giovedì 18 settembre 2008

DOPPIA IPOTESI PER UN RELITTO

di Giorgio Ragazzini
Si sa che un’affermazione ripetuta più volte tende a diventare una realtà indiscussa. Quello che però distingue il dogma dalla verità è un numero sufficiente di prove; e il caso della scuola media (che l’Ufficio Complicazione Cose Semplici del Ministero Moratti ribattezzò agilmente “scuola secondaria di primo grado”) è di incerta collocazione fra le due categorie. Da anni se ne sente parlare come “anello debole” del sistema scolastico. Si rilevano alcuni sintomi, ma le diagnosi e quindi le terapie non mi sembrano supportate da analisi convincenti. Sul sito dell’Associazione Docenti Italiani, uno dei più seri e documentati in tema di scuola, leggo che l’inadeguatezza di questo livello dell’istruzione è dimostrata dai dati di due indagini internazionali: “PIRLS, sulle competenze degli alunni di 9 anni, assegna all’Italia risultati molto buoni; PISA, sulle competenze dei quindicenni, pone l’Italia agli ultimi posti; fra i due gruppi si colloca la scuola media”. Messa così, suona come il classico post hoc, ergo propter hoc (prima c’è A, poi B, quindi A ha causato B...). Per la verità in un altro documento dell’associazione si sostiene che la frattura fra primaria e media è dovuta soprattutto a profonde differenze sia nella formazione dei docenti che nell’organizzazione delle cattedre. La scuola media sarebbe quindi un “liceino” in cui i bambini incontrano bruscamente un’eccessiva frammentazione disciplinare insieme a metodologie didattiche lontane dall’operatività che caratterizza il precedente quinquennio. Sono ipotesi che probabilmente contengono una parte di verità. A dire il vero la mia esperienza professionale nella scuola media mi fa vedere una realtà molto frastagliata. Intanto esiste tra i miei colleghi una grande varietà di stili didattici. La maggior parte dei bambini delle prime, poi, tutt’altro che traumatizzati dal cambiamento, fa convivere disinvoltamente l’affetto e la stima per le maestre che ha lasciato con un deciso apprezzamento per l’alternarsi di materie e insegnanti nel corso della mattinata, come ci confermano anche molti genitori (“il mio figliolo è entusiasta”). E visto che c’è una sostanziale convergenza nelle valutazioni con i nostri colleghi della primaria, come spiegare, allora, la flessione nelle indagini internazionali?
Premesso che in realtà nel centro e soprattutto nel nord questo segmento dell’istruzione è più o meno in linea con la media OCSE, mentre il sud va molto peggio, a me pare che stranamente si trascuri nelle analisi un fattore che non sfugge al senso comune: il fatto che in questo periodo ha inizio la prima adolescenza, con i profondi cambiamenti psicologici che comporta e i nuovi, spesso difficili problemi che si pongono ai genitori e agli insegnanti. Non per caso la “luna di miele” del primo anno spesso lascia il posto a rapporti più conflittuali, a cambiamenti negli interessi, nell’umore, nella capacità di concentrazione. Se fosse tutta colpa della didattica, non si spiegherebbe la forte diversità fra femmine e maschi: questi ultimi sono in media più irrequieti, meno maturi e riflessivi, più spesso polemici, mentre le loro compagne dimostrano maggiore impegno, amano di più la lettura e ottengono risultati migliori. Ed è ovviamente in questo segmento del percorso scolastico coincidente con una fase di crisi e di trasformazione che vengono al pettine i nodi di un orientamento pedagogico che negli scorsi decenni ha confuso la fermezza con l’autoritarismo e teorizzato l’esclusiva responsabilità della scuola per ogni insuccesso scolastico. E quanti di quelli che hanno spinto per la promozione garantita recriminano oggi sugli scarsi risultati della scuola media?
Solo da poco si è cominciato a capire che lo sfondo indispensabile di una didattica efficace è un sistema educativo imperniato sui valori del merito e, appunto, della responsabilità, sui doveri non meno che sui diritti, oltre che su una migliore preparazione dei docenti. Una preparazione che deve includere quindi la revisione critica dello stile relazionale negli educatori, in cui alla sensibilità affettiva si affianchi la capacità di individuare e tenere fermi gli atteggiamenti giusti sul piano educativo, anche quando siano emotivamente costosi. I “virus” del buonismo non si debellano dalla mattina alla sera, ma solo con l’esercizio e la verifica dei risultati.
Inoltre, più il contesto sociale apprezza la serietà, il civismo, il valore della cultura, il rispetto delle regole, più gli insegnanti riusciranno a ottenere dagli studenti l’impegno necessario in qualsiasi percorso formativo. Possiamo trascurare tutto questo quando tentiamo di comprendere il ritardo della scuola nel sud?
(Da "Liberal")
Che l'ingresso dei ragazzi nella prima adolescenza sia un fattore di grande importanza per comprendere e affrontare le difficoltà della scuola media e dei suoi docenti, benché finora trascuratissimo, affiora anche in un'intervista del pedagogista Cesare Scurati su "Europa" di ieri.
Nel medesimo Speciale Educazione che “Liberal” dedica questo giovedì alla scuola media si può leggere, oltre a un’intervista allo psichiatra Paolo Crepet, un intervento di Giuseppe Bertagna, che precisa di non voler partecipare “allo stereotipo nazionale che vuole la scuola media «anello debole» della scuola italiana”, analizza i tentativi fatti in passato di risolverne i problemi e tra l’altro stigmatizza la “totale assenza degli standard di apprendimento” a cui dovrebbero riferirsi i voti. Non si capisce però perché questo problema venga indicato come specifico delle medie, dato che gli standard non esistono né prima né dopo. Antonio Piscitelli individua nell’abolizione dell’avviamento e nella creazione della scuola media unica un fattore di debolezza di quest’ultima: forse si sarebbe potuto mantenere il doppio canale, arricchendo l’avviamento professionale di valenze culturali. La tesi può essere discussa senza scandalo, anche perché il dibattito su “classismo” e “scelta precoce” si è spostato negli anni recenti al passaggio fra media e superiori e ha prodotto, con l'innalzamento di due anni dell'obbligo di istruzione, una soluzione poco rispettosa dei diversi talenti e stili di apprendimento (come abbiamo più volte sottolineato). Vedremo i risultati.

martedì 16 settembre 2008

À LA GUERRE COMME À LA GUERRE (MA BERLINGUER SI DEFILA)

Le cronache e i commenti sul primo giorno di scuola, con le proteste delle maestre vestite a lutto, sono ovviamente innumerevoli. Ci limitiamo a segnalare due interventi di segno opposto, entrambi su giornali che si collocano a sinistra. Sulla “Repubblica” Francesco Merlo, altre volte intelligentemente eccentrico nelle sue opinioni, va alla guerra con la Gelmini, con toni ed espressioni che più schierati non potrebbero essere: “ Viva, dunque, questa elegante protesta dei maestri che ha messo in lutto il governo e ha spiazzato la ministra che, con la sua corona di neo addetti stampa (ricordate gli utili idioti?) cerca, sogna e brama una sgangherata violenza sessantottina.”
Viceversa il Riformista, in sintonia con quanto scrivevamo due giorni fa su questo blog (Se le maestre si vestono di nero), in un editoriale non firmato dal titolo Quel luttuoso primo giorno di scuola, giudica severamente l’ “elegante protesta” anche perché “ ha il grave difetto di avere coinvolto gli utenti di quel servizio educativo per fornire il quale i docenti sono pagati: gli alunni.” In questo clima ormai di guerra dichiarata è singolarmente controcorrente l’intervista al “Corriere della Sera” di Luigi Berlinguer, che sembra, almeno in parte, solidarizzare con la Gelmini, dicendosi convinto che il ministro “non voglia sciupare le elementari”. E soprattutto, anche laddove dissente, l’ex-ministro sembra orientato ad aprire un dialogo costruttivo, proprio mentre il leader del suo partito si incammina in direzione opposta.

Sui giornali di ieri da “recuperare” due articoli che hanno quanto meno il merito di porsi in un’ottica di riflessione senza pregiudiziali scelte di campo. Marco Lodoli (Quando la scuola imita le aziende), premesso che grembiulini, sette in condotta per arginare i bulli, ritorno ai voti “ sono scelte che si possono tranquillamente condividere, che forse avrebbe dovuto fare il governo precedente e chissà perché non ha fatto”, attribuisce la decadenza della scuola e la sua scarsa autorevolezza culturale soprattutto all’autonomia scolastica “che ancora passa come una conquista meravigliosa e che invece a mio avviso ha ridotto le scuole a negozietti con la merce sempre in saldo.... e la qualità ridotta al minimo”. Queste sulla malintesa logica del “custormer care” che governa molte scuole non sono riflessioni nuove e tuttavia, in tempi di tagli, viene da suggerire al Ministro di sforbiciare piuttosto i tantissimi progetti pomeridiani, tanto dispendiosi quanto privi di reali ricadute didattiche.
Sulla “Stampa” Luca Ricolfi riprende il tema della scuola nel sud, a partire da due “diagnosi” contrapposte sulle cause dell’indubbio gap tra il Meridione e il Centro-nord: sono gli insegnanti a essere meno preparati ? O alla base di tutto ci sono il sottosviluppo, il degrado, la povertà? Fermo restando, aggiungiamo noi, che l’errore della Gelmini stava soprattutto nella strampalata terapia dei corsi intensivi.

(A.R)

domenica 14 settembre 2008

SE LE MAESTRE SI VESTONO DI NERO

di Valerio Vagnoli

In alcune scuole elementari della Toscana e in altre parti d’Italia si preannunciano in occasione del primo giorno di scuola pittoresche, ahimé solo all’apparenza, manifestazioni di protesta contro la decisione del ministro Gelmini di tornare alla maestra unica.
Molte maestre hanno deciso di accogliere i bambini vestite di nero, o con il segno del lutto al braccio, per esprimere così la loro drammatica reazione alle decisioni del ministro. Ma coinvolgere i bambini, peraltro degli altri, su questioni del genere ci sembra da irresponsabili.
Cosa penseranno delle loro maestre quei bambini che in famiglia hanno udito da parte dei loro genitori reazioni di convinta adesione, se non di vera e propria esultanza di fronte alle scelte del ministro Gelmini? O, peggio, cosa penseranno dei loro genitori?
Conosco decine di persone, anche legate al mondo della scuola e politicamente vicine alla sinistra riformista e pure radicale, che di fronte alla prospettiva del ritorno della maestra unica hanno espresso reazioni di vera e propria esultanza. Gli stessi sondaggi messi in moto dai giornali mettono in risalto quanto sia diffuso il consenso nei confronti della “nuova” scuola elementare, segno evidente di quanto sia altamente probabile, per queste maestre, la possibilità di mostrare il loro “lutto”a dei bambini che sul problema hanno respirato in casa ben altre riflessioni.
Entrare a scuola vestite di nero non sarà solo un segno di lutto per la riforma Gelmini, sarà un segno di assoluta incuranza del diritto dei bambini a non essere coinvolti in questioni più grandi di loro e apertamente sconfinanti sul piano politico: e quando la politica entra nelle classi delle scuole elementari temo si tinga sempre di nero.

