunedì 5 ottobre 2009

FRANCIA: SOLDI ALLE CLASSI CONTRO LA CATTIVA CONDOTTA E L’ASSENTEISMO (CHE IN ITALIA È PRATICAMENTE LEGALIZZATO)

Il “Corriere della Sera” riferisce di un progetto sperimentale che riguarda tre istituti professionali di Créteil, a sud-ovest di Parigi: se la classe manterrà le assenze e la condotta “entro parametri accettabili” conquisterà un “bonus” da 2000 a 10.000 euro, utilizzabili in “progetti educativi collettivi” da concordare con gli insegnanti: dai corsi preparatori per la patente (sic) ai viaggi di istruzione. Non è dato sapere quali siano i “parametri accettabili”, ma sembra proprio la classica iniziativa da ultima spiaggia. C’è da credere che si comincerà l’esperimento - limitato a centocinquanta ragazzi - dalle classi col maggior tasso di assenteismo e/o di condotte inaccettabili. Si premierà quindi il demerito?
In attesa di ulteriori chiarimenti, va notato che in Italia l’assenteismo è in pratica legalizzato: l’anno si perde soltanto con oltre cinquanta giorni di assenza comunque motivata, cioè un quarto dell’anno scolastico (dl 19.2.04, art. 11, comma 1); e naturalmente ogni scuola può oltrepassare questo limite, stabilendo autonomamente “motivate deroghe” per “casi eccezionali”.
Poiché i messaggi di serietà si danno in tanti modi e le piccole riforme sono spesso più efficaci delle “grandi”, perché non ridurre drasticamente questo “bonus” a un massimo del 10% (circa venti giorni), con possibilità di superarlo, entro certi limiti, solo dietro certificazione medica?
Leggi l’articolo di cronaca e il commento di Eraldo Affinati.

(GR)

mercoledì 16 settembre 2009

GIORGIO ISRAEL: "SI CERCA DI FABBRICARE IN PERFETTA MALAFEDE UN CAPRO ESPIATORIO"

Il professor Giorgio Israel è uno dei più incisivi e perseveranti sostenitori di una scuola seria, qualificata, rigorosa; l’unica, è bene ripeterlo e ripeterlo ancora, che serva a chi parte socialmente svantaggiato. Il facilismo scolastico è invece classista, perché da una scuola che dà e pretende poco escono attrezzati in modo adeguato solo i ragazzi che “partono bene”, come molti anche a sinistra (non tutti, però) hanno ormai capito.
Ebbene, nei giorni scorsi il professor Giorgio Israel è stato indicato su un blog come l’eminenza grigia delle leggi scolastiche di questo governo e il principale responsabile anche delle sofferenze dei docenti precari. Gravissimo poi è che sia stato prima qualificato come “l’ebreo Israel” e poi accostato a Marco Biagi, in quanto anche lui “puparo” di una riforma, quella del lavoro, per cui le Brigate Rosse decisero di assassinarlo. Di questo attacco intimidatorio e antisemita Israel scrive oggi sul “Giornale”, cominciando col precisare che la commissione sulla formazione dei nuovi docenti da lui presieduta non c’entra un bel nulla con il problema del precariato, che semmai contribuirà a prevenire attraverso l’istituzione del numero programmato nell’accesso ai percorsi universitari che abiliteranno all’insegnamento.
Va anche di nuovo sottolineato, come abbiamo scritto nei giorni scorsi, che se la principale responsabilità dell’odissea dei precari ce l’hanno più o meno tutti i governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni (interessi clientelari e scuola come ammortizzatore sociale) con l’evidente connivenza dei sindacati, una notevole influenza l’hanno avuta proprio i gruppi politici e sindacali di estrema sinistra. Che riuscirono a imporre negli anni settanta i corsi abilitanti non selettivi, in cui quasi ovunque si evitò il sia pur minimo accertamento sulla preparazione disciplinare e metodologica dei docenti. E che successivamente continuarono a battere sul “diritto al lavoro”, contando sul perpetuarsi delle sanatorie e senza preoccuparsi delle conseguenze a lungo termine.

martedì 8 settembre 2009

QUALCUNO FARÀ AI NOSTRI RAGAZZI UN DISCORSO COME QUELLO DI OBAMA?

