sabato 7 aprile 2012

MAI MENO DI 4? L'ILLUSIONE DI AIUTARE ALZANDO IL VOTO

La tesi non è nuova (e sarebbe strano che il mammismo nazionale l’avesse trascurata), anzi, diverse scuole medie e primarie hanno già adottato lo stesso orientamento; ma in questi giorni è risorta in seno al prestigioso liceo classico Berchet. Verso il termine di un recente collegio dei docenti (lo riferisce in prima pagina “Il Corriere della Sera” di oggi), il preside ha proposto di “escludere, in sede di scrutinio, i voti inferiori al 4. I due e i tre creano troppa frustrazione nei ragazzi”. L’articolo, per la verità, sembra rilevare una prevalenza di pareri contrari ispirati al buon senso; e questo conforta un po’. Ma al solito la questione è malissimo impostata. Intanto perché trascura un punto essenziale: si può far male un compito perché non si è compreso un argomento, ma anche perché non si è studiato per nulla: e come si giustifica nel secondo caso la frustrazione? Quest’ultima, poi, è proprio l’ingrediente che scarseggia nell’educazione familiare di molti ragazzi; e non c’è oggi psicologo e psicoterapeuta degno di questo nome - inclusa Silvia Vegetti Finzi, anche se commenta la notizia in maniera deludente - che non raccomandi limiti e regole se non si vogliono allevare figli insopportabili quanto fragili interiormente. E gli insegnanti hanno sempre più a che fare, fin dalla scuola materna, con piccoli narcisi prepotenti e incoercibili, abituati a essere accontentati in tutto. È questo fondamentalmente il dramma della scuola, senza il quale (cioè con una corretta educazione precoce) almeno il 50% dei problemi sarebbe risolto. Il preside Pessina, quindi, si muove in senso opposto all'interesse dei suoi studenti: un bagno di realtà, meglio se accompagnato da un valido rapporto tra l’allievo e il docente, come giustamente suggerisce Fulvio Scaparro. (GR)

Il commento di Silvia Vegetti Finzi.
Il commento di Fulvio Scaparro.

giovedì 5 aprile 2012

SULLA DESTRA DELLA PAGINA ------->:
  • un parere molto sensato sul nuovo governo delle scuole come licenziato in sede referente dalla Commissione Cultura della Camera (con il testo del provvedimento);
  • la notizia da Palermo del rinvio a giudizio di uno studente per occupazione;
  • un'altra denuncia sul tema dei "prof esauriti".

lunedì 2 aprile 2012

IL LAVORO NELLA PROPRIA "CAMERETTA" È FONDAMENTALE PER GLI STUDI E LA FORMAZIONE DELLA PERSONA. E I BOCCONIANI LO SANNO BENE

Il ministro Profumo non arretra e ribadisce la propria ricetta per sostituire in buona parte i compiti a casa: "Un po' più di complessità, un po' più di connettività, lavoro da fare in parte insieme, in parte ognuno a casa sua, anche con orari più flessibili".
Qualunque cosa significhi, rischia di tradursi più che altro in un'altra ondata di improprio sindacalismo studentesco. La speranza è che fra qualche giorno non se ne parli più. Del resto, non dovrebbe certo toccare al governo centrale stabilire norme su questa materia, da affidarsi invece alle scuole e soprattutto ai singoli docenti.
Sul "Messaggero" Giorgio Israel contesta appunto la filosofia stessa dell'esternazione ministeriale, in contraddizione con quella che ispira l'azione del governo: accettare più impegno, più responsabilità, non pochi sacrifici.
Valerio Vagnoli si rivolge al Ministro ricordando tra l'altro che nella formazione degli attuali tecnici al governo c'è stato sicuramente molto studio nella propria "cameretta"; e che le altre agenzie formative contribuiscono certamente alla costruzione della cultura individuale, ma solo con la sistematizzazione e la rielaborazione che avvengono nelle aule scolastiche, specie se sotto la guida di un docente in grado di appassionare.
Antonella Landi, nella sua rubrica settimanale sul "Corriere Fiorentino", denuncia la "curiosa abitudine nei confronti della categoria degli insegnanti: chiunque pensa di poterci dire come dobbiamo lavorare".
L''articolo di Giorgio Israel.
L'intervento di Valerio Vagnoli.
Il commento di Antonella Landi.
Va oggi segnalato anche un altro contributo, che può fare un po' da sfondo ai precedenti : quello di Mario Pirani: A scuola un confine tra lecito e illecito, dedicato come lunedì scorso a Ragazzi, si copia di Marcello Dei e alla necessità di un serio programma di educazione civica indicato dall'autore. Da incrociare, aggiunge Pirani "con una ricostruzione della formazione etica degli italiani, una nuova pedagogia dei partiti e delle istituzioni".

venerdì 30 marzo 2012

I COMPITI A CASA DI NUOVO SOTTO ACCUSA. E IL MINISTRO (PURTROPPO) SI ASSOCIA...

Torna alla ribalta il problema dello studio a casa, sull’onda dell’iniziativa “rivoluzionaria” della maggiore associazione dei genitori francesi: quindici giorni di boicottaggio dei compiti assegnati dai docenti. E il ministro Profumo, che senza clamori avrebbe potuto informarsi presso le scuole su come stiano effettivamente le cose e sentire cosa ne pensano gli insegnanti e i dirigenti, si allinea senza incertezze con motivazioni a dir poco sconcertanti: “Una versione di latino può anche essere copiata da internet. Credo sia più interessante far lavorare i ragazzi con strumenti logico-deduttivi [una traduzione o un problema matematico non lo sono?]. O farli uscire da casa per seguire un progetto organizzato dalla scuola [tutti i giorni?]. Sì, sono d’accordo nel dare meno compiti a casa [meno di quanto?]. Dobbiamo insegnare a fare gruppo ed evitare che gli studenti si isolino nella loro cameretta” [ma non è proprio così che i ragazzi possono esercitare la loro capacità di concentrarsi, oggi mediamente molto labile?].
Sgomenta la spensieratezza con cui si continua a bombardare l’autorità degli insegnanti e si rafforza nei giovani l’idea onnipotente di poter raggiungere tutto senza fatica. E sgomenta in particolare, duole dirlo, che il Ministro dell'Istruzione, con il ruolo che ha, si associ a una proposta così mal posta e demagogica, neanche volesse inseguire il consenso degli elettori. 
Eppure i commenti alla notizia da parte degli psicologi (Pietropolli, Piotti, Vegetti Finzi) erano stati molto chiari, come riferiva ieri l’altro “Il Corriere della Sera” in due diversi articoli. Ma questa leggerezza si paga: non è da genitori e da insegnanti poco esigenti che si impara a vivere.
«Sì a meno compiti a casa, meglio dare altri stimoli»
«No ai compiti a casa». Quei genitori che vogliono abolirli.
Né troppo studio, né troppe attività. Fateli annoiare.

mercoledì 28 marzo 2012

INSEGNANTI E COMPETENZE: IN VISTA UNA NUOVA CAMPAGNA DI RIEDUCAZIONE

“ilsussidiario.net”, giornale internettiano della Fondazione per la Sussidiarietà, ospitava ieri un’intervista a Carmela Palumbo, direttore generale del Miur per gli ordinamenti scolastici. Argomento: le competenze per il primo ciclo e per il primo biennio del secondo in via di elaborazione presso il ministero e le relative linee-guida. Il cuore dell’intervista è questo: gli insegnanti dovranno cambiare da cima a fondo il loro modo di insegnare. Per questo motivo “intendiamo fare attività di formazione, perché sappiamo di chiedere una cosa molto impegnativa dal punto di vista della didattica, che richiede una profonda innovazione nel metodo... Un’operazione che richiederà molti anni per produrre i suoi effetti” . Come la asserita impreparazione dei docenti si concili con l’adozione fin dal prossimo anno del modello di certificazione ministeriale non viene spiegato; ma nel “paese del pressappoco” questo modo di procedere è piuttosto la regola che l'eccezione.
Naturalmente la stragrande maggioranza degli insegnanti non ha certo avuto bisogno della moda delle competenze per sapere benissimo che serve a poco “conoscere le formule o la grammatica, se poi non si sanno risolvere «problemi» in contesti nuovi o padroneggiare la lingua a seconda delle diverse situazioni”; e per valutarne il possesso non sembra proprio decisiva l’invenzione della fumosa categoria delle “prove esperte” o “di realtà”.
Per gli insegnanti, già amareggiati dalla mazzata pensionistica e spesso logorati da allievi che le famiglie hanno esentato dal principio di realtà, si annuncia un tentativo di riconversione autoritaria alla Giusta Didattica, con tanti saluti alla libertà metodologica. Sul suo blog, Giorgio Israel commenta l’intervista con solido buon senso e consiglia una linea di condotta ispirata alla riduzione del danno.

Giorgio Ragazzini

lunedì 26 marzo 2012

ESISTE NELLA SCUOLA LA QUESTIONE MORALE?