IL SILENZIO DEL SUD

di Ernesto Galli Della Loggia
«Esiste una questione meridionale nella scuola italiana? Temo proprio di sì (…). L'Europa non boccia l'Italia e i suoi quindicenni (…) ma boccia il Sud e le Isole, assai indietro rispetto alla media europea mente il Centronord la supera nettamente. (…) Le fredde statistiche rivelano un fenomeno inedito: un abbassamento della complessiva qualità scolastica nel Sud. Nel passato, in piena "questione meridionale" generale, un liceo o una scuola elementare di Napoli aveva in genere un livello analogo alle consorelle milanesi. Oggi non è più così». A parlare in questo modo non è il ministro Gelmini, il ministro della «solita destra italiana». No. E' un esponente di antica data della sinistra come Luigi Berlinguer, tra l'altro un ex ministro dell'Istruzione, in un articolo di rara onestà intellettuale pubblicato sull'Unità del 29 agosto scorso. Articolo che però, abbastanza sorprendentemente, non ha provocato neppure la più blanda protesta da parte di quella legione di politici, professori e intellettuali che invece solo pochi giorni prima si erano stracciati le vesti per le cose più o meno analoghe dette dal responsabile attuale dell'Istruzione, il ministro Gelmini di cui sopra, seppellita sotto una valanga di vituperi per il suo supposto razzismo antimeridionale. Il fatto è che dovremmo prendere atto tutti, una buona volta, di alcuni dati di fatto. Non solo di quelli ormai notissimi delle rilevazioni Ocse-Pisa, ma anche, per esempio, della circostanza, che negli ultimi 7-8 anni i migliori piazzamenti nelle varie olimpiadi di matematica, informatica, fisica o nei certami di latino, ecc. organizzati internazionalmente, li hanno ottenuti quasi sempre studenti dell'Italia settentrionale. Così come dovremmo chiederci perché mai, di fronte a questi risultati, accade però che la maggiore concentrazione dei 100 e lode all'esame di maturità delle scuole italiane si abbia proprio in Calabria e in Puglia, o che le più alte percentuali di punteggi massimi si registrino in una scuola di Crotone (ben 34 «100 e lode »!) di Reggio Calabria (28) e di Cosenza (21), mentre i Licei Mamiani e Tasso di Roma si devono accontentare di appena due, e rispettivamente un solo, 100 e lode. Geni in erba a Crotone e geni incompresi a Friburgo o ad Amsterdam? Andiamo! E forse dovremmo pure chiederci come mai il Friuli, regione che pure fa segnare la percentuale di 100 e lode più bassa fra tutte le regioni d'Italia, veda invece poi i suoi studenti, nell'ultimo quinquennio, fare incetta di premi nelle più varie competizioni.E' fin troppo evidente che questo insieme di dati tira pesantemente in ballo non solo la realtà scolastica ma l'intera realtà sociale del Mezzogiorno. Ne parla del resto, senza peli sulla lingua, lo stesso Berlinguer nell'articolo citato: «Gli enti locali nel Centro- nord hanno fatto in questi decenni cose straordinarie per la scuola, egli scrive (…), nel Sud tutto questo o è episodico o non c'è. Nel Centro-nord la scuola è tema che influenza le scelte dell'elettorato locale, che stimola così gli amministratori. Al Sud o è episodico o non c'è». Insomma la società meridionale presta scarsa o nulla attenzione alla sua scuola, alla qualità dell'insegnamento, perché evidentemente non le considera cose molto importanti.Le famiglie, più che alla sostanza sembrano guardare all'apparenza dei «bei voti» comunque ottenuti. E quando la verità comincia a venir fuori — com'è per l'appunto accaduto con la sacrosanta denuncia del ministro Gelmini — allora la reazione generalizzata è quella del perbenismo indignato, del ridicolissimo «ma come!? noi che abbiamo avuto Croce e Pirandello!»: nella sostanza, cioè, è il fingere di non vedere, di non capire. E' il silenzio.Un sostanziale silenzio sulle condizioni del proprio sistema scolastico che appare come un aspetto del più generale silenzio del Mezzogiorno. Un Mezzogiorno che ormai da anni ha cessato di parlare di se stesso e dei suoi mali, che da anni ha messo volontariamente in soffitta la «questione meridionale», che sembra ormai rassegnato a fingere una normalità da cui invece è sempre più lontano. E così la spazzatura copre Napoli, la scuola del Sud è quella che abbiamo visto, intere regioni sono sotto il dominio della delinquenza, in molti centri l'acqua ancor oggi viene erogata poche ore al giorno, i servizi pubblici (a cominciare dai treni) sono in condizioni pietose, il sistema sanitario è quasi sempre allo stremo e di pessima qualità, ma il Sud resta muto, non ha più una voce che dica di lui. Unica e isolata risuona la nota dissonante di un pugno di scrittori e di saggisti coraggiosi come Mario Desiati, Marco Demarco, Gaetano Cappelli, Adolfo Scotto di Luzio di cui sta per uscire il bellissimo «Napoli dai molti tradimenti». Sì, l'opinione pubblica meridionale, specie quella del Mezzogiorno continentale, nel suo complesso latita, è assente. Mai che essa metta sotto esame, e poi se del caso sotto accusa, i suoi gruppi dirigenti locali di destra o di sinistra che siano; mai che crei movimenti, associazioni, giornali, che agitino i temi della propria condizione negativa; mai che da essa vengano analisi sincere, e magari (perché no?) autocritiche, dello stato delle cose e dei motivi perché esse stanno al modo come stanno. Soprattutto sorprendente e significativo (eppure si trattava della scuola, dell'istruzione, santo iddio!) è apparso nei giorni scorsi il silenzio — o, peggio, l'adesione alla protesta perbenistico-sciovinista — da parte di tanti intellettuali. E' stata la conferma di un dato da tempo sotto gli occhi di tutti: che proprio la cultura meridionale, ormai, non si sente più tenuta a rappresentare quella coscienza polemicamente e analiticamente esploratrice della propria società, a svolgere quella funzione critica, che pure dall'Unità in avanti avevano costituito un tratto decisivo della sua identità. In questo silenzio e con questo silenzio degli intellettuali la «questione meridionale» mette davvero fine alla sua storia. Abituati a essere portatori di istanze di critica e di cambiamento, abituati cioè a svolgere un ruolo socio-culturale oggettivamente di opposizione, e dunque, almeno in questo dopoguerra, orientati tradizionalmente a sinistra, gli intellettuali meridionali si direbbe che siano rimasti vittime della rivoluzione politica verificatasi nel Mezzogiorno negli ultimi vent'anni. La vittoria della sinistra in tanti comuni e in tante regioni, infatti, se per alcuni di essi ha voluto dire l'arruolamento in questo o quell'organismo pubblico, e dunque l'assorbimento puro e semplice nel potere, per molti di più, per la stragrande maggioranza, ha significato essere privati di una potenzialità alternativa essenziale, di una sponda decisiva per il proprio ragionare e il proprio dire d'opposizione. Dopo la vittoria della sinistra essere «contro» ha rischiato di significare qualcosa di ben diverso che per il passato: ed è stato un rischio che quasi nessuno si è sentito di correre. Peccato però che evitare i rischi non significa in alcun modo esorcizzare i pericoli: a cominciare, in questo caso, dal pericolo di un declino inarrestabile di cui sono testimonianza proprio le brillantissime pagelle degli studenti del Mezzogiorno. ("Il Corriere della Sera")
COMMENTO. In una nota del 1° agosto scorso avevamo commentato l'uscita del ministro Gelmini sugli insegnanti meridionali (che a dir la verità non era formulata in termini molto simili a quelli di Berlinguer). Vi esponevamo valutazioni convergenti con quelle di Della Loggia, che considera "fin troppo evidente che questo insieme di dati tira pesantemente in ballo non solo la realtà scolastica ma l'intera realtà sociale del Mezzogiorno". E vi si sottolineava soprattutto la carenza di quell'articolazione dell'etica civica che è l'etica professionale, di cui in un paese di furibondi moralismi ci si guarda bene dal parlare, forse perché molti non ne sospettano neppure l'esistenza. Ma se appare scoraggiante nei tempi brevi l'impresa di rifare il sud e l'Italia, forse, almeno per la scuola, si può provare a suscitare un dibattito sulla deontologia come leva riformatrice. (E già sarebbe qualcosa conoscere l'articolo 54 della Costituzione: "I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore"; e sapere che i dipendenti della pubblica amministrazione sono tenuti a comportarsi, nel loro lavoro, con lealtà, imparzialità, riservatezza e correttezza).

(GR)

venerdì 12 settembre 2008

PASTICCI E MISTERI DEL DECRETO SULLA SCUOLA

“ItaliaOggi”, in un articolo intitolato Il maestro unico è un po’ confuso, evidenzia le ambiguità e le contraddizioni presenti nell’ articolo 4 del decreto 1 settembre 2008, quello appunto dedicato all’insegnante unico nella scuola primaria. Si tratta di chiarire una cosetta da niente e cioè se per le scuole si tratta di un obbligo o di una facoltà (e in quest’ultimo caso la mobilitazione in corso sarebbe del tutto inutile).
Ma, aggiungiamo noi, non scherza neppure l’articolo 3, quello che ai commi 1 e 2 prevede la valutazione in decimi (cioè con i voti) nella scuola primaria e nella secondaria di secondo grado. Il terzo comma, infatti, sembra proprio stabilire che per essere ammessi all’anno successivo bisogna avere la sufficienza “in ciascuna disciplina o gruppo di discipline” (quest’ultima dizione dovrebbe riferirsi alla primaria). A parte il sospetto che si tratti di una svista, visto che della novità (ed è grossa) non fa cenno neppure l’introduzione del decreto, che si fa se l’insufficienza invece c’è, visto che in questi ordini di scuola non sono previsti né debiti né recupero dei medesimi? Insomma un po’ più di ponderatezza non avrebbe guastato neppure qui e avrebbe reso più autorevole l’intervento di un ministro che giustissimamente si è schierato per una scuola più esigente e rigorosa.
Ultima tappa, l’articolo 5, quello sui libri di testo, che recita non limpidamente: “i competenti organi scolastici adottano libri di testo in relazione ai quali l'editore si sia impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio”. Perché non si dice più chiaramente “per cinque anni”? A quale quinquennio ci si riferisce? Anche questo andrà chiarito.

Da segnalare sul “Riformista” l’intervento di Claudia Mancina, già parlamentare DS ed esperta di scuola, che si sottrae al clima da articolo 18. Per la questione della scuola elementare “ci sono argomenti pedagogici a favore dell’una e dell’altra opzione”, ma è giusto riqualificare la scuola pubblica “in base a princìpi quali il merito, la responsabilità, l’autonomia e la valutazione. Sono princìpi che il PD dovrebbe condividere”.

Niente infine rappresenta meglio il vuoto di riflessione sull’etica professionale che caratterizza la scuola italiana della forme di lotta scelte da molte scuole elementari, che non hanno scrupoli a coinvolgere i bambini nella loro protesta, arrivando addirittura a farli accogliere dalle maestre vestite a lutto... (leggi).

(GR)

mercoledì 10 settembre 2008

PER FORTUNA C'È CHI NON SI SCORDA DELLE VERE BASI DEL RINNOVAMENTO: RESPONSABILITÀ, MERITO, FERMEZZA EDUCATIVA

Nell'editoriale di Giuseppe De Rita sulla prima del "Corriere", dopo un quadro che sembra quasi procedere verso una prognosi nefasta, vengono indicate con chiarezza le necessarie fondamenta (l'anima) del sistema: l'educazione dei sentimenti, il senso di responsabilità, la virtù della serietà.
Sul "Giornale", lo scrittore Enzo Savino ci ricorda che la scuola deve saper dire di no, anche se è tanto più faticoso del sì. È un invito a sconfiggere il virus del buonismo, nell'interesse dei ragazzi prima ancora che in quello della collettività.
In un intervento su "Libero", Vincenzo Vitale esamina in modo convincente il rapporto tra educazione e materie, per sottolineare quanto sia stato opportuno rivalutare l'importanza del comportamento nella formazione complessiva di un ragazzo.
Un recupero, infine, da "Liberal" di giovedì scorso: Paolo Francini fa un quadro - ricco di utili puntualizzazioni - delle necessità della scuola, con un forte accento sulla valorizzazione professionale dei docenti.

lunedì 8 settembre 2008

FIORONI, CHI ERA COSTUI?