Il saluto di Barak Obama agli studenti americani all'inizio dell'anno scolastico è incentrato sugli stessi valori che lo hanno ispirato nel rivolgersi agli africani e ai neri d'America: responsabilità, impegno, perseveranza sono indispensabili per riuscire nella vita. Nessuna traccia di quella retorica piaciona e giovanilista così frequente da noi in chi parla agli studenti; neanche il minimo cenno a un qualche "diritto al successo formativo".
Pubblichiamo alcuni passaggi particolarmente importanti dell'ampio estratto apparso su La Stampa.it. Il corsivo è nostro.

Ora, io ho fatto un sacco di discorsi sull’istruzione. E ho molto parlato di responsabilità. Della responsabilità degli insegnanti che devono motivarvi all’apprendimento e ispirarvi. Della responsabilità dei genitori che devono tenervi sulla giusta via e farvi fare i compiti e non lasciarvi passare la giornata davanti alla tv. Ho parlato della responsabilità del governo che deve fissare standard adeguati, dare sostegno agli insegnanti e togliere di mezzo le scuole che non funzionano, dove i ragazzi non hanno le opportunità che meritano. Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire. [...]
Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così. [...]
Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. Non sei mai un grande atleta la prima volta che tenti un nuovo sport. Non azzecchi mai ogni nota la prima volta che canti una canzone. Occorre fare esercizio. Con la scuola è lo stesso. Può capitare di dover fare e rifare un esercizio di matematica prima di risolverlo o di dover leggere e rileggere qualcosa prima di capirlo, o dover scrivere e riscrivere qualcosa prima che vada bene. La storia dell’America non è stata fatta da gente che ha lasciato perdere quando il gioco si faceva duro, ma da chi è andato avanti, ci ha provato di nuovo e con più impegno e ha amato troppo il proprio Paese per fare qualcosa di meno che il proprio meglio.

Leggi tutto il testo pubblicato dalla Stampa on line.

lunedì 7 settembre 2009

PRECARI: LE GRAVI RESPONSABILITÀ DI POLITICA E SINDACATI

di Sergio Casprini

Siamo all’inizio dell’anno scolastico, di un anno in cui dovrebbe definirsi il quadro della tanto attesa riforma delle superiori e nello stesso tempo dovrebbero andare in vigore le nuove norme di formazione e reclutamento dei docenti, contestualmente all’approvazione di una legge sulla carriera degli insegnanti con una diversa articolazione di figure professionali; e tutto questo passa in secondo piano a fronte dell’annosa questione dei precari della scuola, che hanno occupato le pagine dei giornali con le loro mobilitazioni in tutta Italia.
Nessuno può negare la gravità del problema di docenti ormai attempati che di anno in anno inseguono il miraggio del posto fisso nella scuola. Per decenni le politiche scolastiche sono state influenzate più dal mito della piena occupazione della “forza lavoro intellettuale” nella scuola e da convenienze clientelari che dall’intento di perseguire la qualità della formazione dei giovani. Un mito non a caso nato negli anni settanta nella sinistra politica e sindacale, ostile al merito e alla necessaria selettività nella formazione e nel reclutamento dei nuovi docenti e incline a confondere il piano della didattica e delle sue necessarie riforme con il piano del diritto al lavoro. Come accadde ad esempio con la riforma dei moduli nella scuola primaria, con cui venne spacciata per grande innovazione didattica (il modulo dei tre maestri in una classe) l’assunzione di molte migliaia di nuovi docenti.
Quanto ad alcune forme di protesta che i precari hanno messo in atto, così come alcune di quelle dello scorso anno contro la riforma Gelmini, continuo ad essere del parere che il fine non giustifica i mezzi, se si vuole rivendicare non solo il lavoro, ma anche la dignità e la responsabilità della professione docente.