Se lo chiede (retoricamente) Mario Pirani nella sua rubrica Linea di confine, confermando un'attenzione ormai di lunga data ai problemi della scuola sulla linea gramsciana dell'impegno e della fatica come ingredienti ineliminabili della formazione culturale. Al centro della sua riflessione il libro di Marcello Dei Ragazzi si copia, più volte ricordato su questo blog, che denuncia l'enorme diffusione e la semilegalizzazione della pratica del copiare nella scuola italiana.  Leggi.

martedì 20 marzo 2012

DEPENALIZZIAMO IL SOMARO

Un professore catanese di scuola media denunciato dal padre di un allievo a cui aveva dato del “somaro” è stato rinviato a giudizio per “abuso di potere”. Le informazioni sull’episodio sono molto scarse nel breve articolo apparso su "La Repubblica", ma la vicenda ne ricorda un’altra, quella della docente palermitana che fece scrivere cento volte “Sono un deficiente” a un bullo che aveva infierito su un compagno. Anche senza saperne molto, cascano le braccia all’idea che episodi di questo tipo arrivino in un tribunale della Repubblica, con tutto l’immaginabile arretrato da smaltire e dopo che il Pubblico Ministero aveva chiesto l’archiviazione (è stato il Giudice delle Indagini preliminari a decidere diversamente). Nel caso meno favorevole al docente, si dovrebbe arrivare al massimo a un richiamo del dirigente; e semmai ci si può rammaricare per l’ennesima volta che da noi la deontologia professionale e gli organismi incaricati di verificarne il rispetto (senza far passare anni come i tribunali) non siano ancora neppure all’orizzonte. È un po’ come se per un fallo di gioco si denunciasse chi l’ha commesso invece di dare un calcio di punizione. Abbiamo (purtroppo) depenalizzato il falso in bilancio e il blocco stradale, per poi incriminare per un "somaro" un insegnante spazientito?
La notizia è stata ripresa da “Tuttoscuola” che si chiede se “rientra ancora, tra i ‘poteri’ (compiti, funzioni) dell’insegnante quello di rivolgersi agli alunni con quel tono burbero, tra brusco e paterno, ben noto alle precedenti generazioni di studenti”. Commenta con molto equilibrio l’episodio anche il blog  "LaProfonline".
(GR)

mercoledì 14 marzo 2012

"DI DESTRA”, “DI SINISTRA”: LE PIGRE ETICHETTE CHE DOVREMMO ABBANDONARE

Lo scorso 1° marzo Pierluigi Battista stigmatizzava l’antica e sempreverde abitudine “di una parte della sinistra” di squalificare come “di destra” il “nemico interno”, ovvero chi ha idee in parte diverse dalle proprie. Lo ha detto Vendola di Veltroni, possibilista su una modifica dell’articolo 18, mentre Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, appioppava la medesima etichetta a Pietro Ichino - il quale però ha le stesse idee di quando fu candidato dal partito di Fassina. Così per Renzi, che farebbe finta di essere di sinistra; così per Tony Blair. Aggiunge Battista: “Non si dice: Veltroni è di un'altra sinistra, giacché le sinistre possono essere più d'una. No, si dice: Veltroni è «di destra»”. Sensate considerazioni. Tuttavia l’opinionista del “Corriere” continua a usare queste categorie come se avessero un significato ben definito. Ma così non è e anzi sarebbe il caso, se non si è pronti per un’onorata sepoltura, di lasciarle in vita solo come denominazioni di schieramenti politici (la sinistra, il centrosinistra, il centrodestra), evitando di utilizzarle per rimpiazzare a buon mercato un'argomentazione o un giudizio di valore: una proposta “di destra”, un’idea “di sinistra”... Bisogna rassegnarsi alla loro insignificanza. Essere “di destra” vuol dire stare con Bossi, con Berlusconi o con Fini? Essere liberisti o statalisti? Liberali o fascisti? Come mai Di Pietro, se è di destra come dice Battista, è in sintonia con Vendola e i grillini? E ha senso dire che sono “di sinistra” sia il pragmatico Bersani sia Marco Rizzo, che ha “espresso dolore e presentato le proprie condoglianze al popolo nordcoreano per la morte di Kim Jong-il”?
Ma il bisogno di etichettare dà sicurezza a chi non è abituato a approfondire, a ragionare; e spesso a farlo sono gli stessi che insegnano il rispetto dell’ “altro”, del “diverso” - purché non sia diverso per le opinioni politiche...
Anche nel mondo della scuola posizioni di buon senso vengono demonizzate o rimosse con l'etichetta “di destra” o “di sinistra”. Per quanto ci riguarda, continueremo a rivolgerci a tutti, chiedendo adesioni e riflessioni su temi e obbiettivi precisi senza alcuna pregiudiziale politica e senza preoccuparci se sembreremo “di destra” o “di sinistra”. Etichette di cui già parecchi anni fa Giorgio Gaber faceva un’efficace caricatura. Guarda il video.

venerdì 24 febbraio 2012

PER LA CASSAZIONE, DOCENTI A RESPONSABILITÀ ILLIMITATA

Gli insegnanti e i dirigenti che considerano la scuola anche e soprattutto come un luogo di educazione alla responsabilità hanno molti agguerriti avversari: teorie pedagogiche e educative oggi un po’ consunte, ma ancora con ferventi seguaci; famiglie che difendono i loro figli, anche quando sono indifendibili; un’infinita serie di cattivi esempi  che sempre più consolidano nei giovani l’idea di avere molti  diritti ma nessuna responsabilità. Negli ultimi anni fra i “cattivi maestri” si è segnalata, purtroppo, in più di un’occasione, anche la magistratura; ...  (Continua a leggere)

giovedì 23 febbraio 2012

ANCHE NEL GOVERNO SI COMINCIA A CAPIRE CHE INSEGNARE LOGORA

Il sottosegretario Rossi Doria ammette che c'è un preoccupante aumento delle malattie professionali fra gli insegnanti. Era l'ora. Forse il problema del logoramento psico-fisico che l'insegnamento spesso comporta  sta uscendo dalla clandestinità. Ma la consapevolezza dei vari fattori in gioco è ancora molto parziale e spesso scollegata dagli orientamenti pedagogici che hanno a lungo egemonizzato la scuola italiana. In questo contesto, poi, è facile prevedere che l'improvvisa muraglia poliennale eretta tra molti docenti e la pensione aggraverà il problema. Leggi.

giovedì 16 febbraio 2012

LA PRESIDE E IL BIDELLO: CONDANNATI, CONDONATI E INAMOVIBILI

Sul “Corriere della Sera” Gian Antonio Stella denuncia, in un articolo come sempre documentato, l’ennesimo scandalo della pubblica amministrazione: Bidello fa da autista alla preside. Condannati, ma restano al loro posto. La sentenza arriva cinque anni dopo il rinvio a giudizio, il 24 ottobre dell’anno scorso, e stabilisce che la donna ha compiuto "artifici e raggiri finalizzati a conseguire, tramite l'uso privatistico dei propri poteri e funzioni, un ingiusto profitto". La dirigente viene condannata a 10 mesi di reclusione e 400 euro di multa. Il bidello a 7 mesi e a pagare 300 euro. “Pene evaporate per entrambi grazie al condono del 2006”. Per di più, sono tutti e due ancora al loro posto. Si chiede Stella: “Come pensa di spiegare, lo Stato, ai ragazzi di un liceo di Messina, che bisogna rispettare le regole?”
Negli ultimi anni abbiamo avuto nelle scuole italiane altri casi di malcostume, che non sono approdati nelle aule giudiziarie, ma non sono neppure stati sanzionati dal punto di vista disciplinare, per l’indifferenza o forse per l’impotenza ministeriale. 
Quale lezione trarre da questo episodio? In primis, bisogna che le norme disciplinari vengano modificate in modo da garantire provvedimenti tempestivi oltre che adeguati (la prontezza della pena auspicata da Beccaria). È d’altra parte inutile ripetere quanto scandalose siano la lentezza e la farraginosità dei processi (in questo caso penali), la dovizia dei condoni, la frequenza delle prescrizioni, il soggettivismo nell’applicazione delle leggi da parte di molti giudici, tutti fenomeni che minano alla base la certezza del diritto.
In secondo luogo, è urgente che nella scuola si radichi un sistema di principi etico-deontologici, anche a prescindere dalla futura, auspicabile creazione di organismi professionali incaricati di redigerli e di farli rispettare. Norme che riguardino i principali doveri di docenti e dirigenti nei confronti dei colleghi, degli studenti, delle famiglie, della propria stessa professione.
Abbiamo più volte sostenuto che, prima di pensare a complessi, costosi e poco convincenti sistemi premiali per i docenti e i dirigenti, si deve cominciare a sanzionare sic et simpliciter il demerito professionale. Ovviamente va messa in conto  la resistenza dei sindacati, ancora legati ad un conservatorismo ipergarantista, e l’avversione di politici e di opinionisti affezionati a modelli meritocratici astratti, che in altri paesi hanno dimostrato di creare più problemi di quanti ne risolvano.
Per fare un esempio analogo: quando qualche anno fa venne alla ribalta il fenomeno del bullismo studentesco, bastò ripristinare il vecchio voto di condotta  per  riportare un  clima più sereno nelle aule scolastiche e diminuire il senso di impotenza degli insegnanti.     (SC)
           