C’è un aspetto sconcertante nella dura polemica che il Partito Democratico conduce nei confronti della Gelmini e dei suoi provvedimenti. Non ci riferiamo a quella contro i tagli e il ritorno al maestro unico, né alle comprensibili reazioni alla gaffe sugli insegnanti meridionali, ma ai sarcasmi e alle risentite condanne dei provvedimenti relativi alla condotta, percepiti da molti (da troppi) come simbolici di un “ritorno all’ordine”, quando non di aspirazioni autoritarie.
Eppure il merito di una coraggiosa inversione di tendenza rispetto alla filosofia buonista e demagogica che ha egemonizzato la scuola negli ultimi decenni è certamente di tale Giuseppe Fioroni, fino a pochi mesi fa Ministro della Pubblica Istruzione nel Governo Prodi e tuttora autorevolissimo dirigente del PD. Perché un partito che si definisce e intende essere riformatore non rivendica quella svolta?
Di questo scrive oggi Mario Pirani nella prima parte della sua Linea di confine, sottolineando “l’approccio empirico ma non privo di obbiettivi avviato da Fioroni e perseguito ora dalla Gelmini” e il tentativo di entrambi di “rimettere al centro lo studente e il suo rapporto con lo studio , con le esigenze di serietà, fatica e disciplina che questo comporta”.

(AR)

giovedì 4 settembre 2008

IL CONSIGLIO DI STATO SMONTA I PIÙ FREQUENTI MOTIVI DI RICORSO CONTRO LE BOCCIATURE

Su "Professione Docente" di questo mese Piero Morpurgo pubblica un documentato articolo su varie sentenze del Consiglio di Stato seguite a ricorsi contro la bocciatura di uno studente. È un contributo importante: più volte abbiamo sottolineato la gravità di quanto non di rado succede negli scrutini di fine anno con la trasformazione dei 4 in 6 e l'eccesso di tutele e di pseudo-giustificazioni di cui spesso gode chi non studia.
Riproduciamo qui sotto gran parte dell'articolo, che comunque si può leggere integralmente
sul sito della Gilda degli Insegnanti.
GLI SCRUTINI NON FINISCONO MAI: CONSIGLI DI SOPRAVVIVENZA E DI AUTOTUTELA
di Piero Morpurgo
Da anni non accadeva: si ricomincia un nuovo a.s. con sedute di scrutini e con i consueti strascichi di polemiche, lamentele e ricorsi. Iniziamo da quest’ultimi passando in rassegna una serie di sentenze del Consiglio di Stato (sez. VI) che possono essere lette integralmente sul sito http://www.giustizia-amministrativa.it/.
Nel 2003 con sentenza n. 7975 viene respinto un ricorso di uno studente per diversi motivi, in particolare si stabilisce “che i decimali di voto risultanti dalle medie dei registri di classe non possono assumere il rilievo preteso dal ricorrente e condurre a necessari arrotondamenti dei voti in favore dello studente”. E così dovrebbe finire quell’orrenda prassi per cui i 4 diventano 5 (al primo giro di interventi chiesti dal Dirigente) e i 5 –che erano 4- diventano 6 (al secondo giro).
Molto circostanziato è il deliberato del 2005 che con sentenza n. 5914 difende alcuni capisaldi della didattica giacché si stabilisce che la promozione non può essere condizionata da circostanze esterne (motivi di famiglia, di salute, etc.). Infatti non solo si premette che nello scrutinio non vi può essere spazio per “ulteriori elementi (in particolare, a quelli riferiti, secondo il ricorrente, alle sue qualità personali e alle sue capacità e condizioni), giacché questi hanno generalmente valore sussidiario e possono essere valorizzati soltanto nell’eventualità che il profitto scolastico sia dubbio”, ma si interpreta anche il dettato del Testo Unico della Scuola. Infatti il Consiglio di Stato stabilisce che lo scrutinio deve operare “in linea con quanto disposto dell’art. 193 del D.Lgs. 297/1994, per il quale la promozione va conferita agli studenti esaminati in relazione ai voti (sufficienti) conseguiti, e non in relazione ad altri e diversi fattori, che si pongono in contrasto con i voti medesimi”.
Dunque nessun inserimento di circostanze che nulla hanno a che vedere con la progressiva acquisizione di conoscenze. Il pronunciamento era assolutamente necessario perché in tempi recenti si stava manifestando la perniciosa tendenza del presentare ogni sorta di certificazioni mediche volte a sanare le mancanze di studio. Beninteso: gli insegnanti tengono conto di tutto e durante tutto l’a.s. Tuttavia il troppo è troppo.
Con la stessa sentenza del 2005 si assegna al Consiglio di Classe piena autorità e libertà di giudizio che non può essere condizionata da fattori interni alla vita scolastica quali la mancata attivazione dei corsi di recupero giacché “è il Consiglio di classe che deve considerare, secondo quanto precisato anche dal Giudice di prime cure, la congruità degli elementi valutativi a disposizione a propria discrezionalità (e nell’ipotesi in esame i riscontri effettuati sulla preparazione dello studente in parola sono stati ritenuti, evidentemente, congrui e sufficienti, in considerazione anche della particolarità della situazione del ricorrente medesimo)”. E così nella “valutazione per l’ammissione alla classe successiva non possono in alcun modo incidere - per giurisprudenza consolidata - la mancata attivazione nel corso dell’anno scolastico delle iniziative di sostegno concretantisi in appositi corsi di recupero, la quale non ha alcuna influenza sul giudizio che il consiglio di classe è chiamato ad esprimere in sede di scrutinio finale, atteso che le eventuali disfunzioni organizzative verificatesi nel corso dell’anno scolastico, pur se idonee a determinare una minore fruizione di attività integrative, volute dal Legislatore in connessione con l’abolizione degli esami di riparazione, non sono di per sé sufficienti a giustificare o a modificare l’esito negativo delle prove di esame ed atteso che il giudizio di non ammissione di un alunno alla classe superiore si basa esclusivamente sulla constatazione sia dell’insufficiente preparazione dello studente, sia dell’incompleta maturazione personale, ritenute necessarie per accedere alla successiva fase di studi”. Insomma per essere promossi bisogna studiare.
La parte finale dell'articolo è dedicata al riconoscimento - da parte del Consiglio di Stato - del diritto dei docenti di conoscere il contenuto dei reclami di studenti e genitori, che spesso danno l'avvio ai ricorsi e che alcuni dirigenti, in nome della riservatezza, dichiarano "top secret".

martedì 2 settembre 2008

LA DIVISA A SCUOLA VALORIZZA L'INDIVIDUO

di Fulvio Cuizza

("Messaggero Veneto")
L'autore, che è docente di psicologia dello sport, propone nell'articolo un punto di vista interessante su un tema spesso ridicolizzato (in modo particolare dai soliti benaltristi). Leggi.

lunedì 1 settembre 2008

SCUOLA: PERCHÉ NON È UN RITORNO AL PASSATO

Molti critici a corto di argomenti e i cronisti un po’ approssimativi parlano volentieri di “ritorno al passato” a proposito dei provvedimenti del Ministro Gelmini. Si sa che sui giornali e nella polemica politica non si va per il sottile; ma nella realtà effettuale della storia e della vita il puro e semplice tornare indietro non è previsto. Come sempre, dobbiamo rielaborare le esperienze passate senza cassarle e senza rimanerne prigionieri. Quindi non si tratta di cancellare il ’68, ma di conservarne per l’essenziale le conquiste, depurandolo però dalle troppe fesserie a cui ha dato linfa, in altre parole di mettere fine, con grave ritardo, al sessantottismo, una malattia tardo-adolescenziale che ha fatto più danni della grandine. Possiamo quindi riscoprire l’importanza dell’autorità nell’educazione, intesa come funzione di guida necessaria per la crescita, già presente nell’etimo (da augēre, far crescere). E si può meglio comprendere che la fermezza, forse la più necessaria caratteristica dell’autorità, non si oppone alla vicinanza affettiva, ma la valorizza, impedendo che degeneri nell’incapacità di prendere decisioni giuste per il bene dei figli o degli allievi. Si sottolinea l’importanza della “condotta” e della necessità di sanzionare i comportamenti scorretti, ma non per “reprimere il dissenso” o “cacciare i ragazzi vivaci dalla scuola”, come paranoicamente vaneggia qualcuno, né in nome di un’acritica e supina obbedienza; al contrario, solo in un clima di rispetto reciproco - come esige la democrazia - tutti (insegnanti e allievi) si possono esprimere e lavorare al meglio. Si può riparlare finalmente di “serietà” della scuola, non per evocare plumbee atmosfere e rigide gerarchie, ma consapevoli che si tratta, secondo la bella definizione del Dizionario di Tullio De Mauro, della “qualità di chi agisce con responsabilità, con correttezza, con capacità e volontà di assolvere i propri doveri e gli impegni assunti”. E se alla responsabilità si vuole affiancare il merito, non è certo per rilanciare il darwinismo sociale, dimenticando i limiti e anche il classismo della scuola di un tempo, ma per spronare tutti a valorizzare con l’impegno i propri talenti, creando allo stesso tempo maggiori possibilità di farlo attraverso una più ampia scelta di indirizzi formativi. In quello che è stato forse il più bell’articolo sull’argomento pubblicato in questo periodo, Sergio Givone concludeva: “Solo una scuola basata sul merito può rendere possibile lo sviluppo di una democrazia non soltanto formale. Solo una democrazia può rendere possibile una scuola basata sul merito.”(Nasce il partito del merito, 25 marzo 2008).