giovedì 3 settembre 2009

NOTE SUL GOVERNO DELLA SCUOLA - 3. Organismi studenteschi

Le forme più appropriate di partecipazione studentesca al governo della scuola (s’intende, nelle scuole superiori) non dovrebbero consistere, come si è accennato nella prima di queste tre note, in una presenza diretta, specie se numericamente significativa (e quindi potenzialmente decisiva) all’interno del Consiglio d’Istituto (di Amministrazione, di Indirizzo...), ma nella possibilità di rappresentare in vari modi le proprie esigenze, far valere il proprio punto di vista, avanzare proposte, ottenere informazioni e via dicendo. Oltre a questo, però, sarebbe di grandissima importanza che venisse favorito all’interno delle scuole un autonomo associazionismo degli studenti, con relative libertà e responsabilità. La creazione di associazioni o circoli culturali dotati di statuto, di assemblee elettive e di organismi direttivi costituirebbe infatti un’alternativa molto più soddisfacente e formativa alle estemporanee “autogestioni”, non di rado deludenti, per non parlare dello stanco e diseducativo rituale delle occupazioni. Conservo ancora lo statuto del “Circolo culturale Enea Silvio Piccolomini”, che con alcuni compagni di terza liceo fondammo a Siena con l’accordo e il sostegno del Preside e dei professori (era l’anno scolastico 1967/68). Prevedeva un’assemblea con tre rappresentanti eletti per classe e un consiglio direttivo con tanto di presidente e vicepresidente. Il circolo promosse autonomamente incontri pomeridiani con personalità della cultura e con docenti universitari per l’orientamento di noi maturandi, bandì un concorso di poesia, pubblicò un giornale e organizzò la grande festa di fine anno (con l’Equipe 84: i cachet erano ancora contenuti). Senza perdere un’ora di scuola.

(Giorgio Ragazzini)

giovedì 13 agosto 2009

RICOLFI E ISRAEL SU COPIÒPOLI

Luca Ricolfi, in un editoriale di ieri sulla "Stampa") spiega tra l'altro perché le correzioni ai test sono ordinaria amministrazione nell'analisi dei dati e non si tratta pertanto di interessate manipolazioni nordiste. Per il futuro ritiene che si debba puntare su somministratori indipendenti. Giorgio Israel prende oggi le distanze da chi vorrebbe puntare esclusivamente sulle valutazioni oggettive (o presunte tali), escludendo o marginalizzando l'intervento umano (L'insegnante compagno che ti passa i bigliettini). Ambedue sono convinti che alle origini di questa vicenda, oltre alle differenze ambientali di etica civica, ci sia la teoria del cosiddetto "diritto al successo formativo", che qualche anno fa venne a coronare la pluridecennale dottrina pedagogica, per cui l'eventuale insuccesso è responsabilità della scuola e non - almeno in ugual misura - dell'allievo.

martedì 11 agosto 2009

COPIÒPOLI: URGE UN'ETICA PROFESSIONALE PER I DOCENTI ITALIANI. E PIÙ CONTROLLI

A quanto pare, la "cortese richiesta" (sic) di non aiutare gli allievi durante le prove Invalsi per l'esame di terza media non ha prodotto grandi effetti e si è dovuto ricorrere a complicate procedure correttive per avere un quadro verosimile dei risultati. Gli aiutini hanno imperversato nel meridione, ma non si può dire che ne sia immune il resto della penisola (leggi). I colleghi hanno qualche attenuante. Non è stato certo un caso che nei decenni passati nessuno abbia mai parlato agli insegnanti (né durante la loro formazione, né dopo) di etica professionale. Il rigore non è mai stato ben visto dalla cultura buonista che ha guidato la scuola dagli anni '70. Sui principi e sulle regole si può chiudere un occhio, complice l'endemico mammismo mediterraneo, quando si tratta di "aiutare" un povero ragazzo. Con questo allenamento pregresso, si arriva alle prove Invalsi, dalle quali si teme che la propria scuola possa venire, se non proprio penalizzata, quanto meno messa in cattiva luce.
In molti Stati occidentali, invece, esistono da tempo i codici deontologici, che elencano gli impegni fondamentali di ogni docente verso gli studenti e le loro famiglie, verso i colleghi e verso la professione. Sarebbe ora che anche da noi se ne cominciasse almeno a discutere, dando modo al mondo della scuola di rendersi meglio conto di quali siano veramente "il bene dei ragazzi" e l'interesse della collettività; e che comportamenti del genere tolgono qualsiasi credibilità al sistema istruzione, comunque riformato e attrezzato, e gli impediscono di funzionare. Per ora prendiamo atto che alla vicenda viene dato un certo risalto sui giornali, anche se nessuno sembra essersi scandalizzato. Solo il presidente di TreeLLLe Attilio Oliva parla apertamente di "etica", oltre che della necessità di controlli e di sanzioni. In altri commenti prevale ancora un linguaggio fra l'eufemistico e l'indulgente. Per esempio, chi fa copiare o suggerisce ha "atteggiamenti opportunistici". E poi, spiega una rappresentante dell'Invalsi, "non si vuole colpevolizzare nessuno. I dati non sono un'accusa nei confronti di ragazzi e docenti: sono un tentativo di innescare comportamenti virtuosi". E infine il Presidente dell'Istituto: " È comprensibile che ci siano insegnanti che cercano di aiutare gli studenti che hanno seguito per tre anni".