POTERICCHIO DA CASERME DI UNA VOLTA

La storia della preside che ha utilizzato a proprio sfacciato vantaggio il lavoro di un custode della sua scuola (mai possessivo fu più indicato), mi ha ricordato vicende passate. Chi come me naviga sui sessanta, di storie del genere, cioè di dirigenti statali che approfittano del proprio ruolo, ne ha viste e sentite purtroppo  in gran quantità. A cominciare da quella sorta di sottobosco malavitoso che un tempo prosperava nelle caserme, in cui, da soldati semplici, potevamo toccare con mano la strafottenza di chi, godendo di un po' di potericchio, non aveva remore a lasciarsi corrompere con regalie e favori di ogni sorta. Ricordo anche certi presidi che amavano circondarsi di piccole corti di fedelissimi, a cui concedere privilegi in cambio della fedeltà o di servizi; che talvolta – ne sono testimone – potevano consistere anche nel farsi lavare la macchina da qualcuno di questi disgraziati.
Di episodi simili ne potrei citare molti altri e parlare a lungo delle frustrazioni provate per aver dovuto assistere a tanta immoralità; o per avere qualche volta osato stigmatizzarla, entrando così nel mirino di certi capataz che, in barba ai  loro titoli di studio e alle loro fedi religiose o politiche, diventavano odiosi vendicatori se non accettavi di farti i fatti tuoi.
Credevo, tuttavia, che personaggi del genere, almeno nel mondo scolastico, fossero decisamente scomparsi. Invece, ancora una volta, si deve constatare che nel luogo che, come nessun altro, è deputato ad insegnare i valori della nostra  Costituzione vi sono dei miserabili che, contando sulla mancanza di controlli e sull’ipergarantismo di leggi e procedure, fanno strame di qualsiasi norma che riguardi la propria deontologia professionale.
Chiedo, infine, ai lettori di questo blog di smentirmi a proposito dello sconforto che ho provato nel leggere una notizia del genere e di convincermi che si tratta di un’eccezione e che episodi di questo tipo appartengono alla mia giovinezza, cioè ad altri tempi.     (VV)

mercoledì 8 febbraio 2012

LO STRESS DEGLI INSEGNANTI E LA SORDITÀ DEI GOVERNI

In un’intervista sul “Sussidiario.net”, il dottor Lodolo D’Orìa torna sul tema dello stress degli insegnanti e del nulla che si sta facendo, nonostante le sue documentate denunce, per prevenire le patologie psichiatriche e oncologiche che sono in aumento. Interventi in questo senso erano previsti dal decreto 81/08, ma sono rimasti sulla carta. “Al contrario il governo – in completa controtendenza col decreto – allunga l’età lavorativa senza premurarsi di accertare prima la vera condizione della categoria professionale. E ciò che fa più specie è il silenzio assordante dei sindacati che hanno paura degli stereotipi dell’opinione pubblica a fronte di quei pochi dati (raccapriccianti) disponibili sui loro iscritti”. Naturalmente Lodolo D’Orìa con il termine “stereotipi” si riferisce alla presunta condizione privilegiata della categoria. Leggi l’intervista.         (GR)

martedì 31 gennaio 2012

LA PROTEZIONE CHE DANNEGGIA I GIOVANI

Antonio Polito firma oggi sulla prima pagina del “Corriere” una riflessione intitolata Perché proteggiamo (troppo) i nostri figli. L’argomento non è nuovo, ma purtroppo gli orientamenti educativi adeguati ai cambiamenti sociali faticano a diventare pratica formativa e cultura di governo. È indispensabile sconfiggere il senso comune che quasi identifica l’affetto per i figli con la protezione “perché  - come scrive Polito - in realtà tradisce una sfiducia collettiva nei loro mezzi, una paura di lasciarli nuotare con le loro forze e il prima possibile, che a sua volta contribuisce a deprimere la loro autostima”. Leggi

lunedì 23 gennaio 2012

LA CRISI DELL'AUTORITÀ E LA SOCIETÀ CHE DISEDUCA

Sempre per la serie repetita che giovano, è da segnalare un intervento di Aldo Grasso sul “Corriere della Sera” che, partendo dal naufragio del Giglio, si aggiunge a tutti quelli che hanno denunciato il rovinoso indebolimento delle idee di responsabilità personale e di autorità, due cardini essenziali della convivenza civile. E ancor più della vicenda della Costa, la mancanza di una qualsiasi “catena di comando” in grado di far rispettare le leggi è dimostrata dal dilagare, ormai pluridecennale, di forme di protesta come quella degli autotrasportatori, basate sulla presa di ostaggi, cioè degli incolpevoli cittadini a cui viene sequestrato il diritto di circolare liberamente.
La scuola che dovrebbe educare al rispetto delle leggi (quindi degli altri) si trova così a combattere con una società che in  mille modi diseduca; e più ancora che con la violazione delle regole, con la fuga dal dovere di farle rispettare. Leggi.

CITAZIONI - LA SANZIONE EDUCATIVA

Il proverbio latino “Repetita iuvant”, che sembra formulato per i distratti o i duri di comprendonio, esprime una verità psicologica fondamentale: il passaggio dalla nozione di un problema a una reale convinzione riguardo alla sua importanza non è per nulla scontato. Può derivare dal coinvolgimento diretto nell’esperienza oppure da una serie di approfondimenti e di riflessioni che, specialmente se provenienti da persone autorevoli, possono provocare quella “massa critica” di elementi conoscitivi ed emotivi (come una certa preoccupazione) che ne fanno un centro di interesse e una chiave di lettura della realtà. Per esempio, chi non concorda a parole sull’importanza dei rispetto delle regole? Eppure è ancora raro che un’affermazione del genere comporti poi un’accettabile coerenza nelle valutazioni e nei comportamenti; anzi è frequente che venga subito fatta seguire da un “ma” che ne riduce drasticamente o addirittura ne ribalta il significato. Continua a leggere.

venerdì 13 gennaio 2012

CAMBIARE LA SCUOLA SEGUENDO LE MODE


Raffaele Simone, noto linguista e già efficace fustigatore dei costumi nostrani con Il paese del pressappoco, partendo dai “due spettri che si aggirano nelle scuole italiane, la lavagna interattiva e i tablet”, passa in rassegna le mode che hanno tormentato gli insegnanti negli scorsi decenni e ci ricorda che “la cultura digitale è uno dei più temibili moventi di interruzione della concentrazione che si siano mai presentati nella storia”. Leggi.

lunedì 9 gennaio 2012

VALUTAZIONE E MITOLOGIA DEI NUMERI

Ci sono cose che si possono facilmente misurare, altre meno o magari per niente, almeno in senso proprio e cioè basandosi su unità di misura condivise. Come ha scritto tempo fa il matematico Giorgio Israel,“quando attribuisco un voto al compito di uno studente non misuro un bel nulla: non faccio altro che usare numeri per rappresentare in modo sintetico il mio giudizio soggettivo che mai potrà essere «oggettivo» come lo è invece misurare la lunghezza di un tavolo con un metro. Posso al più tentare di essere «equanime»”. Lo stesso Israel torna oggi a metterci in guardia, in un articolo sul “Messaggero”, sui limiti dei test di valutazione, i quali, anche quando ben fatti, possono essere applicati a rilevare conoscenze e capacità elementari e non certo la complessità di una formazione culturale che si rispetti.
La cieca fiducia negli studi statistici non è meno dannosa delle valutazioni impressionistiche non supportate da alcun dato, anzi forse è più insidiosa perché tende a presentarsi come assolutamente oggettiva. Si diffondono così dei veri e propri dogmi e pochi hanno la libertà interiore e la competenza necessarie per metterli in discussione. Uno di questi contrappone l’eccellenza della nostra scuola elementare al “buco nero” che sarebbe costituito dalla medie, oggetto di un recente rapporto della fondazione Agnelli. A suo tempo segnalammo un intervento in proposito di Luca Ricolfi (Il mito della scuola elementare). E qualche settimana fa due studiosi, Enrico Gori e Raffaella Marin, hanno messo  in dubbio sul “Sussidiario.it" la validità dei dati su cui si basa il rapporto Agnelli (con replica di Gavosto e loro controreplica), sostenendo tra l’altro che l’analisi dei dati “non può essere scissa dalla considerazione dei tassi di scolarizzazione alle diverse età: se i giovani con competenze peggiori non si iscrivono al grado successivo, o sono espulsi dal sistema scolastico, vengono automaticamente esclusi; l’effetto che ne consegue, con tutta probabilità, è che il livello medio di competenze cresce grazie alla loro esclusione”. (GR)

venerdì 6 gennaio 2012

CITAZIONI - DA "A COSA SERVE LA POLITICA?", DI PIERO ANGELA


La de-meritocrazia
La questione del merito va ben al di là del giusto riconoscimento dei valori individuali e della qualità del lavoro svolto: perché quando si passa dal livello singolo a quello collettivo, il merito cambia natura, esce dalla dimensione etica ed entra in quella economica.
In altre parole, se un paese premia il merito a tutti i livelli, crea le condizioni per migliorare il funzionamento della società e questo aiuta anche a migliorare la sua competitività. [...] L'European House dello studio Ambrosetti di Milano ha pubblicato uno studio proprio sul merito [continua a leggere]

venerdì 23 dicembre 2011

LA COMMISSIONE SPARITA E LE INDICAZIONI PER IL PRIMO CICLO


Nel settembre del 2010 la Commissione che aveva elaborato le Indicazioni Nazionali per i Licei, coordinata da Max Bruschi, aveva iniziato il lavoro di revisione complessiva delle Indicazioni per il primo ciclo, a partire soprattutto dalla considerazione del grave deficit di strumenti linguistici e logico matematici con cui troppi studenti si affacciano alle scuole superiori e che compromette seriamente il proseguimento degli studi, con l’inevitabile séguito di insuccessi e di abbandoni.
Dopo essersi riunita varie volte fino a dicembre e aver prodotto già le bozze per alcune discipline anche in base ai pareri raccolti nel mondo della scuola, la Commissione non è stata più convocata, senza che siano state fornite spiegazioni neppure ai suoi stessi componenti. C’è stato evidentemente un cambio di linea politica da parte del Ministero che all’inizio dello scorso novembre ha fatto sapere che un non meglio identificato gruppo di lavoro si sta occupando delle indicazioni nazionali del primo ciclo, previa ampia consultazione delle scuole.
Martedì, all’interno di un articolo sul “Messaggero” intitolato Università e scuola, l’agenda del merito, Giorgio Israel, che di quella commissione faceva parte,  scrive a questo proposito: “Le nuove indicazioni nazionali per i licei furono ispirate al principio di fissare le conoscenze imprescindibili lasciando la massima libertà metodologica. È il modo di concepire correttamente l’autonomia: il principio opposto - propugnato dal pedagogismo costruttivista - è invece il disinteresse per i contenuti e l’imposizione di rigide prescrizioni metodologiche. Sarebbe auspicabile che la revisione delle indicazioni nazionali per il primo ciclo (elementari e medie) seguisse la stessa impostazione non ideologica”(cioè quella delle indicazioni liceali).
Proprio per sostenere questo auspicabile orientamento, Israel ha deciso di pubblicare il testo delle indicazioni riguardanti la matematica per la scuola primaria, da lui stesso curato, spiegandone brevemente la storia sul suo blog (vedi la nota di mercoledì 7 dicembre).
Ma abbiamo il timore che si intendano percorrere le deleterie strade del pedagogismo di cui parla Israel.