(GR)

INTELLIGENZA E CARATTERE CRESCONO SOLO SE SI ACCETTANO LE SFIDE

di Francesco Alberoni

Nelle olimpiadi sette medaglie d'oro su otto sono state vinte da militari, cioè da persone abituate alla disciplina e all'autocontrollo. Dalla scuola e dalla università non è venuto nulla, e questo è un sintomo della povertà del nostro sistema educativo. Perché lo sport è espressione dell'organizzazione disciplinata della società e dell'individuo, misura la sua capacità di porsi una meta e raggiungerla. Ora da trent'anni il nostro sistema educativo — dalla famiglia alla scuola — ha avuto una sola preoccupazione: evitare ai bambini e ai giovani ogni trauma, ogni fatica, ogni frustrazione. Insegnando loro che sono bravi, adorabili qualsiasi sciocchezza facciano e che non dovranno mai pagare per i loro errori. Non gli è stato mai detto che la nostra intelligenza si sviluppa solo affrontando problemi, che il nostro carattere si plasma solo accettando le sfide, che per capire il valore delle cose dobbiamo meritarcele. Mentre quanto ci viene regalato senza merito ci indebolisce e tutto ciò che ci viene perdonato senza punizione ci corrompe. Il risultato di questa pedagogia irresponsabile è che troppi (per fortuna non tutti) nostri ragazzi e ragazze non studiano, non sanno concentrarsi, perdono il loro tempo chattando su Internet, facendo videogiochi, mangiano troppo, sono maleducati, si ubriacano in discoteca e non sanno fare nessun lavoro. Questa estate mi si è guastato il frigorifero, sono arrivati uno dopo l'altro tre tecnici dell'impresa — ciascuno con furgoncino e assistente — lo hanno contemplato perplessi e se ne sono andati senza saper cosa fare. Un mio amico ha due mungitori indiani a cui dà uno stipendio di quattromila euro netti al mese. Ma questi mungitori sono degli esperti zootecnici, preparatissimi in elettronica, e in Italia non c'è nessuno che sa fare il loro lavoro. E fra poco non ci saranno nemmeno idraulici, elettricisti, falegnami, sarti, ragionieri, capomastri, restauratori, installatori con una preparazione scientifico-tecnica che li renda capaci di affrontare i problemi della casa e della fabbrica di oggi. Perché i nostri figli queste cose non le imparano né alla scuola media né all'università. Il ministro Mariastella Gelmini, che ha incominciato a ridare metodo, rigore e disciplina alla scuola, dovrà fra poco accingersi a colmare questo pauroso vuoto di preparazione tecnica degli italiani creando licei tecnici e lauree brevi dove, anziché chiacchiere, si imparano mestieri moderni.
("Corriere della Sera").

domenica 31 agosto 2008

BUONISMO CON FALSO IN ATTO PUBBLICO: GLI SCRUTINI IN CUI SI FA FUORI LA SERIETÀ DELLA SCUOLA

Una lettera-denuncia sulla "Nazione" di ieri su un caso di "indulgenza plenaria" (o meglio di falso in atto pubblico) in sede di scrutinio. Un fenomeno purtroppo endemico nella nostra scuola, sintomo tra i più frequenti del deleterio buonismo di cui abbiamo via via citato le gesta. Tanto che tra le nostre indicazioni inviate al Ministro e pubblicate su questo blog l'11 giugno scorso c'è anche questa:
"Valutazioni di fine anno. Bisogna far sì che le valutazioni di fine anno, nel rispetto della libertà di insegnamento, vengano formulate basandosi sugli effettivi risultati conseguiti dai singoli allievi e seguendo rigorosi criteri di equità e di merito, senza obbedire alle tante pseudomotivazioni di carattere psicologico e sociale messe in giro dalla cultura del buonismo".
Come abbiamo scritto altrove, "purtroppo molti colleghi – che quali rappresentanti della Pubblica Amministrazione sarebbero tenuti a informare il loro operato ai principi di correttezza ed imparzialità – sono stati indotti a credere di essere titolari, come Consiglio di classe, di un potere praticamente assoluto, che consente di trasformare i 4 e i 5 in false sufficienze, purché venga appena enunciata a favore dell’allievo una qualsiasi pseudomotivazione di natura psicologica, familiare o sociale. Da notare che, mentre per la mancata ammissione a un esame o alla classe successiva viene in genere richiesta una serie di motivazioni e l’elenco di quanto fatto per prevenire questo esito, una promozione, invece, per quanto immeritata, è sempre la benvenuta".

giovedì 28 agosto 2008

LO SHOCK DI CUI LA SCUOLA HA BISOGNO

Un equilibrato commento di Paolo Pombeni sul "Messaggero" a proposito delle novità varate oggi dal Consiglio dei Ministri. Da sottolineare come molto appropriata la citazione del secondo comma dell'articolo 54 della Costituzione, quello che conclude - potremmo dire "con fermezza" - la Parte I sui diritti e i doveri dei cittadini.

martedì 26 agosto 2008

MA I COLLEGHI DEL CIDI SONO D'ACCORDO CON LA SEGRETARIA COLONNA?

"C'è bisogno di intervenire sulla dispersione scolastica (ma tanto qui si parla al vento, il ministro Gelmini vuole usare il voto di condotta - il cinque perché il sette non è sufficiente! - per cacciare dalla scuola molti più ragazzi di ora, figuriamoci se si può parlare di lotta alla dispersione).

A scrivere questo sul "Manifesto" di oggi non è Sabina Guzzanti, ma Emma Colonna, segretaria nazionale del CIDI. Ci piacerebbe sapere se i tanti colleghi seri che sono iscritti a questa associazione professionale si riconoscono in una simile manifestazione di faziosità politica oltre che di cecità culturale, che chiude la porta a qualsiasi ragionamento su un tema da tanti riconosciuto come basilare per una ripresa della scuola. L'articolo, che contiene anche argomentazioni in sé ragionevoli, si intitola I maestrini del centrodestra.
Una buona notizia per i tanti insegnanti che fanno il loro dovere: due colleghi (si fa per dire) licenziati per inveterata fannulloneria (Scuola, miracolo a Milano, su "Libero").
"Avvenire" dedica un interessante articolo all'incontro sulla formazione professionale (quella lombarda in paricolare) svoltosi al meeting di CL a Rimini: Promossi i "bocciati" - Così la scuola vince .
Infine su "Italia Oggi" un breve servizio sul codice deontologico dei docenti al via in Scozia (che già da molto tempo aveva comunque un efficace organismo professionale, il General Teaching Council). Chi volesse leggerlo (in inglese), lo può fare scaricandolo dal sito dell'ADi, che ne aveva dato notizia già a maggio.

lunedì 25 agosto 2008

"IL SOLE 24 ORE" FA IL PUNTO SULLA SCUOLA

È lecito il timore che le dichiarazioni sui corsi per i docenti meridionali possano costituire un pretesto per attaccare globalmente la politica del ministro Gelmini, sacrosanta su molti punti (sui "corsi intensivi", già preannunciati a fine luglio, ci siamo già espressi in una nota del 1° agosto). Dopo gli articoli e le lettere sugli organi dell'Estrema (come si diceva nell'Ottocento) e il silenzio del PD (dimenticare Fioroni?), ieri il Ministro Bersani a Firenze ha raccolto molti applausi esclamando che i problemi della scuola "mica sono solo quelli del sette in condotta e del grembiule!". Oggi "Il Sole 24 Ore"pubblica un articolo di analisi di Antonio Schizzerotto intitolato La disciplina da sola non basta, in cui si legge, dopo un semi-rituale omaggio alle iniziative del Ministro: "Purtroppo, questi e altri provvedimenti assunti dal Ministro Gelmini rischiano di riverlarsi pannicelli caldi per un malato grave che di ben altre medicine avrebbe bisogno". Questa accentuata relativizzazione di quella che è invece una priorità non è un buon segno e dà man forte a chi vi si oppone in modo ciecamente ideologico.
Sui banchi della scuola una fila di novità riassume e schematizza le innovazioni già operanti e quelle ancora da approvare. Un "patto" con le famiglie si diffonde sulle modifiche allo Statuto (che purtroppo mantiene le procedure garantiste che finora hanno costretto le scuole a violarlo in nome del buon senso educativo) e sul cosiddetto "patto di corresponsabilità" (della cui effettiva utilità c'è di che essere scettici). "Ci vuole un confronto costruttivo", con pareri di presidi, genitori e dirigenti regionali, chiude il dossier.

(GR)

venerdì 22 agosto 2008

VOTI, LIBRI E '68

I ministri Gelmini e Tremonti replicano a Galli Della Loggia, che nel suo editoriale di ieri aveva accusato il governo – e soprattutto il responsabile dell’Economia – di infischiarsene della scuola, visti i tagli operati nella finanziaria. Il ministro della pubblica istruzione risponde sullo stesso “Corriere” con una lettera al direttore (ma va anche segnalata un’intervista sulla “Padania” in cui riepiloga il proprio programma di governo). Lo stesso fa Tremonti, che si sofferma in particolare su due argomenti: i ritorno dei voti anche alle elementari e medie e il costo dei libri scolastici (Scuola: il passato e il buon senso). Ambedue insistono sulla necessità di archiviare il ’68.
D’accordissimo sul ritorno ai voti e anche sulle relative argomentazioni. Da quello che scrive Tremonti non si capisce però quale sia la situazione attuale, perché i giudizi discorsivi sulle singole discipline non ci sono più da moltissimi anni. Le materie vengono valutate secondo i livelli ottimo, distinto, buono, sufficiente, non sufficiente. Di fatto vengono usati come voti, tant’è vero che molti docenti per le interrogazioni e le verifiche usano valutazioni come “buono meno” o “fra ottimo e distinto”. Naturalmente a questo punto è più logico e comodo usare i numeri; ma è anche importante recuperare una gamma di insufficienze, che il demone buonista dei pedagogisti ministeriali aveva consigliato di semi-occultare nell’unico e assai soft “non sufficiente” (che tra l’altro impedisce di apprezzare i progressi di chi comincia molto male). Il giudizio vero e proprio – compilato secondo criteri in parte variabili da scuola a scuola – è quello cosiddetto “globale”, che in genere, oltre a una preparazione “complessiva” (nozione di limitata utilità), parla di impegno a casa e a scuola, attenzione e partecipazione, a volte metodo di lavoro; e può sottolineare punti di forza e carenze. È semmai qui che può essere a volte pertinente l’opinione di Tremonti: “Per come sono strutturati e «bizantinati », basati su formule che tendono ad essere ipocrite, psicopedagogiche, tautologiche, caramellose, offensivo-giudiziarie o presunte tali, i giudizi sembrano fatti apposta per mandare fuori di testa i genitori o per stendere i ragazzi sul lettino dello psicanalista o per portarli tutti insieme da un avvocato che ti predispone il ricorso — quasi sempre vincente — davanti al Tar.”
Il secondo obbiettivo polemico del ministro economico è costituito dai libri di testo: “Nella scuola italiana da troppo tempo (e non era così prima: è un effetto negativo della «modernità») i libri di testo cambiano con una frequenza forsennata e parossistica. Cambiano per scelta del docente, ma cambiano soprattutto perché gli editori stampano quasi ogni anno una nuova edizione di ciascun testo, in modo che quelli dell'anno precedente diventano automaticamente vecchi — fa più fino dire obsoleti — e con ciò sostanzialmente inutilizzabili. Su questa pratica si possono dire due cose essenziali: è ingiustificata; è contraria agli interessi delle famiglie”.
In Italia c’è un conformismo bulgaro sulla scandalosità del costo dei manuali e delle politiche di chi li produce, senza peraltro che l’argomento venga minimamente approfondito dai giornali e dalla tv (non mi pare neppure che gli editori si difendano granché bene). Eppure si potrebbero fare inchieste su costi, margini di profitto, concentrazioni proprietarie, ristrutturazioni e licenziamenti, esattamente come si fa per altri settori produttivi, in modo da comprendere in che misura abbiamo a che fare con imprenditori che ci marciano oppure se si trovano alle prese con reali difficoltà nel far quadrare i conti. Inoltre un'inchiesta seria potrebbe produrre tabelle comparative sulle spese delle famiglie: quanto per i libri scolastici, quanto per lo zainetto di marca invece di quello economico, quanto per gli accessori sfiziosi, per il cellulare di ultima generazione, per l’iPod; quanto per i chewingum e per le merendine, quanto per costose figurine e carte varie, magliette e scarpe firmate. Così potremmo capire se è una protesta seria o dettata dal solito assistenzialismo. Ma alla fine la domanda delle domande è questa: le case editrici devono stare sul mercato o no? Se le case automobilistiche hanno bisogno di fare un restyling all’anno su ciascun modello per andare avanti nessuno si scandalizza (anche se il mercato dell’usato ovviamente ne risente). A sentire Tremonti le case editrici dovrebbero invece favorirlo il mercato dell’usato, anzi le scuole potrebbero comprare i libri e darli in prestito ai ragazzi... Certo, in un ambito di spese obbligatorie come quelle per i manuali il Governo deve mettere il naso; ma oltre un certo limite non sarebbe più semplice rivendicare senz’altro il monopolio statale dell’editoria scolastica?