sabato 17 dicembre 2011

SOSPENSIONI ALTERNATIVE E ALTERNATIVE ALLA SOSPENSIONE


Qualche giorno fa il “Corriere della Sera” riportava un’idea del sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria, già collaboratore di Fioroni e maestro di strada  a Napoli: la sospensione “in stile hockey”. Niente allontanamento da scuola (perché “non serve a niente”), ma “lavori socialmente utili”: cancellare una scritta, carteggiare una panchina... Poi il punito torna a fare lezione, ma separato dai suoi compagni; non è chiaro cosa significhi, ma è probabile che abbia degli insegnanti tutti per sé, il che suscita la giusta censura di Paola Mastrocola. Molto negativo verso il sottosegretario “tecno-buonista” il commento di Giorgio Israel, oltretutto contrario a che un governo tecnico si spinga fino dare indirizzi “a fortissima valenza culturale”.
Quella dei “lavori utili” può essere un’alternativa alla sospensione, purché venga applicata con il dovuto rigore e non sia un modo per minimizzare la sanzione; e non a caso è cara a tutti coloro che rifiutano l’idea stessa di punizione, come la psicologa citata nell’articolo: “mettiamo al ragazzo un’etichetta che non si toglierà più di dosso”.
Fu il berlingueriano Statuto degli Studenti a introdurre questa innovazione nel 1998. A proposito delle sanzioni vi si stabiliva infatti che “allo studente è sempre offerta la possibilità di convertirle in attività in favore della comunità scolastica”. Con quel "sempre" commettendo in un sol colpo un errore pratico e un duplice errore educativo. Pratico, perché costringe le scuole a trovare per forza qualcosa di sensato da fare e a impegnare un insegnante per seguire il ragazzo. Educativo,  perché impedisce alla scuola di scegliere quale punizione sia più adatta al caso specifico e perché non dice nulla sulla quantificazione di queste “attività”, aprendo la strada ai più generosi condoni.
È positivo, infine, il fatto che per la prima volta si sia tenuto un convegno o corso di aggiornamento sul "tenere la classe", cioè sulla condotta; ma rispunta sistematicamente l’idea che soltanto con una didattica alternativa possano risolversi i problemi disciplinari. (GR) 

giovedì 1 dicembre 2011

L'APPELLO PER LA SCUOLA DEI PRÈSIDI ROMANI


Giovedì 24 abbiamo dato notizia dell'iniziativa "antioccupazioni" di trentadue dirigenti scolastici romani, che hanno reso pubblico un appello in cui si sottolinea la funzione formativa della scuola, anche sul piano della partecipazione studentesca, e si dice chiaramente "No" alle occupazioni. Ne pubblichiamo oggi il testo integrale.


Leggi l' Appello per la scuola.

lunedì 28 novembre 2011

I LABORATORI VUOTI DEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI


Lo scorso mercoledì 23 novembre il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione ha espresso un primo parere (un altro seguirà a breve) sulle Linee guida ministeriali per il secondo biennio e per il quinto anno relative agli istituti tecnici e ai professionali. Un’esauriente documentazione si può leggere
sul sito della Flc/Cgil.
Il parere è sostanzialmente positivo, a parte alcune riserve. Ma non sarà certo questa o quella maniera di utilizzare le quote di flessibilità e di autonomia, né l’estensione a tutte le materie della “didattica laboratoriale” a sanare “lo scempio” degli istituti professionali, come lo ha definito l’Associazione Docenti Italiani (vedi la convincente analisi sul suo sito), uno scempio per il quale le responsabilità sono perfettamente “bipartisan”. È un po’ come se ci preoccupasse dell’arredamento o dei servizi in una casa dalle pessime fondamenta.
Proprio a proposito dei professionali, ci arriva un’appassionata e circostanziata testimonianza da Riccardo Galante, uno dei tanti docenti che queste scelte le scontano nella loro attività quotidiana.


L'esasperazione di noi insegnanti degli Ipsia e soprattutto di noi insegnanti tecnico-pratici è arrivata al culmine. Negli ultimi 15 anni sui professionali si sono abbattute due riforme una più sciagurata dell'altra, iniziando dal famigerato Progetto 92, passando per il Progetto 2002 che ha poi portato all'attuale disastro della riforma Gelmini. Continua a leggere.

giovedì 24 novembre 2011

I DICIOTTO PRÈSIDI FANNO SCUOLA

Domani una ventina di prèsidi romani si riuniranno al liceo scientifico Newton, chiamati a raccolta dal dirigente Mario Rusconi. Lo riferisce “Il Tempo” di ieri. Gli obbiettivi sono due: redigere un documento comune per dire per dire basta alle occupazioni studentesche e proporre un'alternativa agli studenti. Nell’appello agli studenti si parlerà tra l’altro della scuola “come luogo dove tutti gli studenti possano partecipare, proporre e utilizzare la loro creatività, la scuola come palestra di democrazia”.
C’è davvero da rallegrarsi per l’iniziativa, che sembra proprio ispirarsi a quella analoga dei diciotto dirigenti toscani, sia per l’idea di non affrontare più da soli il problema, sia per quella di un appello che comprenda, insieme a un chiaro “no” alle occupazioni, anche l’offerta di alternative alle occupazioni che siano rispettose di leggi e regolamenti e anche decisamente più formative per gli studenti. Leggi. (GR)

lunedì 21 novembre 2011

ANCORA SULL'INCONTRO DEL 15 NOVEMBRE

Ritengo che l'incontro sia servito a tutti: a noi per capire soprattutto le posizioni degli studenti e quanto la nostra lettera abbia inciso sul cambiamento di rotta relativo alle occupazioni; agli studenti che, tramite la nostra lettera, se non altro si sono fermati e interrogati sull'utilità delle occupazioni e altro; ai politici, perché mi auguro che abbiano capito che la scuola si costruisce insieme e che dei problemi che l'affliggono devono farsene maggiore carico. La nostra lettera ha smosso, cari colleghi; ha smosso. E di questo sono convinta e soddisfatta.

Patrizia D'Incalci, dirigente del Liceo scientifico "Rodolico" di Firenze

domenica 20 novembre 2011

SUL CONFRONTO PRESIDI-STUDENTI IN PALAZZO VECCHIO


Il prèside Gianfranco Carloni, uno dei diciotto firmatari della
lettera aperta sulle occupazioni studentesche, commenta l’incontro del 15 novembre scorso nel Salone dei Cinquecento.

L'incontro degli studenti a Palazzo Vecchio con i prèsidi c'è stato; e questo è già un avvenimento. Leggi.

sabato 19 novembre 2011

OCCUPAZIONI: SOLO OBSOLETE E RITUALI?

Una breve considerazione a margine dell’incontro di Palazzo Vecchio tra prèsidi e studenti (pomeridiano: una scommessa vinta). Me la suggerisce un passaggio del commento di Carlo Sorrentino sul “Corriere Fiorentino” di giovedì (Prof e studenti fuori dal guscio), per il resto ottimo come sempre: “È vero che tali confronti avvengono anche nelle occupazioni, specialmente con i tanti insegnanti che non si tirano indietro e partecipano alle assemblee e alla didattica «alternativa», ma ...”. Comprendo l’intenzione dialogica di questi colleghi, però così facendo hanno finito per legittimare le occupazioni, che erano e restano una ferita alla legalità e al concetto stesso di scuola pubblica, della quale - scrivono i 18 presidi - nessuno “ha diritto di appropriarsi, per qualunque motivo, e di impedirne l’uso ad altri”. E a questo proposito voglio sottolineare che martedì solo i presidi Addabbo e Vagnoli hanno evidenziato la violazione di regole che implicano tali iniziative, le quali quindi non sono soltanto obsolete e rituali. Lo stesso Renzi su questo ha sorvolato nel suo bell’intervento; e l’assessore alle politiche giovanili Cristina Giachi è arrivata a dire: “Non dico di non farle le occupazioni: ma fatele «belle»”...

Sergio Casprini

mercoledì 16 novembre 2011

RESOCONTI DA PALAZZO VECCHIO

L’incontro di ieri fra gli studenti e i prèsidi, centrato sul tema I giovani, la politica, la scuola, ha visto la partecipazione di circa duecento persone, in grande maggioranza studenti, nonostante che questi ultimi abbiano segnalato la mancanza di una più capillare informazione all’interno delle scuole. Con questo è stata vinta tra l’altro una scommessa importante: fare di pomeriggio le iniziative che riguardano la scuola, per ridurre al minimo la perdita delle ore di lezione e rendere credibile la partecipazione degli studenti, come chiedeva la lettera dei 18 presidi. Ieri, ad esempio, erano numerosi gli allievi del “Saffi”, che sono arrivati al Salone dei Cinquecento direttamente da scuola.
Sulla pedana rialzata erano seduti uno studente e tre studentesse, due presidi (Vagnoli e Addabbo), l’assessore comunale Di Giorgi, che ha proposto e condotto l’incontro, il suo omologo Di Fede della Provincia, e i direttori del “Corriere Fiorentino” e della “Nazione” Ermini e Tedeschini.
La prima metà dell’incontro è risultata più interessante e attinente al tema. I contributi dei giovani relatori sono stati apprezzati per la già matura capacità di esporre le proprie idee con disinvoltura e proprietà di linguaggio. La presenza degli assessori alla pubblica istruzione ha poi deviato una buona parte dei successivi interventi dal tema della formazione politica dei giovani verso i problemi delle singole scuole, che comprensibilmente stanno molto a cuore ai ragazzi interessati.
Qualcuno ha difeso le occupazioni, ma nel complesso è sembrato chiaro che la maggior parte degli studenti considera sbagliato e poco produttivo questo metodo. Sugli effetti della lettera dei prèsidi, forse la testimonianza più interessante la si poteva leggere ieri sul “Corriere fiorentino”: una studentessa affermava che “ha dato stimoli e fiducia alle migliaia di studenti anti-occupazioni”; ed era uno degli obbiettivi dell’iniziativa.
Leggi i resoconti: "Il Corriere Fiorentino", "La Repubblica", "L'Unità", "La Nazione.it".
Guarda il video.

martedì 15 novembre 2011

FIRENZE: OGGI STUDENTI E PRESIDI SI INCONTRANO NEL SALONE DEI CINQUECENTO

Forse non saranno proprio cinquecento, visto che le norme sulla sicurezza l'hanno avuta vinta perfino sulla storia e consentono un massimo di trecento posti nello storico salone. Ma l'occasione dell'incontro fra dirigenti scolastici e studenti delle superiori, proposto dall'assessore Di Giorgi all'indomani della lettera aperta sulle occupazioni, è significativa; e una volta tanto pomeridiana, come l'hanno voluta i diciotto prèsidi, anche se sarebbe stato molto facile fare il pienone fissandola durante l'orario delle lezioni, come purtroppo spesso accade. Il "Corriere (della Sera) fiorentino" dedica all'evento un'intera pagina (in rete è però disponibile solo una sintesi) e anche l'editoriale odierno del direttore Ermini (Anche la scuola al giro di boa) ne trae auspici per una svolta nella politica scolastica (puntare su "responsabilità e merito"). Se ne occupano anche "La Repubblica" di Firenze, che titola il pezzo di cronaca "Dialogare è meglio che occupare" e "La Nazione", che pezzo sul suo sito web mette in rilievo la risposta positiva di una buona parte degli studenti: Lettera 'antioccupazioni' accolta dagli studenti di 10 istituti fiorentini.

mercoledì 9 novembre 2011

STUDENTI E PRESIDI DIALOGANO A PALAZZO VECCHIO

Martedì 15 novembre, ore 15-18

PALAZZO VECCHIO
SALONE DEI CINQUECENTO

I GIOVANI, LA POLITICA,
LA SCUOLA
Dialogo tra studenti e prèsidi



L'idea di questo incontro nasce all'indomani della lettera aperta sulle occupazioni indirizzata agli studenti da 18 dirigenti scolastici, tuttavia la discussione non si limiterà a questo argomento, ma si estenderà alla formazione culturale, civica e politica delle nuove generazioni, alle esperienze di partecipazione degli studenti e ai modi in cui si possono manifestare le proprie idee.
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Saranno presenti il Sindaco Matteo Renzi, l’Assessore comunale Rosa Maria Di Giorgi, l’Assessore provinciale Giovanni Di Fede, il direttore dell’Ufficio scolastico regionale Angela Palamone.


Oltre agli studenti e ai dirigenti, sono invitati anche gli insegnanti, i genitori e i cittadini interessati. Negli interventi sarà data la precedenza agli studenti e ai presidi.

mercoledì 2 novembre 2011

IL VOTO A 16 ANNI E IL RUOLO DELLA SCUOLA

Tra le 100 idee per cambiare l’Italia, uscite dal Big Bang della Leopolda di Firenze la numero 79 in maniera concisa propone: Diritto di voto a 16 anni per immettere circa un milione di giovani elettori nel processo politico ed abbassare così l’età media del corpo elettorale più anziano del mondo. La proposta non è nuova: è stata fatta tempo fa dal partito socialista di Nencini e già da quest’anno si vota a 16 anni in Austria ed in alcune province della Svizzera e della Germania.
A prima vista potrebbe apparire una iniziativa demagogica per ingraziarsi i giovani, una scorciatoia per lo svecchiamento degli apparati burocratici dei partiti, il frutto di un interesse politico per l’allargamento del mercato elettorale o semplicemente un cedimento alla moda del giovanilismo imperante. Purtroppo invece è l’affermazione di una visione sociologica e pedagogica, nata anni fa nei paesi anglosassoni, per cui la distinzione antropologica delle diverse fasce d’età (il bambino, l’adolescente, l’adulto) con i suoi naturali ritmi di crescita e formazione è saltata in nome di una precoce responsabilizzazione del giovane e del giovanissimo di fronte alla società in termini di coscienza civile ed ovviamente politica. Con questa logica per paradosso il neonato dovrebbe avere in una mano il biberon e nell’altra il testo della Costituzione italiana.
Ed infatti i giovani, nelle scuole soprattutto, hanno da tempo recepito nei loro comportamenti questa apertura di credito e anche l’annullarsi progressivo dei ruoli (l’adulto versus l’adolescente) per cui in alcune situazioni si mettono sullo stesso piano dei docenti: quando lottano e protestano, per esempio (scioperi, occupazioni,autogestioni), hanno la presunzione di dire la loro su tutto, dalle riforme scolastiche alle questioni sociali e politiche; e nei licei artistici si sentono già Picasso o Cattelan e vogliono pubbliche mostre delle loro creatività senza pagare il pegno di un doveroso apprendistato.
Un doveroso apprendistato con regole ben definite (tempi, modalità, strumenti) è invece necessario per la formazione politica e civile dei giovani, come già avviene nell’ambito della formazione scolastica e professionale, senza indulgere a superficiali e improprie forme di protesta, che spesso - eterogenesi dei fini - li allontanano negli anni successivi dall’impegno e dalla partecipazione politica. La scuola, se andasse in porto l’anticipazione del voto a sedici anni, sarebbe il luogo privilegiato di questo apprendistato, dato che in quella fascia di età i giovani sono tutti scolarizzati con poche eccezioni.
La lettera aperta dei 18 dirigenti scolastici toscani, letta da molti in maniera impropria e superficiale come fosse una prevaricazione nei confronti degli studenti e delle loro lotte, va invece nella direzione di una proposta di sperimentazione nella scuola di possibili forme di apprendistato serio alla politica, ovviamente dentro il curriculum didattico, e anzi è la risposta più appropriata a tutti coloro che vogliono far assumere a giovani responsabilità di cittadini consapevoli con il diritto di voto a 16 anni.

(Sergio Casprini)

domenica 16 ottobre 2011

L’INVITO AL CONFORMISMO DIETRO I TEST PER LA SELEZIONE DEI PRESIDI

di Giorgio Israel

Sul “Messaggero” di ieri Giorgio Israel, dopo aver ricordato l’incredibile numero di errori e inesattezze presenti nei test di preselezione per il concorso a dirigente scolastico, ne evidenzia un altro e più inquietante aspetto. Nella formulazione tanto delle domande che delle risposte, e in particolare nell’individuazione della risposta “corretta” tra le 4 proposte, emerge con chiarezza una “pretesa di indottrinamento ideologico”, un “brutale invito al conformismo”, in altre parole un chiaro intento di omologazione degli aspiranti presidi a un pensiero unico ministeriale.
Da parte nostra aggiungiamo di avere ricevuto, tanto per cambiare, varie segnalazioni di gravi irregolarità nello svolgimento delle prove: candidati con i cellulari accesi, sforamento dei tempi di consegna, sorveglianti che fanno finta di nulla. Ma di questo, purtroppo, non è possibile stupirsi.