(GR)

giovedì 21 agosto 2008

POSTILLA AI PREMI PER I BRAVI

Partecipando a una trasmissione di Radio 24 sulla scuola, e in particolare sui "bonus" ai meritevoli, un insegnante si è chiesto: si discute sull'opportunità di premi che ammontano a poche migliaia di euro, ma che dire dei sessantamila che ogni anno la mia scuola spende per i corsi di recupero, quando si consideri che buona parte delle insufficienze è determinata semplicemente dalla mancanza di impegno? (GR)

martedì 19 agosto 2008

SCUOLE CHE PREMIANO I BRAVI

Diversi quotidiani, "Il Messaggero" in prima pagina, danno spazio alla notizia che due scuole superiori hanno deciso di premiare gli studenti migliori. Una di queste è il Liceo Classico "Visconti" di Roma, non a caso quello da cui nel marzo scorso fu lanciato l'appello "Scuola: un partito trasversale del merito e della responsabilità", rivolto ai partiti e ai candidati in lizza nelle elezioni politiche. Il Preside Saro (Rosario) Salamone, infatti, è un convinto sostenitore delle priorità indicate in quel testo, poi addirittura fatto proprio dal nuovo ministro Gelmini.
Da registrare le obbiezioni del pedagogista Giuseppe Bertagna, la seconda delle quali - di stampo milanian-sessantottino - è in grado di invalidare qualsiasi ricerca di equità (base della prima obbiezione). Certo, se il merito è l'impegno con cui si valorizzano i propri talenti, si può anche premiare un ragazzo che ha fatto grandi progressi partendo da una base modesta. Evitiamo però di trovare un problema per ogni soluzione e apprezziamo nel frattempo, magari a titolo sperimentale, ogni iniziativa che vada, come gli studenti premiati, "controcorrente".

lunedì 18 agosto 2008

DA SINISTRA SULLA CONDOTTA MUTISMO O FESSERIE

La reazione di gran parte della sinistra ai provvedimenti del ministro Gelmini è purtroppo desolante. O il silenzio (imbarazzato?) o la caricatura. E pensare che la nuova titolare di viale Trastevere non ha fatto altro che proseguire la svolta del predecessore; e che diversi intellettuali di sinistra o centrosinistra hanno firmato l'appello per il merito e la responsabilità come valori fondanti della vita della scuola. Riguardo a Fioroni già avevamo notato, a suo tempo, come nessuno o quasi si fosse schierato ufficialmente a sostegno delle sue scelte in tema di serietà degli studi, e meno che mai i vertici dei partiti governativi, neppure la Margherita di cui è un dirigente. Oggi tace (come, se non ci è sfuggito qualcosa, la sua vice Mariangela Bastico) e rinuncia a rivendicare i suoi meriti, forse per la solita banale paura di portare acqua al mulino del governo. Eppure la campagna elettorale era stata tutta un proclama di impegno bipartigiano per la scuola. Non sorprende che le grida di allarme per il nuovo autoritarismo e la repressione del dissenso vengano da quella sinistra - di nuovo extraparlamentare - che anche in altri campi continua a incarnare il più consunto ideologismo: sono gli eredi di chi la scuola ha più contribuito a rovinarla. Ma già vedere discorsi dello stesso tono su un quotidiano di area PD come "l'Unità" fa cascare le braccia. Oggi è il turno di "Repubblica" con un articoletto di Edmondo Berselli che è davvero esemplare per il ricorso alla caricatura come fuga dall'argomentazione. L'impressione che se ne ricava è che del problema educativo odierno e della vita della scuola l'autore non abbia la minima idea e non si preoccupi di averla. L'importante è sparare sul governo e alimentare l'infantilismo politico, anziché un civile e informato dibattito.

martedì 12 agosto 2008

NUOVA CONFERMA: LA PAROLA "DISCIPLINA" E' SDOGANATA

Nella sua rubrica "Pubblico & privato" sulla prima pagina del "Corriere", Francesco Alberoni scrive tra l'altro che "bisogna ridare, per legge, potere e autorità disciplinare agli insegnanti." È un'ulteriore conferma che il clima culturale del paese, di cui il linguaggio è la diretta espressione, da alcuni mesi ha recuperato termini quali serietà, condotta, rigore e, appunto, disciplina. Una svolta a cui l’appello per il merito e la responsabilità nella scuola, firmato nel marzo scorso da sedici intellettuali e commentatori, ha sicuramente contribuito molto.
L’articolo sottolinea anche con decisione il ruolo formative delle materie.

lunedì 4 agosto 2008

LA BUONA CONDOTTA E IL PRINCIPIO DI AUTORITÀ

Anche nei giornali di oggi sono numerosi i commenti sulla ri-valutazione della condotta nella scuola. Le riflessioni più interessanti sono di un neuropsichiatra infantile, Giovanni Bollea, e di uno psicologo-analista, Claudio Risé. Sul "Messaggero" Bollea, in un pezzo intitolato Riscoprire i valori e il principio di autorità , richiama soprattutto i genitori alla consapevolezza del loro ruolo nei confronti dei figli adolescenti ("un'età terribile"), abbandonando la comoda e nefasta idea che sia meglio "non interferire" nella loro vita e trasmettergli invece "il valore del lavoro, il senso profondo e positivo del fare bene come molla per fare meglio".
Claudio Risé sul "Mattino" (La buona condotta che serve ai giovani) sottolinea il paradosso di una scuola che dal 1998 in poi, per "merito" di Berlinguer, si è fondata su una netta separazione tra profitto scolastico e formazione educativa. Per Risé questa scelta nasce da una visione ideologica secondo cui il rispetto delle regole è obbedienza a regole e modelli di comportamento "borghesi", in quanto tali ostacolo ad un vero cambiamento della scuola.

sabato 2 agosto 2008

LA RIVINCITA DELLA CONDOTTA

Sui provvedimenti approvati dal Consiglio dei Ministri, su cui abbiamo ieri pubblicato una scheda abbastanza esauriente, oggi tutti i giornali danno ampia informazione. Chi vuole può visitare le dodici pagine della rassegna stampa del Ministero.
Si tratta evidentemente di un grande successo dei sostenitori della scuola seria, con la valutazione della condotta che può comportare la ripetenza nei casi più seri e la perdita fino a cinque punti del credito scolastico per l’esame di maturità (e mai come oggi sembra opportuno ripristinare ufficialmente il vecchio nome).
Tra i commenti positivi - alcuni venati di scetticismo - simpatico quello di Marcello d'Orta, molto convinto e ben argomentato quello di Gianluigi Paragone.
A riprova di quante responsabilità abbia avuto la sinistra nella crisi della scuola, si possono leggere alcuni interventi che ricorrono a toni caricaturali e a tratti deliranti. Tra gli altri, Marco Bascetta sul "Manifesto" (Disciplina d'assedio) e Marina Boscaino su "L'Unità" (Ma dietro la lavagna ci finisce il diritto all'istruzione).

BERLINGUER E LA DISCIPLINA

Una risposta alla lettera di Berlinguer al "Corriere della Sera" pubblicata ieri.
Caro direttore,
l’ex ministro Luigi Berlinguer torna ad attaccare i presunti laudatores temporis acti che vogliono una scuola più esigente sul piano dei comportamenti. La sua tesi è che il rigore va bene, ma da solo non basta, anzi è impotente; e difende il suo Statuto degli studenti, che in realtà era fatto per rendere quasi impossibili le sanzioni, vincolandole a procedure di stampo sindacalistico. Il secondo cardine della sua tesi è che la vera priorità è la didattica. Quella attuale, dice, non coinvolge i ragazzi; e se la prende in particolare con “l’inossidabile lezione frontale, che ha criminalmente cancellato [sic]l’arte praticata e la creatività”.
Ma nessuno ha mai detto ( e nessun docente sensato lo pensa) che la scuola è solo rispetto delle regole (che una parte della sinistra, ben rappresentata da Berlinguer, ha contribuito a demolire). Rappresenta però la base indispensabile della didattica. Solo in un clima di correttezza e di impegno si può lavorare. L’ex ministro coltiva l’illusione naif che una scelta metodologica “moderna” possa miracolosamente riassorbire ogni problema comportamentale. Ma nessuna scuola può essere solo passione e divertimento, nessuna scuola seria può evitare impegno e fatica ai suoi allievi, né rinunciare, anche nel loro stesso interesse, a pretendere la pura e semplice buona educazione.

Giorgio Ragazzini – Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

Sullo stesso argomento, segnaliamo l' intervento sul suo blog di Gennaro Lubrano di Diego.

venerdì 1 agosto 2008

DAL SITO DEL GOVERNO ITALIANO / SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE PRESENTATO DAL MINISTRO GELMINI

Stralcio del comunicato stampa relativo alla seduta di oggi del Consiglio dei ministri:
Il Consiglio ha quindi approvato i seguenti provvedimenti:
su proposta del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Mariastella Gelmini:
- uno schema di disegno di legge, sul quale verrà acquisito il parere della Conferenza Stato-Regioni, che contine novità di rilievo per la scuola, soprattutto con riferimento al comportamento degli studenti, che concorrerà alla valutazione complessiva e potrà determinare la bocciatura; costituiscono ulteriori novità l’introduzione nella scuola secondaria della disciplina “cittadinanza e Costituzione” e la “carta dello studente”, strumento che consentirà agevolazioni e facilitazioni per i giovani e sconti sui libri.


Documento di approfondimento correlato:
Comportamento, Cittadinanza e Costituzione, Carta dello studente
Presentazione
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il 1 agosto 2008 il disegno di legge, presentato dal Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, recante: "Disposizioni in materia di istruzione, università e ricerca", che innova in materia di:
Comportamento degli studenti;
Cittadinanza e Costituzione;
Carta dello studente.
1) Il comportamento degli studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado - valutato dal consiglio di classe - concorrerà alla valutazione complessiva dello studente e potrà determinare, se insufficiente, la non ammissione al successivo anno di corso.
Per l'ammissione all'esame di Stato, è prevista la riduzione del credito scolastico fino a un massimo di 5 punti.
Valutare il comportamento – come ha anche detto il Ministro Gelmini - significa rafforzare la capacità dello studente di saper stare con gli altri, di esercitare correttamente i propri diritti, di adempiere ai propri doveri e di rispettare le regole poste a fondamento della comunità di cui fa parte.
2) Dal prossimo anno scolastico sarà introdotto - nelle scuole secondarie – lo studio della disciplina "Cittadinanza e Costituzione", con 33 ore annuali di insegnamento previste, che sarà oggetto di specifica valutazione.
3) La carta dello studente ("lo studio") intende promuovere tra gli studenti della scuola secondaria superiore (e, progressivamente, dell'Università), l'esercizio del diritto allo studio ed il più ampio accesso alle attività di carattere culturale.
Queste le principali agevolazioni fornite dalla carta dello studente:
accesso gratuito alle aree archeologiche, ai complessi monumentali e ai siti Unesco;
agevolazioni per i trasporti pubblici, con particolare riferimento alle tratte interessate dal pendolarismo studentesco;
biglietti ridotti per ingresso a cinema e teatro;
sconti sui libri.
A margine del Consiglio dei Ministri, il Ministro Gelmini ha firmato la circolare applicativa relativa alle recenti modifiche dello “Statuto delle studentesse e degli studenti”, che, fra le altre cose:
prevede l’obbligo per le scuole di modificare i regolamenti interni per consentire l'applicazione del nuovo e più rigoroso regime sanzionatorio verso gli studenti;
fa obbligo di scegliere le eventuali sanzioni di allontanamento (superiore a 15 giorni, fino al termine dell'anno scolastico con esclusione dallo scrutinio o dall'esame), secondo il principio di proporzionalità, tenuto conto dell’infrazione commessa. Le sanzioni di allontanamento possono essere utilizzate ogniqualvolta si verifichino comportamenti riconducibili ad ipotesi di reato, quali: violenza privata, minacce, percosse, ingiurie, reati di natura sessuale, incendio o allagamento;
fornisce chiarimenti per il funzionamento dei sistemi di impugnazione dei provvedimenti disciplinari e degli organi di garanzia.

Fonte: Ministero dell' Istruzione, dell' Università e della Ricerca

CORSI INTENSIVI PER IL SUD, DISCIPLINA, LIBRI ON LINE

“NO AL DIVARIO NORD-SUD, COSÌ RILANCIO LA SCUOLA” “Il Mattino” 27 luglio

Dunque il Ministro si ripropone di colmare il divario tra nord e sud con “corsi di formazione intensivi per i professori e gli studenti di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia”. Qui c’è a mio parere un errore di diagnosi e conseguentemente la terapia è errata, oltre che impraticabile nei tempi brevi. Quello di diagnosi consiste nel pensare che i peggiori risultati del sud dipendano senz’altro da una minore preparazione dei docenti. Ci sarà anche; ma ritengo che si tratti soprattutto delle conseguenze di una scuola ancora meno rigorosa della media nazionale, con l’accentuarsi dei tratti lassisti e buonisti presenti un po’ ovunque, intrecciati con una maggiore tendenza al clientelismo, alla raccomandazione e anche con il condizionamento, in alcune zone, degli ambienti malavitosi.
Per esempio, sembra certo che la non brillante situazione generale dell’etica professionale (equità, imparzialità, scrupolo nell’adempimento dei propri doveri e altre cosette del genere) nel Sud abbia completamente distorto i risultati delle prove dell’Invalsi nelle medie e nelle elementari, tanto che Fioroni decise di abolirle. In poche parole: una parte almeno dei docenti si sostituiva agli allievi o comunque li aiutava.
Per questo la terapia giusta sarebbe una ventata di serietà in tutti gli aspetti della vita scolastica. E poi, cosa significa “corsi intensivi”? È pensabile che vadano oltre venti o trenta ore? E con questi sistemi si pensa di risalire nelle classifiche internazionali? Ha senso, inoltre, aggiornare a tappeto tutti i docenti, anche quelli bravi?

Non è poi difficile immaginare che tutta l’operazione rimetterebbe in pista la compagnia di giro di quegli “esperti” che negli anni scorsi hanno propagandato i loro dogmi pedagogici e didattici e sono tra i responsabili principali dello smarrimento e della demotivazione degli insegnanti, trattati quasi sempre come inetti da rieducare e magari da tenere a bada con gli Statuti degli studenti.

UN’ISTITUZIONE DA RIFONDARE PARTENDO DALLA DISCIPLINA di Alfonso Piscitelli ("Liberal" di giovedì 31 luglio) è invece una sintesi della situazione in grandissima parte condivisibile (ma anche il resto del supplemento "Socrate" è interessante, a parte l'articolo un po' banalmente e sussiegosamente "modernista" di Paolo Fuligni).

Com’era prevedibile (vedi le considerazioni del 10 luglio scorso) all’apparir del vero si sta già sgonfiando la grande rivoluzione dei libri on-line (altre se ne sgonfieranno nei prossimi mesi). Ecco perché IL LIBRO DI SCUOLA NON VA ONLINE di Cristina Casadei (“Il Sole24Ore” di mercoledì 27 luglio). Ma allora com’è possibile che, come previsto dal D.L. 122 del 25 giugno 2008, i “libri” di questo genere diventino obbligatori nell’anno scolastico 2011-2012?

(G.R.)

mercoledì 30 luglio 2008

PERÒ, CARO BRUNETTA, COSÌ NON SI PREMIA IL MERITO...

Premessa: sono stato fin dall’inizio un sostenitore addirittura entusiasta della Sua svolta: bene sanzionare il demerito di assenteisti e fannulloni; e benissimo insistere ancora di più sulle responsabilità di chi questi comportamenti permette, cioè i dirigenti. Così si riconosce, sia pure indirettamente, il merito di chi continua nonostante tutto a comportarsi irreprensibilmente (e con ciò stesso assicura un minimo di decente funzionamento alla pubblica amministrazione).
In chiave con questi obbiettivi mi aspettavo che i Suoi primi provvedimenti avessero un carattere selettivo, andassero cioè a colpire chi si comporta male e non chi fa il proprio dovere. Apprendiamo invece che fin dal primo giorno di assenza lo stipendio di chi si ammala verrà comunque decurtato di circa il 25-30%. Non si potrebbe immaginare un criterio più “antimeritocratico” per cominciare una battaglia a favore del merito. E ne scaturirà un giusto risentimento proprio in coloro che potrebbero in modo più convinto appoggiare la Sua svolta politica. Tanto più che anche la seconda misura da Lei prevista fa un po’ di ogni erba un fascio, con il controllo obbligatorio per tutti fin dal primo giorno da parte di un medico fiscale; misura che è già stata sperimentata in passato con scarsi risultati sul piano del rigore (forse a causa di una normativa inadeguata) e un forte aumento di spesa da parte dello Stato. O si decide che non si responsabilizzano i dirigenti o si affida alla loro discrezionalità la decisione su chi controllare e chi no. In genere infatti i dirigenti sanno benissimo chi è scorretto. Se non si assumono le proprie responsabilità lo fanno o per quieto vivere (tanto non gli succede nulla) o per i limiti ipergarantisti imposti da leggi e contratti.
Come tutti gli insegnanti coscienziosi, che spesso evitano di stare assenti pur non sentendosi bene, mi spiacerebbe davvero essere colpito da misure indiscriminate; tanto più dopo le belle speranze da Lei coraggiosamente suscitate.

Cordialmente, Giorgio Ragazzini

Commenti

Maria Giovanna Ragionieri: D'accordo con la lettera, forse un po' generica, ma necessaria. Un'altra precisazione: le visite fiscali costano: chi le paga? E poi, si dispongono anche per i dirigenti (non dico solo i presidi)? Negli annali della mia famiglia si racconta di uno zio, economo di una (allora) USL, che passò l'intera settimana bianca sciando con passamontagna e occhialoni perché coperto da un certificato medico: temo che per ruoli apicali questo sia ancora possibile. Buone vacanze (legittime).

Giuseppe Moncada. Ho letto la lettera di Giorgio Ragazzini e la condivido in pieno. Sono un Dirigente Scolastico, ormai all’ultimo anno della mia permanenza presso un Liceo Scientifico in un paese della provincia di Catania. Ho quarantasei anni di servizio. Fino al 1982/83 docente di Matematica e Fica e successivamente Preside, che preferisco a Dirigente. All’età di 69 anni sono in servizio per aver avuto confermata la dirigenza dal giudice del lavoro di Caltagirone. Ho fatto causa per una questione di principio, perché ho amato e amo ancora la scuola. Purtroppo a parole dicono di voler responsabilizzare i Dirigenti ma non lo fanno. Responsabilizzazione significa verifica del lavoro che si svolge e del modo come lo si fa. Ho letto parecchi vostri articoli che vanno nella direzione di voler ottenere una scuola del merito e non del tira a campare, come è oggi. Vi segnalo, se non lo avete letto un articolo di Andrea Ichino, sole24ore del 23/7, sulla valutazione per gli esami di maturità. Ho scritto al Professore e mi ha inviato delle sue note che condivido. Cosa ne pensate di introdurre il criterio proposto?
Con cordialità
Giuseppe Moncada

sabato 26 luglio 2008

"Il giudizio complessivo sulla maturità degli studenti dipende dalle verifiche sulle materie, ma anche dai comportamenti"

Questo ha detto il ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. Siamo perfettamente d'accordo; anzi, il progetto sembra concordare largamente con una delle nostre proposte specifiche per cominciare ad attuare i principi di merito e responsabilità (ci riferiamo a Riconoscimento del comportamento corretto). Naturalmente la condotta dovrebbe influire anche sulla valutazione finale degli anni precedenti a quello dell'esame.
Le vacanze non ci consentono di commentare il lavoro del ministro con la puntualità che vorremmo; più in là sarà necessario tentare un primo bilancio. Certamente ci sono luci e ombre, intenzioni assolutamente in linea con la necessaria svolta della serietà solo avviata da Fioroni e altre che appaiono o molto generiche o senz'altro discutibili. Tuttavia i passi nella giusta direzione vanno sempre salutati con favore e riconosciuti come meritano.

(GdF)

martedì 22 luglio 2008

SETTE IN CONDOTTA, UNA SCELTA GIUSTA di Mario Pirani

(La Repubblica - 21.7.2008)
Vi è qualcosa di desolante nelle geremiadi, nelle patetiche deplorazioni, nei tanti «ben altro è il problema» che si sono levati da alcuni ambienti del pedagogismo di sinistra, per nulla consapevoli delle responsabilità che portano per lo stato disastroso in cui si trova la scuola italiana. E invece di domandarsi perché è esploso in questi anni un bullismo incontrollato, perché il grado di apprendimento, misurato secondo parametri internazionale, veda lo scivolamento verso il basso dei nostri ragazzi, perché questi si presentino spesso all’università digiuni delle più elementari cognizioni di sintassi e persino di ortografia, ebbene costoro seguitano a vantare le loro dissennatezze, dal 3+2 allo Statuto dei diritti degli studenti, che abolì la validità del 7 in condotta e praticamente la disciplina scolastica. Si arrivò così al massimo di caricatura della lotta di classe (una cosa che avrebbe fatto orrore al partito di Palmiro Togliatti e di Concetto Marchesi) immaginandosi l’istituto scolastico non il luogo deputato a realizzare un servizio pubblico dove i nostri figli, giustamente ancora privi di diritti politici e sindacali, sono chiamati a formarsi in un quadro di norme eguali per tutti e regolate da una disciplina che assicuri il buon funzionamento del rapporto docente-discente e della normale convivenza fra gli alunni; non questo, quindi, ma a somiglianza delle fabbriche, il luogo di una dialettica contrapposizione dove il legislatore era chiamato ad intervenire con uno Statuto che, come nelle aziende dove vige lo sfruttamento, difendesse la parte più debole (gli studenti) dalla prevaricazione padronale, impersonata dagli insegnanti. Così, come l’idiozia di destra aveva portato qualche anno innanzi (primo governo Berlusconi) all’abolizione degli esami di riparazione e al “diritto” di trascinarsi i “debiti” fino alla licenza liceale, così il primo centro sinistra abrogò la valenza del 7 in condotta, le espulsioni o altre punizioni giudicate eccessive. Così come, giustamente, nelle fabbriche non si poteva licenziare, altrettanto con una estensione assurda della stessa logica, nella scuola non si poteva più bocciare né punire. L’indispensabile autorità dell’insegnante ne uscì vanificata. Si salvarono solo i pochi dotati di un proprio, particolare, carisma ma non potevano fare la regola. E neanche lo potevano quei pochi istituti particolarmente qualificati o certe oasi fortunata in qualche regione, specie del Nord. Il permissivismo teorizzato portò, invece, con se altre degenerazioni nella «costituzione materiale» della scuola: le inutili okkupazioni annue in nome dell’autogestione, il diritto alle assenze, le interrogazioni predeterminate a data fissa, le contestazioni, spalleggiate dalle famiglie, dei voti di insufficienza, magari con ricorso al Tar. La derubricazione del voto di condotta, incentivò e allargò le frange bulliste, intimorì e ridicolizzò la maggioranza normale degli alunni. L’offesa e l’aggressione verso l’altro, verso il diverso, verso l’insegnante, verso edifici e suppellettili scolastiche rientrò nei “diritti” acquisiti e, comunque, nei comportamenti non punibili, meno che mai con una bocciatura, Solo una forma patologica di atarassia culturale può spiegare che di fronte a un minimo di recupero del buon senso pedagogico si parli di ritorno «dell’incubo del 7 in condotta», di «regressione verso il passato» o di «restaurazione autoritaria». È pur vero che quando negli anni scorsi sollevai le stesse tematiche un ministro di sinistra dell’epoca, illustre cattedratico, mi tacciò di nostalgie fasciste, ma io non me ne dolsi più che tanto. Mi confortò l’appoggio di tanti insegnanti, come di molti studenti seri E soprattutto, durante l’ultimo governo Prodi, l’operato del duo Fioroni- Bastico alla Pubblica Istruzione che avevano rovesciato l’andazzo precedente, bloccato il trascinamento dei debiti, dato un primo avvìo al loro recupero, epurato lo Statuto delle sue norme assolutorie. Con ciò dimostrando che la stupidità pedagogica non è un obbligo morale per la sinistra. Il 7 in condotta non è un incubo ma soltanto un segno visibile di confine. Può contribuire al recupero fra i giovani del concetto, in gran parte annebbiato, di «limite». Oltre il quale si apre la trasgressione, più o meno grave, che comporta una sanzione. È decisivo sapere che non c’è assoluzione in partenza. Questo è il senso della presa di posizione di Maria Angela Gelmini, un ministro che sta dimostrando gran buon senso (vedi anche il ritorno all’egualitario grembiule) C’è solo da augurarsi che non si arresti alle interviste ma le traduca in legge.