È necessario trarre un primo bilancio della selezione preliminare mediante test per il concorso a dirigente scolastico. Ricordiamo la pesante procedura escogitata: i candidati dovevano studiare una “batteria” di circa 5700 domande con 4 risposte, di cui una esatta; perciò memorizzare tra quasi 23.000 risposte quelle esatte per individuarle in 100 minuti tra le 100 domande sorteggiate per la prova.
Hanno fatto scalpore le sciatterie e gli errori madornali contenuti nella “batteria”, che hanno costretto il ministero a scartare un migliaio di domande. Tuttavia, si è parlato poco di altri aspetti ben più sconcertanti. In primo luogo, delle assurdità logiche e persino della comicità di certi quesiti. La risposta esatta alla domanda su come deve essere l’ambiente scolastico era: «pulito, accogliente e sicuro». Tra le risposte sbagliate v’era: «pulito, salubre, accogliente e sicuro». Questo perché l’aggettivo “salubre” non appare nella Carta dei servizi scolastici. Ogni commento è superfluo. Alla domanda su cosa caratterizzi una “valutazione oggettiva”, la risposta esatta era “pubblica e trasparente”. Di conseguenza, anche una valutazione arbitraria e magari folle è oggettiva purché enunciata in modo pubblico e trasparente. E si potrebbe continuare con esempi dello stesso tenore.
Ma nella “batteria” vi era di molto peggio: una quantità rilevante di domande concettuali per le quali nessuno ha il diritto di imporre la risposta “giusta”. Con che diritto si da una risposta univoca alla domanda: «quale definizione di cultura tra le seguenti è maggiormente condivisa all’interno delle scienze sociali»? Perché per diventare preside si deve aderire alla definizione ministeriale di comportamento prosociale o di subcultura? O credere che la «visione di sviluppo di un’istituzione scolastica» è «l’aspirazione verso un futuro immaginato, una descrizione vivida…» anziché «una dettagliata definizione di piani, progetti e azioni»? Perché deve essere obbligatorio essere cultore delle opere di uno psicologo specialista dei disturbi specifici di apprendimento?
Tutta la parte pedagogica è un trionfo del politicamente corretto, del costruttivismo più conformista, della pretesa che i presidi siano cloni che pensano tutti allo stesso modo, conoscono le stesse teorie e aderiscono alle verità ministeriali. Anche nelle 100 domande selezionate per la prova si è preteso che i candidati conoscessero la definizione della società dell’informazione di Manuel Castells, la “filosofia per bambini” di Matthew Lipman, la visione di Stuart Hall delle dinamiche di rapporto tra un testo e i suoi lettori, che dicessero che la coesione di un gruppo è resa possibile dalla consapevolezza che il conflitto è fisiologico, e dessero una certa definizione di processo decisionale. Poi, dovevano anche sapere che «per cambiare le dimensioni della carta su cui stampare un foglio di calcolo si deve [sic] modificare le dimensioni della carta dal layout di pagina»…
Ma l’aspetto farsesco non deve distrarre da quello più grave: la pretesa di indottrinamento ideologico, il brutale invito al conformismo: se vuoi diventare preside deve pensare come dettiamo noi, non hai il diritto di essere una persona intelligente e preparatissima che ha idee autonome circa il significato della cultura, non hai il diritto di non condividere (e persino ignorare) le teorie di Lipman, Stuart Hall, Castells o altre opinabili tesi di metodologia pedagogica. Diciamolo chiaramente: questa non è roba da paese democratico, questa è roba di stile sovietico o da Minculpop. Le stesse cucine ministeriali in cui vengono confezionati questi piatti ammoniscono quotidianamente che deve essere superata la lezione ex-cathedra, la didattica “impositiva”, che occorre passare dalla scuola dell’insegnamento alla scuola dell’apprendimento, e poi si riservano il potere di indottrinamento più impositivo ed ex-cathedra che si possa immaginare. Chi scrive ha sempre difeso la scuola statale, ma una simile inaudita esplosione di statalismo totalitario è il peggior servizio che si possa farle.
Non si può dire che il ministro Gelmini condivida concezioni stataliste e la stampa ha dato conto della sua reazione severa alla cattiva gestione della vicenda. Tuttavia, per chiudere la questione il ministero ha scelto uno stile coerente con quello di tutta l’operazione. Sono stati messi in rete i nomi dell’ottantina di “esperti” autori di domande e risposte. È un modo di procedere che sa di gogna e di scarico delle responsabilità. Difatti, è incredibile che tutti gli ottanta abbiano lo stesso grado di responsabilità, e ancor meno che tra di loro si sia prodotta per incanto una totale omogeneità ideologica. La questione non può essere chiusa così. Restano senza risposta le domande su chi abbia ideato una simile procedura, chi e come l’abbia gestita e ne abbia condotto le varie fasi, chi debba rendere conto dell’accaduto. Sarebbe inaccettabile che, mentre si parla da mane a sera di valutazione e di premiare il merito, mentre si vuol giudicare l’attitudine gestionale dei futuri presidi, l’accountability valga soltanto per loro, mentre i progettisti di una siffatta miscela di incompetenza e di prepotenza ideologica non debbano rispondere del loro operato.
(Il Messaggero, 15 ottobre 2011)

lunedì 10 ottobre 2011

ELENA E GLI ALTRI

Sul "Corriere Fiorentino" di ieri è apparsa una bella intervista ad una giovane studentessa che aveva sfilato in testa al corteo studentesco di sabato a Firenze. Nelle sue risposte la ragazza esprime alcune riflessioni insieme alla contrarietà alle occupazioni come metodo, analogamente a molti miei studenti quando ho presentato loro la lettera di noi 18 presidi.
Anch’io, come Elena e i miei studenti, esprimo il mio “dissenso a questa Italia, che non ci piace e che non crede nella generazione futura” e confermo che io e i miei colleghi abbiamo preso quell’iniziativa perché pensiamo invece al loro futuro e facciamo di tutto affinché sia diverso rispetto a quello che gli si prospetta. Tuttavia i giovani, e in particolar modo i giovanissimi che sembrano essere anche stavolta i protagonisti della protesta, devono essere consapevoli che anche il nostro futuro, quello di chi come me lo ha già in gran parte vissuto, non è stato roseo, come invece alcuni nostalgici vorrebbero loro far credere, e che dietro il mito del ’68 vi sono tragedie e ferite ancora lontane dall’essere cancellate e sanate. Forse, roseo, lo è stato per quelli che, grazie all’appartenenza a caste familistiche e politiche, hanno avuto la strada spianata per sistemarsi per tutta la vita, magari permettendosi poi di darci anche lezioni di carattere morale. Ma per molti della mia generazione la vita non è stata sempre facile, e se in parte abbiamo migliorato le nostre condizioni, soprattutto culturali, di partenza,è perché abbiamo avuto anche la fortuna di incontrare insegnanti che non hanno assecondato i nostri errori. Noi, come presidi, ci siamo preoccupati di ricordare agli studenti che l’interesse e l’impegno per la politica è basilare per la loro formazione. Far passare come impegno le occupazioni delle scuole ci è sembrato alla fine inaccettabile. Vedere ogni anno, da almeno oltre un decennio, le scuole diventate a volte bivacchi, piccole discoteche, persino orinatoi, con muri pieni di frasi fatte, ci è sembrato indecoroso anche per il loro futuro; e non ci sentiamo di fare finta di nulla. Continuiamo, invece, a credere, che dalla scuola debba passare il rispetto per le regole e vi si insegni il valore del merito, perché anche nel futuro dei ragazzi di oggi non continuino a vincere i soliti raccomandati o chi ha la fortuna di far già parte del “giro”.
Insieme ad Elena, anche molti altri studenti hanno ragioni da vendere quando criticano i mali della scuola, che sono da decenni sotto gli occhi di tutti e le cui conseguenze le pagano principalmente proprio i ragazzi. Ma finalmente Elena, insieme ad altri numerosi suoi coetanei, sembra avvertire che la protesta migliore non passa più dalle occupazioni. Forse, da parte degli studenti, si sta prendendo consapevolezza che la situazione è talmente seria da richiedere un impegno nuovo, che sia costruttivo, propositivo e soprattutto dimostri di non durare lo spazio di una settimana, esaurendosi poi, dopo le occupazioni, nel trito rientro a scuola, con la mestizia dei ragazzini che sanno di averla combinata grossa e col rischio di essersi bruciati per sempre l’esperienza della politica.

Valerio Vagnoli

mercoledì 5 ottobre 2011

UN'ALTRA RISPOSTA A CACCIARI, CAPANNA & LODOLI

Su "Left" del 30 settembre scorso Giuseppe Benedetti commenta efficacemente le prese di posizione di Capanna, Cacciari e Lodoli sulla lettera aperta di 18 prèsidi intitolata Cari studenti, la scuola pubblica non si difende con le occupazioni; nella quale, conclude, "si possono trovare le ragioni di una ritrovata fiducia per l'agire politico, a cominciare dall'adesione appassionata al proprio lavoro quotidiano"[1]. Leggi.

[1] Benedetti insegna al Liceo "Tasso" di Roma e sul settimanale "Left" tiene da due anni una rubrica settimanale sulla scuola. È autore, insieme a Luca Serianni, del volume Scritti sui banchi. L’italiano a scuola tra alunni e insegnanti.

lunedì 3 ottobre 2011

GLI STUDENTI E LA RESISTENZA. DEI PRESIDI

Sul "Corriere fiorentino" di sabato scorso, il direttore Paolo Ermini è ha commentato la replica di un gruppo di studenti alla lettera aperta dei 18 prèsidi sulle occupazioni.

Nei suoi «Quaderni» ieri Antonella Landi ha elogiato gli studenti del Collettivo di Pontedera che hanno inviato via stampa una dura risposta ai 18 presidi do­po l'appello contro le occupazioni in cambio di spazi di mobilitazio­ne e discussione den­tro gli istituti. La no­stra «Profe» non ha avallato il contenuto del documento, ma ne ha apprezzato lo spiri­to battagliero, la deter­minazione nel tener testa agli adulti, la capacità di stilare un di­scorso filato per farsi le proprie ragioni. Confesso che su di me quella specie di libello ha esercita­to un fascino assai minore. Il do­cumento è un condensato del­l'ideologismo d'altri tempi e del conformismo che attanaglia i gior­ni nostri, senza distinzioni anagrafiche (e spesso anche politiche). Era ben scritto? Non basta. Le parole non sono mai belle di per sé. A volte possono colpire, ele­gantemente, come se fossero pie­tre. Dove eravate voi mentre distruggevano la scuola italiana? chie­dono retoricamente gli studenti. Credo che i presidi fossero a fare esattamente quello che in questi anni, anche prima della Gelmini, hanno fatto anche tanti insegnanti: resistere come poteva­no alla progressiva dequalificazio­ne dell'istruzione (e del loro ruolo sociale), cercando di salvare la di­gnità della scuola pubblica. Con una passione superiore a riconoscimenti e stipendi. E non per qualche settimana, come le occu­pazioni prenatalizie, ma giorno dopo giorno. Quanto al paragone con i presidi che nel 1938 subiro­no la vergogna delle leggi razziali, a quei ragazzi va ricordato che sì, tanti italiani subirono allora per paura quella vergogna, magari ar­rovellandosi nella crisi delle loro coscienze, ma non erano peggiori di tanti intrepidi che cambiarono casacca in extremis, come niente fosse. Senza dimenticare che il re­gime di Mussolini si reggeva sui manganelli degli squadristi, men­tre questa Italia della «mignottocrazia», come loro la chiamano (e che anche a noi non piace per nul­la), sta in piedi grazie al libero vo­to degli italiani. C'è una bella dif­ferenza.