mercoledì 16 luglio 2008

SUL SETTE IN CONDOTTA C’È CHI RISPOLVERA L’ARMAMENTARIO BUONISTA INVECE DI DISCUTERNE SERIAMENTE

Sul tema della condotta scolastica si manifestano ciclicamente i vizi e i tic culturali di una parte della sinistra. È bastato che il ministro Gelmini dicesse che è necessario tenerne conto nella valutazione di fine anno, che si è rivisto il solito repertorio di frasi fatte e di accuse grossolane. Il Coordinamento dei genitori democratici afferma: “Non è con gli schemi sanzionatori che si risolvono i problemi” (è la vecchia idea chic che sanzione è uguale a autoritarismo). L’Unione degli studenti democratici: “Un ragazzo può essere irrequieto, non impeccabile [maleducato? insopportabile?], eppure dotato di competenze e capacità” (un giorno si proclama fondamentale l’educazione alla cittadinanza, il giorno successivo ci si rifugia dietro una netta separazione di comportamento e “competenze”). “L’Unità” è felicissima di tornare allo scontro ideologico e apre un pezzo dall’originalissimo titolo Gelmini zero in condotta con una citazione di Edoardo Bennato (da I buoni e i cattivi dei gloriosi anni '70), in cui i bambini sono in fila per tre, devono dire sempre di sì, eccetera. Berlinguer su Radio 1 duetta con Bertagna. Per l’ex ministro, nutritosi di letture pedagogiche “moderne” e di articoli di Umberto Galimberti (ma dimentico di Gramsci), questa scuola che ha separato il cuore e la ragione dovrà essere sostituita da un luogo in cui un gruppetto di allievi gioca a scacchi, altri due dipingono, altri conversano in inglese su problemi di attualità (ma dove sono finiti gli insegnanti, in qualche gulag?). Bertagna interloquisce: “Il professore ha ragione, la scuola italiana è ancora concepita come una caserma!”.
Eppure è stato proprio un ministro democratico, Giuseppe Fioroni, a sottolineare per primo, e con lodevoli provvedimenti concreti, la necessità di dare il giusto peso al comportamento e di non continuare a farne una variabile ininfluente della vita scolastica. Fino a quando c’è stato lui a Viale Trastevere gli antiautoritari professionali hanno taciuto obtorto collo o bofonchiato; ora che c’è un’esponente del centrodestra si sentono come liberati da un incubo. Il ministro ombra Maria Pia Garavaglia traccheggia: un po’ critica: “si parla della scuola solo sul piano del colore” (forse perché se ne vedono di tutti i colori); un po’ cautamente consente: “La proposta può essere un utile terreno di confronto, sempre che si trasformi in fatto concreto”. Viene spontanea una domanda: perché l’ex-ministro tace? Non s’era detto, in campagna elettorale, che la scuola, patrimonio fondamentale della società, deve essere terreno di dibattito senza preconcetti e mediocri tornaconti politici?
Per fortuna, comunque, in tanti hanno ormai capito, nella scuola e fuori, che la fermezza nel far rispettare le regole della convivenza deve tornare un caposaldo dell’educazione tanto in classe che in famiglia, anche sulla scorta di ormai innumerevoli raccomandazioni di psicologi e psichiatri, oltre che dell’irrefutabile verdetto dell’esperienza. Si può in proposito rileggere utilmente nel nostro archivio Il tabù della condotta di Valerio Vagnoli.

venerdì 11 luglio 2008

LETTERE

Dalla "Gazzetta di Mantova" la lettera di un'insegnante sui voti segretati: MATURITÀ, VOTI SEGRETI: L'ULTIMO COLPO INFERTO ALLA SCUOLA .
Da "La Repubblica" una singolare richiesta di uno studente svogliato e pentito
: MINISTRO GELMINI, ABBASSI IL MIO VOTO DI MATURITÀ.
Sulla "Nazione", ancora di uno studente, un'altra tra le tantissime lettere contrarie alla segretazione dei voti:
SCELTA INUTILE.

giovedì 10 luglio 2008

VALUTAZIONE, PARITÀ SCOLASTICA, LIBRI DI TESTO: TROPPE DOMANDE SENZA RISPOSTA

Si riparla di valutazione delle scuole e nelle scuole in due articoli di Enrico Lenzi su "Avvenire": I VOTI ALLA SCUOLA e L'ESEMPIO DEL TRENTINO. Come sempre colpisce, specie nel primo pezzo, la genericità delle proposte e la scarsa chiarezza sugli scopi dei diversi tipi di valutazione (dei docenti, dei progressi dell'allievo, del singolo istituto, del sistema nel suo complesso), senza mai accennare a qualche difficoltà messa in risalto dall'esperienza. Quella del Trentino viene illustrata in una conversazione con il professor Allulli. Vengono spiegate le tappe di un percorso ventennale: valutazione del sistema, autovalutazione delle scuole, sperimentazione di una valutazione da parte di tre esperti esterni (ma per ora l'hanno chiesta dodici scuole). Si ha l'impressione, però, che tutto questo, se può aver giovato al sistema e agli istituti (di cui manca però il parere) e in attesa di convincersi dell'attendibilità dei metodi usati, in nulla conferma le disinvolte affermazioni che via via si leggono sulla stampa: così le famiglie sapranno dove mandare i figli, così finanzieremo di più le scuole migliori, eccetera,
Trova spazio su "Avvenire" anche il "problema" dei libri di testo (scritto polemicamente tra virgolette, dato che in realtà non si capisce perché non si possano spendere per la cultura qualche centinaio di euro - salvo che in accertati casi di reddito molto basso - quando almeno altrettanti molte famiglie li sperperano in fesserie alla moda, cellulari accessoriati e via dicendo). L'articolo si intitola GELMINI, TETTO DI SPESA PER I LIBRI ALLE SUPERIORI.
Viene dunque estesa alle scuole superiori la normativa sui “tetti di spesa” per i libri di testo che vige da alcuni anni nella media inferiore. In poche parole, ciascun consiglio di classe non può far spendere ai propri allievi una cifra superiore a quella stabilita dal Ministero, con una tolleranza del 10% in più. Vuol dire che ha funzionato, dirà qualcuno; ma quali sono i dati che lo dimostrano? Ci dovrebbero dire, per esempio, se l’incremento annuale della spesa delle famiglie per i libri è stato inferiore a quelli registrati negli anni precedenti all’Importante Riforma, singolarmente condivisa da mercatisti e statalisti (questi ultimi più comprensibilmente). Nessuna attenzione poi a come concretamente funziona la faccenda. Cosa succede se si verifica uno sforamento? Chi fra i vari docenti deve rinunciare al proprio manuale preferito? E poi: visto che non si può cambiare un testo dopo la classe iniziale, come ci si regola, per esempio, in seconda e in terza media? E se più o meno tutti i libri di una materia hanno lo stesso costo? E via dicendo. La verità è che si tratta di una misura populista, di un provvedimento-manifesto di scarsissima utilità pratica, che provoca solo altri adempimenti burocratici. Tanto è vero che si cerca di rimediare in altro modo: con i "manuali digitalizzati" (che oltretutto non pesano negli zainetti). Il provvedimento sembra partire dal presupposto che in classe i libri non servano a molto, cosa del tutto falsa: almeno nelle medie spesso si legge una parte del testo, si spiega, si insegna a sottolineare le parti essenziali, si svolgono esercizi direttamente sul testo. Pare però che, su richiesta dei docenti, i ragazzi dovranno stampare le pagine necessarie. La spesa fissa di 9,90 euro per il testo elettronico verrà quindi dilatata da carta e inchiostri (costosissimi). E si può immaginare l'infinita varietà di scuse con cui gli allievi scansafatiche potranno giustificarsi: la stampante non funziona, internet era bloccato, ieri sera è terminata la carta... E poi quei fogli che volano, cadono, si disperdono per ogni dove... Auguri.
Infine su "Economy" , il business magazine di Mondadori, un intervento di Gianpiero Cantoni (Forza Italia) sulla parità e la concorrenza fra le scuole: SCUOLA PUBBLICA, MA AD ARMI PARI. Vi si riafferma tra l'altro "la sacrosanta libertà delle famiglie di scegliere un'educazione a misura dei propri figli". Scuole "di tendenza", quindi: la cattolica, la mussulmana, la padana. In teoria un sistema pubblico, articolato in scuole statali e in scuole non statali, è concepibile, purché tutti rispettino le stessissime regole, comprese quelle relative al reclutamento dei docenti. Ma nel sistema costituzionale italiano la libertà di insegnamento è garantita (un po' come l'indipendenza dei giudici) proprio dalla necessaria neutralità ideologica del sistema stesso; il che in pratica significa che non ci deve essere discriminazione tra i docenti in base al loro credo religioso o politico. Quindi i finanziamenti alle scuole paritarie sono illegittimi fino a quando esse potranno discriminare un docente se divorziato o ebreo o ateo.
Su questo punto si può leggere una delle interviste disponibili su internet al professor Carlo Marzuoli, docente di diritto amministrativo nell'Università di Firenze, per esempio LIBERTÀ DI INSEGNAMENTO del 2003.
(G.R.)

martedì 8 luglio 2008

RIFLESSIONI AMERICANE

Dai giornali di oggi due articoli che dovrebbero far riflettere. Su che cosa? Il primo, MA IN USA SI VA IN CONTROTENDENZA: MEGLIO PIU' TEORIA CHE TANTE IMMAGINI ("ItaliaOggi"), sui rischi che si corrono trasformando in dogmi le ipotesi pedagogiche; il secondo, IL SUCCESSO AMERICANO DELLE "SCUOLE SU MISURA" ("Liberal") sui fattori che influiscono sulla qualità della scuola. Infatti, sia pure en passant, l'autrice cita tra le caratteristiche di una delle scuole "charter" da lei visitata, "un'accentuazione quasi esasperata sulla disciplina e la riuscita". Strana coincidenza: anche le scuole asiatiche che occupano i primissimi posti delle classifiche internazionali hanno questa caratteristica. Non sarà che, ancor più di autonomia e concorrenza, ricette didattiche e valutazione, Stato e privato, conti moltissimo se una scuola è seria ed esigente?

Un recupero, infine, di tutt'altro segno, dal numero di "Liberal" del 15 maggio scorso: l'intervista sul bullismo di Irene Trentin con Marzio Barbagli intitolata STUDENTI ITALIANI: LA PEGGIO GIOVENTU'. Finisce con questa strabiliante proposta, ancora di origine americana:

"Quale pensa sia la proposta educativa migliore?

Quella adottata nelle scuole degli Stati Uniti, dove più che punire un ragazzo per aver sbagliato, in un’età critica in cui si rischia di spingerlo sulla strada dell’emarginazione, si preferisce premiare chi si comporta bene o si impegna di più, anche se non arriva a risultati eccellenti. Faccio un esempio: se uno studente non studia e sbaglia il compito, anziché dargli tre o quattro, gli si dà la sufficienza, aumentando però i voti di tutti gli altri compagni. È un metodo che sta dando ottimi risultati: gratificando chi si comporta bene, si spingono anche gli altri compagni ad emularlo".

(GdF)

sabato 5 luglio 2008

GLI ESAMI NON COMINCIANO MAI di Valerio Vagnoli

La vera intolleranza è quella … della permissività concessa dall'alto, voluta dall'alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata di tolleranza. Perché non è vera”. (P.P. Pasolini)
Dal normale parlare tra amici e colleghi sulle rispettive esperienze in questi esami di stato, emergono indicazioni abbastanza convergenti su cosa sia accaduto in alcune commissioni. Dai loro racconti si continua a toccare con mano la devastante decadenza in fatto di conoscenze e capacità di molti dei nostri studenti, che è progressivamente cresciuta dopo l’abolizione degli esami di riparazione e dopo l’abbandono di programmi di studio che avevano un carattere più vincolante e maggiormente condiviso a livello nazionale rispetto a quelli attuali, lasciati troppo spesso all’arbitrio dei docenti e delle loro, a volte, personalissime scelte.
Molti di questi colleghi e amici parlano di risultati veramente disastrosi per italiano e storia, soprattutto negli indirizzi tecnici e professionali. A tale proposito è bene chiarire che non è più accettabile la fin troppo scontata spiegazione che in questi indirizzi è difficile trovare studenti “versati” per le materie umanistiche, visto che da certi racconti sono venuto a sapere che diffusamente si è ignorato cosa fosse la Resistenza e che altrettanto diffusamente sono usciti dei neo-diplomati senza che questi avessero letto nella loro vita scolastica un verso di Dante o, per intero, un qualsiasi romanzo. Non voglio certamente generalizzare, ma gli amici e colleghi che mi hanno riferito di questi disastri sono persone molto serie e soprattutto in grado di capire cosa si può pretendere, per certe materie, in un indirizzo di studi rispetto ad un altro. Forse indagini ben più scientifiche delle mie potranno smentire questi risultati, ma il fatto stesso che si siano verificati, fossero anche limitati a poche classi di Firenze e provincia, dimostrano che il problema, grande o piccolo che sia, esiste.
Come esiste - in questo caso la fonte è del tutto personale e scaturisce dalle risposte dei numerosi studenti con i quali sono solito discutere - un altro sconcertante dato di fatto: il tempo che molti ragazzi dedicano allo studio personale raramente oltrepassa i sessanta minuti al giorno. Anche in questo caso indagini ben più serie delle mie potranno smentirmi, ma il problema esiste, almeno tra la maggior parte degli studenti delle scuole tecniche e professionali che io conosco ed è, ripeto, sconcertante che ci siano ragazzi di 16, 17 e 18 anni che solitamente studiano meno di un’ora al giorno. Perciò, senza che essi siano richiamati dalla necessità di dover fare i conti con uno studio mirato e sufficientemente serio, facciamo finta di ignorare come il resto dei loro pomeriggi sia quasi sempre “consumato” tra un bar e l’altro, tra una play station e lo spedire sms, tra l’assistere ad un litigio televisivo e l’attesa che comunque accada qualcosa a scuoterli dalla noia. Eppure, senza che siano necessarie tante riforme o patinature metodologiche, sarebbe sufficiente che i docenti, almeno quelli che vivacchiano e si accontentano del nulla dei loro allievi, che si accontentano delle interrogazioni programmate e rinviate dagli stessi studenti sine die, che non se la sentono di comminare voti inferiori alla sufficienza, o che cinicamente fingono di essere moderni e all’avanguardia chiacchierando sui problemi della vita come se questi non si spiegassero meglio facendo Dante o obbligandoli a leggere Una questione privata, (ri)cominciassero a lavorare e a far lavorare sul serio i loro studenti. Per dare un senso ai pomeriggi dei ragazzi, occorre dare un senso a quello che si fa loro fare a scuola, occorre chiedergli conto e far pagare anche con voti marcatamente negativi il disimpegno e il loro disinteresse, che nasce anche dal nostro disinteresse e dal nostro cinismo di adulti privi di qualsiasi speranza e inconsapevolmente (si spera) gratificati dal volerli irresponsabili, vuoti, spenti e asini.

giovedì 3 luglio 2008

QUALE RIFORMA PER L'ESAME DI MATURITÀ? di Sergio Casprini*

("L'Occidentale.it", 3 luglio 2008)
Tornati da appena un anno a un minimo di serietà, gli esami di Stato sono di nuovo sotto attacco in quanto anacronistici, farraginosi e onerosi per le pubbliche finanze. Tutto è iniziato con la denuncia allarmata degli svarioni ministeriali in alcune prove scritte; poi l’onorevole Aprea, che presiede la commissione Cultura a Montecitorio, ha dichiarato che vorrebbe ridurre l’esame a tre prove scritte, due formulate dai docenti delle scuole e una nazionale, che certifichi le cosiddette competenze essenziali. E ha aggiunto di essere personalmente per la soppressione del valore legale del titolo di studio.
Con ancora più forza in questa direzione si muove la proposta di Diesse, l’associazione dei docenti cattolici di Comunione e Liberazione, che chiede l’abolizione dell’esame in nome dell’autonomia delle singole scuole e della libertà dalla presenza occhiuta ed oppressiva dello Stato, e ribadisce appunto l’obbiettivo di abolire il valore legale del titolo di studio.
Tralasciamo in questa sede l’esame di quest’ultima proposta, che per la sua complessità merita una trattazione specifica. Basterà solo sottolineare che non è affatto chiaro come “una sana concorrenzialità”, come si legge nel documento, scaturisca automaticamente da questo eventuale provvedimento. È vero che eliminerebbe i diplomifici, ma quale interesse avrebbero oggi le scuole ad essere rigorose, quindi anche selettive? La concorrenza, più probabilmente, si attiverebbe per attirare i clienti con proposte tanto accattivanti quanto irrilevanti sul piano culturale.
Detto questo, sorprende che da parte di esponenti politici ed associazioni culturali che hanno in questi anni chiesto il ritorno a serietà e rigore nelle scuole si proponga di fatto una deregulation che affiderebbe all’autorefenzialità dei docenti di ogni istituto il compito di giudicare i propri studenti, con il contentino di una prova nazionale, di fatto secondaria rispetto alle prove fatte in casa. Eppure la reintroduzione di una componente esterna nelle commissioni esaminatrici (il presidente più la metà dei commissari) aveva avuto un largo consenso non più di un anno e mezzo fa e costituisce di per sé una forma di valutazione e di controllo sul lavoro delle singole scuole.
Sempre nell’ottica di un serio accertamento della preparazione degli studenti, non si capisce la ragione di ridurre l’esame alle prove scritte, con l’eliminazione di quella orale, quando invece le capacità dell’allievo emergono spesso in maniera più trasparente al momento del confronto con la commissione. E i futuri docenti fanno due anni di specializzazione post lauream per imparare a “dialogare” con lo studente e a valutarlo in base alla sua capacità di esprimersi, di ragionare, di far propria la materia.
Infine nella proposta di Diesse (che ha sempre sottolineato l’importanza dell’educazione accanto a quella dell’istruzione) si ironizza sulle notte bianche dei candidati prima dell’esame, insomma sull’esame come trauma che ritorna come sogno angoscioso negli anni successivi. Al contrario, una ragione importante per mantenere, con le necessarie correzioni, il modello attuale è il suo aspetto formativo, il suo essere rito di passaggio dall’adolescenza al mondo degli adulti e alle relative responsabilità, una funzione che il bel nome di “esame di maturità”, scioccamente abolito dalla smania nuovista, sottolineava efficacemente. E non possiamo certo delegare tale funzione all’esame per la patente.
Quanto all’esaltazione un po’ acritica dell’autonomia scolastica, e non solo da parte dei docenti di Diesse, basterebbe constatare, per indurre a un po’ di prudenza, quello che ha prodotto finora: quali dirigenti ha forgiato; quanto affidabile sia la valutazione dei “livelli di apprendimento”, spesso condizionata dal buonismo imperante nei decenni scorsi; quale profluvio di inutili e costosi progetti ne sia scaturito...
Infine l’esperienza ci ammonisce a non disfarsi alla leggera delle nostre specificità e tradizioni. Ogni volta che ci abbiamo rinunciato per abbracciare riforme scolastiche di tipo anglosassone, siamo andati, anziché incontro alla modernità, verso il più totale disorientamento. Per fare un solo esempio, il tentativo dissennato di imporre alla scuola italiana la didattica per obbiettivi (di origine americana) ha provocato fra gli insegnanti una disaffezione di massa verso il loro lavoro e quindi un danno incalcolabile per la qualità dell’istruzione.
Insomma, non ci sono ricette miracolistiche e, se la macchina si inceppa, non sembra una buona idea portarla a rottamare invece di ripararla. Il Ministro Gelmini ha promesso che non perseguirà, come in passato è stato fatto, “una palingenesi del sistema educativo”, aggiungendo che “abbiamo bisogno di buona amministrazione e buon governo, di semplificazione e di chiarezza”. Questa prudenza e questo realismo sono molto apprezzabili a fronte della sicumera con cui vengono avanzate in questo periodo le più svariate parole d’ordine, spesso brandite come la spada di Alessandro a tagliare il nodo di Gordio; e dovrebbero ispirare anche eventuali, costruttivi interventi di modifica dell’esame di Stato.
*Gruppo di Firenze
per la scuola del merito
e della responsabilità

VALENTINA APREA PROPONE UNA "RIVOLUZIONE" PER LA SCUOLA

Il consueto e meritorio "Speciale educazione", che "Liberal" pubblica ogni giovedì, si occupa del progetto di legge di Valentina Aprea, deputata del PdL e presidente della Commissione Cultura della Camera. Si apre infatti con un'intervista di Alfonso Piscitelli alla proponente, intitolata QUI SI FA LA RIVOLUZIONE. Subito dopo il primo di ben tre inviti a andarci piano con le megariforme: il primo si intitola significativamente IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE di Beniamino Brocca, l'esperto Udc di cose scolastiche; il secondo, IMPROVVISAMENTE L'ESTATE IN CORSO di Giorgio Ragazzini del Gruppo di Firenze (anche questo è un titolo cinematografico, a suggerire forse che qualcosa di grosso accade a estate incipiente: l'originale - di Mankiewicz - era "l'estate scorsa"); il terzo insiste: ANDARE PIANO, ANDARE LONTANO di Giuseppe Lisciani, pedagogista e imprenditore specializzato in giochi educativi.
(GdF)