La lettera degli studenti di Pontedera.

mercoledì 28 settembre 2011

I REDUCI

Generalmente la lettera agli studenti elaborata da 18 presidi toscani con la collaborazione del nostro Gruppo ha stimolato riflessioni molto puntuali e, anche quando critiche nei nostri confronti, tuttavia quasi sempre attente alle questioni da noi poste, rispettose di un documento che nasce innanzitutto come volontà di corroborare quel dialogo educativo con gli studenti che troppo spesso rimane, invece, una mera citazione da manuale di pedagogia.
Alcuni, però, come Cacciari, Capanna e Lodoli, hanno assunto un atteggiamento da “reduci” del ‘68: tranchant, oppositivo e così poco attento a quanto contenuto nel nostro appello, da pensare che neanche l’abbiano letto per intero, accontentandosi, magari, della sintesi fatta loro dagli intervistatori.
I reduci del sessantotto vivono il loro passato come una sorta di romanzo di formazione da recuperare ogni qualvolta se ne presenti l’occasione e da riproporre a chi non ha avuto la ventura di viverlo a suo tempo. Pur avendo seguito percorsi diversi, che comunque li hanno portati a sposare ideali lontani da quelli di un tempo, tuttavia finiscono per compattarsi quando si tratta di rinverdire la loro giovinezza. Evidentemente il richiamo adrenalinico ai giorni di lotta e di furore finisce per prevalere sulla necessità di porre fine alle esperienze passate; e da cattivi maestri (come lo sono tutti coloro che in barba alle loro carriere usano il proprio carisma per mandare i meno esperti allo sbaraglio) non si esimono dal consigliare ai ragazzi forme di lotta che appaiono, almeno a noi, desuete e irrazionali, visto che gli studenti hanno oggi tutte le libertà possibili per organizzare le loro proteste. Certa gente, che nel sistema ha sguazzato e continua a sguazzare con molto successo e altrettanto potere, non ha la minima esitazione di fronte ai problemi degli studenti e della scuola italiana dei nostri giorni e inneggia ancora alle occupazioni come forma per loro più idonea per protestare e per fare politica. E ci vuole davvero un bel coraggio per dare dei “pantofolai” che risolvono i problemi “a tavolino”, come dice l’ex-sindaco di Venezia, a chi, come i 18 prèsidi, si è sempre ritrovato da solo a fronteggiare le occupazioni, con i pericoli e i danni che comportano, vista la complessiva latitanza - e spesso la compiacenza - di politici, autorità di polizia e talvolta della stessa magistratura. L’unica via di uscita sarebbe quella di condividere le lotte degli studenti, invece di chiudere loro “le porte in faccia”. Affermazione che dimostra come Cacciari non abbia assolutamente letto l’appello.
Per Capanna, che a differenza di Cacciari sembra conoscere il documento, i presidi e i docenti dovrebbero smetterla di “crocifiggere i ragazzi” e d’essere complici della politica (sic), ma unendosi ai ragazzi stessi dovrebbero dar vita ad “una sollevazione democratica per arrivare ad un ammodernamento della scuola e a una riqualificazione seria dei contenuti dello studio”. Da quel che gli risulta “le lotte degli ultimi tempi” gli sembrano improntate “alla serietà”; e se pur riconosce alla lettera dei presidi qualche merito, per esempio legato al loro invito a forme di lotta serie, afferma che gli studenti possono scegliere le forme “di lotta più efficaci e che ritengono migliori”.
E su questo concetto che riconosce all’esperienza, qualunque essa sia, il modo migliore per crescere, insiste anche il docente-scrittore Marco Lodoli che il sessantotto non l’ha vissuto, ma della cui cultura evidentemente è debitore. Una cultura che ha fatto, appunto, dell’esperienza, uno dei propri punti di riferimento, senza distinguere però tra ciò che è lecito o non lecito e che ha esaltato, allo stesso tempo, lo spontaneismo come occasione irripetibile e indispensabile per crescere e formarsi anche culturalmente. Una visione dell’educazione, questa,che è stata la causa, nel recente passato, di una serie di danni sociali e umani inauditi. Ma certi reduci sembrano non essersene accorti finendo alla fine per assomigliare a certi vecchi di tanti anni fa, del mio paese, che rimpiangevano i tempi di una volta, quelli della loro gioventù da cui non sapevano assolutamente distaccarsi; dimentichi, tanto erano presi dal rimpianto della loro giovinezza, che di quei loro tempi c’era ben poco da rimpiangere.

Valerio Vagnoli

venerdì 23 settembre 2011

LETTERA APERTA DEI PRÈSIDI: RASSEGNA STAMPA


Dei molti servizi e commenti usciti ieri e oggi sui giornali toscani o con cronaca toscana, solo una parte si trova su internet. Eccone una scelta.
Cronache di ieri: “Repubblica” e “l’Unità”. Commenti: Lodoli e Primerano.
Cronache di oggi: “Repubblica” e “Corriere fiorentino”. Commenti: Cacciari, Donzelli, Capanna.
Tra i non disponibili, trascriviamo almeno il corsivo di Paolo Ermini, direttore del "Corriere fiorentino" (inserto locale del "Corriere della Sera"):

QUALCUNO CI PROVA

L'appello dei 18 prèsidi contro le occupazioni rompe la liturgia delle occupazioni autunnali - che da anni si ripeteva tale e quale, fra compiacenze, ipocrisie, indifferenza - e chiama ciascunio a prendersi le proprie responsabilità: gli studenti, però anche i genitori, i politici, le istituzioni. Il cuore della lettera non è il legittimo altolà contro possibili nuovi danneggiamenti (chi rompe paga: sarebbe l'ora), bensì il richiamo al rispetto dei diritti di tutti, insieme alla disponibilità a concedere aule nel pomeriggio per iniziative "serie". SEmbra un invito di altri tempi: fate più politica e meno strullate. Che l'appello sia raccolto è tutt'altro che certo, ma la discussione è (ri)aperta. Finalmente.



Ampio e nel complesso ben fatto il servizio di Controradio.

mercoledì 21 settembre 2011

"CARI STUDENTI, LA SCUOLA PUBBLICA NON SI DIFENDE CON LE OCCUPAZIONI"


Questo il titolo di una lettera aperta agli studenti sul problema delle occupazioni
, inviata in occasione dell'inizio dell'anno scolastico da 18 dirigenti scolastici di Firenze e di altre province toscane. Sono i membri di un gruppo di lavoro che nel corso dell'anno si è riunito varie volte per approfondire questo tema in collaborazione col Gruppo di Firenze. Durante la conferenza stampa di presentazione (tenutasi all'Istituto professionale "Saffi di Firenze"), il documento è stato illustrato ai numerosi giornalisti presenti da sette dei prèsidi firmatari. Questo il testo della lettera aperta: È parte integrante dei compiti della scuola essere luogo di formazione civile e guidare gli studenti a conoscere e a valutare con spirito critico i problemi sociali, a partire da quelli della comunità scolastica. In questo senso la scuola, in particolare quella superiore, deve senz’altro, nei limiti dei suoi compiti istituzionali, favorire e valorizzare l’interesse dei giovani per la dimensione politica, sia attraverso lo studio delle materie scolastiche, sia mettendo a loro disposizione i suoi locali in orario pomeridiano per approfondire i problemi della società e della scuola da loro più sentiti e sperimentare le modalità e gli strumenti con cui è possibile partecipare attivamente alla vita democratica. Gli studenti devono però essere consapevoli che se la politica è cosa seria e importante, devono risultare serie e credibili le forme della loro protesta. Dobbiamo dire in tutta sincerità che non possono risultare tali le occupazioni che si sono ripetute negli ultimi anni, al di là delle ragioni che in sé a volte erano condivisibili, dato che nella scuola i problemi e i motivi di disagio sono da tempo numerosi e gravi. È infatti inevitabile che si dubiti della genuinità delle motivazioni quando la protesta comporta un periodo più o meno lungo di vacanza. Ben altra credibilità avrebbero, anche agli occhi dell’opinione pubblica, attività politico-culturali organizzate dagli studenti durante il pomeriggio, oltre che nelle assemblee e negli attivi di classe in orario scolastico. Esistono poi tanti modi per far conoscere le proprie rivendicazioni, da internet ai volantini, dai comunicati stampa alle petizioni, oltre alle molte forme di pubblica manifestazione, purché rispettose delle leggi e dei diritti altrui. La “difesa della scuola pubblica” è stata la principale parola d’ordine delle proteste studentesche, come di quelle degli insegnanti e delle organizzazioni sindacali. Proprio perché siamo convinti che la scuola pubblica sia un’istituzione fondamentale per la nostra democrazia, come dirigenti scolastici invitiamo a riflettere sul fatto che la scuola è un servizio pubblico, pagato dai cittadini con le tasse, e che ogni giorno di interruzione delle lezioni è un grave spreco di risorse, oltre che una lesione del diritto allo studio di tantissimi studenti. Senza contare che durante le occupazioni spesso vengono causati gravi danni agli edifici e alle attrezzature delle scuole. La scuola pubblica, per definizione, non è proprietà né dei dirigenti, né degli insegnanti, né degli studenti, ma si può dire che il “proprietario” è la collettività, che fissa le regole per poterne usufruire. È questo che ne fa un servizio pubblico, a disposizione di tutti nel rispetto di quelle regole. In questo senso nessuna delle componenti della scuola ha diritto di appropriarsene, per qualunque motivo, e di impedirne l’uso ad altri. La difesa della scuola pubblica e del suo prestigio passa anche da questa consapevolezza, che deve orientare i comportamenti di tutti, incluse le forme di protesta degli studenti. Ribadiamo quindi la nostra disponibilità e il nostro interesse a far sì che essi trovino nella scuola l’opportunità di esprimere le loro idee e far conoscere le loro richieste, ma come dirigenti scolastici abbiamo il dovere di garantire il rispetto delle regole che governano la comunità scolastica, cioè le leggi dello Stato e i Regolamenti di Istituto, di tutelare il diritto allo studio di tutti gli allievi e di preservare l’integrità e la funzionalità delle strutture scolastiche. I dirigenti scolastici: 1. Valerio Vagnoli, Istituto professionale Saffi di Firenze 2. Patrizia D’Incalci, Liceo Scientifico Rodolico di Firenze 3. Emilio Sisi, Istituto Professionale Marconi di Prato 4. Roberto Curtolo, Istituto Tecnico Calamandrei e Liceo Agnoletti di Sesto Fiorentino 5. Massimo Primerano, Liceo Classico Michelangiolo di Firenze 6. Anna Maria Addabbo, Liceo Art. di Porta Romana di Firenze e Liceo Art. di Sesto Fiorentino 7. Luca Guerranti, Scuola media L. da Vinci di Poggibonsi e Ist. Sup. Carducci di Volterra 8. Daniela Venturi, Istituto Superiore Pertini di Lucca 9. Andrea Marchetti, Istituto Superiore di Figline Valdarno 10. Enio Lucherini, Liceo scientifico Copernico di Prato 11. Elisabetta Bonalumi, Liceo Pascoli di Firenze 12. Rolando Casamonti, Dirigente scol. utilizzato presso l'Ufficio Scolastico Prov. di Firenze 13. Luigi Pansino, già Dirigente Scolastico 14. Maria Delle Rose, Istituto professionale Cellini di Firenze 15. Ruggiero Dipace, Istituto tecnico Carrara di Lucca 16. Maria Francesca Cellai, Istituto tecnico Marco Polo di Firenze 17. Tiziana Torri, Direzione Didattica di Pontassieve 18. Gianfranco Carloni, Dirigente Scolastico, membro della Delivery Unit dell’Usr toscano

martedì 20 settembre 2011

UN ARTICOLO FUORVIANTE SULLA LETTERA AGLI STUDENTI

Comunicato stampa
Come coordinatore del gruppo dei dirigenti scolastici firmatari della Lettera aperta agli studenti sulle occupazioni e responsabile del comunicato stampa diffuso ieri, devo smentire nella maniera più assoluta che "il succo" della lettera sia quello indicato dal titolo e dal testo dell'articolo che la dottoressa Elettra Gullè firma oggi a p. 13 della "Nazione": Protestate pure, ma non fate danni. Chi legge è inevitabilmente indotto a pensare che le occupazioni, purché non si danneggi la scuola, siano considerate in sé accettabili. Ma il senso della lettera aperta è del tutto opposto, e non è certamente questo che intendeva dire il Preside Primerano intervistato dall'autrice, come lui stesso mi ha confermato e come si potrà constatare dalla lettura del documento che presenteremo domani. Tengo anche a precisare che a nessuno dei giornalisti che mi hanno contattato ho detto qualcosa di più di quanto contenuto nel comunicato stampa. Confermo quindi l'appuntamento per domani 21 settembre alle 12, presso l'Istituto professionale "Aurelio Saffi" in via Andrea del Sarto 6/A a Firenze.

Valerio Vagnoli
dirigente scolastico
Istituto professionale "Aurelio Saffi", Firenze

lunedì 19 settembre 2011

COMUNICATO STAMPA DI 16 PRÈSIDI TOSCANI


Mercoledì
prossimo 21 settembre alle 12, presso l'Istituto professionale "Aurelio Saffi" in via Andrea del Sarto 6/A a Firenze, si terrà la conferenza stampa di presentazione di una Lettera aperta agli studenti sulle occupazioni, inviata da 16 dirigenti scolastici di Firenze e di altre province toscane in occasione dell'inizio dell'anno scolastico.
Si tratta di un gruppo di lavoro che nel corso dell'anno si è riunito varie volte per approfondire questo tema, in collaborazione col Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità.
Saranno presenti diversi firmatari del documento.

Per i dirigenti firmatari,
Valerio Vagnoli
dirigente scolastico

TEST DI AMMISSIONE ALLE FACOLTÀ: LA SAGRA DELL’IMBROGLIO LEGALIZZATO

In decine di atenei le prove di ammissione all’Università si sono svolte in modo gravemente irregolare, con la plateale tolleranza e complicità di chi doveva sorvegliare. Lo racconta un articolo di Flavia Amabile sulla “Stampa”.
Chi aveva snobbato o criticato la Dichiarazione per la regolarità degli esami di Stato firmata nella scorsa primavera da 556 dirigenti e docenti delle scuole secondarie ha un motivo in più per riflettere sull’estensione e sulle conseguenze di questi comportamenti irresponsabili. Restiamo in attesa (purtroppo non fiduciosa) di severe sanzioni nei confronti di chi ha imbrogliato e consentito che si imbrogliasse. E magari di iniziative giudiziarie in ossequio all’obbligatorietà dell’azione penale... (GR)

sabato 17 settembre 2011

RIDARE LEGITTIMITÀ ALL’INTELLIGENZA DELLE MANI

Lo scrive oggi sulla “Stampa” Walter Passerini, commentando efficacemente l’articolo sull’ennesima indagine (questa è dell’Unioncamere) relativa ai lavoratori “introvabili”.

GRAN BRETAGNA: DIETRO LA RICHIESTA DI PUNIZIONI CORPORALI C’È L’ESIGENZA DI RIDARE AUTORITÀ AGLI INSEGNANTI

A conclusione di un commento - ancora non in rete - al servizio della “Stampa” sul notevole numero di genitori che auspicano il ritorno delle bacchettate (caning) e degli scappellotti (smacking), Richard Newbury scrive (benissimo): “Il vero messaggio di questo 49 per cento di adulti che vogliono la reintroduzione del bastone è che non vogliono essere la prima generazione di genitori minacciati dai loro figli e vogliono la disciplina a scuola. Invece di studenti indisciplinati che chiedono “Ohu, rispetto!”, vogliono che gli insegnanti abbiano la facoltà di comminare sanzioni e un sostegno legale che possa imporre “rispetto” sia verso gli insegnanti sia verso "i più grandi e i migliori” in generale. La violenza, canna inclusa, si ripresenta inevitabilmente come regola storica se non viene ripristinato l’equilibrio di potere.”

lunedì 12 settembre 2011

LA "SCUOLA DEL PATTO" DELLA NEOPRESIDE VELADIANO

Due giorni fa “Repubblica” ha pubblicato un intervento della scrittrice Maria Pia Veladiano, al suo primo anno come dirigente scolastico nel Trentino. Vi si ritrovano i tratti di una pedagogia che mitizza il dialogo e la comprensione, certamente necessari, ma che esperienza e psicologia consigliano di accompagnare con la fermezza educativa (e se necessario con sanzioni adeguate). È “la scuola del patto: fra studente e docente, scuola e famiglia, scuola e società. [...] Dal bullismo al cattivo risultato scolastico, ci si trova, insieme, seduti intorno a un banco, si stende un impegno in pochi punti” sottoscritto dal ragazzo, dal genitore, dal docente. Moltiplicando tutto questo per tutti i casi di insufficienza e di cattivo comportamento, si capisce subito quanto realismo ci sia in questa impostazione, anche a prescindere dalla sua efficacia.
E a proposito di comportamento: “La famigerata ‘condotta’, che ha fatto da catalizzatore demagogico di tante discussioni, nella legge trentina sulla scuola si chiama ‘capacità relazionale’. La metafora militare [?] lascia il posto a una costellazione di significati che riconoscono lo studente e i suoi comportamenti dentro un rapporto. Se la relazione è cattiva, la colpa non sta mai da una sola parte”. (Gratta gratta, qualche colpa degli insegnanti salta sempre fuori...). Ma non basta: “Il voto di condotta che fa media ha prodotto situazioni di intollerabile iniquità, perché di fatto rischia di premiare i ‘buoni’ mediocri e di mortificare i ‘cattivi’ capaci.” La scuola dovrebbe invece “valorizzare intelligenze e personalità originali, divergenti, non allineate”. Affermazioni che sembrano provenire pari pari dall’antiautoritarismo ideologico anni ’70. Peraltro il peso del voto di condotta in realtà è minimo, soprattutto se le discipline sono molte. Il “cattivo divergente” che ha tutti 9 nelle (supponiamo) dieci materie non può essere danneggiato neppure da un 6 in condotta: la media scende solo a 8,72 ...
All’articolo della Veladiano risponde su “ilsussidiario.net” Marcello D’Orta, che vi vede una cultura che ha prodotto “sfaceli”.
Da segnalare come notevole il fatto che oggi “Il Messaggero”, per l’inizio dell’anno scolastico, ha come editoriale di prima pagina un intervento di Giorgio Israel: L’inutile nuovismo senza contenuti.

GR

giovedì 1 settembre 2011

RIECCO IL CARO-LIBRI (TANTO PER CAMBIARE)

Mentre sullo scippo di un anno di pensione ai danni degli insegnanti continua il silenzio dell’informazione (e infatti molti colleghi non ne sanno ancora niente), tutti i giornali e le tv si dedicano ampiamente a uno dei loro temi preferiti in fatto di scuola, il costo dei libri di testo, con servizi praticamente identici di decennio in decennio. Dell’argomento abbiamo parlato varie altre volte (digitare libri testo nel motore di ricerca). Oggi diamo la parola all’editore napoletano Mario Guida, che in una lettera al “Mattino” si esprime in proposito con parole molto sensate. (GR)